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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Miseria dell’economia

Credi a chi cerca la verità, non credere a chi la trova.

Così diceva Gide, e se pensava agli economisti probabilmente aveva ragione. La materia di cui si occupano è talmente nebulosa che la pratica sul serio solo chi è in perenne ricerca.

Già il presidente Truman si lamentava degli economisti per il loro modo di esprimersi: “… è vero questo ma è vero anche quello…”. Non mi fiderei mai di un economista che si esprima altrimenti.

L’economia è una scienza? Gli economisti dicono di sì, i non-economisti dicono di no.

scienza

Una scienza dovrebbe produrre tesi verificabili o quantomeno confutabili. L’ economia non sembra all’altezza di questo compito.

La matematica sembra una scienza perché produce tesi confutabili con l’analisi.

La fisica sembra una scienza perché produce tesi confutabili con l’osservazione.

L’economia non sembra in grado di fare altrettanto, per questo l’economista è più uno storico che uno scienziato. Difficile vedere un economista cambiare idea. Più facile assistere alla conversione di un mangia-preti.

Ma anche definire la scienza come ho appena fatto è una forzatura. Se tutto fosse così facile non esisterebbero scienziati “testoni”, che invece sono la norma. Evidentemente cio’ che chiamiamo “confutazione” in realtà non esiste.

Il filosofo Quine ha mostrato che esistono infinite teorie per spiegare un fatto. Si tratta di un’osservazione che ha molte implicazioni pratiche per l’epistemologia.

Ammettiamo che i fatti confutino la mia teoria preferita, mi basta scegliere tra le infinite teorie disponibili di cui sopra una molto simile alla mia e potrò dire che la mia teoria – con un piccolo ritocco – è ancora valida. Sarebbe crudele negare “un piccolo ritocco” a chi tenta di spiegarci il mondo, non siamo infallibili.

La teoria tolemaica “leggermente ritoccata” dagli epicicli spiega in modo eccellente i fatti. Non c’è bisogno di Copernico, e neanche di Galileo. Ma allora perché abbiamo cambiato paradigma passando da quello tolemaico a quello copernicano?

Avete notato che ho usato la parola “paradigma” anziché “teoria”? E qui entra in ballo lo storico della scienza Kuhn, il miglior candidato a rispondere alla domanda di cui sopra.

Secondo Kuhn noi pensiamo le teorie all’interno di un paradigma. Queste teorie non vengono mai “confutate”, molto semplicemente di tanto in tanto accusano delle anomalie che gli adepti neutralizziamo con gli aggiustamenti e le integrazioni di cui sopra, il che consente comunque di restare confortevolmente all’interno del paradigma originario.

Quando le anomalie accumulate sono molte, quando gli aggiustamenti ad hoc si susseguono, quando esiste un valido paradigma alternativo, quando esiste una generazione di scienziati giovani che simpatizza per l’alternativa, ma soprattutto quando gli scienziati vecchi se ne vanno in pensione, ecco che allora si attua un cambio di paradigma, ovvero una “rivoluzione scientifica”.

Se una generazione di scienziati ha studiato tutta la vita un certo paradigma insegnandolo e dominandolo, difficilmente vi rinuncerà per impararne un altro solo perché il primo presenta delle anomalie. Il cambio generazionale è una variabile importante.

Einstein era un grande scienziato ma difficilmente avrebbe mai accettato un’interpretazione della meccanica quantistica così com’è oggi, la sua mentalità lo manteneva all’interno di un paradigma classico. Poi lui è andato in pensione e il giovane Bohr ha preso il sopravvento.

In biologia il paradigma evoluzionista oggi domina, ma le anomalie non mancano: nei paesi più avanzati, quelli dove la sopravvivenza è un problema risolto, si fanno pochi figli. Pochi figli? Come mai visto che secondo la teoria evoluzionista noi dovremmo massimizzare la prole in grado di sopravvivere? Basta adattare la teoria originaria con l’ipotesi della maladaptation: il mondo cambia più velocemente del nostro cervello così si crea un’ asincronia con effetti singolari.

Quine e Kuhn ci hanno spiegato l’esistenza dei testoni: verifica e confutazione sono momenti mitologici. Ma se persino nelle “scienze dure” esistono dei testoni, figuriamoci nell’economia! In economia è facilissimo adattare il proprio paradigma alle anomalie incontrate.

Se ad un economista viene detto che uomini e donne ricevono salari differenti scaverà finché non troverà qualcosa con cui rappezzare il suo paradigma preferito (quello dell’ Homo Economicus). Quando la troverà, non scaverà oltre. Perché farlo? Lui è interessato al paradigma che conosce più che alla realtà.

Un sociologo invece non scaverà affatto perché il suo paradigma preferito (quello della “volontà di potenza di un gruppo”) è già confermato.

Se ad un economista dite che il salario minimo appena introdotto nello stato X non ha aumentato la disoccupazione, scaverà per trovare qualcosa che giustifichi la cosa e mantenga intatto il suo paradigma. Quando la troverà non scaverà oltre.

Il moralista invece non scaverà affatto: la cosa rappresenta una riconferma del fatto che fare il bene difficilmente genera gravi inconvenienti.

Se ad un economista dite che chi ha un’assicurazione sanitaria non è mediamente più malaticcio di chi non ce l’ha, scaverà pur di reperire qualcosa che salvi il suo paradigma: com’è possibile che i malaticci non si assicurino più dei sani?

Lo psicologo sarà invece gratificato e non scaverà oltre: lui sa che chi è tanto scrupoloso da osservare regole salubri, è anche più scrupoloso nel tutelarsi con un’assicurazione.

Ma la cosa rilevante è che in materie come quelle economiche si puo’ scavare all’infinito poiché “tutto conta”, e quindi, prima o poi, troveremo qualcosa che conta e che fa il caso nostro.

Se viviamo in un mondo in cui il battito d’ali di una farfalla genera uragani, allora per spiegare gli uragani bisogna tener conto di quel battito. Ma a maggior ragione del battito d’ali di un piccione. Bisogna tener conto di “tutto”. In questo “tutto” posso scegliere quel che desidero per puntellare il mio paradigma.

L’economista è uno scienziato senza laboratorio perché il “tutto” di cui sopra non ci sta in un laboratorio. Il laboratorio è qualcosa che esiste apposta per isolare pochi elementi e studiarli in un ambiente asettico.

Ci sono teorie economiche crivellate dalle anomalie ma che restano in piedi senza particolari eroismi. Il CAPM (Capital Asset Pricing Model), ovvero la teoria che ci spiega il valore dei titoli, è ampiamente confutata dai dati delle borse. Eppure, se iscrivete vostro figlio nella più prestigiosa business school del mondo, gli insegneranno proprio quella, perché l’ortodossia è sempre quella, non esiste di meglio, o se esiste non viene considerato.

L’economista enuncia le sue leggi facendole seguire dalla clausola: coeteris paribus, ovvero “tenendo fermo il resto”. Ma “il resto” non sta mai fermo nella realtà.

Se un fatto fastidioso sembra non accordarsi con la sua teoria a lui basta andare a vedere cosa è cambiato nel “resto” e parare la confutazione. Quando il “resto” è cosi grande prima o poi qualcosa la trovi. Checchè se ne dica non c’è nulla di più facile che “lottare contro i fatti”. Quine ci aveva messo in guardia per la scienza, figuriamoci per l’economia.

L’economia spiega fenomeni che hanno centinaia di concause, difficile metterle in ordine e soppesarle con la cura dello scienziato. Si finirà per privilegiarne alcune, e c’è da scommettere che non saranno scelte a caso.

Inoltre, l’oggetto dell’economista “evolve”. L’evoluzione è un cambiamento non prevedibile, che dipende da piccolissimi fattori. Talmente piccoli che si fa prima a considerarli casuali.

Se il mio comportamento dipende dal tuo e il tuo dal mio si realizza un gioco di specchi che rende l’esito finale dei nostri comportamenti imprevedibile. Ma soprattutto, se l’inclinazione degli specchi fosse stata differente, basta un millimetro, saremmo finiti da tutt’altra parte.

Per questo che in economia vale la rigorosa legge: “a volte va in un modo, a volte in un altro”.

L’economista ama la matematica, gli consente di mostrare i muscoli impressionando il prossimo. La matematica obbliga alla coerenza ma ci spinge a preferire le variabili che sono più trattabili da quello strumento. Per esempio, è più semplice postulare un individuo egoista che un individuo invidioso (l’invidia crea quel fastidioso gioco di specchi di cui sopra), ma è ben difficile pensare che l’invidia non abbia una parte importante nei nostri comportamenti. In questo senso la matematica distorce l’analisi rendendola inverosimile.

L’economia, poi, analizza un ambito in cui l’innovazione è centrale. Ma se per fare gli scienziati newtoniani dobbiamo ridurre l’oggetto di studio ad un meccanismo qualsiasi, è difficile rendere conto dell’innovazione: l’innovazione non irrompe in un meccanismo. L’orologio è un affare complicato ma non particolarmente fantasioso.

Esempio: George Akerlof fornì una memorabile analisi del mercato delle auto usate. Si concludeva all’incirca così: in quei mercati la qualità dei prodotti è sotto la media. Il cliente che sospetta la magagna è soggetto a “braccino”, ma a queste condizioni non ha senso vendere prodotti senza magagne, cosicché si vendono solo prodotti con magagne rafforzando il corto circuito. La scienza rigorosa ha parlato. L’orologiaio ha chiarito il funzionamento dell’orologio.

Tutto a posto? Il mercato delle auto usate possiamo metterlo da parte? Macchè! Un giorno un tale escogita un’ app per valutare e visionare in tempo reale la reputazione dei rivenditori di auto usate, e la legge di Akerlof finì nel bidone.

L’innovazione è tale perché non è prevedibile a priori: i pianeti non innovano ma l’uomo sì. Individuare le leggi che governano il moto dei pianeti è dura, ma per lo meno è lecito supporre che siano lì nascoste da qualche parte e non cambiano. I fisici possono star tranquilli, gli economisti no: il loro ingegnoso sforzo puo’ finire nel bidone da un momento all’altro.

L’economista è frustrato, si sente da meno rispetto allo scienziato mentre vorrebbe essere al suo pari. Nessuno lo prende mai veramente sul serio, anche se ha brillantemente risolto equazioni perigliose per dire quello che dice.

Tuttavia, non ha davvero ragione di nutrire questo complesso di inferiorità.

Poniamo di misurare l’accuratezza del pensiero con una scala che va da 1 a 5. Ai ragionamenti più lacunosi diamo un voto basso, alle ipotesi scientifiche un voto alto. Quanto merita l’economista? Penso che meriti un 6. In pochi sono accurati e ingegnosi quanto lui, deve inventarsi persino un laboratorio improvvisato per testare alla bell’ e meglio le sue ipotesi . Il fatto di essere impreciso nelle determinazioni non diminuisce l’accuratezza e l’ingegno della sua visione. Allo scienziato vero, al contrario, proprio perché dotato di laboratorio standard, non è richiesta altrettanta perizia e completezza, ha molti supporti che lo guidano. Chi arrampica fuori dalle ferrate deve avere una tecnica sopraffina, deve scovare gli appigli più reconditi, deve conoscere a menadito la montagna, anche se alla fine scalerà montagnole piuttosto risibili. Insomma, il fatto è che gli economisti sono scienziati di prim’ordine: è la materia che studiano che si presta poco al metodo scientifico.

Tra gli analisti finanziari ho incontrato gente davvero brillante, in grado di afferrare senza problemi un concetto teologico e di criticarlo in modo sensato.

Ok, ma che ce ne facciamo di acrobazie ingegnose, peritose, accurate ma sostanzialmente imprecise? Poco, quando l’acrobata ha pretese fuori misura. Ma se si ridimensiona puo’ valere la pena ascoltarlo.

L’economista puo’ darci dei consigli generici: puo’ spiegarci perché un’economia di mercato funziona meglio di un’economia statale. Puo’ indicarci dove il mercato fatica (fallimenti di mercato). Puo’ indicarci dove il governo fatica (fallimenti di governo). Ma soprattutto dovrebbe indicarci dove faticano i modelli degli economisti (fallimento dell’economista). D’altronde all’economista poco umile si puo’ chiedere come mai non si è arricchito visto che la sa tanto lunga. Vi manderà a quel paese ma non è così grave rinunciare alla sua compagnia.

Conscio dei suoi limiti, l’economista adotterà una metodologia eteroclita in cui, per picchettare le sue tesi, farà ricorso:

1) all’esperienza personale,

2) al senso comune,

3) alle statistiche,

4) alla storia,

5) e anche all’etica o all’ideologia.

Il tutto in modo scoperto, e limitando al minimo la retorica.

Ecco, a queste condizioni, sottoposto a questo lavacro di umiltà, l’economista non solo è ascoltabile ma è probabilmente l’uomo del nostro tempo più interessante da ascoltare.

 

 

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