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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

L’orlo della gonna

La notizia della ragazza stuprata da un gruppo di minorenni a Salerno sta portando alla luce il peggio dello scibile umano dell’internet.

Il pensiero più gettonato è il classico: “se vai in giro nuda, te la vai a cercare. Bisogna prendersi le proprie responsabilità”, declinato in maniere più o meno gentili.

Ecco, io per questi stronzi sogno che un giorno, mentre saranno impegnati a discettare di orli di minigonne e centimetri di scollature e a partorire inutili giudizi, arrivi una donna che gli sfondi il naso a suon di pugni e gli spieghi che “se vai in giro a dire cazzate, te le vai a cercare. Bisogna prendersi le proprie responsabilità”.

E non venitemi a parlare di libertà di opinione,per favore. Sostenere che una ragazza lo stupro se lo vada a cercare perché ha deciso di mettersi un vestito corto non è un’opinione, è feccia della peggior specie.

Charlotte Matteini

 

Uno dei problemi relativo ai sessi che più accende gli animi è quello della natura e delle cause della violenza carnale. Da sempre, o almeno dagli anni settanta.

Fino agli anni Settanta, infatti, il sistema giuridico e la cultura di massa affrontavano lo stupro prestando ben poca attenzione agli interessi delle donne. Le vittime, se non volevano essere giudicate consenzienti, dovevano dimostrare di avere opposto resistenza all’aggressore fino a rischiare la vita. Il loro modo di vestire era considerato un’attenuante per l’imputato, come se gli uomini, a veder passare una bella donna, non fossero in grado di controllarsi. E un’attenuante erano considerati anche i trascorsi sessuali della donna. Nei processi si esigevano elementi di prova, come la conferma di testimoni oculari.

Lo stupro era ritenuto un atto legato alla libidine sessuale, ovvero ad un istinto naturale che poteva sfuggire dal controllo. Ora, quanto più qualcosa di pericoloso è facilmente “controllabile”, tanto più ha senso alzare le pene a fini di deterrenza. Da qui la giustificazione di certe attenuanti come quelle legate al vestiario.

Senonché, da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Nella vita intellettuale moderna l’imperativo morale prevalente nell’analisi di questo fenomeno consiste nel proclamare che la violenza carnale non ha nulla a che vedere con la sessualità. Lo stupro è un abuso di potere e di dominio in cui lo stupratore tende a umiliare la sua vittima, o meglio il genere a cui appartiene. Lo stupro non c’entra con il sesso; c’entra con la violenza e con l’uso del sesso per esercitare il potere e il dominio. La violenza in famiglia e l’aggressione sessuale sono manifestazioni delle stesse potenti forze sociali: il sessismo e l’esaltazione della violenza. Lo stupratore è socialmente condizionato da una cultura patriarcale ipertrofica. La teoria ufficiale dello stupro ha origine in Contro la nostra volontà, un importante libro scritto nel 1975 da Susan Brownmiller.  Nel libro si sosteneva che lo stupro non ha nulla a che vedere con il desiderio sessuale degli uomini, ma è una tattica tramite la quale l’intero genere maschile opprime l’intero genere femminile.

Da qui nacque il moderno catechismo: lo stupro non c’entra con il sesso, la nostra cultura sociale condiziona gli uomini a stuprare. Il fatto è che si è diffusa fra le persone colte l’idea che si deve pensare alla sessualità come a qualcosa di naturale, non di vergognoso o sporco, e poiché lo stupro non è buono, non c’entra nulla con il sesso.

E’ chiaro che se la motivazione originaria dello stupro viene “degradata” da istinto naturale fuori controllo a strategia culturale di dominio, ogni ratio per le attenuanti cade miseramente.

Ma il dogma del “sesso naturale e buono” non sta in piedi. Il fatto che lo stupro abbia qualcosa a che vedere con la violenza non significa che non abbia nulla a che vedere con il sesso. I malvagi possono usare violenza per ottenere sesso esattamente come usano violenza per ottenere soldi. Così come un rapinatore agisce per soldi, uno stupratore potrebbe agire per libidine. Cosa c’ è di più normale che pensare in questi termini?

Guardiamo ai fatti.

Primo dato di fatto sotto gli occhi di tutti: accade spesso che un uomo voglia fare l’amore con una donna che non vuole fare l’amore con lui. E, in questo caso, usa ogni tattica a disposizione degli esseri umani per influire sul comportamento altrui: corteggiare, sedurre, adulare, raggirare, tenere il broncio, pagare.

Secondo dato di fatto evidente: alcuni uomini ricorrono alla violenza per avere quello che vogliono, senza curarsi delle sofferenze che provocano.

Sarebbe straordinario, in contraddizione con tutto ciò che sappiamo degli uomini, che nessuno ricorresse alla violenza per ottenere un rapporto sessuale.

La teoria tradizionale è dunque radicata nel buon senso. Proviamo ad applicarlo anche alla dottrina che vuole che gli uomini si diano allo stupro per gli interessi del genere cui appartengono.

In una società tradizionale lo stupratore rischia la tortura, la mutilazione e la morte per mano dei parenti della vittima. Nella società moderna rischia di passare un sacco di tempo in prigione. Davvero gli stupratori, nell’assumersi questi rischi, si sacrificano altruisticamente per il bene dei miliardi di estranei che compongono il genere maschile? Nella stragrande maggioranza delle epoche e dei luoghi, un uomo che stupra una donna della sua comunità è trattato da rifiuto umano. L’elementare dato di fatto che gli uomini hanno madri, figlie, sorelle e mogli che stanno loro più a cuore di quanto stiano loro a cuore la maggior parte degli altri uomini.

E’ ben vero che il trattamento giuridico dello stupro che si faceva in passato oggi ci disturba, cosicché in molti vedono la prova del complotto: fino a epoca recente, nei processi per stupro ai giurati veniva ricordato il monito di Lord Matthew Hale, giurista del diciassettesimo secolo, per cui la testimonianza di una donna va valutata con cautela, perché un’accusa di violenza carnale: “è facile da muovere e da essa è difficile difendersi, anche se l’accusato è innocente”. Cio’ non toglie che ci sia un fondo di verità in tutto questo poiché il crimine spesso viene perpetrato nell’intimità. E poi ricordiamoci dello standard di Blackstone per noi sacro ancora oggi: “meglio dieci stupratori liberi che un innocente punito”. Non mancavano dunque delle motivazioni concrete per invitare alla cautela.  Ma supponiamo pure che gli uomini che hanno applicato tale politica allo stupro l’abbiano piegata ai loro interessi collettivi perché, tanto per cominciare, avrebbero dovuto fare della violenza carnale un reato?

La ricerca scientifica sulla violenza carnale e il suo rapporto con la natura umana è venuta alla ribalta con la pubblicazione di A Natural History of Rape. Gli autori – Thornhill e Palmer – partivano da un’osservazione base: uno stupro può portare a un concepimento che propagherà i geni dello stupratore, inclusi gli eventuali geni che hanno reso più probabile che divenisse uno stupratore. Quindi la selezione potrebbe non avere operato contro, ma a favore di una psicologia maschile comprendente la capacità di stuprare. Tuttavia, considerati i rischi della lotta con la vittima, della punizione per mano dei suoi parenti e dell’ostracismo da parte della comunità, è improbabile, aggiungevano Thornhill e Palmer, che la violenza carnale sia una strategia di accoppiamento tipica. Ma essa potrebbe essere una tattica opportunistica, che diventa più probabile quando l’uomo è incapace di ottenere il consenso della donna, è emarginato da una comunità.

Pensare che la maggior parte degli uomini hanno la capacità di compiere uno stupro va, casomai, nell’interesse delle donne, perché esorta alla vigilanza nei confronti del marito e di conoscenti, o durante sconvolgimenti sociali. Inoltre, questa analisi concorda paradossalmente con i dati portati dalla stessa Brownmiller, secondo i quali violenze carnali possono essere commesse in guerra da uomini normali, compresi i “bravi” ragazzi americani in Vietnam. L’ipotesi formulata che lo stupro e gli altri aspetti della sessualità maschile si situino nella stessa sfera fa di essi strani alleati delle più radicali femministe del genere, come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, per le quali “spesso è difficile distinguere la seduzione dallo stupro. Nella seduzione, spesso il violentatore si prende il disturbo di comprare una bottiglia di vino”.

Ma la teoria esposta, se da un lato torna alla vecchia concezione, quella da cui originavano le tanto odiose “attenuanti” relative all’orlo della gonna, dall’altro evidenzia come lo stupro non sia un reato qualsiasi. Scegliendo il maschio e il contesto per l’accoppiamento, le probabilità per la femmina di generare con un maschio dotato di buoni geni, della disponibilità e della capacità di condividere la responsabilità di allevare la prole, o di entrambe le cose, vengono massimizzate. Dal punto di vista della donna, uno stupro e un rapporto sessuale consensuale saranno cose completamente diverse; la ripugnanza della donna per lo stupro non è un sintomo di repressione nevrotica, né una costruzione sociale facilmente rovesciabile in una diversa cultura; la sofferenza causata dallo stupro sarà più profonda di quella causata da altri traumi fisici o altre violazioni corporee; tutto ciò giustifica il fatto che si lavori più duramente per prevenire la violenza carnale, e si puniscano più severamente i violentatori, di quanto accade per altri tipi di aggressione.

Purtroppo un libro come “A Natural History of Rape” ha già subìto il peggiore destino possibile per un lavoro di divulgazione scientifica. Come “L’origine dell’uomo” e “The Bell Curve”, è diventato una cartina di tornasole ideologica. Chi vuole dimostrare la propria vicinanza alle vittime di violenza carnale e alle donne in generale ha ormai imparato che deve liquidarlo.

Questo anche se le obiezioni ricevuto sono decisamente inconsistenti. Faccio solo il caso intorno all’interrogativo più importante, cioè se fra le motivazioni del violentatore vi sia il desiderio sessuale? Le femministe di genere che lo negano richiamano l’attenzione sugli stupratori che prendono di mira donne anziane e infeconde, su quelli che soffrono di disfunzione sessuale durante lo stupro, su quelli che costringono la donna ad atti sessuali non riproduttivi, e su quelli che usano il preservativo. Sono argomentazioni non convincenti per due ragioni. Primo, questi esempi riguardano una minoranza di stupri. Inoltre, casi del genere si presentano anche nei rapporti sessuali consensuali, quindi quell’argomentazione porta all’assurdità per cui la sessualità in sé non avrebbe nulla a che fare con la sessualità. Infine, un caso particolarmente problematico per la teoria “non è sesso” è quello della violenza carnale durante un appuntamento amoroso. Dobbiamo davvero credere che le motivazioni di “lui” siano cambiata di punto in bianco?

Oltre alle obiezioni fragili ci sono le prove solide a sostegno della teoria.

1) L’accoppiamento coatto è universalmente diffuso fra le specie nel mondo animale, il che fa pensare che la selezione non lo abbia rigettato.

2) La violenza carnale è presente in tutte le società umane.

3) In genere, i violentatori usano quel tanto di forza necessario per costringere la vittima al rapporto.

4) Le vittime di violenza carnale sono perlopiù negli anni di massima riproduttività per le donne, fra i tredici e i trentacinque.

5) I violentatori non sono rappresentativi, dal punto di vista demografico, del genere maschile. Sono nella stragrande maggioranza giovani, fra i quali la competitività sessuale raggiunge la massima intensità. E, benché si presuma che siano “socialmente condizionati” a violentare, si liberano misteriosamente da questo condizionamento invecchiando.

Purtroppo, la popolarità di teorie senza fondamento mette a rischio le donne. Non si fanno i conti con i fatti. Bisognerebbe tener conto che nei paesi in cui, come in Giappone, i ruoli legati al genere sono molto più rigidi che da noi, gli stupri sono percentualmente molto meno numerosi. Ma anche da noi i sessisti anni Cinquanta erano molto più sicuri per le donne degli emancipati Settanta e Ottanta. Sembra abbastanza chiaro che nella misura in cui le donne, rendendosi indipendenti dagli uomini, conquistano maggiore libertà di movimento, si trovano più spesso in situazioni pericolose.

Thornhill e Palmer suggeriscono di obbligare gli adolescenti maschi a seguire un corso di prevenzione dello stupro come condizione per ottenere la patente di guida e di ricordare alle donne che un abbigliamento sexy può aumentare il rischio di venire violentate. Forse è troppo. E’ decisamente troppo.

La reazione è stata curiosa: Mary Koss, definita un’autorità in materia di violenza carnale, vi ha visto un “pensiero assolutamente inaccettabile in una società democratica”. Si noti la psicologia del tabù: non si tratta soltanto di suggerimenti sbagliati, è “assolutamente inaccettabile”. Non c’è dissenso, c’è un sacerdozio teso a maledire chi infrange un tabù, anche se le ragioni per infrangerlo sono più che fondate.

In conclusione, che le donne abbiano il diritto di vestire come vogliono è fuori discussione, ma il problema non è quello che le donne hanno il diritto di fare in un mondo perfetto, bensì come possono accrescere la loro sicurezza in questo. Suggerire che le donne, in situazioni pericolose, pensino alle reazioni che possono suscitare o ai segnali che possono inavvertitamente trasmettere è solo buon senso. E’ difficile credere che una qualunque donna adulta possa pensarla diversamente, a meno che non sia indottrinata dal giornalismo ideologico in cui si pensa che l’aggressione sessuale non è un atto di gratificazione sessuale e che aspetto e attrattiva sono irrilevanti.

orlo

Camille Paglia in merito:

Da decenni le femministe insegnano alle loro discepole a dire: “Lo stupro è un reato di violenza, non sessuale”. Questa sciocchezza, zuccherosa alla Shirley Temple, ha esposto le giovani al disastro. Fuorviate dal femminismo, non si aspettano uno stupro dai bravi ragazzi di buona famiglia che siedono accanto a loro in classe. … Queste ragazze dicono: “Dovrei potere ubriacarmi a una festa studentesca e andare di sopra nella camera di un ragazzo senza che succeda niente”. Io rispondo: “Ah sì? E quando vai in macchina a New York ci lasci dentro le chiavi?”. Quello che voglio dire è che se ti rubano la macchina dopo che hai fatto una cosa del genere, la polizia, certo, deve dare la caccia al ladro e lui dev’essere punito. Ma nello stesso tempo la polizia, ed io, abbiamo il diritto di dirti: “Che cosa ti aspettavi, idiota?”.

Wendy McElroy in merito:

Il fatto che noi donne siamo vulnerabili all’aggressione significa che non possiamo avere tutto. Non possiamo attraversare di notte un campus non illuminato o un vicolo senza correre reali pericoli. Queste sono cose che ogni donna dovrebbe poter fare, ma il «dovrebbe» appartiene a un mondo utopico. Appartiene a un mondo in cui ti cade il portafoglio in mezzo a una folla e ti viene restituito, completo di soldi e carte di credito. Un mondo in cui si lasciano aperte le Porsche in piena città. In cui si possono lasciare i bambini da soli al parco. Non è questa la realtà che abbiamo di fronte, la realtà che ci limita.

Una volta levata di mezzo l’ipotesi del complotto culturale e rimessa al centro la libido sessuale, tornano interrogativi fastidiosi che pensavamo di poter accantonare. Per esempio, come considerare la castrazione chimica? E’ ipotizzabile l’iniezione nel violentatore, con il suo consenso, di Depo Provera, farmaco che inibisce il rilascio di androgeni e riduce la pulsione sessuale? Le recidive in casi del genere vanno a picco! Chi s’indigna al solo sentir menzionare insieme stupro e sessualità dovrebbe rileggersi i numeri. Escludere senza pensarci una misura capace di ridurre la violenza carnale di quindici volte significa che saranno violentate molte donne che, altrimenti, forse non lo sarebbero state. Bisognerà prima o poi decidere a che cosa dare più valore: a un’ideologia che sostiene di fare gli interessi del genere femminile o a quello che effettivamente succede nel mondo alle donne reali.

orlo gonna

P.S. chi è interessato al tema farebbe bene a leggersi il cap.16 di Tabula Rasa dello psicologo Steven Pinker, libro da cui ho attinto a piene mani.

 

 

 

 

2 risposte a “L’orlo della gonna

  1. Rita 01/07/2016 alle 10:27

    so che forse non c’entra molto, però un’ulteriore confusione fatta dall’ideologia femminista è stato il mantra del “fino a pochi anni fa lo stupratore se sposava la stuprata evitava la pena”, con ciò intendendo che la donna era considerata al pari di un oggetto che consumava e che se qualcuno rompeva doveva accollarsi perché i cocci erano suoi. In realtà, fino a non molti anni fa, il concetto di stupro era duale: stupro con violenza e stupro qualificato. Il primo è facilmente intuibile, il secondo era la deflorazione di una vergine con l’artifizio della seduzione e della promessa di matrimonio. La ratio dell’annullamento della pena se lo stupratore acconsentiva alle nozze (su richiesta in genere della sedotta) nasce da questa distinzione poi abolita, se non ricordo male, già dal diritto canonico su principio della libertà di consenso. E’ interessante come quest’abolizione o questa tendenza giuresprudenziale a non più considerare reato lo stupro qualificato veniva vista come un “favore” nei confronti del maschio, all’epoca, direi quasi una legge maschilista. Nel Settecento non erano infrequenti i casi di uomini condotti in catene al matrimonio per aver ottenuto un consensuale rapporto sessuale dietro la promessa di matrimonio. E se rifiutavano in catene rimanevano

  2. broncobilly 01/07/2016 alle 11:06

    Non penso che la tua precisazione sia “fuori luogo”, Rita. Tutt’altro! E’ un ulteriore elemento che mette in evidenza quanto sia difficile 1) considerare il diritto intorno allo stupro come una mera manovra per opprimere le donne e 2) come il tentativo di farlo passare per tale ci sia stato eccome. Il fatto spiacevole è che se nel 2016 osi dire”occhio all’orlo della gonna” entri a far parte del complotto, manco fossimo ancora nel pieno degli anni settanta.

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