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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Cosa è andato storto nella rivoluzione femminista?

Pochi sono riusciti a prevedere la rivoluzione femminile verificatasi negli anni Settanta. Un vero sconquasso. Non ci resta che cercare di capirne le cause.

Una è l’inesorabile evoluzione morale, che ha portato anche all’abolizione del dispotismo, della schiavitù, del feudalesimo e della segregazione razziale eccetera. Oggi siamo tutti uguali, almeno in via di principio. Nessuno pensa a differenze di dignità.

Un’altra causa del cambiamento di status delle donne è il progresso tecnologico ed economico, che ha reso possibile alle coppie di allevare i figli senza bisogno della spietata divisione del lavoro che costringeva la madre a consacrare ogni momento di veglia alla sopravvivenza della prole.

L’accresciuto valore del cervello rispetto ai muscoli nell’economia completa il quadro.

Infine, grazie a contraccezione, amniocentesi, ultrasuoni e tecnologie riproduttive è divenuto possibile per le donne rinviare il momento di mettere al mondo dei figli a quando lo ritengono più opportuno per loro e per la loro carriera.

Un’altra grande causa del progresso delle donne è l’ideologia femminista, non si puo’ negarlo.

Purtroppo, la seconda ondata del femminismo, quella tipica degli anni Settanta, è in genere considerata in conflitto con le scienze della natura umana. Molti scienziati dediti a queste ultime ritengono che le menti dei due sessi siano diverse già alla nascita, una tesi che, protestano le femministe, è a lungo servita a giustificare l’ineguale trattamento riservato alle donne. Dal canto loro, gli uomini erano ritenuti dotati di impulsi irresistibili che li spingono a molestare e stuprare le donne, un’idea che è servita a giustificare molestatori e stupratori.

In realtà non c’è assoluta incompatibilità fra i princìpi del femminismo e la possibilità che uomini e donne non siano psicologicamente identici. Gli individui, infatti, non vanno giudicati o vincolati sulla base delle caratteristiche medie del gruppo. Se riconosciamo questo principio, non c’è bisogno di costruire miti sull’indistinguibilità dei sessi per giustificarne l’eguaglianza. Non è stata ancora scoperta alcuna differenza che valga per tutti gli uomini nei confronti di tutte le donne e viceversa.

Nonostante tali princìpi, molte femministe avversano energicamente la ricerca sulla sessualità e sulle differenze fra i sessi. Il fatto è che il femminismo dei Settanta non accettava di porsi in una prospettiva “individualista”.

Nel libro Who Stole Feminism? la filosofa Christina Hoff Sommers traccia un’utile distinzione fra due scuole di pensiero. Il femminismo dell’equità si oppone alla discriminazione delle donne e rivendica pari diritti. Il femminismo del genere va oltre e si spinge a sostenere che le donne vengono schiavizzate da un sistema di dominio maschile tuttora imperante, il sistema del genere, in cui le donne sono condannate ad obbedire. Mentre il femminismo dell’equità riprende la tradizione liberale classica, quello di genere si collega invece con il marxismo, il postmodernismo, il costruzionismo.

Il problema principale del femminismo del genere è che si è messo in rotta di collisione con la scienza.

La differenza tra femminismo del genere e femminismo dell’equità spiega anche il paradosso per cui la maggior parte delle donne non si considerano femministe, pur concordando con tutte le principali prese di posizione del femminismo.

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Ma diamo un quadro generale delle possibili differenze innate tra uomini e donne.

Secondo le più attendibili stime psicometriche, i livelli medi di intelligenza generale sono identici, come identico, in termini generali, è il modo in cui usano il linguaggio e formulano pensieri sul mondo fisico e vivente, e identiche le loro emozioni base.

Gli uomini tendono molto di più a rapporti senza vincoli con partner molteplici o anonimi, come testimonia il consumo quasi esclusivamente maschile di prostituzione e pornografia.

Sono più portati a competere fra loro violentemente, a volte all’ultimo sangue.

Fra i bambini, i maschi dedicano molto più tempo a esercitarsi al conflitto violento nella forma che gli psicologi chiamano “giocare a fare la lotta”.

Gli uomini sembrano anche avere una maggiore capacità di manipolare nella mente oggetti e spazi tridimensionali.

Le donne provano le emozioni base, a parte forse l’ira, con maggiore intensità. Hanno rapporti sociali più stretti, se ne preoccupano maggiormente, e sono più empatiche con gli amici, anche se non con gli estranei. Esse mantengono di più il contatto con lo sguardo, e sorridono e ridono molto più spesso.

Le donne ricorrono più facilmente alla denigrazione e altre forme di aggressione verbale.

Gli uomini tollerano maggiormente il dolore e sono più disposti a rischiare la pelle per lo status.

Le donne sono più attente ai loro bebè  e sono in generale più sollecite verso i figli. Le bambine giocano di più alla mamma e a impersonare ruoli sociali, i bambini a fare la lotta.

I due sessi differiscono nel modo di provare gelosia sessuale, nelle preferenze relative ai partner e negli incentivi alle avventure amorose.

Riguardo ad altri tratti le differenze sono piccole nella media, ma possono essere grandi agli estremi. Confermando un’aspettativa della psicologia evoluzionistica, per molti tratti la curva a campana dei maschi risulta più piatta e larga.

Mentre i ragazzi hanno molte più probabilità di soffrire di dislessia, difficoltà di apprendimento, deficit dell’attenzione, disturbi emotivi e ritardo mentale (almeno per certi tipi di ritardo), su un campione di studenti dotati, con un punteggio superiore a 700 (su 800) nella parte matematica del test di valutazione scolastica, la proporzione fra ragazzi e ragazze è di 13 a 1.

E qui cominciano i guai perché le femministe del genere sostengono che tutte le differenze fra i sessi, a parte quelle anatomiche, sono frutto delle aspettative di genitori.

Eppure esistono una quantità di prove per sostenere che la differenza fra maschi e femmine non si fermi ai genitali.

  1. In tutte le culture umane si attribuiscono a uomini e donne nature diverse. In tutte si suddivide il lavoro in base al sesso. Agli uomini è riservato ovunque un maggior controllo dell’ambito pubblico e politico. La divisione del lavoro è emersa anche in una cultura in cui tutti s’erano impegnati a eliminarla: il kibbutz israeliano.
  2. Molte differenze psicologiche fra i sessi sono esattamente quelle che predirebbe un biologo evoluzionista che conoscesse solo le loro differenze fisiche. Non puo’ essere un caso.
  3. Molte differenze fra i sessi si ritrovano in altri primati.
  4. Le differenze biologiche sottostanti sono molte, difficile che non si riflettano in molte caratteristiche della persona. Il corpo umano contiene un meccanismo che fa sì che il cervello dei bambini e quello delle bambine divergano durante lo sviluppo. Il cromosoma Y innesca nel feto maschio la crescita dei testicoli, che secernono gli androgeni, ormoni tipicamente maschili che fanno sentire il loro influsso sulla vita psicologica del soggetto. Il cervello dell’uomo differisce visibilmente da quello della donna sotto diversi aspetti.
  5. Un immaginario ma conclusivo esperimento per separare la biologia dalla socializzazione consisterebbe nel prendere un neonato, sottoporlo a un’operazione di cambiamento di sesso e farlo allevare dai genitori e trattare dagli altri come una bambina. Quando si è avuta l’occasione di osservare situazioni del genere – ricordiamo tutti il caso del dr. Money – gli esiti hanno confutato le tesi delle femministe di genere.
  6. Contrariamente a un’idea diffusa, oggi i genitori dei paesi occidentali non trattano i figli e le figlie in modo molto diverso. Eppure la gran parte di loro dice tranquillamente quello che in certio ambienti ancora non si puo’ dire: che maschi e femmine non hanno menti intercambiabili.

Parecchie questioni sociali sono affrontate dalle femministe di genere senza tener conto di queste differenze. prendiamo il caso del wage gap. Molti ritengono che il gap fra i generi nella remunerazione del lavoro e la barriera invisibile che impedisce di salire siano imputabili alla mera discriminazione tra i sessi.

Linda Gottfredson, esperta di letteratura sulle preferenze vocazionali, ha fatto notare che in media le donne sono più interessate a trattare con le persone e gli uomini con le cose. I test vocazionali indicano anche che i ragazzi sono più interessati a occupazioni “realistiche”, “teoriche” e “investigative”, e le ragazze a occupazioni “artistiche” e “sociali”.

Se sono in numero maggiore i lavori ben retribuiti che richiedono doti tipicamente maschili (come la disponibilità a mettersi fisicamente in pericolo o l’interesse per i macchinari), è probabile che, in media, gli uomini ne risultino avvantaggiati. Una conclusione che la femminista di genere non puo’ accettare, da qui la sua richiesta di imporre un 50/50.

Ma chiunque vede quanto sia improbabile, per esempio, che nel mondo universitario proprio i matematici o gli economisti ce l’abbiano con le donne, e proprio gli studiosi di psicolinguistica dell’età evolutiva se la prendano con gli uomini. Che siano più gli uomini che le donne a mostrare eccezionali capacità di ragionamento matematico e manipolazione mentale di oggetti tridimensionali basta a spiegare la distanza dalla proporzione cinquanta e cinquanta nel campo dell’ingegneria, della fisica, della chimica.

C’è anche il fatto che in media l’autostima degli uomini è più connessa allo status, alla retribuzione e alla ricchezza. Non sorprende quindi che gli uomini affermino di lavorare più volentieri. D’altro canto, in media, le madri sono più attaccate ai figli dei padri. Perciò, anche se il lavoro e i figli sono importanti per entrambi i sessi, il peso diverso che essi hanno per l’uno e per l’altro può avere come risultato che siano più spesso le donne che gli uomini a scegliere, in cambio di retribuzioni minori.

Anche nella coppia vige poi la legge dei “vantaggi comparati”: conviene investire tutto laddove c’è un vantaggio, per quanto questo vantaggio sia sottile. Se l’uomo al lavoro guadagna leggermente di più conviene che sia lui a fare tutto l’extra-time. Una differenza minima è dunque destinata ad amplificarsi.

Inoltre, in un recente studio di dati del National Longitudinal Survey of Youth rileva che le donne senza figli tra i ventisette e i trentatré anni guadagnano pochi centesimi meno degli uomini.

Infine, in un mercato spietato, un’azienda tanto stupida da lasciarsi sfuggire donne qualificate o retribuire generosamente uomini non qualificati verrebbe fatta fuori da un concorrente più meritocratico.

Come si esprime Susan Estrich: “aspettare che il rapporto fra genere e cura genitoriale si spezzi è come aspettare Godot”.

Ma chi sono le principali vittime dell’ossessione 50/50? Le donne migliori. Il problema di queste benintenzionate misure del 50/50 è che rischierebbero di insinuare nella gente dei dubbi sui meriti. Chi sta al suo posto per meriti effettivi rischia di essere scambiata per una che sta lì solo per il suo sesso.

Inoltre, sempre Linda Gottfredson osserva che insistere nel far leva sulla parità fra i generi come misura di giustizia sociale significa dover tenere molti uomini e molte donne lontani dai lavori che a loro piacciono.

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