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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Poveri noi

Chi accoglie l’idea che le regole debbano essere uguali per tutti respinge l’idea che un’ istituzione coercitiva come lo stato sia tenuta ad aiutare gli ultimi.

SE la ricchezza è distribuita in modo diseguale non deve interessarci, dobbiamo concentrarci invece su COME è stata distribuita. Una volta che le procedure sono corrette siamo tenuti ad accettare l’esito finale.

La ricchezza si distribuisce tra gli uomini così come si distribuiscono gli amanti, i meriti, le mogli e gli amici: attraverso accordi volontari. E’ assurdo e ingiusto penare ad un’autorità centrale che proceda in modo coercitivo.

Nessuno pensa che la super-modella venticinquenne debba dormire col verginello quarantenne al fine di correggere chissà quali ingiustizie.

Non viviamo nel mondo ideale, il BENE non coincide col GIUSTO, noi possiamo/dobbiamo agire solo sul secondo e rimetterci a Dio sul primo.

Detto questo, nessuno puo’ essere sicuro al 100% di avere in mano la verità, per quanto suoni bene la teoria. A volte si trova di fronte a situazioni talmente imbarazzanti da sentirsi in dovere di abbandonare temporaneamente i propri principi. E’ lo stato di eccezione.

In virtù dello STATO DI ECCEZIONE anche il liberale puo’ indulgere verso misure che prevedano un aiuto di stato ai poveri. Come procedere in questo caso?

In genere ci sono due inefficienze: l’aiuto genera opportunismo nell’aiutato e burocrazia nell’aiutante.

L’opportunismo potrebbe essere combattuto da aiuti temporanei e incerti.

La burocrazia potrebbe essere combattuta limitandosi a garantire un minimo in contanti a tutti.

Purtroppo le due soluzioni si escludono a vicenda.

In generale, i poveri andrebbero aiutati ampliando le opportunità a loro disposizione. Per minimizzare le interferenze sarebbe meglio avvicinare le opportunità ai poveri anziché avvicinare artificialmente i poveri alle opportunità.

Al mondo molti poveri vivono con 5 euro al giorno, da noi sarebbe impossibile. Chiediamoci il perchè! Evidentemente le nostre città offrono loro poche opportunità. Bisogna cambiare questo stato di cose.

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Respingere gli aiuti coercitivi non significa disinteressarsi dei bisognosi, al contrario, la generosità è sempre benvenuta ed apprezzabile.

Se un mio amico bisognoso mi chiede un passaggio all’aeroporto che senso ha obbligarmi con la forza ad aiutarlo? Ma questo vale anche se mi chiedesse dei soldi  per una necessità impellente. Ora, se lo stato non puo’ obbligarmi ad aiutare un amico o un parente, è ancora meno legittimato quando mi obbliga ad aiutare uno sconosciuto. 

Inoltre, è lecito ritenere che esistano esistano vie più efficaci e più giuste per alleviare le pene degli ultimi. Per esempio la crescita economica: in un paese che si arricchisce la povertà diventa un problema secondario.

E poi basta guardare alla storia: come è uscito dalla povertà l’ Occidente? Non certo attraverso i sussidi di disoccupazione. Come è uscita dalla povertà la Cina? non certo attraverso politiche di welfare. Un mix di buone istituzioni e di libertà economica rende i paesi ricchi e combatte al meglio la povertà.

I governi, spesso non sono la soluzione ma il problema. In che senso?

Ostacolano la libera immigrazione, per esempio. L’immigrazione è forse il mezzo più efficace per alleviare la povertà nel mondo. Si calcola che una libera immigrazione potrebbe raddoppiare il PIL mondiale, e i maggiori beneficiati sarebbe proprio chi ora è costretto ai margini.

Impongono regole e licenze particolarmente onerose per i piccoli affari dei poveri, spesso relegati in un mercato nero nel quale è impossibile fiorire.

Assicurano sussidi e prebende ai gruppi dell’establishment con i quali sono ben connessi, ma questi ultimi vedono come fumo negli occhi la fastidiosa concorrenza dei piccoli.

Gli aiuti all’agricoltura sono un classico: oltre ad aumentare i prezzi dei beni primari (la spesa dei poveri è concentrata lì), ostacolano l’importazione dai paesi più poveri infliggendo loro un duro colpo.

I piani regolatori e i limiti all’edificabilità fanno impennare i prezzi delle case relegando i poveri nei ghetti.

Negare i buoni scuola su impulso della lobby sindacale impedisce ai poveri di accedere agli istituti privati costringendoli nelle terribili scuole pubbliche dei quartieri periferici.

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Ma per comprendere le storture basta osservare da vicino la tipica politica di aiuto ai poveri: il salario minimo. Si tratta di una misura che in realtà colpisce chi vorrebbe aiutare a parole. La logica è semplice, basta ingigantirla affinché tutti la comprendano: se dovessi pagare una baby sitter minimo 65 euro all’ora, molto semplicemente non richiederei più i suoi servizi. E così farebbero tutti generando una disoccupazione generalizzata presso le baby sitter, e/o un gran mercato nero.  Man mano che il minimo si abbassa le baby sitter escluse saranno quelle con meno competenza. Da qui si comprende come il salario minimo veda l’esclusione dei lavoratori meno specializzati, ovvero i poveri. La Francia ha un salario minimo e una produttività molto elevati: non c’è da sorprendersi, la prima misura esclude dal mercato i lavoratori meno produttivi! 

I programmi statali di welfare trasferiscono parecchia ricchezza ma di solito non verso gli ultimi, bensì verso quei gruppi sociali con potere di voto. A chi ha fatto la sua elemosina di 80 euro il governo Renzi? A molti, ma è stato particolarmente attento ad escludere gli ultimi (che se per caso li hanno incassati hanno poi dovuto restituirli). C’è chi pensa che questa logica distorta possa essere invertita. L’unica risposta che mi viene in mente è un “buona fortuna!”.

I mantenuti del welfare precipitano spesso nella TRAPPOLA DELLA POVERTA’. Una condizione di dipendenza dalla quale è difficile sottrarsi. Tra di loro depressione e altri disturbi mentali prosperano. Ma uscire dalla “trappola” diventa anche poco conveniente! In casi del genere la cosa migliore è costruirsi un’attività fuori dalla legge – con di rado criminosa – continuando a percepire i sussidi dovuti. Lo si puo’ fare perché l’elemosina a pioggia non distingue tra POVERI MERITEVOLI e POVERI NON MERITEVOLI, una distinzione un po’ fastidiosa ma imprescindibile.

 

 

 

 

 

 

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