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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Usa-Ue

Un recente sondaggio ci dice che gli europei vedono gli USA come la maggiore minaccia alla pace mondiale. Dopo viene Israele, poi la Corea del Nord.

La verità è che gli europei si sentono differenti, pensano in modo differente, hanno una mentalità differente e ci tengono a prendere le distanze dai “cugini” americani.

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Le differenze si riflettono nei miti dei due popoli:

  1. l’americano ha il mito del “working hard”, l’europeo il mito delle vacanze. Parigi – tranne che per i turisti – è una città fantasma d’agosto. Milano idem. A NY non noti differenze con gli altri mesi dell’anno.
  2. L’americano ha il mito del self made man, per l’europeo l’ingrediente principale nelle vicende umane è la fortuna.
  3. L’americano ha il mito della competizione, l’europeo delle regole.
  4. L’europeo vuole sicurezza e stabilità sul posto di lavoro, considera questo un diritto. L’americano sopporta meglio gli alti e bassi, i fallimenti, la disoccupazione, li considera portati naturali della libertà.
  5. L’europeo vede nei tagli del welfare un oltraggio, un diritto violato. L’americano vede nell’aumento delle tasse una forma di schiavitù.
  6. Le diseguaglianze mettono a disagio l’europeo, l’americano le tollera molto meglio.
  7. L’americano ama l’idea di autogovernarsi e associarsi spontaneamente, l’europeo tende a considerare ogni associazione spontanea una specie di setta che minaccia e limita i poteri dello stato centrale.
  8. In politica estera l’americano non disdegna l’uso della forza e della guerra. L’europeo ha il tabù della guerra e se per caso tocca intraprenderne una bisogna cambiare il nome inventandosi qualcosa.
  9. Per l’europeo l’immigrazione è un fenomeno innaturale che fa crescere l’ansia, non sa gestirla: anziché incentivare quella di qualità per compensare quella modesta, litiga sbarchi. Gli USA sono una nazione di immigrati.
  10. L’americano e ottimista e pieno di fiducia, anche per questo fa molti bambini. L’europeo è una razza in via di estinzione.

La mentalità americana deriva soprattutto dall’origine dello stato americano: una guerra d’indipendenza, che fu anche una rivolta fiscale, dettata dal desiderio di autonomia e auto-governo.

Quando un politico europeo corre per uno scranno all’europarlamento la cosa che più paga è ribadire che la UE non sarà mai come gli USA, che il welfare rimarrà intatto, che le regole ci continueranno a proteggere, che la santità sarà sempre gratuita per tutti, eccetera. Al massimo ci si sbilancia su una fantomatica “terza via” non ben identificata.

Oggi l’Europa è in profondo declino, una medicina salutare potrebbe essere la sua “americanizzazione”. Ma come è possibile convertire una mentalità? Sì perché le maggiori performances americane sono innanzitutto il frutto di quella mentalità che consente di accettare certe regole che rendono più competitivi.

L’Europa dovrebbe prendere spunto da chi in passato è uscito da un declino per molti versi simile al suo se non più grave, mi riferisco alla GB. Gli anni 60/70 avevano precipitato la GB in una crisi gravissima da cui riemerse grazie alle riforme della Lady di Ferro. Si trattava di misure in linea con la mentalità sopra descritta, bisogna però riconoscere che per la GB, vista l’origine anglosassone del suo popolo, tutto era più semplice.

Sapere come si è arrivati a questo declino forse ci fa capire meglio alcune cose. L’Europa uscì dalla guerra mondiale a pezzi inaugurando un periodo di prosperità e riducendo la forbice con gli USA. Una marcia durata fino al termine degli anni 70, poi, dai primi anni 80, la convergenza cessa e comincia a riaprirsi un gap. Cosa era successo?

Nei 50/60 c’era da ricostruire, c’era da lavorare copiando e rifacendo quello che esisteva già in precedenza. Una crescita del genere è chiamata dagli esperti catch-up growth, non va confusa con la crescita vera e propria.

Nei tardi sessanta assistiamo a rivolgimenti sociali nelle fabbriche e nelle università, gli europei vogliono lavorare meno con paghe uguali e con più regole per la loro sicurezza e i loro piaceri (vacanze), vogliono la scuola gratuita e assicurata per tutti, una sanità universale e pensioni più generose.

I politici rispondono prontamente, temono forse che certe fette di società vengano attirate dai terrorismi. Finanziano le crescenti spese prima con l’inflazione e poi con il debito. Tasse e statalismo crescono. La spesa pubblica esplode: dal 29% degli anni 60 (è la spesa degli USA oggi) al 50% odierno.

Quando alla fine degli anni 70 non basta più imitare ma bisogna innovare per crescere le rigidità europee fanno di nuovo perdere terreno al continente. Quando si giunge nei pressi della frontiere tecnologica tutto si complica. Non è più possibile crescere mantenendo le “compagnie di bandiera”, un sistema finanziario banco-centrico, relazioni stabili e di lungo termine, patti generazionali, proprietà stabili nelle imprese. La politica industriale funziona quando si deve imitare ma quando si deve innovare il burocrate del ministero non sa che pesci prendere. Tutto questo l’ha scoperto a sue spese anche il Giappone, oggi un caso pressoché disperato di stagnazione prolungata.

Certo che se la mentalità europea è quella che emerge dalle nuove differenze ben si capisce che il politico prometta dei “passaggi morbidi”, che prometta di non distruggere ma di “riconvertire”. Difficile vedere in circolazione una nuova Lady di Ferro.

L’ansia e la paura del cambiamento fanno nascere il politico che rassicura e protegge anziché quello che toglie regole e privatizza dicendo “arricchitevi e arrangiatevi”. Un politico del genere non è concepibile. Non è concepibile perché non c’è la mentalità giusta nel popolo, non perché non c’è lo Stato Federale (che al limite serve per giocare alla super-potenza e fare guerre in giro per il mondo).

C’è chi confida nel progetto UE ma, meglio ricordarlo, in un mondo globalizzato e pacifico le dimensioni degli stati diventano sempre meno rilevanti per la prosperità. Ciononostante, la UE è stata tutto sommato benefica da un punto di vista economico, ha strigliato i politici nazionali nella giusta direzione e le poche e timide riforme sono state fatte “contro la volontà popolare” potendo prenderne le distanze con un deresponsabilizzante “ce lo chiede la UE”. Un trucchetto puerile che è meglio che niente.  Persino la politica monetaria di “stile scandinavo”, forse persino troppo rigorosa, resta comunque preferibile al tradizionale “sbrago” a cui abbiamo sempre assistito nei paesi mediterranei. Purtroppo, nel progetto UE un tradizionale punto di forza del continente viene a costituire un ostacolo insuperabile: parlo della diversità dei popoli. Bruxelles anzichè valorizzarla è ossessionata dall’ “armonizzazione” e dalla costruzione di un super-stato (ci vuole più Europa!), è chiaro che in questo modo vada regolarmente a “sbattere” fino ad affondare. Insomma, finché la UE si limita ad organizzare la competizione funziona anche benino, ma se va oltre e “la butta in politica” cominciano i guai. Il fatto è che una volta consegnato il potere, esiste un’inerzia che impone di “andare oltre”.

Ci sarebbe anche la via scandinava: alto welfare, alte tasse ma iper-liberismo in tutti i settori (che neanche gli USA si sognano). E’ un esperimento in corso che ha garantito una crescita discreta ma che è ancora presto per giudicare. Ad ogni modo l’ Europa sembra rifiutarla in partenza, e indovinate dov’è il rospo che non riesce a digerire?

La sintesi allora è questa: la differenza tra USA e UE è culturale più che istituzionale. Sta nella testa, una testa che capisce e in fondo accetta una “Margareth Thatcher” con tutto il suo portato di “sgradevoli” riforme.

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