Il segreto della felicità: lo stress

La felicità è voglia di vivere: ci si suicida per noia, mica per stress.

Per molti la pensione è la fine.

Sentiamo in giro che è assurdo darsi tanto da fare per inseguire la propria coda. Ma forse noi siamo fatti proprio per quello.

Sentiamo in giro che è uno spreco  spendere e spandere per acquistare beni che non ci soddisfano mai fino in fondo. Ma forse noi siamo fatti per quello.

Sentiamo in giro che non è bene invidiare l’erba del vicino. Ma forse noi siamo fatti per quello.

Certo che se fossimo fatti davvero per quello, allora il capitalismo sarebbe fatto per noi.

Tutti noi vogliamo essere più ricchi, più magri, più famosi, più tutto… ma, ci viene detto, i beni materiali non danno la felicità.

Oppure sì?

Forse noi siamo fatti per correre, per inseguire la nostra coda, per fare shopping, per competere anche in modo infruttuoso.

La nostra critica ai beni materiali assomiglia molto a quella di quel tale che era stato al ristorante: “il cibo era immangiabile, terribile, poco condito… e le porzioni piccolissime”

Di sicuro non è la critica del vostro maestro di Yoga: per lui le porzioni sono enormi e vanno ridotte.

Il suo atteggiamento assomiglia a quello di chi crede nell’Eldorado: vivevamo di nulla ed eravamo felici, poi l’umanità si è corrotta e ora non ci basta più niente: dobbiamo tornare alle origini.

Henry David Thoreau, lui è tornato veramente alle origini andando a vivere in una capanna sul leggendario lago Walden e scrivendo con una precaria matita auto-costruita. La vita di città era per lui una “quieta disperazione”. Thoreau è un padre della patria, un mistico molto ammirato, senonché a Walden la gente ci va per scattare le foto non per imitarlo.

Eppure l’idea del nobile selvaggio – un tale che non avrebbe mai capito Shakespeare – spopola: Rousseau, Tarzan, Balla coi lupi, Margaret Mead, Franz Boas, Montagu, Veblen, Galbraith, Easterlin, Robert Frank: la nostra è una natura perfettamente plastica e noi l’abbiamo corrotta. Per Carlo Petrini noi dobbiamo rallentare, se ci fermiamo è meglio: tassiamo chi lavora troppo in fretta, o anche solo chi lavora: la felicità è di sinistra, i soldi non danno la felicità e quindi toglierne a chi ne ha non reca danno a nessuno (loro non lo sanno ma noi sì).

Nirvana per tutti”, questo lo slogan dell’ideologia “edenista”. Ma non tutti sono fatti per il nirvana, la soluzione di chiudersi in monastero puo’ funzionare per una persona su 100, gli altri 99 si suicidano. Il monaco è un eroe e chi vorrebbe un popolo di eroi ci consegna ad un’utopia letale.

Meditare 1/4 d’ora va bene ma poi… ci rompiamo i coglioni.

Le pause sono pause dalla sostanza, le vacanze sono vacanze da cio’ che conta veramente: il nostro santo stress quotidiano, l’unica cosa che ci salva. La dopamina non pompa quando siamo in meditazione ma quando ci gettiamo nell’impresa scatenando il nostro attivismo. E’ quando intraprendiamo e ci sottoponiamo a rischi che il nostro cervello si illumina come un semaforo impazzito, chiedere al neuroscienziato. La voglia di fare (e non di entrare in pausa) è la nostra natura, e voglia di fare è anche voglia di sapere. Persino la nobiltà dell’altruismo e della cooperazione deriva dalla voglia di competere, più precisamente dalla competizione tra gruppi. E’ il Buddah ad essere artificioso, siamo noi giù al centro commerciale ad essere in armonia con la natura.

Per il guru l’invidia è un cancro che ci corrode la vita facendola appassire. In Buthan, il paese che ha bandito il PIL per misurare direttamente la felicità, la Coca Cola è fuori legge, si vive in divisa e le case sono tutte uguali per non suscitare invidie. Il buddhismo è la religione di stato per evitare concorrenze e sprechi di energia.

Per molti consumismo uguale spreco: voglio una tele più grande della tua, anche se poi non la guarderò. Ma questa non è tutta la storia, in fondo voglio una casa grande non per perdermi ma per invitare amici, lo stesso dicasi per i barbecue giganteschi o le televisioni spaziali.

Il fatto è che per noi la ricerca del successo è essenziale: il successo “convalida” le nostre vite e le rende degne di essere vissute, altresì ci rende degni dell’amore che gli altri hanno per noi, e in tutto questo giocano la loro parte anche il denaro e i beni materiali: si tratta di segnali attraverso cui intessiamo le nostre relazioni sociali. Preferiamo guadagnare un po’ di più del nostro vicino non perché siamo odiosi ed invidiosi ma perché lui è un ottimo termine di paragone per capire se facciamo bene. Se vivessimo in divisa e in case tutte uguali la nostra mente non riceverebbe alcun segnale su come spendiamo le nostre energie e noi abbiamo bisogno di dimostrare agli altri e a noi stessi che stiamo facendo bene.

La felicità è legata al futuro e alla speranza, nonché ad una sensazione di controllo e di identità. Avere una speranza, un progetto, un’idea e tentare di realizzarla contro le avversità, questo è il segreto della felicità. Il capitalismo lo ha capito e fornisce a esseri siffatti l’arena ideale per giocare la loro partita.

E non è necessariamente un gioco a somma zero! Non è che per uno che vince c’è uno che perde. Le “nicchie” ci proteggono da questo pericolo. Possiamo assumere riferimenti diversi e vincere quasi tutti. Un esempio elementare per rendere meglio l’idea: se nel suo lavoro Giovanni è un pragmatico e Giuseppe uno scrupoloso, Giovanni sarà più ricco e Giuseppe più apprezzato. Anche se fanno la stessa cosa, ognuno vincerà nella sua nicchia, ma soprattutto vincerà la collettività che avrà a disposizione servizi diversificati.

Ecco, in una società libera, per ognuno di noi esiste una nicchia, basta cercarla, e noi siamo particolarmente abili nel farlo (sappiamo distogliere l’attenzione dai nostri fallimenti): quando la troveremo saremo felici e arricchiremo anche gli altri.

Per approfondimenti si rinvia al libro di Todd Bucholz, “Rush”.

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