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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Mai dire “laico”

Tu. Tu che non vedi nulla di male nel Crocifisso appeso a scuola o rivendichi il diritto ad indossare la catenina del Battesimo nonché il velo anche quando vai all’ Agenzia delle Entrate, ti avviso che se dici “laico” hai già perso la tua battaglia.

Le parole sono importanti, il credente che considera la “laicità” come un valore è destinato a perire lui e la sua fede sempre più irrilevante.

Inutile tentare un recupero in extremis con distinzioni sofistiche tra laicità e laicismo nella speranza di sceverare il grano dal loglio: ripeto, se dici “laico” hai già perso, punto e basta.

Non farlo, e soprattutto non identificare la laicità con la modernità, in quel caso verresti buono giusto per scrivere il  prossimo editoriale di Micromega.

Hai perso perché le parole hanno una storia, non piovono dal cielo (o dalla filosofia fatta a tavolino). E la parola “laicità” è la bandiera di una crociata per rinchiudere le preghiere nelle camerette e le messe nelle catacombe (su cui pagare l’IMU maggiorata).

Non scrollare la testa, credi forse che l’unica alternativa alla laicità sia il clericalismo?

Sbagliato, le alternative anti-clericali alla laicità esistono eccome: non devi batterti per la “laicità” ma per la “libertà religiosa”. Ripeto, le parole hanno una storia e la storia della “laicité” non è certo quella della “religion freedom”.

In certi paesi (perfettamente laici e potentemente religiosi) non sanno nemmeno cosa sia la laicità. Ci sarà un motivo. Forse perché hanno disinnescato il pericolo dei fanatismi attraverso la libertà religiosa e non attraverso quel fantomatico quanto arrogante neutralismo formalizzato che guarda tutti dall’alto e che chiamiamo laicità.

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Sì, lo so, il puntiglioso dedito allo scavo filologico scopre le radici della parolina incriminata nientemeno che nel lessico religioso ma costui è meglio che si svegli, si dà il caso infatti che l’ illuminismo in salsa francese abbia reinventato il termine, sicché da allora più laicità significa meno religione (almeno quella visibile). E’ in nome della laicità che si sono sequestrate scuole e conventi cattolici, non certo in nome della libertà religiosa. Insomma, pensare la laicità come un valore significa far vincere l’ Illuminismo più deteriore, oltre a rendere persino presentabile e difendibile un’ anti-moderna recriminazione clericale.

Non dimentichiamoci mai che la laicità ha avuto i tra i suoi campioni anche Robespierre, Hitler e Mussolini, qualcosa vorrà dire sulle garanzie che offre contro i fanatismi atei o religiosi.

La “religiom freedom” pensa che le religioni possano convivere e trovare un punto pratico di equilibrio se si confrontano in un’arena ben attrezzata come quella che offre una società libera. La “laicità”, invece, crede nell’esistenza di una religione civile neutrale che tutti devono adorare pubblicamente (in privato facciano come credono); grazie al mito della neutralità i problemi di convivenza sono risolti “razionalmente” dall’ Alto (ovvero dalla “Dea Ragione” del grande Architetto).

Un esempio per spiegarmi. Se capita che i “laiconi” perdano un referendum qualsiasi (e recentemente è capitato con la procreazione assistita), cominciano a tremare, parlano di laicità ferita, di laicità minacciata, di laicità in crisi. Ma come è possibile se anche la religione è in crisi? Non stupisce che anche chi dal fronte opposto accetta la loro impostazione creda con entusiasmo di vedere un “risveglio religioso” laddove, al limite, c’è giusto un rallentamento della secolarizzazione in atto. Evidentemente, il campo in cui si realizza l’espressione religiosa non è interamente occupato dal binomio laicità/clericalismo, se fosse così non sarebbe concepibile una crisi contemporanea di entrambi, la ritirata del primo corrisponderebbe all’avanzata del secondo e viceversa.

Ma c’è un problema. Non si butta via la laicità per sostituirla con la libertà religiosa e ripartire, occorre una cultura.

Una cultura che non veda come impossibile la convivenza senza una sovranità assoluta e centralizzata. E’ chiaro che lo statalismo ti condanna al modello della laicità. La Francia, tanto per dire, non poteva essere altro che laica o clericale: la convivenza come intesa tra pari è per loro inconcepibile.

Occorre un diritto. Un diritto di common law, per esempio. Un diritto che giudichi caso per caso e non secondo un criterio centralizzato imposto dall’alto, un diritto che metta le giurisdizioni in concorrenza. L’Italia, tento per dire, non poteva essere altro che laica o clericale: la convivenza come intesa tra pari da raggiungere ogni giorno è per noi inconcepibile.

Occorre una religione. Una religione civile che scaturisca potentemente dalle religioni delle varie Chiese. Non una religione civile che si sostituisca a quella delle altre Chiese, almeno nella sfera pubblica.

I “laiconi” vedono la debolezza del loro impianto, percepiscono la possibile metamorfosi della laicità in religione fanatica con il mito del “neutralismo”, cosicché cercano di rettificare il concetto con modifiche che lo rendono sempre più ambiguo, sfumato, anodino, vago, ineffabile, in poche parole inservibile. Meglio allora assumerlo con tutti i suoi difetti e contrapporlo al modello alternativo della libertà religiosa.

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