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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Il genitore giardiniere

Don Luigi Giussani è stato un grande educatore ma, mi rendo conto, a volte i suoi testi spaventano il non adepto per il gergalismo esistenzialista che utilizza. Tuttavia, il suo messaggio di fondo è facilmente “traducibile” e, io penso, anche in linea con  il pensiero contemporaneo più rigoroso in materia di educazione.

Si parte da un assunto: i manuali del buon genitore servono a poco perché non si fa i genitori ma si è genitori, e i protocolli ordinati  servono – quando servono – per “fare” non per “essere”.

La parola inglese “parenting” andrebbe bandita poiché rinvia ad un  mestiere. Ma il genitore non fa alcun mestiere, non assolve ad alcuna funzione specifica.

Eppure la superstizione “manualistica” è alquanto radicata, cosicché molti pensano che basti fare la cosa giusta al momento giusto per avere i figli giusti. Sbagliato: in genere la cosa giusta si fa senza saperlo. Poiché un manuale parla solo di cio’ che si conosce è di scarso aiuto.

Puoi giudicare se sei un buon ingegnere constatando se il ponte che hai costruito tiene ma non puoi giudicare se sei un buon genitore dal figlio che hai prodotto. Questo perché un figlio non è un “prodotto” e il genitore non è una funzione.

La manualistica parte invece proprio da questo assunto: così come un lavoratore è buono se ha le competenze, lo stesso dovrebbe valere per il genitore. Non ha senso dare il patentino di genitore.

La scienza sembrerebbe confermare: noi siamo ossessionati dalle tecniche genitoriali e diamo troppa importanza alle piccole cose: devo lasciarlo dormire nel lettone? Quanto devo farlo piangere prima di intervenire? Quanti compiti vanno assegnati? Quando devo puntare la sveglia? Quanto posso lasciarlo davanti alla TV o al PC? Quanta frutta e verdura deve mangiare? Quanto devo insistere per farmi ubbidire? Che importanza dare alle regole di casa? Eccetera. Tranne che in situazioni abnormi non c’è alcuna evidenza chiara che queste cose contino per la buona crescita. Rispondete allora come volete, la polpa sta altrove. 

Per andare alla polpa, allora, niente di meglio che ascoltare la scienza quando ci parla dell’uomo, dei suoi cuccioli e degli altri animali. Cosa ci distingue? Ebbene, i nostri figli sono i piccoli con l’infanzia più lunga perché hanno molto da imparare.

Se l’uomo domina tutti gli ambienti del pianeta è grazie alla sua capacità adattiva e ad un sapere enorme (cultura) che trasmette e affina di generazione in generazione. I nostri figli sono “spugne” fatte per ricevere questo sapere e rielaborarlo in modo personale. La personalizzazione conferisce identità al singolo e varietà al gruppo.

I figli, insomma, sono il nostro portafoglio: tutti diversi tra loro ma soprattutto tutti in grado di fruttificare in modo differente fertilizzati dal medesimo sapere che ricevono. E’ questa diversità che ci ha consentito di conquistare la terra restando praticamente gli stessi ovunque, gli altri animali si adattano giusto ad un ambiente e se li sposti di lì si estinguono all’istante: la loro infanzia è breve, imparano tutti molto poco, tutti la stessa cosa e tutti nella stessa maniera. Quel “molto poco” resta “molto poco” nei secoli dei secoli.

Ma è difficile imparare come comportarsi con un mammuth mentre quello ti sta caricando. Il genitore è allora un “trasmettitore”-“protettore”. Crea un ambiente sicuro e stimolante dove i suoi piccoli s’ “impregnano” standosene al calduccio e incorporando quella fiducia che li spingerà poi a prendere i loro rischi.

Questo “ambiente protettivo e stimolante” si crea instaurando una relazione amorosa con i figli.  Nella relazione amorosa il senso di sicurezza è implicito, non serve soffermarsi.

Ma l’amore è importante anche per la trasmissione: i nostri bambini non sono solo abili nell’apprendere ma anche nel capire da chi apprendere: di solito prediligono colui di cui sono innamorati. Farsi amare è il primo passo, a volte l’unico realmente necessario.

Essere un buon genitore è come essere un buon marito, tu non sei un buon marito se tua moglie ha fatto carriera stando con te, ma semmai se il vostro scambio è stato ricco e soddisfacente al punto da bastarvi. Quando stai con tua moglie non lavori in cerca di un obbiettivo ma molto semplicemente “vivi”: devi poter dire “la vita è adesso”. La vita ha uno scopo ma non un obbiettivo. D’altronde, i manuali per essere un buon marito o un buon amico non sono così numerosi, e ciascuno capisce il perché. Ecco, lo stesso dovrebbe dirsi per i figli: quando sto con loro “la vita è adesso”. Sicurezza e trasmissione – i due ingredienti fondamentali della crescita – si producono vivendo insieme a loro e mostrandosi per quel che si è. Certo, ci sono alcune regole elementari, ma perché scriverci un manuale: quelle che funzionano sono ovvie, le altre sono speculazioni del pedagogo di turno mai saldamente suffragate dalla sperimentazione su vasta scala.

AAAA

La metafora migliore è quella del “giardiniere”. Come il giardiniere il genitore prepara il terreno, prepara un ambiente, prepara uno spazio adatto alla fioritura, qualcosa che sia il più ricco possibile di humus. Chissà quale pianta attecchirà meglio tra tutte? Chissà quale talento di nostro figlio fiorirà? Probabilmente un talento di cui noi nemmeno sospettavamo l’esistenza. Ogni giardiniere sa bene che il fiore più sontuoso cresce spesso inatteso, quando magari noi avremmo puntato su altri boccioli. E’ l’inatteso che dobbiamo programmare.

E’ per accogliere l’inatteso che serve la ricchezza del “terreno”, serve per fare in modo che molte cose siano “possibili”, anche e soprattutto quelle non preventivabili. Ebbene, solo una “relazione” regala la “ricchezza” e quindi la sorpresa.

Se educare non significa “fare” ma “vivere”, il compenso che spetta al buon genitore non sono i voti o le medaglie del figlio ma la gioia di stare con lui.

 

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