Contro il relativismo etico

Degno di nota come la più parte dei filosofi, essendo in fondo del medesimo parere sul bene e sul male, non s’accordassero mai per l’incertezza del significato delle parole da essi usato.

Carlo Dossi – Note Azzurre

E’ un po’ difficile nel XXI secolo proporsi contro il relativismo etico ma spesso le difficoltà derivano da confusione nei termini utilizzati discutendo, una volta chiariti la strada è spianata.

Primo chiarimento: il relativista genuino sostiene che i giudizi etici siano relativi, ovvero che TUTTI i giudizi etici siano relativi, ovvero che NON ESISTANO giudizi etici OGGETTIVI. Di conseguenza, se alcuni giudizi etici sono relativi ed altri oggettivi, il relativismo è confutato.

Secondo chiarimento: il contrario del relativismo è l’oggettivismo e non l’assolutismo (che non esiste).

Terzo chiarimento: c’è chi vede il relativista come un tale che colloca il bene e il male nel cuore dell’uomo e non nelle cose. Se non c’è un uomo a giudicare allora non c’è nemmeno bene o male. Ma questa valutazione è sbagliata, si parla in questi termini dell’anti-realista e non del relativista. Un’ etica anti-realista puo’ essere anche oggettivista.

Quarto chiarimento: l’oggettivista sostiene che esistano dei valori etici oggettivi, ancorché non siano necessariamente  conosciuti o conoscibili con precisione. E’ importante distinguere le due cose, qui ci occupiamo solo della prima.

Quinto chiarimento: sia chiaro che la discussione sul relativismo prescinde dal problema della tolleranza; questo va detto perché alcuni relativisti sono tali in quanto preoccupati che assumere una posizione diversa ci renda intolleranti. Innanzitutto, un argomento non è valido per le conseguenze psicologiche che derivano dal condividerlo o meno. In secondo luogo, se la tolleranza piace tanto, si costruisca un valore in questo senso. Anzi, la tolleranza dell’oggettivista è senz’altro più affidabile di quella del relativista. Locke, il maestro di ogni tolleranza, era un oggettivista, tanto per dire. I comunisti, relativisti in materia etica, hanno dato vita a regimi opprimenti. Anche Hitler relativizzava la morale facendo prevalere la razza e la volontà umana, ma questo non fece di lui una persona più tollerante. 

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Il primo argomento “contro” il relativismo sostiene che un’etica priva di fondamenta come il relativismo conduce necessariamente al nichilismo. Se nulla è vero fino in fondo, l’unica verità resta l’arbitrio.

Si risponde: ci sono linguaggi di “primo ordine” (“uccidere è sbagliato”) e linguaggi di “secondo ordine” (“la mia etica è relativista”) che possono e devono essere tenuti separati poiché si riferiscono a sfere della comunicazione differenti. Non ha senso confondere i piani parlando di contraddizioni del relativismo.

Questa posizione però non è la nostra posizione standard nei linguaggi ordinari, non ha senso per noi dire: “gli unicorni non esistono ma quello è un unicorno” giustificandoci col fatto che la prima è un’affermazione di principio (secondo ordine) e la seconda di fatto (primo ordine). Di conseguenza, la difesa relativista è debole.

Il relativista fa notare il disaccordo generalizzato sui valori: ogni civiltà ha i suoi valori, come è possibile sostenere l’universalità dell’etica! Forse però si esagera: coraggio, onestà e gentilezza sono apprezzati ovunque, per esempio. I disaccordi, poi, ci sono anche nella storia, nelle scienze sociali,  o in cosmologia, cio’ non significa che queste materie siano svuotate da ogni oggetto concreto di discussione. In ambito etico i disaccordi risultano più evidenti solo perché la materia è  interessante e tutti se ne occupano dicendo la loro, spesso a vanvera.

Alcuni relativisti fanno notare che BENE e MALE sono enti e che quindi escluderne l’esistenza rende la teoria etica più semplice, cosicché l’onere di provare il contrario spetta agli oggettivisti.

Francamente, penso che nessuno diventi relativista per questo fatto. Dopodiché è buona cosa privilegiare la semplicità pratica a quella filosofica: è indubbio che l’oggettivismo si coniughi meglio con il senso comune. Faccio poi un parallelo eloquente: e se qualcuno sostenesse che considerare i numeri come delle realtà oggettive complichi la nostra visione del mondo e che quindi la matematica, fino a prova contraria, sia qualcosa di soggettivo? E se qualcuno sostenesse che gli oggetti reali, essendo degli enti, complicano la nostra filosofia e che meglio sarebbe considerarli mere illusioni, almeno fino a prova contraria? E’ davvero più semplice pensare in questo modo o pensare che le evidenze siano tali? Se vedo, sento e tocco qualcosa perché mai dovrei pensare in prima battuta ad una cervellotica illusione? La semplicità non è data solo dal numero di enti che introduco nella mia filosofia ma anche dalla complessità delle relazioni che li connettono.

Il relativista fa spesso appello alla fallacia naturalistica: da un “essere” non puo’ derivare alcun “dover essere”, come sostiene l’oggettivista che riconosce il bene e il male dalle proprietà oggettive di un fenomeno.

Tuttavia, anche qui, la matematica funziona un po’ come l’etica per gli oggettivisti: tu non puoi ottenere una dimostrazione facendo appello unicamente alle definizioni, occorrono altre intuizioni fondamentali a supporto (assiomi) che guidino il ragionamento. E così per l’etica: guardare un fenomeno esercitando le proprie intuizioni fondamentali ci consente di trarre giudizi etici, ovvero di passare dall’ “essere” al “dover essere”.

Esempio: se il comunismo ha causato decine di milioni di morti sono autorizzato a dire che è un sistema di governo moralmente deprecabile, ovvero sono autorizzato a passare dall’”essere” al “dover essere” superando la fallacia naturalista.

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Ad ogni modo, ci sono diverse forme di relativismo, non dovremmo fare di tutta l’erba un fascio ma affrontarli separatamente: alcuni relativisti molto semplicemente credono che rendere universali certi giudizi etici sia scorretto, altri che tali giudizi in realtà siano emozioni mascherate (“sbagliato!”=”accidenti!”) e altri ancora che in realtà i giudizi morali esprimano una preferenza (“è giusto”=”mi piace”). Infine, alcuni relativisti considerano i precetti etici nient’altro che convenzioni sociali.

Sostenere che non esistano giudizi di valore generalizzabili è semplicemente confutato dal fatto che nessuno ci crede fino in fondo. Caino ha sbagliato nell’uccidere Abele per invidia, voglio vedere chi se la sente di sostenere il contrario.  Ma che si possa farlo è proprio cio’ che crede il relativista ingenuo. Ed evito di introdurre certe azioni di personaggini come Hitler, Stalin, Manson eccetera.

Che i giudizi morali siano emozioni a me non sembra. Innanzitutto, perché io non li sento tutti come tali, molti sono giudizi freddi, a volte fatti addirittura in un contesto semi-ludico o astratto (gli esperimenti mentali, per esempio). In secondo luogo, sento che posso chiedermi con naturalezza se siano veri o falsi, cosa che di fronte ad una mera emozione non avrebbe senso. Infine, mi basta guardare alla loro struttura linguistica, sono ordinati come un normale giudizio: soggetto, predicato e complemento. L’ “accidenti!” delle emozioni è qualcosa di disarticolato, pura esclamazione. Osservo poi che alcuni psicologi puntano a levarci il senso di colpa facendoci capire che non abbiamo fatto nulla di sbagliato. Qui il circuito è addirittura il contrario di quello asserito dai relativisti!: capire con la ragione (che viene prima) per non avere più emozioni sgradevoli.

E che dire di chi ritiene che quando dico “giusto”, dico in realtà mi piace”? Che è contraddittorio: a volte ritengo giusti certi comportamenti che non mi piace affatto dover tenere.

E chi parifica il giudizio etico alle convenzioni sociali? Basta un esperimento mentale per far traballare l’obiezione: se domani il governo decidesse che si guida tenendo la sinistra riterrei il provvedimento estremamente scomodo ma non certo sbagliato (dal punto di vista etico è neutro). Se invece il governo decidesse che le donne non possono più andare più a scuola la mia coscienza etica si rivolterebbe, ma per la sostanza non per la scomodità. Evidentemente la seconda misura non tocca solo mere delle convenzioni.

Spero che la combinazione di chiarimenti + argomenti sia ora sufficiente a mostrare la posizione relativista come poco rigorosa e dettata solo da preoccupazioni di ordine psicologico.

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