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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La musica e il problema delle “altre menti”

Supponiamo che un robot simuli perfettamente i sentimenti umani, verrebbe spontaneo chiedersi se li provi veramente. In altre parole: ha esperienze reali?

Nessuno potrà mai dirlo poichè l’esperienza interiore è accessibile solo al soggetto che la prova e a nessun altro, non è qualcosa di comunicabile.

Non potendo osservare si puo’ solo inferire.

Nel caso si voglia stabilire se il super-robot sia un essere pensante ci  sarebbero sia elementi per concludere affermativamente (sembra comportarsi come noi) sia elementi per concludere negativamente ( la sua mente è diversa dalla nostra: per lui, ad esempio, “ricordare” significa andare a ripescare un’informazione archiviata fisicamente in una certa libreria ma nella mente umana non c’è nulla del genere: i nostri ricordi non sono archiviati fisicamente da nessuna parte, emergono non si sa come). Cosa concludere? Boh.

Il mondo è pieno di personaggi che sembrano pensare ma non pensano, il Conte Pëtr “Pierre” Kirillovič Bezuchov di Guerra e Pace, per esempio. Le sue meditazioni sono profondissime ma noi sappiamo che non ha alcuna vita interiore visto che è un personaggio di “carta” che sta in una storia dentro un libro.

D’altro canto, il mondo è anche pieno di personaggi molto modesti rispetto a noi uomini che però, probabilmente, hanno delle esperienze autentiche: i topi, per esempio.

Di fronte al dilemma delle “altre menti” alcuni tagliano la testa al toro scegliendo la via del solipsismo: non potendo sapere mi auto-proclamo l’unica persona dotata di vita interiore.

Altri scelgono la via materialista: non potendo sapere decido che la vita interiore sia una mera illusione e mi levo di mezzo il problema.

Le ritengo entrambe assurde. Molto meglio “inferire”, provarci almeno. Ma come? Con la musica, per esempio.

celebration

Altrove ho definito la musica (e l’arte in generale) come un fenomeno in cui cerchiamo il bello, ovvero un’esperienza di verità e comunione reciproca.

Questo valeva senz’altro nel passato: il membro della tribù che danzava cantando con trasporto per ore testimoniava il suo coinvolgimento e la sua fedeltà autentica al gruppo, in questo senso la musica era parte essenziale di un “giuramento” (verità). Inoltre, il coordinamento tra i danzatori era un chiaro simbolo della coesione tribale (comunione).

Ma almeno dall’800 la fruizione della musica sembra cambiata in radice, la si ascolta in raccoglimento meditando o immaginando da soli, meglio la cameretta della sala da concerto. Tuttavia, resta intatta la sua funzione di produrre il bello grazie al vero e alla comunione. Il ragionamento è questo: la musica evoca delle emozioni che noi identifichiamo come autentiche rapportandole alle nostre, ovvero quelle vissute nella nostra vita. Questa coincidenza ci fa inferire l’ esistenza di un’ “altra mente” con una vita interiore affine alla nostra. Questo conforto nel riconoscere e nell’essere riconosciuti genera un senso di bellezza.

La musica, e l’arte in genere, puo’ essere vista come una tensione verso il problema delle “altre menti”: scopro (o tento di farlo) la natura dell’altro (verità) entrando in comunione con lui attraverso la condivisione delle esperienze più intime.

Una risposta a “La musica e il problema delle “altre menti”

  1. Pingback:Pedinare l’ascoltatore. | fahreunblog

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