Un tentativo di pensare alla riforma costituzionale

Sulla riforma costituzionale per la quale si voterà in dicembre non mi viene in mente niente… Penso di astenermi, sono troppo ignorante e francamente trovo faticoso informarmi su un tema tanto poco stimolante. Non vorrei combinare guai che poi ricadano sul mio prossimo. Spero che in molti seguano il mio esempio al fine da lasciare la parola ai veri esperti.

L’unico sussulto mi viene dal ricordo periferico della “teoria dei comitati” illustrata da James Buchanan e Gordon Tullock in un libro a suo tempo pubblicato da “Il Mulino” con un titolo sintomatico: “Il calcolo del consenso. Fondamenti logici della democrazia costituzionale”. Era un’ introduzione al tema, intendiamoci, giusto l’ A-B-C. Mica una roba che ti consente di votare a ragion veduta in occasione del prossimo referendum.

Comunque, forse vale la pena di spendere due parole. In soldoni, secondo gli studiosi la “soluzione democratica” per talune scelte collettive ha i suoi pro e i suoi contro, senonché i primi prevalgono ma, in costituzione, bisogna poi decidere che tipo di democrazia adottare, e si tratta di una scelta cruciale. In quella sede è necessario rispolverare i “contro” per mettere una toppa laddove sia possibile farlo.

Tuttavia, ci si accorge presto con sconcerto che i difetti del sistema democratico sono in trade-off tra loro: se metti una toppa qua, apri una falla di là, non c’è verso.  Si tratta allora di scegliere con il bilancino secondo la propria sensibilità.

Detto esplicitamente, i costi democratici sono di due tipi: costi decisionali e costi esterni.

I costi decisionali affliggono le democrazie farraginose, quelle per cui per prendere una decisione ci si impiega mesi se non anni. La macchinosità di queste democrazie minaccia la governabilità di un paese.

I costi esterni affliggono le democrazie decisioniste: trovarsi in minoranza sotto tali regimi potrebbe essere un guaio poiché la maggioranza in quattro e quattr’otto puo’ prendersi tutto e dettare l’agenda. Se il capo del governo si alza col piede sbagliato… Questi costi erano già ben chiari agli osservatori delle prime democrazie, penso a Tocqueville e al suo monito sulla “tirannia della maggioranza”.

Ora, è chiaro che quanto più salgono i costi decisionali, tanto più scendono quelle esterni e viceversa. E’ questo che s’intende per trade-off. Nel caso concreto ognuno scelga il punto d’equilibrio più consono ai suoi valori.

L’Italia post bellica, per esempio, scelse di minimizzare i costi esterni. Usciva da una dittatura e certe paure erano comprensibili.

Ma veniamo al secondo punto. Se questi sono i due veleni che intossicano le democrazie, esistono pur sempre anche due controveleni. Qualora si scelga di ingerirne uno è buona pratica assumere anche il relativo antidoto.

Mi spiego meglio: chi sceglie di tollerare costi decisionali elevati dovrebbe fare in modo che sia più facile decidere per gli operatori del sistema, ovvero i governati.

Chi invece sceglie di tollerare i costi esterni dovrebbe fare in modo che sia più facile “comprarsi la libertà” dal potenziale tiranno.

Detta così, mi rendo conto, la questione resta oscura, forse è meglio rendere l’idea facendo dei casi storici concreti.

Il primo antidoto trova una buona illustrazione nella storia italiana. Ricordiamoci sempre che i nostri padri costituenti scelsero una soluzione ad alti costi decisionali. Ebbene, negli anni 50/60/70 la regolamentazione nei vari settori sociali era rarefatta o inesistente cosicché le lentezze della politica erano compensate da un grande fermento degli operatori economici liberi di agire. Col tempo (anni 80/90/00/10) le pastoie e la regolamentazione prodotta dalla politica andò stratificandosi cosicché alla lentezza governativa corrispose un blocco anche nelle forze sociali. Ogni schock esogeno diventò difficile da gestire: c’era il veleno ma non c’era più il controveleno.

Il secondo antidoto è ben illustrato dalle democrazie anglosassoni. Sono sistemi che potenzialmente producono corposi costi esterni ma tollerano un imponente sistema lobbistico. La lobby è un modo per “comprare voti”, ovvero per pesarli anziché contarli. Forse giova chiarire il problema di fondo per comprendere meglio la soluzione adottata: su certe questioni il voto di chi è interessato (e informato) equivale al voto di chi è disinteressato (e disinformato), il che crea  distorsioni non trascurabili specie laddove chi viene eletto ha poi forti poteri d’intervento. Un modo per porvi rimedio è quello di consentire al primo gruppo (gli interessati) di agire per altra via. Insomma, il sistema di lobby è l’antidoto storico ai costi esterni; James Buchanan e Gordon Tullock propongono il metodo più esplicito della negoziabilità del voto elettorale, probabilmente lo fanno per chiarire la questione teorica sacrificando il realismo della proposta. L’importante è rendersi conto che se non è zuppa è pan bagnato.

E veniamo ora al dibattito sulla riforma costituzionale che voteremo (voterete) a dicembre, nessuno dubita che sposti l’asse del classico trade-off: più costi esterni, meno costi decisionali. Basta aver assistito al dibattito Renzi/Zagrebelsky per averne contezza. Ora mi chiedo: il veleno da ingerire è chiaro, ci viene servito per caso anche qualche antidoto? Boh.

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