Un’ etica per il riscaldamento globale

PREMESSA: VIZI E VIRTU’

Quando si parla di etica, introducono una distinzione per me cruciale: quella tra deontologia e virtù.

Esempio: personalmente trovo che sia una mancanza grave saltare la Santa Messa sella Domenica. Eppure, ammetto che chi si astiene non procura alcun DANNO materiale al suo prossimo.

Allo stesso modo l’animalista integerrimo trova che sia eticamente disdicevole mangiare il proprio cane una volta deceduto. Eppure, chi lo fa non danneggia nessuno.

Allo stesso modo il fiero patriota trova colpevole chi pulisce il cesso con la bandiera nazionale.

Sia io che l’animalista che il fiero patriota riteniamo che ci siano comportamenti sbagliati a prescindere dal danno arrecato al prossimo.

Perché? Siamo forse dei tipi tanto strani?

Tutti e tre consideriamo che l’ etica abbia a che fare anche con la “purezza“. Siamo tutti e tre, chi più e chi meno, un po’ puritani.

Non aggredire il prossimo per noi è il minimo, ma chi punta alla perfezione e alla purezza è tenuto ad andare oltre, l’ uomo virtuoso non coincide con colui che si limita al rispetto pedissequo della regoletta deontologica.

Sia io che l’animalista che il fiero patriota condividiamo quindi una dimensione puritana dell’ etica.

Ma lo psicologo Johnatan Haidt va oltre: con i suoi esperimenti ci tiene a sottolineare che la dimensione puritana appartiene un po’ a tutti.  Magari nel tempo varia: ieri era più concentrata sul sesso oggi sull’alimentazione, però prima o poi salta fuori in tutti. Diciamo che è una caratteristica umana.

Sembra proprio che io, l’animalista e il fiero patriota non siamo affatto dei “tipi strani“.

Ebbene, in questo post vorrei mettere da parte proprio la dimensione puritana della faccenda, meglio occuparsi di cio’ che tutti condividiamo come rilevante, ovvero la dimensione della violenza e dell’ intromissione indebita negli affari dei nostri simili.

Se chiedo a qualcuno di rispettare l’ ambiente per preservarne l’ aspetto incontaminato  e al contempo per potersi elevare come abitante di questo pianeta, ho paura di non ricevere molto ascolto. Tuttavia, se faccio notare all’interlocutore come l’ inquinamento da noi prodotto procuri anche gravi danni al nostro “vicino”, la sensibilità alle mie osservazioni si farà subito più acuta.

RAZIONALISMO MINIMALE

Supponiamo che la tesi degli ambientalisti sia corretta, e che effettivamente le immissioni umane nell’atmosfera generino un riscaldamento del pianeta: come distribuire le responsabilità?

Partiamo da due assunti minimi comunemente accettati. Primo: la responsabilità è personale; se il padre delinque non ci si può rivalere sul figlio, sul fratello o su chi appartiene alla sua tribù.

Secondo: il danno procurato deve essere di un qualche rilievo. Una persona dall’aspetto sgradevole puo’ disturbarmi con la sua sola presenza ma nessuno parlerebbe di un diritto al risarcimento.

Ebbene, se accettano i due assunti e consideriamo la natura di un fenomeno come quello del riscaldamento globale, la risposta alla domanda iniziale è più chiara: non esiste alcun responsabile.

Dal punto di vista etico l’ effetto serra è un fenomeno naturale a prescindere dalla sua origine umana. Sostenere il contrario sarebbe come gridare “piove, governo ladro”.

Quando inquino non  danneggio di fatto nessuno, il mio contributo all’effetto serra è irrilevante; così come nessuno trae concreti vantaggi dal fatto che io smetta di inquinare.

Certo, la “Cina” ha delle responsabilità ma la “Cina” è solo un’astrazione che ci serve per classificare gli uomini, non un soggetto etico reale a cui possiamo attribuire delle responsabilità.

Per ovviare a queste conclusioni il filosofo Kant ha proposto il suo famoso test: se faccio qualcosa che risulterebbe dannosa qualora tutti mi imitassero, allora divento moralmente colpevole.

Ma la regola di Kant non funziona bene: su 100 cose che faccio al giorno, 99 – per lo più innocue – non passano il test; non potrei per esempio salire sul treno poichè “se lo facessero tutti” sarebbe un disastro.

Tuttavia, a prescindere dall’approccio razionale, è lo stesso concetto di “danno” a creare problemi se riferito al riscaldamento globale. Il resto del post è dedicato a sbrogliare questa matassa.

C’E’ DANNO E DANNO

Fissarsi sul concetto di danno arrecato al prossimo, ecco il rovello dell’ uomo moderno: in molti casi la sua etica si ferma lì.

Lo psicologo Piaget riteneva che una mente evoluta tendesse a ricondurre il fattore etico alla ferita inflitta al nostro simile mentre il filosofo John Stuart Mill, un padre della modernità, dichiarava che noi siamo liberi finché non danneggiamo il prossimo.

Mentre la prima affermazione è stata successivamente revocata in dubbio, quest’ultima appare piuttosto vuota di senso – il filosofo John Stuart Mill sembra un po’ sopravvalutato – sia perché falsa (la dimensione puritana continua a vivere un po’ in tutti nonostante i proclami) sia perché, anche se fosse vera, non fa che traslare i problemi anziché risolverli.

Quando rileva il danno che infliggiamo all’ altro? Quando può dirsi realmente tale? Quando siamo responsabili del danno procurato? Mill tace, e non certo perché la risposta sia scontata.

Illustrerò cinque casi di “danneggiamento” sottoponendoli al senso comune comune. Forse, alla luce delle soluzioni date, si potrà ricavare una regola generale applicabile al caso che ci interessa, quello del riscaldamento globale.

IL LADRO

Giovanni ruba il tablet di Giuseppe.

Cosa ci dice il senso comune? Facile: Giovanni è colpevole e per la sua mancanza merita una sanzione.

Violare platealmente una proprietà reca danno al legittimo proprietario e questo danno va in qualche modo risarcito dal colpevole.

A questo punto dovrei chiedermi il perché, dovrei fornire delle giustificazioni ma per ora prendo questo precetto come ovvio, almeno finché i fatti si presentano preclari come nell’ esempio formulato.

Ciò non significa che manchino le eccezioni alla regola: se, per esempio, Giovanni ruba solo temporaneamente il tablet a Giuseppe per inviare una mail salva-vita che non puo’ essere posposta per nessun motivo, allora per noi sarà doveroso scagionare il ” ladro” pro tempore poiché ricorre un caso di “estrema necessità”.

L’ORATORE

Giovanni arringa la folla in piazza con discorsi militanti che Giuseppe, un passante, trova stomachevoli.

Senso comune: Giovanni è innocente.

Anche qui il danno esiste ed è ovvio: Giuseppe è fortemente disturbato dalle invettive di Giovanni, la sua giornata è rovinata. Non si puo’ nemmeno dire che manchi l’ intenzionalità: Giuseppe, se non l’ ho detto prima lo dico adesso, sa che certamente tra la folla ci saranno anche persone irritate dal suo passionale intervento.

Tuttavia, almeno alle nostre latitudini, esiste quella che chiamiamo “libertà di espressione” e si ritiene che Giovanni non sia responsabile di nulla nel momento in cui esprime con franchezza le sue idee.

E qui già si presenta un dubbio: perché nel primo caso il danno arrecato rende colpevole chi lo infligge mentre nel secondo caso no?

Innanzitutto, nel secondo caso il danno è soggettivo (psicologico).

I danni psicologici, diversamente da quelli oggettivi, sono difficilmente quantificabili. Ogni tentativo rischia di essere arbitrario e per molti opportunisti sarebbe facile fingersi lesi per ottenere un risarcimento. Le parole di Giovanni lusingano alcuni e irritano altri, poiché non esiste un bilancino per pesare costi e benefici si presume un pareggio e si consente all’oratore di tenere il suo comizio.

Ma l’ aspetto decisivo è un altro: nel primo caso Giovanni e Giuseppe avrebbero potuto contrattare la compravendita del tablet, qui no: Giuseppe è un passante casuale sulla pubblica piazza e Giovanni, per quanto sia prevedibile che passanti come Giuseppe s’ imbattano nei suoi discorsi estremisti, non avrebbe mai potuto a priori contrattare con loro, e questo proprio perché sono passanti casuali, ovvero  indeterminati a priori.

La possibilità di contrattare è importante poiché consente di quantificare in modo attendibile i valori soggettivi abbattendo l’ arbitrio e l’ opportunismo che denunciavamo prima. Gli economisti chiamano questo toccasana “preferenza rivelata“, qualcosa che vedremo meglio al punto successivo.

Per capire come la possibilità di contrattare sia decisiva, facciamo il caso di un eretico che dia scandalo “esibendosi” di punto in bianco in Chiesa senza aver interpellato nessuno. La Chiesa non è il bar, costui è colpevole poiché prende di mira persone ben circoscritte col chiaro scopo di scandalizzarle e offenderle. Isolare la “preda” è un gioco da ragazzi, circoscrivere l’ auditorio più adatto per ottenere l’ effetto voluto è facile visto chi si raduna in Chiesa per abitudine consolidata. Ma alla stessa maniera, se solo uno l’ avesse voluto, sarebbe stato facile anche contrattare a priori con loro, se l’ eretico non l’ ha fatto è perché sapeva di andare incontro ad un rifiuto. Tuttavia, l’ esistenza della possibilità di contrattazione rende colpevole l’ esibizionista, lo trasforma da oratore a provocatore.

MONICA

Giovanni ubriaca Monica e poi la stupra quando lei è incosciente senza nessuna conseguenza fisica di rilievo per la vittima. Per dire come prosegue la storia faccio due ipotesi alternative, nella prima Monica resta ignara di tutto, nella seconda viene a posteriori e accidentalmente a sapere dell’ accaduto.

Senso comune: Giovanni è colpevole in entrambe le ipotesi.

Anche se un filosofo utilitarista non vedrebbe nulla di male in tutto cio’ ( poiché, almeno nella prima ipotesi, non esiste né un danno fisico né un danno psichico) il senso comune ci impone di condannare in entrambi i casi.

Perché?

Qui non esiste danno, o comunque, nel secondo caso, esiste solo un danno psicologico.

Perché mai dovrei condannare in assenza di un danno?

Perché mai dovrei condannare in presenza di un mero danno psicologico visto che nel caso precedente, quello dell’ oratore, dove il danno era parimenti psicologico, assolvevo? Cosa fa la differenza?

Essenzialmente la possibilità di contrattare a priori.

Monica non è nelle condizioni di Giuseppe, Monica non è un passante qualsiasi non identificabile a priori, Monica è lì davanti a me prima che tutto accada e con lei si puo’ parlare chiaramente prima di agire. Se Giovanni non lo fa è lecito presupporre che si attenda un rifiuto, ovvero un mancato scambio, il che rende plausibile l’ ipotesi che il danno ricevuto da Monica sia maggiore del godimento di Giovanni.

La prima ipotesi, quella dell’ assenza di danno, è molto particolare e per ora la trascurerei ma la seconda per noi è preziosa poiché ci offre un criterio per capire se e quando l’ atto con cui infliggiamo un danno psicologico sia condannabile: questo criterio è la “contrattabilità a priori”.

Naturalmente, anche qui le eccezioni fioccano. Facciamo il caso che degli squatter occupino il mio cottage di montagna liberandolo il mattino successivo senza arrecare danni materiali. Io ricevo solo un danno psicologico (so che degli estranei sono entrati in casa mia). La situazione è formalmente simile a quella di Monica e dovrebbe scattare la condanna. Ebbene,  qualora l’ occupazione sia giustificata da cause di forza maggiore – per esempio: si erano persi nel bosco e la bufera che imperversava li aveva colti alla sprovvista –  gli occupanti sarebbero giustificati.

IL MIOPE

Giovanni guida la sua auto. Poiché è miope e più spericolato della media impone un rischio agli altri automobilisti, specie dopo il tramonto.

Senso comune: Giovanni è innocente.

Il danno procurato da Giovanni è ovvio (rischio) ma, per quanto detto prima, una sua responsabilità è da scartare visto che si tratta di un danno soggettivo non “contrattabile” a priori.

In mancanza della “contrattabilità a priori” si è responsabili solo per i danni oggettivi. Ma il danno, in questo caso, diventa oggettivo solo quando si verifica l’ incidente.

Le eccezioni alla regola sono costituite da quei casi che impediscono il rilascio o il rinnovo della patente. E’ chiaro che un ipovedente o un ubriaco non possano guidare poiché esiste un’ incontestabile evidenza della loro pericolosità.

E nel dir questo abbiamo isolato un criterio che rende tollerabile l’ eccezione alla regola: l’ incontestabile evidenza.

LA FACCIATA

Giovanni guida la sua auto su una via ad alto scorrimento, proprio laddove Giuseppe abita.

Povero Giuseppe, a causa dell’ intenso traffico ogni anno deve ripulire la facciata della sua casa dalle polveri inquinanti che si sono nel frattempo depositate.

Senso comune: Giovanni è colpevole.

Qui il danno esiste ed è oggettivo: chi transita per quella via dovrebbe pagare un pedaggio da girare a Giuseppe – e a chi si trova nelle sue condizioni – affinché possa essere risarcito dei costi che è costretto a sopportare.

Eccezione: qualora la tecnologia atta a rilevare i pedaggi sia eccessivamente onerosa si potrebbe soprassedere con tanti saluti per Giuseppe.

LA REGOLA FINALE

Dai cinque casi trattati emerge la seguente regola generale: se è possibile una contrattazione a priori, chi danneggia a posteriori è sempre responsabile, anche quando il danno procurato è indeterminato (o soggettivo). In caso contrario, chi danneggia è responsabile solo per i danni oggettivi.

In altri termini: non si è mai responsabili per i danni soggettivi non contrattabili a priori (vedi il caso dell’ ORATORE).

In presenza di evidenze incontestabili la regola è però soggetta ad eccezioni.

Ora possediamo la “cassetta degli attrezzi” per affrontare il caso principale, quello del global warming.

I PRONIPOTI

Giovanni guidando la sua auto emette dei gas serra, tra 70 anni i pronipoti di Giuseppe potrebbero essere danneggiati da questo evento.

Il senso comune non mi dà una risposta chiara circa la colpevolezza di Giovanni, mi tocca ragionare sulla base della regola individuata in precedenza.

Prima domanda: di che natura è il danno prodotto?

Risposta: essendo un rischio, è di natura soggettiva.

Seconda domanda: danneggiato e danneggiante possono contrattare?

Trattandosi di pronipoti che ora non esistono la risposta è no.

Tuttavia, per amor di discussione ammettiamo pure che esistano dei loro “rappresentanti” qui ed ora. Rimane piuttosto problematico identificarli poiché il “pronipote”, oltre a non esistere, è “disperso”. Un po’ come il passante Giuseppe. Nel malstrom dell’ umanità a venire i  “danneggiati” si mescolano agli “avvantaggiati” in modo indeterminato e anche se volessimo eleggere un rappresentante dei “danneggiati” con cui contrattare avremmo qualche problema, per usare un eufemismo.

Ci sono poi ulteriori complicazioni: forse i candidati più credibili al ruolo di vittima sono i paesi poveri africani, ma quei paesi sono anche quelli che traggono il maggior beneficio dal consumo marginale dei carburanti fossili. A questo punto dovremmo esentarli, dovremmo cioè formulare una regola etica di portata non universale. Se c’ è qualcosa che ripugna al senso comune quando si fissano i doveri è proprio il ricorso al doppio standard.

A questo punto sappiamo che applicando la “regola del danno” come emerge dai cinque casi analizzati, il danno da effetto serra non merita risarcimento.

Ultima domanda: il caso del riscaldamento globale puo’ costituire un’ eccezione alla regola?

Per affermarlo occorre avere un’ “evidenza incontestabile“. Non si tratta di un’ evidenza dei danni, i danni vanno considerati insieme ai benefici. Perché ci sono anche i benefici: sia quelli che derivano da un riscaldamento del pianeta che quelli che derivano dall’ arricchimento di chi usa l’ energia senza vincoli. E’ l’ analisi costi/benefici che ci deve fornire “evidenze incontestabili“.

Esiste qualcosa del genere?

Io direi di no.

Si potrà sostenere che esistono “modelli molto sofisticati“, che alcuni sono migliori di altri, che alcuni, per esempio quelli elaborati dall’ IPCC, siano i migliori in nostro possesso, che alla elaborazione di questi modelli presiede un personale altamente qualificato, tutto cio’ è legittimo, tuttavia sarebbe temerario affermare che questi modelli siano accurati.

Del resto, le previsioni formulate grazie a quei modelli si sono rilevate finora sbagliate, e fin qui nulla di male. È piuttosto il fatto che si sbagli sempre nello stesso senso  a destare qualche comprensibile sospetto.

Come minimo si deve ritenere che non abbiamo ancora ben capito bene come la CO2 interagisca con gli altri fattori ambientali nel determinare il riscaldamento del pianeta e nemmeno come i mutamenti ipotizzati possano tradursi in termini di costi e benefici concreti.

Sì perchè, se le scienze fisiche hanno i loro problemi a stimare le conseguenze secolari, non parliamo delle scienze sociali: i metodi sperimentali considerati minimamente affidabili non sono a disposizione per questioni del genere.

Non arrivo a dire che si tratta di “fiabe scritte col computer” ma che si tratti di stime necessariamente (molto) aleatorie, questo mi sembra ragionevole.

[… tanto per dirne una: in questi modelli di solito si pesa l’ ipotesi di “catastrofi” in senso negativo ma non si tiene in alcun conto della possibile “catastrofe” in senso positivo. Faccio un esempio? L’ avvento prossimo venturo dell’ Intelligenza Artificiale  potrebbe costituire una rivoluzione alla stregua di quella agricola o industriale. Mancarla o ritardarla per una lacuna nei modelli sarebbe estremamente costoso, oserei dire “catastrofico”…]

Purtroppo, fare queste considerazioni ci guadagna l’ etichetta di “negazionisti“.

Uno non nega che le temperature si stiano alzando.

Uno non nega che la CO2 riscaldi l’ atmosfera.

Uno non nega che anche la CO2 emessa dall’ uomo abbia un ruolo in questo fenomeno.

Uno, pur non negando le affermazioni più ragionevoli dell’ attivismo verde, si becca del “negazionista”.

Si tratta del solito artificio retorico del Castello e della Torre: il castellano vive e vuole vivere comodamente nel confortevole Castello ma nel momento in cui è attaccato si rifugia nella Torre, per poi tornare a fare i suoi comodi tra gli arazzi: il militante parte da affermazioni difficilmente contestabili (Torre) per poi farne alcune molto dubbie (Castello), quelle che in realtà gli interessano di più per la loro portata ideologica. Nel momento in cui è sfidato su queste ultime (Castello) si rintana sulle prime (Torre) per poter dire: il mio pensiero è fondato su verità incontestabili, chi lo sfida è uno stupido e un superficiale (ovverosia un “negazionista”).

Far rilevare che i modelli previsionali non sono e non possono essere molto accurati (Castello) per il militante significa negare le verità fondamentali del suo paradigma (Torre). Dopodiché, l’ etichetta di “negazionista” ti resta attaccata e incide nel dibattito pubblico.

Chiudo la digressione per enunciare il verdetto che esce dall’ analisi: Giovanni non ha alcuna responsabilità etica nel momento in cui emette i suoi gas serra.

CONCLUSIONI GENERALI

Ho cercato di stabilire se esista una regola etica generale che condanni l’ emissione dei gas serra, sembrerebbe che applicando il buon senso a situazioni analoghe non sia possibile ricavarla, oltretutto non sembra nemmeno che il caso specifico possa elevarsi ad eccezione.

Tuttavia, in premessa, ho anche detto che la mia analisi avrebbe trascurato la dimensione “virtuosistica” dell’ etica umana.

Puo’ darsi infatti che il dovere di limitare l’ emissione di gas serra non costituisca il contenuto di alcuna “regola” deontologica ma emerga dall’ esercizio di una virtù.

I cattolici definiscono questi doveri come supererogatori: sono dei doveri che assumiamo per perfezionare la nostra persona. Nessuno è tenuto ad essere un Santo, non c’ è una regola che ce lo imponga, tuttavia è ammirevole chi riesce a diventarlo.

Ebbene, penso che i precetti ecologisti siano proprio di questo tipo: non si traducono in regole, non richiedono  un’ autorità specifica che li faccia rispettare, sono qualcosa che riguarda la nostra interiorità e il nostro perfezionamento spirituale.

In quest’ ottica ha senso praticare le “virtù verdi” nonché sensibilizzare in merito chi sta intorno a noi. Lo dico a denti stretti visto che d’ istinto le prediche ecologiste mi hanno sempre ammorbato.

SUBOTTIMO

Il mondo in cui vivo non sembra giungere alle conclusioni di cui sopra, l’ autorità coercitiva per eccellenza – lo stato – sembra freneticamente all’ opera per “risolvere il problema”. Non prende minimamente in considerazione che la cosa possa essere estranea alle sue competenze.

Se le cose stanno in questi termini, inutile predicare nel deserto, meglio ripiegare e difendere una soluzione sub-ottima: per esempio una carbon tax da girare alle vittime. Meglio ancora se compensata con una diminuzione delle tasse su profitti e lavoro. Sebbene la misura non sia eticamente difendibile, per lo meno minimizza i danni poiché tratta correttamente il problema delle esternalità: è infatti più razionale imporre alla popolazione una carbon tax piuttosto che una miriade di regole che vanno dal riciclaggio dei rifiuti all’ edificabilità dei terreni.

INCORAGGIAMENTO AI PERPLESSI

La tesi esposta in questo post lascia freddi i più: sarà anche rigorosa ma ci abbandona in balia della sorte, come possiamo affidarci alle virtù personali senza ricorrere ad un intervento dall’alto? Ecco, nei cinque punti che seguono cercherò di confortare i perplessi.

1) Se davvero le catastrofi paventate incombessero in modo credibile, un’ etica del senso comune non potrebbe trascurarle, proprio perché flessibile e tollera le eccezioni. Ricordiamoci allora che  le previsioni più fosche sono fondate su una modellistica avventata.

2) L’ effetto delle “prediche verdi” non dovrebbe essere poi così inesistente. Perché tanto scetticismo? Quando ci fa comodo attribuiamo tutto ciò che succede alla cultura, quando poi dobbiamo puntare sulla cultura, ecco che ogni fiducia su questo fattore viene meno.

3) L’ utilizzo libero delle fonti energetiche favorisce la crescita economica, e noi sappiamo che la sensibilità ambientale cresce al crescere della ricchezza (effetto di Kuznet), in alcuni casi, nelle società ricche e secolarizzate, l’ ambiente diventa una vera e propria religione sostitutiva.

4) Ma c’ è dell’ altro. Concentratevi sul caso della FACCIATA, lì concludevo per la colpevolezza di Giovanni.  L’ inquinamento prodotto ai danni della casa e dei polmoni di Giuseppe lo costringe al risarcimento. Faccio solo notare che intervenire  nel senso indicato ha una conseguenza pratica evidente anche per il caso del riscaldamento globale: chi paga per risarcire Giuseppe inquinerà meno riducendo al contempo anche il suo contributo all’ effetto serra.

5)  Le motivazioni possono essere interiori o esteriori. Se pago mia figlia per lavare le stoviglie potrei darmi la zappa sui piedi perché mi appello a motivazioni esteriori (guadagno) anziché a quelle interiori, che in questi casi, di solito, sono più accentuate. Magari mia figlia ha voglia di sentirsi parte della famiglia e contribuendo volontariamente alle faccende di casa realizzerebbe un suo desiderio di compartecipazione, ecco allora che io ostacolo il suo progetto mettendo un prezzo alla sua opera. La motivazione interiore ha a che fare con la formazione della personalità: chi sono io? Chi ho voglia di essere? Nella mia lotta per l’ identificazione costruisco le mie motivazioni interiori. Il contributo volontario alle faccende di casa diventa importante qualora intenda identificarmi con la mia famiglia, mentre invece dare un prezzo alla mia opera ostacola il mio desiderio profondo espellendomi di fatto dal nucleo familiare. Le motivazioni interiori e quelle esteriori, quindi, sono spesso autoescludenti, come per esempio nel caso dei figli pagati per fare i lavori di casa. Di questa legge va tenuto conto anche quando parliamo di coscienza ambientale: se riciclo i miei rifiuti edifico la mia coscienza ambientale ma nel momento in cui mi sanzionano qualora non lo facessi, ecco che tutto il mio lavoro per formare una coscienza verde viene vanificato.

BIBLIOGRAFIA

Premessa: John Stuart Mill, Saggio sulla libertà.

Il ladro: Jerry Gaus, The order of public reason.

L’ oratore: David Friedman, L’ ordine del diritto cap. 15.

Monica: Steven Landsburg, Censorship and Steubenville.

Il miope: David Friedman, L’ ordine del diritto cap.14.

La facciata: Murray Rothbard, L’ etica della libertà.

I pronipoti: George Reisman, ambientalismo di mercato.

Il subottimo: Greg Mankiw, The Pigou club manifesto

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