A scopo di lucro

La parola stessa “lucro” suscita diffidenza. Evoca forse avidità e grettezza.

L’espressione “non a scopo di lucro” invece ci rassicura. Sentiamo le trombe dell’ “arrivano i nostri”, che noi interpretiamo come “arrivano i buoni”.

Non sono solo sensazioni: sono leggi e decreti. Alle associazioni “senza scopo di lucro” vengono concessi privilegi sensibili per il solo fatto di dirsi ed essere tali.

Il guadagno è lo sterco del diavolo.

Non conta chi fa meglio, conta la motivazione per cui si agisce.

Se un’organizzazione profit fa meglio di una no-profit verrà “punita” a prescindere.

Esempio: se con lo stesso budget una profit salva 100 vite e una no profit ne salva 90, la seconda viene premiata più della prima.

Vi sembra normale? No. Eppure viviamo in questo mondo. Non conta chi fa bene, conta chi usa le parole giuste, quelle che meno ci inquietano.

A chi interessa se chi salva 100 vite poi  distribuisce un utile tra i soci? E a chi interessa se chi salva 90 vite poi non distribuisce nulla?

A una persona normale che vuole salvare più vite possibile dovrebbero interessare le vite salvate a parità di risorse disponibili, non altro. Questo per premiare chi fa meglio e punire chi fa peggio.

E invece la nostra legge premia e punisce solo guardando all’irrilevante.

L’economista Arnold Kling cerca di difendere il profit conto il no profit. Vediamo i punti che mette in evidenza.

***

Il profit è più sostenibile: si mantiene da sé.

Il profit è più trasparente: sappiamo dove reperisce le risorse, deve rendere conto ai soci innanzitutto.

Risultati. La povertà nel mondo è diminuita molto nell’ ultimo quarto di secolo ma le ONG non hanno giocato un ruolo rilevante in questo miglioramento epocale. Tutto o quasi lo dobbiamo al settore profit.

Il no profit è essenzialmente al servizio dei donatori: sono loro a decidere a chi dare, cosa dare, quanto dare. Il mondo profit non puo’ permettersi simili arbitri, deve verificare le preferenze dei potenziali destinatari (sovranità del consumatore).

Ma perché tanti privilegi al no profit? Ipotesi: per segnalare la propria generosità. Dire “non faccio e non prendo utili” suona bene, ci rende degni di ammirazione.

Come cambiare le cose? Proposta: si diano soldi (o i buoni) ai bisognosi e si lasci concorrere i vari soggetti per servirli al meglio. In breve tempo il no profit sarà fuori gioco causa inefficienza.

Un problema tipico del no-profit: il legame patologico con la burocrazia per ottenere accreditamenti e rimborsi adeguati. In questo senso i voucher al pubblico garantiscono una salutare distanza tra  politica e no profit.

Detto questo, la logica del dono (e quindi del no profit) puo’ anche essere difesa, ecco tre punti chiave: 1) fa bene a chi lo riceve (che incassa) 2) fa bene a chi dà (che si realizza) 3) fa bene alla fiducia del gruppo (che sa su chi contare in caso di bisogno). Per sfruttare al meglio 2 e 3 favorire soprattutto il dono di prossimità.

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