Memento sul falso problema della diseguaglianza

Concetti da tener presente quando si comincia una discussione su questo tema eterno.

  1. Una foto emblematica dello stato delle diseguaglianze scattata da Branko Milanovic, visiting presidential professor alla City University New York, autore di “The Haves and the Have-Nots”: l’ 80 per cento della diseguaglianza si produce a livello globale ed è quindi il risultato di diseguaglianze tra nazioni ricche e nazioni povere. Solo il  20 per cento delle diseguaglianze è prodotto all’ interno delle nazioni. Se le cose stanno in questi termini la globalizzazione è una buona ricetta (diminuisce le diseguaglianze tra nazioni e le aumenta all’interno delle nazioni). Altra conseguenza: favorire l’immigrazione è lo strumento più affidabile per combattere il problema.
  2. Una causa del problema che va per la maggiore: l’istruzione non tiene il passo delle innovazioni tecnologiche e la massa degli acculturati perde terreno rispetto a un’ élite ristretta che lavora sulle nuove tecnologie.
  3. Altra causa: i beni di rete predominano, e quindi anche i mercati cosiddetti win-take-all. Mi spiego meglio, se Google è il miglior motore di ricerca, prevarrà in tutto il mondo visto che le unità marginali necessarie di quel prodotto possono essere fornite a costo zero. Chi si assicura un mercato win-take-all puo’ contare su rendite cospicue.
  4. Altra causa. La leva della globalizzazione moltiplica occasioni e profitti. Specie quelli finanziari, frutto di investimenti che si muovono in tempo reale. Avere un manager efficiente oggi è molto più remunerativo, anche per questo sono strapagati. La globalizzazione fa lievitare i compensi dei manager per almeno due motivi: 1) richiede all’ impresa strategie allocative, un compito demandato ai manager 2) Mercati più ampi (globalizzati), spingono la specializzazione del lavoro, il che aumenta la domanda di “coordinatori”, ovvero di manager.
  5. Ma c’ un altro motivo per cui i manager sono strapagati. Gli incarichi più delicati nelle grandi corporation hanno esiti alquanto aleatori e scarsamente monitorabili (non c’è modo di vedere se un manager dà il massimo). Come è noto, per incentivare al meglio chi è chiamato a compiere una missione incerta e scarsamente controllabile occorre un compenso molto più elevato.
  6. Altra causa. La globalizzazione favorisce l’ immigrazione e l’ immigrazione dei pezzenti che spinge verso l’ alto la diseguaglianza nei paesi dove giungono.
  7. Altra causa. Emerge sempre di più la cosiddetta O-ring production. La logica sottostante è chiara: se due individui iper-produttivi si associano, per non rovinare il loro lavoro, conviene che anche le mansioni di contorno siano svolte dal personale più qualificato in circolazione. In questo modo le elites si concentrano staccandosi dalla massa.
  8. Altra causa. Con la donna al lavoro il matrimonio diventa una relazione in cui dividere i consumi più che il lavoro. Cerchiamo un partner simile a noi e i matrimoni-Cenerentola diminuiscono. Ma i matrimoni-Cenerentola erano anche una via per diminuire le diseguaglianze. Ci si sposa sempre di più tra ricconi. Non sono sottigliezze: metà del nostro reddito dipende dal matrimonio.
  9. La tempra morale della classe medio-bassa è decaduta, e così l’ argine che essa costituiva a comportamenti dispendiosi e inefficienti. Oggi gli idraulici divorziano più delle star di Hollywood, i padri finiscono sotto i ponti e le madri-single tirano la carretta sempre sul filo del rasoio. I ceti privilegiati invece vanno in controtendenza, la loro morale migliora, il calo dei divorzi è sintomatico. In poche parole, oggi divorziare è da “sfigati” ma gli “sfigati” non lo sanno e continuano a farlo.
  10. Difficile coniugare “etica del lavoro” e reddito di cittadinanza: se l’etica del lavoro si sgretola il salvagente per le classi basse si sgonfia. Il lavoro di Charles Murray è esemplare su questo punto.
  11. Per Charles Murray una buona parte delle diseguaglianze è dovuta alla decadenza morale della classe medio bassa. Molti istituti, faccio solo l’esempio del divorzio, erano a disposizione solo delle classi più elevate, poi, da quando sono state rese più accessibili, le classi elevate hanno continuato a farne un parco uso mentre invece sono esplose tra i più poveri contribuendo a corrodere i valori familiari. Un tempo dio, la famiglia, il lavoro duro facevano parte di un bagaglio etico che consentiva a chi è dietro di tenere il passo, oggi questo bagaglio si sta sfaldando.
  12. Conseguenze. Il fenomeno della diseguaglianza genera violenza? Il fenomeno della crescente diseguaglianza di reddito è tipico degli USA anni 80. Quello è anche il periodo in cui la sicurezza è cresciuta di più in America. New York è una delle città più “diseguali” al mondo, ma anche una delle più sicure.
  13. Produttività e diseguaglianza. Greg Mankiw: se la produttività fosse rimasta costante le diseguaglianze non sarebbero certo un problema. Esempio.  The Economic Report of the President was released today.  Table 1-3 on page 34, which presents several historical counterfactuals.  It finds: 1. If productivity growth had not slowed after 1973, the median household would have $30,000 of additional income today. 2. If income inequality had not increased after 1973, the median household would have $9,000 of additional income today. So, which is the bigger problem?
  14. La diseguaglianza che conta non è quella di reddito ma quella nei consumi. Quest’ultima probabilmente si riduce: l’orologio del povero e quello del ricco hanno le medesime funzioni anche se il ricco lo paga mille volte di più.
  15. Oggi il problema più preoccupante è la disgregazione della comunità. Megan McArdle: Non guardiamo alla diseguaglianza per sé ma alle conseguenze negative che implicano in termini di segmentazione sociale.
  16. Il mondo d’ oggi presenta un’ insidia: mentre i vantaggi in termini di qualità della vita sono facili da misurare, gli svantaggi lo sono assai meno: ansia, disagio, stress, invidia, alienazione. Brink Lindsey è un autore che ha approfondito il punto.
  17. Chi secondo una certa scala di valori arriva ultimo, tende a costruirsene una alternativa dove è meglio piazzato. Questo è facile, specie in una società libera. Se nella classifica della ricchezza materiale sono piazzato male, darò più importanza alla religione, o alla gang, o all’ hip hop. Una volta che ho investito il mio capitale morale altrove gli aiuti per piazzarmi meglio su una scala di valori che ho rifiutato sono mero spreco. Le nicchie valoriali contribuiscono al fallimento dello strumento redistributivo quando si affrontano “problemi relativi”. Il povero vive in un quartiere “relativamente” degradato? Ok, tuttavia è lì che ha costruito la sua socialità e il mondo dove esprime al meglio i valori che per lui più contano, è difficile spingerlo a spostarsi concedendo un mutuo agevolato.
  18. On inequality di Harry Frankfurt. La lotta contro le diseguaglianze distrugge il capitalismo più che la povertà. La diseguaglianza in sé non puo’ essere un problema, dimostrazione: imagine a policy wherein all incomes and personal wealth are kept equally below the poverty line. Everybody is now exactly as poor as everybody else. If this does not look like a solution, then inequality, as such, cannot be the problem.
  19. Ma se la diseguaglianza non è un problema perché a noi interessa sanare le diseguaglianze di reddito e ci ripugna invece intervenire sulle altre? Una risposta: la lotta contro le diseguaglianze di reddito è un modo per legittimare una facile rapina: vogliamo arraffare senza sentirci indegni.
  20. I problemi relativi sono difficili da risolvere. Esempio: i quartieri degradati: ci vuole una bella ingegneria sociale per rimischiare in modo più omogeneo la popolazione! Ma soprattutto fanno da ostacolo due rigidità: 1) genetica e 2) valoriale. Il governo puo’ funzionare per risolvere i “problemi assoluti” (es. malnutrizione), molto meno per risolvere i problemi relativi (es. quartieri degradati). Questo perché per i primi spesso basta una redistribuzione mentre i secondi richiedono una società flessibile. Megan McArdle
  21. L’ invidia è un problema? No se miglioriamo la nostra condizione personale, vedi il lavoro Benjamin Friedman. Il guaio di oggi è che il miglioramento non si ha nel reddito ma nella disponibilità di merce, il che crea un effetto illusorio di stagnazione.
  22. Molte differenze sono spiegate, non tanto dalla erendie dei lavoratori più pagati, quanto dalle preferenze dei meno pagati: I would put it this way: very often when workers switch jobs, they take a pay cut, voluntarily, in return for better amenities.  In this regard “true inequality” is lower than measured income inequality would suggest.
  23. Tyler Cowen: non guardare alla diseguaglianza ma alla mobilità (assoluta) dei più poveri. La loro condizioni migliora? Poco sul piano del reddito, di più sul piano delle opportunità di consumo. Immigrazione e liberalizzazioni spingono la mobilità dei più poveri. Se questo è vero il coefficiente Gini non misura il progresso sociale di una nazione.
  24. Il problema filosofico dell’ eguaglianza viene puo’ essere affrontato da un punto di vista assiologico (confronto tra sistemi) o deontologico (confronto tra comportamenti).
  25. Tyler Cowen is asked a good question: are there any goods someone on a median income can afford which are the very best of their kind? The answer, as Tyler shows, is plenty – including some important ones such as books and recorded music. To this we might add that even where the very best goods are unaffordable, the median income earner can afford pretty decent ones, such as cars, TVs and sound systems. Which poses the question: if someone on a median income can afford such a luxurious cornucopia, what can’t he buy? The obvious answer, in the UK, is a decent house. The average house costs over £208,000, equivalent to 7.5 times median annual earnings. Given that the bestschools tend to be in the most expensive areas, this means that our median earner can’t afford the best education for his kids either. However, I suspect that most of the best things that the median income-earner can’t buy are non-material goods. One is financial security. 49% of people, and most 35-44 year-olds live in households with less than £5000 of net financial wealth (pdf). They are only a pay cheque or two away from trouble. Another is status. Our wages are related to our sense of worth – which is one reason why most people would prefer (pdf) a lower but above-average income to a higher but below-average one. A median income, by definition doesn’t provide much status. You might reply that this problem would be solved if we could shake off envy. Not entirely. Status is one mechanism whereby income leads to political power.
  26. Chi chiede più uguaglianza lo fa  spinto da sentimenti quali invidia, egoismo o compassione. In lui il ruolo della giustizia è marginale. Questo è interessante poiché segnala come questo istinto sia un residuo del nostro passato vissuto in bande poco numerose di cacciatori-raccoglitori. Infatti, in situazioni del genere, diversamente che nelle grandi società attuali, inclinazioni del genere potevano essere funzionali.
  27. Anche se molte diseguaglianze salgono la felicità delle persone sembra decisamente convergere. Possibile spiegazione: in una società ricca ognuno trova un suo ambito dove costruirsi uno status. 
  28. La diseguaglianza percepita si discosta da quella reale e questa discrepanza ha profonde implicazioni: una diseguaglianza non percepita non crea problemi né inconvenienti di sorta
  29. Vuoi più innovazione? Accetta più diseguaglianze. Welfare e innovazione sono in alternativa tra loro. Se la povertà, e non la diseguaglianza, è cio’ che conta, la scelta è obbligata.
  30. Perché non redistribuire. In ordine sparso: Gli incentivi contano, il governo è inefficiente, i costi del risentimento pesano, esiste un effetto dotazione per cui chi perde soffre più di quanto non goda chi guadagna, probabilmente l’utilitarismo è falso e redistribuire rappresenta un rischio etico.
  31. Jeffrey Miron. I 3 metodi d’intervento contro le diseguaglianze: sussidi anti-povertà, progressività fiscale, regolamentazione privilegiata. I sussidi antipovertà sono difficili da contestare eticamente. Il loro costo, inoltre, è modesto. La modalità preferita di erogazione è la “Negative Income Tax”. La progressività nelle imposte non convince: come giustificare per esempio la redistribuzione dai ricchissimi ai ricchi? E poi la tassazione è tanto più distorsiva quanto più la si concentra sui  ricchi poiché per loro è più facile rinunciare al lavoro o agli investimenti produttivi. C’è anche una falla comunicativa: si crea l’idea  per cui il povero sia tale per colpa del ricco. Intervenire con regole ad hoc sui mercati ha effetti ambigui: prendi solo la legge sul salario minimo, tra le sue vittime ci sono proprio i lavoratori a bassa specializzazione, ovvero i più bisognosi.

  32. Gran parte delle diseguaglianze ha un portato genetico, di conseguenza, si sabbia, il welfare è mera “elemosina coercitiva”.

  33. Da un punto di vista etico esistono poveri meritevoli e poveri non meritevoli. Bisogna distinguere quando aiutiamo. Evitare le misure a pioggia.

  34. Il welfare perpetua comportamenti patologici.

  35. Casey Mulligan: i sussidi e il welfare perpetuano le conseguenze delle crisi economiche.

  36. Josh Rau: i megaricchi di oggi sono onesti.

  37. Ma nella storia cosa sana veramente le diseguaglianze? Guerra, carestie ed epidemie. Tutto il resto ha sempre fallito.

  38. I tentativi di sospingere la mobilità sociale si sono sempre rivelati illusori: questa variabile è costante nel corso della storia umana. Perché sprecare ancora energie laddove non si cava un ragno dal buco?

  39. Soluzioni contro la lotta alle diseguaglianze: favorire l’immigrazione, e l’immigrazione qualificata in generale.

  40. Soluzioni contro la lotta alle diseguaglianze: deregolamentare le professioni di alto livello liberando gli accessi.

  41. Soluzioni contro la lotta alle diseguaglianze: deregolamentare le licenze edilizie nei quartieri esclusivi.

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