Vangelo & Ricchezza

Il messaggio evangelico puo’ convivere con la ricchezza materiale di chi lo pratica e lo diffonde?

Qualcuno risponde: “purché si usi bene quella ricchezza”. Ma cosa significa “usare bene la ricchezza”?

Farla fruttare? Donarla ai poveri? Donarla alla città? Metterla in circolo? Non pensarci in modo ossessivo?

Il problema resta aperto: della ricchezza di solito si giudica provenienza e origine, raramente l’essenza.

Una personalità che si è impegnata a fondo su questo dilemma è Padre Angelo Tosato, molto del suo lavoro si ritrova sintetizzato nel libro “Vangelo e ricchezza: nuove prospettive esegetiche”.

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L’attacco è brutale, si parte con la constatazione di quanto sia inquietante il progetto sociale di Gesù come emerge dai Vangeli: indifferenza per il proprio sostentamento, astensione dal lavoro, rinuncia al risparmio, rottura dei rapporti familiari, affidamento alla provvidenza e alla speranza del Regno.

E’ stato l’economista Ludwig von Mises ad evidenziare meglio le assurdità dell’economia messianica: una comunità non fa molta strada con questi precetti.

C’è una lettura piuttosto naif di tutto cio’: il vangelo annunzia una ricchezza nuova svalutando così quella terrena e condannandola, insieme a chi la detiene.

Tuttavia, un insegnamento del genere sarebbe 1. dannoso per il vivere sociale e 2 inattendibile.

Perché dannoso? La laboriosità di chi valorizza le cose del mondo diverrebbe un vizio, e tutto cio’ spingerebbe verso una società indigente e mendicante. Un destino disumano.

Perché inattendibile? Perché contraria al buon senso altrove apprezzato nelle Scritture. Contraria all’ insegnamento della tradizione (la Chiesa ha sempre combattuto il pauperismo).

Eppure, nel Nuovo Testamento – inutile negarlo – la ricchezza è condannata in più punti. Come reagire a questo fatto di per sé incontestabile?

Alcuni imbracciano il buon senso: basta non farsi schiavi della ricchezza e i precetti sono assolti.

Altri si attaccano alla storia: nessuno in realtà si fece veramente povero, tranne casi eccezionali.

Altri introducono un doppio standard: certe parole che ci suonano radicali sono rivolte in realtà solo agli adepti più stretti.

Altri vedono nel Cristo Re il nuovo imperatore. Allora uno dei titoli dell’imperatore era “difensore dei poveri”. I poveri sono gli indifesi per eccellenza, e allorché Israele perse il suo re divenne perseguitato e detto “povero” (o umile o soggiogato). Termini interscambiabili. L’esaltazione dei poveri non è che un modo per esaltare la regalità di Cristo.

Altri considerano il desiderio di essere ammirati dagli ellenisti, notoriamente vicini alla perfezione di una società comunista. Tuttavia, certe pratiche sono pompate. Per esempio, la cassa comune non esisteva nella realtà, si trattava di una semplice elemosina residuale. L’ esaltazione di episodi di eccezionale generosità ha catturato l’ attenzione facendo pensare che fossero la norma.

Altri considerano l’insegnamento sulla ricchezza iperbolico: Gesù non puo’ chiedere tanto! E poi gli  insegnamenti iperbolici non mancano: se la tua mano ti scandalizza tagliala.

Qualcuno pensa ai “poveri” come agli israeliti perseguitati.

Per alcuni la povertà evangelica è povertà di spirito, ovvero umiltà.

Per molti, la “ricchezza” di quei tempi va reinterpretata come “disonestà“. Nelle società primitive ci si arricchiva smisuratamente solo tramite rapina e la mentalità corrente identificava la ricchezza diseguale come un segnale di disonestà e prepotenza. Oggi non è più così, occorre prenderne atto aggiornando l’ ermeneutica evangelica.

Infine, c’è chi si lascia andare ad una franca ammissione: stando all’insegnamento di Gesù ricchezza e Vangelo sono incompatibili.

Quest’ultima posizione sembra la più fruttuosa: senza l’ammissione che esiste un problema di base relativo alla compatibilità tra etica dei Vangeli e Capitalismo, non restano che mediazioni elusive e sempre attaccabili.

Il Gesù dei Vangeli sembra allora adoperarsi per distruggere l’ ordine sociale senza costruire un’ alternativa minimamente credibile. Dobbiamo accettarlo.

Ma esiste una via per riabilitare le sue parole?

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Ricordiamo, del resto, che le Scritture in molti passaggi sembrano non essere poi così ostili alla ricchezza: c’è la parabola dei talenti, quella del fico oltre all’olio di Marta. Gesù stesso è accusato di essere un “mangione e un beone”: ama la compagnia dei ricchi e si accompagna spesso a loro senza ostilità. La cosa sarebbe inspiegabile. Invita spesso a fare festa senza astenersi dai godimenti: “deve forse stare in lutto il festeggiato?”. Non risulta che Gesù abbia venduto i suoi averi o rinunciato ad alcunché, nemmeno lo chiese agli apostoli (si limitò a dire loro “seguitemi”). Non lo chiese ai suoi genitori. Sappiamo invece che vestiva abiti curati: la sua veste venne giocata ai dadi e non divisa equamente tra i centurioni, questo per non deprezzarne il valore che, evidentemente, era notevole.

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Da una parte condanne inappellabili, dall’altra qualche spiraglio. Come uscirne?

Non ci resta che forzare sul pedale dell’interpretazione! Si ma quale?

Diventano cruciali due passaggi: interpretare ricorrendo a esegesi (interpretazione nel contesto) ed ermeneutica (traduzione in altri contesti).

Altro fatto cruciale di cui tener conto: Gesù è calato in un contesto.

Probabilmente è un profeta apocalittico come molti altri allora, in questo caso le norme che introduceva sono da vedere come transitorie e dettate dall’ emergenza dell’imminente apocalissi.

Altro elemento decisivo: il Regno incombente probabilmente era, secondo la cultura ebraica, un regno materiale. La cultura ebraica e i profeti affini a Gesù avevano una visione molto materialista delle cose, l’ipotesi più plausibile è che Gesù non si distanziasse molto da loro.

In altre parole, la nuova ricchezza annunziata dal Vangelo è terrena, in coerenza con l’ animo israelita. Non si svaluta la ricchezza terrena in sé ma si ritiene che quella attuale sia destinata a rovina per l’ avvento di un nuovo regno. È necessario allora “convertirla” al più presto.

Pensiamo ad un imminente crollo di borsa: “non accumulare tesori perché sono destinati alle tarme”. Sono parole che filano. Investire invece in beni che avranno corso nel nuovo regno di Dio in terra: il nuovo Paradiso Terrestre. la nuova Gerusalemme in Terra. Siamo di fronte quindi ad una oculata consulenza finanziaria o d’ investimento.

Oggi sappiamo che l’ imminenza del regno non esiste, quindi il consiglio di vendere puó essere tralasciato. Quel che resta è la sensibilizzazione all’ investimento oculato.

L’equalizzazione tra Regno dei cieli e Regno di Dio potrebbe metterci in imbarazzo ma è un’ espressione che ricorre solo in Marco. Più diffusi i passaggi riferiti al “venga il tuo regno in terra”, in questo senso molto espliciti e concordanti con la nostra interpretazione.

E l’espressione “il mio regno non è di questo mondo“? Sembrerebbe chiara.

Ma qui c’è un palese errore di traduzione. L’espressione corretta è “il mio regno non è da questo mondo”, che caratterizzerebbe il progetto materiale di Gesù: rigenerare l’ Israele corrotta.

Con l’esegesi abbiamo contestualizzato l’insegnamento di Gesù, con l’ermeneutica possiamo/dobbiamo attualizzarlo. Molta dottrina è mutata grazie all’ermeneutica, il caso più noto è quella intorno all’usura.

Vediamo proprio questo caso. Senso della proibizione: evitare la schiavizzazione del debitore. Oggi sappiamo che la via migliore non è la proibizione (abbandonata) bensì la concorrenza tra prestatori. Da qui il ritiro della condanna del prestito a interesse.

Altro esempio: la condanna della proprietà privata: nell’ Antico Testamento appare ma nella storia della Chiesa è ormai solo un ricordo, specie nella difesa accorata della Rerum Novarum.

Qui occorre ricordare che Gesù è un buon ebreo, non rinuncia alla legge dei Padri, chiede al limite nuove interpretazioni (esempio sul Sabato). Allo stesso modo è lecito supporre che non chieda ai seguaci una rinuncia definitiva al patrimonio ma solo una rinuncia strategica in vista di una distruzione imminente.

Cosa implica un’ipotesi del genere? Semplice: la rinuncia alla ricchezza accumulata in un sistema ingiusto si traduceva in un oculato investimento in vista dell’ avvento di un nuovo ordine più giusto.

Aderire al cristianesimo esponeva ai rischi cosicché non si rinunciava per rinunciare ma per convertire la ricchezza in forme più pratiche di possesso.

Non accumulare poiché con la venuta del regno e la fine dell’ordine presente la ricchezza consueta è in pericolo. Sarebbe questo un insegnamento profetico(contingente) più che sapienziale (permanente).

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Ma è davvero necessaria un’ esegesi e un ermeneutica tanto radicali?

Probabilmente sì: la condanna della ricchezza fatta dalle scritture appare irredimibile per altra via, è troppo netta.

Ci sono infatti casi molto problematici, per esempio nelle beatitudini: “beati i poveri”. Ancora peggio il “guai ai ricchi”!

In Matteo si precisa poveri di spirito Ma Luca no: “beati i poveri” punto e basta. “Guai ai ricchi” punto e basta.

Altri dicono che Matteo è più attendibile: 1) collima con l’ impostazione ebraica 2) collima col resto dell’ insegnamento: è la fede innanzitutto che salva. Il pauperismo è più di Luca, però, resta insormontabile senza la genesi/ermeneutica proposta.

C’è poi il caso del giovane ricco, ovvero la questione del cammello. Secondo gli ottimisti Gesù esprime la metafora estrema come sfogo di fronte all’ insistita ipocrisia e avarizia di un riccone. Inoltre, la metafora tratta di una difficoltà non di un’impossibilità. Qui ci puo’ anche stare.

Per quanto la si rigiri, comunque, le difficoltà si accavallano e i problemi sembrano insormontabili poiché la ricchezza sembra comunque demonizzata in sé in molti passaggi: 1 nelle tentazioni, 2 nell’alternativa tra Dio e Mammona 3 nella parabola del seminatore… Ci sono poi alcuni punti fissi che si ripetono:

1: la ricchezza ha una provenienza demoniaca,

2: il ricco è condannato per natura a farsi schiavo della sua ricchezza.

Insomma, Gesù sembra condannare i ricchi in quanto tali e li invita caldamente a liberarsi della nuova ricchezza.

Poi ci sono gli Atti degli Apostoli, in cui si predica un’organizzazione comunista dei rapporti sociali.

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La soluzione deve dunque essere senza compromessi: il rapporto tra Gesù e ricchezza va rivisto in modo radicale.

Ma questo non è possibile!, dirà qualcuno.

No, è possibile, talmente possibile che è già stato fatto.

Prima abbiamo visto il caso dell’usura, ora vediamo quello relativo al rapporto tra i coniugi nel matrimonio. Qui si è realizzata una reinterpretazione che adattato lo spirito con cui certe norme furono scritte alla realtà contemporanea.

Il comando della sottomissione è semplice e inequivoco, unanimemente interpretato da padri pontefici e teologi fino a metà del ‘900, allorché è stato ribaltato. Un caso di scuola per l’ innovazione del magistero e per l’ adozione di criteri empirici induttivi anziché dogmatici e deduttivi.

La tradizione riteneva che ogni società richiedesse un capo (destinato da Dio). Nella famiglia il capo designato era l’ uomo.

Giovanni XXIII mutò l’approccio: ogni società richiede un ordine e per desumerlo non guardiamo tanto alle scritture quanto alla natura umana. Il diritto delle donne viene constatato nella realtà quotidiana come segno dei tempi. La Chiesa DEVE scrutarlo e interpretarlo alla luce delle scritture. La parola di Dio del libro viene letta alla luce della parola di Dio nel mondo.

Per giustificare il cambiamento vengono enfatizzati passi alternativi a quelli prima considerati, per quanto l’operazione sia esegeticamente una forzatura.

La sottomissione diventa così reciproca. Il riferimento ad Efesini è forzato se non palesemente improprio. I passi imbarazzanti del Nuovo Testamento vengono bollati come un residuo dell’ Antico Testamento. Si confonde l’ esegesi con l’ ermeneutica dando luogo ad un’ esegesi scorretta solo perché ossessionati da preoccupazioni ermeneutiche.

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Parte del Vangelo va allora abbandonata come superata. Il “beati i poveri” va trattato come “stia la donna sottomessa all’ uomo“. La Chiesa Cattolica serve anche a questo, a far vivere il Vangelo nel tempo, ovvero a mutarne gli insegnamenti. Non ci serve a nulla un Corpo Vivo che non vivifica l’insegnamento di cui è depositario.

La dottrina sociale della Chiesa oggi non sembra affrontare il problema della ricchezza in modo adeguato poiché non fa altro che opporsi ad un generico “economicismo” (economia come fine) per promuovere l’ uomo come fine.

Astrazioni.

Percorrendo questa via si è arrivati alla simmetria tra socialismo e capitalismo (senza nulla togliere alla zampata di GPII  con la Centesimus, subito rintuzzata dall’ “economia che uccide” di Francesco).

Non sarebbe meglio allora che la dottrina sociale puntasse su un problema concreto, per esempio la diminuzione della povertà nel mondo?

E il profitto che fine fa? Nell’ottica proposta puo’ essere giustificato in vari modi.

Innanzitutto assolve al comando di fecondare la terra (presente nel Nuovo Testamento nella parabola dei talenti e in quella del fico).

In secondo luogo realizza la solidarietà: la competizione è la più alta forma di cooperazione!

Ma è possibile una solidarietà non intenzionale?

Stando alle beatitudini sì: “avevo fame e mi avete dato da mangiare”, “ma quando mai ti abbiamo visto affamato, Signore?”. Il bene puo’ essere fatto senza intenzione.

Detto questo, sia chiaro, un imprenditore puo’ anche fare il suo lavoro consapevole dei benefici che apporta alla città. Questo consapevolezza aggiunge ma non determina.

Inoltre, bisogna considerare l’ovvio: una società ricca puo’ realizzare più bene. La speranza dei poveri – da sempre – sono i ricchi più che gli altri poveri. Sono i ricchi che possono alleviare le sofferenze dei poveri, non altri.

Da ultimo, chiediamoci la funzione del Giudizio Universale, forse serve proprio perché noi non sappiamo chi ha fatto veramente del bene: Norman Barlaug ha giovato più di Madre Teresa? Il cuore di Madre Teresa era senz’altro più ispirato ma Norman Barlaug ha di fatto salvato più vite e prodotto più sollievo per il mondo in cui viviamo. Non sarebbe bene che entrambi abbiano una chace di primeggiare tra i buoni del genere umano?

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Molti obbiettano che la ricchezza materiale non è sinonimo di felicità e realizzazione. Vero: ma la ricchezza materiale collegata alla “povertà di spirito” (umiltà) puo’ molto.

La povertà di spirito infatti annienta l’ invidia che – come ci spiegano gli psicologi evoluzionisti – è il fattore principale di infelicità nel mondo materialmente ricco. Noi sappiamo da tempo che la ricchezza non porta automaticamente felicità (paradosso di Easterline), ma sappiamo anche cosa occorra per ristabilire un saldo legame tra le due variabili, serve una maggiore “povertà di spirito”, ovvero: serve più umiltà, ovvero: serve vaccinarsi contro l’ invidia. In questo modo auspicare un mondo più ricco e più umile non solo è compatibile con l’ azione della Chiesa ma è anche la ricetta più razionale per il non credente.

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