Cultura per tutti!

Le politiche culturali europee  hanno un problema: con i massicci finanziamenti statali abbiamo decretato la fine di una produzione artistica e culturale orientata al futuro e creato nel settore la classica mentalità auto conservatrice tipica delle corporazioni.

Si occupano di questo “mostro” Dieter Haselbach, Pius Knusel, Armin Klein e Stephan Opitz nel loro libro a più mani Kulturinfarkt: azzerare i fondi pubblici per far rinascere la cultura”.

Quasi mezzo secolo vissuto al grido “cultura per tutti” non ha giovato…

… Dagli anni settanta i musei, i teatri, le biblioteche, le università popolari, le scuole di musica, le sale per concerti, i centri socioculturali, le scuole d’arte, i circoli letterari, le associazioni culturali, le spese per la cultura hanno registrato un aumento esponenziale…

Uno sforzo erculeo reso possibile grazie alla crescita economica degli anni settanta-settanta-ottanta.

Ma il moltiplicarsi delle iniziative ha causato non poco degrado…

… l’esplosione della concorrenza ha portato all’«eventizzazione» delle attività culturali che godono di incentivi pubblici…

Tra i politici la posizione prevalente è stata: lasciateci ampliare l’offerta!

Non meraviglia che tanta prodigalità abbia portato il sistema al collasso non appena l’economia ha rallentato. Si può a buon diritto parlare di “bolla” culturale.

L’espansione della “cultura” è avvenuta senza un progetto. Pur di continuare a sperare che la festa non finisse ci si è rifugiati in extremis in alcuni miti che si sono presto rivelati tali…

… E quando, dal 1989, la faccenda dei fondi di bilancio si è fatta più problematica, tutti hanno invocato il management culturale

Oggi  le “iniziative culturali” ci escono dalle orecchie e fanno pesare la loro artificiosità…

Senza cultura niente sembra più funzionare: né l’organizzazione della propria vita né la rappresentazione della società, né l’intervento della politica né la vendita di merci. Tutto sembra essere demandato a quel vago mezzo che è la cultura»…

L’ estetizzazione del quotidiano ha fatto passi da gigante.

“Cultura per tutti” era una pura politica dell’offerta. Zero domanda. Un fenomeno sospetto sin dall’inizio.

Le prime frizioni portate da una simile impostazioni le vediamo a Zurigo. Il sindaco sulle prime guerre al sussidio

… In un discorso del 1978 dichiarava: «La musica rock non è cultura». Tuttavia, già nel 1980 egli dovette cedere alle pressioni della piazza e aprire al pubblico la Rote Fabrik, centro culturale alternativo che si alimentava dello spirito punk…

Il problema: creare un cittadino che voglia godere di ciò che lo stato finanzia anzichè di ciò che sceglierebbe liberamente (il contrario dello spirito di mercato)…

… La logica della «cultura per tutti» si basava, e si basa tuttora, sulla speranza che sia il prodotto, facendo la sua comparsa sul mercato, a generare i propri consumatori…

Serviva qualcuno che gestisse questa espansione artificiosa: così è nato il management culturale. Negli anni novanta dominava il marketing; oggi va di moda la didattica. Tutti palliativi inadatti a raddrizzare un ramo nato storto.

L’unico soggetto irrilevante in questo mastodontico meccanismo: il fruitore

… Nessuno si è chiesto, però, quali fossero gli interessi dei fruitori…

Questo atteggiamento tradisce una mentalità

… Questo modello scaturisce da una visione elitaria della struttura della collettività, non da un’effettiva richiesta…

E se il fruitore rigetta ciò che non ha chiesto? Lo si educhi!

… L’infrastruttura culturale di oggi si basa su una visione pedagogica… il programma prevede l’educazione estetica del genere umano…

La soluzione non è originale anche se la similitudine che impone è imbarazzante…

… Peccato che questo principio provenga dal periodo dell’aristocrazia illuminata, dall’epoca predemocratica…

Il paternalismo premoderno va offuscato e compensato dan  forme di libertà un tempo sconosciute…

… la libertà dell’arte viene vissuta come liberazione dalla domanda…

E alla fine cosa caratterizza l’arte moderna?…

…un tasso di autofinanziamento del 15% o addirittura meno…

Ma anche il critico è un soggetto che potrebbe vincolare la libertà dell’artista. Va esautorato…

… i critici non hanno più autorità. Per ogni affermazione esiste un suo preciso e legittimo contrario…

Contraddizione del sistema: il cittadino può scegliere da chi farsi governare ma non che film vedere o che concerto ascoltare, non è considerato all’altezza,  a questo pensa il burocrate che dispensa sovvenzioni….

… contraddizione tra il progetto politico della modernità e il progetto premoderno dell’educazione estetica degli individui…

A questo punto scatta l’analogia tra istituzioni culturali della tradizione e chiese…

… Che probabilmente dobbiamo figurarci un futuro senza istituzioni culturali lo dimostra il destino delle chiese. Fino alla Riforma esse svolgevano la funzione di musei. Nel mondo cattolico lo fanno ancora oggi. In modo ineccepibile hanno tramandato e plasmato il pensiero e la storia, rendendoli accessibili e comprensibili a tutti…

In sintesi: l’arte europea è in un vicolo cieco, costa tanto e incide zero sulla cultura globale…

…Presumibilmente, l’Europa possiede il patrimonio culturale più costoso al mondo… in contrasto con l’assenza dell’Europa sui mercati mondiali della cultura… Sulla circolazione dei contenuti il nostro continente non esercita alcuna influenza… L’industria culturale globale, che determina ciò che è arte e ciò che non lo è, è in mano agli americani, ai giapponesi, ai coreani, ai brasiliani… I film tedeschi non arrivano nelle centinaia di multisala che oggi si costruiscono in India… nulla dell’Europa entra a far parte del bagaglio culturale delle nuove generazioni di indiani, cinesi ecc…

Questa condanna alla marginalità viene da lontano…

… L’avversione dei pensatori occidentali nei confronti dell’industria culturale si è manifestata nel modo più aspro con Max Horkheimer e Theodor W. Adorno….

Con “maestri” del genere alle spalle è difficile poi realizzare un’industria culturale dinamica…

… Un’industria culturale degna di questo nome si aprirebbe all’esterno orientandosi verso prodotti vendibili, dimostrando attenzione per le culture altre…

Per paradosso, la cultura delle sinistre non si è affrancata poi così tanto dal modello borghese

… Alla cosiddetta Nuova politica culturale premeva l’aspirazione borghese di formare la persona, di educarla esteticamente…

Ma in questo caso c’era un ostacolo

… Una reale democratizzazione della cultura, che sarebbe stata necessariamente una «massificazione», non poteva essere auspicata, visto lo scetticismo verso la cultura di massa…

Non si può  certo dire che l’operazione sia riuscita

… L’interesse delle giovani generazioni per le offerte sovvenzionate di cultura alta, lo sappiamo dalle statistiche, dopo gli anni inquieti non voleva saperne di crescere…

Facendo finta di niente si tentò di agire sul concetto di qualità abbassando l’asticella. Il caso Staiger

… Emil Staiger, professore di Letteratura dal 1943 al 1976 nella locale università, nel 1966 ottenne il Premio per la letteratura della città di Zurigo. Nel suo discorso di ringraziamento semplicemente liquidava come ideologica la letteratura contemporanea, che pullulava di «psicopatici e mostruosità in grande stile» e aveva perduto qualsiasi legame con i principi fondamentali della morale. La letteratura non era più arte, poiché aveva reciso il legame con i valori eterni. Dura fu la replica di Hugo Leber («Lo riconosco: mi sono piaciuti i poeti della cloaca»)22; Werner Wollenberger23 e Max Frisch rimproverarono a Staiger di accusare sommariamente un’intera generazione di scrittori e di essere fuori dal mondo…

Il nocciolo della questione era la definizione di qualità. Il peso del marxismo qui, almeno all’inizio,  si fece sentire…

… qualità era tutto ciò che favoriva una morale nuova e contraria allo sfruttamento…. In principio, disponeva di qualità artistica ciò che rientrava nei canoni borghesi-umanistici… Dagli anni settanta, di qualità era tutto ciò che criticava la società…. Dalla rivoluzione politica scaturì quella estetica… la qualità si manifestava nella distruzione dei principi artistici precedenti, cosa evidente nel free jazz, nel punk, nella pittura e nella musica classica contemporanea… Da allora reinventare l’arte come improvvisazione è considerata la più alta tra le imprese…

Dal marxismo al post-modernismo: siamo tutti maestri

… Come possono essere riconosciuti i maestri dell’età contemporanea, se fin dal principio ogni allievo che voglia essere preso sul serio può e deve affermare di essere un maestro?… L’abilità è out… Chi si pone nel solco di una tradizione ha già perso… vige un principio dell’associazione vaga…

Tutto vale purchè non si giudichi limitando l’abilità creativa. L’unico elemento da esaltare diveniva l’individualismo…

… La felicità dell’atto creativo e quella dell’esperienza sono affidate al solo individuo… si creava un’atomizzazione del processo di creazione…

Per non cadere nel nichilismo cominciano le contorsioni mentali e il concetto di qualità si fa astruso…

… un concetto di qualità stranamente vuoto, concetto che, quanto più è difficile da comprendere, tanto più viene impiegato con zelo dai promotori della cultura…

Con una montagna di soldi in ballo la “purezza” del giudizio estetico è pregiudicata…

… La «qualità artistica», definita come un criterio ovvio praticamente dalla totalità degli enti che la promuovono, è diventata un geniale strumento per difendere i propri interessi…

Per evitare l’ imbarazzo del giudizio si risolve con sovvenzioni a tappeto, una soluzione per altro in linea con il relativismo in voga…

… Anche laddove si tratta solo di un gesto di buona volontà artistica, questo deve essere sostenuto…

Di fatto emerge un nuovo inquietante criterio estetico, forse l’unico reale…

Siccome noi promuoviamo qualcosa, questo qualcosa è buono. È l’ingegnosa via d’uscita dal dilemma del postmoderno…

Il prezzo della libertà creativa è l’arbitrio nelle scelte di finanziamento.

… Per questo motivo la promozione culturale del postmoderno privilegia l’eccentrico, l’originale… l’atto creativo privato e l’esperienza intima… l’arte diventa semplicemente un mezzo per procurarsi sensazioni straordinarie…

È qui che si consuma il vero distacco con il paternalismo borghese, nel rifiuto di sottoporsi ad un giudizio e quindi ad un’autodisciplina

… l’autodisciplina è l’ascesa sociale, che la cultura alta esige. Essa è in contrasto – e qui si rendono visibili le fondamenta ideologiche della divisione tra cultura seria (S) e cultura come intrattenimento (I) – con l’estasi vuota della cultura pop. Non può essere un caso che in un’epoca in cui l’autotrascendenza non è più di moda, soprattutto tra i giovani, sia così diffusa la sindrome da deficit dell’attenzione. Il rifiuto di sottoporsi all’autodisciplina deve trovare una motivazione nella medicina, non può risiedere nella debolezza della concezione culturale…

Non che il sistema previgente fosse esente da storture, i “desideri di secondo grado”, come li definisce il filosofo americano Harry Frankfurt, erano la norma…

… Si va all’opera per apparire come coloro che si intendono di opera. Si va al museo perché rientra fra le attività attribuite a una buona educazione; non importa che cosa si assimila. Una delle certezze della sociologia è che questi second order desires determinano in modo significativo il comportamento culturale… Credo […] in effetti, che l’interesse principale del pubblico risieda nell’esserci stato […] gli oggetti artistici funzionano come reliquie. Si ricerca una vicinanza magica… Come a Santiago de Compostela, così al Louvre…

Ma ora ”l’ estasi rimpiazza il dominio di sé. Si fa di tutto per “creare” quella domanda che a suo tempo si era  deciso di ignorare.

Lacrime e risate, da sempre sospette nel mondo dell’arte, vengono sdoganate…

… Il cittadino sensibile è superiore alla plebaglia in preda all’estasi. Da Theodor W. Adorno in poi, un eccesso di emozione genera il sospetto di manipolazione… lacrime e risatesono i nemici dell’illuminismo…Questa concezione della cultura si accompagna perfettamente all’etica protestante. I cattolici si concedono, con il carnevale, un’opportunità di estasi…

Nulla è oggi più sacro e vero dei sentimenti, la crisi “percepita” è più importante di quella vera.

Il motto “cultura per tutti” aveva un obbiettivo preciso…

…L’iniziativa «cultura per tutti» si proponeva di eliminare la differenza attraverso la massificazione della cultura alta…

Esito?

…l’appartenenza al sistema artistico viene certificata da commissioni che decidono sulla promozione, i cui stessi membri fanno parte del settore culturale che beneficia degli incentivi…

Ma un nemico ci vuole

… Affinché esista la cultura alta, deve esistere anche la non cultura

Ma chi all’inizio doveva fare la parte dell’escluso (dalla spartizione dei finanziamenti) non ci sta, lotta duro e rientra nel novero (dei sovvenzionati)…

… Solo quando, nel 1981, la Rote Fabrik fu consegnata alla cultura alternativa con una sovvenzione annuale di due milioni di franchi, Zurigo riuscì a trovare pace dalle manifestazion… Analoghe, ma meno segnate dai cocci, sono le vicende della Kulturkaserne di Basilea31, dell’Usine di Ginevra32 o della fabbrica della cultura Kampnagel di Amburgo… Nella storia delle iniziative socioculturali della Germania occidentale questo schema si ritrova ovunque. Oggi la cultura alternativa è stata elevata al rango di «impegno civico»…

Col tempo si realizza uno strano equilibrio tra centri sociali e orchestre sinfoniche

… coesistenza astiosa, ma tutto sommato pacifica, tra coloro che godono delle sovvenzioni…

Il bersaglio si sposta, il nemico va definito in termini diversi, la “non arte” va rintracciata altrove…

… nella cara vecchia Europa vengono preferibilmente relegati nella zona della «non cultura» l’industria culturale d’impronta americana, le forme di cultura amatoriali, il folclore, l’intrattenimento, i videogiochi, l’arte che si finanzia da sé, l’arte degli immigrati….

Lo stato è il nuovo “critico”, tutti si addossano ad esso…

… Dalla società civile ha ricevuto il potere di definire che cosa è arte e che cosa non lo è….

Nasce il lobbista della cultura. Un caso classico di commistione…

…Il Goethe-Institut, per esempio, è un’associazione registrata, fondata dopo il 1945 su iniziativa privata. La sua struttura è deliberatamente modellata sulle organizzazioni statali che si occupano dei rapporti con l’estero…ovunque compare la dicitura «in conformità al Contratto collettivo federale per gli impiegati»…

Il più grande onore

… Nel mondo culturale tedesco e austriaco l’essere accostati allo Stato comporta un più alto grado di riconoscimento sociale…

Le nuove gerarchie…

… Quasi in tutti i Länder i primi ministri o i ministri alla cultura sono presidenti dei consigli di fondazione all’interno delle fondazioni dei Länder…

Un caso classico: la STIFTUNG PREUSSISCHER KULTURBESITZ

… La più grande organizzazione culturale tedesca,… Il consiglio della fondazione conta soltanto rappresentanti provenienti dall’amministrazione pubblica… totale mancanza di una gestione imprenditoriale… Questa è la realtà «satura di Stato»…

La cultura europea oggi deambula senza meta come un eroinomane

… nei due decenni scorsi, abbiamo avuto a che fare con una sempre crescente marginalizzazione della politica culturale. Questa ha origine principalmente dal blocco che deve a se stessa: non sa fare altro che chiedere «più soldi»…

Il progetto si è smarrito

… negli anni settanta ci si concentrava soprattutto sulle implicazioni sociopolitiche… negli anni ottanta e novanta si intendevano scoprire i potenziali economici di arte e cultura… Siamo sinceri: di tutto, più che troppo poco, c’è troppo…

Ora che le risorse scarseggiano, lo smantellamento è duro, la resistenza coriacea…

… Gli «eroi della ritirata», come li descrive lo scrittore Hans Magnus Enzensberger in un saggio pubblicato sulla «Frankfurter Allgemeine Zeitung» nel 1989, sono rari….

Ai politici piace solo “inaugurare“, oltretutto in un mondo che dipende dalle loro elargizioni la critica è merce rara, e quindi anche le voci contro che indichino un’alternativa…

…Una politica culturale ostinata che, se necessario, si schieri anche contro chi governa, è impensabile all’interno delle strutture odierne…

Nel XXI secolo non resta che gestire un penoso declino

… Al contrario di quanto avveniva negli anni settanta e ottanta, quando la politica culturale dava ancora ai giovani politici la possibilità di avviare una carriera proficua, soprattutto a livello comunale, oggi la sua considerazione pubblica diminuisce… sul campo della cultura sono poche le corone d’alloro da vincere…

Oggi la cultura scivola in fondo

… scomparsa degli inserti culturali e la perdita di reputazione della critica d’arte…

Un esempio dell’impasse di sistema è il dibattito sui videogiochi: sono arte?

Una domanda assurda se posta in contesti diversi da quello europeo: se possiedono anche un contenuto artistico emergeranno come tali in un sistema complesso di relazioni e culture che coinvolge soggetti variegati. E così è bene che sia quando la domanda presenta mille sfumature possibili. Ma nella pazza e sclerotizzata Europa bisogna invece decidere qui ed ora, e a decidere deve essere il burocrate che tiene i cordoni della borsa.

Con premesse del genere la farsa è assicurata

… dal 2009 esiste in Germania il Premio per i videogiochi istituito dal parlamento tedesco (nel 2011 il ministro alla Cultura Bernd Neumann, nel suo discorso in occasione del conferimento del premio a Monaco, disse: «I videogiochi sono ormai diventati una forma d’arte degna di nota dell’età digitale. Lo scopo del Premio per i videogiochi è di rafforzare la consapevolezza della qualità»), a essere premiati non sono però quei giochi che sviluppano il principio dell’interattività e che lavorano sull’estetica, bensì quelli che sprizzano political correctness da tutti i pori, ossia confermano le norme culturali del passato. Nel 2010 «Die Welt» ha definito il premio una «farsa penosa»…

Il burocrate nelle vesti di arbitro del bello conduce a conseguenze prevedibili…

… La politica culturale è sempre meno in grado di promuovere i cambiamenti… Si concentra sulla conservazione…

Ma cosa conserva il conservatore compulsivo?…

… Erhard Eppler. Per lui il punto decisivo era capire se vogliamo mantenere le strutture a spese dei valori oppure i valori a spese delle strutture…

Il conservatore compulsivo di solito è un ex rivoluzionare che dopo le barricate ha trovato uno stipendio statale nella “cultura”, ma la sua formazione lo rende refrattario ai valori tradizionali. Si limita a conservare la struttura.

A volte lo spettacolo è comico: chi ieri invocava la tabula rasa oggi è ossessionato dalla missione di tramandare

… Forse un simile rallentamento dello sviluppo è voluto dalla politica. L’identità si trae dal passato e le imprese culturali si occupano quasi esclusivamente di eredità, perché per loro tutto è eredità, non appena ci mettono sopra le mani. In ultima istanza, ciò significa che la sola missione delle istituzioni culturali è semplicemente tramandare… Sono nati così due sistemi paralleli, dove, però, l’efficienza del sistema privato è di gran lunga superiore a quella del sistema pubblico…

Qui si vede bene il punto di forza del privato

Il rischio di non sopravvivere, che non dà pace alle imprese private, le obbliga a rivolgere l’attenzione ai consumatori, a rinnovarsi di continuo. Le imprese pubbliche sono in buona parte sollevate da queste preoccupazioni… Libera le imprese dalla necessità di svilupparsi e seguire la domanda per continuare a esistere…

Sganciarsi completamente dalla domanda è stato un errore letale: la domanda è innovazione…

… porre le imprese culturali pubbliche al riparo dal confronto con la domanda ha conseguenze fatali per la loro capacità di produrre innovazione… Per le istituzioni culturali, i successi e gli insuccessi sul mercato devono potersi riflettere nel budget, al di là di tutte le sovvenzioni…

Se le risorse non cadono più dal cielo si assiste al tentativo posticcio di fare marketing imbellettando i musei offrendo lo spettacolo dell’ottantenne in minigonna.

Il mondo della cultura si pone sempre obiettivi rigorosamente non misurabili, il che eclissa il fastidioso concetto di spreco. Abbiamo costruito un settore sempre “in bolla” che ha tratto vantaggio da tutte le bolle finanziarie…

… Norbert Lammert, presidente del Bundestag, ha puntualizzato: i teatri sono «rilevanti per il sistema […] non meno delle banche e dei parlamenti»65. Ciò significa che la cultura ha diritto a un sostegno statale illimitato… dov’è il dibattito che individua gli obiettivi della politica culturale che consentono di valutare se e quanto si debba risparmiare, non risparmiare o aggiungere?… Si può dire che la cultura abbia tratto vantaggio da tutte le bolle che hanno alimentato la nostra economia…

L’imperativo è: “soltanto l’arte sovvenzionata è libera”…

… L’arte che deve affermarsi sul mercato è giocoforza asservita al gusto delle masse. Per questo non può essere libera…

L’arte di stato è libera, chi deve inseguire una domanda si adegua. Il soggetto implicitamente disprezzato è il consumatore d’arte.

Una libertà del genere forse è sopravvalutata, sono i fatti a dirlo…

… una libertà di quel tal non-conformismo che, nel migliore dei casi, scaturisce dal giudizio di commissioni miste…

Sussidiare l’artista significa riconoscerlo… e il politico radicale non vuole certo “escludere” nessuno. Lui non “esclude”, semmai “include”. Tutti dentro… e sussidi a pioggia.

Tutti dentro” non significa altro che fine del principio di autorità.

Quel che da sessantottini si rivendicava per la scuola oggi lo si pratica (rivendicarlo sarebbe troppo) nella cultura.

Capiamo un po’ meglio un fenomeno tipico del nostro tempo: l’impossibilità di tagliare la spesa pubblica

… Risulta chiaro, quindi, perché l’innaffiatoio come modello di incentivazione non sia così facile da abolire. Crea un senso di appartenenza e trasmette a coloro che ricevono gli incentivi un’idea di partecipazione…

Tanta abbondanza e varietà suscita presto indifferenza se non nausea…

… perdita di significato dell’arte e delle sue opere, che si accompagna al calo della stima di cui godono gli artisti… l’ubiquità dei prodotti artistici portano alla nausea… perdita di attenzione… perdita di status dei critici…

Steven Erlanger sul distacco dell’arte europea dalla domanda…

… Il suo distacco dai fruitori è per Steven Erlanger, responsabile della cultura del «New York Times», il più grande handicap dell’Europa: «Non occupandosi abbastanza di cultura popolare, intrattenimento, industrie creative, mercato e diversità etnica, l’Europa sta vivendo una grande stagnazione culturale»…

Quando il prodotto non ha domanda che si fa? Se l’ottantenne non seduce si puo’ sempre metterle la minigonna…

… si punta forte sulle «sensazioni straordinarie», l’eccesso di offerta ha logorato il concetto di «straordinario». Come con il salmone: trent’anni fa mangiare salmone era il top…

Si cerca l’ “evento” a tutti costi, si cerca l’effetto “contagio”: “sei andato sulla passerella di Christo?”…

… La regola della «società dell’esperienza» del postmoderno dice che là dove vanno in molti deve esserci un’esperienza: «Il pubblico oggi segue il modello storico del pellegrinaggio», constata Beat Wyss70. L’energia che si accumula con centinaia di migliaia di persone genera un’aura che si spera arrivi a contagiare noi stessi…

Cosa diventa l’artista?…

… Un artista di successo non crea un’opera, ma prende decisioni eccezionali, sceglie la strategia estetica giusta… «Alle istituzioni della borghesia colta succedono le comunità di fan», sostiene Aleida Assmann…

Tra arte e media esiste un’analogia

… Anche se hanno solo quattrocento anni, i media vantano un percorso paragonabile a quello dell’arte. La liberazione dalla supervisione statale, simile a ciò che ha rappresentato per l’arte la liberazione dal lavoro su commissione, ha portato al moltiplicarsi e infine a un eccesso di offerta che ha annientato il ruolo guida dei media…

Con la fine della domanda, l’offerta si accolla anche il problema della demarcazione (arte/non arte)…

… Se è vero che arte è ciò che beneficia delle sovvenzioni, allora non è arte ciò che ne fa a meno…

Fare arte non è più una sfida, non è più una comunione…

… È vero che non ci sono più i committenti, però manca un contraltare, un interlocutore che ponga l’artista davanti a una sfida…

Soluzioni? Sentiamo Baricco

… Bisogna spingere i cani verso la caccia, le persone verso l’arte, verso il loro momento di felicità culturale? Lo scrittore e critico della cultura Alessandro Baricco risponde di no e propone una soluzione radicale: basta soldi pubblici alle istituzioni culturali; meglio destinare i fondi a scuola e televisione… Il pubblico colto, secondo Baricco, non necessita di alcuna sovvenzione…

Baricco sui danni dei sussidi alla musica

… Non riesco a non pensare, per esempio, che l’insistita difesa della musica contemporanea abbia generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi»…

Il fallimento del progetto “cultura per tutti” è su due fronti…

… La politica culturale non è riuscita né ad attirare l’attenzione di nuove fasce di pubblico né a livellare le disparità…

Ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno: ci sono  stati anche dei progressi. A chi rendere merito?… 

… Baricco giunge alla conclusione che la cultura non è più un privilegio da tempo. Chi lo desidera può goderne. Tuttavia, aggiunge, questo non è merito di una politica culturale, bensì degli sviluppi avvenuti indipendentemente da essa: globalizzazione, internet, benessere, aumento del tempo libero

C’è anche un chiaro fallimento politico. Il cittadino acculturato vota meglio?…

… Infine: la democrazia risulta rafforzata dalla nostra politica culturale? La rielezione di Berlusconi dimostra che l’abbondanza di cultura alta non innalza una barriera difensiva contro il dissesto morale dello Stato…

Quante speranze in fumo

… Per quarant’anni la politica culturale ha nutrito la speranza che il pubblico avrebbe trovato la strada giusta, che gli enormi investimenti nel patrimonio culturale e l’occupazione preferita della borghesia colta si sarebbero ammortizzati grazie a una vasta partecipazione…

Il direttore del teatro di Mannheim tradisce una mentalità che si perpetua… 

… «In fondo veniamo sovvenzionati per mettere in scena ciò che le persone non vogliono vedere»…

Christoph Vitali, l’allora direttore della Haus der Kunst meditava sui destinatari dell’arte contemporanea…

… «La vita culturale continua a essere prevalentemente una sfera di competenza della borghesia possidente e di quella colta, il coinvolgimento degli altri ceti della società o addirittura della crescente parte straniera della popolazione è un’illusione»…

Un tipico crollo per eccessiva lontananza dal pubblico…

… Un’eccessiva lontananza dal pubblico non va – in questo ha fallito per esempio Christoph Marthaler nel 2004 al teatro di prosa di Zurigo. Malgrado gli applausi della critica, il gradimento del pubblico è crollato…

Un settore “in bolla”…

… Un terzo delle organizzazioni no-profit attinenti all’ambito della cultura, i tipici sostenitori delle istituzioni e dei centri di produzione, è in rosso, il che fa pensare a un eccesso di cultura…

Il National Arts Index punta l’indice sulla scarsa competitività della cultura europea…

… la competitività del settore della cultura è pressoché inesistente di fronte ad altri ambiti quali l’istruzione, l’assistenza sociale, gli aiuti umanitari o la religione…

Non ci si va neanche più per “mostrarsi”…

… I confronti con il passato indicano che la cultura in quanto status symbol diventa sempre meno rilevante…

Prendiamo la lettura…

… Negli ambienti operai e impiegatizi il numero dei non-lettori è salito dal 33% al 43% nell’arco di dieci anni, quello dei lettori forti (qui definiti come coloro che leggono almeno dieci libri all’anno) è sceso dal 26 al 18%…

Ma cos’è la lettura oggi? Un ostacolo, anche per chi ha ambizioni culturali…

… Oggi la cultura che deriva dalle letture è considerata una zavorra. E questo non solo dagli individui socialmente svantaggiati, ma anche dai consumatori più assidui, categoria compresa tra i diciotto e i trent’anni. È vero che sognano l’e-book, ma della lettura intesa come negli anni settanta e ottanta non hanno nessuna considerazione. Costa troppo tempo vitale

Libertà è stata la parola simbolo delle politiche culturali europee. Critici (chi giudica) e consumatori (chi paga) sono stati visti come tiranni da cui affrancarsi. La liberazione è avvenuta con (liberanti) finanziamenti a pioggia: il finanziamento ti concede di non piacere, la “pioggia” ti concede di non giudicare. E’ nata un’arte astrusa, amorfa, solipsistica. L’assenza di una bussola ha fatto sì che alcuni si buttassero sulla mera conservazione, altra stortura. Finita la “birra gratis”, pur di avere un simulacro di pubblico si è ricorsi ad abbellire questi due “strani frutti” attraverso l’ “eventizzazione” e la ricerca di “emozioni forti”. Risultato: pubblico effimero, assenza di prospettive per il futuro, ruolo subalterno dell’Europa nella produzione artistica contemporanea. Morale: una “domanda” reale ci vuole, un libero giudizio ci vuole, una committenza privata ci vuole. Ci vuole tutto questo per avere una bussola, per sentire gli umori, per non finire soli a fantasticare sul proprio ombelico. Ci vuole anche se se dietro si portano forme sgradevoli di commercializzazione. Laddove questi elementi non sono stati annichiliti (per esempio concedendo generosi sgravi fiscali anziché finanziamenti a pioggia), le cose sono andate meglio.

(ANSA/ FILIPPO VENEZIA)

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