Quindici tipi di razionalità

How Do Economists Think About Rationality? Tyler Cowen

Si fa presto a dire “razionalità”, non ne esiste una sola. Ce n’è più di  una dozzina 🙂

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Esiste la razionalità strumentale. In quest’ottica è razionale chi usa adeguatamente i mezzi a disposizione per perseguire i suoi fini.

La razionalità strumentale postula come fine la massimizzazione della propria utilità, per questo qualcuno la chiama razionalità egoistica, anche se nella propria utilità puo’ essere ricompresa anche l’utilità di terzi.

Se considerata a livello collettivo la razionalità strumentale diventa utilitarismo.

L’utilitarismo poi esiste in varie versioni a seconda dei postulati che completano la teoria.

C’è quello cardinale che postula utilità soggettive come misurabili e confrontabili.

Per esempio: poiché A apprezza un euro più di B, allora – qualora volessimo massimizzare l’utilità collettiva – B sarebbe tenuto a pagare un euro ad A.

Oppure: l’inquinamento si combatte più razionalmente con le tasse che con le regole, questo perché le regole implicano proibizione mentre le tasse, riflettendo il danno pubblico, autorizzano quei comportamenti che hanno più valore del danno procurato.

C’ è poi l’utilitarismo ordinale, più modesto. Esempio: lo scambio migliora sempre la condizione delle parti che lo realizzano. In questo caso i comportamenti mi fanno capire quale risorse produce un’utilità superiore ma non mi fanno capire di guato sia superiore.

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C’è poi la cosiddetta razionalità transitiva.

In questo caso è razionale chi ha preferenze alle quali è possibile applicare la proprietà transitiva. In altri termini: la razionalità prevede preferenze stabili (o coerenti).

Esempio se oggi scelgo il gelato al cioccolato e domani alla vaniglia la mia scelta è irrazionale (almeno se i due gusti sono sempre disponibili e io conosco in anticipo il loro sapore).

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C’è poi la razionalità tautologica.

Per questa visione un individuo è sempre razionale, la variabile dipendente sono i fini.

Per esempio, chi postula questo genere di razionalità tende a rivalutare pratiche del passato che noi riteniamo barbare: per esempio la tortura, o il sacrificio umano, o la schiavitù. L’uomo non era irrazionale, semplicemente agiva nel modo più razionale a sua disposizione in un contesto differente. Si parla anche di razionalità descrittiva poiché le vicende umane vengono raccontate riconducendole ad un paradigma di comportamento razionale.

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Una parente stretta della razionalità tautologica è la razionalità postulata: la si postula a priori allorché non conosciamo la reale natura dei comportamenti osservati.

Per esempio, gli operatori di borsa sanno che non si puo’ “battere il mercato” in modo sistematico. E’ un dato di fatto ma c’è anche un supporto logico: se qualcuno conosce il modo di farlo le sue strategie verranno imitate cosicché cesseranno di funzionare. Questo stato di cose viene sintetizato dicendo che il mercato è efficiente (EMH: Efficient Market Hipotesys) ovvero razionale. Noi sappiamo che la cosa non è vera ma poiché non possiamo formulare una razionalità superiore accettiamo la cosa come vera

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C’è poi la razionalità bayesiana.

Qui un individuo è razionale se aggiorna le sue credenze ad ogni accadimento. In questo senso la razionalità è sempre soggettiva poiché comporta l’esistenza di un a-priori. Il primo atto della scelta razionale è l’intuizione. Ne abbiamo parlato in abbondanza.

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C’è poi la razionalità evolutiva (o dell’invidia).

Anziché postulare la massimizzazione della propria utilità (razionalità egoistica) mette al centro la propria posizione relativa. Si tratta di un caso particolare della razionalità egoistica ma che di solito viene tralasciato perché la riflessività del sistema complica di brutto i calcoli rendendo inservibili i modelli. la razionalità dell’invidia prevale nei modelli evoluzionistici (in presenza di poche femmine la possibilità di riprodursi del maschio dipende dalla potenza dei suoi mezzi rispetto a quella dei suoi concorrenti e non dalla sua potenza assoluta).

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C’è poi la razionalità di gruppo.

In questo caso un comportamento si presenta come  irrazionale se osservato in isolamento ma diventa razionale se ricondotto ad una logica di gruppo. Prendi l’altruismo, potrebbe essere giudicato  irrazionale se visto alla luce di una selezione naturale individuale ma diventa razionale se osservato in un ambiente dove opera la selezione naturale a livello di gruppo.

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C’è anche la razionalità ecologica.

Si contrappone alla ragione unica. Quest’ultima fissa il modo più razionale per perseguire un obbiettivo dato: fuori di sé non riconosce nulla che possa definirsi “razionale”. La razionalità ecologica è invece una meta-ragione: stabilisce il modo migliore di far interagire tra loro più soggetti e quindi più ragioni con i loro obbiettivi differenti. In questo senso, nei problemi di cui si occupa la ragione ecologica, l’obbiettivo non è dato ma consiste in un pacchetto di obbiettivi che emerge e si trasforma nel tempo in virtù dell’interazione virtuosa tra ragioni differenti.

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C’è poi la razionalità traslata: un individuo è razionale ma solo per l’ambiente in cui si è formato il suo cervello.

La psicologia evoluzionista si occupa di registrare le discrasie tra contesti. Siamo di fronte ad una razionalità “convertita”.

Più che una razionalità è una teoria degli errori razionale.

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C’è poi la razionalità procedurale: un individuo è razionale se forma i suoi obiettivi in un certo modo e se poi li persegue adeguatamente dati i mezzi a disposizione.

Si noti la differenza con la razionalità strumentale, la quale si disinteressa completamente di come uno forma i suoi obbiettivi.

Per esempio: “la democrazia è un sistema razionale poiché aggrega in modo coerente le preferenze collettive”. Il razionalista strumentale non arriverebbe mai a dire tanto.

In questo senso anche l’adozione di certi valori puo’ essere o meno razionale a seconda dei passi fatti per giungere ad adottarli.

Per esempio, se io non so nulla di un certo fenomeno e raccolgo la testimonianza di una persona mediamente credibile l’atteggiamento razionale è quello di credere (principio di credulità).

Quando noi pensiamo al folle pensiamo a questo tipo di razionalità. Se mi limitassi alla razionalità strumentale non ci sarebbe nulla di male a credersi Napoleone, in fondo non c’è incoerenza. 

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C’è poi la razionalità espressiva: un individuo è razionale se si comporta in modo da realizzarsi (rational irrational). In questo senso è razionale anche chi si ritaglia dei momenti di palese irrazionalità per la propria soddisfazione.

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C’è poi la razionalità limitata: un individuo è razionale quando arresta i suoi calcoli con l’obbiettivo di perseguire un bene sufficiente. Illuminante il caso dello scacchista: quando smettere di pensare e passare alla mossa? Chi crede che esista una risposta a questo problema postula l’esistenza di una razionalità limitata. Herbert Simon è l’autore che più ha studiato la razionalità limitata cercando di sostituire l’ “ottimizzazione” con la “soddisfazione”.

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C’è poi la razionalità normativa: la soluzione razionale diventa cruciale poiché chi non la persegue è colpevole.

In questo senso l’irrazionalità è considerata immorale. E’ la razionalità degli utilitaristi, la razionalità come modello ideale: se non la eserciti sei colpevole poiché le tue facoltà te lo consentirebbero.

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C’è poi la razionalità pragmatica: gli assunti sulla razionalità dell’individuo non sono credibili ma producono i modelli più affidabili.

Per esempio, Milton Friedman riteneva che considerare i giocatori di biliardo dei geometri consentiva di fare previsioni accurate circa le strategie che adotteranno in partita. In poche parole: quel che conta sono le predizioni e non la veridicità delle ipotesi fatte.

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C’è  la razionalità fondamentalista dei neopositivisti alla Carnap. Qui un’affermazione è considerata razionale se fondata sulla percezione dei cinque sensi e i principi della logica.

Alvin Plantinga la allarga per ricomprendere tra i sensi rilevanti anche “senso comune” affinchè anche l’affermazione di Dio sia nel novero delle affermazioni razionali.

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Infine c’è la razionalità dialogica. Qui la razionalità è ridotta a figura retorica. La sua funzione consiste nel convincere l’altro o nel “mostrare i propri muscoli” impressionando l’altro con ragionamenti sofisticati. In una simile visione la ragione esercitata in solitudine non he alcun senso.

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