Un avamposto del progresso

Trama:

Due europei, Kayerts e Carlier, sono stati assegnati a una remota stazione commerciale nella giungla africana, verosimilmente nell’ex Congo belga, per conto di una Grande Compagnia Commerciale dedita al commercio di avorio. Sono stati accompagnati a quella località con un battello fluviale che dovrebbe tornare a riprenderli fra sei mesi. Ai due non sono stati affidati compiti specifici importanti. E in realtà i due sono giudicati dai dirigenti della Compagnia due uomini inetti inviati in una stazione commerciale senza importanza. Nella stazione la maggior parte del lavoro, compresi il lavoro organizzativo e quello amministrativo, viene svolto da un africano della Sierra Leone soprannominato Makola; i due passano pertanto il tempo a non far nulla, tranne commentare le caratteristiche fisiche degli indigeni. Una svolta si verifica quando Makola vende come schiavi a dei mercanti africani, in cambio di avorio, dei dipendenti neri addetti alla sorveglianza della stazione. Kayerts e Carlier restano sconvolti e scandalizzati quando capiscono cosa è accaduto; ma alla fine accettano i benefici derivanti dall’affare e aiutano Makola a mettere al sicuro l’avorio acquistato da quest’ultimo. Col passar del tempo i due bianchi diventano sempre più deboli nel fisico e depressi nel morale. Infine, per un motivo estremamente futile – dello zucchero per una tazza di caffè – improvvisamente fra i due scoppia un litigio grottesco e insensato che si conclude tragicamente quando, con un revolver, Kayerts uccide il disarmato Carlier. Il racconto termina con l’arrivo, con due mesi di ritardo sul previsto, del vaporetto col Direttore Delegato della Grande Compagnia Civilizzatrice: Kayerts, suicida per disperazione, viene trovato impiccato con una cinghia appesa alla croce che sormontava la tomba del precedente direttore della stazione.

Quel che ci trovi dentro.

  • Cose rotte che si accumulano misteriosamente attorni a uomini trasandati.
  • Veglie funebri su cui aleggia un fastidioso “te l’avevo detto”.
  • Individui insignificanti trascinati a mete ragguardevoli grazie al solo fatto di stare acquattati dentro una moltitudine incivilita.
  • Nervi civilizzati messi a dura prova dall’esposizione all’insolito che sprigiona il “selvatico”.
  • Il rimpianto per i pensieri senza sforzo di un impiegato governativo.
  • Il rimpianto per il veleno lieve del pettegolezzo malevolo che serpeggia sempre nella vita d’ufficio.
  • Amicizie cameratesche, ovvero uomini che finiscono per volersi bene accumunati dalla loro stupidità e dalla loro pigrizia. Insieme non fanno niente se non godersi la sensazione di scioperataggine per cui vengono pagati.
  • Occhi allarmati sempre in movimento.
  • Foreste immense che celano fatali complicazioni incomprensibili all’uomo bianco.
  • Un fulgido esempio di “integrazione” tra razze diverse:… alle volte Gobila veniva a visitarli. Gobila era il capo dei villaggi vicini. Era un selvaggio dalla testa grigia, magro e nero, con un panno bianco attorno ai lombi e una pelle rognosa di pantera che gli pendeva sulla schiena. Arrivava con lunghe falcate delle sue gambe da scheletro, dondolando un bastone alto quanto lui e, entrando nella stanza comune della stazione commerciale, si accoccolava sui talloni a sinistra della porta. Restava lì seduto, guardando Kayerts, e di quando in quando faceva un discorso che l’altro non comprendeva. Kayerts, senza interrompere la propria occupazione, di tanto in tanto diceva in maniera amichevole: «Come vanno le cose, vecchio idolo?» e si sorridevano l’un l’altro. I due bianchi provavano simpatia per quella creatura vecchia e incomprensibile, e lo chiamavano Papà Gobila. I modi di Gobila erano paterni, e sembrava veramente volere bene a tutti gli uomini bianchi. Gli apparivano tutti molto giovani, tutti uguali senza distinzioni (eccetto per la statura), e sapeva che erano tutti fratelli, e pure immortali. La morte dell’artista, che era il primo uomo bianco che aveva conosciuto da vicino, non aveva incrinato questa fede, perché era fermamente convinto che lo straniero bianco avesse fatto finta di morire e si fosse fatto seppellire per qualche sua misteriosa ragione, sulla quale era inutile indagare. Forse era la sua maniera di tornare a casa al suo paese? In ogni modo, questi erano i suoi fratelli, e lui aveva trasferito il suo affetto assurdo su di loro. E quelli in un certo senso lo ricambiavano. Carlier gli dava pacche sulle spalle, e accendeva fiammiferi sconsideratamente per farlo divertire. Kayerts era sempre disponibile a fargli annusare la bottiglia di ammoniaca. Insomma, si comportavano esattamente come quell’altro bianco che si era nascosto in un buco nel terreno. Gobila li studiava attentamente. Forse quei due e l’altro erano un essere solo – o forse uno dei due lo era. Non riusciva a decidere – a chiarire quel mistero; ma rimaneva sempre molto amichevole…Gesticolava alquanto, e si interrompeva del tutto inaspettatamente. C’era qualcosa nel tono di lui, nel suono delle lunghe frasi che usava, che faceva trasalire i due bianchi. Era come una reminiscenza di qualcosa di non esattamente familiare, e che tuttavia rassomigliava alla parola degli uomini civilizzati. Suonava come uno di quei linguaggi impossibili che a volte si ascoltano in sogno…
  • Immigrati infelici che rimpiangono i festosi incantesimi, le stregonerie, i sacrifici umani della loro terra.
  • Guerrieri ridotti a manovali: se fossero stati di un’altra tribù qualsiasi si sarebbero risolti a morire… e invece persistevano stupidamente a vivere nella malattia e nell’afflizione. Lavoravano molto poco, pigramente, e avevano perso la loro splendida prestanza fisica.
  • Il lavoro dei selvaggi: tagliare l’erba, costruire una staccionata, abbattere alberi, eccetera, eccetera, cose che nessuna forza al mondo poteva indurli ad eseguire con efficienza…
  • La caccia all’ippopotamo: gli spari nel fiume ma se poi non hai la barca per recuperarlo quello affonda e ti saluto.
  • Accessi di rabbia in cui urli a pieni polmoni la necessità di sterminare tutti i negri per poter rendere il paese abitabile.
  • Compagni di cella che colo tempo, giorno dopo giorno, si fanno rauchi, sarcastici e inclini a dire cose spiacevoli chiamando tutto cio’ “essere franco con te”.
  • Gente che vive per mesi di riso bollito senza sale: bisogna aver vissuto di una dieta simile per scoprire che orribile problema possa diventare la necessità di inghiottire il proprio cibo.
  • La paura, ma la paura vera: la mattina non avresti potuto percorrere un metro senza gemere dal dolore. E adesso stai correndo…
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