Condomini cattolici

Capitolo 5 – Abitare liberamente. Oltre i pregiudizi sull’auto-organizzazione residenziale di Francesco Chiodelli – La città rende liberi. Riformare le istituzioni locali (Policy) (Italian Edition) di Stefano Moroni

***Un dibattito nostrano poco vivace***

dal 1970 al 2010 il numero di statunitensi che vive in qualche forma di comunità contrattuale è passato da 2,1 a 62 milioni (dall’1 per cento al 20 per cento circa della popolazione totale); oggi le comunità contrattuali (residenziali) statunitensi sono circa 310.000, il 50 per cento delle quali costituite da forme organizzative particolarmente complesse e articolate.

Note:LE COMUNITA’ RESIDENZIALI UN FENOMENO CHE NON CI RIGUARDA TANTO. I CATTOLICI SI RIEMPIONO LA BOCCA CON LA PAROLA “COMUNITA’” E POI NON SONO NEMMENO IN GRADO DI DARE VITA AD UN CONDOMINIO CATTOLICO

qualche sporadico insediamento per popolazione benestante (si pensi ad esempio a San Felice, nei pressi di Milano)

Note:SAN FELICE, RARA ECCEZIONE

***Luoghi comuni***

Spesso – non soltanto nel discorso comune e giornalistico – si tende a considerare le comunità contrattuali come luoghi elitari destinati alle classi più agiate.[104] Per quanto negli Stati Uniti una parte rilevante di questi insediamenti (circa il 50 per cento) abbia caratteri di esclusività e sia destinata a fasce di popolazione ad alto reddito, le comunità contrattuali sono in verità disponibili per diversi segmenti di mercato: circa il 30 per cento è abitato dalla classe media; circa il 20 per cento da popolazione a reddito basso o medio-basso.[105] Da sottolineare anche che le comunità contrattuali statunitensi non sono prerogativa soltanto della popolazione bianca.

Note:IL LUOGO COMUNE DELL’ESCUSIVITÀ

***PREGIUDIZI***

trattamento diametralmente opposto che ricevono il cohousing[108] e quel tipo particolare di homeowners associations che sono le cosiddette gated communities[109] (lo stesso discorso vale anche per alberghi diffusi e outlet/centri commerciali). Il primo è solitamente analizzato in maniera estremamente positiva (con toni più o meno agiografici a seconda dei casi): gran parte della letteratura nazionale e internazionale sul tema vede nel cohousing «una valida soluzione contro la crescente atomizzazione e solitudine delle nostre grandi città […], un nuovo modello di abitare e vivere la città, un’occasione di riscoprire socialità, cooperazione e solidarietà».[110] Al contrario, le gated communities sono solitamente analizzate in maniera estremamente negativa, come l’espressione di una “comunità in trincea”

Note:PREGIUDIZI SULLE GATED COMMUNITIES

Prendendo a prestito il lessico tassonomico proprio delle scienze naturali, si può piuttosto affermare che gated communities e cohousing sono semplicemente due varietà[112] di una stessa famiglia (quella, appunto, delle comunità contrattuali).

Note:TUTTE COMUNITÀ CONTRATTUALI

(i) il tipo di spazi e di attrezzature comuni (nel cohousing più orientato alla condivisione di momenti di vita quotidiana – ad esempio il pasto; nelle gated communities più orientato al fattore sicurezza); (ii) i gradi di partecipazione e coinvolgimento dei residenti nella gestione della comunità (nel cohousing sono più accentuati e presenti fin dalle prime fasi di costituzione della comunità; nelle gated communities sono più formalizzati e legati soprattutto alla gestione della comunità una volta costituita); (iii) i meccanismi di selezione dei membri (nel cohousing sono informali, di natura quasi empatica, ex-ante rispetto alla realizzazione fisica della comunità residenziale, basati su una serie di valori condivisi; nelle gated communities sono più formalizzati, impersonali, codificati nei documenti costitutivi dell’associazione, basati ad esempio sulla disponibilità a pagare il prezzo dell’abitazione e dei servizi forniti); (iv) i meccanismi di governo della comunità (nel cohousing le decisioni vengono solitamente prese per consenso, all’unanimità; nelle gated communities per votazioni a maggioranza o super-maggioranza).

Note:LE TRE DIFFERENZE ACCESSORIE TRA GATED COMMUNITIES E COHOUSING

 

I problemi di segregazione, spesso enfatizzati nel caso delle gated communities, se effettivamente riconosciuti come tali (cosa non affatto scontata),[116] devono essere estesi anche al cohousing. Non solo l’omogeneità sociale è tipica anche di quest’ultimo;

Note:SEGREGAZIONE?

In termini di politiche si può sostenere che non si dovrebbero mantenere «legislazioni ad hoc per ogni singolo tipo [di comunità contrattuale], ma […] costruire un quadro giuridico quanto più astratto e generale possibile»…. evitando di distinguere le diverse tipologie di comunità contrattuali in “varietà buone” e “varietà cattive”.

Note:POLITICA: SI STABILISCANO DEI PRINCIPI, NON LEGISLAZIONI AD HOC

Come affermano Chris Webster e Renaud Le Goix,[121] la domanda da porsi in proposito non è tanto se il governo dovrebbe permettere a piccole comunità locali di pianificare e organizzare la propria vita collettiva contrattualmente, quanto, piuttosto, quali giustificazioni esistano per impedirlo. Si danno certamente alcune ragioni per regolamentare specifiche questioni relative alle comunità contrattuali; l’obiettivo dovrebbe però essere, in questo senso, quello di esaltarne gli aspetti positivi e minimizzare quelli negativi, incentivando nuove forme virtuose di sussidiarietà orizzontale in campo urbano.

EVVIVA LA SUSSIDIARIETÀ URBANA!

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