La catechesi di Giacomo Biffi. Parte prima: l’enigma del senso

Ha un senso la vita umana? Sì o no? E’ la domanda che inaugura “L’action” di Blondel, in libro di fine XIX secolo che fece epoca..

In contemporanea, nel 1894, da un’altra parte del mondo, Soloviev si poneva la stessa identica domanda e la poneva come incipit del suo nuovo libro.

Erano entrambi spiriti originali e soliti cantare fuori dal coro.

Il tema del senso implica quello del destino. Quello dello scopo. Quello della motivazione.

I temi variano ma l’enigma di fondo è sempre lo stesso.

Inutile ingannarsi, ammettiamolo: non sappiamo rispondere. Eppure una risposta va data. Sentiamo che deve essere data per vivere bene.

Quando conosci il “perché” sopporti tutto. Anche il dolore più acuto.

Esempio: il dolore del parto. Non è affatto uno scherzo, eppure le donne lo affrontano mediamente molto bene.

Senza “senso” diventa intollerante anche il piacere. Guarda a chi si suicida: di solito se l’è goduta, prima che subentrasse un’ opprimente noia calata su quei divertimenti insensati.

La questione del senso non è forse tra le classiche questioni eterne (“da dove veniamo?”, “dove andiamo?”…). anche se le presuppone tutte. Ha il pregio di essere ben compresa anche dal profano. E’ giusto che ogni buona catechesi cominci con la questione del senso.

Per l’impavido il senso non esiste. Leopardi è tra questi. L’unico senso è il morire. Sconsolante e leale questa posizione. L’uomo per Leopardi è un “confuso viatore”.

Il senso non è alla nostra portata. Ma nemmeno è alla nostra portata rassegnarsi: come vivere senza una ragione?

La religione cristiana azzarda allora una risposta: Dio è il senso della nostra vita e ce lo rileva attraverso un avvenimento, non attraverso  una spiegazione. Non una dottrina ma un incontro.

Il cristianesimo è molte cose ma cosa costituisce il suo specifico? Molti hanno risposto… fallendo.

Il Vangelo è stato visto come un appello alla giustizia sociale, come un appello all’ amore reciproco, come una strada di perfezione personale, come un manifesto di liberazione politica. Qualcuno lo vede come un’ assicurazione contro i rischi di un eventuale al di là.

Tutte le risposte offrono un bagliore di verità ma sono nel complesso deludenti, in genere rispecchiano l’ideologia di chi le avanza.

Occorre un’ esplorazione oggettiva dei dati a nostra disposizione. Occorre uno studio degli inizi del cristianesimo. Dobbiamo guardare alla sua storia per capire cosa sia il cristianesimo.

Congettura plausibile: nel cristianesimo è primario ciò che viene proposto fin da subito. Lì sta il nocciolo. La nascita rivela la natura. Cosa c’è all’origine del cristianesimo?

Quali sono gli enunciati caratteristici con cui il cristianesimo si è presentato al mondo? Andiamo allora a scovare le formule primitive.

Saranno le testimonianze a condurci. Ci parleranno di un fatto, di una una persona e di un disegno che risponde alla nostra richiesta di senso.

Il cristianesimo prende inizio da un fatto accaduto nei primi anni trenta intorno ad Aprile. Un fatto, la resurrezione,  inatteso da tutti. I discepoli stessi hanno faticato ad accettarlo.

Quando gli apostoli si arrendono all’evidenza, comincia l’avventura cristiana.

La prima formula cristiana consiste in una frase piccolissima: “è risorto“. Qui sta il seme cristiano. Da qui nascerà a colossale pianta cristiana. Lì c’è già tutto: Agostino, Tommaso, Dante, le Cattedrali…

I primi cristiani annunciano il loro messaggio dicendo “è risorto”. Si noti la formulazione oggettiva dell’annuncio. Non si parla di esperienza personale ma di un fatto accaduto.

Il cristianesimo non può essere accettato con beneficio d’inventario: o la si accetta o lo si rifiuta. Questo perché annuncia un fatto, non una dottrina. Un fatto o è accaduto o non è accaduto.

Il cristianesimo non è solo per gli eruditi, proprio perché ci parla di un fatto e non di una teoria risulta comprensibile a tutti.

***fine prima parte***

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