Inno al soggettivismo

1. AMV s’incazza

Aldo Maria Valli è il mio vaticanista di riferimento. In realtà è il mio riferimento in molte cose che riguardano il cattolicesimo contemporaneo e le sue spaccature. Perché? Non lo so esattamente, forse perché ha cambiato idea… Ha cambiato idea senza averne una convenienza materiale, anzi. Sono abbastanza certo che lo abbia fatto per una questione di coscienza, il che lo rende in qualche modo più attendibile.

Ha cambiato idea su papa Francesco: prima accoglieva e difendeva il suo messaggio, ora è più scettico. Non che la virata sia cruciale ma perlomeno offre una garanzia: conosce bene sia gli argomenti “pro” che quelli “contro”. Entrambi sono o sono stati nel suo arsenale retorico.

Gli stimoli che offre il suo blog sono molti e qui mi limito a coglierne uno. In un suo recente intervento l’insigne giornalista mostrava un certo disappunto nel leggere su un foglietto della Messa cio’ che considerava “un inno al soggettivismo”. Si trattava di un breve commento all’esortazione apostolica “Amoris laetitia”. Titolo: “prima la coscienza, poi le regole”.

Il papa – secondo il “foglietto” – insiste sul “discernimento” di fronte al peccatore che chiede il perdono, non tutti i peccatori sono uguali, nemmeno se hanno commesso lo stesso peccato. Se così stanno le cose, le regole servono a ben poco…

… per il discernimento infatti, più che le regole, serve l’impegno personale. Perché il discernimento, che si adatta alla situazione concreta della persona, è più esigente delle regole. Ogni persona ha una “sua” situazione. Pensare di stabilire tante “regole” quante sono le situazioni vissute dalle persone nella loro vita di relazione vuol dire infilarsi in un ginepraio inestricabile, tanto rischioso quanto ingiusto…

Il concetto espresso sul foglietto della Messa è chiaro: poiché ogni persona vive una sua situazione, pensare di stabilire tante regole quante sono le singole situazioni vorrebbe dire “infilarsi in un ginepraio inestricabile, tanto rischioso quanto ingiusto”. Ciò che il testo sembra sostenere è che la singola situazione non può essere normata, ma solo osservata attraverso la lente del discernimento.

Commenta Valli:

… siamo dunque in quella che si chiama morale della situazione, caratterizzata dal fatto che il giudizio sulle scelte non avviene in base a una verità universale, espressa da una legge, ma in base al modo in cui la singola situazione è vissuta dal soggetto che ne è protagonista…

Andando avanti ecco come conclude il foglietto…

… «Il discernimento personale è più rispettoso, ma anche più impegnativo. La “regola” è più comoda, il discernimento più severo. Dio non pretende da noi un bene in generale, ma quel bene che rappresenta ciò che è meglio per noi in quella determinata situazione, alla luce della nostra vita di relazione. Quindi il “massimo bene possibile”, che si può realizzare solo con il discernimento…

Commenta ancora Valli stupito…

… Quanto all’idea secondo cui la regola sarebbe più comoda, mentre il discernimento sarebbe più severo, ancora una volta viene da chiedersi: che vuol dire? In che senso la regola sarebbe più comoda? Dobbiamo concludere che il buon Dio, con i dieci comandamenti, avrebbe scelto la via della comodità?… Sarebbe stato meglio se si fosse scomodato e avesse aggiunto ai comandamenti svariate postille per ogni singolo caso? E che significa che Dio non pretende un bene in generale ma ciò che è meglio per noi in una certa situazione? Vuol dire che il bene oggettivo non esiste, ma esiste solo il bene soggettivo? Ma se non esiste il bene oggettivo, come facciamo a sapere che cosa è bene e che cosa è male in una data situazione? Su che cosa fondiamo la valutazione? Di nuovo, la conclusione a cui arriviamo è che vale solo l’esperienza soggettiva, la quale è buona in sé, al di là di ogni norma e ogni legge universale oggettiva…

Valli è disorientato, e il problema che solleva – come al solito – di rilievo.

Da parte mia vorrei contribuire nel districare la matassa segnalando il pericolo di due “confusioni” in cui è facile incappare.

2. Confusione tra soggettivismo e relativismo

Soggettivismo e relativismo non sono la stessa cosa, anche se spesso vengono indebitamente accomunati.

Pensiamo solo al padre del soggettivismo: Cartesio. Vi sembra un relativista?

Il “soggettivista” sostiene che noi percepiamo la realtà filtrandola attraverso qualcosa che appartiene intimamente al soggetto. L’uomo giudica sulla base di un’immagine mentale che si fa delle cose.

C’è sempre questo filtro che separa il mondo reale da quello percepito.

Esempio: Gino e Pino guardano una mela, per Gino è rossa mentre per Pino è verde. Qual è il reale colore della mela? Per rispondere dobbiamo sapere qualcosa di più sui filtri.

Magari uno dei due è daltonico e l’altro no. Ma questo come incide sulla valutazione della realtà? Bisogna avere una teoria dei colori per abbozzare una risposta.

La scienza riconduce i colori ad un sistema di frequenza d’onda all’interno di uno spettro luminoso.

Ma si tratta di una teoria palesemente incompleta poiché noi sappiamo che cio’ che chiamiamo “rosso” è qualcosa di ben diverso da una frequenza d’onda, tanto è vero che un cieco dalla nascita, benché sappia descrivere con dovizia di particolari le frequenze del colore rosso, non ha la minima idea di cosa sia il colore rosso, questo perché non è in grado di farsene una propria immagine mentale.

Inoltre, la lunghezza d’onda incontra un filtro soggettivo e il colore “rosso” deriva da questo incontro: se due soggetti hanno filtri diversi emergono colori diversi.

Una teoria meramente oggettiva dei colori va allora completata introducendo i soggetti e le modalità di percezione.

Noi diciamo che il “rosso” ha una certa frequenza d’onda solo perché i daltonici sono una minoranza. Se prevalessero quella sarebbe la frequenza d’onda del verde!

Fin qui il soggettivista. Difficile negare le sue ragioni.

Si noti a questo punto che lo scettico e il relativista vanno ben oltre: sostengono sostanzialmente che il filtro soggettivo di cui disponiamo ci precluda una conoscenza della realtà, cosa che un soggettivista come Cartesio si guardava bene dal dire.

Soggettivismo e realismo sono compatibili, basta postulare l’affidabilità del filtro della conoscenza. Lo si fa, per esempio, con il principio di credulità: le cose sono come ce le rappresentiamo (fino a prova contraria, per esempio la prova che esistono i daltonici).

Noi non viviamo in un matrix per il semplice fatto che a me non sembra affatto, la mia capacità di percepire il reale mi dice il contrario, se non è così che lo si provi.

A questo punto bisogna spiegare la cattiva fama del soggettivismo in certi circoli che preferiscono tenersi stretto il realismo diretto, ovvero l’oggettivo e senza filtri.

I motivi sono due, innanzitutto è ben vero che  da un punto di vista storico – non logico – i relativisti moderni sono dei fuoriusciti dalle schiere del soggettivismo. Tra Cartesio e Derrida c’è un filo rosso.

E qui sottolineo con un esempio la natura storica di questa filiazione. Il soggettivismo ha scalzato l’oggettivismo poiché spiega al meglio fenomeni quali le illusioni e le allucinazioni. Ok? Allora mi chiedo: il realista diretto come spiega, per esempio, il fatto che un bastone semi-immerso nell’acqua sembri spezzato per effetto della rifrazione? Come mai lo crediamo tale pur avendo – per l’oggettivista – un accesso diretto e senza filtri  all’oggetto reale (che non è affatto spezzato)? Di solito ricorre al concetto di “apparenza”: in casi del genere, dice lui, noi abbiamo accesso diretto all’apparenza e non alla realtà.

Ma a questo punto lo scettico puo’ giocare sul concetto di “apparenza” esattamente come gioca con il concetto di “rappresentazione”: tutto rischia di essere apparenza, ecco come il dubbio radicale mina anche l’oggettivismo più oggettivo.

Per queste ragioni  rimarcavo come il relativismo sia solo un portato storico del soggettivismo, non una conseguenza logica. Dal punto di vista logico l’oggettivismo non è meno vulnerabile del soggettivismo agli attacchi dello scettico. Tanto è vero che esiste anche uno scetticismo antico (Pirrone) quando nell’antichità il soggettivismo cartesiano era di là da venire.

In secondo luogo, è ben vero che una posizione soggettivista induce ad una posizione dualista che riconosce due realtà a se stanti: mente e corpo. Dove risiederebbero infatti le rappresentazioni attraverso cui conosciamo la realtà? In uno spazio parallelo a quello fisico, ovvero lo spazio mentale.

Questo “inconveniente” di dover introdurre uno spazio parallelo ha scatenato discussioni infinite ma in questa sede ci basti notare che non è affatto un inconveniente nel nostro caso specifico: il credente non ha alcun problema a riconoscere una realtà ulteriore rispetto a quella fisica. Lui magari la chiama “spirituale” anziché “mentale” ma poco cambia. Nell’abbracciare il dualismo fede cristiana e soggettivismo sono solidi alleati.

Ma torniamo ora al nostro peccatore di fronte al quale è bene “discernere”. Così come Pino e Gino giudicano il colore della mela sulla base delle “lenti” che indossano nel contatto con la realtà, anche il peccatore agisce sulla base del filtro che possiede. Per esempio il filtro della sua esperienza cumulata: nessuno di noi cumula la medesima esperienza.

La cosa è così trascurabile nel momento in cui veniamo chiamati a giudicare il peccatore?

No, non puo’ esserlo, non puo’ esserlo anche se assumiamo che i filtri di cui disponiamo siano affidabili. Abbiamo appena visto che prendere in considerazione l’elemento soggettivo non significa scadere nel relativismo.

Quando Dio si troverà di fronte e dovrà giudicare un contadino dell’antica Roma, un mistico indiano del X secolo e un villico feudale, non si limiterà certo a verificare la regolarità nella frequenza della messa (dato oggettivo), dovrà “discernere” poiché la condizione soggettiva dei tre sarà molto differente.

Domanda: se due individui compiono le stesse azioni condivideranno necessariamente lo stesso destino soprannaturale? Non è detto: uno puo’ salvarsi e l’altro no. Il caso di Giovanni e Giacomo di cui sopra è chiaro: Dio ci conferisce i mezzi per superare ogni tentazione dannatrice ma l’ostacolo che dobbiamo superare non è oggettivo, dipende dal contesto. Al contadino indiano del X secolo non puo’ essere richiesta la frequenza regolare della messa cattolica per la salvezza della sua anima. Affermarlo è solo buon senso.

Possedere una teoria oggettiva del peccato è un po’ come per lo scienziato possedere la teoria dei colori, ci dice molto ma non tutto sul nostro destini, manca l’essenziale. Il peccato si forma nella nostra interiorità in modo imperscrutabile, qualcosa sui cui solo Dio puo’ e deve avere l’ultima parola. Solo lui è in grado di discernere, il che non ci esenta dal farlo secondo le nostre capacità. D’altro canto, se la mia interiorità, grazie alla mia natura umana, riconosce errati certi comportamenti, e io posseggo un libero arbitrio che mi consente di evitarli, l’ esame dello stato interiore sarà utile per graduare la colpa ma mai per dissolverla.

Ora, è vero che il soggettivismo si accorda meglio ad alcune teologie piuttosto che ad altre. E’ anche vero che Tommaso non fu certo un soggettivista e la filosofia della chiesa cattolica vede in lui un solido baluardo. Ma la sua ascendenza non è esclusiva, il fatto è che introdurre elementi di soggettivismo non dovrebbe essere visto come una rivoluzione copernicana per almeno tre motivi: 1) già esistono 2) il soggettivismo si coniuga con il buon senso e 3) tra soggettivismo e relativismo c’è tutta la distanza appena delineata.

3. Confusione tra colpa e pena

Il secondo aspetto riguarda la possibile confusione tra colpa e sanzione.

Cerchiamo di inquadrarla fuori dall’ambito religioso.

La legge civile stabilisce delle regole che se violate comportano una sanzione, dopodiché vengono fissate delle attenuanti.

La legge è oggettiva: una certa azione è malvagia in sé e merita di essere sanzionata. Le attenuanti sono in qualche modo soggettive: se quella azioni malvagie sono condotte con un certo animo, allora la cosa è ancora più grave.

Torniamo al regno della morale: un certo peccato puo’ essere descritto oggettivamente ma la forza esercitata dalla tentazione sull’animo dei potenziali peccatori è differente. Da uno a cento, puo’ essere di 80 per Giovanni e di 20 per Giacomo. Supponiamo che entrambi pecchino, le colpe di Giacomo sarebbero maggiori, ha ceduto di fronte a una tentazione lieve. Chi puo’ negarlo? A lui si chiedeva molto meno per non peccare.

In una situazione del genere c’è sia l’ambito oggettivo (il peccato) che quello soggettivo (la condizione del peccatore). L’oggettività influisce sull’attribuzione della colpa, la soggettività sull’attribuzione della pena.

Nei discorsi comuni, spesso, le due cose si mescolano indebitamente.

In via teorica – specie in ambito morale – le attenuanti possono superare l’entità della colpa e dare origine ad una pena negativa (ovvero a un premio). Resta fermo quanto dicevamo prima: se riconosco come peccaminoso un certo peccato e riconosco l’esistenza di un libero arbitrio non potrà mai esistere una pena negativa.

D’altronde, pensiamo a questo semplice fatto: perché esiste il Giudizio Universale se già qui ed ora la Chiesa puo’ giudicare in modo infallibile con tanto di sanzioni appropriate? Dobbiamo credere che il giudizio divino sia una pedissequa replica senza correzioni del giudizio già dato della chiesa? Una specie di formalità?

Più sensato ritenere che la parte soggettiva del giudizio, quella relativa alle sanzioni, è più suscettibile di errore poiché noi difficilmente abbiamo accesso all’animo umano nei suoi recessi più intimi.

Proclamare l’oggettività morale significa proclamare l’ esistenza e la conoscibilità di alcune regole morali e delle loro attenuanti.  Una certa azione è sbagliata, ma va soppesata con le attenuanti che in ambito morale sono molto complesse e difficili da formalizzare.

Naturalmente il “discernimento” sulla sanzione si presta ad arbitri che si possono arginare attraverso una regola (tanto è vero che le attenuanti sono in genere descritte nei codici in modo oggettivo). Ma questo è un pragmatismo per tenere in piedi il sistema e dare certezza al diritto, e non rimuove il fatto che per avere una sanzione ideale bisognerebbe entrare invece nell’animo del colpevole, di ogni singolo colpevole, cosa possibile solo in sede di giustizia divina. E’ solo quando il discernimento assolve in presenza di un peccato riconosciuto come tale che siamo di fronte ad un corto-circuito logico che ci impone di  scegliere tra Misericordia e Libero Arbitrio.

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