Chi decide i valori dell’Europa?

Chi decide i valori dell’Europa? La domanda si impone viste le difficoltà nello stabilire un consenso e le ricorrenti “guerre culturali” che infiammano il continente. L’acrimonia domina il dibattito su famiglia, fine vita, matrimonio, aborto, eccetera. Le prime avvisaglie si erano già avute allorché bisognava decidere se menzionare in Costituzione le cosiddette “radici cristiane”, ricordate? Ora l’asse dello scontro si sposta contrapponendo multiculturalismo e nazionalismo.

I vertici della UE ostentano una visione cosmopolita che spesso non combacia con quella della base, recentemente la cosa è balzata all’occhio grazie  al caso-Ungheria, un paese UE la cui Costituzione sembra entrare in attrito con i valori – per altro mai apertamente proclamati – della UE. La questione è interessante poiché l’Ungheria – rifacendosi esplicitamente a certo nazionalismo cristiano – sfida una sensibilità, non una norma. Ma c’è di più, questa sfida è portata nel momento stesso in cui Orban, il capo di governo ungherese, proclama una forte continuità con la tradizione europea correttamente interpretata. Molti parlamentari europei hanno subito chiesto venisse aperta una procedura d’infrazione adducendo che l’Ungheria viola i “valori” europei, con cio’ stesso, da un lato ammettendone l’esistenza, dall’altro facendo capire che tra questi valori quello della “diversità” doveva passare in secondo piano. L’ Ungheria, ovvero “il diverso”, doveva essere punito e omologato. Daniel Cohn-Bendit, per esempio, pensa che tollerare l’Ungheria ci metta tutti sulla via di Cuba e del Venezuela, mentre Orban risponde che i suoi valori di riferimento non sono meno “europei” di quelli dei suoi detrattori, e cita Robert Schuman, un autorevole padre dell’Europa: “la democrazia europea o sarà cristiana o non sarà democrazia”. Per Orban l’Europa si identifica con la sua cultura, ovvero la sua tradizione: una cultura non si inventa. I suoi oppositori gli imputano di violare lo spirito dei nuovi valori legati al pluralismo inteso in senso “moderno”. Alcuni di loro arrivano a dire che la cristianità è e deve essere qualcosa di alieno ai valori dell’Europa moderna. Fino a ieri queste posizioni di laicismo estremo erano marginali, gente come Schuman e Delors avrebbero trasecolato nell’udirle -ora rivendicano un monopolio e un diritto a sanzionare chi intraprende vie alternative. Le istituzioni hanno sempre saputo che questa era una patata bollente, non a caso il trattato di Lisbona ha evitato con cura di affrontare il tema dei valori plasmando così una comunità non certo fondata su una cultura condivisa.

Il Financial Time, tra i pochi giornali che hanno fatto una cronaca equilibrata dello scontro Ungheria-UE, ha anche fatto notare come i toni più esagitati venissero proprio dalla tribuna dei “tolleranti”. La retorica dell’ “allarme rosso” rimbombava ovunque e si dispiegava in modo stucchevole. Ogni riferimento alla religione e alla nazione era visto come un passo verso la fine della pacifica convivenza, il populismo come una malattia da stroncare  e paesi come l’Ungheria come un fastidio.

Nelle guerre culturali europee il significato di termini come “nazionalismo” e “populismo” è andato ormai perduto, il primo, in particolare, è diventato sinonimo di xenofobia. Nella UE combattere il nazionalismo equivale a combattere il razzismo, è diventata una missione umanitaria. Chi rivendica la sovranità nazionale diventa in automatico un “euroscettico” e l’euroscetticismo conduce per definizione alla guerra. E’ chiaro che quando una buona parte della popolazione europea è additata come un nemico in cerca di guerre certi atteggiamenti non possono che consolidarsi per diventare ancora più aggressivi, soprattutto quando la UE si è costruita in modo tale da isolare alcuni decisori in modo che possano agire privi della pressione popolare. Ogni critica viene dismessa grazie alla risposta universale: “vade retro euroscettico”. Sulla stampa filo-UE chi critica il progetto così com’è diventa un pericoloso estremista di destra. Emergono forti e chiari dei valori non-negoziabili: l’anti-nazionalismo e l’anti-populismo. Si tratta di valori che giustificano sempre l’ingerenza nelle politiche degli stati. In condizioni del genere l’opposizione populista ha buon gioco allora nel presentarsi come a capo di una rivolta delle masse contro l’arroganza delle élite.

In una prima fase l’attrito di cui parliamo restava latente, in paesi come l’Ungheria il dibattito sui valori veniva sospeso, bisognava infatti perseguire l’obiettivo primario: entrare nella UE, bisognava cioè superare i criteri di Copenaghen, tra cui quello di “impegnarsi a difendere e promuovere i valori europei”. Fingere era facile poiché nessuno sapeva bene quali fossero tali valori, esisteva solo un vago ed astratto riferimento a “valori democratici”. Oggi però, a cose fatte, i valori della UE sembrano emergere nella pratica concreta traducendosi in quelli di un radicalismo liberale razionalista, una posizione che nega il presupposto del liberalismo classico: la possibilità di avere alternative tra cui scegliere.

Dall’Europa si levano molte voci di condanna verso Ungheria e Polonia, i due paesi sarebbero andati oltre il segno rappresentando una minaccia per l’integrità dell’ unione. Vanno puniti in qualche modo, non si sa come ma vanno puniti. La condanna non si limita ai governi ma coinvolge anche i popoli, la loro colpa è di essere dalla parte sbagliata della “guerra culturale”, ovvero di essere razzisti, ignoranti e bigotti. Guardiamo al bicchiere mezzo pieno: per lo meno ora si riconosce apertamente che esiste un dissidio ineludibile sui valori, non si puo’ far finta di accantonarlo nella speranza che si componga da sé.

I Padri dell’Europa, subodorando il problema, per costruire l’Unione avevano puntato tutto sull’economia evitando ogni riferimento culturale, e il loro fu un successo. Forse la guerra fredda aiutò a cementare i popoli senza bisogno di riferimenti espliciti. Tuttavia, dagli anni settanta, in particolare dalla crisi petrolifera, cominciò a balenare l’idea che  le sole forze economiche fossero insufficienti a garantire una piena ripresa, andavano assunte delle iniziative culturali, bisognava “fare l’uomo europeo”. Dopo la guerra fredda si perdeva un prezioso fattore di coesione, nel 2013 si tentò di metterci una toppa con la costruzione meticolosa a tavolino di una “nuova narrativa per l’ Europa”, l’obbiettivo era quello di rendere più accettabile la tecnocrazia su cui si fondava la UE. Il consenso implicito garantito dalla guerra fredda doveva essere rimpiazzato da un consenso indotto dalla propaganda. Per rendere più espliciti i valori venne di fatto scelta la “narrativa” in luogo della “democrazia”.

Ma con la narrativa non si emanano norme e quindi, nel momento in cui un paese si smarca, come è successo per l’Ungheria, non esistono solide basi giuridiche per punirlo. Ma perché c’è stato bisogno di occultare i valori europei, perché insinuarli attraverso vie tanto tortuose? Perché la UE nasce su una contraddizione: intende neutralizzare il suo passato guerrafondaio ben sapendo che ogni solido deposito valoriale ci viene dal passato. Il corto circuito ha reso sospetta ogni morale. Nel dopoguerra l’accusa di “moralismo” era ricorrente e definitiva. L’alternativa alla tradizione era vista nella tecnica, da qui l’opzione tecnocratica. Ogni moralismo era un rinvio al passato e quindi qualcosa da neutralizzare, da de-politicizzare. Gli anni sessanta aiutarono a realizzare l’auspicata tabula, in questo senso furono funzionali al progetto europeo, si affinò una retorica volta a svalutare ogni tradizione, l’idea che i figli avessero più cose da insegnare ai padri che viceversa diventava predominante. Qualcuno disse che il ‘68 aveva fatto piazza pulita come neanche il terzo Reich era riuscito a fare. Persino nelle arti ogni riferimento morale era visto come degradante e ridicolizzato o disprezzato, pensiamo solo alle neo-avanguardie, in Italia mi viene in mente la guerra fatta a Bassani. Indulgere al moralismo era cosa poco seria, oppure, ancora peggio, era una provocazione divisiva volta ad accendere i toni. Ma il tabù viene sfatato oggi dall’Ungheria che rimette al centro il dibattito etico sfidando il silenzio parolaio della correttezza politica e la sua pretesa di essere ideologicamente neutrale.

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