Il gusto musicale

Per capire il gusto musicale occorre capire cosa sia la musica, da dove esca. Cerco di spiegarlo con una semplice analogia.

Poniamo mi riproponga di disegnare e colorare su un foglio bianco di carta una serie di pentagoni neri allineati in modo tale che si tocchino solo con i vertici. Anzi, poniamo che mi paghino per farlo nel miglior modo possibile, dieci euro a foglio. In breve tempo affino le mie abilità e divento orgoglioso del mio lavoro: le linee che tratteggio a mano libera sembrano tirate con un righello e la coloratura è uniforme e priva di sbavature. Ammirando la mia opera mi accorgo che intercalati ai pentagoni neri di cui vado tanto orgoglioso appaiono necessariamente dei pentagoni bianchi a formare una specie di scacchiera: tanto più perfetti sono i primi, quanto più perfetti risultano i secondi.

Fuor di metafora: i pentagoni neri sono il linguaggio, quelli bianchi sono la musica.

Noi abbiamo sviluppato il nostro linguaggio per adattarci all’ambiente circostante, la musica ce la siamo invece ritrovata lì per puro caso, come un mero effetto collaterale. Quando ritaglio dalla carta alla fine ottengo due prodotti: la figura che intendevo ritagliare e i rimasugli di carta. La figura è il linguaggio, i rimasugli da gettare nella spazzatura sono la musica. Quando lo scultore realizza la sua opera il risultato finale qual è? Semplice, il prodotto finito e il materiale di risulta. Il linguaggio è il prodotto finito, la musica è il materiale di risulta. Quando l’architetto realizza il suo tempio salteranno all’occhio due cose archi e pennacchi: gli archi sono il linguaggio, i pennacchi sono la musica.

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Le penne degli uccelli si sono evolute per tenere caldo, poi sono state usate per volare. Capita. In natura capita spesso.

La musica è quindi uno  scarto di lavorazione nel cantiere del linguaggio, un piatto cucinato con gli avanzi del vero pranzo. Perché mangiamo le caramelle? Abbiamo sviluppato certe sensazioni di piacere per scovare meglio dei cibi nutritivi, poi le abbiamo utilizzati anche per altro, per esempio per papparci con gusto delle caramelle, anche se il loro valore nutritivo è nullo. Perché ci droghiamo con l’eroina? Perché il bisogno di gratificazione ci spinge a migliorare la nostra condizione materiale, ma puo’ essere utilizzato diversamente, per esempio per apprezzare una “pera”. Musica, caramelle e eroina hanno la stessa origine, sono perversioni delle nostre facoltà adattive.

Il gusto musicale è allora la quintessenza del piacere fine a se stesso, e abbiamo appena visto come qualcosa del genere puo’ emergere in un mondo in cui nulla è fine a se stesso. Le nostre abilità nel sincronizzare i movimenti ci consentono anche di apprezzare un buon ritmo musicale, il sistema emotivo che ci fa reagire alle altezze e alle durate di una voce che mormora il nostro nome ci consente anche di apprezzare una melodia.

La musica non serve a niente, non gioca nessun ruolo nella sopravvivenza della specie, potrebbe sparire domani senza conseguenze nell’evoluzione dell’uomo, non ci allunga la vita, non ci facilita nell’avere nipoti in buona salute, non ci agevola nel fare predizioni su quello che ci accadrà… Non serve a nulla. Tornando all’analogia, mentre i pentagoni neri mi fanno guadagnare uno stipendio col quale nutrirò e farò studiare i miei figli che si faranno largo nella società in cui vivono e perpetueranno i miei geni, i pentagoni bianchi non hanno alcuna funzione, non servono a nulla, nessuno mi ha chiesto di disegnarli, io non volevo neanche farlo, sono venuto da sè. Musica e pentagoni bianchi sono dei parassiti rispettivamente delle facoltà linguistiche e dei pentagoni neri.

La musica esiste solo per il piacere che procura, ha una funzione edonistica, come l’eroina, e il gusto musicale è la perversione di una facoltà linguistica. Grazie al gusto trasformiamo il “gratuito” in godimento.

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