La rimozione del parketto

Il pericolo c’intimorisce e ci attrae allo stesso tempo, sono in molti a ricercarlo attivamente, specie tra i ragazzini. Guardatevi intorno e noterete anche nelle vostre città uno sciame di skaters impegnati in acrobazie tutt’altro che banali. Qualcuno li trova stupidi, e forse è così, ma sono anche coraggiosi, quel che cercano in fondo è solo una bestia da domare, un pericolo da affrontare e superare, vogliono acquisire una “competenza”, applicarla ed esibirla, vogliono essere bravi e capiscono che si diventa bravi rischiando, la loro stessa passione li porta a rischiare. Si deve condannare tutto ciò?

A quanto pare sì, ai nostri tempi gente del genere è mal sopportata, una spia dell’idiosincrasia  latente si è accesa quando abbiamo cominciato a temere in modo quasi comico per l’incolumità dei nostri figli al parketto. Nell’ amministrazione progressista del comune è circolata l’idea di fare tabula rasa dei parchi giochi, meglio non rischiare, da un giorno all’altro nel mio quartiere sono spariti. Un’idea balenga: i bambini annoiati hanno cominciato a salire sui tetti delle case. Qualsiasi genitore sa che quando il parketto è troppo sicuro i bambini si annoiano e smettono di giocare, quel che si cerca è qualcosa di sufficientemente pericoloso e in grado di proporre una sfida: noi non minimizziamo i rischi, li ottimizziamo, e così fanno anche i nostri figli sotto la nostra guida.

Perché rimuovere i giochi del parketto? Sono davvero tanto pericolosi? Il mio dubbio è che dietro ci sia dell’altro, un sentimento in qualche modo disumano che oggi è sdoganato e circola non visto: bisogna eliminare il pericolo perché dove c’è un pericolo da affrontare si consolidano attitudini almeno altrettanto pericolose. In altri termini, la sfida crea il successo e il successo crea vinti e vincitori, quindi risentimento e odio reciproco. 

Sono troppo sospettoso? Forse sì, anzi, in questo caso sicuramente. Tuttavia, ogni fenomeno ha un suo lato oscuro, lo avevano già notato Freud e Jung: il socialista spesso si attiva non per amore dei poveri ma per odio dei ricchi. Per capire meglio una persona non chiedete mai “con chi sta” ma “contro chi sta”. Cio’ che si presenta nelle forme della solidarietà spesso è mosso dall’odio. Gli “abolitori dei parketti” e le amministrazioni progressiste che istallano le barriere “anti-skate” si presentano come dei buoni padri di famiglia intenti a tutelare la sicurezza dei nostri ragazzi ma spesso sono gli esponenti di punta di una cultura effeminata che rifugge le sfide, il pericolo nonché quella competizione che genera vincitori e vinti. Le barriere anti-skate sono un simbolo di una strisciante “guerra contro i maschietti” che la nostra società combatte un po’ ovunque da almeno 20 anni. Ma si tratta di una guerra alle sfide, all’avventura, all’aggressività, al rischio… una guerra per molti versi anti-umana, insomma. L’argomento dell’incolumità non è l’unico che avanza l’ “uomo-preservativo”: devi sentirti colpevole di “fare”, di “osare”, di “rischiare”, altri potrebbero pagare la tua sbruffonaggine, ci sono esternalità ovunque, per cui evita. Di ogni atto ci si concentra solo sulle possibili conseguenze negative, i benefici vengono accantonati. D’altronde, cerchiamo di ampliare i nostri orizzonti e capiremo che il fenomeno è più vasto e ricomprende il giudizio generale a cui viene sottoposta la nostra civiltà iperattiva, ormai contano solo i guai che abbiamo seminato nella storia in giro per il mondo: siamo colpevoli praticamente di tutto! Molto meglio il buddhismo, molto meglio negare il proprio essere, reprimere il proprio entusiasmo, affossare il desiderio. L’odio per il borghese, il disprezzo di chi vive normalmente proviene da questo input: negare, criticare, annichilire, devirilizzare, demascolinizzare.

Chi nega in modo tanto reciso i tentativi e le sfide altrui spesso, fateci caso, comincia ad odiare e a perdere ogni umiltà: se la sfida e la competizione diventano “il male” da scacciare, l’umiltà, ovvero cio’ che ci serve per superare una sconfitta, si fa inutile cosicché nella cultura del pensiero critico l’arroganza diventa la norma. Senza competenze (che servono per gareggiare), senza umiltà (che serve per ripartire dopo una débacle), afflitto da mille sensi di colpa il “pensatore critico” dà di sé l’immagine del miserabile presuntuoso chiamato a giudicare la civiltà occidentale; la felicità delle persone normali lo imbestialisce, tutto deve essere anestetizzato. Non fa che raccontare agli altri quanto è pericoloso il nostro modo di vivere, come sia causa del fatto che oggi ci troviamo sull’orlo dell’apocalisse. L’unica via di uscita che propone consiste nel cessare di essere noi stessi, magari attraverso l’auto-estinzione. La rimozione dei parketti è imparentata con l’anti-umanesimo. L’uomo-preservativo, quando non puo’ predicare l’autoestinzione, predica comunque di fare pochi figli: uno, massimo due. Prudenza!

L’uomo è una minaccia. Molta cultura ambientalista, per esempio, abbraccia questa tesi, chi non ricorda Rachel Carson e il suo best seller “Silent Spring”? Ma si tratta di una cultura recente, recentissima, la “disumana prudenza” ci è sempre stata estranea, abbiamo sempre affrontato coraggiosamente i pericoli anche quando di alternative chiare alla rinuncia non ce n’erano, stare con le mani in mano non era nel nostro DNA, abbiamo sempre accettato la sfida del cambiamento, in poche parole: abbiamo sempre sperato. La vita è breve, solo qualche decade, la malattia onnipresente, il pianeta non ci rispetta, ci fa fuori subito, perché mai dovremmo rispettarlo noi? Non dobbiamo perdere la speranza, l’uomo, del resto, è un animale che non ha paragoni con gli altri, in grado di affrontare e superare ostacoli inimmaginabili. Questo è stato da sempre l’atteggiamento che ci ha condotto qua, questo l’atteggiamento che ora l’uomo-preservativo vuole far fuori.

Vegani, ambientalisti… e serial killer. I due ragazzi che seminarono il panico facendo una strage tra i loro compagni di scuola  a Columbine avevano le idee chiare: l’uomo è un animale corrotto e pericoloso. Un’idea condivisa con molti professori invitati ai TED talk. Per David Attenborough l’uomo è il cancro del pianeta e il Club di Roma ci va giù ancora più pesante. Chi ci salverà? Dove porta il risentimento culturalmente elaborato di certi intellettuali nonché quello ancora grezzo di certi ragazzini adolescenti omicidi? I risentiti non vedono che soluzioni radicali: il mondo sarà migliore senza ebrei, senza mussulmani, senza americani… senza inquinamento, senza maschi. Non si tratta solo di parole, nelle università, specie in quelle americane (ma l’America è sempre un’avanguardia), specie nelle facoltà umanistiche, ci sono studenti per cui i sensi di colpa sono inoculati al punto da procurare un’autentica sofferenza mentale, si sentono i privilegiati della patriarchia e per questo si vorrebbero uccidere, si sentono membri a pieno titolo della “cultura dello stupro” e per questo si  vorrebbero evirare, per loro zero ambizione, solo freni e inibizioni a go go.

Se chiedi a tuo nipote come va a scuola ti sentirai dire: “bene, per un maschio”, lui dà per scontato che le femmine fanno meglio e si meraviglia se cadi dalle nuvole. Qui bisognerebbe fare un piccolo inciso su cosa stia diventando la scuola, ma per capirlo bisogna fare una premessa relativa al mondo dei giochi di maschi e femmine: le ragazze, di solito, partecipano volentieri ai giochi maschili ma i maschi sono riluttanti a fare il contrario. Per una ragazza, infatti, vincere con i maschi è un onore e perdere non è mai un disonore. Al contrario, per un ragazzo, vincere con le ragazze è patetico e perdere ridicolo. I ragazzi sono a disagio nel competere con le ragazze, quando un gioco si volge al femminile il ragazzo abbandona o resta a disagio. Domanda: le nostre scuole (ma anche le università, specie nelle facoltà umanistiche), stanno forse diventando un “gioco” per femminucce? A quanto pare di sì: il ragazzino si annoia, sbuffa, si distrae, e alla fine rinuncia. Ai ragazzi interessa la competizione, l’aggressività, la sfida, non amano obbedire, non amano l’autorità, sono poco inclini alle turbe, alla depressione, poco attenti dall’empatia, privilegiano le cose alle relazioni: viaggiano su un binario ben diverso rispetto a quello dove vorrebbe incanalarli la scuola moderna. Ma perché ci si ostina ad andare “contromano”, a prendere direzioni opposte a quelle “naturali”? Forse perché alla natura non si crede più, si dà per scontato che il genere sessuale sia un costrutto sociale e che la scuola possa plasmarlo in base alle sue esigenze della società.  E all’università questo rapporto asimmetrico maschi/femmine diventa ancora più distorto a favore delle seconde, i maschi resistono ancora in qualche facoltà STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), il resto è dominio femminile. Eppure il “declino del maschio”, come vedremo, non è una buona notizia nemmeno per le donne.

Una relazione amorosa stabile è un bene soprattutto per le donne, è soprattutto “lei” a cercarla, oggi più di ieri. Un po’ a sorpresa la % di donne che nell’ultimo decennio considera un buon matrimonio una delle cose più importanti della vita è cresciuta e continua a crescere. Negli uomini invece declina, leggermente ma declina. Oggi gli uomini che non intendono sposarsi sono tre volte le donne che dicono altrettanto. Chi mette la carriera sopra la famiglia è una minoranza costituita quasi esclusivamente da uomini. Lo stesso dicasi per chi trova il proprio lavoro “intrinsecamente affascinante”. Anche il denaro, sopra una certa soglia, perde la sua correlazione con la felicità. Un esempio spiega bene questi dati: perché i “top lawyers” newyorkesi sono per l’85% maschi? A colpire è il fatto che la percentuale sia rimasta costante anche se il numero di associate donne negli studi più prestigiosi è cresciuto a dismisura negli ultimi decenni, e questo in conformità a cio’ che dicevamo succedere nelle università. Perché allora tanta asimmetria negli studi ma poi tanta fatica per guadagnare il vertice? Non è un problema di asili o roba del genere, questa gente guadagna €500 all’ ora e ha già appaltato tutti i servizi familiari a terzi. Non è un problema di maschilismo, qualsiasi partecipante al gioco sa bene che a certi livelli le scelte non le fanno “i maschi” ma il mercato. Il problema allora è altrove, è che quando il tuo cliente giapponese ti chiama alle 4:00 di mattina della domenica devi rispondere. Devi rispondere perché da qualche altra parte a New York c’è un tuo collega ambiziosissimo che non vede l’ora di rispondere al tuo posto. Per farlo con entusiasmo il lavoro deve essere la tua vita ma per molte donne rispondere al telefono alle 4:00 della mattina di domenica, magari quando hanno smesso di allattare un’ora prima, non rientra affatto nella vita che sognavano, e ben presto se ne accorgono.

Con questa premessa vediamo ora meglio come funziona il gioco delle coppie, semplifichiamo: le donne scelgono in base al successo, gli uomini alla bellezza. Le donne cercano soprattutto sicurezza, si sentono vulnerabili nel momento in cui hanno i figli piccoli, e chiamale sceme. Hanno perfettamente ragione, nelle nostre società la mamma single è il soggetto più a rischio povertà, i figli senza padri biologici presenti sono più soggetti al rischio droghe, sono mediamente più ansiosi, depressi, criminali e suicidi. Non a caso le donne cercano e sposano chi è più grande di loro e guadagna più di loro. In altri termini: il buon partito per le donne conta di più, ma con il “declino del maschio” i buoni partiti si assottigliano, questo perché lo status femminile si alza e quello maschile si abbassa. Le donne, in condizioni del genere, non troveranno quel che desiderano e desisteranno dallo sposarsi, già oggi registriamo che il matrimonio è diventato affare per privilegiati: ci si sposa solo tra ricchi. Ironia della sorte, l’istituzione più patriarcale ed oppressiva è ora diventata un lusso. I ricchi, a quanto pare, sono rimasti gli ultimi disposti a tirannizzare se stessi :-).

Ma questo andazzo non è piovuto dal cielo, ha una sua base culturale. A peggiorare il quadro della situazione, infatti, ci si sono messe le università dominate in molte aree da un  neo-marxismo postmoderno che vede ovunque il fantasma dell’oppressione, a cominciare da quello della cultura patriarcale. Qui bisogna spendere due parole, innanzitutto per dire che la cultura è qualcosa di necessariamente oppressivo. Cio’ che ci viene dal passato non lo scegliamo, lo subiamo, se sono nato qui anziché in un pacifico matriarcato di 15.000 anni fa non posso farci niente. Ma la cultura offre anche dei vantaggi, per esempio, ogni parola che utilizziamo è un dono del passato, così dicasi del nostro relativamente sano e relativamente incorrotto sistema politico ed economico, della tecnologia disponibile, della ricchezza, della salute, della speranza di vita… si tratta di doni che riceviamo dal passato “subendoli” passivamente. Chi pensa alla cultura in termini esclusivamente oppressivi è un ignorante: le gerarchie che crea la cultura sono plasmate anche e soprattutto in vista di realizzare delle conquiste, di conseguire un successo contro le avversità, non solo per assoggettare e umiliare il prossimo. In questo senso l’egalitarismo è un valore che si mangia tutti gli altri valori, una volta che ci entra in testa non lascia spazio per nulla d’altro, cessa di esistere ogni altra alternativa per cui vale la pena vivere; per chi professa l’eguaglianza tra le persone tutto deve essere equalizzato, nessuna scala di valori ha più senso poiché sarebbe fonte di gerarchie ed oppressione. Le culture ricche, al contrario, propongono molti giochi da giocare, molte sfide, ognuno ricerca quella a lui più congeniale, si puo’ vincere in molti giochi e in molti modi diversi in ciascun gioco. Se ci mettiamo su questa lunghezza d’onda, se accettiamo che possano esistere dei ruoli differenziati anche la cultura patriarcale diventa una creazione dell’umanità più che dell’uomo. Una cultura a cui le donne hanno contribuito crescendo i figli, anche se sono state sacrificate nelle scienze, nelle arti e altrove. Il patriarcato non sarebbe quindi un mero assoggettamento e lo si capisce ancor meglio se si parte da alcuni dati di fatto difficilmente discutibili: la donna è meno forte, ha inconvenienti pratici come il ciclo mestruale, è soggetta a gravidanze indesiderate, ai rischi legati al parto, al carico dei figli piccoli… Tutte queste sono ragioni che giustificano un trattamento differenziato della donna nell’ambito sociale. Il patriarcato, allora, puo’ essere visto come il tentativo di uomini e donne di superare insieme le privazioni, le malattie e le carestie che da sempre affliggono la nostra storia su questo pianeta.

Recentemente, qualcosa è cambiato: il “patriarca” Gregory Goodwin Pincus ha inventato la pillola, per esempio. Bisognerebbe poi a questo punto raccontare la storia di Arunachalam Muruganantham, l’inventore e il diffusore dell’assorbente in India, o quella del Dr. Earle Cleveland Haas, inventore del Tampax in occidente. Ma anche quella di James Young Simpson, che prima con l’etere poi con il cloroformio ha dedicato la sua vita a lenire i dolori del parto. E che dire dell’introduzione degli elettrodomestici? Assorbenti, tampax, etere, cloroformio, elettrodomestici sono tutti doni della cultura patriarcale, doni che hanno cambiato la condizione femminile “emancipandola”. E’ chiaro che nella narrazione del “patriarcato oppressivo” c’è allora qualcosa che non quadra. I patriarchi hanno emancipato la donna?. E come mai se il loro progetto era invece quello di opprimerla e sfruttarla?  Ma non sono certo questi piccoli ostacoli logici che nelle università impediscono che si continua indomiti a raccontare la storia della guerra tra uomini e donne.

La filosofia postmoderna sulla base della quale vengono propinati questi insegnamenti si ritiene erede della filosofia marxista. Marx è la fonte primigenia di certe idee, in particolare Max Horkheimer che nella Francoforte degli anni trenta, insieme al fido Theodor Adorno, sviluppò la cosiddetta “teoria critica” secondo la quale individualismo e libero mercato non sono che la maschera attraverso cui i potenti schiavizzano i deboli. Si tratta quindi di allargare le categorie marxiane mantenendo però inalterata una logica di fondo, che a questo punto non si applica più solo alla diade “ricchi e poveri” ma a tutte quelle che è possibile scovare, a partire da quella “maschio e femmina”. Il ruolo dell’intellettuale cessa di essere legato alla comprensione dei fenomeni per diventare quello di promotore del cambiamento. L’intellettuale è chiamato ad emancipare la società. Più recentemente, negli anni settanta, il bandolo di questa matassa francofortese è stato ripreso in Francia dal filosofo Jacques Derrida, uno che vede se stesso come un marxista radicalizzato. Secondo lui “tutto nella società è una costruzione messa in piedi per opprimere”, l’intellettuale è chiamato quindi a decostruire l’esistente svelandone il contenuto autentico. Se tutto è inganno l’intellettuale non deve lasciarsi ingannare, che spesso significa che non deve cascarci quando viene dimostrato un suo errore. Deve invece insistere in un volontarismo che è tanto più meritevole quanto più insensibile ai dubbi e alle ipotesi alternative: non esiste una realtà alternativa ma solo una costruzione alternativa. Da qui la testardaggine come metodo.

Andrebbe ora ricordato cos’è stata in passato la testardaggine degli intellettuali vicini al comunismo; mi riferisco ora al Marx messo in pratica, e parlo quindi di Unione Sovietica, Cina, Vietnam, Cambogia ed altri esotismi… ovvero decine di milioni di morti. Oggi, per i curiosi che non si fidano della “storia scritta dai vincitori”, ne abbiamo ancora un assaggino in Nord Corea e in forma più edulcorata a Cuba. Ma la cosa più sorprendente è stata l’attrattiva che ha saputo esercitare questa filosofia sugli intellettuali, Khieu Samphan, il boss dei Khmer rossi, era un dottorando alla Sorbona e nella sua tesi poteva scrivere che banchieri e uomini d’affari non aggiungevano nulla alla società; tornato in Cambogia poté applicare le sue teorie evacuando tutte le città in un grande esodo verso le campagne (solo l’agricoltura era autenticamente produttiva), chiuse poi tutte le banche e abolì la moneta (così si risolve il problema se rimanere o uscire dall’Euro). Un quarto della popolazione cambogiana fu messa a morte in quanto dissenziente o “borghese”. Un disastro del genere, uno pensa, fu illuminante per gli intellettuali d’occidente. No, come se nulla fosse accaduto. Questo sia allora da monito per la nostra situazione: se certa gente si mette in testa che bambini e bambine sono uguali è disposto a tutto prima di rinunciare alla sua credenza dogmatica, non cederà mai alla vostra “costruzione del reale”. Nel 1917, infatti, l’adesione all’ideale comunista poteva ancora essere giustificato, era quella una religione di speranza per gli ultimi, l’ordine precedente invitava al cambiamento, eravamo reduci dal mattatoio della guerra, in più l’URSS si era schierato dalla parte “giusta” nella guerra civile spagnola, ovvero con i democratici contro le forze fasciste. Ma poi? Bè, negli anni trenta cominciarono in Russia i massacri dei kulaki inviati in massa verso la Siberia, ma i nostri intellettuali erano distratti dalla Grande Depressione. I kulaki non erano persone qualunque, erano i migliori nelle campagne, i più industriosi, i più intraprendenti, i più capaci… e quindi i più invidiati, quelli politicamente più facili da sacrificare. La conseguenza della persecuzione che subirono fu un collasso nella produzione agricola: sei milioni di ucraini perirono per le carestie indotte (se uscivi a cogliere una spiga dai campi comuni per sfamare tuo figlio ti sparavano). Da noi furono in pochi a coglier l’andazzo e a mettere in dubbio il dogma a cui l’intellighenzia si era consegnata mani e piedi, giusto Malcolm Muggeridge e George Orwell. L’intellettuale tipo – il Jean-Paul Sartre di turno – rimase cieco a tutto. Bisogna aspettare la fine degli anni sessanta e il Solzhenitsyn dell’ “Arcipelago gulag” per avere una piccola scossa, ma non esageratene la portata, Sartre – il prototipo – denunciò fin da subito Soltzhenitsyn come “elemento pericoloso”.

Tuttavia, in molti sentivano ormai che l’edificio marxista presentava una serie di crepe preoccupanti e che, poiché non poteva essere abbandonato, andava come minimo restaurato. E’ da questa esigenza che nasce la filosofia post-moderna e il suo tentativo di radicalizzare Marx sostituendo ai “soldi” (e quindi all’economia) il generico “potere”. Per il filosofo post-moderno il potere inquina tutto, a partire dal linguaggio, che necessita di una bonifica totale. Per un Derrida esiste l’etichetta “donne” solo per poterle meglio escludere, sta a noi smontarla (de-costruirla) e farla fuori. Per il de-costruzionista la politica è fatta per beneficiare i politici, la scienza gli scienziati, l’economia gli uomini d’affari… tutti creano le loro gerarchie e le gerarchie esistono per sottomettere gli altri, ovunque è una lotta di potere tutti contro tutti, un tiro alla fune dove se guadagno io perdi tu. Il motto di Derrida: “non esiste nulla fuori dal testo” potremmo tradurlo con “tutto è interpretazione” e tutto è lotta di potere dove chi costruisce la rappresentazione più efficace domina. Non c’è chi non colga la natura nichilistica di questa filosofia, la scienza, per esempio, è solo un altro ambito dove si tiene la lotta per il potere, la biologia è una forma di oppressione, non ci sono fatti da rispettare ma solo rappresentazioni da costruire. La competenza e l’abilità sono chimere messe su per assoggettare il prossimo.

Per questo stato di cose, oggi in occidente si finanziano lautamente una serie di corsi di studio che in un certo “sputano nel piatto in cui mangiano”, che accusano in modo radicale la struttura grazie alla quale riescono a sopravvivere, ma soprattutto che si propongono un progetto politico di sinistra radicale, lo dicono loro stessi senza vergogna: lotta al potere per l’emancipazione e l’uguaglianza. Sarei curioso della reazione generale qualora finanziamenti del genere confluissero sui progetti della destra radicale :-). La tesi dei post-moderni è chiara: “la società in cui viviamo è patologicamente patriarcale”. A seguire: “l’uomo, e non la natura, ha oppresso e opprime la donna”. Infine: “tutte le gerarchie esistono per imporre un potere dall’alto”. Si tratta di tesi poco convincenti: i crostacei maschi opprimono forse i crostacei femmina? La sicumera con cui si esclude la natura da ogni calcolo fa meditare. Inoltre, nelle società ben funzionanti, le gerarchie sembrano più motivate dalla competenza che dalla sete di potere. Nella società contemporanea bersaglio di tutte le critiche il miglior fattore predittivo del successo di una persona è l’intelligenza. Un caso? E segue la coscienziosità tipica dello scrupoloso e industrioso. Altro caso?

I post-moderni vorrebbero equalizzare tutto, vedono ogni differenza come una distorsione e ogni ambizione come arroganza. L’uguaglianza è la loro stella polare, la giustizia passa in secondo piano. E quando la logica si mette tra i piedi sono pronti ad accusarla di non essere altro che l’ennesima arma forgiata dal potere per soggiogarli. Oltre alla logica esistono altri fattori di intralcio: i bambini. Sì, i bambini, così diversi tra loro e così pronti ad accettare e esibire la loro diversità. Specie i maschi, così vogliosi di primeggiare, di sfoggiare, di esibire un primato. Sono loro i primi a dover essere rifatti, de-costruiti e ricostruiti, in buona sostanza sono da ridurre a cripto-femmine, da castrare grazie ad una Rivoluzione Culturale senza precedenti (solo Mao precede Marx nel Pantheon post-moderno). Per loro il mondo sarebbe un posto migliore se i bambini fossero socializzati alla stregua delle bambine, se l’aggressività fosse conculcata fin da subito. La cosa, del resto, oltre che auspicabile è possibile per chi vede nell’aggressività un comportamento appreso.

Ma forse l’aggressività è con noi dall’inizio, d’altronde ci serve a molte cose come per esempio difendersi e predare, non proprio attività marginali. Se ci immaginiamo il cervello come un albero l’aggressività innerva tutto il tronco centrale. Il bimbo aggressivo non è mai stato “socializzato” educandolo come una femminuccia ma insegnandogli ad incanalare opportunamente questa sua caratteristica: chi non ci riesce viene escluso dal gruppo e destinato a fare una brutta fine. E’ la voglia di primeggiare che pompa l’aggressività, la voglia di competere e vincere. Si tratta di un istinto maledetto ma anche benedetto, serve a molte cose, come minimo a difendersi. Ma serve anche a buttarsi, a provarci, a intraprendere e a realizzare grandi imprese di cui potrà godere l’intera umanità: pensate forse che dietro le grandi invenzioni che hanno migliorato la nostra esistenza ci sia solo un calcolo prudente? No, c’è ambizione, passione, senso della sfida, persino un po’ di sbruffonaggine ed esibizionismo.

Del resto, se la competitività maschile non è solo Male, nemmeno l’empatia e la compassione femminile sono il Paradiso in terra suscettibili come sono di degenerare in vizio. Molte donne entrano in terapia perché “poco aggressive”, con la loro sindrome da crocerossina pensano di fare molto per gli altri, pensano che la cooperazione debba essere alla base di tutte le relazioni sociali finché si scontrano con la dura realtà. Lentamente emerge in questi soggetti un lato oscuro, un risentimento verso il prossimo che non risponde ad una patologica generosità che – solo in apparenza – nulla chiede in cambio. Alcune si rifiutano di crescere e maturare, di avanzare le loro richieste alla contro-parte, di confrontarsi con il boss o il compagno, di avere un conflitto nel rispetto delle regole del gioco. In breve tempo tutta questa empatia sfocia in amarezza e risentimento universale. Un ingestibile bipolarismo si impossessa di loro trascinandole ora alla generosità, ora all’odio. Una patologia che si riscontra anche tra madri e figli: le madri edipiche sono oggi molto diffuse, al loro piccolo lanciano sempre lo stesso messaggio: “vivo solo per te”, il loro metodo è quello di evitare ogni conflitto stabilendo un patto diabolico: “farò tutto per te e tu non mi lascerai mai”. La metafora di questa madre è la strega di Hansel e Gretel, quando i bambini la trovano si dicono “ma tutto questo è troppo bello!”, poi lei costruisce una gabbia dove ingrassarli e loro imparano il trucco per apparire sempre magri e bisognosi, l’unica salvezza a disposizione dei piccoli sarà il matricidio e il ritorno dal padre.

L’eccesso di prudenza è sempre sospetto, ha effetti devastanti su un’ anima che tenta di svilupparsi, la strega è il lato oscuro del sublime femmineo, non è mai esistita una mitica e pacifica civiltà matriarcale, le elucubrazioni dell’antropologo svizzero Johann Jakob Bachofen, o dell’archeologa Marija Gimbutas, o della storica dell’arte Merlin Stone erano solo abbagli, patetici miti, al più “nobili bugie” (vedi in proposito il lavoro di Cynthia Eller), ricordiamocene quando incontriamo le barriere anti-skate, ovvero il simbolo del tentativo in atto di femminilizzare la nostra cultura.

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