Come litigare senza farsi male

Vent’anni fa le cose erano molto più chiare: gli scrittori scrivevano e i lettori leggevano. Oggi prevale lo scambio sminuzzato, è tutto uno scoppiettante botta e risposta al fulmicotone: il dilettantismo dilaga, tutti fanno di tutto mandando all’aria l’ antica divisione dei compiti. È l’apoteosi della micro-lettura e della micro-scrittura interattiva… in teoria è il trionfo del dialogo. Tuttavia, poiché l’arte del dialogo è contronatura, parlerei più propriamente di trionfo della scaramuccia.

La tecnologia è alla base di questa evoluzione: sui social, per fare un esempio, non c’è niente di più noioso che essere d’accordo. L’accordo è la tomba di tutto. Da un lato la concordia ci rassicura (sindrome della “parrocchietta”) ma dall’altro non ci motiva: se leggi qualcosa che condividi non ti viene nulla da aggiungere, perché mai dovresti dire la tua se corrisponde a quanto hai appena letto? E’ umiliante pensarsi come un pleonasma. Di solito passi oltre, al massimo apponi senza entusiasmo un fugace “mi piace”, al limite lo integri con la malavoglia di chi sa che l’essenziale è già stato chiarito. Il nostro ego, specie quello maschile, resta rattrappito e cerca sfogo altrove. Per esempio in ciò che realmente infervora:  il disaccordo. Lì sì che hai l’occasione di farti leggere, di assumere la sempre redditizia posizione del “ribelle”. Risultato: siamo immersi in un perenne conflitto a bassa tensione, passiamo gran parte del nostro tempo a dissociarci e a litigare, cosicché diventa necessario farlo bene, farlo in modo fruttuoso.

Qui di seguito, sulla scorta degli input forniti da Paul Graham, passo in rassegna le varie manifestazioni del disaccordo, dalla più squallida (da evitare) alla più edificante (da ricercare).

LIVELLO 0

E’ quello più infimo e lo si costruisce a base di improperi: ci si ricopre a vicenda di insulti uscendo dal confronto umiliati e svuotati. Forse c’è addirittura un livello sottozero, quello in cui ci si insulta in modo improprio o indiretto, magari fingendo di parlare con terzi sapendo che l’altro ci legge: gli insulti “per conoscenza”, diciamo così.

LIVELLO 1

Ma l’insulto puo’ essere anche creativo, a volte puo’ suonare persino simpatico, e se la “gara” è alla pari ci si puo’ anche divertire. Molti parlano di “satira”, io preferisco la locuzione “insulto creativo”.

LIVELLO 2

Ci si puo’ dissociare dall’altro ripiegando su argomenti personali (ad hominem). E’ già un passo avanti rispetto agli insulti: se per esempio io sostengo che i commercialisti dovrebbero essere più valorizzati nella nostra società, tu potresti opinare che non ho titolo ad esprimermi in merito poiché sono un commercialista. Potresti anche ricamare sopra la mia uscita ventilando  un’eventuale complotto dei commercialisti per ottenere privilegi. Una risposta del genere puo’ avere qualche merito sebbene eviti di prendere in considerazione gli argomenti proposti. Anche accusare chi parla di non avere i “titoli” (magari accademici) per farlo rientra nei disaccordi di secondo livello, in questo caso l’inconveniente è di tacitare chi magari ha qualcosa di interessante da dire: spesso le buone idee vengono proprio dagli outsider.

LIVELLO 3

Qui si considera inattendibile “chi predica bene e razzola male” denunciando un’incoerenza fattuale. Non nego che l’incoerenza fattuale puo’ avere un certo contenuto informativo anche se non entra mai nel merito restando sempre alla superficie delle cose.

LIVELLO 4

Qui si prendono le distanze da qualcuno per il tono che adotta nell’esprimere la sua opinione, il caso classico è quello di chi si presenta come arrogante o altezzoso. In questo caso si reagisce più alla scrittura che allo scrittore. Spesso, purtroppo, la valutazione fallace dell’interlocutore è dietro l’angolo poiché tendiamo sempre a giudicare “arrogante” chi segnala con chiarezza i nostri punti deboli, questo anche se dalle sue parole è assente ogni acrimonia.

LIVELLO 5

Qui si fa argine alle ragioni altrui segnalando eccezioni che contraddicono la regola esposta. Operazione degna, figuriamoci, ma in molti contesti (quasi tutti quelli interessanti che innescano dibattito) l’eccezione conferma la regola anziché confutarla. Gli aneddoti catturano l’interesse ma non fanno progredire di molto la conoscenza.

LIVELLO 6

Qui si espone una teoria alternativa a quella ascoltata, quasi che il solo fatto di segnalarne l’esistenza sia di per sé sufficiente per far piazza pulita della precedente. In fondo “parlare” è meno impegnativo e più gratificante che “ascoltare”, allo stesso modo proporre un’alternativa è meno impegnativo che confutare quella messa sul tavolo inizialmente. Anche per questo in molte diatribe social la cronologia assume un’importanza spropositata cosicché l’argomento più recente si trasforma in automatico nell’argomento vincente (“sindrome dell’ultima parola”). Spesso le teorie alternative si giustappongono tra loro mettendo sempre più carne al fuoco e senza nemmeno che siano esattamente alternative, ovvero senza che condividano appieno l’oggetto di discussione. Cambiare leggermente il fuoco del dibattito puo’ rendere la discussione più interessante ma altre volte è solo un trucchetto inconsapevole adottato nella speranza di non soccombere ricorrendo alla confusione, in questi casi la discussione si trascina senza un oggetto preciso e gli interlocutori perdono via via in lucidità non sapendo più esattamente nemmeno loro di cosa parlano e quali ragioni difendono, una situazione che di solito avvantaggia chi è più in difficoltà.

LIVELLO 7

Il modo migliore per nutrire un disaccordo resta comunque quello di concentrarsi sull’ ascolto e confutare quando dice l’altro, magari citandolo apertamente punto per punto. Eppure, anche partendo con tutte le buone intenzioni, si può finire facilmente fuori strada con maldestre citazioni decontestualizzate ma soprattutto accanendosi su parti inessenziali del discorso altrui. Il caso classico è quello di chi posto di fronte ad un’analogia, anziché leggerla come tale, entra nel merito del contenuto e riscontrati dei difetti li pensa come riferibili all’argomento principale della discussione.

LIVELLO 8

Per dissentire in modo onesto bisogna concentrare la confutazione sul punto centrale posto dall’interlocutore, anzi, seguendo il “principio caritativo“, qualora si trovi che sia stato esposto in modo carente, trovare una formulazione più adeguata dello stesso e rapportarsi a quella (“forse volevi dire che…”). In questa fase è utile anche far chiarezza sulle proprie intenzioni: si intende essere onesti o essere buoni? Gli onesti cercano la verità, i buoni cercano la felicità. Gli onesti puntano sulla verità a prescindere dalle conseguenze talvolta crudeli di questa ricerca, i buoni antepongono le conseguenze del dialogo alla verità. Ahimè, quante discussioni chilometriche tra chi fondamentalmente è d’accordo nel merito ma non sulla natura da attribuire alla discussione, ovvero tra chi pensa che si debba essere “buoni” di chi pensa si debba essere “onesti”.

LIVELLO 9

Poiché “una teoria si confuta solo con un’ altra teoria“, LIVELLO 8 e LIVELLO 6 devono procedere di pari passo. Infatti, per quanto un pensiero risulti confutato dall’evidenza o dalle sue incoerenze interne, potrebbe comunque rappresentare quanto di meglio abbiamo a disposizione in certi frangenti. Il pensiero religioso, per esempio, con le sue mille lacune puo’ rappresentare la migliore “teoria del tutto” a nostra disposizione, non ha senso criticarlo senza proporre una “teoria del tutto” alternativa.

LIVELLO 10

Non c’è dialogo se non esci  cambiato. Ciò significa che chi dialoga in modo pertinente, oltre a tenere standard da LIVELLO 9, deve comunque concedere qualcosa all’avversario mutando così la sua posizione di partenza, e questo in attesa di un nuovo dialogo e di un nuovo cambiamento. Naturalmente questo vale quando c’è rispetto tra interlocutori. Tuttavia, in caso contrario, è  buona norma astenersi in partenza dall’intervenire.

***

Spero che il decalogo possa essere d’aiuto considerato il fatto che molte disonestà intellettuali non sono volute. Imparare a litigare, poi, non ha tanto l’obbiettivo di rendere la discussione più proficua ma di renderci più soddisfatti. La lite condotta a LIVELLI infimi ci mortifica. La gente non ama pensarsi come disonesta, nemmeno dal punto di vista intellettuale, ma per uscire da questa condizione così diffusa deve pur conoscere la strada da intraprendere.

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