Il discernimento

Poniamo di ricevere l’ordine supremo di “non aprire quella porta” ben sapendo che la disubbidienza comporterà condanna e punizione. Il comando ha valore assoluto.

Ecco il caso di 6 presunti disubbidienti:

1. Giovanni apre la porta per curiosità.

2. Giuseppe perché crede che al di là della porta ci sia una persona in pericolo.

3. Giulio perché è pazzo.

4. Gino perché non ha mai ricevuto l’ordine.

5. Gabriele perché è stato soggetto a pressioni.

6. Gerardo perché ha ricevuto l’ordine in modo distorto.

Come risolvere i loro casi?

Secondo buon senso: Giovanni è da condannare, Giuseppe da condannare meno gravemente, Giulio e Gino da non condannare.

E Gabriele? E Gerardo?

Pensiamo alla differenza tra condannati e assolti: i primi hanno, per varie ragioni, disubbidito. I secondi no.

Ma Gabriele e Gerardo?

Giulio non è libero mentre Gino non è vincolato da alcun comando. Per questo vengono perdonati.

Ma Gabriele e Gerardo?

Qualcuno sostiene che nel caso di Gabriele e di Gerardo bisogna “discernere”. Altri sostengono che “discernere” toglie al comando impartito il suo carattere assoluto.

In effetti, se noi assolvessimo dei disubbidienti il comando non avrebbe più carattere assoluto. C’è solo un modo per evitare questa conclusione: ricondurre i casi di Gabriele e Gerardo a quelli di Gino e Giulio.

Gabriele, nonostante i suoi condizionamenti, conserva almeno in parte la sua libertà? In caso di risposta affermativa il suo caso sarebbe affine a quello di Giuseppe, in caso di risposta negativa sarebbe affine a quello di Giulio.

Gerardo, nonostante la distorsione con cui ha ricevuto il messaggio, poteva comprenderlo? Se la risposta fosse negativa il suo caso sarebbe assimilabile a quello di Gino.

In questo schema tutti i disubbidienti vengono, chi più chi meno, condannati. I non disubbidienti assolti.

Anche nell’ Enciclica papale Amoris laetitia si parla di “discernimento” a proposito dell’eventuale Comunione ai divorziati risposati ma a me sembra che lì si intenda qualcosa di ben diverso rispetto a cio’ a cui accennavo. Non si tratta cioè di distinguere chi ha obbedito da chi non ha obbedito (operazione per cui da sempre esiste un tribunale ad hoc: la Sacra Rota) bensì di considerare le motivazioni di chi non ha obbedito e non ubbidisce per, eventualmente, perdonarlo ugualmente. Si “discerne” al fine di valutare se è il caso di essere misericordiosi. Se le cose stessero in questi termini allora sì che il relativismo farebbe capolino: alcuni disubbidienti verrebbero condannati ed altri assolti. Il comando perderebbe inevitabilmente il suo valore assoluto. Dico così e chiedo un vostro giudizio a prescindere da come valutiate il comando in oggetto.

Facciamo un’analogia con un crimine orribile: l’omicidio di un bambino. Ora si chiede, è possibile evitare la condanna qualora il colpevole reo confesso fosse stato in grado di intendere e di volere? Poniamo che si risponda: sì, in alcuni casi sì, purché il giudice eserciti un corretto “discernimento” valutando rettamente la situazione soggettiva di chi sta giudicando. Non è forse questa una risposta inaccettabile? Un uomo libero che ha commesso un omicidio è sempre colpevole, magari avrà delle attenuanti ma la colpevolezza resta e richiama una pena, per quanto minima. 

  

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