Siamo tutti un po’ filosofi

Non sono certo uno specialista di filosofia, a ragioneria nemmeno si studiava questa materia, tuttavia tutti noi, magari a nostra insaputa, in qualche modo siamo un po’ filosofi.

Come se non bastasse, la curiosità su alcuni temi di attualità, ma soprattutto la voglia di approfondirli, mi ha spesso di fatto “costretto” a prendere posizioni su temi schiettamente filosofici. Forse anche per questo mi è toccato trafficare con concetti piuttosto esotici per un ragioniere. Da buon “barbaro” prediligo gli autori anglosassoni, li trovo più chiari, vanno subito al sodo (un “barbaro” non ha tempo da perdere), formulano più esplicitamente i problemi e non hanno paura di dare risposte e incorrere in errori; i “continentali”, al contrario, non sembrano amare troppo la loro materia, la evitano, la temono, citano continuamente autori antichi (quasi sia impossibile fare progressi), fanno storia della filosofia più che filosofia e, come sempre, nella storia ti perdi, la storia ha sempre il solito problema: non si sa mai quando inizia, qualunque cosa leggi “ti manca un pezzo”. Quanto alle risposte, talvolta le considerano “una violenza”, sembra che dare una risposta chiara possa innescare un conflitto nucleare,  cosicché le aggirano come aggirano l’onere di difenderle. Peccato perché non c’è niente di meglio di una risposta chiara (anche se errata) per illuminare una domanda oscura.

Un metodo per capire la propria filosofia di vita consiste nel prendere posizione sui vari temi che propone un sondaggio somministrato regolarmente ai filosofi accademici  ma a cui chiunque puo’ sottoporsi. Al link, inoltre, potete confrontarvi con le risposte dei professionisti per capire se siete in minoranza (come me).

Di seguito elencherò i vari temi, la mia posizione e un breve chiarimento. Cercherò di non fare il pignolo prendendo sempre partito anche quando sarebbe il caso di introdurre parecchi “se” e “ma”. Cercherò di essere rapido sui temi più ovvi, ovvero quelli su cui ho scritto già molto altrove, per soffermarmi un po’ di più sugli altri.

Scorrendo le mie risposte e dovendo sintetizzare la “mia” filosofia mi accorgo di aver selezionato come valore guida il buon senso. Di solito mi appello a quello per rispondere, ovvero, come molti dilettanti,  do’ grande valore alle apparenze: le cose per me stanno come appaiono. Naturalmente resto aperto alla “prova contraria”, che in genere trovo comunque cervellotica quando non addirittura “interessata”, quindi insufficiente a farmi cambiare idea. Non è sempre così ma… insomma, giudicate voi (ma soprattutto partecipate anche voi).

1. Conoscenza a priori: sì o no?

Sì.

Per chi crede nella distinzione tra giudizi analitici e giudizi sintetici (vedi sotto al numero 4) il “sì” è scontato poiché i primi esprimono sempre verità a priori. La questione interessante, piuttosto, è se esistano i cosiddetti “giudizi sintetici a priori”. Di seguito fornisco alcuni esempi, se pensate che si possa giudicare a tavolino la verità di questi enunciati allora anche voi credete nell’esistenza dei cosiddetti “sintetici a priori”:

1. Esistono oggetti completamente rossi e completamente verdi.

2. Non si puo’ viaggiare all’indietro nel tempo.

3. E’ meglio essere felici che depressi.

4. Se A è dentro B che è dentro C, allora A è dentro C.

5. Il bianco è più simile al giallo chiaro che al rosso.

6. La causa precede sempre l’effetto.

7. Il numero 3 esiste.

8. Se sommo la probabilità che una cosa esista alla probabilità che non esista ottengo sempre 1.

9. Eccetera.

Alcuni di questi giudizi sembrano ovvi ma ricordate che a noi interessa sapere se è possibile conoscere la loro verità in assenza di esperienze, ovvero “a tavolino”. Esiste un trucchetto per comprendere questo punto: se ora vi svegliassero e vi dicessero che avete sognato, ovvero che le esperienze vissute finora sono false, voi, nonostante questo, rimarreste sempre convinti che non possono esistere oggetti completamente rossi e completamente verdi? Se la vostra risposta fosse affermativa allora potete ben dire di credere nei “sintetici a priori”.

2. Oggetti astratti: platonismo o nominalismo?

Platonismo.

Se dico che “la banana è gialla” la banana, evidentemente, “esiste”, ma il “giallo” esiste? La risposta puo’ essere ricondotta alla questione degli universali: esistono gli universali? Le banane sono gialle ma esiste la “giallità”? Si direbbe proprio di sì, perché mai infatti dovrei parlare di qualcosa che non esiste? Il giallo, poi, non è un concetto che ho costruito io, è un colore che esiste “fuori” da me, almeno all’apparenza. Gli universali servono per descrivere le cose, senza universali non ci sarebbe nessuna discussione tra le persone, davvero l’argomento delle nostre discussioni non esiste nella realtà? Io uso senza problemi la parola “giallo”, per cui si direbbe che il “giallo” esista realmente, chi considera reale questa esistenza non si pone nemmeno il problema di cui a questo punto del sondaggio, non tenta di giustificarsi, per lui questa è un’evidenza tra le tante. Il nominalismo sembrerebbe quindi ovviamente falso, e chi lo sostiene dovrebbe dimostrarci perché mai assume una posizione tanto bizzarra. Nella storia della filosofia le spiegazioni sembrano ancora più bizzarre della posizione sostenuta. Mi sono fatto l’idea che sotto ci sia solo ideologia: accettare l’esistenza degli universali significa accettare l’esistenza di una realtà immateriale, qualcosa che, nonostante le evidenze, ad alcuni sembra ripugnante! Bisognerebbe chiedere a loro perché.

Vorrei solo aggiungere che non mi ritengo un platonista in senso stretto, quanto piuttosto un immanentista, ovvero uno che crede nell’esistenza del “giallo” ma che crede anche che senza le banane (e qualsiasi altro oggetto giallo) il giallo non potrebbe esistere. Che crede che senza le coppie di oggetti il numero 2 non potrebbe esistere Per l’immanentista la realtà dell’universale emerge da presenze concrete. Forse c’è un’unica eccezione: Dio.

3. Valori estetici: oggettivi o soggettivi.

Oggettivi.

Qui vado un po’ a istinto. In questo post ho comunque tentato di razionalizzare.

4. Distinzione giudizi analitici/giudizi sintetici. Sì o no?

Sì.

Chiunque di noi sa riconoscere un giudizio analitico (ad esempio quelli veri in virtù della logica) da uno sintetico (vero in virtù dell’esperienza), e già questo fatto depone a favore dell’esistenza. Che cosa puo’ farci dubitare allora? Per esempio un famoso articolo del filosofo Quine  nel quale si osservava che l‘affermazione analitica è quella “vera per definizione”, ovvero quella in cui tra il termine definito e l’espressione che definisce esiste una relazione di sinonimia. La sinonimia esiste quando i due termini sono intercambiabili. Quine però ha buon gioco nel dimostrare che la sinonimia perfetta non esiste mai. Esempio: ammettiamo che l’uomo sia definito come “essere razionale”. Ma nella frase “uomo si scrive con quattro lettere” l’intercambiabilità tra definito e definizione viene palesemente meno poiché dovrei sostituire una parola di 4 lettere con un’espressione di molte più lettere. Solo da questo esempio intuiamo che la pretesa di Quine è corretta: la sinonimia (e quindi l’analiticità) non esiste mai.

C’è chi nota che Quine non dimostra l’inesistenza degli enunciati analitici ma solo il fatto che non sappiamo esattamente dire in cosa consista questa loro caratteristica, in fondo, ripeto, chiunque tra noi sa distinguere perfettamente gli enunciati analitici da quelli sintetici: cio’ è un chiaro indizio che la differenza esiste, ed è dunque molto più prudente concludere che la distinzione analitico/sintetico esista anche se non sappiamo definirla in modo completo.

Altri, invece, propongono definizioni alternative di “analitico”, esempio: è analitico quel giudizio che puo’ essere negato solo contraddicendosi. In questo caso la portata del teorema di Quine diventa molto più limitata.

5. Giustificazione epistemica: internalismo o esternalismo?

Esternalismo.

Domanda: viviamo in un Matrix o no? Altra domanda: stiamo sognando o no? Diciamo che chi risponde “impossibile dirlo” probabilmente è un internalista: dà importanza decisiva all’immagine mentale che ci facciamo delle cose e l’immagine mentale della realtà e del sogno in fondo sono uguali; chi invece, secondo buon senso, risponde “no” è esternalista: evidentemente pensa che la nostra conoscenza del mondo non dipenda unicamente dall’immagine mentale che ci facciamo delle cose. O, detto in modo più gergale, pensa che la nostra mente sia influenzata in modo “causale” dalla realtà. C’è qualcosa in più nelle nostra percezione del reale, tanto è vero che ricovererebbe chi pensa di vivere in un sogno. Chi opta per il buon senso opta per l’esternalismo. perché parlo di buon senso? Perché noi uno che pensa di vivere in un sogno (e lo pensa sul serio) lo interniamo.

6. Mondo esterno: scetticismo, idealismo o realismo?

Realismo.

Lasciamo perdere lo scetticismo. L’idealista pensa comunque che il mondo esterno, magari esiste, ma non è comunque accessibile e conoscibile da noi. Anche questa posizione va contro il buon senso nonché contro quell’ottimismo che ci fa prosperare.

7. Libero arbitrio: determinismo, compatibilismo o libertarismo?

Libertarismo.

Lasciando perdere il determinismo, il compatibilista sostiene che possiamo fare ciò che vogliamo, ma non volere quel che vogliamo: cioè siamo liberi perché agiamo in accordo con la volontà che percepiamo, anche se in realtà tale volontà è determinata. A me questa sembra una posizione determinista sostenuta da chi teme di essere troppo esplicito. E’ stata sostenuta anche da molti cattolici che dovevano far quadrare la libertà umana con l’onnipotenza divina (es. Tommaso): una buona ragione per andare oltre il tomismo.  Qui, cominque, c’è una piccola difesa della posizione libertaria.

8. Dio: teismo o ateismo?

Teismo.

Ho difeso questa posizione in sette passaggi, qui c’è il primo.

9. Conoscenza: invariantismo, contestualismo o relativismo?

Invariantismo.

Precisazione: chi opta per l’invariantismo non pensa che noi possediamo delle verità assolute. E’ sufficiente pensare che esistano e noi possiamo avvicinarci ad esse, o addirittura possederle. Le altre due posizioni sono entrambe forme di relativismo più o meno accentato.

10. Conoscenza: empirismo o razionalismo?

Razionalismo.

Chi si affida al buon senso si affida a delle intuizioni primarie sulla realtà, per esempio: uccidere un bambino è sbagliato. Lo sviluppo razionale di tali intuizioni puo’ talvolta collidere (esempio: e se per evitare la morte di un bimbo ne faccio soffrire altri?), in questo caso va sacrificata l’intuizione che si giudica meno fondamentale. E’ chiaro che un processo del genere, sebbene non sia strettamente razionalista, mette comunque la ragione al centro.

11. Legge di natura: Hume o no-Hume?

No-Hume.

Per Hume la legge di natura è in realtà una legge statistica. Anche l’anti-humaniano, sia chiaro, fa uso della statistica ma la interpreta come il segnale di una presenza reale sottostante. La domanda chiave per illuminare sulla distinzione: credi che il concetto di “miracolo” abbia senso (ovvero sia metafisicamente possibile)? Hume non è tanto scettico sull’esistenza dei miracoli quanto sul concetto stesso di miracolo: qualsiasi presunto miracolo è meglio interpretato come la variazione imprevista su una legge statistica provvisoria che comunque contempla la possibilità di tali variazioni. Quando il Marajà vede il ghiaccio crede in un miracolo mentre invece si tratta solo di un fenomeno prima non contemplato dalle leggi della natura che lui conosce.

12. Logica: classica o non classica?

Classica.

In genere la questione è traducibile nella domanda: credi nel principio di bivalenza? Chi crede nel principio del terzo escluso pensa che gli enunciati (essenzialmente delle descrizioni del mondo) possano essere solo o reali o no (non esiste una via di mezzo). La bivalenza è una derivazione dal terzo escluso. Chi al punto 6 si è dichiarato realista probabilmente sostiene la bivalenza degli enunciati. Vedete forse una via di mezzo tra l’essere reali o no? Esistono però dei fenomeni – come la meccanica quantistica – che la logica classica non riesce a descrivere, in casi del genere occorre considerare errata l’interpretazione ortodossa.

13 Mente: esternalismo o internalismo?

Esternalismo.

Qui rinvio a quanto detto in merito alla conoscenza epistemica (punto 5): se reputo che l’eventuale Matrix in cui viviamo sia smascherabile dalla nostra percezione, allora, evidentemente, il contenuto mentale che posseggo è esternalista, ovvero non dipende solo dall’immagine interiore che mi faccio delle cose. Infatti, l’immagine del Matrix è esattamente la stessa della realtà e se avessi a disposizione solo quella non lo smaschererei mai.

14 Meta-etica: realismo o anti-realismo?

Realismo.

15. Metafisica: naturalismo o non-naturalismo?

Non-naturalismo.

Esempio: la mente esiste, la cosa è evidente. Certo, in tanto ci dicono “un giorno ridurremo anche quella ad un organo fisico come gli altri”. Ok, aspetta e spera. Intanto, in attesa di quel giorno, la cosa più ragionevole da fare è attenersi alle evidenze.

16. Etica: cognitivismo o non-cognitivismo?

Cognitivismo.

In sostanza significa che nel giudicare il bene e il male la ragione deve avere più peso della sensazione. L’altruismo efficiente a volte ci ripugna ma è l’opzione che produce più bene.

17. Problema di Newcomb: una scatola o due scatole?

Due scatole.

Perché mai dovrei pensare ora che esiste il determinismo (vista la mia posizione al punto 7), per di più all’indietro nel tempo? Qui il caso trattato più nel dettaglio.

18. Etica: deontologia o virtù?

Deontologia.

Ecco un punto in cui sono più indeciso: credo nell’esistenza della deontologia ma anche nei meriti della virtù. Metto solo un link a una delle tante riflessioni in merito, dove tra l’altro si precisa la distinzione.

19. Percezione: rappresentazionalismo, qualia, sense-data, altro?

Altro: accesso diretto.

Il rappresentazionalismo non basta, come si evince dai punti 5 e 13. Noi conosciamo alcune cose della realtà attraverso un accesso diretto ad essa e non solo grazie all’immagine mentale che ce ne facciamo (rappresentazione).

20. Identità: biologica, psicologica o altra?

Altra.

L’esperimento dei cervelli trapiantati e del teletrasporto ci dice che occorre introdurre un ulteriore elemento rispetto a quello materico per comprendere chi sono. Insomma, l’anima esiste!

21. Politica: comunitarismo, liberalismo o egalitarismo?

Liberalismo.

22. Nomi: Frege o Mill?

Mill.

Per Frege un nome “descrive” e il suo senso lo si ricava dalle cosiddette tavole di verità. Ma possono esistere nomi che non descrivono nulla? Per esempio, se dico “C’era una volta Giona” io non so nulla di questo Giona, non so nemmeno se esiste. Cio’ significa forse che questa frase è insensata poiché contiene termini insensati? Altro esempio: ammettiamo di mettere a confronto me con il mio zombie. Lui è completamente uguale a me, da una descrizione accurata di noi due non trapelerebbe alcuna differenza. L’anima -l’unica cosa che ho in più rispetto al mio zombie- non è descrivibile! Questo significa che la parola “Riccardo” significa la stessa cosa se riferita a me o al mio zombi? A me pare proprio di no, per questo non sto con Frege: il nome non si limita a descrivere ma “battezza”. Saul Kripke è il filosofo che meglio ha difeso il nome come “battesimo”. La teoria del battesimo ci spiega meglio anche l’esistenza di quelle parole che riempiamo di significato litigandoci sopra. Pensiamo solo a termini come “razzismo”, “sessismo” “fascismo”, “xenofobia”… sentiamo che è giusto usarle ma intimamente le sentiamo anche come “scatole vuote” che ci incaricheremo di riempire nel tempo. In altri termini, il loro significato si viene precisando a posteriori rispetto all’utilizzo. E’ come se l’utilizzo “indichi” (o “battezzi”) e la discussione successiva “descriva”. Riteniamo, correttamente, che il significato esista già nell’atto di indicare (lì dove indicavamo c’era comunque “qualcosa”), successivamente viene solo descritto a seconda delle circostanze. La cosa, è vero, appare assurda ma l’esperienza è ricorrente. Ebbene, se ci appare assurda probabilmente è perché noi ereditiamo la nostra teoria del significato dal grande Frege, ma forse quella teoria aveva delle falle.

23. Scienza: realismo o anti-realismo?

Anti-realismo.

Chiediamoci perché i “terrapiattisti” hanno torto, capiremo anche perché la scienza è antirealista. Qualcuno potrebbe sorprendersi poiché al punto 6 mi sono dichiarato realista. Non trovo contraddittoria la mia posizione, ritengo solo che la scienza debba essere inquadrata in una opportuna cornice filosofica per poter trovare un contatto con la realtà, diversamente ne è sprovvista.

24. Teletrasporto: vivo o morto?

Vivo.

Guardate solo questo cartone animato per comprendere i paradossi che comporta una risposta differente (  https://vimeo.com/72696357 ). Qualcuno potrebbe chiedersi che rilevanza ha mai una domanda del genere. Ebbene, è decisiva sul tema dell’identità (vedi punto 20). Guardare il cartone è essenziale.

25. Tempo: teoria A o teoria B?

Teoria A.

Per alcuni il tempo è un illusione: noi viviamo in un eterno presente (B-theory). Parmenide e Severino a parte, chi si sostiene la B-theory si appoggia al più credibile Einstein e alla sua relatività ristretta per avere una conferma della propria visione. In questo post sostengo che la relatività non conferma necessariamente questa bizzarria. 

26. Problema del vagone (1:5): cambi o non cambi?

Non cambio.

In sintesi il problema è questo: un vagone fuori controllo sta investendo 5 innocenti, tu hai la possibilità di salvarli deviandolo contro un innocente. Cinque sopravvissuti per un morto. Che fai, azioni il cambio o no?

Non sono un utilitarista, trovo più corretto avere dei principi e il principio kantiano “l’uomo non è un mezzo ma un fine” mi sembra ragionevole. Per questo non “cambio”. Sia chiaro, non cambio finché il rapporto è 1:5, qualora salga potrei anche “cambiare”: ogni principio ha le sue eccezioni.

27. Verità: coerenza, corrispondenza o scetticismo?

Corrispondenza.

Penso che nel 99% dei casi la verità sia una questione di coerenza (vedi punto 23), la semplicità, la bellezza e la pulizia del discorso ci fanno riconoscere la teoria migliore. Tuttavia, credo che esista un residuale 1% in cui vale ancora il criterio della corrispondenza. Secondo questo criterio – come sosteneva il suo più insigne difensore ovvero il logico Tarski – la “neve è bianca” è un’affermazione vera perché la neve è bianca. Il filosofo Quine rappresentava la nostra conoscenza come un’ampia rete sospesa e ancorata in pochi punti periferici. Mi ci ritrovo: molta coerenza e pochissima – ma decisiva – corrispondenza. Giusto in periferia. I “costruzionisti” alla Dummett ritengono che noi costruiamo la nostra verità cosicché il vero deve essere anche dimostrabile e Tarski va dunque rigettato. Ma se la dimostrazione fosse davvero dietro ogni verità cadrebbero molte delle mie posizioni prese qui, tutte quelle in cui privilegio l’esternalismo, per esempio. Pensiamo di nuovo al Matrix: non esiste alcuna possibilità di dimostrare che non viviamo in un Matrix, cosicché i “costruzionisti” concludono che sul punto è meglio tacere. Chi ritiene la cosa impossibile o è un “pazzo” o è un corrispondentista.  

28. Zombi: logicamente inconcepibili, concepibili ma metafisicamente impossibili, metafisicamente possibili?

Metafisicamente possibili.

Questa scelta è decisiva anche per quella di cui al punto 22. Lo zombi è una persona senza anima. Il mio zombi sono io ma senza anima. Per molti una creatura del genere è inconcepibile ma per chi crede nell’anima è concepibilissima. Del resto, la posizione presa qui è in linea con le varie posizioni esternaliste prese altrove.

29. Motivazione morale: internalismo o esternalismo?

Esternalismo.

Cosa motiva le mie scelte etiche? Si tratta (solo) di qualcosa che ho dentro di me o contribuisce anche qualcosa che c’è fuori? La domanda suona un po’ misteriosa, iIl miglior modo per capirla consiste nel sottoporsi al “dilemma di Nozick”, io ne ho parlato in un vecchio post che potete trovare qui. Cosa fareste in una situazione come quella descritta dal filosofo americano?

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