Insetti

L’incubo dell’animalista dovrebbero essere gli insetti, anche loro in fondo sono animali.

Le nostre auto ne uccidono a trilioni ma la cosa sembra lasciarlo indifferente. Anzi, collabora attivamente alla carneficina senza muovere obiezioni morali, quando invece per una gallina d’allevamento s’ immolerebbe. Il solo camminare di un vegano rischia di mietere vittime ma io non ho mai sentito da lui spendere una parola di formale condanna per aver generato tanta sofferenza nel mondo.

Viene naturale pensare che se anche i più scrupolosi difensori dei diritti degli animali cadono in tali contraddizioni nemmeno loro credano fino in fondo alla causa che professano. Questo che sto portando non sarà un argomento logico decisivo ma nell’impasse della diatriba animalista puo’ essere il fattore decisivo. Un po’ come l’affare dei preti pedofili: sono turpi fatti che non inficiano in nulla la verità del cattolicesimo ma di fatto infliggono un duro colpo alla Chiesa.

Ma gli insetti soffrono sul serio? Per risolvere l’arcano, di solito, l’animalista si attiene ai dati comportamentali, alla presenza di un sistema nervoso appropriato e al fatto che la sofferenza sia un fattore utile all’evoluzione di quella creatura specifica. Gli insetti sembrerebbero avere i tre i requisiti richiesti. Forse il loro sistema nervoso con è esattamente quello di una vacca ma la cosa è compensata dal numero delle vittime (vogliamo dire che 1000 insetti valgono una vacca?).

inoltre, se anche ci fossero dubbi in merito alla sofferenza dell’insetto, la cosa sembrerebbe irrilevante poiché l’animalista è un cultore del principio di precauzione, e in caso di dubbio è tenuto ad astenersi.

A noi “non-animalisti” gli insetti non fanno né caldo né freddo, da questo punto di vista abbiamo la coscienza a posto Non solo, abbiamo in mano una risposta alle accuse che ci piovono addosso tutti i giorni: tu, animalista, mi accusi di non dar troppo peso all’intelligenza delle galline, e io ho gioco facile nell’accusarti di non darne all’intelligenza dell’insetto.

L’animalista puo’ sempre svicolare dicendo che considera microscopica l’intelligenza di un insetto rispetto a quella di una gallina, talmente microscopica che non puo’ essere compensata nemmeno dal numero più elevato di vittime, ma così facendo si mette nella condizione ideale per comprendere quel che dico quando sostengo che l’intelligenza di una gallina è microscopica rispetto a quella dell’uomo, talmente microscopica da essere praticamente irrilevante in termini di sofferenza. Insomma, il mio processo mentale è il medesimo che lui adotta quando pensa agli insetti.

A questo punto, però, ho posto un legame tra intelligenza, sofferenza e doveri morali, e l’animalista avveduto potrebbe pormi l’ imbarazzante quesito che segue:

Supponiamo che tu, caro non-animalista, pensi che la sofferenza degli animali non abbia importanza perché gli animali mancano di capacità cognitive sofisticate, intelligenza, ragionamento astratto e così via. Ora immagina di sapere che perderai presto e per sempre quelle capacità. Hai un tumore al cervello che ti renderà stupido, ti impedirà di cogliere concetti minimamente complessi, le essenze universali o qualsiasi altra cosa che nemmeno un animale puo’ comprendere. Domanda: una volta che questo accadrà potrò torturarti? Trovi che sia corretto per me  farlo? Non ti preoccupare, sarai stupido, quindi niente di tutto ciò ti infliggerà sofferenze.

Effettivamente la cosa è imbarazzante: se rispondo di sì, tutto ok. Ma io voglio rispondere di no! Purtroppo, se lo faccio, indirettamente supporto la posizione animalista e i diritti degli animali: creature ritenute dai più talmente stupide da poter essere torturate e uccise.

Il fatto è che per me un uomo non andrebbe mai torturato, anche se trattasi di un ritardato mentale. Per questo sono in imbarazzo: da un lato vorrei rispondere “no”, dall’altro non posso negare la rilevanza dell’intelligenza in tutto questo affare.

Fortunatamente, questo imbarazzo lo conosce bene anche l’animalista quando si ritrova ad affrontare la questione degli insetti: come stabilire le specie animali da proteggere in termini di diritti? La PETA (People for Ethical Treatment of Animals), per esempio, ipotizza due vie: 1) o tiriamo una riga netta nelle specie ordinate gerarchicamente per complessità dei sistemi nervosi o 2) postuliamo una scala continua nella capacità di sentire il dolore stabilendo poi caso per caso il comportamento moralmente idoneo. La prima via è necessariamente arbitraria, la seconda implica trattamenti differenziati all’interno della stessa specie animale. Pensiamo solo al trattamento differenziato tra gli uomini: alcuni soggetti potrebbero essere torturati solo perché possiedono un IQ più basso! E’ una situazione ripugnante. Per questo la tradizione evita il metodo della “scala” e utilizza quello della “riga” che, per quanto arbitrario, evita il razzismo inter-specie. Ora, così come la tradizione ha tirato una riga tra l’uomo e gli altri animali, vegani e vegetariani sembrano averla tirata giusto sopra gli insetti. Domanda: perché mai dovremmo passare da un arbitrio all’altro? Perché anziché passare da arbitrio ad arbitrio non ci uniformiamo alla tradizione restando fedeli alla vecchia “riga” sulla quale abbiamo fondato la nostra civiltà?

Gli insetti dipinti in anamorfosi dall’artista di strada Odeith

P.S. Mike Huemer ha in cantiere un libro per rispondere all’obiezione degli insetti originariamente sollevata da Bryan Caplan. E’ da lui che ho tratto l’ “imbarazzante questi” di cui sopra.

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