I TUOI debiti e i MIEI risparmi

Il commercio internazionale è visto da molti (nostalgici) come la continuazione della guerra con altri mezzi, ovvero una specie di arena dove le nazioni se le danno di santa ragione lasciando sul campo morti e feriti. Quando si tirano le somme il deficit commerciale equivale ad una sconfitta, l’avanzo ad una vittoria. Questa confusione dimostra meglio di ogni altra cosa l’enorme distanza tra conflitto bellico ed incontro economico. Inoltre, vanifica le molte energie profuse dagli  economisti per chiarire  meglio i termini della questione. Forse è il caso allora di rinfrescarsi la memoria interpellando un tipo come Greg Mankiw che recentemente si è prodotto in in saggio su questi argomenti dal titolo: “Surprising Truths About Trade Deficits”.

Avere un deficit commerciale con il paese X viene interpretato come il segno che noi siamo i “perdenti” nella relazione bilaterale, che dobbiamo reagire e prendere provvedimenti per limitare i danni.


Per capire cosa c’è di sbagliato in questa conclusione, considerate alcuni dei molti deficit commerciali bilaterali che gestisco personalmente. Ogni volta che la mia famiglia va a cena fuori, il ristoratore riceve dei soldi e noi riceviamo un pasto. Nel linguaggio economico, la famiglia Mariani ha un deficit commerciale con quel ristorante. Ma questo non ci rende dei “perdenti”. Dopotutto, ce ne andiamo a stomaco pieno. Certo, se ogni ristorante dove mangio diventasse mio cliente sarebbe meglio, puo’ darsi che addirittura avrei con lui un avanzo commerciale. In ogni caso non c’è nulla di drammatico nel fatto che non lo sia, tanto è vero che io non sento affatto l’esigenza di uscire a cena solo in quei ristoranti a cui fatturo. Posso gestire deficit commerciali persistenti con i ristoranti perché gestisco eccedenze commerciali altrove. Chiaro?

Ma se la nazione ha un deficit commerciale complessivo? Molti ritengono che in questo caso gli altri si stiano approfittando di noi. Si arriva perfino ad invocare dazi, sostegno alle esportazioni e, come estrema ratio, autarchia.

Per vedere quanto sia forzata una conclusione del genere, considero ancora la mia famiglia. La nostra bilancia commerciale complessiva è la somma di tutti i nostri saldi commerciali bilaterali con tutti gli altri: ristoranti, supermercati e così via. Il risultato finale è uguale alla differenza tra il nostro reddito e la nostra spesa. Se la nostra bilancia commerciale complessiva è positiva, stiamo spendendo meno di quanto guadagniamo, il che significa che stiamo risparmiando. Se la nostra bilancia commerciale complessiva è negativa, stiamo spendendo più di quanto guadagniamo: stiamo cioè realizzando un risparmio negativo.

Se un deficit commerciale rappresenti un problema dipende dalla nostra spesa: è prudente o dissoluta? Quando una famiglia prende un prestito per comprare un’auto, ha un deficit commerciale, ma non deve essere motivo di preoccupazione, a patto che possa “permettersi” l’auto che sta comprando. Alla fine cio’ che conta veramente è il reddito di quella famiglia (le buste paga).  Lo stesso ragionamento si applica ai paesi. Le nazioni hanno  deficit commerciali quando le loro spese per consumi e investimenti, sia privati che pubblici, superano il valore dei beni e dei servizi che producono. Se vuoi veramente ridurre un deficit commerciale, il modo per farlo è abbassare la spesa, non demonizzare i tuoi partner commerciali.

L’ Italia ha un enorme debito, un PIL che cresce poco e per di più non gestisce la sua moneta. Però ha un avanzo commerciale: possiamo consolarci? Possiamo tirare un sospiro di sollievo?

Difficile. Se la produttività è bassa e il debito enorme NONOSTANTE l’avanzo commerciale cio’ significa che siamo messi malino. Alla fine l’unica cosa che conta veramente, ripeto, è il PIL; così come quando vado in banca a chiedere un prestito, quel che mi chiedono è la busta paga.

Ma allora cosa intendono i politici quando dicono che non c’è nulla di cui preoccuparsi? Anche voi avrete ascoltato uscite di questo genere: “il nostro debito è elevato ma gli italiani risparmiano come tante formichine, non siamo come la Grecia, siamo ricchi noi…”. Ebbene, a me un politico del genere, anziché rassicurare fa paura, lo ammetto: evidentemente ha in mente di saldare i SUOI debiti con i NOSTRI risparmi. E’ un po’ come se dicesse: “sono alle strette ma qui vicino a me ho un bel limone succoso da spremere”. Ecco, quando la pressione fiscale è oltre il quaranta per cento la prospettiva non è rassicurante. E se penso a forme di “prestito forzoso” peggio mi sento.

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