Fare dischi o fare musica?

Parto in quarta con Giovanni Paolo II: “’Tra tutte le cose poco importanti, il calcio è la più importante”. Personalmente sostituisco al calcio la musica pop.

Ciò che affascina in una canzone pop è il nostro rapporto con lei. Non possiamo metterla sotto la lente uscendo di scena, la tradiremmo. Insieme a lei, siamo noi i protagonisti. Non puo’ esserci interesse per il pop disgiunto dall’interesse per il suo lato umano.

E’ possibile prendere la musica sul serio senza espellere la vita che contiene? In genere sì. Ma nel caso del pop la risposta è un sonoro “no”.

Il pop è essenzialmente una colla che attacca alla canzone cose diverse e eterogenee. I Beatles sono stati degli eccellenti produttori di questa singolare colla.

Ascoltando i Beatles rischiamo di perdere molto: il mestiere è stato oscurato dall’ abilità artistica, l’abilità artistica è oscurata dai significati e i significati sono oscurati dalla leggenda. In genere viene  sottovalutato il versante artigianale perché viene sopravvalutato il loro significato.

Il loro merito principale: aver rotto la legge di Menand. Louis Menand: nessuna carriera nello show-business può durare più di tre anni (in realtà Menand l’applicava con una piccola variante anche ai B.: tre anni scanzonati e tre anni psichedelici).

Tesi eretica: il primo periodo fu quello in cui il genio collettivo dei Beatles operò a pieno regime.

La loro umiltà: non si sentivano limitati dal fatto di fare musica per ragazze di quattordici anni.

La falsa opposizione tra rock e pop non era ancora stata inventata. Oggi è l’ultimo rifugio delle “canaglie”.

L’abilità dei B: fare dischi ottimi, non solo canzoni notevoli. Le abilità canore, di composizione, di arrangiamento, di accompagnamento e di produzione confluivano armoniosamente in un’unica abilità: fare dischi. Furono i primi a fare dischi prima ancora di fare musica, e furono i migliori.

Non erano grandi autori: i loro testi del primo periodo erano banali. Tuttavia, le loro canzoni erano eccellenti, e le canzoni sono l’ingrediente vitale dei dischi. Come spiegarlo? Chiedetevi perché.

Un’ipotesi: la loro geniale stenografia musicale. Nessun preambolo in “All My Loving”, “Penny Lane”, “Eight Days A Week” o “No Reply”. “Help”, poi, inizia come un salto da una scogliera.

Conoscevano il segreto di una buona esibizione (vale per i concerti, per i discorsi e anche per i post): inizia da metà e finisci tagliando. In scena suonavano come se dovessero liberare il palco da un momento all’altro. In questo sono precursori del punk.

Tutta una questione di alchimie. Esempio: anche se Ringo non fu il miglior batterista DEI Beatles, fu sicuramente il miglior batterista PER i Beatles. Chiedetevi perché.

Esempio di fusione nucleare: Lennon e McCartney. Due ragazzi “normali” che in qualche modo hanno trasformato le loro differenze nel più grande dividendo creativo di sempre. Erano i contributi dell’uno alle idee dell’altro che faceva scoccare la scintilla.

Lennon e McCatney erano “in gamba”, non preparati. Vi prego di meditare la differenza.

Non violarono solo la “legge di Menand” ma tutta una serie di “leggi”. Iniziarono fin da subito giungendo dalla provincia inglese in un’epoca in cui sembrava impossibile che qualcosa di significativo potesse uscire da lì. La violazione della statistica sparge felicità e speranza ovunque.

Il pop è una scintilla. Una scintilla vitale. Avete presente quel piccolo bagliore che si accende sulla punta del dito di Dio all’atto della creazione? I B accendevano scintille a raffica. Un robot puo’ essere complicatissimo ma non sarà mai vitale quanto un neonato.

Vogliamo usare un termine per descrivere la loro musica degli inizi? Orecchiabile. Una canzone orecchiabile ti entra dentro e ti accompagna vivendo con te la tua vita. E’ questa qualità che aggancia chi ascolta.

La loro musica è zeppa di dettagli – la coda di “Hello Goodbye”, l’intro di “Here, There And Everywhere…” – ciascuno dei quali si dà il cambio e passa qualche giornata con te.

La musica pop è un virus. Il virus non possiede la complessità di un grande animale, le sue virtù sono altre: deve entrare in un organismo e invaderlo moltiplicandosi. Lui c’è ma non lo vedi, mentre a un elefante non ci pensi a meno che ti compaia davanti per farsi ammirare. I B hanno saputo colonizzare il nostro immaginario.

Nei B c’è lo sprezzo dell’inconsapevolezza, la noncuranza di chi vive nell’abbondanza, pensiamo solo alla serie di meravigliose canzoni mai pubblicate come singoli. Ricordiamoci poi che pezzi come “Penny Lane” o “Strawberry Fields Forever” – presenti in molte liste dei migliori singoli di sempre – sono stati lasciati fuori da Sgt. Pepper’s.

Questa noncuranza rinvia ad un altro segreto del pop: la mancanza di riflessione. Tutto si svolge su un unico piano privo di qualsiasi metafisica.

Canzoni semplici ma anche piene di  piccoli misteri: la superficie scintillante di “We Can It It Out” ti incanta, ma alla fine ti soffermi ancora di più su quella sezione centrale deliberatamente sgraziata.

Niente nella musica pop è più potente di un brivido che contiene la promessa di ulteriori brividi. Nessuno formula quella promessa in modo più attendibile dei Fab Four. e faccio presente che la fisiologia del brivido è la medesima, sia che provenga da Bach che dai Beatles.

Il loro marchio di fabbrica egli esordi è la gaiezza. Anche quando la canzone doveva essere l’accorata richiesta di soccorso di un uomo distrutto, come in “Help!”, finisce per suonare tutto come immerso in una gioia contagiosa.

Ancora oggi, se metto un loro disco, le pareti della casa acquistano nuova energia. E’ una musica che ha solo uno scopo: rendere le persone felici. Purtroppo per i critici del rock, tutto questo non è molto complicato.

Una canzone dei B prima maniera ci abbraccia in un amplesso, la corsa precipitosa verso il delirio è segnalata dal sussulto di gioia (con le frangette tremolanti) che annunciava l’interruzione per uno stenografico solo di chitarra (che non ha mai annoiato nessuno sulla faccia della terra).

Oggi la felicità ci imbarazza ma i B sono nati con la guerra, sotto le bombe; la musica dei loro genitori mirava all’evasione, a far dimenticare i guai, la loro ci fornisce un’estasi di 3 minuti (che assapora al meglio chi sa quanto la vita sia dura). Con l’avvento del torpore portato dall’abbondanza siamo tutti più blasé. Oggi nessuno mette più in relazione il pop con la felicità.

La miscela emotiva di un disco “giusto” nasce dall’unicità di una performance particolare in studio di registrazione, ce lo dicono i più grandi session men: “è qualcosa di difficile da catturare”, occorre provare e riprovare.

L’errore dei rocker: pensano che la grandezza del pop riguardi il soul e l’ispirazione, nonché il fatto di “avere cuore”. L’alternativa ce la indicano i B: il segreto stia in quei piccoli dettagli che rendono la melodia “pop”, nel senso di esplosiva. Una piccola esplosione che svanisce portando con sé la promessa di altre piccole esplosioni. Non a caso, per i session man, il termine “pop” è un verbo prima ancora che un nome.

Forse potremmo rendere il concetto parlando di “produzione”, lì dentro c’è tutto quello che deve essere sapientemente miscelato. E forse, nella produzione, c’è anche la vita ancora povera di eventi dell’adolescente che ascolta.

Mi sono sempre chiesto come un adolescente potesse apprezzare la musica. Se la musica è riuscita quando muove nel senso giusto la nostra esperienza, come puo’ goderne chi di esperienza è privo? Colla, virus, scintille, neonati e brividi sono le analogie che mi aiutano a rispondere.

Lettura consigliata: David Hepworth, The Beatles Are Underrated.

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