I quattro errori

Gli economisti odiano l’idea che le persone soffrano di pregiudizi sistematici, una delle loro costruzioni chiave – l’homo economicus – si sbriciolerebbe. L’assunto chiave della disciplina, infatti, è la razionalità degli agenti economici. Il profeta dell’ HE, Gary Becker (scuola di Chicago), ha spiegato in lungo e in largo i benefici analitici di questa assunzione.

Ma oggi, con tutta la buona volontà, è impossibile credere ancora a Becker: come spiegare il prolungato ed evidente inganno circa gli effetti di certe politiche? Una via di fuga disponibile è stata in passato la “simmetria degli errori”: Tizio sovrastima il guadagno di certe politiche e sottovaluta quello di altre, Caio fa il contrario, cosicché nella media la loro valutazione si bilancia. Siamo alla cosiddetta “saggezza della folla”.

Oggi questo ripiego non sembra più promettente come un tempo, diversi lavori accademici hanno introdotto il concetto di “errore sistematico”: noi ci sbagliamo tutti e sempre nella stessa direzione. Non c’è alcun bilanciamento.

Il consenso sull’esistenza di un simile  errore nelle scelte delle persone è particolarmente forte quando si parla dell’elettore, ovvero di un soggetto che agisce con scarsi incentivi a riflettere: i costi di un errore nel voto non ricadono sull’interessato ma su tutti.

Psicologi come Daniel Kahneman e Amos Tversky sono stati i principali protagonisti della materia. Gli errori sistematici venuti alla luce nei loro laboratori sono i più disparati, dal fatto di dare troppa importanza agli eventi vissuti in prima persona al fatto di sovrastimare le nostre capacità.

Certo, puo’ darsi però che un meccanico fallisca in laboratorio ma sia impeccabile in officina. Ovvero, ciascuno di noi matura una sua “razionalità ecologica” idonea all’ambiente in cui opera abitualmente. Tra esperti e dilettanti c’è pur sempre una differenza (élitismo). L’ipotesi è plausibile anche se difficilmente applicabile al caso dell’elettore impegnato sporadicamente per definizione. Al seggio siamo tutti dilettanti.

Una prima fonte di comportamenti maldestri puo’ essere la cattiva informazione di base. Da sondaggi fatti si sa che molti elettori credono addirittura che la maggiore voce di spesa nel bilancio nazionale sia l’aiuto ai paesi esteri! Con simili basi di partenza diventa molto più probabile che essi disprezzino i politici responsabili portatori di proposte realistiche in favore dei demagoghi.

I sondaggisti ci assicurano che i pregiudizi dell’elettore sono numerosi e quantitativamente significativi. Per giungere a questa conclusione si sottopone la “cavia” a domande con risposte chiare, semplici e oggettive. Per esempio: qual è la quota del bilancio dedicata alla difesa nazionale? E quella dedicata alla sicurezza sociale? Eccetera.

Ma se un elettore ignorante ne sapesse di più cambierebbe il suo voto? La risposta è “sì”. La conoscenza ci cambia, gradi differenti di conoscenza nella materia sembrano implicare posizioni ideologiche diverse.

L’ “ignorante” è molto più settario e radicale, l’ informato più flessibile. In politica estera la persona informata sembrerebbe più interventista, un po’ più “colomba” e più propensa ad attribuire un ruolo agli organismi internazionali. Sulle questioni sociali è invece progressista (pro-choice e favorevole ai diritti gay, per esempio). In economia sembra favorevole al mercato e per poche regola ma chiare. In generale spinge per l’uguaglianza delle opportunità ma non dei risultati, è di sinistra sul sociale e di destra in economia.

Lo so che è difficile digerire il fatto che “i più informati” possano dissentire da noi ma questi dati sono abbastanza facile da raccogliere e mi sentirei di darli per buoni.

Un ulteriore scoperta poco sorprendente è che le persone sbagliano meno quando conviene loro sbagliare meno. Da elettori, per esempio, sbagliamo di più che da acquirenti, e ancora di più che da venditori. La pubblicità ci inganna meno della propaganda, la qual cosa fa tirare un sospiro di sollievo ai difensori del mercato ma mette in ulteriore imbarazzo i difensori della democrazia.

Possiamo ricondurre a quattro gli errori di base dell’elettore democratico: il pregiudizio contro il mercato, il pregiudizio contro lo straniero, il pregiudizio contro il futuro e il pregiudizio contro la tecnologia.

PREGIUDIZI CONTRO IL MERCATO

Per un classico borghese/anti-borghese come Charles Baudlaire il commercio era addirittura satanico, e direi l’elettore medio delle moderne democrazie tende a concordare.

I benefici del mercato passano facilmente inosservati: poiché l’ egoismo è un difetto e il mercato si impernia sull’egoismo umano, da lì non puo’ certo uscire qualcosa di positivo. Insomma, che dal male esca il bene lo sanno i teologi cristiani e gli scienziati sociali ma non viene affatto naturale pensarlo all’uomo comune.

Noi enfatizziamo la volontà umana, cosicché non riusciamo a concepire come una costruzione sociale benefica possa originarsi in modo non intenzionale. Il bene sociale prodotto dal mercato si presenta in forma di effetto collaterale mentre noi ci concentriamo unicamente sull’effetto diretto. Vediamo il profitto e trascuriamo il servizio.

Joseph Shumpeter – considerato da molti il più grande storico dell’economia –  riteneva che il capitalismo fosse un condannato a morte proprio a causa del “pregiudizio radicato” che noi nutriamo a priori nei suoi confronti. In questo concordava con Karl Marx.

L’odio per il capitalismo porta con sé l’odio per il profitto, un’anticipazione plastica di questo sentimento lo abbiamo con il trattamento riservato all’usura nella storia. Per secoli l’interesse con cui oggi conviviamo tranquillamente veniva considerato abominio, pensiamo solo all’Islam, dove c’è un revival di questi giudizi eccentrici.

Pensate ora per un attimo alla questione del riscaldamento globale. Chi chiede interventi più pesanti? E chi invece sembra considerarlo una bufala? Tra i primi prevalgono i “socialisti”, tra i secondi i “liberisti”. Nessuno dei due, evidentemente, riesce a comprendere che le soluzioni più promettenti al problema – a parità di tecnologie – sono quelle di mercato (carbon tax e diritti negoziabili di inquinamento), altrimenti i ruoli si capovolgerebbero. In altre parole, prendere sul serio il global warming significa ampliare i mercati in sfere dell’attività umana dove oggi non esistono. Non viene affatto naturale pensare in questi termini, molto più facile per la nostra testa pensare robe del tipo : “esiste un problema, occorrono delle regole”.

L’elettore medio vede monopoli ovunque, non si rende immediatamente conto quanto sia complicato colludere. Il dilemma del prigioniero rende difficili simili accordi.

Un altra vittima innocente del senso comune è l’intermediario: “ma guarda questi parassiti: comprano i prodotti, ce li rivendono così come sono e ci mangiano pure sopra”. Tuttavia, i trasporti, l’ immagazzinaggio e la distribuzione non sono manna dal cielo, si pagano. Avere qui ed ora la matita o la bibita che ti occorre qui ed ora non è una coincidenza miracolosa che possiamo pretendere a costo zero.

Si sente anche dire che i capitalisti uniscono le loro forze per mantenere i salari al livello di sussistenza e sfruttare il Terzo Mondo. Non si sa bene come il Primo Mondo – dove il mercato è più presente – si sia liberato da questa schiavitù. Se ci fosse davvero una vasta cospirazione per contenere gli stipendi, il Terzo Mondo diventerebbe all’istante un posto particolarmente redditizio dove investire. la triste verità è che laggiù i lavoratori vengono pagati poco perché non sono produttivi.

Il bias anti-mercato ci fa origliare critici come Krugman o Stiglitz dai quali ricaviamo l’impressione che i benefici del mercato siano controversi. In realtà c’è un accordo di fondo tra gli economisti circa l’ implausibilità di vaste cospirazioni e sull’imprescindibile virtù incentivante dei meccanismi di mercato.

Conclusione: la politica interventista di molti governi non è è elusiva ma solo la fedele esecutrice delle volontà di un elettore pieno di pregiuizi.

PREGIUDIZIO CONTRO GLI STRANIERI

L’ elettore qualunque è uno scettico della globalizzazione, in cuor suo auspica un blocco navale che isoli la Cina e a un bel muro che isoli il suo paese, non capisce come mai i dazi non siano più elevati. Dopo aver messo insieme due pensieri in croce sul dumping sociale e sul dumping ecologico pensa di avere in mano buoni argomenti per passare alle vie di fatto.

Dire che sottovaluti le interazioni commerciali con l’estero è un eufemismo. per lui il commercio con l’estero è per definizione una “guerra commerciale”: chi esporta vince, chi importa perde. Non capisce allora perché si debba perdere quando si puo’ interrompere la partita e farla finita.

Se lo straniero ha una sua utilità, è quella di fungere da capro espiatorio: manca il lavoro? Colpa dell’immigrato che ce lo ruba. Lo spread? Colpa dello speculatore ebreo. Le nostre imprese chiudono? Colpa dei cinesi che ci fanno “concorrenza sleale”.

Persino economisti specializzati nel ruolo del “ribelle” come Paul Krugman non osano attaccare i vantaggi di un’economia aperta. Un’economia chiusa ostacola specializzazione e produttività, con queste premesse l’impoverimento è dietro l’angolo. Solo l’innovazione tecnologica dà  benefici confrontabili con quelli del commercio internazionale, anzi, a guardar bene sono di fatto la stessa cosa.

La legge dei vantaggi comparati mostra che i vantaggi reciproci messi a disposizione dal commercio internazionale perdurano anche quando una nazione è “peggiore” dell’altra in tutti i sensi.

L’errore fatale che induce in questo errore consiste nell’identificare i soldi con la ricchezza.

L’uomo comune osserva la sua amata moneta lasciare la nazione e pensa che la nazione si impoverisca. Il commercio è per lui un gioco a somma zero e per non perderci bisogna come minimo andare alla pari. Eppure, quello che accade tra nazioni accade pure tra regioni e città all’interno di una nazione, ma lì nessuno se ne preoccupa, anzi! Il fiorire dei commerci interni in questo caso è ben visto e incoraggiato, non si va certo a vedere se una città è “in pari” con le altre. Dal che appare chiaro come il problema di fondo siano i pregiudizi sullo “straniero”.

Se poi consideriamo il fenomeno migratorio il bias si fa ancora più manifesto e la dissociazione tra esperti ed elettori sempre più profonda.

PREGIUDIZI CONTRO LA TECNOLOGIA

Tendiamo regolarmente a sottovalutare i benefici del cambiamento e ad apprezzare oltre misura lo status quo. Dove, per esempio, l’elettore vede solo distruzione di posti di lavoro, gli economisti vedono la fine di uno spreco di risorse e l’aumento della produttività.

A volte sembra che un lavoro purchessia valga più di un non-lavoro. Qualsiasi attività, fosse anche solo quello di scavare buche per poi ricoprirle, è meglio che niente. Non è così! Il non-lavoro ha un suo valore: crea il tempo necessario per cercare un lavoro “vero”, cosa che il lavoro farlocco invece ostacola. Per questo il numero di impiegati statali è sempre una spia preoccupante: dietro molti di loro si nasconde un disoccupato a cui non è concesso cercare lavoro. 

I prezzi sono innanzitutto segnali, se noi trascuriamo i loro messaggi finiamo nel burrone. Se il segnale dei prezzi ci chiede di chiudere prontamente e ricominciare altrove dobbiamo farlo, pena il fallimento. Il medico pietoso fa la piaga purulenta.

A volte la compassione prevale sulla logica, ma qui non si tratta di essere spietati, la questione di “come” e “se” tutelare chi perde un lavoro (sussidi di disoccupazione, reddito di cittadinanza, eccetera) non è sul tappeto in questa sede, qui si chiede solo di non sprecare il lavoro degli uomini.

Un individuo prospera solo se ha un lavoro qualsiasi ma una comunità prospera solo se gli individui che la compongono hanno un lavoro produttivo.

La “Repubblica fondata sul lavoro” è particolarmente prona a pensare che lavoro sia sinonimo di ricchezza. Bastiat ridicolizza questa idea etichettandola come “economia di Sisifo”: si lavora, si lavora e non si produce nulla. Al fondo dell’equivoco sta l’idea marxiana che lavoro e sforzo siano connessi: dove si suda c’è valore. Poiché la tecnologia distrugge il lavoro, allevia lo sforzo e asciuga il sudore, ecco che diventa per molti elettori democratici sinonimo di  povertà. A posteriori constatiamo ogni volta che non è così ma a priori ricadiamo sempre nel medesimo bias cognitivo.

In realtà la tecnologia, oltre a distruggere lavoro, ne crea di nuovo: senza i pc non ci sarebbero i programmatori. Ma soprattutto libera tempo per cercare un nuovo lavoro. La tecnologia consente a chi gira i pollici di toccare con mano la sua condizione evitando di auto-ingannarsi scavando e riempiendo buche.

L’economia produttiva rialloca di continuo le sue risorse, pensiamo alla distruzione a tappeto del lavoro agricolo: nel 1800 il 95% della forza lavoro era impegnata a sfamare il paese, nel 1900 il 40%, oggi il 5%. Un disastro? No, un enorme miglioramento.

Ogni ristrutturazione aziendale è vista dall’elettore medio come una disgrazia pur essendo alla base del nostro benessere. Il paese in cui le imprese non falliscono è un paese destinato al fallimento. L’URSS è il prototipo: zero fallimenti nella sua economia, collasso totale dell’economia.

Anziché pensare alla tecnologia in rapporto alla società, pensiamola in rapporto a noi: se hai a disposizione una lavatrice vai forse al fiume a fare il bucato in modo da poter lavorare? Ovviamente no: il tempo libero ha un suo valore, la lavatrice non ti impoverisce affatto, anzi. Un calzolaio non rinuncia ai suoi strumenti con la scusa che in questo modo aumenta il suo lavoro, solo pensarlo è risibile! Ecco, allora cerchiamo di applicare la logica elementare anche al governo della comunità. Cerchiamo di essere persone prima di elettori. Ma queste, lo si sa per esperienza, sono prediche inutili.

PREGIUDIZI CONTRO IL FUTURO

Il pessimismo ci affascina, il millenarismo è nelle nostre corde, l’apocalisse ci viene naturale. Chi preconizza catastrofi ottiene ottimi indici di ascolto e verga best seller mietendo consensi.

Piccolo riferimento personale: quando ero ragazzo ricordo che “andava di moda l’eroina”, intorno a me una schiera di adulti mi pressava ogni giorno per mettermi in guardia implorandomi di starne alla larga quando il pusher me l’avrebbe offerta. Insegnanti e genitori erano ossessionati da questo pericolo, parlavano di gioventù bruciata chiedendosi come il paese avrebbe potuto tirare avanti con una generazione di tossicodipendenti ormai prossimi all’età adulta.

Trent’anni dopo sto ancora aspettando che qualcuno mi offra un grammo di “roba”. Le predizioni nefaste degli “adulti” di allora suonano oggi risibili.

Come regola generale, l’elettore medio ritiene che le condizioni in cui versa il paese non siano così buone come lo sono in realtà. Il pessimismo ci induce a gonfiare i problemi dell’economia e a sottostimare il nostro effettivo benessere. Secondo voi l’elettore italiano pensa davvero di essere ricompreso nel 5% degli uomini più ricchi del pianeta? Eppure lo è.

All’elettore medio manca sia il senso della storia che il senso prospettico, non ha la minima idea di come vivessero i suoi omologhi 100 anni fa.

L’idea di “Paradiso perduto” sembra connaturata nella nostra mente, praticamente in tutte le culture c’è l’idea che oggi stiamo peggio rispetto ad un mitico antenato, e questo pessimismo prescinde dal grado di avanzamento della società. Arthur Lovejoy e George Boas sono due studiosi che hanno approfondito la faccenda, rinvio volentieri al loro lavoro.

Forse il progresso è talmente lento da essere oscurato dalle repentine cadute, sta di fatto che recentemente la tendenza pessimista si è esacerbata, gli intellettuali non fanno che predire l’imminente collasso della civiltà occidentale.

Ma come possono convivere pessimismo e miglioramenti continui nella nostra condizione materiale? Come si spiega il gap sempre più ampio tra percepito e reale? A me sembra sia un’offesa ai padri che hanno lavorato sodo per regalarci la prosperità che noi disprezziamo.

Ma forse è davvero la nostra mente che funziona così: dalla Bibbia a Nostradamus, da Malthus al Club di Roma, l’apocalisse incombe.

Oggi con tono catastrofistico indichiamo un rallentamento dell’economia, neanche un arretramento. Austerity significa far crescere la spesa meno del previsto, non tagliarla. Anche il linguaggio è spia di un’attitudine.

Il pessimista intelligente si mette al riparo dicendo che il PIL non è tutto. Ha ragione, in molti casi non misura adeguatamente il miglioramento di cui siamo beneficiari, la qualità dei prodotti non è confrontabile: preferite un pc anni 80 o uno contemporaneo? Si migliora e di molto anche senza aumenti di stipendio!

E il consumo del pianeta? Qui si concentrano parecchi cantori dell’apocalisse. Ma ci sono sempre stati: negli anni ’60, l’über-pessimista Paul Ehrlich predisse che il degrado ambientale avrebbe presto portato alla fame di massa. Oggi, nel mondo, siamo molto più numerosi e molto meglio nutriti di allora. Ma c’è di più: le risorse naturali sono più economiche, la qualità dell’aria migliora e soprattutto la densità della popolazione non sembra affatto negativa per la crescita.

A proposito, chi non ricorda il bau bau della bomba demografica? Secondo il seminale lavoro di Michael Kremer (“Population Growth and Technological Change: One Million B.C. to 1990”) popolosità e crescita economica sono legate causalmente. Non siamo più “stomaci” che consumano, siamo “cervelli” che pensano e risolvono problemi, per questo più siamo meglio è per tutti.

L’inquinamento atmosferico, ultimo rifugio del pessimista, è un fortino che non regge al vaglio dei dati: magari i popoli in via di sviluppo fossero al nostro livello di benessere, inquinerebbero meno e sarebbero più sensibili ad una causa sacrosanta.

Risultati immagini per arte cavalieri dell'apocalisse

 

 

Annunci

Una difesa delle lobby

Cosa occorre per una ricerca accurata della verità?

I due ingredienti essenziali:

1) informazioni accurate,

2) onestà intellettuale.

***

Cosa disturba di più l’onestà intellettuale?

I due candidati più evidenti:

1) l’interesse,

2) l’ideologia.

***

Come viene disturbata l’onestà intellettuale?

Vediamo i meccanismi più immediati di disturbo:

1) l’interesse raccoglie in modo accurato le informazioni ma poi decide senza onestà intellettuale,

2) l’ideologia non raccoglie in modo accurato le informazioni e, inoltre, decide senza onestà intellettuale.

***

Conclusione: l’interesse interferisce meno dell’ideologia nella ricerca della verità poiché, perlomeno, consente la raccolta accurata delle informazioni.

***

Adesso stabilisco un’analogia facile da accettare poiché la ricerca di una politica sociale adeguata assomiglia molto alla ricerca della verità.

***

In democrazia, chi sceglie le politiche governative?

I due attori principali:

1) gli elettori,

2) le lobby (o poteri forti).

***

Cosa disturba di più la ricerca di politiche adeguate?

Le due interferenze più accreditate:

1) negli elettori l’ideologia,

2) nelle lobby gli interessi.

***

Per quanto detto prima la distorsione creata dall’influenza delle lobby è preferibile a quella creata dal voto popolare. Perlomeno le prime hanno una conoscenza accurata dei problemi.

***

Adesso, prima di passare alle obiezioni, cerco di esprimere lo stesso concetto in termini etici. Anche qui, infatti, è possibile constatare come l’interesse faccia meno danni che la superstizione.

Nel mondo della filosofia morale esiste il Male e l’ Ingiustizia.

Il Male procura dolore a tutti. E’, per così dire, un’ingiustizia verso tutti. L’origine del male è la stupidità: solo uno stupido puo’ compere azioni che lo danneggiano.

L’ingiustizia intercorre tra due parti: A beneficia ingiustamente di qualcosa che sottrae a B. L’origine dell’ingiustizia è la cattiveria: solo una persona cattiva colpisce il prossimo senza rispettare i precetti.

In questo senso l’ Ingiustizia, pur essendo condannabile, resta un male depotenziato poiché prevede sia un bene (quello del ladro) che un male puro (quello del derubato).

Ebbene, l’ideologia distorce le decisioni rischiando di produrre un Male. L’interesse distorce le decisioni rischiando di produrre un’ Ingiustizia.

In questo senso, come appena detto, meglio l’ Ingiustizia che il Male. Ma allora meglio l’interesse che l’ideologia. E quindi meglio le lobby che gli elettori.

***

Obiezione 1: nella ricerca della verità, basta una distorsione per mandare all’aria tutto. In questo senso elettori e lobby fanno gli stessi danni.

Risposta: non è detto che le distorsioni minino necessariamente la ricerca della verità.

Esempio: una volta la FIAT diceva: “quel che è bene per la FIAT è bene per il paese”. Questo non è vero, ma a volte è vero. Le autostrade italiane sono state costruite “per il bene della FIAT” ma il Paese ne ha beneficiato, difficile dubitarne.

Altro esempio: molti liberali sono ideologizzati peggio dei marxisti ma questo non significa che una politica liberale non sia di beneficio al Paese.

Quanto dico vale sia per la “distorsione interesse” che per la “distorsione ideologica”, sia chiaro.

Ma se è così, allora meglio avere MENO distorsioni che PIU’ distorsioni. Meglio le lobby che gli elettori. Almeno le lobby conoscono i problemi, hanno informazioni accurate. E’ solo una condizione necessaria per far bene, è vero, ma sempre meglio soddisfarla che no.

***

Obiezione 2: le distorsioni si riequilibrano. In questo senso il loro numero non conta.

E’ una pia illusione che le distorsioni si riequilibrino: di certo la cosa è dubbia per le distorsioni ideologiche poiché gli errori cognitivi che sfrutta l’ideologia sono perlopiù sistematici (ovvero si rafforzano, non si riequilibrano).

E’ addirittura più facile che si riequilibrino le distorsioni frutto di interessi. Infatti, spesso, gli interessi sono contrapposti: Uber contro i tassisti o Google contro i giornali, o Amazon contro le librerie, o la Borsa contro le Banche, per esempio.

***

Obiezione 3: in realtà anche gli elettori votano guidati dal portafoglio, ovvero per interesse. Il danno che producono, in questo senso, non puo’ essere superiore a quello delle lobby.

Il problema è empirico. Non sembra affatto che gli elettori seguano i loro interessi quando votano. Ecco l’economista Bryan Caplan sui poveri che votano per “meno tasse ai ricchi”, sui giovani che votano per “non toccare le pensioni” e sulle donne che votano (più degli uomini) per “preservare la vita in grembo del più debole”…

… Empirically, there is little connection between voting and material interests. Contrary to popular stereotypes of the rich Republican and the poor Democrat, income and party identity are only loosely related. The elderly are if anything slightly less supportive of Social Security and Medicare than the rest of the population. Men are more pro-choice than women

Ancora su ricchezza e affiliazione politica

… Both economists and the public almost automatically accept the view that poor people are liberal Democrats and rich people are conservative Republicans. The data paint a quite different picture. At least in the United States, there is only a flimsy connection between individuals’ incomes and their ideology or party. The sign fits the stereotype: As your income rises, you are more likely to be conservative and Republican. But the effect is small, and shrinks further after controlling for race. A black millionaire is more likely to be a Democrat than a white janitor.25 The Republicans might be the party for the rich, but they are not the party of the rich…

Ancora sul voto di ricchi e vecchi

… the rich are not trying to advance upper-class interests, it does not follow that the interests of the poor suffer. Similarly, just because the old vote in greater numbers, it does not follow that the young lose out. For that fear to be justified, the young would have to be less supportive of old-age programs than their seniors. They are not…

E chiudo con una bibliografia sulla disconnessione tra voto e portafoglio…

… For overviews of the empirical evidence on the self-interested voter hypothesis, see Mansbridge (1990), Sears and Funk (1990), Citrin and Green (1990), and Sears et al. (1980). On income and party identification, see Gelman et al. (2005), Luttbeg and Martinez (1990), and Kamieniecki (1985). On age and policy preferences, see Ponza et al. (1988). On gender and public opinion about abortion, see Shapiro and Mahajan (1986)…

Ultima nota: se l’elettore fosse razionale nemmeno andrebbe a votare.

***

Ma se l’elettore non vota secondo i suoi interessi, cosa lo guida?

Non resta che l’ideologia. Ideologia intesa in senso lato: la voglia di dire qualcosa di “bello”, di “socialmente desiderabile”, oppure anche di trasgressivo (avete tutti torto e io ho ragione!). Vota per esprimersi.

Ma la molla dell’ “espressività” – come appena visto – fa più danni della molla dell’interesse.

***

Che fare?

Togliere peso all’elettore? Sì, è l’unica via.

Ma se l’elettore si accorge che la sua espressione democratica è silenziata potrebbe trovare forme più pericolose per esprimersi!? Forse la valvola di sfogo della democrazia è necessaria proprio in quanto tale.

Giusto, allora bisogna togliergli peso di nascosto, con qualche trucchetto.

Un esempio? La democrazia rappresentativa è molto meno “democratica” della “democrazia diretta”. Nella prima l’elettore conta molto meno che nella seconda. Nella prima vota ogni 4 anni su questioni generiche, nella seconda vota ogni settimana su questioni specifiche. Tuttavia, per questioni che non sto a dire ma che sono facilmente intuibili,  questo raramente viene affermato a chiare lettere. Ecco allora, l’invenzione della “democrazia rappresentativa” rappresenta una modalità vincente per togliere peso all’elettore e far contare di più i poteri forti, il che è un bene per tutto il Paese. Bisogna proseguire su questa strada.

 

 

 

Quando la stupidità è a buon mercato

Gli economisti sono spesso rimproverati per assumere la razionalità dei comportamenti umani a base del loro modello. Effettivamente l’ipotesi è “forte” ma il suo abbandono non è semplice, richiede metodo.

Una delle proposte di “allentamento” più promettenti è quella formulata da Bryan Caplan in “The Myth of the Rational Voter: Why Democracies Choose Bad Policies“.

La domanda da cui si parte è: perché le democrazie spesso partoriscono politiche sconcertanti? Le dittature potrebbero impegnarsi in cattive politiche ma non in politiche sconcertanti.

Ed ecco la risposta: perché gli elettori sono irrazionali.

Ma perché gli elettori dovrebbero essere irrazionali?

L’ipotesi dell’irrazionalità umana generalizzata è qualcosa di assurdo, il mondo andrebbe a catafascio domani. Del resto una persona non può essere razionale il Lunedì e irrazionale il Martedì…

… If people are rational on Monday and irrational on Tuesday, it is a good idea to shift decision-making to Monday…

Ancora: chi sostiene l’irrazionalità dell’ elettore non può fare un’ipotesi ad hoc

… One could postulate voter irrationality as an ad hoc exception to the laws of human behavior. But ad hoc exceptions to well-established principles understandably provoke skepticism…

Bisogna dunque avere una teoria dell’irrazionalità per essere credibili quando si dice, per esempio, che l’elettore è irrazionale.

***

Partiamo da una considerazione all’apparenza pacifica: a noi piace credere alcune cose più di altre. In altri termini, la verità non è l’unico criterio guida della ricerca, ci sono anche i gusti personali. Alcune idee piacciono più di altre. Le preferenze non riguardano solo i colori delle cravatte o la foggia del vestito ma anche le idee. Questo è talmente vero che riusciamo a credere anche l’impossibile. Lo spiega bene la Regina in “Alice nel paese delle meraviglie”…

… Alice laughed. “There’s no use trying,” she said. “One ca’n’t believe impossible things.” “I dare say you haven’t had much practice,” said the Queen. “When I was your age, I always did it for half- an-hour a day. Why, sometimes I’ve believed as many as six impossible things before breakfast.”…

Cosa ostacola la ricerca della verità? Innanzitutto l’interesse

… The desire for truth can clash with other motives. Material self-interest is the leading suspect. We distrust salesmen because they make more money if they shade the truth…

La ricerca indipendente, per esempio, è più credibile…

… Dasgupta and Stiglitz deride the free-market critique of antitrust policy as “well-funded” but “not well-founded.”…

Poi c’è un altro fattore: la pressione sociale

… Social pressure for conformity is another force that conflicts with truth-seeking.6 Espousing unpopular views often transforms you into an unpopular person…

Ma avidità e conformismo non esauriscono l’elenco, c’è anche la passione a corrompere la ricerca…

… On many topics, one position is more comforting, flattering, or exciting, raising the danger that our judgment will be corrupted not by money or social approval, but by our own passions. Even on a desert isle, some beliefs make us feel better about ourselves. Gustave Le Bon refers to “that portion of hope and illusion without which [mean] cannot live.”…

La credenza religiosa è spesso minata dalla passione per essere attendibile. Gaetano Mosca sul piacere fisico di avere ragione…

… The Christian must be enabled to think with complacency that everybody not of the Christian faith will be damned. The Brahman must be given grounds for rejoicing that he alone is descended from the head of Brahma and has the exalted honor of reading the sacred books. The Buddhist must be taught highly to prize the privilege he has of attaining Nirvana soonest. The Mohammedan must recall with satisfaction that he alone is a true believer, and that all others are infidel dogs in this life and tormented dogs in the next. The radical socialist must be convinced that all who do not think as he does are either selfish, money-spoiled bourgeois or ignorant and servile simpletons. These are all examples of arguments that provide for one’s need of esteeming one’s self and one’s own religion or convictions and at the same time for the need of despising and hating others….Le credenze sono una coperta di Linus. Le illusioni durano perchè ci servono. Chi ha una fede religiosa vive mediamente meglio. Le dimostrazioni non servono.

La psicologia conferma il fenomeno…

… Jost and his coauthors casually remark in the Psychological Bulletin that “Nearly everyone is aware of the possibility that people are capable of believing what they want to believe, at least within certain limits.”…

Ma come facciamo a sapere con sicurezza che le cose stiano in questi termini? D’altronde, gli economisti dicono che le preferenze sono inosservabili se non si traducono in comportamenti. Ma questa verità è dubbia. Innanzitutto posso farmi un bell’esame di coscienza e verificare le mie di preferenze…

… I observe one person’s preferences every day—mine. Within its sphere I trust my introspection more than I could ever trust the work of another economist… One thing my introspection tells me is that some beliefs are more emotionally appealing than their opposites…

E gli altri?…

… Introspection is a fine way to learn about your own preferences. But what about the preferences of others?… The simplest way to check is to listen…

George Berkeley sul potere del pensiero…

… I can easily overlook any present momentary sorrow when I reflect that it is in my power to be happy a thousand years hence. If it were not for this thought I had rather be an oyster than a man…

Samuelson sulla gioia della scoperta…

… Paul Samuelson himself revels in the Keynesian revelation… the joy of the General Theory…

D’altro canto, cambiare idea è spesso un tormento. Testimonianze sulla de-comunistizzazione del proprio spirito…

… Many autobiographies describe the pain of abandoning the ideas that once gave meaning to the author’s life. As Whittaker Chambers puts it: So great an effort, quite apart from its physical and practical hazards, cannot occur without a profound upheaval of the spirit… No wonder that—in his own words—Chambers broke with Communism “slowly, reluctantly, in agony.”21 For Arthur Koestler, deconversion … was “emotional harakiri.”. ..

Speranza e illusione sono tipici anche della malattia mentale

… The desire for “hope and illusion” plays a role even in mental illness.23 According to his biographer, Nobel Prize winner and paranoid schizophrenic John Nash often preferred his fantasy world—where he was a “Messianic godlike figure”…

Sulla bellezza della teoria dello sfruttamento di Marx…

… Listen to Böhm-Bawerk trace the psychological appeal of Marxian exploitation theory: It drew up the line of battle on a field where the heart, as well as the head is wont to speak. What people wish to believe, they believe very readily. . . . When the implications of a theory point toward raising the claims of the poor and lowering those of the rich, many a man who finds himself faced with that theory will be biased from the outset. And so he will in large measure neglect to apply that critical acuity which he ordinarily would devote to an examination of scientific justification…

***

Ma gli errori hanno un costo. Se di mezzo c’è l’incolumità di tuo figlio sei meno propenso a considerare la bellezza delle teorie…

… It is dangerous to think that poisonous substances are candy. It is dangerous to reject the theory of gravity at the top of the stairs…

Alcune credenze non sono però così costose, penso all’interpretazione della storia…

… The cost of error varies with the belief and the believer’s situation. For some people, the belief that the American Civil War came before the American Revolution would be a costly mistake. A history student might fail his exam… Normally, however, a firewall stands between this mistake and “real life.” Historical errors are rarely an obstacle to wealth, happiness, descendants, or any standard metric of success. The same goes for philosophy, religion, astronomy, geology, and other “impractical” subjects… Virtually the only way that mistakes on these questions injure you is via their social consequences. A lone man on a desert island could maintain practically any historical view with perfect safety…

Diciamo meglio: alcune credenze hanno un elevato costo privato, altre un basso costo privato (anche se magari possono avere un alto costo pubblico).

Quando i costi privati di una credenza sono bassi le persone vanno a ruota libera. Joseph Schumpeter

… the typical citizen drops down to a lower level of mental performance as soon as he enters the political field…

Possiamo partire da qui per delineare una “logica dell’irrazionalità“. Ecco un possibile modello dell’irrazionalità politica…

… People have preferences over beliefs: A nationalist enjoys the belief that foreign-made products are overpriced junk; a surgeon takes pride in the belief that he operates well while drunk. Figure 5.2 The Demand for Irrationality • False beliefs range in material cost from free to enormous: Acting on his beliefs would lead the nationalist to overpay for inferior domestic goods, and the surgeon to destroy his career. Snapping these two building blocks together leads to a simple model of irrational conviction…

Si tratta di una prospettiva ben diversa rispetto al consueto modello dell’ignoranza razionale…

… rational ignorance assumes that people tire of the search for truth, while rational irrationality says that people actively avoid the truth…

Ci sarebbe dunque una domanda di irrazionalità. Credere è bello (anche quando è stupido).

Finché il prezzo è accessibile si compra. Nel modello dell’ignoranza razionale l’elettore non ha convenienza ad informarsi. Nel modello “rational irrational” l’elettore ha convenienza a professare le idee che lo rendono più felice (anziché quelle vere).

La teoria ha una sua plausibilità psicologica?

Spesso in noi convivono più pensieri…

Doublethink means the power of holding two contradictory beliefs in one’s mind simultaneously…

Spesso noi agiamo senza pensare, quasi avessimo un pensiero incorporato…

… the steps should be conceived as tacit. To get in your car and drive away entails a long series of steps—take out  your keys, unlock and open the door, sit down, put the key in the ignition, and so on…

Ecco allora la versione psicologica del modello “rational irrational”…

… Step 1: Be rational on topics where you have no emotional attachment to a particular answer. Step 2: On topics where you have an emotional attachment to a particular answer, keep a “lookout” for questions where false beliefs imply a substantial material cost for you. Step 3: If you pay no substantial material costs of error, go with the flow; believe whatever makes you feel best. Step 4: If there are substantial material costs of error, raise your level of intellectual self-discipline in order to become more objective. Step 5: Balance the emotional trauma of heightened objectivity—the progressive shattering of your comforting illusions—against the material costs of error…

Se il costo non è eccessivo conviene lasciare la razionalità in standby. Non c’è nemmeno bisogno di averne coscienza.

***

Vediamo alcuni “case study”.

John Noss nel suo libro sulle religioni riporta una diatriba religiosa tipica dello giainismo indiano: è lecito indossare qualche vestito oppure per il fedele è d’obbligo la nudità assoluta?…

… Early in the history of the faith the Jains divided on the question of wearing clothes. The Shvetambaras or the “white-clad” were the liberals who took their stand on wearing at least one garment, whereas the stricter and more conservative Digambaras got their name from their insistence on going about, whenever religious duty demanded it, “clad in atmosphere.” Mahavira [the last of the founding prophets of Jainism] did not wear clothes, they pointed out, so why, when there is a religious reason for not wearing clothes, should they? The Shvetambaras were in the north and yielded a bit both to the cold winds and to the social and cultural influences of the Ganges River plain. The Digambaras, not looked at askance by the Dravidian residents of their southland, have more easily maintained the earlier, sterner attitudes down the years…

Guarda caso i teologi operanti nelle regioni più fresche ammettevano l’uso di un vestiario. Evidentemente, laddove tira vento la bella credenza della nudità assoluta è troppo costosa.

Gaetano Mosca fece notare che la Jihad prometteva al martire una condizione privilegiata in Paradiso. Domanda: perché mai allora le truppe mussulmane si arrendevano quando erano spacciate? Evidentemente la bella credenza del martire in Paradiso, in quel caso era troppo costosa…

… Mohammed, for instance, promises paradise to all who fall in a holy war. Now if every believer were to guide his conduct by that assurance in the Koran, every time a Mohammedan army found itself faced by unbelievers it ought either to conquer or to fall to the last man. It cannot be denied that a certain number of individuals do live up to the letter of the Prophet’s word, but as between defeat and death followed by eternal bliss, the majority of Mohammedans normally elect defeat… As long as they are at peace or militarily have the upper hand, the belief that Allah brings the fallen to paradise gives psychological comfort with little risk. When they are losing, however, soldiers’ “standby” rationality kicks in…

In india vige la consuetudine del Sati: la vedova deve salire sulla pira che brucia il cadavere del marito e morire con lui. Tutti aderiscono a questa bella credenza ma al dunque ben poche la praticano. E’ troppo costosa!…

… On some interpretations of Hinduism, a widow must join her deceased husband on his funeral pyre, a practice known as sati. Fulfilling this duty supposedly has great rewards in the afterlife. On the surface, sati looks like a clear case of persistent irrationality despite deadly incentives. But the reality, explains anthropologist Robert Edgerton, is different. Few Hindu widows ever complied with their putative duty: “Even in Bengal where sati was most common, only a small minority of widows—less than 10 percent—chose sati although the prospect of widowhood was dismal at best.”47 Some of these were frankly murdered by their husband’s relatives. When the widow refused the pyre, she was not allowed to resume a normal life….

Un altro caso è quello del rapporto tra comunisti e scienza….

… Marxist philosophers have dogmatic objections to modern biology and physics. Genetics is “a bourgeois fabrication designed to undermine the true materialist theory of biological development,” and relativity theory and quantum mechanics are “idealist positions” that “contravene[d] the materialism espoused by Lenin in Materialism and Empirio-Criticism.”… In biology, Stalin and other prominent Marxist leaders elevated the views of the quack antigeneticist Trofim Lysenko to state-supported orthodoxy… Internationally respected physicists ran the Soviet atomic project, not Marxist ideologues…

In biologia si poteva fare dell’ideologia ma in fisica c’era la bomba da costruire, la ricerca doveva essere seria.

Essere contro l’aborto è “bello e nobile” ma se ti diagnosticano un figlio down potrebbe essere molto costoso. E infatti, in casi del genere, molta gente cambia idea

… The decision to undergo an induced abortion varied depending on whether participants were prospective parents recruited from the general population (23%-33% would terminate), pregnant women at increased risk for having a child with DS (46%-86% would terminate), or women who received a positive diagnosis of DS during the prenatal period (89%-97% terminated)…

Tra dieci anni la povertà nel mondo sarà aumentata o diminuita? Un conto è rispondere liberamente, un conto è scommettere una somma rilevante. Gli scommettitori sono più riflessivi e moderati…

… We encounter the price-sensitivity of irrationality whenever someone unexpectedly offers us a bet based on our professed beliefs.59 Suppose you insist that poverty in the Third World is sure to get worse in the next decade. A challenger immediately retorts, “Want to bet?…

Put up or schut up”.

***

Colleghiamo ora quanto detto con la politica. E’ chiaro che le nostre credenze politiche ci costano poco…

… Suppose a referendum determines whether we have policy A or policy B. A is $10,000 better for you. What is the material cost of believing the opposite and voting accordingly? The naive answer of $10,000 is wrong unless your vote is “decisive”; that is, if it reverses or flips the electoral outcome. This is possible only if the choices of all other voters exactly balance. Thus, in elections with millions of voters, the probability that your erroneous policy beliefs cause unwanted policies is approximately zero…

Il nostro voto incide praticamente zero. Non solo, noi, più o meno consciamente, sappiamo che incide praticamente zero, basta vedere come reagiamo ad una poll tax…

… How many times have you heard, “Every vote matters”? But people are less credulous than they sound. The infamous poll tax—which restricted the vote to those willing to pay for it—provides a clean illustration. If individuals acted on the belief that one vote makes a big difference, they would be willing to pay a lot to participate… Intuitively, if one vote cannot change policy outcomes, the price of irrationality is zero. This zero makes rational irrationality a politically pregnant idea…

Riassumendo: 1) alcune credenze ci piacciono più di altre 2) in politica credere quel che ci piace ci costa poco per due motivi: il nostro voto incide poco e le eventuali conseguenze negative si ripartiscono su una grande popolazione, 3) gli elettori sono irrazionali (o stupidi che dir si voglia).

Mercato e politica sono molto differenti in questo senso…

… The same people who practice intellectual self-discipline when they figure out how to commute to work, repair a car, buy a house, or land a job “let themselves go” when they contemplate the effects of protectionism, gun control, or pharmaceutical regulation…

Detto esplicitamente: secondo voi chi è contro la pena di morte si studia le statistiche per soppesarne la deterrenza? E chi si oppone alla libera circolazione delle armi studia forse la complicata relazione tra armi e crimini?…

… Consider how the typical person forms beliefs about the deterrent effect of the death penalty. Ordinary intellectual self-discipline requires you to look at the evidence before you form a strong opinion. In practice, though, most people with definite views on the effectiveness of the death penalty never feel the need to examine the extensive empirical literature. Instead, they start with strong emotions about the death penalty, and heatedly “infer” its effect… The death penalty is an unusually emotional issue, but its template fits most politically relevant beliefs…

***

Alcuni studiosi ritengono però che noi siamo irrazionali indipendentemente dagli incentivi che ci inducono ad esserlo. In altri termini, gli incentivi non contano…

… Researchers at the intersection of psychology and economics often take a more radical position: Not only are people irrational, but their irrationality stays the same or increases as its cost rises…

Il Nobel Richard Thaler – appoggiandosi al lavoro di Hogarth e Camerer – è forse il massimo rappresentante di questo indirizzo, e in effetti alcuni studi di laboratorio sembrerebbero svalutare la portata degli incentivi.

Altri però vanno più nella direzione del senso comune segnalando come gli scommettitori siano più attenti dei non-scommettitori…

… a recent paper finds that people get less overconfident when they have to bet real money on their beliefs… Hoelzl and Rustichini (2005)…

Di solito gli incentivi sono problematici in laboratorio, ma la dimensione del laboratorio riesce a catturare la realtà?…

… Economic actors in their “natural habitat” look considerably more rational than they do in the lab…

Sembrerebbe proprio di no, almeno secondo Harrison/List (2004) e List (2003).

L’osservazione in laboratorio è limitata…

… few experiments on human beings last more than a few hours…

Thaler, per esempio, sostiene che gli incentivi valgono per i compiti facile e non valgono per quelli difficili. Ma il professionista è tale proprio perché trasforma il difficile in facile…

… A common summary of the experimental literature is that incentives improve performance on easy problems but hurt performance on hard problems… the difficulty of a problem falls if you have more time and flexibility to solve it. Hard problems naturally decay into easier problems. Once they are easy enough, incentives work…

La sperimentazione sul campo di John List è tesa ad evidenziare quanto i professionisti siano sensibili agli incentivi.

Per valutare l’efficacia degli incentivi guardate poi alla vostra esperienza personale. Vi sembra davvero che non pesino?…

… The typical person faces both practical questions—doing his job, buying groceries, or driving—and impractical ones—like politics and religion. It is hard to deny that both intellectual effort and accuracy are much higher for practical questions…

***

Il modello “rational irrational” attinge al modello del “voto espressivo” di Geoffrey Brennan e Loren Lomasky. I due autori, contrariamente a molti economisti, non assumono il voto come uno strumento per ottenere qualcosa…

… Brennan and Lomasky point to the expressive function of voting. Fans at a football game cheer not to help the home team win, but to express their loyalty. Similarly, citizens might vote not to help policies win, but to express their patriotism, their compassion, or their devotion to the environment. This is not hair-splitting. One implication is that inefficient policies like tariffs or the minimum wage might win because expressing support for them makes people feel good about themselves…

Il voto consente all’elettore di esprimersi, di sfogarsi.

Pensate solo al razzismo/sessismo: in politica esce continuamente (è uno sfogo ai disagi, la caccia al capro espiatorio) ma sul mercato molto meno per il fatto di avere un costo: potremmo pagare molto caro la rinuncia a lavorare con un ebreo o una donna in gamba…

… Case in point: When economists analyze discrimination, they emphasize the financial burden of being a bigot.89 In politics, the social cost of prejudice remains, but the private cost vanishes due to voters’ low probability of decisiveness…

Ma i due modelli non sono identici

… The key difference is the mechanism. In expressive voting theory, voters know that feel-good policies are ineffective. Expressive voters do not embrace dubious or absurd beliefs about the world. They simply care more about how policies sound than how they work. The expressive protectionist thinks: “Sure, protectionism makes Americans poorer. But who cares, as long as I can wave the flag and chant ‘U.S.A.! U.S.A.!’ ” In contrast, rationally irrational voters believe that feel-good policies work…

Nel modello “rational irrational” lo “stupido” crede a quel che pensa, è lì che sta la soddisfazione. La razionalità viene sospesa a priori e si va a ruota libera.

***

Come concludere? Direi così: la stupidità dell’elettore non è affatto un mistero. Essere stupidi è bello e in politica – diversamente che sul mercato – costa poco. È un po’ come se avessimo internalizzato una vocina che ci dice “se proprio vuoi fare il cretino fallo quando non hai niente da perdere, quando parli di politica o quando vai al seggio, per esempio”…

… Economists have often been criticized for evading the differences between political and market behavior.98 But this is a failure of economists rather than a failure of economics. Economists should never have expected political behavior to parallel market behavior in the first place. Irrationality in politics is not a puzzle. It is precisely what an economic theory of irrationality predicts…

aa