10 buoni motivi

10 buoni motivi per essere cattolici (Italian Edition) di Mozzi Giulio e Binaghi Valter

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1. Perché questo mondo è stato creato

Un primo buon motivo per essere cristiani cattolici è che è bello immaginare che questo mondo sia stato creato, e creato da un qualcuno che posso immaginare come una persona; un qualcuno al quale io, che sono una persona, posso immaginare di somigliare; con il quale posso immaginare di parlare; con il quale posso immaginare di avere una storia… mi pare bella l’immaginazione di un creatore che tutt’a un tratto o da sempre sente la voglia di averci qualcuno che non sia lui stesso, di un qualcuno che gli somigli ma che insieme sia abbastanza distinto da lui stesso da poterci parlare, da poterci passare del tempo, da poterci, ecco, avere una storia. Una storia d’amore, magari….

Note:È BELLO IMMAGINARE UNA RELAZIONE PERSONALE CON UN CREATORE

Questo, alla fin fine, m’immagino: che il creatore si sia fatto una sorpresa; che abbia fatto qualcosa che non s’immaginava, o che almeno gli è venuto del tutto diverso da quello che s’immaginava; che abbia fatto qualcosa che, essendo venuto com’è venuto, ha svelato allo stesso creatore qual era la segreta voglia, la voglia di un tutt’a un tratto, che da sempre egli coltivava: ma segretamente, nascostamente da se stesso.

Note:SORPRESA!

2. Perché questa storia è una storia d’amore

Un secondo buon motivo per essere cristiani cattolici è che è bello leggere e rileggere, raccontare e riraccontare, la storia d’amore tra il creatore e il popolo che egli si è scelto.

Note:UNA BELLA STORIA D’AMORE

a fondamento di tutte le storie che si rispettino – succede che i personaggi cambiano. Si trasformano.

Note:CAMBIAMENTO

È andato avanti ancora un po’, il creatore, a progettare e saltuariamente realizzare distruzioni parziali o quasi totali delle creature; ha continuato ancora per un po’ a bruciacchiare questa o quella città, a sparpagliare questa o quella epidemia per punire questa o quella marachella; ma alla fine ha mollato la pezza. Ha capito che, ad accoppare il proprio innamorato per ogni qualsiasi marachella, non lo si fa reinnamorare più che tanto.

Note:IL METODO PUNITIVO NON FUNZIONA

Ora, guardate il bimbo nella mangiatoia. Ora, guardate quello stesso bimbo, poco più che trentenne, appeso agonizzante a una croce. È sempre lui. È sempre quello che finora abbiamo chiamato “il creatore”. C’è stato un bel cambiamento.

Note:IL METODO DELL’ AMORE FUNZIONA

3. Perché abbiamo identificato il nemico

Un terzo buon motivo per essere cristiani cattolici è che si sa quasi tutto sul nemico. Il nemico compare presto nella storia delle creature: è già lì, nel giardino che il creatore aveva piantato in Eden

Note:IL NEMICO COMPARE SUBITO

Lo vediamo nel giardino piantato in Eden dal creatore, e ci domandiamo: “Ma ce l’ha messo il creatore? E se il creatore è buono – poiché si dice che il creatore sia buono –, perché ce l’ha messo? E se il creatore è buono, perché l’ha creato?”, oppure ci domandiamo: “Non sarà che il nemico esiste indipendentemente dal creatore?

Note:ORIGINE DEL NEMICO

E viene, terribile, il sospetto che quei due siano complementari. Che siano un creatore e uno screatore; che siano, come coppia, i motori dell’universo, un principio di produzione e uno di distruzione, un principio di sistema e uno di entropia.

Note:DUBBIO GNOSTICO

Poi – facciamo un volo di secoli – troviamo di nuovo il creatore a confronto con il nemico: il creatore, fattosi creatura, sta sul monte a meditare in solitudine, e il nemico appare; appare, e fa un’offerta. Ti do tutto, dice. Metto nelle tue mani – come tu un tempo mettesti nelle mie mani Giobbe: non lo dice lì per lì, ma è sottinteso – tutte le creature. Regnerai su di esse. Potrai dare loro pace, salute, letizia, felicità perpetue. Ti riconosceranno – queste creature dalla zucca dura, così indocili e stravaganti – e ti adoreranno: per sempre. Il creatore fattosi creatura dice: no. E noi, che nel buio della sala osserviamo col fiato sospeso questa scena madre, urliamo di dolore. Ma digli di sì, cribbio! Ma che cosa ti costa! Ma se è quello che hai sempre desiderato! Pezzo d’idiota, per quanti secoli ancora vuoi che viviamo senza pace, senza salute, senza letizia, senza felicità? Ti basterebbe muovere appena la testa, fare un cenno, sussurrare un sì, posare su questo preteso nemico uno sguardo appena appena un pochettino benevolo, e sarebbe tutto risolto! Sarebbe tutto risolto, sì: come solvet saeclum in favilla, come tutto, alla fine, si scioglierà in un gran calore, in un punto rosso di fuoco. Ma non è ancora giunto il tempo della fine – infatti, siamo qui. Il nemico è quindi, prima di tutto, un nemico della storia…. Il nemico è quindi un sofista. Non vuole una cosa precisa; se la storia è lenta lui tenta di affrettarla; se va spedita lui tenta di fermarla….

Note:IL NEMICO DELLA STORIA

4. Perché questa storia è la storia di tutti

Un quarto buon motivo per essere cristiani, e cristiani cattolici, è che il messianismo universale (perché questo significano le parole: l’antico greco “christòs” traduce l’ebraico “messia”, ovvero “salvatore”; e “katholikòs” significa “universale”, più nel senso di “per tutti quanti” che in quello di “per ciascuno”) è per l’appunto un messianismo universale.

Note:CATTOLICO = UNIVERSALE

5. Perché non si è mai visto un Dio che si faccia carne

Un quinto buon motivo per essere cristiani cattolici è che il creatore, circa duemill’anni fa, prese tutti in contropiede e si fece creatura di carne… La cosa è ovviamente incredibile: e le autorità di quel tempo – le autorità religiose e le autorità civili, di comune accordo o per convenienza reciproca – non ci credettero. La storia finì con un corpo appeso a una croce e una comunità di seguaci allo sbando:

Note:SI È FATTO CARNE

possiamo prendere i Vangeli per quello che sono: Marco e Matteo, poco più che raccolte o promemoria, frutto di diversi e successivi assemblaggi, di detti, episodi, brevi discorsi di Gesù di Nazareth, passati per decenni di bocca in bocca, utili come sostegno alla predicazione orale, di facile comprensione per chiunque; Luca, un tentativo di fare un “libro scritto” a partire da quei materiali, aggiungendone altri, e mettendo tutto in bello stile greco, con un occhio di riguardo per un pubblico pagano e colto; Giovanni, più un libro di teologia in forma narrativa, rivolto a un pubblico di già credenti – o, sostengono alcuni, a un pubblico di affiliati a una di quelle religioni o spiritualità diffuse all’epoca, d’origine orientale, chiamate “misteri” –, che una narrazione “di annuncio” rivolta a tutti.

Note:I VANGELI

6. Perché questo Dio si fa riconoscere

Un sesto buon motivo per essere cristiani cattolici è che Fëdor Dostoevskij, in quel bizzarro testo inesistente che è La leggenda del grande inquisitore – un testo che esiste, per modo di dire, così: è un poema scritto da Ivan Karamazov, personaggio del romanzo I fratelli Karamazov, ma nel romanzo il poema non c’è; c’è invece il racconto del poema che Ivan fa a suo fratello Alëša – s’immagina quanto segue: che il creatore, in un tempo e in un luogo più o meno corrispondenti alla Spagna del Cinquecento, torni a visitare le creature nell’aspetto di Gesù di Nazareth; che entri nel mondo con discrezione, in silenzio; che peraltro tutti lo riconoscano; che lo riconoscano, ovviamente, anche gli uomini dell’allora attivissima e potentissima Inquisizione cattolica; e che questi lo prendano e lo gettino in carcere. Nella cella scende a parlargli il capo dell’Inquisizione, il grande inquisitore: che lo guarda, lo osserva, e senz’altro – anche lui – lo riconosce. Dapprima il grande inquisitore lo interroga: “Sei tu? Sei tu?”; ma subito cambia idea: “Non rispondere, taci. E che potresti dire? So troppo bene quel che puoi dire. Del resto, non hai il diritto di aggiungere nulla a quello che Tu già dicesti una volta. Perché sei venuto a disturbarci?… l’Inquisizione, ammazzandolo, intende fare nient’altro che ristabilire l’ordine. Perché il creatore che si fa creatura, il creatore che abbandona la propria infantile onnipotenza narcisista e paranoide e viene tra le creature come un fratello, con affetto e mitezza, in un corpo esposto ai rischi e alle malattie e alla morte, è intollerabile: intollerabile all’epoca di Anna e Caifa, intollerabile per l’Inquisizione spagnola del Cinquecento, intollerabile nella Russia dei tempi di Dostoevskij – e intollerabile oggi, probabilmente. D’altra parte il grande inquisitore parla chiaro: “Non hai il diritto di aggiungere nulla a quello che Tu già dicesti una volta”, dice….

Note:LA LEGGENDA DEL SANTO INQUISITORE

7. Perché Dio ha avuto bisogno di una donna

Un settimo buon motivo per essere cristiani cattolici è che il creatore, per farsi creatura, ha avuto bisogno del coraggio di una donna e di un uomo. Nella favola bella raccontata da Luca nel suo Vangelo, un messaggero si presenta all’improvviso a Maria, una giovane donna – probabilmente una ragazzina, considerati gli usi del tempo – promessa sposa al falegname – o carpentiere, come secondo alcuni è meglio tradurre – Giuseppe. “Rallégrati, piena di grazia”, le dice, “il Signore è con te”… “Ecco, concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e verrà chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine”….

Note:IL SÌ DELLA DONNA

Doveva essere, Maria, una ragazza tosta. E domandò al messaggero: “Come avverrà questo, poiché non conosco uomo?” Un modo abbastanza indiretto e prudente di fare la domanda chiave.

Note:TOSTA

8. Perché la Chiesa custodisce la Sapienza

Un ottavo buon motivo per essere cristiani cattolici è che la scena primaria della chiesa non è tanto l’indicazione di Pietro come pietra di fondazione (“Tu sei Pietro, e su questa pietra…”), quanto ciò che accadde in Gerusalemme – secondo il racconto di Luca negli Atti degli apostoli – cinquanta giorni dopo la Pasqua nella quale Gesù di Nazareth fu appeso alla croce, morì, e fu poi visto vivo.

Note:FONDAZIONE DELLA CHIESA

“Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa. Apparvero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi”… Ecco: questo evento affascinante per alcuni, ridicolo per altri, è la nascita della chiesa cattolica. Quella che, nella parabola dei vignaioli omicidi – quasi un titolo da film dell’orrore – raccontata da Matteo era sembrata una minaccia (“A voi sarà tolto il regno di Dio e sarà dato a un popolo che ne produca i frutti”) si realizza come dono universale: la predilezione del creatore per un popolo è tolta a quel popolo per essere data a tutti i popoli (quindi anche restituita a lui, si spera)….

Note:PENTECOSTE

9. Perché la profezia dà vita alla Chiesa

Un nono buon motivo per essere cristiani cattolici è che il dono della profezia è sparso ovunque. Profeta non è – sia chiaro – chi è capace di prevedere il futuro: altrimenti tutti i profeti si arricchirebbero con il lotto… La profezia si occupa, in via esclusiva direi, del presente: del presente inteso come occasione di discontinuità tra passato e futuro…. il profeta è capace di vivere heideggerianamente all’aperto, in quell’aperto dove l’essere appare qual è…. Qui, nella percezione che un atto di libertà e un atto di speranza sono possibili, nascono i gesti di grande coraggio. Nascono i grandi amori. Nascono le grandi intuizioni cognitive. Nascono le idee che guidano i popoli. Nascono le accettazioni estreme, come quella di Maria. Nascono i rifiuti estremi, come quelli dei martiri (da Stefano a Jan Palach)….

Note:CHI E’ IL PROFETA

10. Perché tutto questo finirà in Gloria

Un decimo buon motivo per essere cristiani cattolici è che questo nostro mondo, questo mondo dei prima e dei dopo, sta viaggiando allegramente verso la propria fine, e noi con lui. Che cosa sarà precisamente questa fine, non è dato di saperlo… Sembra assodato – per quel che si può assodare circa ciò di cui non si sa nulla – che vi sarà un giudizio: saranno giudicati i vivi e i morti. Sorge il problema, tuttavia, di immaginare se ogniqualvolta una creatura muore essa venga subito giudicata, o se le creature morte siano state e saranno stipate da qualche parte, in attesa di essere giudicate insieme a tutte le altre…

Note:LA FINE

“C’erano sette fratelli: il primo, dopo aver preso moglie, morì senza figli. Allora la prese il secondo e poi il terzo e così tutti e sette; e morirono tutti senza lasciare figli. Da ultimo anche la donna morì. Questa donna dunque, nella risurrezione, di chi sarà moglie?”; la risposta di Gesù di Nazareth fu insieme chiara e oscurissima: “I figli di questo mondo prendono moglie e prendono marito; ma quelli che sono giudicati degni dell’altro mondo e della risurrezione dai morti, non prendono moglie né marito”.

Note:IL DILEMMA DEI SADDUCEI

Agostino d’Ippona, che è considerato santo, parlava di una innumerevole “massa dannata” che sarebbe finita all’inferno; Hans Urs von Balthasar, uno dei maggiori teologi del Novecento, dice che possiamo sperare che l’inferno sia vuoto: chi ce la conta giusta?

Note:L’ INFERNO È VUOTO?

È un mistero bello e buono. Non vedo l’ora di vedere com’è.

E’ COMUNQUE UNA BELLA STORIA E SE SULLA FINE C’E’ QUALCHE DUBBIO, NON VEDO L’ORA DI APPURARLO

COMMENTO PERSONALE

https://fahreunblog.wordpress.com/2012/07/10/storie-lasche-storie-tese/

La catechesi di Giacomo Biffi. Parte prima: l’enigma del senso

Ha un senso la vita umana? Sì o no? E’ la domanda che inaugura “L’action” di Blondel, in libro di fine XIX secolo che fece epoca..

In contemporanea, nel 1894, da un’altra parte del mondo, Soloviev si poneva la stessa identica domanda e la poneva come incipit del suo nuovo libro.

Erano entrambi spiriti originali e soliti cantare fuori dal coro.

Il tema del senso implica quello del destino. Quello dello scopo. Quello della motivazione.

I temi variano ma l’enigma di fondo è sempre lo stesso.

Inutile ingannarsi, ammettiamolo: non sappiamo rispondere. Eppure una risposta va data. Sentiamo che deve essere data per vivere bene.

Quando conosci il “perché” sopporti tutto. Anche il dolore più acuto.

Esempio: il dolore del parto. Non è affatto uno scherzo, eppure le donne lo affrontano mediamente molto bene.

Senza “senso” diventa intollerante anche il piacere. Guarda a chi si suicida: di solito se l’è goduta, prima che subentrasse un’ opprimente noia calata su quei divertimenti insensati.

La questione del senso non è forse tra le classiche questioni eterne (“da dove veniamo?”, “dove andiamo?”…). anche se le presuppone tutte. Ha il pregio di essere ben compresa anche dal profano. E’ giusto che ogni buona catechesi cominci con la questione del senso.

Per l’impavido il senso non esiste. Leopardi è tra questi. L’unico senso è il morire. Sconsolante e leale questa posizione. L’uomo per Leopardi è un “confuso viatore”.

Il senso non è alla nostra portata. Ma nemmeno è alla nostra portata rassegnarsi: come vivere senza una ragione?

La religione cristiana azzarda allora una risposta: Dio è il senso della nostra vita e ce lo rileva attraverso un avvenimento, non attraverso  una spiegazione. Non una dottrina ma un incontro.

Il cristianesimo è molte cose ma cosa costituisce il suo specifico? Molti hanno risposto… fallendo.

Il Vangelo è stato visto come un appello alla giustizia sociale, come un appello all’ amore reciproco, come una strada di perfezione personale, come un manifesto di liberazione politica. Qualcuno lo vede come un’ assicurazione contro i rischi di un eventuale al di là.

Tutte le risposte offrono un bagliore di verità ma sono nel complesso deludenti, in genere rispecchiano l’ideologia di chi le avanza.

Occorre un’ esplorazione oggettiva dei dati a nostra disposizione. Occorre uno studio degli inizi del cristianesimo. Dobbiamo guardare alla sua storia per capire cosa sia il cristianesimo.

Congettura plausibile: nel cristianesimo è primario ciò che viene proposto fin da subito. Lì sta il nocciolo. La nascita rivela la natura. Cosa c’è all’origine del cristianesimo?

Quali sono gli enunciati caratteristici con cui il cristianesimo si è presentato al mondo? Andiamo allora a scovare le formule primitive.

Saranno le testimonianze a condurci. Ci parleranno di un fatto, di una una persona e di un disegno che risponde alla nostra richiesta di senso.

Il cristianesimo prende inizio da un fatto accaduto nei primi anni trenta intorno ad Aprile. Un fatto, la resurrezione,  inatteso da tutti. I discepoli stessi hanno faticato ad accettarlo.

Quando gli apostoli si arrendono all’evidenza, comincia l’avventura cristiana.

La prima formula cristiana consiste in una frase piccolissima: “è risorto“. Qui sta il seme cristiano. Da qui nascerà a colossale pianta cristiana. Lì c’è già tutto: Agostino, Tommaso, Dante, le Cattedrali…

I primi cristiani annunciano il loro messaggio dicendo “è risorto”. Si noti la formulazione oggettiva dell’annuncio. Non si parla di esperienza personale ma di un fatto accaduto.

Il cristianesimo non può essere accettato con beneficio d’inventario: o la si accetta o lo si rifiuta. Questo perché annuncia un fatto, non una dottrina. Un fatto o è accaduto o non è accaduto.

Il cristianesimo non è solo per gli eruditi, proprio perché ci parla di un fatto e non di una teoria risulta comprensibile a tutti.

***fine prima parte***

Due motivi per non credere

Ci sono molti motivi per non credere in Dio, tra essi ne isolo un paio che trovo particolarmente rispettabili.

1

La fede è “ereditabile”, fin troppo. Il che la rende sospetta. Quel che credevano i nostri genitori finiamo per crederlo anche noi.

E’ ereditabile al punto che la crisi della famiglia coincide con la crisi del cristianesimo.

Francamente, la cosa mina l’attendibilità della credenza religiosa: ce ne sono troppe, troppo diverse ma soprattutto troppo concentrate geograficamente. Assomigliano a prodotti culturali piuttosto che a prodotti della ragione.

Non che l’ateismo sia risparmiato dall’argomento: anche questa credenza è ereditabile.

2

I credenti non aggiornano quasi mai la loro credenza, il che la rende altamente sospetta.

Una persona razionale aggiorna quotidianamente le sue credenze sulla base degli incontri che fa in giornata: tutto conta!

Ma se il credente non è una persona razionale non è nemmeno una persona attendibile.

Dio è buono (e ci offre il Paradiso)

Presto il mondo finirà – questa è opinione comune nel mondo razionalista – e il Figlio verrà per giudicare i vivi e i morti – questa è opinione comune nel mondo del teismo razionalista.

Fare il bene è un dovere/piacere in sé ma è giusto che i meritevoli siano ricompensati.

Il piano della salvezza contempla un fattore utilitarista, un premio per chi fa bene, inutile negarlo.

La salvezza è resa possibile da un intervento divino – Grazia – ma anche da uno sforzo del “salvato” che l’accetta.

La vita è un test in vista di un giudizio, chi lo supera sarà premiato: Dio non giudica la comunità, la famiglia, Dio giudica noi. Ci giudica a quattr’occhi, a testimonianza della nostra libertà personale.

Il Paradiso – un posto dove saremo sempre felici – è il nostro premio.

Non si tratta di un premio così misterioso: noi sperimentiamo la felicità già su questa terra.

L’utilitarismo del cristianesimo non è disumano: capita spesso che i genitori offrano compensi e dispensino punizioni in ambito educativo. Tuttavia, sarebbe sbagliato puntare solo su quello.

E infatti il Paradiso puo’ essere visto come qualcosa di diverso da una mera ricompensa

… only those who love doing actions which are good for their own sake would be happy there in Haeven…

In altri termini, ricorrendo ad un esempio: in Paradiso la nostra sete di conoscenza sarà appagata, cosicché quanto più abbiamo sviluppato una legittima sete di conoscenza, tanto più saremo appagati e felici.

In questo senso, non penso che in Paradiso tutti saranno appagati alla stessa maniera, probabilmente anche lì ci saranno dei “gironi”.

Gli incorreggibili andranno all’inferno. Dio potrebbe mutare il loro carattere ma cio’ significa interferire con la loro libertà. L’ esistenza dell’ Inferno discende da un rispetto radicale di Dio verso l’autonomia dell’uomo…

… So those who have allowed themselves to become totally bad people will be a collection of unfulfilled desires, and that will inevitably be an unhappy state, which would constitute living in Hell… God could, of course, give them new good desires, but that would involve imposing on them a character which they had persistently and knowingly chosen not to have… Otherwise in creating humans God would be like a puppet master who ensures that in the end every human does what he (God) wants…

Alcune persone non hanno avuto tempo di formare un loro carattere, magari perché sono morti giovani.

Che trattamento riservare a costoro?

Potrebbero rinascere e vivere un’altra vita, una specie di reincarnazione anche se pensarci in un corpo diverso è disturbante per un cattolico.

Oppure potrebbero essere giudicati benevolmente, anche in virtù del fatto che la loro vita terrena è stata sacrificata per altri fini.

Un’alternativa è sottoporli ad una prova supplettiva nell’al di là

… Alternatively he might give them a good afterlife but one suitable for those ignorant of the possibility of moral sanctity and so not the life of Heaven as I have described it. There are thus various possible futures which a good God might give to those of unformed…

E’ disturbante anche pensare che la vita non sia una prova necessaria, che si puo’ ricorrere ad alternative.

C’è l’ipotesi che Dio giudichi con cio’ che ha in mano. A volte però ha in mano poco più di niente, pensiamo solo al bambino abortito.

Probabilmente è vera l’ipotesi che media tra le precedenti: Dio giudica con quello che ha in mano integrandolo con delle prove supplementari (Purgatorio?) che, sebbene imperfette, migliorano comunque il suo giudizio.

La dottrina cristiana della vita ultraterrena ricalca queste considerazioni…

… In its claim that God the Son will ‘judge the living and the dead’, and in its expectation of ‘the resurrection of the dead and the life of the world to come’, the Creed assumes the universal Christian view that (among those who are still living when this risky experiment of creating us comes to an end, and those who are then already dead) the good will be rewarded and the bad punished…

Non è necessario pensare all’inferno come ad un luogo di punizione tradizionale: basta pensarlo come un luogo in cui il desiderio di fare del male è frustrato. In questo senso il malvagio viene vessato.

E qual è la sorte dei non-cristiani: extra ecclesiam nulla salus?…

… Many of the great Christian thinkers, including both Augustine and Aquinas, allowed that non-Christians can attain Heaven; and this was recognized as official Roman Catholic doctrine by the second Vatican Council (1963–6)…

Il punto è però problematico e merita un ulteriore approfondimento.

Altro problema: chi è già morto deve aspettare la fine del mondo per un giudizio definitivo?…

… Most Christians hold that although this ‘last judgement’ will finally settle the fate of all humans, many of those now already dead already enjoy Heaven or Hell. Some of the dead, however, may still be ‘on the way’…

E’ un po’ difficile pensare che costoro siano già in paradiso visto che la resurrezione cristiana contempla anche una resurrezione dei corpi. Io preferisco pensarli come addormentati e in attesa.

E i bambini battezzati e non? Ci sono varie dottrine relative al Limbo. Forse è meglio sospendere il giudizio o stare alle ipotesi che si sono formulate per le persone dal carattere non formato.

L’anarco-Papa e la mossa del Cavallo

Potrà mai la dottrina sociale della Chiesa Cattolica essere compatibile con l’ anarchia, ovvero con una società senza Stato?

Per quanto non siano alle viste sbocchi del genere, propenderei per il sì, almeno ragionando a livello teorico.

Ricordiamoci infatti che la Gerusalemme celeste è una società necessariamente anarchica!

Ma quale via seguire stando con i piedi ben ancorati a terra? Mi sembra che esista una “mossa del Cavallo” in grado di produrre lo scacco matto che cerchiamo.

Mettendo da parte i fronzoli, sappiamo che lo Stato si fonda su un atto coercitivo: il prelievo delle imposte. Il resto è stucco sul muro. Basta allora dimostrarne l’illiceità per giungere alla meta.

Purtroppo, l’ art 2240 del Catechismo sembra avallare questa pratica.

La sottomissione all’autorità e la corresponsabilità nel bene comune comportano l’esigenza morale del versamento delle imposte, dell’esercizio del diritto di voto, della difesa del paese. Rendete a ciascuno ciò che gli è dovuto: a chi il tributo il tributo; a chi le tasse le tasse; a chi il timore il timore; a chi il rispetto, il rispetto

Si fa cenno al “bene comune“, e qui facciamo una prima scoperta interessante: non per tutte le imposte esiste un obbligo di versamento, bensì solo per quelle “dovute“, ovvero quelle indirizzate all’ autorità legittima, ossia quella che persegue il “bene comune”.

Il concetto è espresso con chiarezza nell’ art. 1897, qui si parla espressamente di “autorità legittima“:

La convivenza fra gli esseri umani non può essere ordinata e feconda se in essa non è presente un’autorità legittima che assicuri l’ordine e contribuisca all’attuazione del bene comune in grado sufficiente.

Negli articoli successivi si rafforza il concetto di “legittimità” e di “bene comune”.

Ed eccoci al passaggio decisivo; come deve essere perseguito il bene comune? Domanda che ci chiarisce quando un’autorità è legittima.

Risponde un articolo chiave da incorniciare, il 1883:

… La dottrina della Chiesa ha elaborato il principio detto di sussidiarietà. Secondo tale principio, “una società di ordine superiore non deve interferire nella vita interna di una società di ordine inferiore, privandola delle sue competenze, ma deve piuttosto sostenerla in caso di necessità e aiutarla a coordinare la sua azione con quella delle altre componenti sociali, in vista del bene comune

Grazie GPII per questa gemma luminosa.

A questo punto, armati del “principio di sussidiarietà”, direi che è fatta, la palla passa agli studiosi: basta dimostrare che “una società di ordine inferiore” (magari spontanea) è in grado di perseguire da sola il bene comune senza interferenze dall’ alto, e l’anarchia è sdoganata.

E’ un compito proibitivo? Non penso,  l’ economia, con il suo individualismo metodologico, è la scienza più idonea per assolvere a questo compito, più di altre dimostra come il bene emerga dal basso, dalla fiducia nell’ uomo e nella sua libertà; specie nel mondo globalizzato, la sovranità statale sembra essere superflua. Il crescente primato dell’economia tra le scienze sociali fa ben sperare. Mi sbaglio?

Siamo nella fantascienza? No, a titolo di esempio cito tre volumi accademici redatti da studiosi stimabili e volti ad assolvere il compito appena descritto:

1. The Problem of Political Authority: An Examination of the Right to Coerce and the Duty to Obey di Michael Huemer.

2. Anarchy, State, and Utopia di Robert Nozick.

3. Free Market Fairness di  John Tomasi

Puo’ darsi che i tempi non siano maturi, a cio’ si aggiunge la cautela con cui la Chiesa Cattolica da sempre accoglie le novità scientifiche. Tuttavia, cio’ non significa che il Catechismo non offra una breccia allettante per i libertari con una sensibilità religiosa.

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Naturalmente esistono molte “citazioni” tratte dai testi e dai documenti contrarie alla conclusione proposta. Ma ne esiste forse qualcuna che non puo’ essere ricondotta nell’ alveo proprio della Mossa del Cavallo e quindi neutralizzata?

Senza Dio tutto è permesso

Non mi ha mai convinto il ricorso all’argomento morale per supportare l’idea dell’esistenza di un Dio.

Dostoevsky lo sintetizza la meglio: senza Dio tutto è permesso

In altri termini, Dio sarebbe il solido fondamento del nostro sapere morale. Se Dio non esiste allora non può esistere il fondamento della morale.

La proposizione, come si vede, è suscettibile di verifica empirica e bisognerebbe come minimo darsi da fare in questo senso.

Ma al di là delle verifiche sul campo, Dio dovrebbe essere il solido fondamento di qualsiasi nostro sapere, non solo di quello morale.

E noi tutti, in fondo, ammettiamo che non è così.

Per esempio, se vedo giungere un’auto mentre attraverso la strada mi comporto forse diversamente se sono credente o se sono ateo? Forse che un ateo dubita del suo sapere “senza fondamento” e si lascia investire?

Non penso proprio. E penso che nessuno lo pensi.

Se Dio non è il fondamento del nostro sapere perché mai dovrebbe esserlo di quello etico. Il sapere etico, in fondo, è solo una sottospecie di conoscenza.

D’accordo, esiste anche una morale rivelata, per esempio, è mio preciso dovere andare a Messa la Domenica. Nessuno dubita che in questo caso l’esistenza di Dio sia fondamentale. Ma qui parliamo dell’etica di base che vale per ogni uomo, non della morale rivelata.

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C’è allora un modo più semplice di vedere le cose: esistono delle solide evidenze che sono tali per tutti gli uomini, siano esse di natura etica che di altra natura.

Uccidere o torturare un innocente per puro divertimento è sbagliato, lo vede un credente come lo vede un ateo. Lo vedono tutti con il medesimo grado di certezza.

Vangelo & Ricchezza

Il messaggio evangelico puo’ convivere con la ricchezza materiale di chi lo pratica e lo diffonde?

Qualcuno risponde: “purché si usi bene quella ricchezza”. Ma cosa significa “usare bene la ricchezza”?

Farla fruttare? Donarla ai poveri? Donarla alla città? Metterla in circolo? Non pensarci in modo ossessivo?

Il problema resta aperto: della ricchezza di solito si giudica provenienza e origine, raramente l’essenza.

Una personalità che si è impegnata a fondo su questo dilemma è Padre Angelo Tosato, molto del suo lavoro si ritrova sintetizzato nel libro “Vangelo e ricchezza: nuove prospettive esegetiche”.

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L’attacco è brutale, si parte con la constatazione di quanto sia inquietante il progetto sociale di Gesù come emerge dai Vangeli: indifferenza per il proprio sostentamento, astensione dal lavoro, rinuncia al risparmio, rottura dei rapporti familiari, affidamento alla provvidenza e alla speranza del Regno.

E’ stato l’economista Ludwig von Mises ad evidenziare meglio le assurdità dell’economia messianica: una comunità non fa molta strada con questi precetti.

C’è una lettura piuttosto naif di tutto cio’: il vangelo annunzia una ricchezza nuova svalutando così quella terrena e condannandola, insieme a chi la detiene.

Tuttavia, un insegnamento del genere sarebbe 1. dannoso per il vivere sociale e 2 inattendibile.

Perché dannoso? La laboriosità di chi valorizza le cose del mondo diverrebbe un vizio, e tutto cio’ spingerebbe verso una società indigente e mendicante. Un destino disumano.

Perché inattendibile? Perché contraria al buon senso altrove apprezzato nelle Scritture. Contraria all’ insegnamento della tradizione (la Chiesa ha sempre combattuto il pauperismo).

Eppure, nel Nuovo Testamento – inutile negarlo – la ricchezza è condannata in più punti. Come reagire a questo fatto di per sé incontestabile?

Alcuni imbracciano il buon senso: basta non farsi schiavi della ricchezza e i precetti sono assolti.

Altri si attaccano alla storia: nessuno in realtà si fece veramente povero, tranne casi eccezionali.

Altri introducono un doppio standard: certe parole che ci suonano radicali sono rivolte in realtà solo agli adepti più stretti.

Altri vedono nel Cristo Re il nuovo imperatore. Allora uno dei titoli dell’imperatore era “difensore dei poveri”. I poveri sono gli indifesi per eccellenza, e allorché Israele perse il suo re divenne perseguitato e detto “povero” (o umile o soggiogato). Termini interscambiabili. L’esaltazione dei poveri non è che un modo per esaltare la regalità di Cristo.

Altri considerano il desiderio di essere ammirati dagli ellenisti, notoriamente vicini alla perfezione di una società comunista. Tuttavia, certe pratiche sono pompate. Per esempio, la cassa comune non esisteva nella realtà, si trattava di una semplice elemosina residuale. L’ esaltazione di episodi di eccezionale generosità ha catturato l’ attenzione facendo pensare che fossero la norma.

Altri considerano l’insegnamento sulla ricchezza iperbolico: Gesù non puo’ chiedere tanto! E poi gli  insegnamenti iperbolici non mancano: se la tua mano ti scandalizza tagliala.

Qualcuno pensa ai “poveri” come agli israeliti perseguitati.

Per alcuni la povertà evangelica è povertà di spirito, ovvero umiltà.

Per molti, la “ricchezza” di quei tempi va reinterpretata come “disonestà“. Nelle società primitive ci si arricchiva smisuratamente solo tramite rapina e la mentalità corrente identificava la ricchezza diseguale come un segnale di disonestà e prepotenza. Oggi non è più così, occorre prenderne atto aggiornando l’ ermeneutica evangelica.

Infine, c’è chi si lascia andare ad una franca ammissione: stando all’insegnamento di Gesù ricchezza e Vangelo sono incompatibili.

Quest’ultima posizione sembra la più fruttuosa: senza l’ammissione che esiste un problema di base relativo alla compatibilità tra etica dei Vangeli e Capitalismo, non restano che mediazioni elusive e sempre attaccabili.

Il Gesù dei Vangeli sembra allora adoperarsi per distruggere l’ ordine sociale senza costruire un’ alternativa minimamente credibile. Dobbiamo accettarlo.

Ma esiste una via per riabilitare le sue parole?

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Ricordiamo, del resto, che le Scritture in molti passaggi sembrano non essere poi così ostili alla ricchezza: c’è la parabola dei talenti, quella del fico oltre all’olio di Marta. Gesù stesso è accusato di essere un “mangione e un beone”: ama la compagnia dei ricchi e si accompagna spesso a loro senza ostilità. La cosa sarebbe inspiegabile. Invita spesso a fare festa senza astenersi dai godimenti: “deve forse stare in lutto il festeggiato?”. Non risulta che Gesù abbia venduto i suoi averi o rinunciato ad alcunché, nemmeno lo chiese agli apostoli (si limitò a dire loro “seguitemi”). Non lo chiese ai suoi genitori. Sappiamo invece che vestiva abiti curati: la sua veste venne giocata ai dadi e non divisa equamente tra i centurioni, questo per non deprezzarne il valore che, evidentemente, era notevole.

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Da una parte condanne inappellabili, dall’altra qualche spiraglio. Come uscirne?

Non ci resta che forzare sul pedale dell’interpretazione! Si ma quale?

Diventano cruciali due passaggi: interpretare ricorrendo a esegesi (interpretazione nel contesto) ed ermeneutica (traduzione in altri contesti).

Altro fatto cruciale di cui tener conto: Gesù è calato in un contesto.

Probabilmente è un profeta apocalittico come molti altri allora, in questo caso le norme che introduceva sono da vedere come transitorie e dettate dall’ emergenza dell’imminente apocalissi.

Altro elemento decisivo: il Regno incombente probabilmente era, secondo la cultura ebraica, un regno materiale. La cultura ebraica e i profeti affini a Gesù avevano una visione molto materialista delle cose, l’ipotesi più plausibile è che Gesù non si distanziasse molto da loro.

In altre parole, la nuova ricchezza annunziata dal Vangelo è terrena, in coerenza con l’ animo israelita. Non si svaluta la ricchezza terrena in sé ma si ritiene che quella attuale sia destinata a rovina per l’ avvento di un nuovo regno. È necessario allora “convertirla” al più presto.

Pensiamo ad un imminente crollo di borsa: “non accumulare tesori perché sono destinati alle tarme”. Sono parole che filano. Investire invece in beni che avranno corso nel nuovo regno di Dio in terra: il nuovo Paradiso Terrestre. la nuova Gerusalemme in Terra. Siamo di fronte quindi ad una oculata consulenza finanziaria o d’ investimento.

Oggi sappiamo che l’ imminenza del regno non esiste, quindi il consiglio di vendere puó essere tralasciato. Quel che resta è la sensibilizzazione all’ investimento oculato.

L’equalizzazione tra Regno dei cieli e Regno di Dio potrebbe metterci in imbarazzo ma è un’ espressione che ricorre solo in Marco. Più diffusi i passaggi riferiti al “venga il tuo regno in terra”, in questo senso molto espliciti e concordanti con la nostra interpretazione.

E l’espressione “il mio regno non è di questo mondo“? Sembrerebbe chiara.

Ma qui c’è un palese errore di traduzione. L’espressione corretta è “il mio regno non è da questo mondo”, che caratterizzerebbe il progetto materiale di Gesù: rigenerare l’ Israele corrotta.

Con l’esegesi abbiamo contestualizzato l’insegnamento di Gesù, con l’ermeneutica possiamo/dobbiamo attualizzarlo. Molta dottrina è mutata grazie all’ermeneutica, il caso più noto è quella intorno all’usura.

Vediamo proprio questo caso. Senso della proibizione: evitare la schiavizzazione del debitore. Oggi sappiamo che la via migliore non è la proibizione (abbandonata) bensì la concorrenza tra prestatori. Da qui il ritiro della condanna del prestito a interesse.

Altro esempio: la condanna della proprietà privata: nell’ Antico Testamento appare ma nella storia della Chiesa è ormai solo un ricordo, specie nella difesa accorata della Rerum Novarum.

Qui occorre ricordare che Gesù è un buon ebreo, non rinuncia alla legge dei Padri, chiede al limite nuove interpretazioni (esempio sul Sabato). Allo stesso modo è lecito supporre che non chieda ai seguaci una rinuncia definitiva al patrimonio ma solo una rinuncia strategica in vista di una distruzione imminente.

Cosa implica un’ipotesi del genere? Semplice: la rinuncia alla ricchezza accumulata in un sistema ingiusto si traduceva in un oculato investimento in vista dell’ avvento di un nuovo ordine più giusto.

Aderire al cristianesimo esponeva ai rischi cosicché non si rinunciava per rinunciare ma per convertire la ricchezza in forme più pratiche di possesso.

Non accumulare poiché con la venuta del regno e la fine dell’ordine presente la ricchezza consueta è in pericolo. Sarebbe questo un insegnamento profetico(contingente) più che sapienziale (permanente).

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Ma è davvero necessaria un’ esegesi e un ermeneutica tanto radicali?

Probabilmente sì: la condanna della ricchezza fatta dalle scritture appare irredimibile per altra via, è troppo netta.

Ci sono infatti casi molto problematici, per esempio nelle beatitudini: “beati i poveri”. Ancora peggio il “guai ai ricchi”!

In Matteo si precisa poveri di spirito Ma Luca no: “beati i poveri” punto e basta. “Guai ai ricchi” punto e basta.

Altri dicono che Matteo è più attendibile: 1) collima con l’ impostazione ebraica 2) collima col resto dell’ insegnamento: è la fede innanzitutto che salva. Il pauperismo è più di Luca, però, resta insormontabile senza la genesi/ermeneutica proposta.

C’è poi il caso del giovane ricco, ovvero la questione del cammello. Secondo gli ottimisti Gesù esprime la metafora estrema come sfogo di fronte all’ insistita ipocrisia e avarizia di un riccone. Inoltre, la metafora tratta di una difficoltà non di un’impossibilità. Qui ci puo’ anche stare.

Per quanto la si rigiri, comunque, le difficoltà si accavallano e i problemi sembrano insormontabili poiché la ricchezza sembra comunque demonizzata in sé in molti passaggi: 1 nelle tentazioni, 2 nell’alternativa tra Dio e Mammona 3 nella parabola del seminatore… Ci sono poi alcuni punti fissi che si ripetono:

1: la ricchezza ha una provenienza demoniaca,

2: il ricco è condannato per natura a farsi schiavo della sua ricchezza.

Insomma, Gesù sembra condannare i ricchi in quanto tali e li invita caldamente a liberarsi della nuova ricchezza.

Poi ci sono gli Atti degli Apostoli, in cui si predica un’organizzazione comunista dei rapporti sociali.

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La soluzione deve dunque essere senza compromessi: il rapporto tra Gesù e ricchezza va rivisto in modo radicale.

Ma questo non è possibile!, dirà qualcuno.

No, è possibile, talmente possibile che è già stato fatto.

Prima abbiamo visto il caso dell’usura, ora vediamo quello relativo al rapporto tra i coniugi nel matrimonio. Qui si è realizzata una reinterpretazione che adattato lo spirito con cui certe norme furono scritte alla realtà contemporanea.

Il comando della sottomissione è semplice e inequivoco, unanimemente interpretato da padri pontefici e teologi fino a metà del ‘900, allorché è stato ribaltato. Un caso di scuola per l’ innovazione del magistero e per l’ adozione di criteri empirici induttivi anziché dogmatici e deduttivi.

La tradizione riteneva che ogni società richiedesse un capo (destinato da Dio). Nella famiglia il capo designato era l’ uomo.

Giovanni XXIII mutò l’approccio: ogni società richiede un ordine e per desumerlo non guardiamo tanto alle scritture quanto alla natura umana. Il diritto delle donne viene constatato nella realtà quotidiana come segno dei tempi. La Chiesa DEVE scrutarlo e interpretarlo alla luce delle scritture. La parola di Dio del libro viene letta alla luce della parola di Dio nel mondo.

Per giustificare il cambiamento vengono enfatizzati passi alternativi a quelli prima considerati, per quanto l’operazione sia esegeticamente una forzatura.

La sottomissione diventa così reciproca. Il riferimento ad Efesini è forzato se non palesemente improprio. I passi imbarazzanti del Nuovo Testamento vengono bollati come un residuo dell’ Antico Testamento. Si confonde l’ esegesi con l’ ermeneutica dando luogo ad un’ esegesi scorretta solo perché ossessionati da preoccupazioni ermeneutiche.

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Parte del Vangelo va allora abbandonata come superata. Il “beati i poveri” va trattato come “stia la donna sottomessa all’ uomo“. La Chiesa Cattolica serve anche a questo, a far vivere il Vangelo nel tempo, ovvero a mutarne gli insegnamenti. Non ci serve a nulla un Corpo Vivo che non vivifica l’insegnamento di cui è depositario.

La dottrina sociale della Chiesa oggi non sembra affrontare il problema della ricchezza in modo adeguato poiché non fa altro che opporsi ad un generico “economicismo” (economia come fine) per promuovere l’ uomo come fine.

Astrazioni.

Percorrendo questa via si è arrivati alla simmetria tra socialismo e capitalismo (senza nulla togliere alla zampata di GPII  con la Centesimus, subito rintuzzata dall’ “economia che uccide” di Francesco).

Non sarebbe meglio allora che la dottrina sociale puntasse su un problema concreto, per esempio la diminuzione della povertà nel mondo?

E il profitto che fine fa? Nell’ottica proposta puo’ essere giustificato in vari modi.

Innanzitutto assolve al comando di fecondare la terra (presente nel Nuovo Testamento nella parabola dei talenti e in quella del fico).

In secondo luogo realizza la solidarietà: la competizione è la più alta forma di cooperazione!

Ma è possibile una solidarietà non intenzionale?

Stando alle beatitudini sì: “avevo fame e mi avete dato da mangiare”, “ma quando mai ti abbiamo visto affamato, Signore?”. Il bene puo’ essere fatto senza intenzione.

Detto questo, sia chiaro, un imprenditore puo’ anche fare il suo lavoro consapevole dei benefici che apporta alla città. Questo consapevolezza aggiunge ma non determina.

Inoltre, bisogna considerare l’ovvio: una società ricca puo’ realizzare più bene. La speranza dei poveri – da sempre – sono i ricchi più che gli altri poveri. Sono i ricchi che possono alleviare le sofferenze dei poveri, non altri.

Da ultimo, chiediamoci la funzione del Giudizio Universale, forse serve proprio perché noi non sappiamo chi ha fatto veramente del bene: Norman Barlaug ha giovato più di Madre Teresa? Il cuore di Madre Teresa era senz’altro più ispirato ma Norman Barlaug ha di fatto salvato più vite e prodotto più sollievo per il mondo in cui viviamo. Non sarebbe bene che entrambi abbiano una chace di primeggiare tra i buoni del genere umano?

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Molti obbiettano che la ricchezza materiale non è sinonimo di felicità e realizzazione. Vero: ma la ricchezza materiale collegata alla “povertà di spirito” (umiltà) puo’ molto.

La povertà di spirito infatti annienta l’ invidia che – come ci spiegano gli psicologi evoluzionisti – è il fattore principale di infelicità nel mondo materialmente ricco. Noi sappiamo da tempo che la ricchezza non porta automaticamente felicità (paradosso di Easterline), ma sappiamo anche cosa occorra per ristabilire un saldo legame tra le due variabili, serve una maggiore “povertà di spirito”, ovvero: serve più umiltà, ovvero: serve vaccinarsi contro l’ invidia. In questo modo auspicare un mondo più ricco e più umile non solo è compatibile con l’ azione della Chiesa ma è anche la ricetta più razionale per il non credente.