Quarto passo: Dio è misericordioso (e si carica i nostri peccati)

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Un Dio del genere probabilmente ci starà vicino facendosi uomo. Ma cosa farà per alleviare la nostra condizione?

Come reagisce Dio al peccato dell’uomo? Come reagisce nel vederlo combattere con i suoi limiti? Reagisce facendo il suo bene (ovviamente). Cerca di sviscerare le implicazioni dei ragionamenti precedenti su questo tema.

Dio è misericordioso e perdona. Ma cos’è il perdono esattamente?

C’è un male oggettivo e un male soggettivo. Solo il secondo è “colpevole” in senso stretto.

Se non ti pago per un’impossibilità sopravvenuta compio nei tuoi confronti un male ma non ricade su di me una colpa soggettiva.

Se invece non lo faccio perché spero tu ti sia dimenticato del mio debito, compio una mancanza colpevole in senso soggettivo.

La prima situazione comporta un danno oggettivo, questo significa che non sia irrilevante, di solito parliamo di “colpa oggettiva”.

Molti sono irritati dal ragionare in termini di “colpa” e “perdono”: non si sentono affatto “colpevoli” e nemmeno intuiscono la sensatezza della dottrina del “peccato originale”. Dovrebbero ragionare meglio sul concetto di “colpa oggettiva”.

Comunque li capisco, ma questa irritazione non deve essere di ostacolo alla fede. Nei ragionamenti che qui conduco utilizzo la canonica terminologia fondata su “colpa” e “perdono” ma nulla osta a che questo doppio pilastro sia sostituito dalla diade più comprensibile di “limite” e “dono”. In altri termini: la dottrina del “peccato originale” puo’ essere compresa anche come dottrina del “limite originale”. Postulare che l’uomo sia una creatura limitata non dovrebbe irritare nessuno.

Il concetto di “limite” si avvicina molto a quello di “colpa oggettiva”, ovvero di “peccato originale”.

Sia il Dio che ci riscatta dalle nostre colpe che il Dio che ci innalza oltre i nostri limiti è un Dio buono. Chi preferisce la seconda immagine non avrà alcun problema a riconvertire tutto secondo quello schema.

Ma torniamo a noi.

La compensazione di una  mancanza – ora torno al gergo della colpa – ha quattro componenti: pentimento, scuse, risarcimento e penitenza.

Il perdono consiste nel trattare il colpevole (oggettivo o soggettivo) come se non avesse mai commesso la sua colpa.

Il perdono indebito, ovvero esercitato in mancanza di una delle quattro componenti, è a sua volta una mancanza di rispetto verso il peccatore poiché lo degrada implicitamente a bambino. Il perdono indebito attenta alla dignità dell’uomo. Il perdono indebito è un po’ come il dono consegnato a chi lo disprezza.

Tutti noi manchiamo verso Dio direttamente o indirettamente, è nella nostra natura. Nel primo caso lo trattiamo male non rendendogli merito, nel secondo maltrattiamo una delle sue creature. Nessuno di noi conduce una vita perfetta.

Analogia: se colpisco tuo figlio danneggio anche te ed è giusto che mi scusi anche con te.

A cio’ si aggiunge il peccato originale, ovvero un’eredità gravosa che ci mette in ogni caso nella condizione di non avere il diritto di accedere ad una condizione privilegiata rispetto a quella presente.

Il peccato originale ci rende colpevoli in modo “oggettivo”, e questa non è un’ ingiustizia, molto spesso registriamo ed accettiamo condizioni del genere come giuste. L’asse ereditario non è costituito solo da attività e nessuno lamenta questo fatto come “ingiusto”.

Se un ragazzo fuma come una ciminiera prima della pubertà, questo incide sui suoi geni in modo tale che aumenta il rischio di avere bambini obesi. E’ solo uno stupido esempio. Noi dobbiamo la vita ai nostri genitori, e se questa vita non è perfetta non riscontriamo in questo una grande ingiustizia, non è una vicenda in cui ha senso processare un colpevole perché colpevoli in senso soggettivo non ce ne sono. Ereditiamo il buono e il cattivo accettando tutto quel che viene di buon grado. Anche l’eredità materiale ci spetta solo se accettiamo i debito del de cuius.

Dio dunque è generoso e ci perdona facendosi carico dei nostri peccati e delle nostre colpe (oggettive e soggettive).

Ma come è possibile espiare un peccato per conto terzi?

Un’analogia spiega bene il ruolo di Gesù nelle nostre vite.

Supponiamo che dietro pagamento anticipato io mi impegni a pulire la tua casa. Supponiamo poi che abbia speso il compenso ricevuto ma omesso di fare il mio dovere a tempo debito. Ora che mi appresto ad eseguirlo mi capita un incidente che mi impedisce oggettivamente di rimediare al mio ritardo (ipotizzo un misto di colpe oggettive e soggettive). Tu t’incazzi. Giusto. Poi trovi un terzo che adempie gratuitamente ai miei doveri. Quali saranno i tuoi sentimenti nei miei confronti? Qualora io mi penta delle mie mancanze,  qualora io mi scusi, qualora io faccia tutto quanto è nelle mie possibilità per aiutare il terzo e qualora io gli renda onore per la sua generosa offerta, tu potresti anche perdonarmi. O no?

 

E’ dunque una situazione che l’intelletto umano comprende e trova ragionevole: un’aiuto gratuito che innesca una sequela di comportamenti opportuni che potrà poi chiudersi con un perdono divino.

Ma quale forma prende il risarcimento che il Dio Figlio elargisce al Dio Padre?

In generale potremmo ritenere che si manifesti con il vivere una vita perfetta.

E’ di fatto qualcosa di molto vicino alla dottrina della redenzione esposta sia nell’ Epistola agli Ebrei di San Paolo che nel Nuovo Testamento, ma anche da San Tommaso.

Il Credo parla di un Battesimo per il perdono dei nostri peccati. Con il Battesimo noi ci incardiniamo su quella via che – grazie all’azione della Grazia – ci porterà al superamento dei nostri limiti naturali (il cristiano, con San Paolo, direbbe: “al perdono delle nostre colpe attraverso la Croce”).

 

All’uomo non resta che pentirsi, scusarsi e fare penitenza, e per quanto gli è possibile dovrà anche risarcire il suo Salvatore, magari con la stessa moneta con cui è stato riscattato: ovvero vivendo una vita il più possibile ad imitazione di Cristo. Così facendo il cerchio si chiuderà con un perdono ed una chiamata in Paradiso dell’ ex-colpevole (o ex-limitato).

Se parliamo di “misericordia” è proprio perché – pur in presenza di scuse, pentimento e risarcimento conto terzi –  il risarcimento fornito in prima persona è necessariamente insufficiente, cosicché per parificare la bilancia della Giustizia occorre un atto di Misericordia. Tuttavia, come appena visto, si tratta di una misericordia perfettamente sensata, che non ha nulla di scandaloso.

Da notare, quindi, che questo processo di perdono non è un atto dovuto poiché non coincide con un dovere obbligatorio da parte di Dio. In esso si esplicita invece la sua santità, ovvero la sua inclinazione a compiere tutto il bene, anche quello non strettamente dovuto, qualcosa che abbiamo già visto per giustificare la creazione dell’universo. La misericordia divina, insomma, è un atto eroico anche se facilmente comprensibile dall’intelletto umano.

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Terzo passo: Dio è pietoso (quindi incarnato)

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Ora vediamo meglio come ci aspettiamo che agisca un Dio del genere.

Personalmente da una persona buona mi attendo che condivida il dolore di colui che ama. Mi sembra del tutto ragionevole.

Ragionando a priori direi che un Dio innamorato della sua creatura viva una vita umana per starci più vicino .

L’uomo purtroppo soffre, ma è un bene che soffra: la sua libertà vale più del suo dolore. Rinvio al primo passo chi ha ancora dubbi in merito.

Noi, creature di Dio, siamo un po’ come i suoi figli (tanto è vero che lo chiamiamo Padre). Ebbene, un padre a volte è tenuto a tollerare la sofferenza del figlio per giusti motivi.

Esempio: alcuni genitori pretendono che i loro figli frequentino la scuola locale anche se malfamata, questo per contribuire a rinforzare i legami comunitari.

Detto questo, è inevitabile che chi ama l’uomo condivida il suo dolore standogli accanto e aiutandolo finché ritiene giusto farlo.

L’ incarnazione divina rappresenta la condivisione del dolore umano da parte di Dio.

Descritta in questo modo la dottrina dell’Incarnazione appare la più ragionevole, date le premesse, ovvero i “passi” precedenti.

La morte del Dio incarnato per i nostri peccati, poi, rappresenta l’aiuto dato all’uomo nelle giuste forme. Questa è la dottrina della Redenzione, ma procediamo con ordine focalizzandoci sull’Incarnazione.

Ma come puo’ Dio diventare uomo visto che la sua natura non gli consente di smettere di essere Dio? Il concetto di consustanzialità entra in campo a questo punto.

Dio si incarna acquisendo un corpo umano e una modalità umana di pensare, purché tutto cio’ sia un’ aggiunta alla sua natura divina e non una sostituzione.

Il concetto di uomo/dio ci appare contraddittorio. Dio e gli uomini hanno un modo di pensare e di vedere le cose radicalmente diverso: il pensiero umano è condizionato, per esempio, dall’avere un corpo.

L’uomo e razionale, buono e libero, ma lo è in una forma estremamente limitata rispetto a Dio. Come possono due nature convivere in un’unica persona?

Se facciamo attenzione, già la nostra esperienza terrena ci consente di intuire questa strana realtà: almeno dai tempi di Freud noi sappiamo che due menti possono convivere nella stessa persona in modo dissociato.

Una stessa persona puo’ avere due sistemi di credenze distinte e in qualche misura indipendenti tra loro. Sebbene entrambi i sistemi siano accessibili alla medesima mente, di fatto l’accesso viene dissociato.

C’è una “mente” nella Franzoni che sa di aver ucciso suo figlio ma l’altra mente, quella che la Franzoni utilizza di fatto quando interrogata, lo nega in buona fede. Come è possibile? Semplice, due menti convivono nella stessa persona e si auto-ingannano a vicenda.

In una certa misura l’auto-inganno è fisiologico poiché ci aiuta ad operare meglio: se ci credi dai di più. Se sei il primo a crederci mentirai in modo molto più abile, per esempio.

Nel caso della Franzoni l’autoinganno è patologico ma noi dobbiamo limitarci ad osservare che il processo di “convivenza” di due coscienze nella stessa persona è comprensibile anche all’intelletto umano, è un’esperienza comune (anche se in grado limitato): non dobbiamo necessariamente rinunciare ad un sistema di credenze per abbracciarne un altro, i due sistemi possono sussistere contemporaneamente.

La coscienza divina comprende quella umana, che non comprende quella divina. Ed entrambe convivono nella stessa mente.

Tutti i giorni facciamo questa esperienza anche in prima persona: in me c’è quella che vorrebbe mangiare il cioccolatino e quella che – per motivi dietetici – consiglia di evitare per motivi dietetici. Anche qui in nuce c’è uno sdoppiamento.

Ora è più chiaro quanto sia inconsistente l’accusa fatta al Padre di sacrificare il Figlio: sarebbe come rimproverare all’ io-prudente (che consiglia di limitare il consumo di cioccolato) di essere vessatorio nei confronti dell’ io-desiderante (che vorrebbe papparselo). Si tratta della stessa persona!

Il Dio incarnato sarà sottoposto a desideri e sofferenze tipicamente umane: freddo, fame, angoscia.

Questo significa che il Dio incarnato potrà fare anche il male?

Il male puo’ essere oggettivo o soggettivo. Nel secondo caso è intenzionale, per esempio quello che commette il ladro quando ruba. Un Dio incarnato che vive una vita perfetta non cadrà mai in tentazioni di questo tipo, non sceglierà mai di fare il male.

Ma il Dio incarnato è (anche) un uomo perfetto, per cui non sbaglia nei suoi giudizi: perché mai dovrebbe commettere un male soggettivo? No, il suo comportamento è esemplare e l’imitazione di Cristo è una strada sicura per la perfezione.

Detto questo, il Dio incarnato è affetto dai limiti della sua condizione per cui una decisione difficile, per quanto alla fine necessariamente corretta, sarà pur sempre fonte di angoscia e tribolazioni.

Una vita perfetta ma sofferta, quindi. Anche se il suo discernimento e i suoi poteri restano intatti, tutto deve passare attraverso i limiti del suo corpo.

Fin qui il ragionamento a tavolino su come ci attendiamo che Dio reagisca di fronte alla sua creatura che soffre e combatte sulla terra. Ora veniamo alla dottrina cristiana dell’incarnazione.

Nel Credo affermiamo che il Figlio discese dal cielo e si incarnò sulla terra diventando uomo. Sembra proprio che questo individuo – il Cristo – conservi le due nature. Non che la cosa sia stata esente da disaccordi.

Fu il Concilio di Calcedonia a cimentarsi con il problema. La formula ortodossa fu rigettata dei Monofisiti (oggi essenzialmente i Copti), i quali propendevano per un’unica natura del Cristo, e i Nestoriani, che consideravano il Cristo e Dio come persone differenti. Ad ogni modo oggi non ci sono disaccordi sostanziali.

Ma perché acquisire un corpo? Che necessità c’era? Per Platone, tanto per dire, l’essenza dell’uomo è la sua anima, non il suo corpo.

Diciamo allora che con il cristianesimo uscito da Calcedonia vince Aristotele.

Per Aristotele l’anima non è una parte distinguibile della persona ma la forma dei corpi, il modo in cui la persona agisce e pensa. Non puo’ pensarci un’anima completamente svincolata da un corpo. A Calcedonia vince Aristotele, per questo l’acquisizione di un animo umano implica l’acquisizione di un corpo.

Ricapitolando, Gesù è uno di noi, tranne che per il fatto che non puo’ sbagliare: è infallibile! La sua vita è perfetta, ma si tratta di una perfezione che costa sangue. Fu perseguitato, crocifisso e sepolto: tutto questo ha comportato una grande sofferenza per lui.

Gesù nacque da Maria. Perché non ebbe due genitori come tutti noi?

Avere come madre Maria e come padre Dio (e non Giuseppe) è un simbolo potente che rinvia alla natura dell’uomo/Dio.

D’altronde, non è un grande miracolo per Dio derivare due set di cromosomi partendo da un unico ovulo, ovvero quello di Maria.

Anche per questo, forse, Dio è di solito immaginato come maschio.

Gesù non muore ma ascende al cielo. Perché? Anche qui c’è un simbolo potente in azione: come era disceso dal Cielo acquisendo anche una natura umana, allo stesso modo, al termine della sua missione, vi ascende tornando alla sua natura divina.

Gesù ascende al cielo collocandosi alla destra del padre. Anche qui l’espressione presa alla lettera non ha senso poiché Dio non ha una dimensione spaziale, va intesa piuttosto nel senso che Gesù si colloca sul versante della giustizia e della salvezza.

Milano, al Museo Diocesano il Capolavoro per il 2017 è del Perugino: l'Adorazione dei pastori

al Museo Diocesano fino al 28 gennaio L’adorazione dei pastori del Perugino – noi ci siamo andati Domenica scorsa, una figata.

Il primo passo: Dio esiste (probabilmente)

Forse è vero, forse la ragione non è necessaria per credere. Lo hanno sostenuto molti grandi maestri del passato e sarà anche così.

Sia come sia, la ragione è comunque necessaria per discutere. Tra credenti, deisti, atei e agnostici sussiste un unico terreno per un possibile confronto, quello delle argomentazioni logiche.

Poiché oggi i non credenti sono la maggioranza, forse anche tra chi va in Chiesa, diventa pressoché imprescindibile, per un credente, abbinare la ragione alla fede.

E vado oltre: oggi un credente privo di argomentazioni razionali rinforza e rassicura il non credente, il quale, osservandolo, pensa in questi termini: “la fede è un rifugio per i semplici, beati loro. Ad ogni modo non fa certo per me”.

C’è chi ha sostenuto che la logica rappresenta la principale arma dell’ateismo, o addirittura un’invenzione del demonio per confondere la mente del credente. In realtà le regole logiche rappresentano soltanto un metodo per ragionare correttamente e non stanno né di qua né di là, non sono né pro né contro dio.

Nell’alveo del pensiero occidentale, c’è anche chi ha ritenuto inutile qualsiasi tentativo di provare razionalmente l’esistenza di Dio poiché questi risulterebbe di per sé evidente alla mente umana. L’indirizzo di pensiero che teorizza la percezione immediata dell’assoluto è stato chiamato “ontologismo”. Ma è chiaro che se l’esistenza di dio fosse intuitiva come pretende l’ontologismo, non sarebbe necessario ricorrere a nessun tipo di prova. Tuttavia, ormai è generalmente acquisito che  l’idea di Dio non sorga spontaneamente nella mente di ogni individuo ma viene influenzata dall’ambiente esterno, tanto è vero che muta nello spazio e nel tempo. La presenza degli atei, poi, costituisce la migliore prova di come l’esistenza di un ente supremo sia tutt’altro che chiara.

Detto questo, ci sono molti approcci per coniugare fede e ragione.

Sul mercato delle idee contemporanee, quella teologia che alcuni chiamano “personalistica” merita, secondo me, un posto di primo piano. A parità di rigore, la trovo in un certo senso più “fresca” e “comunicativa” rispetto alla Scolastica tradizionale che da sempre domina nel mondo cristiano e cattolico in particolare.

A proposito di cristianesimo, su alcuni punti cederò ad eresie, il principio guida per me qui resta la ragione. Ad ogni modo mi mantengo sulle generali, lo specifico cristiano sarà oggetto di un altro post.

Quel che qui compio è solo il primo passo verso la fede. Si tratta di un atto importante e spesso equivocato. Mi spiego meglio.

Nel discutere con i non credenti a volte sono in imbarazzo. Faccio un esempio, si parla di miracoli e loro trovano la cosa decisamente assurda. Si discute di preghiere e loro trovano le tesi tradizionali campate in aria.

Non mi sorprende: pregare puo’ apparire assurdo se non si è “compiuto il primo passo”.

Guardare con interesse i miracoli puo’ apparire assurdo se non si è compiuto il primo passo.

In generale: è assurdo discutere se il decimo passo sia nella giusta direzione quando non si sa nulla del primo, del secondo e del terzo passo.

Si noti che lo stesso vale per la scienza: l’ipotesi che esistano infiniti universi ci appare assurda. Ma questo solo se non abbiamo compiuto i primi passi nello studio della cosmologia.

Postulare che il comportamento della materia dipenda anche dall’osservatore puo’ apparire assurdo a chi non ha ancora compiuto il primo passo nella fisica quantistica.

Postulare che il tempo possa oggettivamente trascorrere a velocità differenziate sembra assurdo per chi non ha compiuto il primo passo in materia di “relatività”.

Postulare che il corpo umano sia il frutto esclusivo dell’evoluzione biologica puo’ apparirci assurdo se non abbiamo compiuto i primi passi studiando come procede l’evoluzione sulla terra.

Ecco allora che il primo passo – quello che compio qui – diventa cruciale. La “conoscenza di fondo” è tutto quando si parla di miracoli, di tempo, di infiniti universi eccetera. E’ nella conoscenza di fondo che deve risiedere il buon senso, non nella conoscenza finale a cui si giungerà.

Di seguito sosterrò che l’ipotesi teista prevale come spiegazione migliore della realtà globale, almeno se utilizziamo i comuni criteri con cui selezioniamo le ipotesi scientifiche.

Una tesi ardita, mi rendo conto, specie se calata in un mondo accademico che tollera la fede purché non abbia pretese razionali.

Il programmino è all’incirca il seguente.

Dapprima definisco cosa intendo per “Dio”.

Poi difenderò l’ipotesi teista dal punto di vista epistemologico: è l’ipotesi più semplice.

Poi la difenderò dal punto di vista empirico (una volta si diceva “cosmologico”): è l’ipotesi più probabile.

Poi la difenderò dal punto di vista antropologico: è la più adatta nel dar conto dell’esistenza di una creature libera e cosciente come l’uomo.

Infine la difenderò contro le obiezioni più frequenti: quelle legate alla presenza del male e all’assurdità dei miracoli.

Nella mia difesa razionale accantono gli argomenti logici – che mi sembrano piuttosto sofistici – e anche quelli esistenziali legati al senso della vita e alla morale: penso che anche un ateo possa a suo modo dar senso alla propria vita e riconoscere molti precetti morali fondamentali.

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Secondo Edoardo Lombardi Vallauri, Dio è un concetto indefinibile e comunque insensato.

Certo, non lo si puo’ definire in modo completo, ma questa lacuna interessa molte realtà concrete che mai liquideremmo come “indefinibili e insensate”.

Se vogliamo definizioni esaustive, allora dobbiamo ripiegare sulla matematica o sulla geometria, ovvero scienze prive di contenuti. Non mi sembra un bell’affare. Per quanto riguarda Dio, la definizione di cui disponiamo è più che sufficiente per condurre ragionamenti sensati.

Innanzitutto, il Dio dei credenti è una persona che possiede poteri infiniti.

Il teismo afferma che Dio è un essere personale. Per persona intendo un individuo con poteri di base legati all’azione intenzionale. Dio ha dei propositi suoi propri e delle se credenze. L’elemento caratterizzante è che Dio possiede questi poteri in misura infinita.

Come si vede una definizione semplice, che anche un bambino puo’ afferrare.

Ma vediamoli questi poteri: Dio innanzitutto è onnipotente.

L’azione divina non è limitata dalle leggi della natura poiché Dio può mutarle e sospendere a suo piacimento. Per usare il termine tecnico, Dio è onnipotente: può fare qualsiasi cosa.

E’ anche  onnisciente.

Dio dovrebbe essere onnisciente, cioè puo’ conoscere tutto. In altre parole, qualunque cosa sia vera, Dio sa che quella cosa è vera.

Dio è perfettamente libero (non condizionato da alcunché nelle sue scelte).

Le persone umane sono influenzate nel formare i loro propositi dai loro desideri, dalle loro inclinazioni intrinseche, dal contesto, eccetera. Siamo liberi in una certa misura di contrastare i nostri desideri e compiere azioni differenti da quelle che loro ci comandano,  ma tutto cio’  richiede uno sforzo non da poco. Gli esseri umani hanno un libero arbitrio limitato. In Dio, per contro, il libero arbitrio è invece assoluto: Dio è perfettamente libero.

Anche queste ultime descrizioni è facilmente afferrabili da un bambino, basta che pensi ad un Supereroe e il più è fatto.

Certo, andrebbe operataa qualche precisazione sull’onnipotenza divina: Dio puo’ fare “tutto quello che si puo’ fare” e, quindi, non puo’ fare “quel che non si puo’ fare”, In questo senso anche l’onnipotenza divina è limitata dalla logica.

Un essere onnipotente può fare qualsiasi cosa. Ma questo significa forse che possa far esistere l’universo e al contempo non farlo esistere? Oppure che possa fare in modo che 2 + 2 sia uguale a 5? Oppure ideare una forma quadrata e rotonda allo stesso tempo? Oppure cambiare il passato? La tradizione religiosa maggioritaria ha affermato che Dio non può fare queste cose; non perché Dio sia debole, ma perché certe locuzioni – per esempio, “ideare una forma quadrata e rotonda allo stesso tempo” – non descrivono nulla che abbia un senso. Dio non può fare ciò che è logicamente impossibile (ciò che potrebbe essere descritto solo con affermazioni insensate). 

 

Lo stesso deve dirsi della sua onniscienza.

Poiché a Dio non può essere richiesto di fare ciò che è logicamente impossibile da fare, a Dio nemmeno può essere richiesto di sapere cio’ che è logicamente impossibile sapere.

Mi sembra che sia logicamente impossibile sapere (senza possibilità di errore) ciò che qualcuno farà liberamente domani. Almeno se definiamo in modo radicale la libertà. Quindi, nessuno (nemmeno Dio) può sapere oggi (senza possibilità di errore) cosa sceglierò di fare domani. Per questo suggerisco di intendere per onniscienza divina il fatto che Dio sappia in qualsiasi momento tutto ciò che è logicamente possibile sapere in quel momento.

Dio è anche eterno, nel senso che il suo essere non ha né un inizio né una fine.

Dio – persona onnipotente, onnisciente e perfettamente libera – è, secondo il teismo, eterno. Ma ci sono due diversi modi di comprendere questo aggettivo. Possiamo comprenderlo, come chiaramente hanno fatto gli scrittori biblici, come esistente da sempre e per sempre. Io ritengo che questo attributo sia facilmente comprensibile da chiunque, e poiché la comprensibilità è un attributo primario della ragione, direi di imboccare questa via.

Ma c’è un altro modo di intendere “eterno”: possiamo comprendere l’aggettivo “eterno” come “senza tempo”, oppure “fuori dal tempo”.

Dio sarebbe eterno nel senso che esisterebbe al di fuori del tempo. Questo è il modo in cui tutti i grandi teologi e filosofi dal quarto al quattordicesimo secolo dopo Cristo (Agostino, Boezio e San Tommaso d’Aquino, per esempio) hanno compreso l’eternità di Dio.

In questo senso la mia visione si discosta da questa venerabile tradizione. 

Anche se molti insigni teologi hanno abbracciato questo secondo significato, personalmente preferisco accantonarlo, proprio perché difficile se non impossibile da comprendere per la mente umana. E non solo alla mente dei bambini! Come immaginare, infatti, un’azione fuori dal tempo? Impossibile. Un Dio fuori dal tempo è necessariamente impossibile, non riesco ad immaginarmelo come un triangolo. Non riesco a pensare che un triangolo ascolti le mie preghiere. Non posso pensare a Dio come a qualcuno che conosce tutto quanto è accaduto nel 1995 e al contempo pensarlo come un punto o una forma geometrica. Se lo pendo come essere intelligente devo pensarlo nel tempo. Eterno ma nel tempo.

 

Per esempio, non posso vedere che tutto ciò possa essere inteso dicendo che Dio sa (come accadono) gli eventi del 1995, a meno che non significhi che esiste nel 1995 e sa nel 1995 cosa sta succedendo allora … Quindi preferisco la comprensione di Dio essere eterno come il suo essere eterno piuttosto che il suo essere senza tempo. Esiste in ogni momento di un tempo infinito.

Dio, poi, non ha un corpo.

Dio è supposto senza corpo: la sua esistenza, la sua azione e la sua conoscenza non dipende dalla materia. Dio è puro spirito e pura intelligenza.

Anche questo concetto non presenta problemi per un adulto, e non è poi così difficile nemmeno per un bambino che comunque possiede un’idea di spirito.

Basta pensare all’esperienza di svegliarsi in una stanza buia senza sentire il proprio corpo – operazione facile anche per un’immaginazione scadente – per comprendere molto bene cosa significa “puro spirito”.

Dio è onnipresente. Un concetto in sè difficile se la presenza è intesa come estensione spaziale. Tuttavia, tutto diviene più semplice se riconduciamo l’onnipresenza all’onnipotenza: Dio puo’ fare tutto, ovunque e in ogni momento.

Concludiamo dicendo che l’esistenza di una simile persona ha delle conseguenze logiche. Una si impone su tutte.

Dio, essendo onnipotente, avrebbe potuto impedire all’universo di esistere, se solo lo avesse voluto. Quindi l’universo esiste solo perché egli lo consente. In questo senso, quindi, Dio è il creatore dell’universo e, essendo – per lo stesso argomento – ugualmente responsabile della sua esistenza continua, è anche il “sostenitore” dell’universo.

Il fatto che Dio oltre a creare l’universo lo sostenga (lo renda esistente in ogni momento) rende superflua persino la teoria del Big Bang come prova che l’universo abbia un inizio e quindi come indizio di presenza divina.

Per il credente l’universo potrebbe aver iniziato un certo numero di anni fa; le attuali prove scientifiche suggeriscono che l’universo abbia iniziato a esistere con il “Big Bang” circa 15.000 milioni di anni fa. Ma per lui l’universo potrebbe essere esistito per sempre. Il teista in quanto tale non è impegnato in una di queste posizioni.

Anche di fronte ad un universo eterno, infatti, noi dovremmo comunque rispondere alla domanda: “perché qualcosa anziché il nulla?”.

Un’altra conseguenza riguarda le leggi di natura.

 

Dio è responsabile, non solo dell’esistenza di tutti gli oggetti, ma anche delle loro proprietà.

Dio è anche responsabile dell’esistenza degli uomini. Cio’ significa che – non avendo alla nostra origine una radice nella  necessità fisica – la nostra libertà, per quanto minima sia, è molto più facilmente immaginabile.

 

Dio interviene poi nella sua creazione attraverso dei miracoli. Per esempio, cura un cancro attraverso un intervento miracoloso. Ma perché lo fa? Rinvio la risposta all’ultima sezione, qui mi  interessa dare solo un resoconto dell’azione divina.

Ma perché un Dio del genere sarebbe perfettamente buono?

Bè, un Dio perfettamente libero e che puo’ tutto fa sempre la cosa giusta, ed essere buoni è “giusto”. Il suo essere perfettamente buono deriva dal suo essere perfettamente libero e onnisciente. Una persona perfettamente libera farà inevitabilmente ciò che crede di essere (nel complesso) l’azione migliore.

Quale sarà il rapporto tra Dio e la morale? Bè, se ci sono verità morali – verità su ciò che è moralmente buono e cattivo – una persona onnisciente le conoscerà necessariamente.

Tuttavia, le leggi morali fondamentali possano essere colte anche dalla ragione umana indipendentemente dalle indicazioni divine: è sicuramente sbagliato torturare i bambini per divertimento, e questo indipendentemente dal fatto che esista o meno un Dio.

Cio’ non toglie che Dio ponga alcuni doveri strettamente legati alla Rivelazione. Dio, per esempio, è un generoso benefattore. Uno degli obblighi umani è (entro certi limiti) compiacere i nostri maggiori benefattori – dare loro qualcosa in cambio rispetto al grande favore che ci hanno fatto. 

Ma perché a volte Dio ci chiede questo surplus di obbedienza? Un’analogia lo spiega bene.

Quando Dio ci chiede di fare certe cose, diventa nostro dovere farle. Proprio come (entro limiti ristretti) diventa nostro dovere fare certe cose se i nostri genitori (quando siamo bambini) ce le chiedono.  Non sarebbe un dovere dedicare la domenica alla sua adorazione se Dio non avesse fatto sentire la sua voce in tal senso.

 

Ma anche in tema di doveri morali l’onnipotenza di Dio soffre alcuni limiti che oserei definire “logici”. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Abbiamo appena visto che Dio è una fonte di obbligo morale: i suoi comandi creano dei doveri. Ma Dio non può esentarci da doveri che sono chiaramente nostri: non può rendere giusto torturare i bambini per divertimento. E’ sbagliato ordinare cio’ che è sbagliato. Mi rendo conto che alcuni lettori potrebbero essere sorpresi nel constatare che un credente possa affermare una tale indipendenza tra alcune verità morali e la volontà di Dio. Questa è, tuttavia, una questione su cui la tradizione filosofica cristiana è stata divisa proprio a metà; e nel dire quello che ho detto mi schiero che con due grandi menti come San Tommaso d’Aquino e il filosofo scozzese del XIV secolo Duns Scoto. Ma, se ci sono verità morali come “è sbagliato torturare i bambini per divertimento” che reggono indipendentemente dalla volontà di Dio, dobbiamo immaginarci che l’ordine divino “tortura i bambini per divertirti” sia insensato, ovvero suoni come il “realizza una forma quadrata che sia anche rotonda” di cui dicevamo prima.

 

Ci sono poi alcune azioni particolarmente lodevoli che meritano l’elogio, anche se chi non le compie non merita condanna:

Si tratta di “buone azioni” che eccedono l’obbligo minimo, sono note come azioni supererogatorie. Nessuna colpa ci viene imputata se non riusciamo a compierle, ma siamo da lodare quando lo facciamo. Non ho alcun obbligo gettarmi su una granata che sta per esplodere per salvare la vita di un amico. Ma se lo faccio merito le più alte lodi. Non ho l’obbligo di sposarmi e avere figli; ma, se ho figli, ho l’obbligo di nutrirli ed educarli. Ciò suggerisce un parallelo con la persona divina: anche Dio non ha l’obbligo di creare l’uomo, questo è un suo atto supererogatorio. Detto questo, con cosa viene a coincidere la bontà umana? Lo vedremo meglio parlando di Gesù (l’uomo perfetto), mi limito ad anticipare che una buona ipotesi è questa: compiere tutti gli atti buoni, questo non è logicamente possibile. Presumibilmente nell’ astenesti dalle cattive azioni adempiendo tutti i propri obblighi contornandoli con alcune azioni “eroiche”.

E’ appena il caso di aggiungere che Dio è unico, ma una conseguenza del genere, dopo la descrizione data, si presenta come necessaria.

Queste, dunque, sono le caratteristiche di Dio, non basta sapere che esistano, bisogna pensarle come proprietà necessarie.

2.

Ora che abbiamo visto cos’è “Dio” (anzi, “chi è”), vediamo cosa deve intendersi col termine “spiegazione”.

Una teoria del tutto deve spiegare la realtà nella sua totalità.

Il mondo è formato da oggetti – scrivanie e alberi, stelle e galassie, atomi ed elettroni, animali e esseri umani – che chiamiamo “sostanze” . Le sostanze posseggono delle proprietà: sono quadrate o hanno una certa carica di massa o elettrica; ma hanno soprattutto relazioni con altre sostanze. Gli eventi sono causati dunque dalle sostanze. Esempio: a dinamite ha causato l’esplosione, una certa palla da biliardo ha causato l’allontanamento di un’altra palla da biliardo e il tiratore ha provocato il movimento del grilletto della pistola.

Ebbene, gli esseri umani hanno da sempre cercato le vere spiegazioni di tutti gli eventi in cui si imbatte.

Le spiegazioni disponibili sono di due tipi.

C’è una causalità inanimata, e c’è una causalità intenzionale.

La prima, quella che si presenta in termini di proprietà meccanicistiche legate agli oggetti, è una spiegazione inanimata. La seconda – che tira in ballo credenze e scopi – è “intenzionale”. 

Eventi diversi hanno spiegazioni di natura diversa anche se alcuni filosofi ritengono che le spiegazioni del primo tipo siano sufficienti alla bisogna:

Alcuni pensatori hanno affermato, cioè, che le persone e i loro scopi non facciano realmente differenza per ciò che accade; gli eventi cerebrali causano e sono causati da altri eventi nervosi e provocano movimenti corporei senza che le persone e gli scopi facciano alcuna differenza. Senonché,  è difficile pensare coerentemente in questo modo. Occorrono molte forzature. La spiegazione inanimata puo’ essere riassunta nella formula: condizioni iniziali + leggi di natura = condizioni finali. Le leggi della natura possono essere universali (per esempio ‘tutte le particelle di luce viaggiano con una velocità di 300.000 km / sec . ‘) o statistiche (‘ tutti gli atomi di radio hanno una probabilità di ½ di decadimento entro 1,620 anni ‘) ..

La bontà di un’ ipotesi esplicativa si misura su quattro parametri: (1) accuratezza, (2) semplicità, (3) coerenza con la conoscenza pregressa e (4) inesistenza di un’ipotesi migliore.

Esempio: le tre leggi del moto di Newton e la sua legge di attrazione gravitazionale sono semplici (criterio 2) – almeno in confronto con alternative che potrebbero essere costruite.

La ‘semplicità’ di una teoria scientifica si realizza quando l’ipotesi postula poche sostanze (oggetti), ognuna delle quali si  mette in relazione con le altre in un modo descrivibile da formule matematiche le più semplici possibili.

Nella storia della scienza, tra i vari criteri, è quello della semplicità ad essersi dimostrato decisivo. Questo per il semplice fatto che non c’è nulla di più facile che costruire una teoria “accurata”, ovvero in grado di rendere conto dei fatti. Quel che è difficile è costruirne una semplice. La teoria di Tolomeo corretta dagli epicicli spiega l’universo al pari della teoria galileiana, ma quest’ultima è più semplice. 

Anche per questo il criterio della semplicità merita di essere approfondito:

Alcune teorie postulano “oggetti” che vanno oltre oltre quelli osservabili (come per esempio gli atomi e gli elettroni, o i quark o i quasar), ebbene il criterio della semplicità ci  impone di limitare questi oggetti, di limitare le loro proprietà: meno sono meglio è!

La regola per cui non dovresti mai postulare un numero di oggetti maggiore di quello strettamente necessario per speigare le tue osservazioni è spesso chiamata “rasoio di Ockham”. Ma come questa regola viene applicata dipende da ciò che si intende per “bisogno”. Ora vedremo meglio la questione.

I quattro criteri con cui giudichiamo un’ipotesi valgono anche per le spiegazioni personali.

Nello spiegare alcuni fenomeni causati da persone, cerchiamo un’ipotesi che sia in grado di predire certe situazioni in modo semplice e plausibile (adattabile alla nostra conoscenza pregressa).

I quattro criteri sono sempre al lavoro in ogni impresa conoscitiva nel selezionare la teoria migliore.

 

3.

Ora vediamo perché l’ipotesi teista è più ragionevole delle concorrenti quando si tratta di fornire una spiegazione ultimativa delle cose.

Cominciamo con l’osservare che a volte, nei nostri resoconti, spiegazioni inanimate e personali si intrecciano.

Le leggi della fisica, per esempio, spiegano perché una palla caduta da una torre a 64 metri da terra impieghi due secondi per raggiungere il suolo. Ma ricorriamo ad una spiegazione personale quando ci viene chiesto perché quel corpo è stato sganciato da una simile altezza.

La spiegazione ultima è quella che conta nel nostro caso.

La ricerca umana è concentrata sulla spiegazione ultimativa di ciò che è osservabile, ovvero quella cosa da cui tutto dipende. Quella cosa che sta in cima alla catena.

Sembrano esserci tre possibili spiegazioni finali disponibili.

La prima è quella materialista: una “spiegazione inanimata” completa.

La seconda è una teoria mista, la chiamerei “umanista”, nella quale si mischiano fattori inanimati e fattori personali.

L’ultima – il teismo – è quella che punta sul fattore personale, dove tra le persone si includono, non solo le persone umane, ma un essere personale di un tipo completamente diverso, Dio.

Questi tre concorrenti dovranno essere valutati sulla base dei criteri forniti nella sezione precedente.

La mia tesi è che il teismo fornisca di gran lunga la spiegazione più semplice disponibile. Il materialismo non è un’ipotesi particolarmente semplice quando si devono spiegare alcune realtà. L’umanesimo, poi, è un’ipotesi ancor più cervellotica del materialismo, qui non la prendo neanche in considerazione.

 

La spiegazione materialista è estremamente complessa, vediamo meglio il perché.

La grande complessità del materialismo deriva dal numero esorbitante di postulati di cui abbisogna per supportare la sua spiegazione, ovvero dal numero esagerato di oggetti e proprietà da premettere alla spiegazione.

Esempio: esiste un pezzo di rame che ha determinate proprietà, per esempio quella di espandersi se sottoposto a certe temperature. Il materialista descrive bene questo fatto. Ma poi?

Purtroppo per lui, tutti pezzi di rame possiedono quelle stesse proprietà osservate prima, eppure lui non è in grado di dire questa cosa.

Questo fatto crea un problema poiché bisogna spiegare come mai pezzi di rame differenti hanno le medesime proprietà.

Per ogni evento, la spiegazione materialista del perché sia accaduto si trova quindi nelle proprietà degli oggetti particolari coinvolti in quell’evento. Ma se è così la spiegazione finale è un coacervo di innumerevoli spiegazioni con innumerevoli postulati. Un gran casino.

La spiegazione finale della velocità a cui cade dalla torre un certo corpo risiede nelle proprietà di quel corpo e della terra. Un corpo simile si comporterà in modo simile ma necessiterà di una sua spiegazione ad hoc poiché è pur sempre un corpo differente dal primo. La spiegazione finale del perché un certo pezzo di rame si espande se riscaldato si trova solo e unicamente nelle proprietà di quel pezzo di rame specifico.

Il materialismo è costretto nei fatti a dare innumerevoli spiegazioni ad hoc per ogni evento poiché è incapace di generalizzare.

Ecco, il materialismo non puo’ generalizzare (e quindi semplificare): se un pezzo di rame ha le stesse proprietà di un altro pezzo di rame questa è una coincidenza da registrare come tale. La coincidenza di certe proprietà è un “fatto bruto” che la teoria deve postulare e poiché le proprietà coincidenti sono innumerevoli, sono tali anche i postulati necessari. Le cause ultime si moltiplicano in una spiegazione del genere.

Il ragionamento puo’ ripetersi anche nella dimensione temporale: perché mai un pezzo di rame di un secolo fa si comporta come un pezzo di rame a noi contemporaneo?

Il materialista non sa rispondere, si limita a dire che il primo pezzo di rame ha certe proprietà e il secondo – per mera coincidenza – ha proprietà simili.

Le due spiegazioni vengono a coincidere ma restano due spiegazioni differenti con postulati differenti per due realtà differenti.

Facciamo un’analogia: i miei genitori hanno causato la mia venuta al mondo ma se ora esisto la cosa non dipende più da loro: io esisto in virtù di qualcosa che riguarda solo me. Non sono più i miei genitori a “sostenere” la mia esistenza, cosicché esisto in virtù di qualcos’altro.

Il materialista si trova in questo blocco: non puo’ risalire ad un’ unica causa iniziale, ad una “singolarità” nel passato, deve continuamente tornare sull’oggetto specifico di cui gli si chiede conto. Ad ogni secondo che passa l’oggetto che deve “”spiegare è differente, e le spiegazioni si moltiplicano. Per questo la sua rimane un’ipotesi molto arruffata: postulare che le cause complete delle cose deve continuamente rifarsi a innumerevoli oggetti separati. la complessità esplode, la sua ipotesi è così tutt’altro che promettente.

E’ appena il caso di ricordare che una spiegazione è tanto più complessa quanto più numerosi e complicati sono gli assunti che richiede.

Il teismo non ha di questa necessità poiché basta assumere la presenza di Dio per spiegare tutto. Un solo oggetto spiega tutti gli oggetti.

Detto con altre parole: perché un certo atomo ha certe caratteristiche oggi che permangono anche domani? Il materialista risponde “boh, è così punto e basta”, che tradotto significa che “postula” che sia così: questa operazione richiede almeno DUE postulati: uno per le caratteristiche dell’atomo oggi, un altro per le caratteristiche dell’atomo di domani. E il discorso che abbiamo fatto nel tempo possiamo ripeterlo nello spazio: perché questo atomo ha le stesse caratteristiche di quello? Anche qui segue il “boh” materialista e il doppio postulato. Al teista, in un caso del genere, basta invece un unico postulato: Dio. Con quello spiega tutto. Puo’ fare a meno del postulato 1, del postulato 2 e di tutti gli altri. Ora, poiché il numero di premesse incide sulla complessità di una teoria, questa considerazione depone decisamente a favore del teismo.

Certo, il teista, rispetto al materialista, deve postulare l’esistenza di Dio. Ma Dio è un “oggetto” semplicissimo poiché le sue proprietà – come abbiamo visto nella definizione – sono presenti senza limiti (infinito).

La quantità “infinita” ci esonera dal dover descrivere dei limiti, a parte quelli logici visti prima.

La spiegazione teista è semplice perché il concetto di Dio è semplice.

Un esempio concreto illustra bene perché il concetto di “infinito” è più semplice rispetto a quello di “limite”.

La teoria della gravità di Newton postulò che la forza gravitazionale viaggiava con velocità infinita, piuttosto che con una velocità finita molto grande. Era più semplice pensare in questi termini. Allo stesso modo nel Medioevo la gente credeva che la luce viaggiasse con una velocità infinita piuttosto che ad una grande velocità finita.  Solo quando nel diciassettesimo secolo Römer  compì delle osservazioni incompatibili con la teoria della velocità infinita fu accettato che la luce avesse una velocità finita.

È un’ipotesi più semplice postulare una quantità infinita piuttosto che “molto grande”.

Per questo il teismo fornisce il tipo più semplice di spiegazione personale dell’universo.

Del limite vanno descritti i confini, un operazione complessa. Nel caso di quantificazione infinità questa necessità decade.

Possiamo concludere che dal punto di vista epistemologico il teismo si fa preferire alle spiegazioni rivali.

4.

E’ abbastanza sorprendente che il nostro mondo sia tanto ordinato. Ma la sorpresa riguarda il materialista più che il teista.

Diamo un’occhiata all’universo e alle straordinarie coincidenze che propone.

Esiste un universo fisico costituito da innumerevoli frammenti variamente articolati tra loro. È già straordinario che debba esistere qualcosa piuttosto che niente.

Sicuramente lo stato di cose più naturale è semplicemente il “niente”: niente universo, niente Dio, niente. Ma c’è qualcosa.

Ma la meraviglia si spinge oltre: ogni oggetto (per esempio il rame), per quanto distante nel tempo e nello spazio, possiede le medesime proprietà. Ma come è possibile? Se cio’ non ha una spiegazione ben precisa, sarebbe una straordinaria coincidenza.

Come dare conto di questa uniformità? Quella che cerchiamo è una Teoria del Tutto.

Supponiamo che esista una teoria del tutto. Ogni atomo e ogni elettrone dell’universo ha le medesimi proprietà. Perché’

Una coincidenza straordinaria per chi si ferma alle spiegazioni scientifiche.

Ma nessun ricercatore razionale accetta “coincidenze straordinarie”.

Se tutte le monete trovate in un sito archeologico hanno gli stessi contrassegni, o tutti i documenti in una stanza sono scritti con la stessa calligrafia, cerchiamo una spiegazione comune che vada al di là della coincidenza straordinaria.

Le apparenti coincidenze richiedono a gran voce una spiegazione: perché mai ogni elettrone con la medesima carica dovrebbe respingere gli elettroni di carica differente?

Perché mai le querce danno tutti ghiande? Perché mai le tigri si comportano come le altre tigri? Perché esistono delle leggi di natura?

Perché tanta inattesa regolarità?

Se gli oggetti materiali si comportassero in modo totalmente erratico, non saremmo in grado di controllare il mondo o le nostre vite in alcun modo. E’ per noi una fortuna che esistano delle regolarità.

Quindi, nel cercare una spiegazione del perché tutti gli oggetti materiali abbiano proprietà comuni, dovremmo cercare un’origine comune che al contempo si coordini con questa nostra “fortuna”.

 

L’ipotesi teista soddisfa questa condizione.

L’ipotesi teista fa sì che la regolarità nel mondo sia da noi attesa come probabile.

Innanzitutto, Dio, essendo onnipotente, è in grado di produrre un mondo ordinato.

Non solo, ha buone ragioni per scegliere di farlo: un mondo che contiene persone umane, innanzitutto, è buona cosa. Le persone hanno esperienze, pensieri e possono fare delle scelte. Queste scelte possono fare la differenza per sé e per gli altri. E’ un bene che sia così. In altri termini: la libertà dell’uomo è un bene e ci attendiamo che un Dio buono la valorizzi.

In un universo ordinato la nostra libertà ha senso: possiamo sforzarci di capirlo senza che questo sforzo appaia assurdo.

Possiamo imparare come funziona il mondo e così imparare quali azioni avranno gli effetti migliori. Capire il mondo è essenziale per valorizzare la nostra libertà.

Possiamo imparare rapidamente quando è probabile che le rocce cadano, quando i predatori attaccano, in che tempi una pianta cresce…

Come un buon genitore, un Dio generoso dosa la nostra conoscenza (la ricerca è infinita) e pretende da noi uno sforzo per ottenerla. E’ una forma di rispetto per la nostra libertà.

Ma il mondo come teatro ideale dell’azione umana non è l’unica ragione per cui Dio lo fa ordinato. Innanzitutto anche gli animali superiori sono coscienti, imparano e pianificano, e la prevedibilità delle cose consente loro di farlo.

Ma oltre a ciò un mondo ordinato è un mondo meraviglioso. La bellezza consiste in una forma sempre misteriosa di ordine, mai completamente afferrata. Il caos completo è brutto.  Dio ha ragione nel creare un mondo bello poiché la bellezza è una buona cosa. Basta che una sola persona la osservi e il bene che produce ripaga la creazione.

Gli uomini  vedono nella comprensibilità e nella bellezza del mondo come indizio di un creatore buono, e questo li rassicura.

Già Tommaso vedeva nell’ordine del mondo l’innesco delle sua quinta via.

Ma c’è anche un ordine nei nostri corpi. Come darne conto?

Il corpo umano è una macchina molto complicata. Già nel XVIII secolo alcuni pensatori sostenevano che non fosse possibile pensarlo come opera del casol’intervento Divino era ritenuto da questi autori come una necessità.

Come si può pensare l’esistenza di un cervello umano senza l’esistenza di un creatore? Si tratta di un organo troppo complesso per essere emerso in modo casuale.

L’autore più noto tra coloro che adottarono questo approccio fu William Paley.

Si badi bene, la sua proposta non implicava che la creazione fosse avvenuta in un momento particolare. Il pensiero di Paley rimaneva compatibile con una forma di “evoluzionismo guidato“.

In realtà il darwinismo ha portato un serio attacco a questa concezione.

  Darwin ci ha insegnato un’altra storia e i biologi contemporanei hanno via via colmato  le sue lacune conservando l’essenza della sua ipotesi di fondo.

L’opera di Richard Dawkins, tanto per dire, ripropone la concezione darwiniana ripulita e corretta in tutta la sua radicalità.

La spiegazione darwiniana dell’esistenza di organismi complessi è sicuramente corretta, e con essa il teologo deve fare i conti, purtuttavia non sembra stare in piedi come spiegazione ultima della realtà umana.

Anche ammesso che esistano delle leggi di natura come quelle isolate da Darwin, perché mai dovrebbero esistere? E perché mai proprio quelle?

Il materialista si limita a dire che una spiegazione per questo fatto non esiste. Punto. Trattasi di “fatto bruto“.

Per il teista, d’altro canto, la spiegazione risulterebbe semplice: Dio ha posto queste leggi affinché il mondo e l’uomo potessero venire gradualmente ad esistenza così come sono. Più sopra abbiamo appena visto perché l’esistenza dell’uomo sia un bene e quindi qualcosa di desiderabile per un essere perfettamente buono come Dio.

Consideriamo poi che un “brodo primordiale” differente nella sua composizione chimica rispetto a quello effettivo avrebbe dato esiti differenti.

In realtà possiamo dire molto di più, e cioè che delle condizioni di partenza differenti non avrebbero portato alla nascita della vita. Le condizioni iniziali favorevoli alla vita sono il frutto di una coincidenza.

Le cose, così come le vediamo, derivano da condizioni di partenza affatto particolari.

Se retrocediamo poi di 15 milioni di anni, ovvero all’epoca in cui l’universo comincio a formarsi, ci rendiamo conto che solo condizioni particolarissime spiegano che la nostra esistenza.

Come reagisce il materialista di fronte a questi fatti. Nell’unico modo che conosce: trattasi di coincidenza straordinaria. Punto.

Se le cose stanno in questi termini è sbagliato pensare che Darwin abbia spiegato il mistero dell’uomo, come sembra a pensare ingenuamente il buon Richard Dawkins quando si improvvisa teologo. Questo per il semplice fatto che esistono eventi antecedenti alla vita sulla terra, e sono questi eventi ad incarnare le “condizioni iniziali” per noi rilevanti.

Darwin, per meglio dire, non prende in considerazione questi fatti, il dominio della sua ricerca è molto più limitato, e quindi non spiega affatto come mai le condizioni iniziali del nostro universo fossero tanto particolari da consentire in ultima analisi la venuta ad esistenza dell’uomo.

  Il principio antropico afferma che se noi esistiamo e siamo qui, e che questa realtà è talmente sorprendente da dover essere spiegata.

E’ chiaro come le implicazioni del principio antropico siano favorevoli all’ipotesi teista.

Visto che nessun ricercatore razionale accetta come spiegazione l’esistenza di uno coincidenza tanto straordinaria, l’unica spiegazione che rimane in campo a disposizione dell’uomo di ragione è quella teista.

In realtà c’è un’obiezione ricorrente a questo schema, e suona all’incirca così: “tutti coloro che vincono la lotteria sono oggetto di una sorprendente coincidenza, che però non va spiegata affatto poiché ovvia”.

Senonché, una simile obiezione sembra equivocare l’argomento.

Si obietta nella sostanza che qualora le cose fossero andate diversamente non ci sarebbe stato nessuno a commentarle come facciamo noi ora qui. Di conseguenza, non c’è nulla di sorprendente se noi ci ritroviamo immersi in un universo ordinato non ne avremmo potuto mai trovare uno diverso.

Un’analogia serve a comprendere come questo ragionamento sia fallace.

Supponete che un uomo malvagio rapisca una vittima, la imbavaglia e la costringe in una stanza dove c’è una macchina che seleziona casualmente delle carte da gioco pescandole 10 mazzi differenti. Il sadico sottopone la sua vittima ad un gioco crudele: la macchina verrà messa in azione e qualora non peschi contemporaneamente 10 assi di cuori innescherà un esplosione letale per il prigioniero.

E’ chiaro che se la probabile conclusione funesta del giochetto si dovesse realizzare, la vittima non potrebbe mai verificare le carte estratte.

Quando si passa all’azione l’imponderabile si verifica, 10 assi di cuori vengono estratti e il sacrificio umano è evitato.

La vittima predestinata è la prima a pensare che un simile ha fatto straordinario debba essere spiegato.

Ma il boia si sorprende di questa esigenza e afferma – pensando di essere rigoroso – che non c’è nulla di sorprendente nel fatto che la macchina abbia selezionato 10 assi di cuori. D’altronde, se fosse andata diversamente, la vittima predestinata non sarebbe sopravvissuta, quindi, perché mai tanta curiosità?

Come si può facilmente constatare è la vittima ad essere dalla parte del buon senso e il sadico a condurre ragionamenti sofistici. La curiosità della prima è più che legittimamente e l’obiezione del secondo campata in aria.

La curiosità del teista non riguarda il fatto che noi percepiamo un ordine piuttosto che un disordine ma il fatto che questo ordine esista.

Può darsi anche che sia banale il fatto che noi percepiamo un ordine, d’altronde possiamo percepire solo quello, ma ciò non rende banale il fatto che questo ordine esista.

Alla luce del principio antropico, la vera ipotesi rivale del teismo diventa allora quella dei mondi infiniti.

Questa ipotesi sostiene che esistono miliardi e miliardi di universi e che il nostro è solo uno dei tanti.

In questa miriade è chiaro che tutte le possibilità si esauriscano, cosicché il fatto che esista un universo come il nostro non sia più una straordinaria coincidenza ma rasenti la necessità.

L’ipotesi ha una sua coerenza interiore, ma francamente non esiste alcun motivo per credere vere le complicate premesse su cui si fonda.

In conclusione possiamo dire che l’ipotesi di Dio è la teoria del tutto più coerente con l’evidenza disponibile.

Si noti che il Dio del teismo di cui sto parlando non ha niente a che  vedere col “dio tappabuchi” di certe fedi.

Il nostro Dio spiega perché la scienza spiega e non spiega ciò che la scienza non spiega.

5.

L’ipotesi teista spiega bene anche il libero arbitrio dell’uomo e la sua coscienza, evidenze che il materialismo, senza alcuna dimostrazione, non puo’ che definire illusorie.

I corpi, infatti, non sono l’unica chiara evidenza che ci sta davanti in questo mondo.

Gli uomini sono esseri coscienti: hanno pensieri e sentimenti. Gli atomi, per contro, non hanno né pensieri né sentimenti.

Il fatto che io abbia dei pensieri per me è ancora più evidente che il fatto di possedere un corpo. Si noti che chi elude le evidenze denuncia un atteggiamento antiscientifico.

Per quanto detto prima, la coscienza non può essere un attributo della materia, deve essere  attributo di qualcosa collegato alla materia.

Questa alterità presente a fianco della materia vorrei chiamarla anima.

La scienza nulla ci dice dell’anima mentre il teismo può spiegare agevolmente della sua presenza.

Il dualismo (esistenza di anima e corpo) sembra la necessaria posizione di partenza per un approccio ragionevole e fedele alle evidenze.

Mentre il corpo possiede una sostanza materiale, l’anima ne possiede una immateriale.

Mentre il corpo esiste in una dimensione pubblica facilmente constatabile da tutti, la mente esiste una dimensione privata facilmente constatabile in modo diretto solo da noi.

Mente e cervello ci appaiono come entità ben distinte anche se senz’altro collegate.

La differenza è abbastanza facile da cogliere. Io, per esempio, posso studiare il il mio cervello grazie ad un sistema di specchi e microscopi, esattamente come può farlo chiunque altro. Ma ho invece un accesso privilegiato per conoscere il mio dolore, i miei pensieri e tutti gli stati della mia mente. Questo perché li provo in prima persona, e nessun altro può sostituirsi a me in questa esperienza solipsista.

Un neurofisiologo non può osservare come la qualità di un colore che si presenta nel mio campo visivo. Solo io posso farlo, poiché si tratta qualità soggettiva.

L’alternativa è quella di sostenere che l’uomo sia composto solo da materia e che tutto il resto sia illusorio e quindi riconducibile alla materia.

In questo caso le mie rappresentazioni mentali, come per esempio il fatto di provare paura, sarebbero visibili al microscopio da un terzo.

Questo modo di vedere le cose è noto come monismo.

Poiché l’anima definisce la nostra identità, il monismo finisce per identificare la nostra identità con la materia. Ma questa posizione puo’ essere confutata con l’esperimento mentale dei trapianti di cervello.

Il cervello può essere rappresentato dai suoi due emisferi. Ora, c’è una buona evidenza che l’uomo possa vivere ed essere cosciente anche se privo di uno dei due emisferi.

Immaginate allora che qualcuno estragga uno dei miei due emisferi e lo trapianti nella scatola cranica di un’altra persona, per esempio un mio fratello gemello a cui è stato rimosso il suo cervello originale.

Alla fine di questa operazione quale corpo tra i due assume la mia identità? Entrambe le persone in questione pensano e si comportano come me. Entrambe hanno i miei stessi ricordi.

Ne consegue che per la domanda precedente non esiste una risposta certa.

E la cosa può divenire ancora più incerta se complico l’esempio. Se, per esempio, ipotizzo che i miei due emisferi vengano trapiantati in due scatole craniche differenti appartenenti a corpi differenti, chi sarò “io”?

L’impossibilità di rispondere con certezza a questa domanda ci dimostra che identità e corpo materiale sono due cose distinte. Io posso non conoscere l’identità di un soggetto anche se conosco tutto della sua realtà materiale.

Se un chirurgo pazzo – che ha intenzione di dividere in due Il mio cervello e di trapiantare i miei  due emisferi in due corpi differenti – mi dicesse che uno dei due soggetti in questione avrà una vita felice mentre l’altro sarà torturato di continuo, io non saprei come reagire. Questo perché non sono nella posizione per sapere alcunché circa la mia identità futura. 

E’ chiaro che l’imprescindibile concetto di identità richieda di andare oltre la materia dei corpi.

Una riflessione attenta su questo esperimento mentale dimostra che, per quanto sappiamo di quello che è successo al mio cervello – potremmo sapere esattamente cosa è successo a ogni atomo in esso – e ad ogni altra parte materiale di me, non sappiamo necessariamente cosa ha mi è successo. Da ciò segue che nelle questioni legate all’identità rilevano fatti che vanno oltre la costituzione del mio corpo. Questi fati riguardano cio’ che comunemente chiamiamo “anima”.

Conclusione: il dualismo sarà anche una posizione filosofica oggi poco popolate, tuttavia a me sembra che gli argomenti presentati in suo favore siano ineludibili.

Quel che si è detto per l’uomo vale in parte anche per gli animali superiori. Anche questi ultimi possono essere visti come dotati di un’anima. Gli stessi problemi prima affrontati sorgono per uno scimpanzé o un gatto come per un essere umano. Quindi possiamo postulare un’anima felina, che è la parte essenziale del gatto. Solo quando arriviamo a considerare animali senza pensieri o sentimenti non sorge più una domanda del genere, e quindi non è necessario postulare una parte immateriale dell’animale.

Il chiaro collegamento tra corpo e anima rende accettabile anche una posizione immanentista. Non voglio infatti negare che gli eventi cerebrali abbiano un ruolo nel condizionare l’anima.

La storia più credibile: a un certo stadio dell’evoluzione animale, un cervello animale è diventato così complesso che ha fatto emergere un’anima. In questo senso è difficile postulare l’esistenza di un’anima non originata da un corpo.

La posizione che collega l’origine dell’anima ad un corpo è detta appunto  “immanentista”.

Ma quale combinazione materiale fa emergere un’anima? Difficile stabilirlo con esattezza.

La mia opinione è che tutti i vertebrati potrebbero avere una vita mentale, per quanto depotenziata. Questo perché hanno tutti un cervello simile al cervello umano, che, sappiamo, provoca una vita mentale, e anche il loro comportamento è spiegato meglio in termini di  sentimenti e credenze. Ma non vedo alcuna ragione per attribuire una vita mentale a virus e batteri, né alle formiche o agli scarafaggi.

L’irrazionalità del filosofo materialista sta nel negare l’esistenza reale di una cosa che sta davanti a lui, nella speranza un domani di poterlo fare in modo argomentato. Ma questa allergia all’evidenza segnala solo una mentalità anti-scientifica.

I tentativi di studiare il cervello per capire il fenomeno della coscienza hanno ben poche speranze di risolvere il problema: si puo’, al limite, scoprire una grammatica ma non una traduzione, si puo’ scoprire una correlazione ma non un nesso casuale. Le diversità qualitative tra fenomeno fisico e fenomeno mentale sembrano irriducibili tra loro e il tentativo materialista votato al fallimento.

Il neurologo puo’ al più stilare una lista di associazioni mente/cervello.

La lista affermerebbe, per esempio, che gli eventi cerebrali di un certo tipo causano immagini blu, e eventi cerebrali di un tipo diverso causano immagini rosse; eventi cerebrali di un tipo causano la convinzione che 36 × 2 = 72, e gli eventi cerebrali di un altro tipo causino un forte desiderio di bere il tè.

Inoltre, gli scienziati, forse, potrebbero giusto elencare quali cervelli  diano origine alla coscienza.

Il problema rimane quello di spiegare queste liste.

Perché la formazione di un cervello in una certa maniera dà origine alla coscienza?

E perché certi eventi cerebrali danno origine a particolari eventi mentali?

Perché un evento cerebrale di questo tipo causa un’immagine blu, e uno di quest’altro tipo causa un’immagine rossa, e non viceversa?

Perché mangiare cioccolato provoca gli eventi cerebrali che causano il gusto che chiamiamo cioccolato?

Una semplice lista di correlazioni sarebbe come un elenco di frasi in una lingua straniera senza però che sia disponibile un dizionario per tradurle correttamente.

La teoria ci permetterebbe di prevedere quali eventi cerebrali di un un certo tipo darebbero origine a eventi mentali di un altro tipo.

La cosa non è molto innovativa. Un legame tra fisico e cervello è persino ovvio. Se do una bastonata in testo a caio è ovvio che proverà qualcosa. Il fatto che tra la bastonata e il dolore si crei qualcosa nel cervello non aggiunge molto alla storia.

Ora, ciò che in passato ha reso possibile ridurre certe teorie nei termini della fisica sta nel fatto che la realtà da spiegare riguardi comunque oggetti materiali dotati di massa, forma, dimensione,e posizione, eccetera. 

Ma le proprietà fisiche degli oggetti materiali sono completamente diverse dalle proprietà mentali del pensiero e del sentimento. Un pensiero non ha “il doppio del significato” di un altro, il desiderio di arrosto non si distingue dal desiderio di cioccolato per avere il “doppio di qualcosa”. Le relazioni tra eventi mentali non sono quantificabili come lo sono gli oggetti. Questa asimmetria rende alquanto dubbio il successo dell’approccio riduzionista.

 

Di certo oggi è molto lontana da questo obbiettivo.

Ma la scienza non potrebbe sorprenderci? Già in passato abbiamo avuto riduzioni inattese.

Esempio: la termodinamica, che si occupa del calore, è stata ridotta alla meccanica statistica, che si occupa di velocità. L’ottica è stata ridotta all’elettromagnetismo…

Ma c’è una differenza cruciale tra questi casi e il nostro.

Ogni precedente integrazione di scienze che si occupano di entità e proprietà apparentemente qualitativamente molto distinte, è stata raggiunta dicendo che alcune di queste entità e proprietà non erano come sembravano. La riduzione si ottiene, per esempio, separando il calore percepito da quello effettivo e dicendo che quest’ultimo è causato da un certo moto molecolare.

Ogni riduzione precedente separa il fenomeno dal fenomeno percepito al fine di “ridurre” il primo fattore.

Ma quando si arriva ad affrontare il problema degli stessi eventi mentali, non si può fare questa operazione, la storia della scienza mostra che il modo per ottenere l’integrazione delle scienze è ignorare il mentale, un’operazione assurda quando il contenuto diventa il mentale stesso.

Con queste premesse è normale che, per esempio, la spiegazione darwiniana della coscienza sia fallimentare: spiegherebbe altrettanto bene l’evoluzione di robot inanimati.

Al contrario, il teismo è a suo agio nello spiegare simili fenomeni.

Innanzitutto, Dio, essendo onnipotente, è in grado di unire le anime ai corpi.

Ha inoltre buone ragioni per farlo: avere una coscienza e un libero arbitrio è buona cosa. Chi lo negherebbe? Poiché Dio è buono è del tutto naturale aspettarsi da lui che faccia il bene.

Potrebbe anche avere una ragione per unire quest’anima particolare a questo particolare corpo, ma questo lo vedremo meglio nella sezione della teodicea.

La libertà è cosa buona e certamente l’uomo ne puo’ godere, almeno in parte.

Se gli uomini sono liberi, cio’ significa forse che violano le leggi scientifiche deterministiche?

Penso di sì, penso che il cervello in questo senso non sia un oggetto scientifico ordinario e che la nostra libertà cambi il corso delle cose. Non ci sono motivi sufficienti, al momento, per negare questa evidenza.

Alcuni si rifugiano nella fisica quantistica – indeterminata – per dire che in realtà le cose non siano tanto radicali. Il fatto che la realtà sia indeterminata rende ancor meno rilevante l’eresia del libero arbitrio ma questo non significa comunque equiparare la nostra libertà ad un evento casuale.

Possiamo concludere che anche su questo fronte l’ipotesi teista sembra distaccare le sue rivali: l‘esistenza di Dio si coniuga al meglio con i fenomeni discussi, che finiscono quindi per avvalorarla.

6.

Molti non riescono a credere per la presenza del male nel mondo: come puo’ un Dio buono aver creato un mondo con tanto male?

Un Dio onnipotente e buono avrebbe potuto prevenire queste sofferenze.

Evidentemente Dio ha barattato la libertà dell’uomo con la presenza del male. Ha fatto in modo che fossimo corresponsabili di come è il mondo.

La libertà senza responsabilità sarebbe una presa in giro. Ogni buon padre responsabilizza il figlio. La libertà che Dio ci concede è qualcosa di serio, non uno scherzetto.

A questo punto, però, entra in campo la canonica distinzione tra male etico e male naturale.

Nel primo caso il baratto male/libertà è evidente: Dio concede libertà di scelta all’uomo limitando la sua onnipotenza.

Nel secondo molto meno: le vittime di un terremoto a chi possono essere imputate? In molti casi a nessuno. Eppure Dio non previene nemmeno questo tipo di male.

Teniamo presente il fatto che il male non è mai una perdita pura: dal male viene il bene, così come dal bene puo’ venire il male.

La sofferenza sarebbe un male puro solo se il piacere fosse l’unico bene della nostra vita. Proprio perché il mondo moderno tende a pensare in questi termini sente in modo così acuto il problema del male.

Gesù sosteneva che è meglio dare che ricevere, e in questa massima sta la distanza con il mondo moderno.

 

Il sacrificio ci nobilita, difficile far passare questo concetto in una società ossessionata dal male fisico.

A volte chi puo’ morire per la libertà è un martire che muore felice, e l’alternativa avrebbe potuto essere quella di strascicare una vita mediocre fino a tarda età.

La mia sofferenza nobilita anche il mio persecutore. Il suo atto diventa rilevante  e la sua scelta decisiva: è una persona responsabile e quindi investita di tutta la dignità che hanno le persone chiamate a rispondere.

Chiediamoci quale sia il mondo migliore: quello piacevole ma senza responsabilità o quello pieno di inconvenienti ma con la responsabilità umana?

Ci sono molte probabilità che la seconda ipotesi prevalga, e che quindi la presenza del male abbia un senso.

Veniamo al male naturale: qual è il suo ruolo?

In genere si presenta come un banco di prova in cui si saggia l’uso che ciascuno di noi fa della propria libertà.

Nel fronteggiare il male compiamo le nostre scelte. Di fronte ad un male fisico posso sopportare con pazienza o lamentarmi: che faccio? Ho l’occasione per dimostrare la mia gratitudine a chi mi soccorre, il che non è poco.

Ma non basta il male morale come banco di prova? Perché si aggiunge il male naturale?

Una volta individuata una funzione del male, la quantità ottima di male è difficile da determinare.

Un mondo senza malattie, senza terremoti, senza disgrazie saprebbe produrre abbastanza coraggio, abbastanza eroi, abbastanza magnanimità?

Preferireste vivere una vita felice ma simulata, magari stando attaccati ai cavi di una macchina che agisce sul vostro cervello o una vita reale fatta di gioie e dolori autentici?

Scegliere la seconda opzione significa giustificare il male, anche quello naturale.

Dio, di regola, non sospende le leggi naturali per evitare un male, questo per facilitare la conoscenza umana dell’universo.

Ma perché non renderci edotti a minor prezzo? Imparare non è un pic nic. La conoscenza costoso ci consente di dispiegare la nostra voglia di conoscere.

C’è infine una terza giustificazione del male naturale, e riguarda la nostra radicale diversità.

Se il male naturale costituisce un banco di prova, perché persone diverse hanno “banchi di prova” diversi?

Perché alcuni sono vittime del terremoto e altri no?

Risposta possibile: la causa è la nostra diversità è radicale, che richiede prove su misura per emettere un giudizio.

Da questa osservazione nasce anche il “non giudicare” cristiano: come posso giudicare dall’esito apparente della prova se i punti di partenza sono diversi per ciascuno di noi?

In conclusione: l’onniscienza di Dio non arriva a conoscere l’uomo, la sua libertà è radicale, la sua anima unica. Per questo deve testarlo senza risparmiargli il dolore. Per questo deve approntare banchi di prova differenti per ciascuno di noi.

Tutto cio’ ci nobilita, oltre a farci soffrire. La nobiltà è superiore alla sofferenza, soprattutto se alla nobiltà si unisce un premio ulteriore.

Non dimentichiamo infatti, che esiste il Paradiso, ovvero una ricompensa per chi supera la prova.

Mi sembra abbastanza naturale che un Dio buono e onnipotente voglia premiare la sua creatura. Ma i regali gratuiti che si fanno ai bambini, e non sarebbe dignitoso trattare un uomo alla stregua di un infante.

Per questo un Dio giusto vuole che la sua creatura, per quanto le è possibile, acquisisca dei meriti. Trovo normale e di buon senso attendermi una prova seguita da un giudizio.

Poiché la libertà umana è radicale, l’onniscienza divina è impotente nel giudicare preventivamente, cosicché la vita si trasforma in un banco di prova necessario in vista del premio.

Poiché la diversità umana è radicale, è necessario che ogni uomo affronti una prova differente.

E la sofferenza animale? Esiste una teodicea anche per loro?

Se anche gli animali hanno pensieri, se anche loro soffrono, se anche loro hanno una coscienza – per quanto depotenziata – probabilmente cio’ che ho detto per gli uomini vale – in misura molto minore – anche per alcuni animali.

Ha senso parlare di coraggio nel caso degli animali? Ha senso parlare di magnanimità nel caso degli animali? Ha senso parlare di dignità nel caso degli animali? Lascio a voi la risposta, mi limito a dire che se la cosa ha senso anche solo in parte, una versione anodina della teodicea delineata può valere anche per loro.

Per approfondire la discussione sul male rinvio comunque a questo link.

7.

 

 

Come giustificare la presenza in questo mondo dei miracoli, della apparizioni e di altre “esperienze religiose”?

Da un Dio che ama la sua creatura mi aspetto che interagisca con lei senza occultarsi.

L’amante cerca sempre un contatto con l’amato.

Senonché, un intervento divino nel mondo troppo frequente rischierebbe – attraverso la sospensione delle leggi naturali – di minare la retta formazione della conoscenza umana.

Come potrei mettermi fiducioso alla ricerca delle leggi naturali se la regolarità degli eventi è continuamente turbata dal l’intervento divino?

Il miracolo – magari in risposta ad una preghiera –  è infatti pur sempre una sospensione delle leggi della fisica.

Qualora ci trovassimo di fronte ad un evento apparentemente miracoloso, la conoscenza razionale pregressa si manifesta in due modi

Primo, la conoscenza che abbiamo delle leggi naturali che governano il mondo.

Secondo, l’adesione all’ipotesi teistica, la quale   afferma che il miracolo divino è possibile.

A questo punto un buon investigatore, di fronte ad un evento all’apparenza miracoloso, comincerebbe a raccogliere elementi e a soppesarli per districare la matassa.

L’osservatore razionale non può trascurare nessun elemento della sua conoscenza di fondo. In questo senso l’approccio di molti storici che intendono dare conto degli eventi miracolosi è scorretto e irrazionale.

Spesso costoro rivendicano la loro obiettività dicendo che si limitano a valutare  le cose a prescindere dalle questioni circa l’esistenza di un Dio.

Ma come è possibile cadere in un simile strafalcione?

Se la credenza è intesa innanzitutto in senso razionale, come la intendiamo qui, che significato può avere l’espressione “a prescindere dalle questioni di fede”?

Nessuno può pensare di avvicinarsi alla verità se prescindendo dalla ragione. Ma è proprio ciò che fanno questi storici maldestri.

Questo comportamento sottende  un altro equivoco ricorrente.

Alcuni pensano infatti che presupporre l’esistenza di Dio per capire se l’evento storico della Resurrezione sia reale, e poi utilizzare l’evento miracoloso per supportare l’esistenza di Dio, sia un argomento fallace poiché circolare. Sbagliato.

Un’analogia mette in luce la natura erronea dell’obiezione.

Ammettiamo che un detective stia indagando su un omicidio e raccolga una serie di prove in grado di incastrare Giovanni.

Dopodiché, salta fuori un certo Matteo a dire che ha visto Giovanni in prossimità della scena del delitto.

Il fatto di sapere che Giovanni sia effettivamente il colpevole avvalora la testimonianza di Matteo, su questo non ci piove.

Ma anche il fatto che alle prove precedenti si aggiunga la testimonianza di Matteo rinforza l’ipotesi della colpevolezza di Giovanni.

Il fatto che due tessere del puzzle si incastrano avvalora l’autenticità di entrambe le tessere.

Non ha senso negare questo rinforzo dicendo che, poiché possediamo già delle prove circa la colpevolezza di Giovanni, l’indizio non contribuisca in nessun modo a modificare le nostre convinzioni.

Allo stesso modo, chi testimonia di un miracolo, indirettamente fornisce un indizio circa l’esistenza di Dio, questo a prescindere dal fatto che abbiamo già accumulato molte ragioni per credere e quindi per sapere che in casi eccezionali le leggi di natura possono essere violate.

Ma perché i miracoli?

Prendiamo il caso della preghiera petitoria: perché Dio dovrebbe ascoltarci?

Non ha già predisposto tutto per il meglio? Se è così pregare per chiedere una deviazione dovrebbe essere inutile.

Si può negare questa conclusione obbligata solo rifacendoci ai limiti dell’onniscienza divina: noi restiamo, almeno in parte, un mistero anche per Dio.

La nostra libertà è tanto radicale da renderci in parte imprevedibili. La nostra coscienza è tanto profonda da renderci in parte misteriosi.

Tutto ciò fa sì che una parte di noi si scopra a Dio solo vivendo, per questo la vita non è la recita di un copione ma qualcosa di sostanziale per scoprire chi siamo e farlo scoprire anche al nostro giudice benevolo.

La profondità di un nostro desiderio o la realtà di una nostra sofferenza può manifestarsi a Dio fino in fondo solo nel rapporto intimo della preghiera.

Con queste nuove scoperte Dio può poi decidere di intervenire attraverso un miracolo per cambiare il corso degli eventi.

Una ragione specifica per i miracoli: Dio intende informarci di qualcosa.

Il caso della Rivelazione rientra in questa categoria.

Noi siamo creature limitate, soggette a bias cognitivi, cosicché un “aiutino” è comprensibile.

Anche il buon genitore che insegna al figlio, ogni tanto, quando si rende conto che è in difficoltà, interviene con alcune facilitazioni.

Ma perché intervenire dopo la creazione?

Anche qui bisogna tornare ai limiti dell’ onniscienza divina. Noi siamo creature libere, la nostra libertà  radicale ci rende imprevedibili.

Persino Dio si accorge solo nel corso della storia della nostra forza e della nostra debolezza. Questa imprevedibilità dell’essere umano fa sì che Dio corregga attraverso i miracoli il suo progetto iniziale: rendendosi conto della nostra debolezza ci viene incontro.

Tutti i grandi monoteismi, del resto, reclamano un intervento divino di stampo informativo.

Come possiamo discernere tra le diverse Rivelazioni?

Gli elementi cruciali sono due: 1) plausibilità dei contenuti dottrinari e 2) “firma” autentica attraverso un miracolo.

Perché la Rivelazione cristiana è da preferire?

Innanzitutto proprio perché è “firmata“, ovvero si fonda su un miracolo storicamente documentato in modo abbastanza serio, o, perlomeno, più serio che in altre religioni.

Anche l‘induismo e le religioni orientali, per esempio, reclamano alcuni interventi divini ma non si preoccupano di documentarli a dovere, non ci sono date da verificare ne luoghi ben precisi ed identificati.

Nella Bibbia ci sono molti interventi divini, specie nel periodo di Mosè e dell’ Esodo dall’Egitto ma si tratta di eventi ricostruiti a grande distanza storica.

Ma le probabilità del miracolo sono influenzate anche dalla plausibilità del messaggio veicolato.

In altri termini, se l’ipotesi teistica è la più razionale nello spiegare il nostro mondo, dobbiamo chiederci in che misura il messaggio cristiano si conforma a tale ipotesi.

Esempio: un Dio che ama la sua creatura (il Dio dell’ipotesi teistica) cerca di stargli vicino, specie nella sofferenza: ecco che la dottrina cristiana dell’Incarnazione ci appare quindi come estremamente plausibile.

E così pure la dottrina del Paradiso.

Un Dio buono vuole beneficare la sua creatura, specie se meritevole. E quale dono  più grande se non quello di una vita oltre la morte, tale vita – proprio per dare dignità alla creatura – sarà conforme ai meriti guadagnati nella vita terrena.

Questa dottrina a me sembra estremamente plausibile e di buon senso, una volta che si ipotizza l’esistenza di un Dio onnipotente,  perfettamente buono e perfettamente giusto.

Alcune persone necessitano di un’ esperienza personale per fortificare la propria fede. In casi del genere, difficile pensare ad un Dio impassibile che non vada incontro a questo bisogno.

Le apparizioni e i vari fenomeni mistici rappresentano un’azione divina in questo senso.

Un’apparizione puo’ essere descritta sia in termini fattuali che in termini fenomenici (percettivi).

Verbi come “sembra” o “appare” possono riferirsi a realtà oggettive come a percezioni soggettive.

Affinché assolva alla sua funzione  basta l’aspetto fenomenico dell’esperienza religiosa.

Del resto, in mancanza di prova contraria, fenomeno e fatto coincidono (principio di credulità).

Ogni apparenza è reale fino a prova contraria. Ma anche quando la prova contraria si presenta, ciò non toglie realtà del fenomeno.

Mentre un oggetto reale è fatto di atomi e sta fuori di me, un oggetto apparente sta dentro di me. È chiaro che Dio può comunicare con noi anche avvalendosi solo della dimensione interiore.

Nel caso delle esperienze religiose, come nel caso di qualsiasi esperienza, le apparenze guidano il giudizio sulla realtà e lo scettico si assume l’onere della prova.

È stato detto che solo le persone religiose hanno esperienze religiose.

A parte il fatto che non è così, in ogni caso la cosa non è sorprendente: solo chi sa cos’è un telefono lo riconosce quando lo vede.

La storia di Samuele nel Tempio è il caso classico di chi vive un’esperienza religiosa senza accorgersene, almeno finché tutto gli viene spiegato.

Secondo me la testimonianza di tanti milioni di persone che occasionalmente hanno avuto un’esperienza religiosa deve, in assenza di confutazione  analitica, essere presa come un ulteriore indizio dell’esistenza di Dio.

8

Ci sono dunque buoni motivi per ritenere che Dio sia la risposta più adeguata alle “domande ultime”.

Ma quale Dio? Forse il Dio cristiano?

E’ necessario comprendere bene la logica per giungere a conclusioni razionali su questi temi.

Dobbiamo metterci nei panni di un detective.

Cio’ significa che, dapprima, bisogna valutare le ragioni a priori, ovvero: come ci aspettiamo che un Dio si presenti a noi? Quali caratteristiche prevediamo che debba avere? Questa prima fase è una riflessione a tavolino, una fase meramente meramente astratta. Il modello è il detective August Dupin, quel tale che risolveva i casi e mandava gli assassini in galera fumando il suo sigaro stando nel suo salotto, comodamente seduto sulla sua sedia a dondolo.

Poi, si va a verificare i fatti: cosa è successo nella storia? In quale contesto emerge la maggiore compatibilità con le nostre attese?

Sosterrò che, data una moderata probabilità a priori in favore dell’esistenza di un certo Dio, e data l’evidenza storica sulla vita e resurrezione del Cristo, nonché sulla storia della Chiesa, le probabilità che la dottrina cristiana sia vera sono buone.

L’evidenza storica costituisce la ragione a posteriori per credere.

Tirando le conclusioni penso di poter assegnare alla verità cristiana circa un 10% di probabilità a posteriori. La ritengo una quantità più che sufficiente per compiere la scommessa pascaliana.

Chi conosce il gioco probabilistico sa che anche una modesta probabilità a priori aumenta poi notevolmente se corroborata da fatti registrati a posteriori.

Se accade esattamente quel che mi aspetto, la probabilità che la mia teoria sia vera esplodono.

Tanto per essere chiari: se l’esame del DNA rende Bossetti colpevole con una certa probabilità (a priori),  il fatto che una telecamera abbia (forse) ripreso il suo furgone vicino alla palestra il giorno del delitto (fatto a posteriori), rende la colpevolezza praticamente certa poiché la probabilità a priori, per quanto modesta, esplode di fronte ad una conferma, per quanto incerta.

Facciamo un altro esempio. E’ stato uccisa la zia ricchissima e il commissario sospetta dell’unico erede: il nipote scapestrato. Il commissario si è posto la solita domanda “a chi giova?”, per questo sospetta il nipote unico erede. Si tratta però di un sospetto a tavolino, non sappiamo niente di lui se non che esiste un movente, dobbiamo ancora iniziare le indagini cosicché possiamo ben definire “modeste” le probabilità della sua colpevolezza. Poi però le indagini ci fanno scoprire che il nipote “tramava”, che era in bolletta e bisognoso di soldi, addirittura che qualcuno l’ha visto entrare nella villa della zia il giorno dell’omicidio. E’ chiaro che questi “fatti” a posteriori sono talmente compatibili con la probabilità a priori che fanno esplodere la probabilità che sia lui il colpevole.

Allo stesso modo: ragionando sui fatti della natura e dell’uomo giungiamo alla conclusione che forse esiste un Dio infinitamente buono e desideroso di condividere da vicino le sofferenze della sua creatura. Si tratta di probabilità minime anche se importanti rispetto alle spiegazioni alternative. Poi veniamo a sapere che nella storia, a quanto pare, si è manifestato un Dio in forma incarnata. Ora, anche se la probabilità a priori è modesta e la probabilità che il “Dio Incarnato” si sia realmente manifestato nella storia non è una certezza ma solo una testimonianza con certe caratteristiche, la combinazione tra i due eventi fa schizzare le probabilità a posteriori ad un livello ragguardevole (10% circa).

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Come cambia idea la Chiesa?

Poiché la chiesa intende essere (anche) un’istituzione razionale deve seguire un processo razionale per “cambiare idea”.

In questo senso ha da sempre elaborato un metodo per revisionare le sue dottrine. Come possiamo descriverlo? Mi limito ad elencare cinque caratteristiche.

Primo, il metodo di revisione delle dottrine non è una dottrina ma una teoria, in questo senso è sempre sottoposta al libero giudizio dei cattolici.

In altre parole: si puo’ essere buoni cattolici anche senza aderirvi.

Quando John Henry Newman (sempre sia lodato) propose la sua teoria molti eminenti cattolici si smarcarono. Lui stesso affermò che si puo’ filosofare oltre la rivelazione ma solo “in prima persona”.

Secondo, la revisione non cambia la dottrina precedente ma la aggiorna in base a nuovi fatti intervenuti.

Ergo: la chiesa dei primordi credeva le stesse identiche cose che crediamo noi oggi.

La dottrina cattolica è cambiata? No, risponde deciso il cattolico! Anche se il catechismo ci sembra molto diverso.

La dottrina cristiana è stata data una volta per tutte all’atto della rilevazione, anche se noi la stiamo capendo un po’ alla volta.

La rivelazione è come una spinta benefica che ci indirizza correttamente ad ogni crocicchio. Cio’ significa che la nostra traiettoria non è una linea retta ma cambia e cambierà di continuo. I crocicchi non finiscono mai…

La dottrina è oggettiva ma la ricezione è soggettiva. Uomini che vivono tempi diversi percepiscono la realtà in modo diverso, da cio’ deriva l’esigenza di risontonizzarsi.

Esempio: quando Pio IX introduce il dogma dell’Immacolata Concezione è sua premura avvertire che una simile verità ci è stata consegnata dalla Tradizione.

C.S. Lewis reputava mentalmente squilibrato chi ritenesse di dire qualcosa di nuovo in campo morale. Forse esagerava ma ci accorgiamo meglio cosa intendesse.

Terzo punto, se le cose stanno in questi termini la comunione nella chiesa è garantita: tutti dicono la stessa cosa.

Se il prodotto revisionato resta il medesimo non possono esserci dissidi di portata rilevante.

Se Tizio ha una credenza che viene revisionata da Caio, tra Caio e Tizio non puo’ intercorrere disprezzo poiché entrambi credono comunque alla medesima verità. Basta una chiarificazione dei termini per riportare tutto all’ordine.

Revisionare una dottrina non significa quindi rettificarla in modo da entrare in contraddizione con la versione precedente. Significa invece “ampliarla” in modo che ci parli anche della nostra realtà presente.

Esempio: la chiesa ha combattuto il prestito a interesse, non perché lo condannasse di per sé. Temeva la schiavizzazione del debitore. Non appena si è reso disponibile un sistema finanziario competitivo, la condanna è stata ritirata senza che cio’ costituisca una contraddizione nell’atteggiamento di fondo.

Esempio: le parole di San Paolo sulla soggezione della donna all’uomo sono oggi inaccettabili in senso letterale. Ma se noi andiamo oltre scopriamo che la chiesa con quelle parole afferma la differenza – anche psicologica – tra i sessi: una verità ancora oggi valida e fruttuosa. Per esempio, l’uomo è particolarmente a suo agio nella dimensione pubblica e politica (la dimensione delle leggi a cui assoggettarsi) mentre la donna predilige la dimensione intima relazionale.

Da queste considerazioni arriviamo al quarto punto: la revisione di una verità affermata in passato deve includere anziché contraddire.

Questo processo inclusivo dà luogo a cio’ che i cattolici chiamano mistero.

Esempio: il bene include anche il male, e questo genera il mistero del male.

Dio include anche la natura umana: e questo dà origine al mistero di Cristo (l’uomo-dio).

Un’unica natura puo’ includere tre persone, e questo dà origine al mistero trinitario.

Sostituire la contraddizione all’inclusione significa distruggere il “mistero” cristiano.

Quinto e ultimo: la revisione è “passiva”. Non interviene mai in assenza di eventi esteriori.

L’ortodossia, per esempio, emerge dalla presenza di eresie che la minacciano.

L’ortodossia è il vecchio ritoccato in seguito all’emergere di fatti nuovi. In assenza di tali fatti la “vecchia versione” sarebbe restata la migliore.

***

Se un laico fatica a seguire qualche passaggio, faccio presente che  questa logica non è dissimile dalla logica con cui l’uomo razionale (illuminista?) alterna le sue credenze.

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Saggezza della superstizione (2): oracolo e possessione demoniaca

Da Voltaire in poi è invalsa la cattiva abitudine di credere nella “stupidità umana”. Si tratta di una pratica malsana che induce allucinazioni: per quanto gli stupidi esistano, difficilmente l’umanità li segue nel loro destino. Quella che segue è la seconda puntata del nostro viaggio nel pregiudizio volterriano.

***

Quante ne ho combinate con mio cugino: petardi, fialette puzzolenti, puntine da disegno, fionde, cerbottane… tutto era occasione di marachella.

Un’amicizia indissolubile, ma non furono sempre rose e fiori.

La crisi arrivava puntuale allorché i miei e mia zia volevano conoscere il “colpevole” della malefatta. Chi era la mente?

Il fatto è che il più delle volte nemmeno noi sapevamo con esattezza chi fosse il colpevole, chi aveva avuto per primo l’idea di dar fuoco al formicaio sotto la betulla rinsecchita? Ci accusavamo a vicenda instaurando tra noi una tensione che poteva durare settimane.

Poi, finalmente, arrivò lei…

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La sfera magica della Mattel era in grado di rispondere a domande delicate sulla colpevolezza degli individui.

La si interpellava così: “E’ forse stato quello stronzo di mio cugino ad avere l’idea di mettere il sale nel caffé degli zii?”.

Bastava agitare con forza la sfera magica e il dadino sospeso nella gelatina avrebbe assunto una posizione che per noi due era sacra: “sì”, “no”, “richiedi più tardi”, e altre ancora che non ricordo. Sta di fatto che alla fine una risposta chiara a situazioni anche molto ambigue veniva fuori sempre.

L’esito era poi comunicato ai genitori sopportandone stoicamente le conseguenze.

Basta ostilità, basta contrasti, basta musi lunghi, basta far finta di non vedersi, basta screzi, basta tensione. Amici per la pelle forever.

Detto in altri termini: potevamo tornare a far cazzate fin dal giorno dopo.

Questo fatto positivissimo bastava a cassare eventuali dubbi sull’attendibilità dei singoli verdetti. Quando una cosa conviene diventa presto “vera”. Senza contare che sei dubbi erano ora in un senso, ora nell’altro.

L’oracolo della sfera magica ha reso la nostra amicizia ancora più coesa e duratura: nei casi di incertezza ci dettava una linea sull’attribuzione di piccole colpe incerte. Fu l’apice di un epopea.

Poi, un giorno, ruzzando come è tipico tra noi preadolescenti, la sfera magica fu scaraventata in un angolo e il dadino si conficco lateralmente immobilizzandosi per sempre.

I genitori ce ne resero conto. Chi era il responsabile dell’ennesimo danno? Il giocattolino non costava proprio poco, eh.

Il guaio è che non avevamo più l’oracolo da interpellare, cosicché cominciammo di nuovo a scambiarci accuse reciproche in un vortice senza fine. Per un nonnulla troncammo l’inossidabile connubio e ognuno andò per la sua strada. Si vede che ormai era tempo di pensare alle cose serie.

***

Oggi so che io e mio cugino non siamo stati l’unica “società perfetta” tenuta insieme da un oracolo. Espedienti del genere non sono solo roba da bambini, anche gli adulti vi ricorrono.

Nell’antichità interpellare l’ oracolo era la norma, ma anche oggi resta un’istituzione importante.

Presso gli Azande, per esempio. La lettura di E. E. Evans-Pritchard è a questo punto obbligatoria.

Ma anche presso gli Ndogo del Sudan.

O presso i Balovale nello Zimbabwe.

Nzakara e Apagipeti ne fanno largo uso giù nella Repubblica Centro Africana.

E ci metto anche  Ngbandi e Yoruba.

Gli Azande credono nell’esistenza di un diavoletto – mangu – che si insinua fisicamente nell’intestino dell’indemoniato. E’ qualcosa che si eredita di padre in figlio, molti posseduti non sanno neanche di esserlo.

L’azione iettatoria si concretizza nella rovina dei raccolti di chi è preso di mira. Ma anche nel portargli sfiga durante la caccia, nel rendere difficoltosi i suoi spostamenti e nell’infliggere malattie a lui e ai suoi cari.

Il tutto senza volerlo, basta il sentimento ostile.

Anche per questo lo iettatore è visto dagli Azande come un “innocente” vittima dei troll che si porta in pancia. Su di loro non si maligna: chi di noi non nutre delle semplici antipatie, del resto?

Lo iettatore è giusto condannato a chiedere scusa e la cosa finisce lì.

L’oracolo serve a capire chi trasporta un mangu nella pancia, e ad esso ricorre chi pensa di essere sotto iettatura.

In Africa la sfera magica della Mattel non è distribuita (anche perché fuori produzione), cosicché si somministra a un pollo del veleno estratto da piante selvatiche. Poi lo si scuote per aria con due mani (proprio come la palla-Mattel) ponendogli una domanda a risposta chiusa (sì-no) facendo in modo di esplicitare il nome del sospettato: se il pollo muore è “no”, se sopravvive è “sì”.

La procedura è complessa e vi partecipano le autorità stregonesche della tribù. L’esito di colpevolezza viene comunicato al sospettato (impalando il pollo ex sopravvissuto davanti a casa sua) che si profonde in scuse e proclamando la sua totale ignoranza. Ma anche in ringraziamenti: è sempre bene sapere che un mongu alberga nel nostro intestino tenue, si comincia così per tempo la terapia di erbe selvatiche.

Grazie all’oracolo, la questione si chiude immediatamente e la relazione tra gli interessati riprende in un clima rasserenato. L’alternativa sarebbe stata la stressante e prolungata ostilità tipica dei rapporti di cattivo vicinato.

L’oracolo viene utilizzato esclusivamente per appianare i piccoli conflitti “condominiali” ben noti a tutti.

Ma perché funziona?

Per capirlo basta chiedersi perché funziona il semaforo?

Il semaforo è un po’ come l’oracolo: quando piombiamo al crocevia possiamo imbatterci nel verde o nel rosso, l’esito è casuale.

Se non ci fosse il semaforo qualcuno si prenderebbe arbitrariamente la precedenza e ad altri toccherebbe stare in attesa. Un senso d’ingiustizia e frustrazione si propagherebbe. Non è l’ideale quando si vive gomito a gomito.

E questo quando va bene: gli incidenti diventano ben presto la norma.

Ma anche i tentennamenti prolungati (vado io? vai tu?) possono essere uno stressante inconveniente, che magari si conclude con un bell’incidente.

Il semaforo, allora, coordina le nostra attese così come l’oracolo coordina i micro-conflitti incerti.

Vi siete accorti che molti scazzi esplodono perché non ci si parla: l’oracolo è un modo per parlarsi. Non solo, il contatto viene sia favorito che indirizzato senza colpevolizzare nessuno. Un affarone per tutti.

Le cose funzionano ancora meglio se l’oracolo possiede una sua autorità.

Ma infatti due pre-adolescenti sono disposti ha conferire una certa sacralità al giochino della Mattel: tutti i nostri giochi non erano “robetta” ai nostri occhi fanciulleschi. C’erano dei soldatini che assurgevano a status semi-sacrale!

Allo stesso modo l’avvelenamento del pollo è sempre supervisionato e benedetto dallo stregone in carica, l’unico a conoscere a menadito le complesse formule da pronunciare. Mica un giochino da cortile.

D’altronde, gli unici conflitti trattati sono quelli tra Azande, lo straniero è escluso: bisogna “credere” fermamente nell’ oracolo per beneficiarne.

Un piccolo calcolo sui polli trattati degli Azande rivela esiti 50/50, le manipolazioni sembrerebbero assenti.

Tuttavia, il metodo sembrerebbe favorire interventi esterni: basta dare un un po’ più o un po’ meno di veleno per alterare la risposta.

Questo, forse, per evitare risposte socialmente indesiderate. Nulla di nuovo sotto il sole: anche quando la corte costituzionale deve decidere su un caso che potrebbe pregiudicare il bilancio nazionale sappiamo in anticipo come andrà a finire.

Ma perché gli Azande non usano il loro sistema legale per affrontare questi casi?

Fare causa ad un amico (o ad un vicino) per questioni minime rovina l’amicizia comunque vada. Molto meglio l’oracolo.

A volte, poi, parliamo di frizioni che il nostro sistema legale nemmeno riconosce come reati, anche se per noi sono della massima importanza.

Gli Azande sono un popolo particolarmente litigioso e permaloso, quasi più degli italiani. Senza oracolo – ovvero senza giustizia privata – i loro tribunali collasserebbero ben presto (come i nostri).

***

Leggere degli Azande mi fa capire meglio i legalisti nostrani (sarà che nel giornale davanti a me c’è un’intervista di Travaglio a Di Battista).

La ragione ci dice che è giusto disubbidire ad una legge sbagliata. Direi che la cosa è vera per definizione.

Faccio un esempio: è di per sé lodevole corrompere al fine di evitare l’applicazione di una legge ingiusta, mi sembra ovvio. Eppure molti cervelli in circolazione sui social nemmeno riescono a pensare al concetto di “legge sbagliata”.  Vanno letteralmente “in palla” se introduci questo dato nella discussione.

Oggi so che le colpe attribuite a mio cugino (o a me) dalla sfera magica Mattel erano del tutto arbitrarie. Però so anche che quell’arbitrio ha favorito la nostra amicizia. Tuttavia, una superstizione del genere non è più recuperabile, inutile insistere.

Allo stesso modo so anche che le leggi che ci governano sono quasi tutte sbagliate. Osservarle puntigliosamente potrebbe anche avere effetti positivi (forse). Ma come recuperare le superstizioni sull’autorità politica tipiche della fanciullezza? Per un “formalista” non c’è problema, evidentemente, ma per una persona adulta e ragionevole?

Il formalista ci appare ridicolo, quando va bene – e sottolineo “quando va bene” – assomiglia ad un predicatore impegnato a decantare le virtù del “verde” e la santità del “rosso”. E’ la sua figura che ci aliena da un salutare ritorno alle superstizioni infantili. Se perlomeno facesse trapelare la coscienza che è tutta una farsa, forse, che ne so, si potrebbe stabilire un canale comunicativo.

Ah, chiudo con una curiosità: l’ultima volta che ho incontrato mio cugino era attivista nel partito di Di Pietro 😦 Un modo solo un po’ diverso per continuare a trafficare con la Sfera Magica.

***

Ma c’è un altro aggancio tra gli Azande e noi.

Avete notato il forte parallelismo tra la società oracolistica e quella medicalizzata?

In quest’ultima non esistono colpevoli: colpevole è solo la malattia.

Neanche nelle società oracolistiche esistono colpevoli: colpevole è solo il diavoletto.

Lo stratagemma adottato in entrambe le società è  fondamentalmente lo stesso e ha il pregio di ridurre lo stress dei convenuti.

Viviamo in un mondo in cui scuola e tribunali si stanno lentamente trasformando in ospedali da campo.

I genitori, tanto per dire, non hanno più figli “asini”: basta procacciarsi una “diagnosi” per trasformarli da “asini” in “discalculici”, o “disgrafici”, eccetera. I trattamenti differenziati rituali prendono allora il posto delle tirate di orecchie mentre i genitori, loro tirano un sospiro di sollievo.

Anche il “posseduto” viene sottoposto a trattamenti rituali differenziati e sostitutivi della punizione di prammatica.

Su questa similitudine ci sarebbe da imbastire una “demonologia” (cosa che ho già cominciato a fare). Psicologia ed esorcismo sono parenti più stretti di quel che si pensi. La fede nel Demonio è un modo per de-colpevolizzare e allentare la tensione sociale.

In un certo senso la società degli oracoli e degli esorcismi anticipa quella “medicalizzata”. Detto altrimenti, la “medicalizzazione” che stiamo vivendo oggi in tutti gli ambiti recupera le strategie tipiche della possessione demoniaca.

Un tempo, il posseduto – di solito un soggetto vulnerabile destinato ai margini – non solo veniva alleggerito attraverso una deresponsabilizzazione, ma viveva anche un “suo momento” di protagonismo sociale in grado di vivificarlo, quasi gli venisse offerta una nicchia in cui ritagliarsi un ruolo riconosciuto dall’intera comunità. E qui un ricordo va all’opera di Ernesto De Martino sui “tarantolati”.

Manca un accenno all’inconveniente principale dello stratagemma: l’azzardo morale.

Senza responsabilità e protetti dall’incertezza i comportamenti opportunistici si potrebbero moltiplicare. Per i dettagli vedi al link sulla società medicalizzata.

Gli Azande sembrano consapevoli del pericolo e limitano l’impiego dell’oracolo ai conflitti a bassa intensità, laddove produce più danni la colpevolizzazione che l’illecito.

oracolo

 

 

 

 

 

Gesù di Nazaret. Parte seconda

Gesù, il profeta apocalittico – Gesù è davvero esistito?: Un’inchiesta storica – Bart D. Ehrman and Elisabetta Valdré

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Trigger warning: – criteri storici: pluralità, indipendenza e dissimiglianza – profeta del conflitto e del rovesciamento – guerra alla famiglia – regno terreno – re dei giudei –

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Quanto al fatto che Gesù sia un apocalitticista, quale sarebbe la versione alternativa? Potrei presentare le prove addotte da altri studiosi che interpretano in modo diverso la sua figura. Quale versione alternativa dovrei scegliere: quella che vede in Gesù un rivoluzionario sul piano politico? Un proto-marxista? Un proto-femminista? Un eroe della controcultura? Un sant’uomo dell’ebraismo? Una versione giudaica dei filosofi cinici? Un uomo sposato con prole?

Note:VERSIONI DI GESÙ

mi concentro sull’interpretazione che sembra la più accettata dai critici del settore, quella resa popolare da Albert Schweitzer: Gesù fu un profeta apocalittico che predisse la fine imminente della propria epoca dominata dal male, e la venuta sulla terra, entro la propria generazione, di un giudice inviato da Dio, il Figlio dell’uomo, che avrebbe annientato le forze del male e chi si era schierato dalla loro parte, e avrebbe instaurato un regno giusto qui sulla terra.

Note:ORTODOSSIA STORICA

Le prove che dimostrano la visione apocalitticista di Gesù

contestualmente credibile che Gesù fosse un apocalitticista, poiché abbiamo le prove che il pensiero apocalittico era diffuso ai suoi tempi tra i farisei,1 tra gli autori dei Manoscritti del mar Morto, tra gli estensori delle tante apocalissi ebraiche dell’epoca, e tra certi leader profetici quali Giovanni Battista, di cui parleremo tra breve.

Note:CONTESTO

le enunciazioni apocalittiche di Gesù trovano ampio spazio in tutte le fonti più antiche.

Note:PLURALITÀ DELLE FONTI INDIPENDENTI

Le prime fonti indipendenti

Dal Vangelo di Marco: Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi … In verità vi dico: vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza (Mc 8,38; 9,1) In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà e la luna non darà più il suo splendore e gli astri si metteranno a cadere dal cielo e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte. Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria. Ed egli manderà gli angeli e riunirà i suoi eletti dai quattro venti, dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo … In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutte queste cose siano avvenute (Mc 13,24-27; 30).

Note:MARCO

Dalla Fonte Q: Perché come il lampo, guizzando, brilla da un capo all’altro del cielo, così sarà il Figlio dell’uomo nel suo giorno … Come avvenne al tempo di Noè, così sarà nei giorni del Figlio dell’uomo: mangiavano, bevevano, si ammogliavano e si maritavano, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e venne il diluvio e li fece perire tutti … Così sarà nel giorno in cui il Figlio dell’uomo si rivelerà (Lc 17,24; 26-27; 30; cfr. Mt 24,27; 37-39). Anche voi tenetevi pronti, perché il Figlio dell’uomo verrà nell’ora che non pensate (Lc 12,40; cfr. Mt).

Note:FONTE Q

Dalla Fonte M: Come dunque si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro (Mt 13,40-43).

Note:FONTE M

Dalla Fonte L: State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso improvviso; come un laccio esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate e pregate in ogni momento, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che deve accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo (Lc 21,34-36).

Note:FONTE L

L’inizio e la fine come chiavi di interpretazione

Sappiamo con certezza come iniziò il ministero pubblico di Gesù. Fu battezzato da Giovanni Battista. È un dato rilevante per comprenderne l’apocalitticismo. Il fatto che Gesù avesse rapporti con Giovanni Battista trova molteplici attestazioni

Note:GIOVANNI BATTISTA

sembra che il battesimo di Gesù soddisfi il criterio della dissomiglianza. I primi cristiani che raccontarono le vicende di Gesù erano convinti che chi riceveva il battesimo fosse spiritualmente inferiore a chi lo somministrava,

Note:DISSIMIGLIANZA

Gesù aveva commesso peccati che dovevano essere perdonati? Chi può aver escogitato una storia simile? La ragione per cui in certi resoconti Gesù viene battezzato da Giovanni è che si tratta di un dato storicamente attendibile. Gesù fu realmente battezzato da Giovanni, come attestano diverse fonti indipendenti.

Note:GESÙ PECCATORE

È noto che Giovanni Battista trasmetteva un messaggio apocalittico di distruzione e salvezza imminente. Marco lo raffigura come un profeta che vive nel deserto e annuncia l’adempimento di ciò che aveva profetizzato Isaia, secondo cui Dio avrebbe portato nuovamente il suo popolo dal deserto alla Terra Promessa (Mc 1,2-8). La Fonte Q ci offre ulteriori informazioni, comunicandoci che Giovanni diffondeva esplicitamente alle folle che si recavano presso di lui il messaggio di un giudizio apocalittico: «Chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente? …Quando era previsto il giorno del giudizio? Era proprio dietro l’angolo. La scure era già stata posta alla radice dell’albero.

Note:L’APOCALISSE DI GIOVANNI

Non sappiamo soltanto in che modo cominciò, ma anche, contando su certezze ancora più solide, cosa accadde fra i seguaci dopo la sua morte. Iniziarono a fondare comunità di credenti in tutto il Mediterraneo. La prima lieve traccia dell’esistenza di tali comunità la ricaviamo dagli scritti dell’autore cristiano più antico di cui abbiamo notizia, Paolo. Non ci sono dubbi sulle caratteristiche di quelle comunità (e sulle opinioni dell’apostolo). Erano percorse dall’aspettativa di essere ancora in vita (loro, i cristiani dell’epoca) quando Gesù avesse fatto ritorno dai cieli come giudice della terra (cfr., per esempio, la Prima lettera ai Tessalonicesi [1 Ts 4,13; 5,12] e la Prima lettera ai Corinzi [1 Cor 15]). In altre parole, dopo la morte di Gesù il cristianesimo prese avvio come movimento apocalittico.

Note:PRIME COMUNITÀ

Per meglio dire, se Gesù fosse partito con un indirizzo apocalitticista ma, dopo la sua morte, le comunità dei seguaci non avessero conservato quell’orientamento, si potrebbe sostenere che Gesù, dopo essersi accompagnato a Giovanni, si era allontanato da quella visione del mondo. Così non è: le comunità createsi all’indomani della sua morte erano di natura apocalittica,

Note:COERENZA

Le dichiarazioni apocalittiche di Gesù

«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete al vangelo» (Mc 1,15).

Note:LE PRIME INEQUIVOCABILI PAROLE DI GESÙ

Il regno di Dio

Oggi, all’espressione regno di Dio si associa di solito il paradiso, il luogo dove si recano le anime dopo la morte. Non era al paradiso che pensavano gli apocalitticisti, come abbiamo visto. Per Gesù il regno era un luogo fisico,

Note:NON UN REGNO CELESTE

Figlio dell’uomo

La venuta del regno futuro sarebbe stata opera di un giudice cosmico che Gesù definì il Figlio dell’uomo.

Note:GIUDICE COSMICO

Le dichiarazioni in cui Gesù parla di sé definendosi il Figlio dell’uomo non soddisfano il criterio della dissomiglianza; quelle in cui, con tale espressione, Gesù sembra alludere a qualcun altro, al contrario, superano l’esame. I cristiani convinti che Gesù fosse il Figlio dell’uomo non avrebbero sicuramente creato ad arte discorsi che sembravano stabilire una differenza tra quest’ultimo e il Figlio dell’uomo.

Note:NON ERA GESÙ IL FIGLIO DELL’UOMO

Il giudizio futuro

ci sarà un rovesciamento delle sorti. Chi oggi è ricco e potente sarà umiliato…chi detiene il potere ha avuto successo nella vita soltanto schierandosi con le forze del male,

Note:ROVESCIAMENTO

Il giudizio imminente non coinvolgerà soltanto gli esseri umani: avrà una dimensione cosmica. Il mondo intero si è corrotto

Note:DIMENSIONE COSMICA

I preparativi in vista della fine: osservare la Torah e vivere in modo etico

Gesù non lasciò dubbi sulla fonte alla quale attingere per conoscere la volontà di Dio. È esposta per filo e per segno nella Torah.

Note:TORAH

«Se vuoi entrare nella vita, osserva i comandamenti».)

Note:I COMANDAMENTI

A differenza di certi farisei, Gesù non pensava che la cosa più importante, al cospetto di Dio, fosse l’osservanza scrupolosa della Legge.

Note:LA LEGGE NON È IL BENE SUPREMO

Contrariamente a taluni esseni, non riteneva che fosse necessario conservare la propria purezza rituale

Note:PUREZZA RITUALE

Ciò che premeva a Gesù – e ad altri ebrei suoi contemporanei, sui quali siamo meno informati (cfr., per esempio, Mc 12,32-34) – erano i comandamenti di Dio che costituivano, ai suoi occhi, l’essenza stessa della Legge, ovvero i comandamenti che imponevano di amare Dio sopra ogni altra cosa (come si legge in Dt 4,4-6) e di amare gli altri

Note:COMANDAMENTO DELL‘AMORE

Oggi molti credono che sia necessario, sul lungo periodo, comportarsi in modo etico per il bene della società o per andare d’accordo con gli altri. Gesù, tuttavia, non pensava di avere davanti a sé molto tempo.

Note:NESSUNA FUNZIONE SOCIALE

Le attività apocalittiche di Gesù

L’uomo che compie i miracoli

se lo storico vuole sapere che cosa fece Gesù, con un certo grado di probabilità, i miracoli non entrano a far parte della lista, poiché per natura – e per definizione – sono gli eventi più improbabili.

Note:LO STORICO DI FRONTE AI MIRACOLI

L’elemento importante in questa parte della nostra analisi, tuttavia, è che Gesù fu considerato dai più un guaritore e un esorcista, e che tale reputazione calza a pennello con una cornice apocalittica.

Note:GUARITORE ED ESORCISTA

I compagni di Gesù

persone di cui era solito circondarsi: i poveri, gli emarginati, i peccatori. Altri leader religiosi lo sbeffeggiarono apertamente per aver preferito la compagnia degli individui spregevoli

Note:AMICI INFAMI

non è difficile capire perché. Gesù annunciò che nel regno venturo tutti i ruoli sociali sarebbero stati rovesciati,

Note:ROVESCIAMENTO

Perché non nove o quattordici? Il numero dodici era importante per Gesù, probabilmente perché l’antica nazione di Israele era composta da dodici tribù.

Note:12 APOSTOLI

Gli avversari di Gesù

Durante il suo ministero pubblico in Galilea, viene ritratto mentre suscita le ire dei farisei, che lo attaccarono severamente per non aver osservato la Legge

Note:GUERRA CON I FARISEI

Non abbiamo testimonianze di un suo aperto conflitto con gli esseni, anche se dovrebbe essere evidente che la sua interpretazione delle realtà apocalittiche che gravavano sul mondo era molto diversa da quella degli esseni.

Note:GUERRA AGLI ESSENI

L’altro terreno di opposizione al ministero pubblico di Gesù non coinvolge un gruppo ebraico, ma una diffusa entità sociale: la famiglia. Per quanto assurdo possa sembrare agli odierni fautori dei «valori familiari», i quali citano spesso Gesù quale simpatizzante delle loro opinioni, sembra che egli si sia opposto all’idea di famiglia, e che sia entrato in conflitto con i membri della propria. …L’opposizione di Gesù al nucleo familiare appare evidente nella richiesta ai seguaci di abbandonare la casa per amore del regno futuro. Lasciando i familiari in una situazione di difficoltà, li costrinsero quasi certamente a enormi privazioni…

Note:GUERRA ALLA FAMIGLIA

nel Vangelo di Tommaso. «Chi non odierà suo padre e sua madre non potrà essere mio discepolo»

Note:ODIO

Ci sono chiare testimonianze che la famiglia di Gesù ne rifiutò il messaggio durante il suo ministero pubblico,

Note:RIPUDIATO DALLA SUA FAMIGLIA

padre contro figlio, e figlio contro padre, madre contro figlia, e figlia contro madre, suocera contro nuora, e nuora contro suocera

Note:CONFLITTO TOTALE

Gesù e il Tempio

Gesù è raffigurato nelle prime tradizioni come un violento oppositore di una delle istituzioni centrali della vita religiosa giudaica, il Tempio di Gerusalemme.

Note:GUERRA AL TEMPIO

Durante il processo, per esempio, si presume che un falso testimone abbia sostenuto: «Noi lo abbiamo udito mentre diceva: Io distruggerò questo tempio fatto da mani d’uomo e in tre giorni ne edificherò un altro non fatto da mani d’uomo» (Mc 14,58),

Note:DISTRUZIONE

Che il Tempio di Dio e i sacrifici compiuti al suo interno, secondo quanto prescriveva la stessa Legge di Mosè, fossero contrari a Dio era, ovviamente, una posizione radicale. Non c’è da meravigliarsi che a Gerusalemme i capi del giudaismo si siano sentiti oltraggiati e abbiano considerato Gesù un potenziale sobillatore.

Note:OLTRAGGIO

I primi resoconti narrano che Gesù scacciò i venditori di animali destinati al sacrificio e rovesciò i tavoli dei cambiavalute,

Note:MERCANTI

Se gli ebrei convenivano lì da ogni parte per celebrare Pesah, non potevano portare con sé gli animali sacrificali durante il lungo viaggio. Il personale del Tempio doveva metterli a disposizione in loco. Non avrebbe avuto senso costringere gli ebrei a comprare gli animali con la valuta romana. Le monete romane recavano l’immagine di Cesare e le immagini non erano consentite, soprattutto nel Tempio. Di conseguenza, serviva un ufficio dei cambi che permettesse l’acquisto degli animali sacrificali con la valuta del Tempio.

Note:L’IMPORTANZA DEI CAMBIAVALUTE

Era un messaggio davvero radicale, e pare che le autorità giudaiche l’abbiano capito benissimo.

Note:RADICALITÀ DEL GESTO

La morte di Gesù

Quello che possiamo dire è che probabilmente Gesù fu denunciato alle autorità ebraiche da uno dei suoi seguaci;

Note:TRADITO

È plausibile, tuttavia, pensare che a quel punto Gesù sospettasse che il suo tempo era finito. Non serve una rivelazione divina per capire cosa può succedere se ci si scaglia con violenza contro le autorità costituite in un contesto sedizioso, e c’era una lunga storia di profeti ebraici che avevano trovato la morte per aver superato i limiti del confronto civile.

Note:SENTIRE LA FINE

Non fu giustiziato per essersi definito il Figlio di Dio, o il Figlio dell’uomo, o il Signore, o addirittura Dio. Fu giustiziato per aver sostenuto di essere il messia, l’unto da Dio, il re dei giudei. Può essere stato Giuda a informarne le autorità.

Note:RE DEI GIUDEI

È improbabile che Gesù abbia negato di essere il re dei giudei. Pensava di esserlo. Pertanto, si rifiutò di rispondere all’accusa, oppure rispose in modo affermativo. In entrambi i casi, era tutto quello che serviva a Pilato. Aveva ben altro di cui occuparsi e doveva dedicare il proprio tempo a esigenze di diverso genere. Essendo il governatore, aveva potere di vita e di morte sui sudditi. In presenza di sobillatori, la misura più semplice da adottare era sbarazzarsene. Così fece. Ordinò che Gesù fosse crocifisso. L’intero processo non deve essere durato più di un paio di minuti.

LA FRETTA DI PILATO… UN PAIO DI MINUTI

Gesù di Nazaret. Parte prima.

Il ritratto del personaggio storico – Gesù è davvero esistito?: Un’inchiesta storica – Bart D. Ehrman and Elisabetta Valdré.

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Trigger warning: accordi e disaccordi tra gli studiosi – gli ebrei dei I secolo – Gesù profeta apocalittica – il metodo storico –

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non sappiamo chi fossero gli autori dei vangeli: di certo non erano i contadini poveri e di lingua aramaica che formavano il gruppo dei discepoli terreni di Gesù.

Note:AGLI AUTORI DEI VANGELI

i diversi vangeli non offrono il medesimo ritratto di Gesù, né dei suoi insegnamenti o delle sue massime, e che i racconti neotestamentari che lo riguardano contengono grandi discrepanze

Note:DISCREPANZE

gran parte del materiale presentato nei vangeli, benché apparentemente fedele alle vicende della vita di Gesù, non è affidabile sul piano storico.

Note:AFFIDABILITÀ

Dati certi e incerti sulla vita di Gesù

fonti a nostra disposizione. Ci siamo resi conto che esse stabiliscono, con grande dovizia di particolari, l’identità di Gesù quale maestro ebreo, vissuto nella Palestina romana del I secolo e crocifisso sotto Ponzio Pilato. Come vedremo tra poco, le fonti stabiliscono, con altrettanta dovizia di particolari, altri dati sulla sua vita che trovano d’accordo quasi tutti i ricercatori. Non sono, tuttavia, altrettanto esaurienti quando si tratta di sapere, in modo più approfondito e dettagliato, che cosa Gesù disse, fece e provò.

Note:ACCORDO E DISACCORDO IN BREVE

Tutti, tranne ovviamente i miticisti, concordano sul fatto che Gesù sia stato un ebreo proveniente dalla Palestina settentrionale (Nazaret) e abbia vissuto la sua vita adulta negli anni Venti dell’èra volgare. In una certa fase della sua esistenza fu seguace di Giovanni Battista; in seguito divenne un maestro e si mise a predicare agli ebrei nelle aree rurali della Galilea. Diffuse un messaggio sul «regno di Dio» che rese noto attraverso le parabole. Riunì un certo numero di discepoli e si guadagnò la reputazione di persona capace di guarire gli infermi e scacciare i demoni. Al termine della sua vita, probabilmente nell’anno 30, compì un viaggio a Gerusalemme dove suscitò l’avversione delle autorità giudaiche locali, che riuscirono a farlo processare al cospetto di Ponzio Pilato, il quale ne ordinò la crocifissione accusandolo di essersi definito «re dei giudei».

Note:ACCORDO ANALITICO

Alcuni hanno detto che bisogna pensare a Gesù principalmente come a un rabbi ebraico del I secolo, il cui interesse fondamentale era insegnare ai seguaci quale fosse il modo migliore di attenersi alla Legge di Mosè. Altri hanno sostenuto che fosse un sant’uomo ebraico, simile a quelli di cui abbiamo notizia da Giuseppe Flavio, una sorta di sciamano ritenuto capace di compiere gesta spettacolari per gli insoliti poteri che possedeva. Altri ancora hanno affermato che il modo migliore per interpretarlo è pensare che sia stato un rivoluzionario che predicava la rivolta armata contro l’Impero romano. Certi studiosi hanno asserito che fosse un riformatore sociale che esortava gli ebrei suoi contemporanei ad adottare uno stile di vita diverso scegliendo, per esempio, nuovi principi economici, quasi fosse una sorta di proto-marxista, o diversi rapporti sociali, quasi fosse una specie di proto-femminista. Certuni hanno suggerito di considerarlo una versione ebraica degli antichi filosofi cinici, che esortavano i loro seguaci ad abbandonare l’attaccamento ai beni materiali per vivere in povertà, liberi dalle necessità della vita terrena. Altri lo hanno indicato come mago, non nel senso che fosse un uomo capace di compiere trucchi di magia, ma una persona in grado di manipolare le leggi di natura al pari di altri operatori di magia della sua epoca.

Note:BUON EBREO. SCIAMANO. MAGO. RIVOLUZIONARIO. RIFORMISTA. FEMMINISTA. CINICO

nel corso dell’ultimo secolo la maggior parte degli studiosi europei e statunitensi si è convinta che Gesù debba essere considerato un predicatore ebreo apocalittico che prefigurò un imminente intervento divino nella storia per rovesciare il dominio delle forze del male, al fine di instaurare un nuovo ordine, un nuovo regno, il regno di Dio. Era questa, in buona sostanza, l’interpretazione che Schweitzer rese popolare …Gesù prefigurò un’interruzione catastrofica del corso della storia in cui Dio avrebbe giudicato il mondo e l’avrebbe rimesso in sesto,

Note:AVVENTO STORICO DI UN NUOVO REGNO

Unità e diversità nel giudaismo del I secolo

Tanto per cominciare, tutti gli ebrei erano monoteisti. Ai nostri giorni non sembra un fatto straordinario, ma nel mondo antico era una delle caratteristiche principali che rendevano la religione ebraica tanto diversa dagli altri culti praticati nell’Impero romano. Tutte le altre religioni erano politeistiche;

Note:EBREI MONOTEISTI

Gli ebrei (e nessun altro) credevano che il loro Dio avesse creato il mondo e ne avesse completa sovranità.

Note:DIO CREATORE E SOVRANO

La Legge fu donata al popolo ebraico non come una sorta di gravoso fardello da sopportare – come oggi sembrano pensare molti cristiani –, ma per il motivo opposto: offrire al popolo di Dio le norme con cui venerarlo e regolare i rapporti all’interno della loro comunità. …La Legge fu trascritta e fu possibile leggerla nei libri di Mosè che, nell’insieme, sono chiamati semplicemente Torah,

Note:LA LEGGE

La Legge comprendeva anche le norme sulla circoncisione – il «segno» che gli ebrei erano un popolo eletto e distinto da tutte le nazioni –, le regole per il cibo kasher, l’osservanza del sabato, le feste e le procedure cui attenersi per adorare Dio. L’adorazione di Dio prevedeva, tra l’altro, sacrifici di animali e offerte di cibo alla divinità, da attuarsi in momenti diversi e in varie circostanze.

Note:POPOLO ELETTO

All’epoca di Gesù, il Tempio era una struttura enorme e spettacolare, che svolgeva un importantissimo ruolo sociale, politico ed economico – per non dire religioso – nella vita degli ebrei, in particolare in quella degli abitanti di Gerusalemme e delle aree circostanti.

Note:IL TEMPIO

Non era permesso compiere quei sacrifici al di fuori di Gerusalemme, pertanto, se avevano tempo a disposizione e potevano sostenere la spesa, gli ebrei si recavano in città per partecipare al culto divino officiato nel Tempio.

Note:IL MONOPOLIO DEL TEMPIO

Le comunità ebraiche presenti in tutto il mondo romano si riunivano nelle sinagoghe, assemblee locali dove udivano la lettura e l’interpretazione delle Sacre Scritture …Gli ebrei si riunivano nelle sinagoghe il sabato, il loro giorno settimanale di riposo, distinto da tutti gli altri.

Note:SINAGOGHE

il credo in un solo Dio, il patto stretto dalla divinità con il suo popolo che comprendeva la circoncisione dei neonati di sesso maschile, la Legge donata da Dio, il Tempio di Gerusalemme dove i sacrifici dovevano essere celebrati, l’osservanza del sabato, le sinagoghe dove gli ebrei si riunivano per approfondire le loro tradizioni e levare preghiere a Dio.

Note:IL GIUDAISMO CONDIVISO

Dagli scritti dello storico ebreo Giuseppe Flavio, che abbiamo già utilizzato come principale fonte di informazioni sul giudaismo palestinese del I secolo, apprendiamo che in Palestina vi erano quattro gruppi ai tempi di Gesù: i farisei, i sadducei, gli esseni e un gruppo denominato dall’autore «Quarta filosofia».

Note:I QUATTRO GRUPPI

I farisei

Sembra che per gli odierni cristiani la caratteristica principale che li descrive sia l’ipocrisia, in gran parte per via delle nefandezze loro attribuite in alcuni passi del Nuovo Testamento (cfr. per esempio Mt 23).

Note:L’INCOMPRENSIONE CHE CIRCONDA I FARISEI

I farisei erano un gruppo caratterizzato da un’intensa religiosità, che dava risalto alla necessità di attenersi alla Legge donata da Dio.

Note:INTENSA RELIGIOSITÀ E RISPETTO PER LA LEGGE

Il problema che pone la Legge di Mosè, tuttavia, è la sua genericità…Supponete che l’osservanza del giorno di riposo si traduca, di comune accordo, nell’astensione dal lavoro, come dichiara la Torah. Mi sembra giusto. Ma quali attività rientrano in quella definizione? Mietere i campi va considerato un lavoro? Forse sì. Non bisogna mietere il sabato. E, se invece di lavorare tutto il giorno, vi recaste nei campi a mietere quel tanto che vi serve per mangiare un boccone, lo potremmo definire un lavoro?

Note:GENERICITÀ DELLA LEGGE… ESEMPI

I maestri ebraici discutevano di argomenti di questo tenore. Le loro discussioni non avevano lo scopo di rendere la vita difficile, ma di aiutare la gente a capire come attenersi alla Legge. Osservare la Legge era la cosa più importante.

Note:MAESTRI EBRAICI

nelle pagine dei vangeli, i farisei occupano un posto importante perché Gesù è spesso in conflitto con loro.

Note:GESÙ CONTRO I FARISEI

Apparentemente Gesù non riteneva che a Dio importasse granché l’eccessiva preoccupazione di attenersi letteralmente alla Legge.

Note:GESÙ E LA LEGGE

È importante ricordare, tuttavia, che, quando Gesù contestò l’interpretazione farisaica della Legge – per esempio, che cosa fosse o non fosse consentito fare durante il sabato –, non era sua intenzione opporsi al giudaismo. Si limitò a opporsi a un’interpretazione del giudaismo.

Note:GESÙ RESTA UN BUON EBREO

I sadducei

sappiamo con certezza che il loro campo di interessi era completamente diverso da quello dei farisei e che erano i detentori del potere in Giudea. I sadducei erano strettamente legati ai sacerdoti che officiavano i culti nel Tempio…Sembra che, a differenza dei farisei, i sadducei fossero aristocratici facoltosi.

Note:SADDUCEI UOMINI DI POTERE. ARISTOCRATICI

sembra che i sadducei fossero, nel complesso, disposti a giungere a compromessi con i romani pur di mantenere la pace e godere della libertà di esercitare le loro prerogative religiose.

Note:COMPROMESSI

Con l’eccezione delle pene capitali, sembra che i romani abbiano lasciato mano libera alle autorità locali. Il consiglio ebraico, autorizzato a gestire gli affari politici e civili di Gerusalemme, era denominato Sinedrio. Era capeggiato dal sommo sacerdote e pare comprendesse soprattutto altri sadducei, poiché tendenzialmente erano costoro gli ebrei facoltosi che godevano di buone relazioni.

Note:AUTONOMIA DEL SINEDRIO

Sembra siano stati loro a far arrestare Gesù e a consegnarlo, perché fosse sottoposto a processo, al governatore romano Pilato, che si trovava in città per mantenere la pace durante il periodo infuocato della festa di Pesah.

Note:L‘ARRESTO DI GESÙ

Gli esseni

Per ironia della sorte, l’unico gruppo ebraico dei tempi di Gesù di cui siamo ben informati non viene neppure menzionato nel Nuovo Testamento. Sappiamo dell’esistenza degli esseni grazie a scrittori ebrei quali Giuseppe Flavio e, soprattutto, a un’intera biblioteca dei loro scritti scoperta per un caso fortunato nel 1947 da un giovane pastore errante. Si tratta dei famosi Manoscritti del mar Morto,

Note:ESSENI… I PIÙ CONOSCIUTI

Uno dei loro gruppi viveva in una comunità di tipo monastico a Qumran, una località appena a ovest della parte settentrionale del mar Morto,

Note:MONACI

I Manoscritti del mar Morto sono testi giudaici al cento per cento e non contengono nulla di cristiano, ma sono impagabili per comprendere Gesù e i suoi primi seguaci, poiché sono testi coevi o di poco precedenti,

Note:COEVI

Credevano che tutti gli altri ebrei fossero corrotti e avessero frainteso e applicato erroneamente la Legge ebraica, al punto da contaminare il Tempio …Per preservare la propria santità, quello specifico gruppo di esseni (ce n’erano altri, ma ne sappiamo molto meno) si recò nel deserto per vivere collettivamente una vita di stampo monastico

Note:OSSESSIONATI DALLA PUREZZA… MISTICI

Una delle ragioni, e non la meno importante, che li spinse a compiere quella scelta fu la loro convinzione di vivere alla fine dei tempi.

Note:MILLENARISTI

Secondo la visione essena, ben presto sarebbe scoppiata una guerra in cui Dio e il suo popolo avrebbero trionfato sui sozzi romani,

Note:LA GRANDE GUERRA

Gesù non era un esseno. Non c’è nulla che colleghi lui o Giovanni Battista al gruppo. Proprio il contrario. A Giovanni, come vedremo, non interessava preservare la propria purezza. Predicava ai peccatori di pentirsi, per convincerli ad abbandonare la loro condotta malvagia. Gesù, per parte sua, scandalizzò i devoti ebrei dediti alla conservazione di una vita pura, lontana dal sudiciume del mondo circostante, perché preferì accompagnarsi ai peccatori,

Note:LA DISTANZA DEL BATTISTA E DI GESÙ DAGLI ESSENI

La Quarta filosofia

Era composto da ebrei convinti che i romani avessero preso possesso in modo ingiustificato della Terra Promessa. Il gruppo – o meglio i gruppi, messi insieme indistintamente da Giuseppe Flavio – credeva di dover impugnare la spada, opporsi ai romani e fomentare una rivolta politica e militare,

Note:I RIBELLI ANTI ROMANI

Secondo la visione di chi aderiva a tale filosofia, era Dio stesso a chiamare all’azione

Note:GUERRA DIVINA

L’interesse principale della Quarta filosofia era, infatti, la terra, promessa da Dio a Israele.

Note:LA TERRA PROMESSA

Alcuni studiosi hanno ritenuto che anche Gesù predicasse la ribellione armata contro i romani, ma non sembra sia un tema dominante nelle tradizioni primitive sulla sua figura. Con questo non si vuole sostenere che Gesù fosse un collaborazionista al pari dei sadducei. Tutt’altro. Anch’egli si opponeva a questi ultimi e ai loro padroni romani.

Note:LA DISTANZA DI GESÙ DA QF

Per le sue posizioni apocalittiche, Gesù era forse più simile agli esseni che agli altri gruppi ebraici, ma non era membro di quella comunità, e molte sue opinioni divergevano da quelle essene.

Note:GESÙ ESSENA

La sua visione era stata plasmata soprattutto dalla frequentazione di Giovanni Battista, un predicatore apocalitticista che… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits.

Note:L’ASCENDENZA DEL BATTISTA

L’apocalitticismo

circa un secolo e mezzo prima della nascita di Gesù, un buon numero di ebrei si sentì profondamente scosso dalla situazione politica e militare. Da secoli la nazione giudaica era controllata dalle potenze straniere: prima i babilonesi nel VI secolo a.C., poi i persiani, dopodiché i greci e infine i siriani. Per opporsi alle atrocità siriane perpetrate nel 167 a.C., scoppiò una rivolta indigena capeggiata dalla famiglia ebraica dei Maccabei. La rivolta dei Maccabei portò alla formazione dello Stato… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits.

Note:LO SHOC DELL’OCCUPAZIONE ROMANA

Per secoli taluni profeti ebraici avevano dichiarato che la nazione stava soffrendo a causa della punizione inflitta da Dio a coloro che si erano allontanati da lui (parliamo di profeti quali Osea, Amos, Isaia, Geremia… in… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits.

Note:I GUAI POLITICI COME PUNIZIONE DIVINA

Nel periodo del giogo siriano, tuttavia, molti ebrei erano tornati a Dio e seguivano alla lettera le prescrizioni della Torah. Eppure, le loro sofferenze erano addirittura peggiorate. Com’era possibile? Il pensiero apocalittico sorse in quel contesto. Alcuni arrivarono alla conclusione che le sofferenze del popolo di Dio non erano un castigo inflitto dalla divinità. Al contrario, erano una punizione per la… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits.

Note:APOCALITTICI: I GUAI VENGONO DALLE FORZE DEL MALE CHE DIO SCONFIGGERÀ NEL GIORNO DELL’APOCALISSE

Con il tempo e con il perdurare delle sventure, questa visione divenne assai popolare tra gli ebrei. All’epoca di Gesù era l’opinione dei farisei, degli esseni e di alcuni gruppi… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits.

Note:DIFFUSIONE UBIQUA

Secondo una versione sintetica, Dio, per ragioni misteriose, aveva temporaneamente ceduto il controllo di questo mondo a potenti forze cosmiche che si opponevano a lui, ai suoi scopi e al suo popolo. Quella era la ragione per cui il popolo di Dio era costretto a patire tanto dolore e… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits.

Note:CESSIONE DI SOVRANITÀ

Troviamo tale interpretazione in un buon numero di scritti ebraici di quel periodo, compresi, per esempio, i Manoscritti del mar Morto e le apocalissi ebraiche che… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits.

Note:SCRITTI

quattro principi

Gli apocalitticisti erano fondamentalmente dualisti. Credevano nell’esistenza di due componenti essenziali della realtà: le… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits….Dio aveva un nemico personale, cui furono attribuiti vari nomi: il… Some highlights have been hidden or truncated due to export limits….

Note:BENE E MALE

Il dualismo cosmico si traduceva in uno scenario storico, altrettanto dualistico, che comprendeva l’epoca presente e quella futura.

Note:DUALISMO TEMPORALE

Chi fosse entrato nella nuova èra sarebbe stato ricompensato con la pace, la gioia e la beatitudine.

Note:LA NUOVA ERA

Pessimismo

Benché per gli apocalitticisti il quadro a lungo termine fosse splendido, la situazione sul breve periodo si presentava molto tetra.

Note:VISIONE TETRA SUL BREVE

Rivincita

Molti apocalitticisti non sognavano di sconfiggere le potenze del male con le proprie forze. Le avrebbe sgominate Dio.

Note:DIO VINCITORE

Quando la situazione si fosse guastata al punto che un peggioramento fosse diventato inconcepibile, Dio avrebbe inviato la figura di un salvatore con il compito di emendare tutto il male. Gli apocalitticisti attribuirono appellativi diversi a quel salvatore. Abbiamo già visto che alcuni lo chiamarono messia…«Figlio dell’uomo»

Note:IL SALVATORE

I deboli, i poveri, gli oppressi e i giusti stavano soffrendo perché avevano preso le parti di Dio. Ma i loro diritti sarebbero stati rivendicati quando fosse giunta la fine e Dio avesse riaffermato il proprio volere, instaurando sulla terra un regno giusto. Il giudizio futuro avrebbe riguardato anche i defunti.

Note:GIUDIZIO DIVINO

Fu quello, pertanto, il periodo in cui gli ebrei cominciarono a sostenere la dottrina della risurrezione futura che sarebbe avvenuta alla fine dei tempi, come ho spiegato nel capitolo precedente. Prima che il pensiero apocalittico diventasse popolare, la maggioranza degli ebrei pensava che, dopo la morte, l’essere umano continuasse a vivere in un mondo infero denominato Sheol, oppure morisse insieme al proprio corpo. Non era questa l’opinione degli apocalitticisti, che credevano in una futura vita eterna per i giusti,

Note:RESURREZIONE DEI MORTI

Imminenza

Quando era prevista la venuta di quel regno? Gli apocalitticisti ebrei credevano che il suo arrivo fosse imminente. Era proprio dietro l’angolo. Poteva verificarsi in qualsiasi momento.

Note:DIETRO L’ANGOLO

«vi sono alcuni qui presenti, che non morranno senza aver visto il regno di Dio venire con potenza.» Sono parole di Gesù, tratte dal vangelo più antico (Mc 9,1).

Note:UNA DECINA D’ANNI

Da apocalitticista ebreo qual era, Gesù era persuaso che il mondo fosse controllato dalle potenze del male, presenti in gran numero. Dio, però, avrebbe scagliato il suo giudizio su questo mondo facendo scendere dai cieli il Figlio dell’uomo e provocando un rivolgimento assoluto, una resa dei conti con il male e con chiunque si fosse schierato dalla sua parte. Nel regno venturo i forti e i potenti sarebbero stati umiliati, e i poveri e gli oppressi innalzati. Tutto questo sarebbe avvenuto quando la generazione cui apparteneva Gesù sarebbe stata ancora in vita. Gesù, come molti altri ebrei palestinesi del suo tempo, era un apocalitticista e attendeva la fine della storia così come la conosceva.

Note:IL CREDO DI GESÙ

Quali metodi usano gli storici per determinare le parole pronunciate e le azioni compiute da Gesù, indipendentemente dal fatto che abbia o non abbia aderito a una visione apocalitticista?

Note:IL PROBLEMA DEL METODO STORICO

I metodi per determinare l’autenticità di una tradizione

Per stabilire la probabilità storica di una frase, di un’azione o di un’esperienza vissuta da Gesù, serve un gran numero di fonti indipendenti di cui si possa dimostrare che non hanno incorporato nel racconto il proprio atteggiamento parziale…E più le fonti sono vicine al tempo degli eventi narrati, tanto meglio.

Note:FONTI INDIPENDENTI VICINE E NON INTERESSATE

Credibilità contestuale

Se un racconto che vede come protagonista Gesù – che narra, per esempio, qualcosa che si presume egli abbia detto o fatto – non si adatta al contesto storico a noi noto, è improbabile che sia storicamente esatto.

Note:COERENTE CON IL CONTESTO STORICO NOTO

è quasi certo che le frasi impossibili da ritradurre in aramaico non siano state pronunciate da Gesù. È il caso dell’esempio tratto dal terzo capitolo del Vangelo di Giovanni, dove Gesù sostiene che, se una persona non rinasce anothen, non può vedere il regno di Dio. Con la parola anothen, Gesù intendeva «dall’alto» o «una seconda volta»? Tutta la conversazione è messa in predicato dal doppio significato del termine, che ha senso in greco, ma non in aramaico.

Note:COERENZA CON L’ARAMAICO

vedremo che vi sono buoni motivi per credere che Gesù fosse un apocalitticista. Le tradizioni sulla sua persona che si inseriscono in un contesto apocalitticista, pertanto, hanno buone probabilità di essere autentiche.Read more at location 4344

Note: COERENZA CON L’APOLITTICISMO Edit

nulla lascia pensare che il credo abbracciato dai cristiani gnostici di epoca più tarda fosse presente nella Palestina rurale del I secolo. Di conseguenza, è quasi certo che i detti di Gesù riportati nei vangeli gnostici, quali per esempio il Vangelo di Filippo o il Vangelo di Maria, non si possano ascrivere a Gesù, ma gli siano stati messi in bocca dai suoi seguaci (gnostici).Read more at location 4346

Note: COERENZA CON LO GNOSTICISMO Edit

Se una tradizione che riguarda Gesù soddisfa il primo criterio, essa è ritenuta possibile, ma non è necessariamente probabile. Per determinarne la probabilità, bisogna ricorrere agli altri due criteri.Read more at location 4350

Note: POSSIBILE E PROBABILE Edit

Attestazioni multiple

se una tradizione compare in una molteplicità di fonti indipendenti, essa ha maggiori probabilità di essere storicamente affidabile di quella che compare in una sola fonte.Read more at location 4353

Note: FONTI INDIPENDENTI Edit

Una vicenda riportata da Matteo, Marco e Luca non ha, evidentemente, un’attestazione multipla, benché sia reperibile in tre fonti. Matteo e Luca trassero molti racconti dal Vangelo di Marco,Read more at location 4358

Note: EVANGELISTI Edit

C’è, tuttavia, un’abbondanza di tradizioni che si trovano una volta sola nelle nostre diverse fonti indipendenti – il Vangelo di Marco, le Fonti Q, M e L, il Vangelo di Giovanni e le sue fonti, le lettere di Paolo, le epistole di altri autori, il Vangelo di Tommaso e persino gli scritti di Giuseppe Flavio e di Tacito –, ed esse risalgono a un periodo che non supera i cento anni dalla morte di Gesù.Read more at location 4360

Note: FONTI DELLA VITA E DEI DETTI DI GESÙ Edit

La crocifissione di Gesù sotto Ponzio Pilato è, mi pare ovvio, contestualmente credibile.Read more at location 4363

Note: CRDIBILE Edit

il Vangelo di Marco, le Fonti M e L, il Vangelo di Giovanni, i discorsi degli Atti, per non parlare di Giuseppe Flavio e di Tacito. Anche la Prima lettera di Timoteo contiene un accenno indipendente all’episodio. La crocifissione in quanto tale (escludendo l’accenno a Pilato) è attestata dalle lettere paoline e da una gran varietà di altre fonti indipendenti: la Prima lettera di Pietro, la Lettera agli Ebrei e così via.Read more at location 4365

Note: FONTI DELLA CROCIFISSIONE Edit

Oppure, considerate il tema dei fratelli di Gesù. Come abbiamo constatato, molteplici fonti indipendenti affermano che Gesù aveva fratelli, e la maggior parte attribuisce il nome Giacomo a uno di loro: lo affermano Marco, Giovanni (che non nomina Giacomo), Paolo e Giuseppe Flavio. Paolo conosceva addirittura Giacomo. Tali attestazioni determinano una ragionevole probabilità in favore della tradizione.Read more at location 4369

Note: IL FRATELLO DI GESÙ Edit

Si afferma, inoltre, che Gesù veniva da Nazaret, e non lo dicono soltanto Marco e Giovanni, ma anche alcuni racconti indipendenti provenienti dalle Fonti M e L.Read more at location 4372

Note: NAZARET Edit

Il criterio della dissomiglianza

Si fonda sull’idea che sia indispensabile tener conto della faziosità di una fonte e di quella della fonte da cui essa attinge.Read more at location 4376

Note: DISSIMIGLIANZA Edit

Le storie che ritraggono Gesù come un bambino di cinque anni capace di compiere miracoli, e che fulmina i compagni di gioco quando lo irritano – come racconta il Vangelo dell’infanzia di Tommaso –, non sono storicamente affidabili, dal momento che assolvono il fine cristiano di dimostrare che Gesù era il potente Figlio di Dio ancor prima del suo ministero pubblico.Read more at location 4377

Note: INFANZIA Edit

Abbiamo constatato che il racconto della nascita di Gesù narrato da Luca non ha senso, poiché non sussiste alcuna documentazione di un censimento generale e, in ogni caso, non avrebbe potuto svolgersi ai tempi in cui Quirino governava la Siria, se è vero che Gesù nacque sotto il regno di Erode, in quanto i due regni non sono contemporanei.Sembra assai probabile che sia stata inventata da Luca, o dalla sua fonte, per far sì che la nascita di Gesù avvenisse a Betlemme, la località che i profeti – in questo caso, Michea – avevano indicato come luogo di provenienza del salvatoreRead more at location 4383

Note: LUCA E LA NASCITA Edit

Abbiamo constatato che la crocifissione creò enormi grattacapi alla missione cristiana, perché nessun ebreo si aspettava un messia crocifisso. È evidente che quella tradizione soddisfa il criterio della dissomiglianza.Read more at location 4388

Note: CROCIFISSIONE Edit

L’idea che avesse fratelli non è funzionale ad alcun indirizzo cristiano ben definito.Read more at location 4393

Note: FRATELLI Edit

Vale la stessa considerazione per la provenienza da Nazaret. Dal momento che Nazaret era un minuscolo villaggio segnato dalla povertà,Read more at location 4395

Note: NAZARET Edit

I primi anni di Gesù

non c’è alcuna possibilità che uno storico affermi che Gesù è nato da una vergine. A prescindere dalla scarsa plausibilità dell’evento (notevolmente scarsa, a mio avviso), resta il fatto che, nelle due fonti che riferiscono la nascita miracolosa, le spiegazioni addotte sono alquanto azzardate.Read more at location 4412

Note: NATO DA UNA VERGINE Edit

Nel Vangelo di Matteo, Gesù nasce da una vergine perché così aveva predetto il profeta Isaia,Read more at location 4415

Note: MATTEO Edit

Luca fa nascere Gesù da una vergine per un altro motivo. Nel suo resoconto, Gesù è il Figlio di Dio perché è stato lo Spirito di Dio a renderla gravida.Luca si sente investito del compito di mostrare che Gesù è unicamente un Figlio di Dio, e la sua nascita da una vergine ne è la prova.Read more at location 4424

Note: LUCA Edit

gli storici non hanno mezzi a disposizione per esprimere giudizi sulla verginità della madre di Gesù, se non la generica improbabilità di un evento simile e il fatto che i due racconti che riportano la tradizione lo facciano per motivi diversi, ma assolutamente interessati…. i due resoconti sull’accaduto si contraddicono irreparabilmente l’un l’altro.Read more at location 4428

Note: LO STORICO Edit

Abbiamo anche ottime ragioni per dubitare che Gesù sia nato a Betlemme.Read more at location 4427

Note: BETLEMME Edit

Gesù, dunque, era nato ebreo, e come tale era stato educato. I genitori vivevano nella Galilea rurale. Gli scavi archeologici compiuti a Nazaret dimostrano che si trattava di un piccolo villaggio privo della minima traccia di qualsivoglia ricchezza.9 Gesù fu quasi certamente allevato in una condizione di relativa povertà. Aveva fratelli e forse sorelleRead more at location 4431

Note: POVERO Edit

Il primo resoconto giunto fino a noi indica che Gesù era un tekton (Mc 6,3), una parola solitamente tradotta come «carpentiere», benché possa riferirsi a chiunque svolga un lavoro manuale, per esempio uno scalpellino o un maniscalco. Era un mestiere esercitato da persone di basso ceto….E se con quel termine si intendeva specificare che Gesù lavorava il legno, invece della pietra o del metallo, i suoi non erano di certo prodotti di fine ebanisteria, ma oggetti rozzamente lavorati quali le porte o i gioghi necessari a una comunità rurale.Read more at location 4437

Note: CARPENTIERE Edit

Per ragioni che ho già esposto, sembra più probabile che non sapesse scrivere e, in effetti, non c’è alcuna testimonianza antica di un suo scritto o della sua capacità di scrivere. Che avesse imparato a leggere è una questione interessante e difficile da risolvere. L’idea, un tempo comune tra gli studiosi, che ai bambini ebrei insegnassero quasi sempre a leggere si è dimostrata errata….Se tuttavia, come sembra probabile, Gesù era considerato dai suoi seguaci un interprete esperto della Torah, è possibile che sapesse leggere e studiare i testi. Forse un maestro del posto gliel’aveva insegnato di nascosto. Insomma, non possiamo saperlo.Read more at location 4448

Note: LEGGERE E SCRIVERE Edit