Nono passo: Gesù risorge

La vita di Gesù è molto probabilmente proprio la vita che avrebbe vissuto un Dio incarnato, ma a questo proposito è importante che su quella vita un Dio apponga la sua “firma”, il modo migliore è farlo attraverso un miracolo, ovvero una violazione delle leggi di natura. Tutti noi a questo punto pensiamo alla Resurrezione di Gesù, il miracolo per eccellenza, e qui sosterrò che esistono significative evidenze storiche che questo fatto sia accaduto realmente.

La Resurrezione di Gesù ha dei testimoni più o meno diretti: le persone che hanno visto la tomba vuota e quelle che dicono di aver parlato con lui dopo la sua morte. Matteo, Luca, Giovanni, gli Atti e la prima Lettera ai Corinzi forniscono una lista di testimoni che si sono intrattenuti con Gesù dopo morto, Marco, assieme agli altri Vangeli, si sofferma sulla scoperta del sepolcro vuoto. Stando alla prima Lettera di Paolo ai Corinzi, Gesù apparve prima a Pietro, poi ai Dodici, poi a 500 discepoli, poi a Giacomo, poi di nuovo agli Apostoli riuniti e infine a Paolo stesso. Matteo riporta che Gesù apparve alle due donne – Maria di Magdala e l’ “altra Maria” – che si erano recate al sepolcro la mattina di Pasqua. Luca ci parla della lunga conversazione avuta da un Gesù dapprima non riconosciuto con i due viandanti sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus (evento che ricordiamo nel canto “Resta con noi”). Sempre Luca menziona un’apparizione ai Dodici in quel di Gerusalemme. Matteo invece fa riferimento ad un’apparizione ai Dodici in Galilea. Giovanni ci parla dell’apparizione in Galilea a sette dei dodici Apostoli, tra cui Pietro e Giovanni. Gli Atti ci informano che nei 40 giorni successivi alla sua morte Gesù si presentò ripetutamente vivo in presenza degli Apostoli, fino all’ultima apparizione che culminò nell’Ascensione.

Le liste di testimoni addotti non sono sempre coerenti tra loro ma delle spiegazioni sono disponibili. Nel caso di Paolo vengono menzionati solo testimoni che gli ebrei avrebbero preso seriamente, omettendo quindi le donne: Mosé aveva proibito di dare peso alla loro parola. I due viandanti, inoltre, non erano dei leader della prima Chiesa primitiva, inutile citarli. I Vangeli, scritti successivamente, sono più interessati a una ricostruzione dei fatti piuttosto che al proselitismo presso gli ebrei. Si noti poi che nessuno degli evangelisti avrebbe osato inserire nel suo racconto apparizioni precedenti a quella di Pietro, specie se a beneficio di due donne. In casi del genere, quando si fa cio’ che non si sarebbe mai fatto, la credibilità della testimonianza aumenta.

Ci sono poi problemi sui luoghi: Matteo parla di apparizione ai Dodici in Galilea, in questo è conforme a Marco ma difforme da Luca, che parla di Gerusalemme. Probabilmente risolvono gli Atti sostenendo molteplici apparizioni nei 40 giorni successivi alla morte, gli evangelisti ne citano solo alcune per condensare gli eventi, un’esigenza comune presso gli storici dell’epoca. Aggiungiamoci una memoria più flebile perché sempre più lontana e una difficoltà nella comunicazione tra i vari storici; in questo modo le piccole discrepanze sui luoghi trovano una loro sistemazione. Ricordiamo poi sempre che molti apostoli, nonché molti discepoli, subirono il martirio pur di non rinnegare cio’ che avevano visto, cio’ li rende particolarmente affidabili. C’è la possibilità che i testimoni si auto-ingannassero? Puo’ darsi, ma molte apparizioni avvennero di fronte a parecchie persone, difficile pensare a fenomeni di allucinazione collettiva.

Veniamo ora alla tomba vuota, l’inizio del racconto è comune ai quattro Vangeli: la visita delle due donne nella Domenica di Pasqua al sepolcro che trovarono vuoto. Dubbi: la fonte più antica (prima lettera ai Corinzi) non menziona il fatto, cosicché potrebbe trattarsi di una invenzione successiva. Per Matteo, comunque, anche gli Ebrei riconoscono indirettamente quanto accaduto accusando i cristiani di aver trafugato il corpo. Inoltre, abbiamo già detto perché Paolo ometta certe testimonianze, c’è poi da aggiungere che per gli ebrei resurrezione è resurrezione dei corpi ed è quindi ovvio che dopo la proclamazione di un simile evento come minimo  il sepolcro sia vuoto. C’è da aggiungere che l’usanza più antica del cristianesimo (risale alle lettere di Paolo se non prima) è l’assunzione della Domenica come giorno festivo, a questo punto è lecito chiedersi: ma perché mai un giorno anonimo come la Domenica (il primo giorno della settimana)? Come mai, se non perché proprio in quel giorno il sepolcro è stato trovato vuoto?

Lo studioso scettico puo’ ipotizzare che i cristiani abbiano letto Osea cercando di inventarsi una storia conforme alla sua profezia: “dopo due giorni si sarebbe ravvivata e dopo tre sarebbe risorta” (Osea parlava della nazione di Israele). E guarda caso il terzo giorno dopo la crocifissione cadeva proprio di Domenica. In effetti nel Nuovo Testamento c’è un richiamo al Vecchio e ai “tre giorni” – cercare appoggi nel Vecchio Testamento era ritenuto cruciale – ma di Osea non si parla. Si parla di Giona, che stette tre giorni e tre notti nella pancia del Leviatano, e qui i conti non tornano se facciamo un parallelo con Gesù. Sembra proprio che il riferimento al Vecchio Testamento sia arrangiato alla bisogna, ma questa è la miglior conferma che l’evento cruciale della scoperta del sepolcro vuoto si tenne realmente la mattina di Domenica.

La Resurrezione di Gesù era inattesa, e questo rafforzerebbe l’ipotesi dell’autenticità. Lo studioso ebraico Geza Vermes parla esplicitamente di discepoli sorpresi e spiazzati. Le donne, sia chiaro, andarono al sepolcro per ungere il corpo – usanza consolidata – non per controllarne la presenza. I discepoli furono dapprima increduli, la storia di Tommaso è ben nota e, probabilmente, Tommaso è solo una sineddoche sotto cui vengono raggruppati diversi discepoli. Gesù si è poi lamentato dell’effetto sorpresa prodotto: “Stolti e lenti alla fede…”. Gesù sembra quasi stizzito di dover spiegare ai Dodici quel che avrebbero potuto prevedere: non era forse necessario che il Messia soffrisse la sua pena ed entrasse nel Regno dei Cieli per compiere la sua missione? Non sembra proprio, quindi, che i discepoli si auto-ingannino a conferma di cio’ che si aspettavano avvenisse.

Le ipotesi alternative alla Resurrezione furono almeno cinque. Prima: Gesù non era morto e nel fresco della tomba si riprese. Difficile però che potesse rovesciare il masso. Difficile anche che appaia qua e là senza lasciare traccia dei percorsi seguiti. C’è chi ipotizza che Gesù è ancora nella sua tomba poiché i discepoli si sbagliarono nell’individuarla. Ma tra i discepoli c’era anche Giuseppe d’Arimatea, ovvero il legittimo proprietario che mise a disposizione il suo sepolcro per Gesù, difficile che lui si sbagliasse. Infine si ipotizza un furto perpetrato o dai nemici di Gesù (per non alimentarne il culto), o da ladri o dai discepoli (per architettare una finta Resurrezione). Ma i nemici avrebbero successivamente esibito il corpo per confutare la dottrina della Resurrezione. I ladri poi erano in cerca di averi, non di corpi (tra l’altro gli ebrei non mettevano valori nelle loro tombe). Difficile poi pensare ad inganni orditi per accaparrarsi un potere religioso da parte di persone per lo più morte immediatamente in un martirio subito a causa di quella fede stessa. Naturalmente lo scettico puo’ raffinare la sua ipotesi ma la farebbe diventare più complicata e quindi meno verosimile.

Il miracolo della Resurrezione è la firma divina sulla vita di Gesù, il tipo di miracolo più idoneo ad essere riconosciuto dagli ebrei. L’ Antico Testamento, nel Deuteronomio, fornisce due criteri per riconoscere il buon profeta, innanzitutto deve predicare in nome del Dio d’ Israele (Gesù era un buon ebreo), in secondo luogo le sue previsioni devono avverarsi. La previsione avverata di un miracolo è il massimo che si puo’ pretendere. Nello scontro tra Elia e Baal la previsione di un miracolo avveratosi da parte di Elia decide la disputa. Ma Gesù previde la sua Resurrezione? Per Marco predisse sia la sua Passione che la sua Resurrezione ma mettere in bocca agli eroi gli eventi di cui saranno protagonisti è tipico degli scrittori antichi e risulta quindi poco credibile. Tuttavia, Gesù fece predizioni meno dirette che implicavano però la sua Resurrezione, innanzitutto disse che avrebbe sacrificato la vita per i nostri peccati, ma solo la vita di un Dio (quindi di un essere immortale) puo’ lavare i nostri peccati. In altri termini potremmo dire che solo un miracolo puo’ salvarci dalla morte donandoci la vita eterna. La Resurrezione sembra quindi una componente essenziale di questa operazione di salvezza, la capacità di risorgere è premessa essenziale per garantire che tutti gli uomini risorgeranno. Nelle sue apparizioni Gesù stesso spiegò come la sua Resurrezione fosse stata prevista dai Profeti, il caso più ovvio è quello del Servo sofferente di cui parlano Isaia e i Salmi (specie il 22). L’Antico Testamento chiede poi a più riprese un’ adeguata espiazione dei nostri peccati, e qui torniamo alla necessità di un intervento divino.

Possiamo ritenere sufficiente l’evidenza storica a nostra disposizione? No se pensiamo che debba essere più che solida, sì se ce ne basta poca. Ma quando ce ne basta poca? Quando esistono delle probabilità a priori dell’evento, ne bastano poche per fungere da moltiplicatore delle probabilità a posteriori. Esempio: poniamo che la maggior parte degli uomini sia più bassa di 190 cm., e poniamo che non si siano mai stati avvistati uomini più alti di 270 cm. Qualora mi presentassi di fronte a te dicendo di aver visto un uomo alto 300 cm. a te non basterebbe la mia testimonianza, è del tutto ragionevole che sia così: non esistono probabilità a priori per questo evento. Se invece ti dicessi di aver visto un uomo alto 210 cm. – anche in virtù del Principio di Testimonianza – non richiederesti ulteriori prove: esistono probabilità a priori, sebbene contenute. La situazione del Cristo risorto è analoga: in molti PASSI precedenti di questo catechismo ho portato argomenti per dimostrare che esiste una seppur minima probabilità a priori che questi fatti si sarebbero verificati, in questo modo posso considerare “significativa” anche un’evidenza storica che di per sè non sarebbe sufficiente a convincermi.

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Ottavo passo: Gesù è Dio (il Nuovo Testamento)

Ora che sappiamo cosa attenderci da un Dio incarnato, possiamo volgere la nostra attenzione a Gesù. Il Nuovo Testamento è la fonte principale da cui traiamo notizie su di lui, innanzitutto le lettere di Paolo – una fonte quasi certamente genuina – scritte appena mezzo secolo dopo la nascita di Cristo. Ma poi anche i Sinottici: Marco (70 dC), Luca e Matteo (80 dC). Luca scrisse anche gli Atti degli Apostoli. Chi siano gli evangelisti è ancora poco chiaro, probabilmente dei cristiani della prima ora con incarichi di vertice nelle rispettive comunità. C’è poi il Vangelo di Giovanni, portato a termine intorno al 90 dC, probabilmente ispirato ma non scritto dall’ apostolo Giovanni.

Luca si propone di redigere uno scritto storico, e allo stesso modo va interpretato il lavoro di Marco, idem per Matteo. Anche gli Atti vanno letti a tutti gli effetti come un libro di storia. Si tratta di scritti ricchi di concordanze che si avvalorano reciprocamente, i riferimenti storici che portano, poi, sembrano pertinenti, a partire dai quattro governatori romani e dai quattro re di Giudea che vengono esplicitamente citati. Da un punto di vista metodologico siamo poi tenuti a seguire il principio della testimonianza, ovvero a credere alla lettera di quanto leggiamo fino a prova contraria. A cio’ si aggiunge il martirio subito dai primi cristiani pur di non negare la loro fede, evidentemente la loro credenza era robusta.

Le Scritture presentano qualche differenza nei dettagli, ma la cosa è compatibile con una trasmissione orale, quello che impressiona è piuttosto l’accordo sui fatti principali, anche quando non sembrano fondamentali. Per esempio, Gesù non necessitava certo di un Battesimo ma tutti i Vangeli riportano il fatto in modo concorde. Inoltre, gli storici dell’antichità non possedevano gli standard di accuratezza degli storici moderni. Giovanni afferma solennemente che le sue fonti sono dei testimoni diretti. Cio’ non toglie che un po’ in tutti i Vangeli ci siano passaggi più inclini al genere della “storia fiabesca”, specie quando l’oggetto è la nascita di Gesù, ma in generale il genere storico cronachistico da prendere alla lettera prevale.

La ragione principale per cui molti restano increduli di fronte a questi scritti sono i miracoli riportati un po’ ovunque. Innanzitutto bisogna dire che forse non tutti gli episodi riferiti come miracoli siano tali, probabilmente il figlio della vedova, per esempio, non era morto quando è stato “resuscitato” (Luca 7: 11-17), ma su altri c’è poco spazio al dubbio: uno non puo’ guarire dalla lebbra in modo istantaneo! Se però abbiamo seguito diligentemente i “passi” precedenti sappiamo che Dio non solo puo’ compiere miracoli ma molto probabilmente li compirà una volta incarnato, è un modo per apporre la sua firma e farsi riconoscere, l’unica condizione è la rarità degli stessi. Il miracolo della resurrezione sembra il più documentato, abbondano i particolari ed è disponibile una lista di testimoni. Certo che se è credibile il miracolo principale diventano più credibili anche gli altri, anche quelli più problematici come la nascita da una donna vergine. Stupisce infatti il riconoscimento tardivo del dogma dell’Immacolata Concezione ma possono essere addotte due ragioni: 1) il miracolo poteva essere testimoniato solo da Maria ma la testimonianza di una donna era priva di valore presso i Giudei, ovvero il popolo verso cui era indirizzato il proselitismo dei primi cristiani. 2) La proclamazione del miracolo avrebbe indirettamente confermato nei più scettici il sospetto di illegittimità di Gesù, minando anche la sua opera di profeta. D’altro canto è credibile che Dio, così come ha voluto apporre la sua firma alla morte di Gesù, abbia voluto farlo anche alla nascita.

Dal Dio incarnato mi aspetto una vita perfetta e colma di sofferenze, i motivi sono chiariti nei “passi” precedenti. Com’è stata la vita di Gesù? Non la conosciamo nei dettagli del privato ma possiamo giudicare la sua vita pubblica. Era un uomo che si accompagnava volentieri con tutti, sia con i fuori casta che con i farisei, in questo si distingueva dai suoi contemporanei ma anche dai profeti precedenti. Non rifiutava nemmeno la compagnia dei disonesti, per esempio quella dell’esattore Zaccheo. Quando lo scopo di questa vicinanza è l’insegnamento della verità chi potrebbe condannare? Anzi, tutti noi siamo tenuti al plauso, anche l’ultima anima era cercata da Gesù affinché avesse un’opportunità! Gesù, inoltre, pregava molto e seguiva i precetti dell’ebraismo, anche questo mi sembra sia da giudicare benevolmente: le sue intenzioni non erano meramente scandalistiche. Gesù si battezzò senza averne bisogno, un apprezzabile segno di umiltà. La sua vita successiva fu quella del maestro itinerante e si concluse con una condanna a morte che accettò in modo remissivo dimostrando così una dedizione totale alla sua missione. Fu accusato di blasfemia, ovvero di essersi proclamato Dio, un’accusa che in qualsiasi altro caso avrebbe segnalato quantomeno presunzione, ma, per ovvi motivi, il suo caso era diverso.

Ma Gesù ha davvero proclamato la sua divinità già prima della resurrezione? Personalmente penso di sì, anche se la tesi che abbraccio resta di minoranza. La maggior parte degli studiosi ritiene che Gesù non si sia mai pronunciato apertamente, la gente non avrebbe compreso, oppure avrebbe pensato ad un dio pagano. Di certo, comunque, ha rilevato apertamente la sua natura dopo la resurrezione invitando, oltretutto, i Dodici ad andare per il mondo e battezzare nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo. Proprio quei Dodici che dopo la resurrezione lo adorarono come un Dio. Tuttavia, ripeto, io credo che Gesù avesse già fatto passare nella sua vita precedente il messaggio della sua divinità, non a caso fi accusato di blasfemia. A Caifa disse di essere il Figlio dell’Uomo che side alla destra del Padre e viene dal Cielo. A quanto pare Gesù fa riferimento ad una figura di rango elevatissimo, talmente elevato che Caifa stesso si scandalizza e considera bestemmia quelle parole. Al processo in molti testimoniarono che Gesù aveva detto di poter distruggere il Tempio e ricostruirlo in tre giorni, un’impresa possibile solo a Dio. Marco nega validità a questi testimoni ma i dubbi restano. Nel corso della sua attività di predicatore Gesù perdonava i peccati, un atto riservato a Dio e che testimonia di come Gesù si presentasse in pubblico.

Ma Gesù dette ampie prove anche della sua natura umana esponendosi a ignoranza, debolezza e soggezione alle tentazioni.

Proprio come ci aspetteremmo – vedi passi precedenti – risulta in modo abbastanza chiaro che Gesù intendesse la sua morte come un sacrificio per i nostri peccati. Qui le parole pronunciate all’ Ultima Cena, alle quali rinvio, sono eloquenti.

Ma Gesù è stato anche maestro di morale e teologia, ci ha detto che Dio era onnipotente, onnisciente e creatore del mondo, aggiungendo che ci ama. Ha sostenuto la validità dei Dieci Comandamenti invitandoci alla preghiera, alla sollecitudine verso i bisognosi e all’elemosina. Ha comunque precisato che seguirlo è ancora più importante che osservare la Legge. La vita perfetta sta nella sua imitazione. A proposito, non è ancora ben chiaro se gli insegnamenti morali di Gesù siano da intendersi come precettivi oppure consigli per indirizzare la propria anima verso la perfezione, qui cattolici e protestanti si dividono con i primi che seguono la via dell’obbligo, d’altronde Dio ha il diritto di chiederci cose che non sarebbero altrimenti obbligatorie.

In genere Gesù, almeno in materia morale, ci chiede una predisposizione d’animo senza soffermarsi sui dettagli. Si sofferma sui particolari raramente, un caso di questi è quando bandisce il divorzio, e anche qui si va dal bando assoluto (Marco) a quello relativo (Matteo).

Gesù ha anche insegnato che Dio tornerà per giudicare i vivi e i morti, ci sarà cioè un giudizio finale in cui i cattivi saranno separati dai buoni. Per accedere al Paradiso sembra che gli standard necessari siano i più elevati e che Inferno e Paradiso siano eterni. La sorte delle persone con carattere non ben formato (bambini ecc.) sembra prefigurata nella parabola dei due schiavi: chi sbaglia ignorando non incorrerà nella punizione più dura, e qui rinvio a quanto detto nei “passi” precedenti. Gesù, così prodigo di insegnamenti morali e teologici, ha speso poche parole sulla dottrina della Trinità. Perché? Forse avrebbe corso il rischio di essere scambiato per un politeista, meglio allora dilazionare l’incombenza alle generazioni future. Tuttavia, ha sempre ben distinto la sua figura da quella del Padre.

Sembra chiaro che Gesù abbia fondato una Chiesa a partire dai Dodici (anche se la lista differisce leggermente nei vari Vangeli). C’è qui un richiamo alle 12 tribù di Israele fondate da 12 individui differenti. Lo Spirito divino avrà cura di detta Chiesa stendendo la sua mano su di lei e ispirandola.

Possiamo concludere che l’evidenza disponibile sulla vita e gli insegnamenti di Gesù è tale da poter dire che è all’incirca quel che ci attenderemmo da un Dio incarnato.

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Settimo passo: Dio ci parla (la Bibbia e la Chiesa).

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Un Dio del genere probabilmente ci starà vicino facendosi uomo, allevierà la nostra condizione e ci indicherà un modello di perfezione premiando i giusti e castigando (o non premiando) i cattivi. Ma dopo la morte di Gesù dove reperiremo le indicazioni del Dio vivente?

Risposta: nella sua Bibbia e nella sua Chiesa.

Cos’é la Chiesa? E come si legge la Bibbia?

La Chiesa di Cristo prolunga l’ autorità del Figlio incarnato in terra.

Ma come riconoscere di essere in presenza della Chiesa autentica, quella fondata da Gesù attraverso i suoi apostoli (Chiesa Apostolica)?

La Chiesa ha subito molte divisioni al suo interno, ma in molti casi questo non ha pregiudicato la possibilità di isolare  un cosiddetto “corpo ecclesiastico“.

Detto questo, non è auspicabile che tutto resti indistinto. Il criterio fondamentale per riconoscere la Chiesa di Gesù è la continuità con una tradizione che discende da un insegnamento originario mai tradito.

Cosa rende una certa associazione esistente qui ed ora la medesima associazione che esisteva tempo fa? In primo luogo, la continuità dell’oggetto sociale.

Facciamo un parallelo con una società di calcio.

Supponiamo che la società sia fondata nel 1850 e che cessi di praticare il gioco del calcio nel 1900, i suoi membri però continuano ad incontrarsi per dar vita ad un partito politico.

È chiaro che questa nuova associazione non è identificabile con quella preesistente poiché l’oggetto sociale è radicalmente mutato.

E se invece continua a praticare il gioco del calcio ma con regole differenti?

La continuità rilevante ai nostri fini si verifica facendo riferimento a due fattori: 1) oggetto sociale (dottrina) e 2) governance.

Anche nell’esempio estremo della società di calcio una certa continuità organizzativa potrebbe riscontrarsi. Nuovi membri potrebbero essere ammessi con le stesse procedure di prima e le decisioni potrebbero essere prese avvalendosi della stessa governance precedente.

Qualora il Papa dovesse ammettere la poligamia o introdurre forme di panteismo, la dottrina sarebbe in chiaro contrasto con la tradizione e l’insegnamento di Gesù così come è stato interpretato finora.

Ciò costituirebbe una chiara discontinuità. Il che, si badi, non è ancora sufficiente a stabilire un’eresia poiché un’alternativa più ortodossa è sempre necessaria.

In altre parole, l’eresia sarebbe conclamata solo se un ramo della Chiesa si distaccasse continuando a professare la dottrina tradizionale. E’ difficile si possa parlare di eresia se non esiste in concreto un’ortodossia.

Purtroppo,  i casi ambigui, specie in materia dottrinaria,  abbondano, per questo giova un criterio di riserva come quello legato alla continuità dell’organizzazione.

Se il Papa “eretico” di cui sopra riuscisse a conservare all’interno della Chiesa una continuità organizzativa, e in assenza di scismi significativi, possiamo considerare riassorbita la sua “eresia” grazie a questo criterio di riserva che lo pone comunque in continuità con il passato.

Riassumendo: dottrina e organizzazione sono i due criteri di base. Ma quale prevale quando collidono?

Facciamo il caso della società di calcio che seguendo una votazione in linea con le procedure fissate nell’atto costitutivo decida di dedicarsi da ora in poi al rugby. Stando così le cose, una minoranza e va per conto suo continuando a fare calcio.

La prima società presenta una maggiore continuità organizzativa mentre la seconda una maggiore continuità nell’oggetto sociale.

Che fare?

I dubbi sono tanti, forse è meglio districare la matassa rivolgendo la propria attenzione a dei casi concreti.

Gli scismi storici possono essere classificati secondo i criteri accennati, alcuni hanno al centro questioni dottrinarie, altri questioni organizzative.

Lo scisma ariano è essenzialmente dottrinario. I cattolici ritenevano che il figlio fosse della stessa sostanza del padre mentre gli ariani che fosse solo di una sostanza solo “simile” al padre, e quindi non pienamente divino. Si trattava di una divisione eminentemente dottrinaria.

Lo scisma ortodosso fu invece essenzialmente organizzativo. Sia gli ortodossi che i cattolici romani riconoscevano un ruolo di leadership ai vescovi, senonché i secondi concedevano al Vescovo di Roma un’autorità straordinaria che i primi gli negavano. A questo problema Si aggiunse poi quello relativo alla dottrina dell’infallibilità papale.

C’è poi lo scisma protestante da intendersi su due fronti: sia dottrinario che organizzativo.

La posizione protestante su peccato originale e natura umana si distaccò da quello cattolico.

I protestanti enfatizzavano la radicalità del Peccato Originale e l’incapacità dell’uomo di riformare se stesso, giungendo alla conclusione che solo la Grazia accompagnata dalla fede salva (sola fide).

I cattolici insistevano invece sul fatto che la libertà umana avesse un peso e non fosse annichilita dal peccato originale. La salvezza dell’uomo, inoltre, richiedeva qualcosa di più oltre alla pura fede, ovvero uno sforzo personale teso alla realizzazione delle opere buone.

Sul versante della governance, per i protestanti non è necessario che i leader della chiesa fossero Vescovi nominati da altri Vescovi, potevano essere scelti direttamente dai Pastori se non dal popolo. Inoltre, le diatribe dottrinali dovevano essere risolte consultando direttamente la Bibbia.

Descritti gli scismi, si presentano a noi due soluzioni alternativi: o la Chiesa di Cristo presenta, nonostante tutto, una sua continuità complessiva di fondo, oppure le distinzioni sono sostanziali  ed occorre approfondire l’analisi per stabilire dove risiede la continuità.

Nel corso dei millenni la Chiesa ha messo a punto delle pratiche per derivare e aggiornare la giusta dottrina.

Un concetto  centrale è quello di Deposito della Fede: Bibbia (vecchio e nuovo testamento), più insegnamenti orali della Tradizione. Il Concilio di Nicea ha posto questi ultimi sullo stesso piano delle Scritture.

La Bibbia (vecchio e nuovo testamento) resta il centro della testimonianza scritta. Il primo Canone biblico risale al 367 dopo Cristo.

I criteri seguiti per la formazione del canone sono essenzialmente tre: 1) la sua conformità alla Tradizione, 2) la sua “apostolicità”, ovvero il fatto che lo scritto derivi in modo diretto dalla figura di qualche apostolo o di persone connesse agli apostoli, e 3) la sua accettazione dalla Chiesa in generale.

I primi due criteri sono chiaramente criteri di continuità.

In caso di controversie il ricorso alla testimonianza dei Padri è sempre stata abitudine dirimente.

Il Papa e il Concilio dei Vescovi restano comunque le istituzioni più autorevoli all’interno della Chiesa. I pronunciamenti del Concilio richiedono di solito un’approvazione papale mentre il Papa puo’ pronunciarsi con maggiore autonomia.

Talune tradizioni sono talmente consolidate da non richiedere per la loro validità alcuna forma di approvazione.

Il libro fondamentale dei cristiani è la Bibbia, ma la Bibbia è un libro difficile da leggere.

Tutto nella Bibbia è “vero”, per questo lo si considera un libro ispirato da Dio.

Il fatto che sia vero non significa che sia vera ogni sua frase, tanto è vero che troviamo molte contraddizioni, oltre che molte assurdità. Esistono quindi regole particolari per interpretare questo testo così ingannevole.

Il primo problema della Bibbia è che su molti punti dice il falso. L’universo, per esempio, non è stato creato 4000 anni prima di Cristo. Nessun oceano ricopriva l’orbe terracqueo 3000 anni fa.

Sarebbe meglio vedere la Bibbia come una biblioteca contenete libri di diverso genere letterario, che richiedono interpretazioni differenti. Ci sono libri storici, fiabe morali, fiabe metafisiche, libri filosofici, libri romanzeschi… e libri che sono un misto dei precedenti.

La lettura puo’ essere letterale, allegorica o metaforica a seconda del genere.

La prima, per esempio,  è adeguata ai libri storici e cronachistici. In questo caso ogni versetto è vero. E’ il criterio che adottiamo per i giornali.

Un altro fattore di cui tenere conto è la traslazione temporale della narrazione: il contesto culturale conta e va soppesato dal lettore moderno.

Esempi di libri storici: il libro dei Re, il Vangelo di Marco e gli Atti degli Apostoli.

Un altro genere letterario molto utilizzato nella Bibbia è quello della “storia romanzata”, chi ha in mente i “docudrama” della TV sa di cosa parlo.

In questi casi se il libro dica il vero lo si giudica dalla verità del messaggio centrale, più che dalla verità di ogni singolo passaggio.

Esempi di docudrama: il libro dei Giudici, il secondo libro di Samuele e in molti punto il Vangelo di Giovanni.

C’è poi il genere della fiaba morale, ovvero delle fiction con un messaggio morale. Per esempio il libro di Daniele o il racconto di Giona. Questi libri sono veri nella misura in cui il loro messaggio morale è vero. Il libro di Daniele è vero se è vero che professare la fede nonostante la persecuzione puo’ essere considerato un atto eroico.   Qui conta la verità del precetto morale veicolato.

Poi ci sono le fiabe metafisiche. Si tratta di fiction che narrano la condizione umana.

Esempio: la Genesi, un ispirato appello in cui si esprime la dipendenza di ogni cosa da Dio.

Ci sono infine generi residuali e di contorno: inni di lode (Salmi), epistolari intimi (alcune lettere di Paolo), istruzioni morali (Proverbi), dialoghi teologici…

Detto questo, come possiamo allora giudicare la verità della Bibbia? Perché diciamo che è un libro vero?

Primo criterio ipotizzabile: la Bibbia è vera se ciascun libro che la compone, giudicato a seconda del suo genere, è vero.

Problema insormontabile: non conosciamo con certezza il genere di ciascun libro, inoltre alcuni generi ci sono talmente estranei che un’analisi diventa quantomeno azzardata.

Per isolare i generi si potrebbe ricorrere alle intenzioni dell’autore, ma troppo spesso ci sono sconosciute.

Ricordiamo le due difficoltà da cui siamo partiti: 1) incongruenza interna e 2) assurdità rispetto ad altri saperi noti.

Si tratta di un problema che già i Padri dovettero affrontare: esempio, come doveva essere visto quel Dio vendicativo che sfracellava il cranio dei bimbi babilonesi sulla roccia?

Origene considerava “da stupidi” prendere alla lettera il mito dell’Eden, per esempio.

Presto la Chiesa si rese conto che Dottrina e Tradizione dovevano prevalere sull’apparente guazzabuglio della Bibbia, anche se Dottrina e Tradizione originavano proprio da quei libri.

La Chiesa deve quindi assumere un ruolo ordinatore.

E’ vano quindi l’appello continuo alla Scrittura, prevale sempre la Chiesa.

Il cristianesimo non è religione del libro ma religione viva, ovvero una religione ecclesiale.

Il metodo di Origene, ovvero il metodo delle metafore, è quello più usato per armonizzare l’insegnamento di Dio.

Ma come veniva giustificato questo metodo? Per i Padri la Bibbia era un libro ispirato da Dio a persone che lo trascrivevano con tutti i loro limiti di comprensione del mondo.

La lettura metaforica è molto flessibile e consegna i significati alla Chiesa e alla Tradizione. Se dico che una persona ha un cervello acuto, sto dicendo qualcosa di assurdo poiché nessun uomo possiede un cervello dai profili taglienti, è chiaro che al termine “acuto” puo’ e deve essere attribuito un significato differente. Se dico che “Giovanni era un dinosauro“, vale lo stesso discorso. Come si vede l’interprete ha un ruolo predominante allorché la metafora è la regola.

L’armonizzazione dei passaggi problematici è talmente complessa che tutti i saperi e le culture richieste per compierla al meglio non possono stare in una testa: la lettura della Bibbia non puo’ che essere comunitaria e questa comunità si chiama Chiesa di Dio. Il significato “emerge” in una dialettica, non viene registrato in base a codici prefissati. La dialettica stessa è stata innescata dal Libro. Il Libro è sia l’origine che la conclusione dell’opera.

La Sacra Scrittura è l’innesco di un percorso storico nella verità, non una foto realistica.

In questo senso nemmeno l’autore materiale della Bibbia  – il cosiddetto profeta – sa cio’ che scrive, inutile interpellarlo.

E’ questo un concetto simile a quello della fallacia intenzionale in campo artistico: nemmeno l’artista conosce il segreto della sua arte, inutile chiedere a lui.

Gesù non ha scritto un libro ma fondato una Chiesa, con lo scopo di interpretare il libro.

Nel Credo cristiano si dice che Dio parlò ai profeti, a segnalare l’ispirazione divina di un messaggio che richiede comunque una comprensione evolutiva.

Così come il mutamento dei corpi vede all’origine una spinta divina che innesca un processo, lo stesso si puo’ dire per la parola.

L‘evoluzionismo è stato visto come il “linguaggio” di Dio nella materia, allo stesso modo l’interpretazione della Scrittura lo è nella parola.

L’elemento vivo prevale su quello libresco, è anche il motivo per cui il sapere scientifico deve prevalere e informare la lettura dei testi. La presenza di contraddizioni e assurdità significa lavoro per una comunità, così come la presenza di corpi inadeguati significa lavoro per il processo di selezione naturale.

In questo senso la visione dei protestanti si oppone a questa tradizione: per loro la Bibbia dirime le questioni, è tribunale di ultima istanza e la lettura solitaria viene praticata e consigliata.

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Sesto passo: Dio è buono (e ci offre il Paradiso)

Presto il mondo finirà, questa è opinione comune nel mondo razionalista. Per i credenti cristiani, in questa fase, il Figlio tornerà per giudicare i vivi e i morti.

Fare il bene è un dovere/piacere in sé ma è giusto che i meritevoli siano ricompensati.

Il piano della salvezza contempla un fattore utilitarista (un premio per chi fa bene), inutile negarlo. Il Cristiano non è uno Stoico.

La salvezza è resa possibile da un intervento divino – Grazia – ma anche da uno sforzo del “salvato” che si fa incontro a questo aiuto provvidenziale.

La vita è un test in vista di un giudizio, chi lo supera sarà premiato: Dio non giudica la comunità, la famiglia, Dio giudica noi. Ci giudica a quattr’occhi, a testimonianza della nostra libertà personale.

Il cristianesimo ha un’ innegabile vena individualista, anche se la cosa non si puo’ dire apertamente.

Il Paradiso – un posto dove saremo sempre felici – è il nostro premio.

Non si tratta di un premio così misterioso: noi sperimentiamola felicità già su questa terra.

L’utilitarismo del cristianesimo non è disumano: capita spesso che i genitori offrano compensi e dispensino punizioni in ambito educativo. Tuttavia, sarebbe sbagliato puntare esclusivamente su quello.

E infatti il Paradiso puo’ essere visto come qualcosa di diverso da una mera ricompensa.

Solo coloro a cui “piace” fare del bene saranno ricompensati.

In altri termini, ricorrendo ad un esempio: in Paradiso la nostra sete di conoscenza sarà appagata, cosicché quanto più abbiamo sviluppato una legittima sete di conoscenza, tanto più saremo appagati e felici.

In questo senso, non penso che in Paradiso tutti saranno appagati alla stessa maniera, probabilmente anche lì ci saranno dei “gironi” in cui verrà stabilita una gradualità.

Gli incorreggibili andranno invece all’inferno. Certo, Dio potrebbe mutare il loro carattere ma cio’ significherebbe interferire con la loro libertà. L’ esistenza dell’ Inferno discende da un rispetto radicale di Dio verso l’autonomia dell’uomo. L’inferno, presumibilmente, non è vuoto per il semplice fatto che l’uomo non è un pupazzo.

Alcune persone non hanno avuto tempo di formare un loro carattere, magari perché sono morti giovani. Che trattamento riservare a costoro?

Potrebbero rinascere e vivere un’altra vita, una specie di reincarnazione, anche se pensarci in un corpo diverso dal nostro è leggermente disturbante.

Oppure potrebbero essere giudicati benevolmente, anche in virtù del fatto che la loro vita terrena è stata sacrificata per altri fini (vedi il primo passo alla sezione del male naturale). Qui a risentirne è la giustizia: perché alcuni sottostanno ad una prova mentre altri sono salvati da una mera benevolenza?

Un’alternativa è sottoporre costoro ad una prova supplettiva nell’al di là.

Ma è disturbante anche pensare che la vita non sia una prova necessaria, che si puo’ ricorrere ad alternative.

C’è l’ipotesi che Dio giudichi con cio’ che ha in mano. A volte però ha in mano poco più di niente, pensiamo solo al bambino abortito.

Probabilmente è vera l’ipotesi che media tra le precedenti: Dio giudica con quello che ha in mano integrandolo con delle prove supplementari (Purgatorio?) che, sebbene imperfette, migliorano comunque il suo giudizio, il tutto in un’attitudine di misericordia. Io non scarterei nemmeno forme di reincarnazione.

La dottrina cristiana della vita ultraterrena ricalca in effetti queste considerazioni.

Nel Credo si dice che Dio giudicherà i vivi e i morti in vista del Paradiso e dell’Inferno. Per il cristianesimo i giusti saranno premiati e i cattivi puniti. Il tutto in linea con il nostro istinto e la nostra ragione in materia di giustizia.

Non è necessario pensare all’inferno come ad un luogo di punizione tradizionale: basta pensarlo come un luogo in cui il desiderio di fare del male è frustrato. In questo senso il malvagio viene vessato e reso infelice.

E qual è la sorte dei non-cristiani: extra ecclesiam nulla salus?

Molti grandi maestri – inclusi Agostino e Tommaso – hanno pensato che una salvezza sia possibile anche al di fuori della Chiesa, e questa impostazione è stata confermata nel Vaticano II.

Ma come è possibile un simile evento? Il punto è problematico e merita un approfondimento a parte (*).

Altro problema: chi è già morto deve aspettare la fine del mondo per un giudizio definitivo?

E’ un po’ difficile pensare che costoro siano già in paradiso visto che la resurrezione cristiana contempla anche una resurrezione dei corpi. Io preferisco pensarli come addormentati e in attesa.

E i bambini (battezzati e non)? Ci sono varie dottrine relative al Limbo. Forse è meglio sospendere il giudizio o stare alle ipotesi che si sono formulate per le persone dal carattere non formato.

***

(*) Extra ecclesiam nulla salus? Il concetto di “fede implicita”

Non ci si salva fuori dalla Chiesa?

E gli antichi? Tutti dannati? E i bambini che nascono a Bali? Tutti dannati?

I teologi dicono che la fede nella Chiesa puo’ essere esplicita o implicita. Entrambe salvano. La seconda è disponibile per chi ignora senza colpa il messaggio evangelico.

Partiamo da un assunto: la nostra radicale libertà costringe Dio a metterci alla prova per poterci giudicare.

Non puo’ farlo a priori poiché la sua onniscienza trova un limite nella nostra libertà. E’ chiaro che il suo giudizio finale dipenderà dall’ esito della prova, e l’ esito, a sua volta, sarà apprezzato in relazione alla difficoltà relativa implicita nella prova stessa.

Ma veniamo al dunque e cerchiamo aiuto in un’analogia.

Un primo gruppo di persone si trova in un bosco ed è richiesto di trovare la via per la casa. In questo modo sarà possibile giudicare il loro senso dell’ orientamento.


Un secondo gruppo di persone viene posto nelle medesime condizioni ma viene anche dotato di bussola.

Il giudizio dipenderà dall’esito ma anche dalle diverse condizioni in cui opera chi appartiene al primo gruppo rispetto a chi appartiene al secondo gruppo. Esiti differenti possono dar luogo a un giudizio analogo, e questo in virtù dei differenti punti di partenza differenti. E’ chiaro infatti che gli appartenenti al primo gruppo saranno mediamente molto più approssimativi nello svolgere il loro compito. Questa approssimazione verrà neutralizzata nel giudizio finale.

Nota che tutto cio’ è compatibile con la fede nella bussola. Ovvero, noi possiamo credere infallibile quella bussola e pensare al contempo che anche membri del primo gruppo si siano salvati portando a termine con successo la loro prova, e magari nella stessa quantità del secondo gruppo. Ai membri del secondo gruppo infatti è richiesto di più in termini assoluti. Inoltre, possono pur sempre rifiutare la bussola oppure non imparare a maneggiarla nel giusto modo. D’ altro canto, sappiamo bene che non seguire le indicazioni della bussola ci metterà fuori strada, ed è questa la sorte in cui cade l’ infedele (alla bussola).

Resta un problema: perché ad un certo punto si è deciso di donare agli uomini  una bussola?

Evidentemente, questo dono è un atto d’ amore da parte di Dio, ma attenzione: perché mai dovrebbe essere un atto d’ amore se chi è senza bussola si salva nelle stesse percentuali? Qualora le percentuali fossero diverse saremmo di fronte ad un ingiustizia: gli uomini post-rivelazione avrebbero un trattamento di favore.

Si noti che l’enigma puo’ essere tradotto in questi termini: “perché tanta varietà nel mondo?”, “perché tanta diversità?” “perché ogni uomo richiede un contesto ad hoc per essere giudicato?” Perché Dio dà ad alcuni la bussola e ad altri no e poi giudica secondo due metri diversi? Non avrebbe potuto darla a tutti e giudicare secondo un unico metro? Possibile risposta: no perché nella nostra libertà siamo tutti diversi, al punto da richiedere prove sempre diverse.

Se siamo tutti diversi occorre una molteplicità cangiante di contesti: un mondo con la bussola, un mondo senza bussola, un mondo ricco, un mondo povero… Nemmeno l’aggiustamento del giudizio compensa la nostra diversità! Noi siamo unici e il mondo cambia per fornire banchi di prova sempre differenti.

L'immagine può contenere: uccello, spazio all'aperto e natura

Quinto passo: Dio è un modello (e ci insegna a vivere)

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Un Dio del genere probabilmente ci starà vicino facendosi uomo  e allevierà la nostra condizione. Ma noi cosa possiamo fare noi per lui?

Essenzialmente una cosa: per “risarcire” Dio dei nostri peccati siamo tenuti a vivere una vita perfetta.

Non ci riusciremo mai – e infatti Gesù l’ha fatto al nostro posto – tuttavia dobbiamo pagare il nostro debito per quanto possiamo, dobbiamo mostrare di fare quanto in nostro potere.

Come vivere una vita perfetta? Il primo problema è informativo: dobbiamo sapere molte cose. Possiamo arrivare a comprendere cio’ che è dovuto, in fondo la morale di base è comune a tutti gli uomini dotati di ragione, ma ci sfugge necessariamente tutto cio’ che è lodevole.

Innanzitutto ci sono dei particolari insidiosi anche nella morale necessaria: uccidere è sbagliato. Ma uccidere un feto? E uccidere un agonizzante? La Rivelazione ci puo’ illuminare su particolari tanto insidiosi.

Detto questo è comunque logico chiederci: ma perché non basta pagare il “giusto”? Perché si rende necessario il “lodevole”? Perché insomma Dio ci impone degli obblighi ulteriori rispetto a quelli della morale di base?

Ci sono essenzialmente due motivi comprensibili dalla ragione umana: uno esistenziale e uno comunitario.

Motivo comunitario: condividere dei valori realizza un coordinamento. Se non vi fidate della dottrina cattolica consultate pure la teoria dei giochi.

Imponendo un giorno comune per la festa, per esempio, si coordinano le relazioni comunitarie.

Da quanto detto si scorge la natura politica della religione cristiana.

Per fare un parallelo: comprendiamo bene che un governo politico bandisca l’omicidio ma perché mai dovrebbe imporci di guidare tenendo la destra? Non ha nessun contenuto morale un comando del genere, eppure è imposto in modo coercitivo. La risposta in questo caso è evidente: per realizzare un coordinamento, ovvero la funzione primaria dei governi politici.

In questo senso bisogna ammettere che quando i cristiani non sono maggioranza nella comunità, e da quando la laicità si è fatta strada, viene in parte meno questo motivo “politico” legato al “lodevole”.

Ce n’è però un secondo, il cosiddetto motivo esistenziale: puntare in alto rende più soddisfacente la nostra vita. Il piacere dei sensi non è tutto, occorre che l’uomo si senta realizzato per vivere una vita appagante. Se non vi fidate della dottrina cattolica consultate pure la scienza psicologica.

Se l’impegno che ci viene richiesto domanda un investimento non banale in termini di energie personali, la nostra personalità fiorisce. Difficile sentirsi realizzati limitandosi a non uccidere il fratello, molto più facile esserlo aiutando lo sconosciuto o compiendo un gesto eroico.

Ogni buon genitore, d’altra parte, impone ai figli doveri che oltrepassano la comune morale. Fare l’elemosina in favore dei bambini africani non è un dovere in senso stretto ma il buon genitore abitua così il figlio alla magnanimità d’animo e a perseguire mete elevate che vanno al di là dello stretto indispensabile e danno un senso più compiuto alla propria esistenza…

Si noti che molte azioni di coordinamento sono pressoché arbitrarie: tenere la destra equivale a tenere la sinistra, cambia poco. Questa arbitrarietà fa sì che la ragione umana stenti ad individuarle. Anche per questo diventa decisivo che a fissare la regola sia una voce autorevole, in modo da realizzare “conoscenza comune”. In poche parole, si rende necessaria una rivelazione divina. Noi sappiamo che rubare è sbagliato ma non sappiamo il giorno in cui andare a messa o fare digiuno.

Questa esigenza di una voce autorevole è sentita sia dalla ragione che dalla religione storica. Nella religione cristiana, per esempio, Dio ha parlato all’uomo (si è rivelato) più volte.

Nel Credo si dice chiaramente che Dio si è rivelato all’uomo attraverso i Profeti.

Questa Rivelazione assume la sua pienezza con la vita di Gesù. Nell’insegnamento di Cristo e nell’ insegnamento della Chiesa di Cristo i doveri del buon cristiano si sono estesi a dismisura.

L’amore che ci ha insegnato Gesù va ben al di là dei dieci comandamenti. Con lui molti atti eroici diventano un dovere. La preghiere e l’adorazione devono essere continue. Alcuni obblighi, come quelli sessuali e famigliari non sembrano immediati ma sembrano piuttosto eccedere i doveri individuati dalla ragione: se l’adulterio appare a tutti come una scorrettezza, non è così per i rapporti pre-matrimoniali. E’ chiaro che il messaggio di Gesù non è solo strettamente etico ma comunitario: Gesù è il fondatore di una comunità armoniosa (la Chiesa).

L’ universalità del comando divino fa sì che molte situazioni speciali non saranno disciplinate al meglio. Per esempio: non TUTTI i precetti matrimoniali si attagliano a TUTTE le coppie. In alcuni casi il divorzio sarebbe la soluzione migliore.  Tuttavia, l’azione complessiva di questi comandi renderà la comunità più prospera.

Non si puo’ negare che sul punto da noi esaminato ci siano approcci differenti, in particolare se si confrontano cattolici e protestanti.

Lo standard morale dei cattolici è molto elevato (pensiamo solo al celibato dei preti), e richiede un contenuto di misericordia altrettanto elevato. Lo standard protestante è più basso e puo’ permettersi maggior rigore.

Poiché l’insegnamento più proficuo consiste nell’esempio, l’insegnamento divino ci viene impartito fornendoci un esempio vivente: Cristo.

L’esempio è ancora più necessario quando l’obbiettivo è quello di illustrare la perfezione, e non un semplice schemino dei doveri (come nel caso dei dieci comandamenti).

Ma ogni comunità ha i suoi costumi e le sue tradizioni, cosicché ogni insegnamento deve essere rimodulato in conformità a quei costumi e a quelle tradizioni. E’ a questo che serve una Chiesa, ovvero il corpo di Cristo che vive sempre nella contemporaneità del credente. La Chiesa reinterpreta continuamente la rivelazione divina mantenendo l’unità dell’insegnamento originario.

Questa considerazione razionale trova un riscontro nel Credo cristiano allorché si accenna ad un’ unica Chiesa Cattolica (universale) e Apostolica (discendente da Cristo).

Ma c’è un’altra funzione demandata alla Chiesa. Noi siamo deboli. A volte conosciamo cio’ che è giusto ma non riusciamo a realizzarlo. Per esempio, sappiamo che lo zainetto di marca non è necessario per nostro figlio, che è meglio investire altrove per lui e che è giusto respingere i suoi capricci; ma poi ci ritroviamo in un contesto in cui tutti hanno lo zainetto di marca e cediamo. Ecco, la Chiesa è anche un luogo di reciproco aiuto, una comunità dove si puo’ crescere al meglio sempre esposti agli esempi più elevati. Chi ha detto che per crescere non occorre un insegnante ma un villaggio?… La Chiesa è quel villaggio.

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Quarto passo: Dio è misericordioso (e si carica i nostri peccati)

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Un Dio del genere probabilmente ci starà vicino facendosi uomo. Ma cosa farà per alleviare la nostra condizione?

Come reagisce Dio al peccato dell’uomo? Come reagisce nel vederlo combattere con i suoi limiti? Reagisce facendo il suo bene (ovviamente). Cerchiamo di sviscerare le implicazioni di quanto detto nei passi precedenti su questo tema.

Dio è misericordioso e perdona. Ma cos’è il perdono esattamente?

Il perdono si confronta con un male. Ora, c’è un male oggettivo e un male soggettivo. Solo il secondo è “colpevole” in senso stretto.

Se non ti pago per un’impossibilità sopravvenuta compio nei tuoi confronti un male ma non ricade su di me una colpa soggettiva visto che non potevo pagarti anche volendolo.

Se invece non lo faccio perché spero tu ti sia dimenticato del mio debito, compio una mancanza colpevole in senso soggettivo.

La prima situazione comporta un danno oggettivo, questo non significa che la cosa passi in cavalleria. Di solito, in casi del genere, parliamo di “colpa oggettiva”.

Molti sono irritati dal ragionare in termini di “colpa” e “perdono”: non si sentono affatto alla stregua di “colpevoli” che devono risarcire, e nemmeno intuiscono la sensatezza della dottrina del “peccato originale”. Costoro dovrebbero ragionare meglio sul concetto di “colpa oggettiva”.

Comunque li capisco, ma questa irritazione non deve essere di ostacolo alla fede. Nei ragionamenti che qui conduco sul “peccato originale da risarcire” utilizzo la canonica terminologia fondata su “colpa” e “perdono” ma nulla osta a che questo doppio pilastro sia sostituito dalla diade più comprensibile di “limite” e “dono”. In altri termini: la dottrina del “peccato originale” puo’ essere compresa anche come dottrina del “limite originale”. Postulare che l’uomo sia una creatura limitata non dovrebbe irritare nessuno.

Il concetto di “limite” si avvicina molto a quello di “colpa oggettiva”, ovvero di “peccato originale”.

Sia il Dio che ci riscatta dalle nostre colpe che il Dio che ci innalza oltre i nostri limiti è un Dio buono. Chi preferisce la seconda immagine non avrà alcun problema a riconvertire tutto secondo quello schema.

Ma torniamo a noi.

La compensazione di una  mancanza – ora torno al gergo della colpa – ha quattro componenti: pentimento, scuse, risarcimento e penitenza.

Il perdono consiste nel trattare il colpevole (oggettivo o soggettivo) come se non avesse mai commesso la sua colpa.

Il perdono indebito, ovvero esercitato in mancanza di una delle quattro componenti, è a sua volta una mancanza di rispetto verso il peccatore poiché lo degrada implicitamente a bambino. Il perdono indebito attenta alla dignità dell’uomo. Il perdono indebito è un po’ come il dono consegnato a chi lo disprezza.

Tutti noi manchiamo verso Dio direttamente o indirettamente, è nella nostra natura. Nel primo caso lo trattiamo male non rendendogli merito, nel secondo maltrattiamo una delle sue creature. Nessuno di noi conduce una vita perfetta.

Analogia: se colpisco tuo figlio danneggio anche te ed è giusto che mi scusi anche con te.

A cio’ si aggiunge il peccato originale, ovvero un’eredità gravosa che ci mette in ogni caso nella condizione di non avere il diritto di accedere ad una condizione privilegiata rispetto a quella presente.

Il peccato originale ci rende colpevoli in modo “oggettivo”, e questa non è un’ ingiustizia, molto spesso registriamo ed accettiamo condizioni del genere come giuste. L’asse ereditario non è costituito solo da attività e nessuno lamenta questo fatto come “ingiusto”.

Se un ragazzo fuma come una ciminiera prima della pubertà, questo incide sui suoi geni in modo tale che aumenta il rischio di avere bambini obesi. E’ solo uno stupido esempio. Noi dobbiamo la vita ai nostri genitori, e se questa vita non è perfetta non riscontriamo in questo una grande ingiustizia, non è una vicenda in cui ha senso processare un colpevole perché colpevoli in senso soggettivo non ce ne sono. Ereditiamo il buono e il cattivo accettando tutto quel che viene di buon grado. Anche l’eredità materiale ci spetta solo se accettiamo i debito del de cuius.

Dio dunque è generoso e ci perdona facendosi carico dei nostri peccati e delle nostre colpe (oggettive e soggettive).

Ma come è possibile espiare un peccato per conto terzi?

Un’analogia spiega bene il ruolo di Gesù nelle nostre vite.

Supponiamo che dietro pagamento anticipato io mi impegni a pulire la tua casa. Supponiamo poi che abbia speso il compenso ricevuto ma omesso di fare il mio dovere a tempo debito. Ora che mi appresto ad eseguirlo mi capita un incidente che mi impedisce oggettivamente di rimediare al mio ritardo (ipotizzo un misto di colpe oggettive e soggettive). Tu t’incazzi. Giusto. Poi trovi un terzo che adempie gratuitamente ai miei doveri. Quali saranno i tuoi sentimenti nei miei confronti? Qualora io mi penta delle mie mancanze,  qualora io mi scusi, qualora io faccia tutto quanto è nelle mie possibilità per aiutare il terzo e qualora io gli renda onore per la sua generosa offerta, tu potresti anche perdonarmi. O no?

E’ dunque una situazione che l’intelletto umano comprende e trova ragionevole: un’aiuto gratuito che innesca una sequela di comportamenti opportuni che potrà poi chiudersi con un perdono divino.

Ma quale forma prende il risarcimento che il Dio Figlio elargisce al Dio Padre?

In generale potremmo ritenere che si manifesti con il vivere una vita perfetta.

E’ di fatto qualcosa di molto vicino alla dottrina della redenzione esposta sia nell’ Epistola agli Ebrei di San Paolo che nel Nuovo Testamento, ma anche da San Tommaso.

Il Credo parla di un Battesimo per il perdono dei nostri peccati. Con il Battesimo noi ci incardiniamo su quella via che – grazie all’azione della Grazia – ci porterà al superamento dei nostri limiti naturali (il cristiano, con San Paolo, direbbe: “al perdono delle nostre colpe attraverso la Croce”).

All’uomo non resta che pentirsi, scusarsi e fare penitenza, e per quanto gli è possibile dovrà anche risarcire il suo Salvatore, magari con la stessa moneta con cui è stato riscattato: ovvero vivendo una vita il più possibile ad imitazione di Cristo. Così facendo il cerchio si chiuderà con un perdono ed una chiamata in Paradiso dell’ ex-colpevole (o ex-limitato).

Se parliamo di “misericordia” è proprio perché – pur in presenza di scuse, pentimento e risarcimento conto terzi –  il risarcimento fornito in prima persona è necessariamente insufficiente, cosicché per parificare la bilancia della Giustizia occorre un atto di Misericordia. Tuttavia, come appena visto, si tratta di una misericordia perfettamente sensata, che non ha nulla di scandaloso.

Da notare, quindi, che questo processo di perdono non è un atto dovuto poiché non coincide con un dovere obbligatorio da parte di Dio. In esso si esplicita invece la sua santità, ovvero la sua inclinazione a compiere tutto il bene, anche quello non strettamente dovuto, qualcosa che abbiamo già visto per giustificare la creazione dell’universo. La misericordia divina, insomma, è un atto eroico anche se facilmente comprensibile dall’intelletto umano.

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Terzo passo: Dio è pietoso (quindi incarnato)

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Ora vediamo meglio come ci aspettiamo che agisca un Dio del genere.

Personalmente da una persona buona mi attendo che condivida il dolore di colui che ama. Mi sembra del tutto ragionevole.

Ragionando a priori direi che un Dio innamorato della sua creatura viva una vita umana per starci più vicino .

L’uomo purtroppo soffre, ma è un bene che soffra: la sua libertà vale più del suo dolore. Rinvio al primo passo chi ha ancora dubbi in merito.

Noi, creature di Dio, siamo un po’ come i suoi figli (tanto è vero che lo chiamiamo Padre). Ebbene, un padre a volte è tenuto a tollerare la sofferenza del figlio per giusti motivi.

Esempio: alcuni genitori pretendono che i loro figli frequentino la scuola locale anche se malfamata, questo per contribuire a rinforzare i legami comunitari.

Detto questo, è inevitabile che chi ama l’uomo condivida il suo dolore standogli accanto e aiutandolo finché ritiene giusto farlo.

L’ incarnazione divina rappresenta la condivisione del dolore umano da parte di Dio.

Descritta in questo modo la dottrina dell’Incarnazione appare la più ragionevole, date le premesse, ovvero i “passi” precedenti.

La morte del Dio incarnato per i nostri peccati, poi, rappresenta l’aiuto dato all’uomo nelle giuste forme. Questa è la dottrina della Redenzione, ma procediamo con ordine focalizzandoci sull’Incarnazione.

Ma come puo’ Dio diventare uomo visto che la sua natura non gli consente di smettere di essere Dio? Il concetto di consustanzialità entra in campo a questo punto.

Dio si incarna acquisendo un corpo umano e una modalità umana di pensare, purché tutto cio’ sia un’ aggiunta alla sua natura divina e non una sostituzione.

Il concetto di uomo/dio ci appare contraddittorio. Dio e gli uomini hanno un modo di pensare e di vedere le cose radicalmente diverso: il pensiero umano è condizionato, per esempio, dall’avere un corpo.

L’uomo e razionale, buono e libero, ma lo è in una forma estremamente limitata rispetto a Dio. Come possono due nature convivere in un’unica persona?

Se facciamo attenzione, già la nostra esperienza terrena ci consente di intuire questa strana realtà: almeno dai tempi di Freud noi sappiamo che due menti possono convivere nella stessa persona in modo dissociato.

Una stessa persona puo’ avere due sistemi di credenze distinte e in qualche misura indipendenti tra loro. Sebbene entrambi i sistemi siano accessibili alla medesima mente, di fatto l’accesso viene dissociato.

C’è una “mente” nella Franzoni che sa di aver ucciso suo figlio ma l’altra mente, quella che la Franzoni utilizza di fatto quando interrogata, lo nega in buona fede. Come è possibile? Semplice, due menti convivono nella stessa persona e si auto-ingannano a vicenda.

In una certa misura l’auto-inganno è fisiologico poiché ci aiuta ad operare meglio: se ci credi dai di più. Se sei il primo a crederci mentirai in modo molto più abile, per esempio.

Nel caso della Franzoni l’autoinganno è patologico ma noi dobbiamo limitarci ad osservare che il processo di “convivenza” di due coscienze nella stessa persona è comprensibile anche all’intelletto umano, è un’esperienza comune (anche se in grado limitato): non dobbiamo necessariamente rinunciare ad un sistema di credenze per abbracciarne un altro, i due sistemi possono sussistere contemporaneamente.

La coscienza divina comprende quella umana, che non comprende quella divina. Ed entrambe convivono nella stessa mente.

Tutti i giorni facciamo questa esperienza anche in prima persona: in me c’è quella che vorrebbe mangiare il cioccolatino e quella che – per motivi dietetici – consiglia di evitare per motivi dietetici. Anche qui in nuce c’è uno sdoppiamento.

Ora è più chiaro quanto sia inconsistente l’accusa fatta al Padre di sacrificare il Figlio: sarebbe come rimproverare all’ io-prudente (che consiglia di limitare il consumo di cioccolato) di essere vessatorio nei confronti dell’ io-desiderante (che vorrebbe papparselo). Si tratta della stessa persona!

Il Dio incarnato sarà sottoposto a desideri e sofferenze tipicamente umane: freddo, fame, angoscia.

Questo significa che il Dio incarnato potrà fare anche il male?

Il male puo’ essere oggettivo o soggettivo. Nel secondo caso è intenzionale, per esempio quello che commette il ladro quando ruba. Un Dio incarnato che vive una vita perfetta non cadrà mai in tentazioni di questo tipo, non sceglierà mai di fare il male.

Ma il Dio incarnato è (anche) un uomo perfetto, per cui non sbaglia nei suoi giudizi: perché mai dovrebbe commettere un male soggettivo? No, il suo comportamento è esemplare e l’imitazione di Cristo è una strada sicura per la perfezione.

Detto questo, il Dio incarnato è affetto dai limiti della sua condizione per cui una decisione difficile, per quanto alla fine necessariamente corretta, sarà pur sempre fonte di angoscia e tribolazioni.

Una vita perfetta ma sofferta, quindi. Anche se il suo discernimento e i suoi poteri restano intatti, tutto deve passare attraverso i limiti del suo corpo.

Fin qui il ragionamento a tavolino su come ci attendiamo che Dio reagisca di fronte alla sua creatura che soffre e combatte sulla terra. Ora veniamo alla dottrina cristiana dell’incarnazione.

Nel Credo affermiamo che il Figlio discese dal cielo e si incarnò sulla terra diventando uomo. Sembra proprio che questo individuo – il Cristo – conservi le due nature. Non che la cosa sia stata esente da disaccordi.

Fu il Concilio di Calcedonia a cimentarsi con il problema. La formula ortodossa fu rigettata dei Monofisiti (oggi essenzialmente i Copti), i quali propendevano per un’unica natura del Cristo, e i Nestoriani, che consideravano il Cristo e Dio come persone differenti. Ad ogni modo oggi non ci sono disaccordi sostanziali.

Ma perché acquisire un corpo? Che necessità c’era? Per Platone, tanto per dire, l’essenza dell’uomo è la sua anima, non il suo corpo.

Diciamo allora che con il cristianesimo uscito da Calcedonia vince Aristotele.

Per Aristotele l’anima non è una parte distinguibile della persona ma la forma dei corpi, il modo in cui la persona agisce e pensa. Non puo’ pensarci un’anima completamente svincolata da un corpo. A Calcedonia vince Aristotele, per questo l’acquisizione di un animo umano implica l’acquisizione di un corpo.

Ricapitolando, Gesù è uno di noi, tranne che per il fatto che non puo’ sbagliare: è infallibile! La sua vita è perfetta, ma si tratta di una perfezione che costa sangue. Fu perseguitato, crocifisso e sepolto: tutto questo ha comportato una grande sofferenza per lui.

Gesù nacque da Maria. Perché non ebbe due genitori come tutti noi?

Avere come madre Maria e come padre Dio (e non Giuseppe) è un simbolo potente che rinvia alla natura dell’uomo/Dio.

D’altronde, non è un grande miracolo per Dio derivare due set di cromosomi partendo da un unico ovulo, ovvero quello di Maria.

Anche per questo, forse, Dio è di solito immaginato come maschio.

Gesù non muore ma ascende al cielo. Perché? Anche qui c’è un simbolo potente in azione: come era disceso dal Cielo acquisendo anche una natura umana, allo stesso modo, al termine della sua missione, vi ascende tornando alla sua natura divina.

Gesù ascende al cielo collocandosi alla destra del padre. Anche qui l’espressione presa alla lettera non ha senso poiché Dio non ha una dimensione spaziale, va intesa piuttosto nel senso che Gesù si colloca sul versante della giustizia e della salvezza.

Milano, al Museo Diocesano il Capolavoro per il 2017 è del Perugino: l'Adorazione dei pastori

al Museo Diocesano fino al 28 gennaio L’adorazione dei pastori del Perugino – noi ci siamo andati Domenica scorsa, una figata.