Steven Landsburg: esiste una responsabilità verso le generazioni future?

Ottimo esempio che manda nel pallone la cosiddetta etica laica.

… the following question seems to me to be of both supreme importance and supreme difficulty: Do living people have any moral obligation to the trillions of potential people who will never have the opportunity to live unless we conceive them?

The answer is surely either “yes” or “no,” but either answer leads to troubling conclusions. If the answer is “yes,” then it seems to follow that we are morally obliged to have more children than we really want. The unconceived are like prisoners being held in a sort of limbo, unable to break through into the world of the living. If they have rights, then surely we are required to help some of them escape.  

But if the answer is “no”–if we have no obligations to those imprisoned souls–then it seems there can be no moral objection to our trashing Earth, to the point where there will be no future generations. (That’s not to say that we’d necessarily want to trash Earth; we might have selfish reasons for preserving it. I mean to say only that if we ever did want to trash Earth, it would be morally permissible.) If we prevent future generations from being conceived in the first place, and if the unconceived don’t count as moral entities, then our crimes have no victims, so they’re not true crimes.

So if the unconceived have rights, we should massively subsidize population growth; and if they don’t have rights, we should feel free to destroy Earth. Either conclusion is disturbing, but what’s most disturbing of all is that if we reject one, it seems we are forced to accept the other. Perhaps there’s a third way, and that’s just to admit that we’re incapable of being logically rigorous about issues involving the unconceived.

Come sbrogliare la matassa?

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Eunuchi operati male

Tyondai Braxton – Central Market –

In passato la “musica contemporanea” era famosa per la sua musoneria; nessuno puo’ negare che si presentasse puntualmente in pubblico esibendo pose corrucciate. Già parlare di “presentarsi in pubblico” è un’ esagerazione visto che al pubblico dava le spalle quasi nemmeno fosse presente in sala. C’ era poi il mito del “work in progress”: tra la prova e la prima diventava difficile distinguere.  E poi che avarizia di suoni!: arrivava giusto qualcosa ogni tanto, e sempre appena dopo l’ abbiocco. A fine serata spesso si contavano più starnuti che note.

Chi non ama l’ odore del cloroformio e soffre le atmosfere troppo disinfettate, puo’ rifarsi frequentando l’ estetica anni ottanta del giovane Tyondai Braxton; appena lo vedi capisci subito quanto il giovanotto sia poco incline all’ austerità, la sua musica festaiola è più sgargiante di un frutto tropicale. E se la fai a fette non sporca neanche, resta compatta e rimontabile, quasi fosse costruita con il lego.

Le sue storie preferite sono scintillanti, rozze e sfilacciate quanto quelle inventate dal bimbo in vacanza che gioca da solo sul marciapiede: hanno la rapsodia colorata del cartone animato e la precarietà della fiaba che dura fin che dura la veglia del piccolo.

Predominano due gusti: il primo volgare, per la plastica; e il secondo puerile, per il minuscolo.

Sugar High 1 - blog

Ottimo musicista, per carità. Ma chi se la sentirebbe di avallarlo? Innanzitutto ha sempre il singhiozzo, sintomo preoccupante; secondo poi è zoppo, sul suo stendardo sventola il simbolo della papera; quel suo modo sbilenco di procedere lascia molti perplessi, viene voglia di infilare una zeppa da qualche parte; i suoi pezzi sono infarciti di allegre collisioni, i suoni pogano tra loro senza requie (le risse non sono rare), ma non a tutti piace l’ autoscontro, molti amano altri tipi di giostra; la sua musica, infine, è piena di bulloni (spesso avvitati male), nel vorticoso taglia e cuci va sempre perso qualcosa; come se non bastasse, l’ esito finale è tutt’ altro che innocuo: ad un certo punto i colori diventano un po’ troppo colorati, cio’ che prima frizzava ora corrode, l’ allegria vira nell’ orgiastico, il flicorno trasmuta in una trombetta-party e il flicornista in una marionetta con l’ occhio sbarrato e il sorriso stampato. La sensazione di essere caduti dalla padella (la musoneria) alla brace (allegria impasticcata) fa capolino.

Braxton è un fornitore di musica con un magazzino sterminato, c’ è roba buona per sospirare, per strizzarsi le meningi, per fischiettare; spesso c’ è roba buona per fare tutte e tre le cose contemporaneamente; puoi trovarci l’ elettronica di prima generazione come la collezione di suoni autunno inverno della stagione ventura. E’ comunque roba piena di proteine e grassi insaturi: abbondano anche i coloranti; i conservanti un po’ meno, a giudicare dal sottile lezzo di marciume che si nota in sottofondo.

Se ti compri da lui una sinfonia (viene via a poco), puoi succhiarla con la cannuccia, quel che resta lo butti (resta sempre un mucchio di roba); poi ti sbrani un quartetto, l’ imponente imballaggio lo farai sparire in qualche modo. La scorza del trio per oggi la scoperai sotto il tappeto. Quando ti sgranocchi la canzone, occhio alle bucce. La musica da camera è fresca come una spremuta, si sa, ma ogni spremuta ha la sua feccia, che farne? Per questa volta buttiamola in strada; l’ hard bop si fa aspirare voluttuosamente, ma il mozzicone che ci resta tra le dita? Gettalo sull’ asfalto e gira l’ angolo alla svelta.

Ascolta, consuma e crepa. Qualcuno pulirà.

Nel mondo di Braxton fioriscono i commerci, le note sono in vendita giorno e notte e la produzione è a ritmo continuo.

L’ abbondanza è tale che i prezzi collassano come fossero in caduta libera; la gente succhia, aspira, mastica, annusa a più non posso ma non riesce a star dietro al musicista. Orifizi e pori si otturano ad uno ad uno e si dispiega lo spettacolo della voglia pazza in presenza di sensi disattivati. Sembra che circolino solo eunuchi operati in modo maldestro.

Abbondanza! I prezzi calano, si passa ai saldi tutto l’ anno, dopo i saldi scattano gli omaggi, finché non resta che macerare le eccedenze e comprimere i capolavori rimasti in eco-balle da stoccare chissà dove.

Finché ormai, resi totalmente insensibili dal bozzolo che ci serra, un giorno scopriremo con terrore che non esistono fuochi in grado di smaltire questo genere di plastiche.

Siamo chiusi dentro un minuscolo pianeta e i moduli musicali di Braxton continuano ad uscire a ritmo “gioiosamente” forsennato. Il livello del blob si alza. Siamo già tutti sui tetti in attesa di elicotteri che non verranno. Aiuto!

Qualcuno si avvicina a passi felpati alla stanza del prolifico compositore sfoderando un coltellaccio, apre la porta e…

– continua –  

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Ascendenti: George Gershwin – Rimskij-Korsakov – Igor Stravinsky – Frank Zappa.

In un mondo senza elettricità

Alexander Sokurov – Oriental Elegy

Nel corso di un autunno qualsiasi, una foglia qualsiasi cade all’ improvviso.

Ma non abbastanza da sorprendere Sokurov, che la filma.

Era lì, appostato da anni ad attendere l’ evento.

Forse questo aneddoto/haiku inventato sui due piedi rende in qualche modo la poetica del siberiano.

Nel mondo del grande schermo sono in molti a diffidare della lentezza. Non Sokurov, che anela all’ immobilità.

La sua immagine cinematografica sospira di nostalgia ricordando i bei tempi in cui era solo una fotografia. Ora puo’ permettersi solo certe sfumature seppia ma per il resto le tocca di malavoglia fluire nel tempo.

L’ immobilità pura infatti non esiste e Sukorov, armato di una pietas infinita e di un occhio scrutatore particolarmente indiscreto, si dedica anima e corpo alle impurità che screziano di continuo un silenzio mai taciturno.

Puo’ essere il maestoso incedere delle nebbie come la strascicata deambulazione dell’ ottuagenario, qualsiasi fenomeno in grado di dilatare i ritmi guadagna presto l’ attenzione meritandosi una delle sue proverbiali cornici.

Entriamo in un mondo senza elettricità tagliato da luci caravaggesche che sembrano rasoiate (il miope in platea continua a mettere e togliere gli occhiali); anzi, direi meglio che sembra di calarsi in una tela di Rothko: non si cerca una storia da raccontare, piuttosto uno spazio da abitare.

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L’ unità di tempo è rispettata come un dogma di fede, anche quando si documenta la cottura del riso.

Chi sono i protagonisti?

Innanzitutto un ruolo fondamentale spetta allo scricchiolio del parquet, ma se la deve vedere con una ruga particolarmente espressiva collocata sulla fronte della vegliarda (s’ investe molto sulla geografia mobile della cute invecchiata). Anche la nodosità delle artritiche nocche merita una menzione speciale. L’ idraulica della deglutizione è sottoposta a peritosa indagine grazie ad enormi microfoni pelosi collocati strategicamente. Il tipico taglio oculare della mandorla giapponese non ha più misteri dopo i lunghi piani-sequenza di cui è fatto oggetto.

Manca solo lo sporco nelle orecchie.

Ma tutto puo’ diventare protagonista da un momento all’ altro e non abbiamo la minima idea di dove ci condurrà l’ ennesima infinita dissolvenza del Maestro.

Charles Murray: una buona scuola “lascia indietro” molti bambini

… nella valutazione di molti dei nostri talenti la scuola assume un sano atteggiamento realistico… al bambino con chiare lacune cinetico-motorie viene chiesto di frequentare l’ ora di ginnastica ma difficilmente s’ investirà su di lui per farne un atleta a livello agonistico… chi ostenta fin da subito scarse doti musicali è tenuto a conoscere alcuni rudimenti ma non a tentare il conservatorio per divenire musicista… chi è sotto la media quanto ad abilità spaziale seguirà le lezioni d’ arte ma non subirà pressioni per investire le sue energie migliori in quell’ ambito… chi ha scarso controllo nelle relazioni interpersonali riceverà uno sprone se vergognoso e un’ avvertenza se aggressivo, ma tutti sono d’ accordo che è fatica sprecata puntare su questi soggetti per farne degli addetti alle pubbliche relazioni… i bambini incapaci di concentrazione saranno aiutati ad acquisire sane abitudini di studio ma ci vuole poco a constatare che per loro taluni obiettivi sono interdetti… Solo per quanto riguarda le abilità linguistiche e logico-matematiche si pretende invece che tutti facciano bene. La realtà qui viene congedata, anche quando si presenta nelle forme più nitide… Eppure sappiamo che almeno metà dei bambini non è in grado di leggere o calcolare con quella facilità che la scuola pretende da loro… questi bambini vengono tormentati per anni con pretese irrealistiche… è normale che in queste condizioni identifichino la scuola come un luogo di tormento… Parecchi di loro, molto semplicemente, non sono abbastanza intelligenti per seguire con successo un convenzionale percorso accademico… cio’ non significa che dobbiamo ostentare durezza o indifferenza, basterebbe lasciare da parte l’ ampollosa e mal fondata retorica del “leave no child behind”… Ripensate per un attimo alla vostra esperienza scolastica, probabilmente avete un buon ricordo di quando, incoraggiati da un insegnante di razza a fare qualcosa che non riuscivate a fare, avete alla fine sfondato… ma vi farà ancora male pensare a come avete deluso persone che vi sostenevano sospingendovi alla conquista di obiettivi irrealistici… Ricordo ancora di essere stato il cocco del mio allenatore di baseball, e ricordo quel tragico pomeriggio quando mi schierò come ultimo battitore nella sfida decisiva contro i Bruins… di fronte allo scetticismo generale per questa scelta a dir poco stravagante si adoperava per spendere in mio favore parole di ammirazione e fiducia in modo da incoraggiarmi a puntino… ma la realtà fino ad allora aveva parlato chiaro: io ero da sempre il punto debole della squadra… e quando presi posto sulla base  la mia performance fu la solita: un mezzo disastro… la delusione che sentivo attorno mi spezzò il cuore e ancora oggi metto piede con terrore in un campo da baseball… eppure mi ero limitato a fare quello che sapevo fare e che tutti sapevano che sapevo fare, non meritavo certo di essere punito in modo tanto efferato… pretendere che uno studente raggiunga livelli che molto semplicemente non puo’ raggiungere è crudele prima ancora che sbagliato… nessuna strategia pedagogica, nessun carico di compiti a casa, nessun miglioramento nella preparazione degli insegnanti puo’ far sue certe mete utopiche… non resta che il trucco di abbassare implicitamente gli standard girandosi dall’ altra parte… A questo punto ci sono tre ordini di obiezioni a cui vanno soggette le osservazioni fin qui svolte: 1. l’ IQ non cattura le capacità di apprendimento, 2: l’ IQ puo’ essere innalzato e 3. la scuola di oggi è talmente in pessimo stato che persino a chi è sotto la media puo’ ricevere di più anche senza che migliori le sue capacità… La risposta alle prime due sembra semplice, la terza è più impegnativa… i prossimi capitoli saranno dedicati a districare questa trama…

Charles Murray – Real Education

Le metafore contano… ma non troppo.

Katja Grace minimizza Lakoff.

George Lakoff has argued that metaphors underlie much of our thought and reasoning:

The science is clear. Metaphorical thought is normal. That should be widely recognized. Every time you think of paying moral debts, or getting bogged down on a project, or losing time, or being at a crossroads in a relationship, you are unconsciously activating a conceptual metaphor circuit in your brain, reasoning using it, and quite possibly making decisions and living your life on the basis of your metaphors. And that’s just normal. There’s no way around it! Metaphorical reason serves us well in everyday life. But it can do harm if you are unaware of it.

A different bike path by Moominmolly

Images also seem to play a big part in most people’s thought. For instance when I think ‘I should go home soon before it gets dark’ there are associated images of my hallway and a curve of the bike path in evening light. I wonder how much the choice of such images influences our behaviour. If the image was of my sofa instead of my hallway, would I be more motivated? If the word ‘dog’ brings to mind an image of a towering beast I saw once, am I less likely to consider purchasing a dog of any kind than if it brings to mind something rabbit sized? If ‘minimum wage’ brings to mind a black triangle of dead weight loss, am I less likely to support a minimum wage than if it brings to mind an image of better paid workers (assuming my understanding of economics and society are the same)? This seems like something people must have studied, but I can’t easily find it.

It seems likely to me that such images would make some difference. If it is so, perhaps I should not let the important ones be chosen so arbitrarily (as far as my conscious mind is concerned).

Dentifrici e Università

Quando tra vari prodotti in concorrenza esistono solo minime differenze qualitative, la pubblicità diventa decisiva.

Siano dentifrici, detersivi o profumi, la pubblicità fa la differenza: non potendo puntare sulla sostanza si ripiega su altro. In particolare, si abbinano al prodotto degli status che siano appetibili al consumatore.

Sembra proprio che una dinamica simile spieghi la sorte di certi servizi educativi: anche qui le ridotte differenze in termini di qualità richiedono massicci investimenti pubblicitari.

Preciso subito: in questo caso il termine “pubblicità” va virgolettato. Si lavora più che altro sulla “fama”, sul “credito”, sulla “reputazione”.

Potete rendervi conto immediatamente di quanto dico mediante una piccola introspezione personale.

college

Domandatevi: in che condizioni vorrei trovarmi (o vorrei che si trovasse mio figlio)?

Due ipotesi: 1. preparazione università di Macerata e titolo Bocconi o 2. preparazione Bocconi e titolo università di Macerata?

Io non ho dubbi, scelgo il caso 1 perché ritengo che apra le prospettive più promettenti, e questo a conferma di quanto sopra: in ambito educativo l’ abito conta spesso più del monaco.

Ma la guerra non è solo fra università, anche l’ istruzione superiore in sé  investe molto in termini pubblicitari: oggi chi non ha almeno una laurea è malvisto e le stesse aziende esibiscono orgogliose il loro staff di prestigiosi plurilaureati.

Vorrei solo precisare che non depreco quel che in passato è stato chiamato “bisogno indotto”. Punto altrove il mio dito.

Tra il “dentifricio” e l’ “università”, infatti, c’ è una differenza fondamentale: nel primo caso la costruzione dell’ immagine è a carico del produttore. Ma nel secondo caso? Mi sa proprio che se la debbano sobbarcare tutti, anche chi ne farebbe volentieri a meno.

Mi sbaglio?