>Scene da un matrimonio

>Nell’ inferno puoi imbatterti anche stando quaggiù sulla terra.

Secondo Bergman, uno dei luogni deputati a questo incontro è il matrimonio.

A metà del film io e la Sara abbiamo organizzato le scommesse sul “finale”.

Ecco allora i sette finali “papabili” per la storia in questione.

1. Finale “chabroliano”: lui fa tanto lo spigliato cercando di “aprire” la coppia e facendo soffrire lei. Ma poi, quando lei esce dal guscio, è lui a restare scottato e ad accorgersi di non essere all’ altezza.

2. Finale “conciliatorio”: tempesta in un bicchier d’ acqua. Tutto torna in ordine e amici come prima.

3. Finale “modernista”: alla fine ci si lascia da persone “civili”, si stringono i denti al momento e presto ciascuno trova la sua strada.

4. Finale “troufauttiano”: la cosa si risolve in un rimescolamento di coppie continuo.

5. Finale “tragico”: lei non sopporta e collassa.

6. Finale “tutti contro tutti”: trionfo dell’ odio totale con un generalizzato “mandarsi a fare in…”.

7. Finale “femminista”: moglie ed amante si alleano contro il marito meschinello.

8. altro.

Avevo optato per 1. Non ho vinto, ma non ho neanche perso: nemmeno Sara c’ ha visto giusto.

Il bello di queste scommesse è che puoi fare un po’ di soldi, ma ti aiutano anche a riflettere sul film.

Come collocare infatti il finale reale? Non è facile rispondere e la discussione in merito non è mai improduttiva.

Siamo addivenuti finalmente ad un accordo: il finale bergmaniano rientra nella tipologia 4.

Spiego meglio cosa ho in testa: il matrimonio è la tomba dell’ amore ma dell’ amore non si puo’ fare a meno. Tutto cio’ scatena una dinamica ben precisa: ci s’ innamora, ci si unisce (e l’ unione più completa è quella matrimoniale), poi l’ amore muore per ricrearsi altrove e compiere di nuovo una parabole simile destinata a rinnovarsi.

Marianne e Johan possono di nuovo amarsi sinceramente, ma solo dopo il divorzio e il nuovo matrimonio con terzi.

La dinamica è simile a quelle di Trouffaut (Jules et Jim) ma nel francese c’ è sempre un che di giocoso, in Bergman aleggia una fatica di Sisifo.

La posizione filosofica vincente mi sembra proprio quella del marito: è bello reincontrarsi ora ma, ammettiamolo, ci manca qualcosa. Lei, più razionale ed ottimista, con l’ incubo finale sembra convertirsi al senso d’ incompletezza di lui.

>L’ importanza delle premesse

>E’ sorprendente la scarsa reputazione di cui gode l’ istituto della “censura” presso l’ intellettuale medio italiano.

La “censura”, lo ricordo, è uno strumento paternalistico per impedire che il “protetto” entri in contatto con certi libri e certe idee.

Per sponsorizzare le pratiche censorie è importante saper argomentare circa l’ incapacità delle persone di badare ai propri affari.

In particolare, bisogna essre sensibili ad un fatto spiacevole: la gente è sprovvista di strumenti idonei a giudicare i libri che legge.

Illustrare vividamente queste due realtà è un buon viatico per rispolverare la soluzione censoria.

Ma l’ “intellettuale medio”, detto anche “intellettuale unico”, è Maestro di quest’ arte! Ogni tre per due vi fa ricorso.

Un esempio?

Qui Michela Murgia, intellettuale anche sopra la media, si produce virtuosamente proprio nell’ esercizio richiesto allorchè arma i cannonni per condurre la battaglia del momento, quella contro i libri co-finanziati dall’ autore.

La Murgia in pillole: lo scrittore non sa badare ai propri interessi e il lettore quando giudica e sceglie si confonde. Detto così suona male ma riformulato dall’ “intellettuale unico” risulta argomento irresistibile.

Intanto il dilemma si fa sempre più angoscioso: perchè la “censura” a tutt’ oggi attende ancora un’ esplicita riabilitazione visto che la sensibilità moderna la penetra e la comprende tanto a fondo?

http://www.overcomingbias.com/2011/01/why-not-censor.html

>La lezione del Maestro

>I ciellini hanno un certo buongusto artistico, non c’ è che dire, a Pasqua e Natale distribuiscono il cosidetto “volantone”, un piccolo poster dove ad alcune preghiere si affianca la riproduzione di un quadro. Questo Natale è stata la volta del loro beniamino, William Congdon.

Mi meraviglia sempre scoprire come anche la mente più semplice ed inesperta sia pronta ad accettare il “rumore” nella pittura (e in Congdon ce n’ è molto) mentre si confonde ritraendosi in un panico mascherato da rabbie quando lo incontra nella musica.

Forse l’ arte in senso stretto, almeno nella storia, è sempre un passo avanti alla musica e ne anticipa le tendenze. Cio’ che la sensibilità comune ormai accetta nella prima, si attarda a rifiutare nella seconda.

Se questo è vero, basta osservare l’ opera dei grandi artisti contemporanei per scrutare obliquamente i destini dell’ amata musica. Vediamo allora qual è l’ insegnamento dei Maestri riconosciuti (nei manuali e nelle case d’ asta) di oggi.

Marcel Duchamp. L’ arte è “tecnica zero”. Se trovate faticoso “crearearte”, non impensieritevi, vi basterà battezzare l’ arte che già esiste in natura. Restauro e filologia poi sono davvero attività insensate in campo artistico. Dirò di più, un’ opera danneggiata quasi sempre migliora.

Lucio Fontana. L’ arte è pre-vandalismo. Fate a pezzi e deturpate la vostra opera prima che qualcuno vi rubi questa gioia.

Jackson Pollock. L’ arte è tentennamento da rabdomanti. Come il passo incerto del cercatore di funghi dimentico della moglie e del tempo.

Andy Wahrol. L’ arte è uno spasso, specie se avete avuto la raffinatezza di involgarire i vostri gusti. Il passato crea rimpianti e malinconie, il futuro paure, dedicatevi al godimento presente cercando rassicurazioni in colori vivaci, forme elementari e superfici levigate.

Lucien Freud. L’ arte puzza. Per fortuna la puzza si puo’ dipingere.

Mappelthorpe. L’ arte è contrazione e spasmo del corpo messo a nudo. Una pacchia per l’ artista, ovvero lo spudorato per eccellenza.

Richard Prince. L’ arte è furto. Quindi, quel che conta è rubarla e riciclarla in massa.

Robert Rauchenberg. L’ arte è un amabile cialtronaggine. Qualità che abbonda nella medietà (abitazione media dell’ uomo medio tra i medi).

Joseph Beuyes. L’ arte è politica fanfarona; fate quindi politica in modo artistico. Per realizzare le vostre “sculture sociali” puntate soprattutto sul narcisismo (vostro) e sul disgusto (altrui). Un esempio di poitico/artista? Pannella. Un esempio di artista/politico? Beuyes, naturalmente.

Christo. L’ arte è contrassegno, non si realizza in studio ma passeggiando ansiosi come tanti cagnolini marcatori dalla vescica rigonfia.

Matthew Barney. L’ arte è ingenuità. Per regredire a questo stadio: non studiate, dimenticate, svuotatevi (magari guardando la tv per ore o litigando con la moglie)… e poi fate quel che vi viene in mente senza complessi di sorta.

Damien Hirst. L’ arte parla sempre della morte. La morte puo’ essere colorata come un quadro dove alla pittura sono frammisti i cadaverini di farfalle che sbatacchiano ancora le alette screziate. A volte invece la morte è nera e ronza, come nei quadri con mille mosche appiccicate, purchè siano uccise o stordite di fresco dal genio in persona a mani nude.

Jeff Koons. L’ arte è estasi e non esiste estasi più rapinosa che quella consumistica.

Murakami. L’ arte è piatta come un manga, il “giovane segaiolo” lettore compulsivo di fumetti è il tipo umano più adatto per capirla.

Maurizio Cattelan. L’ arte è pubblicità. All’ opera bastano una decina di minuti, inutile sprecarci altro tempo. Anche considerato il fatto che intorno ad essa ferve il vero lavoro, e non è poco.

Anish Kapoor. L’ arte è quantità. Se un fagiolo non vi dice niente, costruitene uno d’ amianto alto 25 metri, vedrete che vi dirà subito “qualcosa”. Con i buchi funziona uguale.

Gerhard Richter. L’ arte è anonimia. Annebbiate tutto, sfocate tutto… che tutto sia uguale a tutto e irriconoscibile. Poi ripetete l’ operazione unendovi di nuovo al tutto di cui sopra.

Robert Ryman. L’ arte è bullismo. Individuate il più stupido e prendetelo in giro. Di solito il più stupido è colui che viene al museo per guardare; recapitategli questo messaggio in forma artistica: “ho dipinto un quadro tutto bianco e sono diventato miliardario, potevi farlo anche tu se non fossi lo stupido che sei, incapace per natura di pensare la cosa giusta al momento giusto…”

Keith Haring. L’ arte è un alfabeto illeggibile. Basta il gesto della scrittura. Nient’ altro interessa, tanto meno la lettura.

Jean Michel Basquiat. L’ arte è scarabocchio. Se spaccate la faccia a chi ha da ridire, vedrete che su questa tesi troverete una rassicurante convergenza. Di facce ne bastano un paio per ottenere l’ obiettivo.

Enzo Cucchi. L’ arte è accrocchio dell’ etereogeneo. In qualche modo starà insieme, inutile preoccuparsi come. Chi vuole preoccupazioni faccia piuttosto l’ impiegato.

Daniel Spoerri. L’ arte è un’ abbuffata. Quindi invitate gli amici, mangiate e … Dopo cena, quando gli altri sono di là per l’ amaro, vi toccherà perdere una decina di minuti per scocciare avanzi, molliche e posate nella posizione dell’ abbandono (meglio che lavorare, comunque). Poi chiamate il vostro agente, si occuperà lui di contattare i musei per l’ esposizione. Voi sarete liberi di unirvi alla compagnia per proseguire i divertimenti.

Imparata la lezione? E allora sotto, musicisti. Tocca a voi.

Meditazioni a latere della lettura del libro di Francesco Bonami: “Lo potevo fare anch’ io”.

>Libertarism A-Z: povertà e disuguaglianza

>In molti sostengono che lo Stato dovrebbe prendersi cura dei poveri, e non solo per motivi etici. la disuguaglianza diffusa è un fattore di instabilità sociale e quindi un trasferimento di ricchezza costituirebbe un’ assicurazione sociale.

1. Innanzitutto lo Stato non ha doveri etici, a meno che non sia uno Stato Etico. L’ affermazione per cui la diseguaglianza sarebbe un destabilizzatore sociale è contraddetta dai fatti. La stabilità sociale è legata al reddito medio e non alla diseguaglianza. L’ intervento dello Stato a volte incide positivamente con il secondo indice ma incide sempre negativamente con il primo.

2. Affidare il trasferimento di ricchezza ai burocrati ha effetti perversi: a) churning b) crowding out c) moral hazard.

a): chi riceve è chi dà sono la stessa persona, per cui a guadagnarci è solo chi “trasferisce” ed incassa le commissioni (politica e burocrazia). In Italia funziona proprio così: paga la classe media ed incassa la classe media. Si pensi solo al fatto che le pensioni costituiscono i 2/3 della spesa sociale. Una marea di “trasferimenti” e dei veri poveri deve occuparsi il Comune se avanza qualcosa.

b) la filantropia privata è spiazzata e la sociatà subisce così un’ erosione morale.

c) fare il povero conviene; la filantropia privata, quella che eleva il sostegno a diritto e mette in crisi i comportamenti opportunistici, è spiazzata. Il sostegno è un diritto a tutti gli effetti e ognuno fa i suoi calcoli.

>Eresie ineludibili

>Oggi in treno, ascoltando la rassegna stampa di Prima Pagina, ho assistito alle reazioni piccate, in primis quella del conduttore, che hanno fatto seguito alla lettura di un articolo di Stefano Zecchi.

Di solito agli studenti che manifestano si dice: “andate a studiare”. Zecchi ha invece osato dire: “andate a lavorare”.

La discussione è aperta. Purchè ci si pongano le domande giuste senza girarsi dall’ altra parte stizziti.

Per esempio, per quanto riguarda l’ istruzione:

“… have you ever noticed that colleges don’t teach a lot of job skills?…”

Per esempio, per quanto riguarda la qualità dell’ istruzione:

“… the best evidence is that it is almost impossible to make a long-term difference in education, then the statistical evidence on teacher quality is bound to be highly unreliable. What appears to be teacher quality is likely to be random variation…”

add: la versione di Rojas (nei commenti):

1. There really are individual teachers who are measurably better than others.

2. Easily measured attributes (e.g., credentials, gender, age, seniority, etc) usually do not correlate with effective teaching (i.e., test score improvement).

… teaching is mainly about coaching and connecting with students…

>Celebrazioni distratte

>L’ Italia è unita da 150 anni, intanto il macrosopico divario tra Nord e Sud arrovella da sempre gli intellettuali e li coinvolge in quella che è stata chiamata la “questione meridionale”.

In genere si pensa che il divario ci sia sempre stato e che l’ Unità d’ Italia non sia stata in grado di colmarlo.

Errato.

Paolo Malanima e Vittorio Daniele, con un lavoro certosino di ricostruzione, testimoniano quanto sia scorretto pensare che al momento dell’ Unità d’ Italia il Sud fosse economicamente più arretrato del Nord. Il divario sarebbe interamente un portato della storia unitaria, qualcosa che non esisteva prima del 1861 e si sarebbe prodotto solo dopo.

Che belle le cerimoniose parole dei “celebranti”, il Presidentone da dietro il “muro” delle sue medaglie metaforiche manda in sollucchero militari e patriottardi d’ ogni risma.

Eppure anche i fatti mantengono un loro fascino discreto.

O no?

http://www.paolomalanima.it/default_file/Articles/Daniele_%20Malanima.pdf