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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Michele Bacuni ci mette la firma.

Michele Bacuni è a casa sua, legge e rilegge la mail certificata ricevuta da poco: vogliono da lui una firma e 5.800 euro. A chiederglieli è la Bellavista SPA. In  cambio realizzerà il progetto urbano in allegato alla PEC.

Vediamo: un sacco di strade nuove, illuminazione avveniristica, un parco da sogno, una piscina con palestra annessa, una biblioteca, un centro culturale con sala congressi, un cinema, Chiesa e Scuola ristrutturate e arredi urbani interamente rinnovati.

Mmmm… proprio quel che ci vorrebbe, per la cadente  Calilandia, il paesino di cinquemila anime in cui vive da sempre la famiglia di Michele, sarebbe un vero restyling. È  un bell’impegno economico per lui ma tutto sommato perchè no?: vivere in un bel posto è essenziale per il benessere personale.

Una firma in calce basterebbe ad impegnarlo, con una riserva ragionevole: se non aderissero almeno 4350 dei 5000 abitanti, allora la cosa andrebbe a monte e amici come prima. Tutti hanno ricevuto il modulo e ci sono solo 30 gg di tempo per chiudere. E’ già prevista un’ assemblea civica all’Oratorio per settimana prossima, e un’altra tra dieci giorni all’ex Municipio. Senza almeno 4350 moduli firmati (non importa da chi) la Bellavista SPA lascerà cadere la cosa per tentare la fortuna altrove.

Ma attenzione, il contratto riserva una piacevole sorpresa: se non si raggiungono le 4200 adesioni chi ha sottoscritto il contratto riceverà comunque   150 euro  (offre la Bellavista!). A questo punto Michele Bacuni firma senza bisogno di partecipare ad alcuna assemblea: ci guadagnerà in ogni caso. Anzi, quasi quasi firma anche il modulo arrivato alla cugina che ora naviga in cattive acquee, sono sempre stati in buoni rapporti e troveranno delle forme di compensazione. 

Questo contratto non è un contratto qualunque, è importante per un motivo fondamentale: trattasi di un sostituto della politica.

Niente più politica, niente governi, niente consigli, niente parlamenti, niente democrazia, niente più “… un sistema pessimo tuttavia il migliore che conosciamo”.

Ma soprattutto niente coercizione: solo firme da apporre liberamente.

Il mondo senza politica è un mondo anarchico, e a Michele Bacuni non dispiace affatto, fosse anche solo un omaggio all’illustre antenato. Certo, l’anarchia se la immaginava più eccitante ma anche questa forma addomesticata ha i suoi pregi.

A proposito, chi farà applicare il contratto con la “Bellavista SPA“? Ma naturalmente la “Giustizia & Sicurezza SPA“, la società con cui i cittadini di Calilandia hanno chiuso l’anno scorso un contratto formalmente simile.

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P.S. Il contratto di cui si parla si chiama: “contratto di assicurazione dominante”. Il termine “dominante” viene dalla teoria dei giochi, in poche parole significa che la strategia ottima consiste nel scegliere cio’ che si preferisce senza bluffare. Per approfondire: A. Tabarrok,  The private provision of public goods via dominant assurance contracts. Groupon, Kickstarter e Quora sono alcune società che utilizzano il “cad”.

La natura nazista dello sport

Tesi: in ogni persona che si entusiasma per le imprese sportive dei grandi atleti riposa un nazista.

Di sicuro i regimi dittatoriali sono ricorsi in modo massiccio alle manifestazioni sportive per  raccogliere consenso e rafforzare la coesione popolare, ma qui vorrei evitare impropri sillogismi del tipo: “siccome Hitler amava gli animali, chi ama gli animali è un criptonazista”. No, qui vorrei tirare in ballo l’essenza del nazismo al netto, per esempio, delle forme contingenti di propaganda che ha utilizzato per affermarsi.

Il problema fondamentale di tutti i nazionalismi è l’adorazione di astrazioni come la Bandiera, la Nazione, il Popolo. Ma questo è esattamente cio’ che fa un tifoso: adora la sua squadra, la Nazionale… Quanto più cresce questa adorazione, tanto più gli individui singoli diventano intercambiabili, l’unica cosa che conta è servire la causa: l’uomo è visto come soldato e la donna come fattrice. Questo, secondo me, è un atteggiamento sbagliato poiché l’individuo è l’unico soggetto concreto, l’unico in grado di provare piacere, dolore, soddisfazione, tristezza eccetera, cosicché dovrebbe essere la squadra al servizio dell’individuo e non viceversa. Ma questo è inconcepibile sia per il nazista che per il tifoso. Qualcuno, in un disperato tentativo di salvare lo sport, sostiene che i due nazismi sono sostitutivi ma la mia idea è che invece si rafforzino l’un l’altro.

Fortunatamente, la commercializzazione dello sport ha attenuato lo chauvinismo: oggi la Nazionale conta meno di una volta e parecchi atleti arrivano a rifiutarne la convocazione per curare meglio i propri interessi e la propria carriera. Resta però intatto il concetto di squadra e di tifo e forse i localismi sono ancora peggio che i nazionalismi.

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Ma che dire dell’interesse per l’atleta singolo che compie un’impresa alle Olimpiadi? Qui non sembra che possano applicarsi le categorie di “squadra” e di “nazionalismo”. Si tratta allora di una “sana” ammirazione?

No.

Per capire meglio questa risposta lapidaria bisogna tornare nel Fuhrerbunker a Berlino nell’aprile del 1945. In quei momenti drammatici, cosa pensava Hitler della sua “squadra”, ovvero della sua Germania che stava soccombendo? La disprezzava. Perché? Aveva forse abiurato al Nazismo? No, usciva invece la quintessenza del suo nazismo, ovvero l’amore per la Forza. E’ la Potenza del vincente che ammira il nazista prima ancora che la comunità d’appartenenza: Hitler esaltava la Germania perché la riteneva Forte e Vincente, nel momento in cui si mostrò debole e perdente cominciò a disprezzarla.

Ma cio’ a cui dava valore Hitler è proprio cio’ che valorizziamo noi quando ammiriamo le imprese di Carl Lewis e soci: un’esibizione di una forza senza pari che ci lascia estasiati.

In un mondo di risorse scarse all’ammirazione per il Forte segue necessariamente il disprezzo per il Debole. Le medaglie sono scarse e noi decidiamo che a meritarsele è il Migliore.

La Forza e il Talento sono essenzialmente doti genetiche ma noi non siamo interessati a questo fatto: Carl Lewis merita in pieno la sua medaglia poiché riteniamo implicitamente che chi perde alla lotteria dei talenti valga meno di chi vince. Tanto è vero che con disdegno consideriamo dopato il boxeur che per vincere la paura altera il suo carattere naturale assumendo droghe come il Modafinil.

Il disprezzo verso i deboli puo’ prendere diverse forme che vanno dall’aggressività (Hitler), al paternalismo (democrazie contemporanee). Nello sport moderno il disprezzo verso i deboli si esprime attraverso la dimenticanza: di loro non c’è traccia nell’Albo d’Oro. Ma ai nostri fini cio’ che conta è che esso esista e costituisca l’essenza della mentalità nazista, nonché di quella di chi gode in modo disinteressato delle imprese sportive.

Personalmente, penso di essere immune allo chauvinismo ma rientro in pieno tra i cosiddetti “adoratori della forza”: guardando le Olimpiadi provo una sincera ammirazione per le gesta dei grandi campioni. Oltretutto, lo ammetto, non mi sento molto colpevole per questa forma di cripto-nazismo (per quanto la riconosca come tale) e non intendo fare nulla per frenarmi, cosicché penso che quanto affermato in questo post più che un auto-accusa sia una prova a discarico dell’ideologia Nazista, una dimostrazione della sua umanità. Nell’anno della Misericordia dobbiamo avere il coraggio di dare un’interpretazione caritativa dei fenomeni che ci disturbano di primo acchito, e chi ci riesce col Nazismo puo’ riuscirci con tutto.

Per approfondire sulla natura della passione sportiva: Values in Sport: Elitism, Nationalism, Gender Equality and the Scientific Manufacturing of Winners di  Claudio Tamburrini, Torbjörn Tännsjö

P.S. Un modo per riconciliare il buon senso con la tesi espressa ci sarebbe: basta distinguere il diritto alla medaglia dalla medaglia meritata. E’ la teoria morale del Just desert: abbiamo pieno diritto sul nostro corpo anche se non ce lo siamo meritato. Ma forse è “straussianamente” meglio far coincidere i due concetti.

Bombati & Felici

Da padre apprensivo preferirei che mio figlio assumesse steroidi anabolizzanti piuttosto che giocare a rugby. Si tratta di sostanze certamente più sicure del rugby. O almeno, non conosco alcun caso di quadriplegia causato dagli steroidi.

Julian Savulescu (professore di “Etica Pratica” a Oxford)

ciclism

Se il problema del doping sportivo riguardasse la lealtà tra competitori, basterebbe non proibirlo e rendere tutto trasparente.

Se il problema del doping sportivo riguardasse l’alterata spontaneità delle performance, bisognerebbe vietare anche le diete, le medicine e gli esercizi.

Se il problema del doping sportivo riguardasse la sua pericolosità, bisognerebbe vietare interi sport come la formula uno, il rally, eccetera.

Ma forse il problema del doping sportivo riguarda il fatto che noi fans siamo interessati solo alla PRESTAZIONE RELATIVA. Ci interessa che la Juve batta il Napoli e non come gioca la Juve.

Il doping tra carpentieri non è vietato perché lì la prestazione relativa non ci interessa come fine ultimo: prendiamo semplicemente atto che Gianni lavora più intensamente di Alfredo e scegliamo lui per i lavori di casa, sono quelli il fine ultimo. Tuttavia, se il doping sportivo fosse liberalizzato le gerarchie rimarrebbero immutate, per contro i danni alla salute e l’artificiosità rimarrebbero. In altri termini: avremmo solo il negativo senza il positivo. In questo caso è razionale proibire.

Ma se è così perché nessuno si interessa sul serio al campionato dei Pulcini o a quello Femminile (tranne qualche genitore rinco e qualche fidanzato disperato)? Forse perché noi siamo interessati anche alla PRESTAZIONE ASSOLUTA e non solo a quella relativa. In questo caso…

Conclusione: quanto più il tifo cieco prevale sulla sportività disinteressata, tanto più ha senso vietare il doping.

Lettura consigliata: Human Enhancement di Julian Savulescu e Nick Bostrom

Le discriminazioni del Moloch

Immagina se al cronista che riferisce di un delitto fosse impedito di alludere al sesso del criminale. Il fatto è che i criminali sono quasi tutti uomini e potrebbe crearsi uno stereotipo negativo: una preoccupazione che non sembra assillare il mondo del giornalismo, ma nemmeno i professionisti della “caccia agli stereotipi”.

Eppure, non è affatto una vita facile quella del delinquente: chi si lamenta del precariato dovrebbe rabbrividire di fronte all’alea in cui è immerso il criminale: oggi ci sei domani non ci sei più. Una professione talmente disagiata da essere una riserva maschile.

Sì perché sono loro, i maschi, ad occupare i gradini più bassi della scala sociale: fatevi un giro nelle prigioni di tutto il mondo: il genere maschile predomina (9/10). Nel braccio della morte, poi, sembra esserci un’esclusiva.  Lo stesso crimine, in molti casi, è punito diversamente a seconda che l’imputato sia donna o uomo.

Anche la prospettiva di diventare barboni non è così allettante, e infatti – com’è come non è – i barboni sono tutti maschi. Recentemente le donne si sono fatte vive ma sembra esserci un odioso soffitto di vetro che non fa superare la soglia del 15%. Ma è un bene che ci siano anche loro perché più barbonaggio femminile esiste, più la categoria sembra socialmente rispettata.

Siccome morire mentre si lavora non è bello, i morti sul lavoro sono quasi tutti uomini. I lavori di merda sembrano una loro specialità. C’è da arrampicarsi su un tetto? Mandiamoci un uomo. C’è da inseguire dei malintenzionati? Mandiamoci un uomo. C’è da sfidare le fiamme per salvare il gattino? Mandiamoci un uomo. C’è da guidare per otto ore in autostrade trafficate? Mandiamoci un uomo. C’è da stare su un ponteggio traballante? C’è da maneggiare sostanze tossiche?  Mandiamoci un uomo. C’è da rischiare la ghirba? Mandiamoci un uomo. E infatti il 92% degli incidenti riguarda gli uomini, quando ormai i lavoratori maschi sono poco più del 50%.

Poveri maschietti, delle vere vittime del sistema. E come ogni vittima che si rispetti, sono anche colpevolizzati.

A proposito di “crepare”, in guerra chi ci mandiamo? Ma mandiamoci gli uomini, va, visto che crepano tanto volentieri. Dice: ok, ma oggi le cose cambiano, le donne sono ormai parte integrante degli eserciti. Sarà, ma nel 2007 in Iraq le cose non sembravano ancora cambiate di molto: 3000 morti, 2938 maschi. Le donne non si sono integrate molto nei cimiteri di guerra, bisogna fare di più! Boldrini, sveglia!

La vita maschile è dura, molto dura e per molti uomini il femminismo è stata una boccata di ossigeno: oggi finalmente puoi far mettere le catene alla moglie mentre a bordo ti crogioli al calduccio ascoltando la radio (dare una mano è così offensivo…). La femminista lesbica Nora Vincent si è travestita cercando di condurre una vita da uomo, con relativi privilegi: il risveglio è stato traumatico e la rinuncia è scattata dopo poche settimane: troppo dura (il resoconto dettagliato nel suo libre Self-Made Man), meglio tornarsene di corsa alla vita dorata dei Gender Studies della sua università.

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Le nostra cultura non sembrano dare molto valore alla “carne maschile”, e la ragione è semplice: per fare tanti bimbi occorrono tante donne ma bastano pochi uomini. Nessuna sorpresa se “il sistema” maltratta i maschietti.

In tutte le culture del pianeta in ogni tempo l’uomo occupa sia i posti in cima che quelli in fondo: le eccezioni sono presto collassate, e nessuno ne è sorpreso.

La nostra cultura è una macchina potente: i maschi li trovi sia al volante che nel serbatoio della benzina.

La nostra cultura è un Moloch assettato di sangue, peccato che discrimini così pesantemente e gradisca solo quello maschile.

Perché tanti cattolici linkano Fusaro?

Il cattolico tipo maledice l’individualismo,  dopodiché estende la sua condanna al capitalismo, ovvero al “sistema”. Fusaro, che con lingua sciolta spara senza requie ad alzo zero contro questo duplice bersaglio, piace. Piace molto.

Il circuito che si segue è abbastanza semplice: l’individualismo ci “atomizza”, ci isola, erode ogni nostra relazione. Ma l’individualismo non è altri che il figlio legittimo del capitalismo, quindi… abbasso il sistema. Mentre sullo sfondo scorrono le immagini luciferine di Capitalismo & Secolarizzazione che se la ridono.

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Strano perché il capitalismo è il “sistema” che più di altri esalta la cooperazione volontaria. Impossibile avere successo in quell’ambiente senza la capacità di aggregare e fare squadra. L’impresa in fondo non è altro che una comunità. I vertici sono riservati a coloro che sanno circondarsi da collaboratori capaci, fedeli e volenterosi. I rischi che tanto ci spaventano si ridimensionano solo sapendo tessere una solida tela di relazioni. Non a caso il capitalismo moderno nasce e fiorisce in USA, la patria dell’associazionismo: Tocqueville docet. Un fenomeno che sconfina nella barzelletta: cosa fanno due yankee che si ritrovano nel deserto? Costituiscono un’associazione…

Inoltre, i Padri storici dell’individualismo attingono a filosofie con una buona reputazione anche  nell’alveo cattolico: quella del libero arbitrio, per esempio.

Ancora: nella versione hayekiana l’individualismo è giustificato dal fatto che, per quanto riguarda la conoscenza, non ci sono persone che ne “includono” altre: anche un somaro sa cose che nemmeno Einstein conosce, proprio per far emergere questa conoscenza dispersa in tutte le teste dobbiamo puntare sulle libertà individuali. Mi sembra, indirettamente, un tributo alla dignità di ogni persona, qualcosa che non dovrebbe vedere l’ostilità dei cattolici.

Certo, c’è anche la competizione. Ma quella, per esempio, c’è anche e soprattutto nello sport: qualcuno è forse disposto a condannare le attività sportive in quanto corruttrici del nostro carattere? Semmai il contrario.

Allora come risolvere il puzzle?

Ipotesi: sotto sotto il “cattolico-tipo” intende condannare la ricchezza di per sé: quella sì che rendendoci più autonomi ci induce a tagliare i ponti, a svalutare le relazioni col prossimo spingendoci in un isolamento più o meno volontario. Quando uno basta materialmente a se stesso, rischia di pensare che basti a se stesso anche psicologicamente. Perché stare in buoni rapporti col suocero bizzoso quando non avrò mai bisogno di lui?

Suo malgrado, il capitalismo è il padre anche della ricchezza e purtroppo per lui intrattiene con il benessere un rapporto stretto. Deidre McCloskey sintetizza così la storia dell’uomo sulla terra:

… prima eravamo poveri, poi scoprimmo il capitalismo e diventammo ricchi…

Il che è tutto dire.

Sarebbe imbarazzante, però, “condannare la prosperità” di fronte allo scandalo della povertà: il benessere ha troppi lati positivi per prestarsi come bersaglio retorico, così ce la si prende con il capitalismo brutto e cattivo, sul quale, per altro, esiste già un’imponente letteratura pre-confezionata da cui il critico pigro puo’ attingere a piene mani facendo un figurone.

Guarda qui la tua spaventosa ricchezza. E vergognati!

Ecco una mappa della ricchezza mondiale; semplifico: nella posizione 0 sta la famiglia più povera del pianeta, nella posizione 100 quella più ricca.

Voi dove state? Ho cancellato i redditi dall’asse delle ordinate per rendere meno banale la domanda.

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Tempo scaduto. Ecco la risposta: 

  • Se guadagnate 45.000 euro l’anno siete all’incirca nella posizione 99, tra i super-super-ricchi. Quindi quelli di occupy Wall Street probabilmente ce l’hanno con voi.
  • Se guadagnate 24.000 euro all’anno siete all’incirca nella posizione 95. La crème de la crème.
  • Se invece siete “poveri” e guadagnate solo 8.000 euro l’anno, siete pur sempre ricchissimi: 85esima posizione (ovvero tra i primi 15)!

Il costo della vita non cambia granché le cose, ok?

Adesso basta lamentarsi, ok?

I pignolini possono calcolare qui la loro spaventosa ricchezza, è sufficiente inserire tre cifre: reddito familiare, numero delle mogli e numero dei figli.

P.S. Curiosa implicazione di giustizia fiscale: in Italia chi ha un reddito di 400.000 euro (il famoso 1%) paga il 42% di IRPEF circa più un contributo di solidarietà (e mi limito all’IRPEF per carità di patria). Vi va bene? Lo trovate giusto? Se sì, in nome della coerenza correte a donare circa metà del vostro reddito ai più poveri del mondo. Solo metà perché penso a voi come al contribuente mediano, uno con 25.000 euro di reddito. Non lo avete già fatto? Allora forse non lo trovate poi così giusto, forse lo trovate conveniente per le vostre tasche. Ah, l’ipocrisia, che brutta bestia.

Le vie della Misericordia sono infinite (ma alcune sono ostruite).

In occasione del Giubileo della Misericordia è nostro dovere meditare e pregare su questo Mistero.

Sono due i  dilemmi che catturano di più la mia attenzione:

  1. meglio aiutare una persona col cuore o dieci con la ragione?
  2. E’ possibile essere buoni senza saperlo?

cuoreeeee Per illustrarli mi avvalgo di personaggi in carne ed ossa: due coppie realmente esistite in cui ogni membro ha scelto una via differente.

  1. Benjamin Franklin/Joe Smith. Volendo essere d’aiuto Ben Franklin trascurò le sofferenze che lo circondavano e preferì lasciare alla sua morte un fondo di 2000 sterline vincolato per 200 anni. Nel 1990 il fondo venne liquidato registrando un incremento di 37 volte. Con una simile cifra si potè far fronte a molti bisogni presso  i popoli più indigenti. Il suo amico e filantropo Joe Smith, al contrario, era troppo sensibile alla vita tribolata dei coloni più poveri e donò generosamente il suo capitale di 2000 sterline salvando più vite possibile, anche se nel complesso furono molte meno rispetto a quelle salvate da un freddo calcolatore come Ben. Domanda: nel Giubileo della Misericordia meglio omaggiare Ben o Joe?
  2. Norman Barlaug/Madre Teresa. Barlaug, il chimico padre della “rivoluzione verde”, di fatto salvò molte più vite rispetto a Madre Teresa che, come tutti noi sappiamo, si prodigò in modo esemplare a questo fine. Non che Barlaug si disinteressasse del suo prossimo, semplicemente riteneva astrattamente che il modo migliore per curarsi di lui è far bene il proprio lavoro. Domanda: in occasione del Giubileo meglio omaggiare Norman o Teresa?

Gesù ci chiede di amare. Ma  che tipo di amore intende visto che al cuor non si comanda?

Gesù ci chiede di amare il nostro prossimo come noi stessi. Ma come possiamo amare di più noi stessi per amare di più il nostro prossimo?
 

Sul bene involontario ci sono poi le parole di Gesù che, a chi gli chiedeva “quando ti abbiamo aiutato?…”, rispondeva: “ogni   volta che avete aiutato uno solo di questi miei fratelli più piccoli, avete aiutato me”. Come dire che il bene si fa anche senza saperlo.

 
cuore
Prima lettura consigliata (a difesa di Joe e Teresa): Amoris laetitiae – Esortazione apostolica postsinodale sull’amore della famiglia di Papa Francesco
 
Seconda lettura consigliata (a difesa di Ben e Norman): Doing Good Better: Effective Altruism and a Radical New Way to Make a Difference di William MacAskill

Utero in affitto. Perchè no (?).

Togliamo di mezzo il fatto che la “mamma in affitto” possa essere sfruttata, anche perché è una preoccupazione cara ai marxisti, meno a chi presume l’esistenza di soggetti in grado d’intendere e volere. Ad ogni modo, sia chiaro, qui non si parla di questo aspetto della questione.

Togliamo poi di mezzo  il fatto che il bambino sottratto alla mamma che lo partorisce possa soffrirne, anche perché in genere si preferisce nascere con qualche inconveniente piuttosto che non nascere. Ad ogni modo, qui non si parla di questo aspetto della questione.

Cosa resta? Resta la mercificazione della maternità. Per molti anche solo questo atto è una barbarie. Perché?

E’ la parola “mercificazione” che sembrerebbe contenere qualcosa di negativo in sè.

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Ma cosa c’è che non va nel mercificare la maternità o nella mercificazione in generale? Non capita spesso di sentirlo dire. C’è chi si chiude a riccio nel suo soggettivismo affermando che la cosa “è evidente”. Ma non a tutti è così evidente, per questo qui di seguito esplicito le sette obiezioni più comuni alla mercificazione (bambini compresi):

  1. Obiezione del sacro. Alcune cose hanno un valore intrinseco che la negoziazione oscura per mettere in risalto il valore strumentale.
  2. Obiezione della dignità. Alcune compra-vendite ledono la dignità di alcuni se non di tutti i soggetti coinvolti.
  3. Obiezione dell’egoismo. Vivere in una società che mercifica tutto ci rende più egoisti.
  4. Obiezione dello spiazzamento. Dove il soldo prevale le motivazioni interiori vengono lentamente erose.
  5. Obiezione delle preferenze. Dove tutto si puo’ comprare le nostre preferenze tenderanno a corrompersi fino a cadere in tentazione.
  6. Obiezione della qualità. Se pagati, certi servizi perdono la loro purezza e quindi la loro qualità originaria.
  7. Obiezione civica. Quando predomina la mercificazione l’impegno civico si degrada.

Le obiezioni 1-2 sono dette “semiotiche”: poiché la compravendita è anche un atto espressivo, il danno della mercificazione deriverebbe dal fatto che comprando o vendendo certi servizi lanciamo cattivi segnali. In genere la consistenza di queste obiezioni dipende dalla cultura dell’ambiente in cui avviene la mercificazione: presso alcuni popoli, tanto per dire, la moglie viene pagata dopo ogni prestazione sessuale ed eludere il corrispettivo segnala un grande disprezzo, un marito rispettabile non puo’ astenersi dal pagare. La buona notizia, in questo senso, è che la cultura è fatta dall’uomo e l’uomo puo’ cambiarla quando diventa dannosa.

Le obiezioni 3-7 riguardano invece la “corruzione caratteriale” e la loro consistenza va provata empiricamente. Faccio un esempio, noi sappiamo che i gattini oggetto di compravendita sono mediamente trattati meglio di quelli donati, in questo senso il mercato dei gattini non sembra corrompere il nostro carattere. Le obiezioni 3-7 richiedono dunque una serie di studi empirici per essere prese sul serio, le più o meno astruse teorie psicologiche non bastano.

Personalmente sono sensibile alla 4, nell’educazione dei figli pesa parecchio, anche se nella questione “utero in affitto” non mi sembra essere rilevante.

Prima lettura consigliata:  Markets without Limits: Moral Virtues and Commercial Interests di Jason Brennan e Peter Jaworski (è un libro in cui si smontano le sette obiezioni).

Seconda lettura consigliata: What Money Can’t Buy: The Moral Limits of Markets di Michael Sandel (è un libro in cui si supportano le sette obiezioni).

Mangiate la balena

La quarantennale campagna moralizzatrice degli animalisti ha sortito effetti quanto meno ambigui: da un lato siamo tutti  più sensibili alla sofferenza degli animali, dall’altra ne ammazziamo molti di più.
 
Il nostro desiderio collettivo volto al benessere degli animali è cresciuto di pari passo al nostro desiderio di mangiarli. Il consumo è passato da 80 kg pro capite (1975) a 110 (oggi). Per famiglia si ammazzavano 56 animali all’anno, oggi 132.
 
Paradosso: gli sforzi degli animalisti per migliorare le condizioni di vita negli allevamenti hanno reso il consumo di carne più, anziché meno, moralmente accettabile.  La vendita al dettaglio di pollame etichettato come biologico, ad esempio, fra il 2003 e il 2007 è quadruplicata! Si tratta di carne priva di ormoni, priva di antibiotici, esente da crudeltà . In altre parole, immune dal senso di colpa.
 
Ma c’è di più: sono cambiati anche i gusti. L’impennata nel numero degli animali abbattuti nei macelli  rispecchia il passaggio dal mangiare mammiferi al mangiare uccelli.
 
In un’ottica animalista, la campagna «Lasciate in pace le mucche» ha avuto esiti disastrosi. Quando viene portato al macello, il manzo medio pesa circa 500 kg, di cui il 62 per cento è carne utilizzabile. Un pollo Cobb 500, per contro, produce circa 1,4 kg di carne. Occorre uccidere 221 polli per ottenere il corrispettivo di un manzo. 221 morti contro 1. La bilancia morale pende a favore dei polli.
 
Per giunta, i bovini vivono meglio e più a lungo dei polli allevati industrialmente. Mentre un pollo medio respira ininterrottamente vapori di ammoniaca in un capannone, il manzo medio trascorre un anno e mezzo brucando erba nei pascoli.
 
In base a questa logica, il cibo d’elezione per il 40 per cento degli animalisti che dichiarano di mangiare carne sarebbe la balena: una balenottera azzurra è l’equivalente di 70.000 polli morti amazzati. Un affarone, in termini etici.
 
Si scherza? Tutt’altro. Giá nel 2001, Ingrid Newkirk, cofondatrice e presidente del PETA, fra la costernazione di alcuni dei suoi sostenitori,  aveva lanciato una campagna che invitava la gente a mangiare cetacei: “pappati la balena”! C’è il vantaggio aggiuntivo che questi animali vivono liberi, non hanno contrassegni pinzati alle orecchie o la coda tagliata, non sono castrati o privati del becco.
 
BALEN
 
Piccolo inconveniente: la carne di balena è dura, grassa e piuttosto disgustosa.
 
Lettura consigliata: “Amati, odiati, mangiati: Perché è così difficile agire bene con gli animali” Hal Herzog (è da qui che ho preso i dati che sono relativi agli USA, sebbene il trend europeo sia simile)
 
P.S. Dietro l’impennata nei consumi di carne non c’è solo il paradosso etico appena descritto, pesa pure l’aumento di ricchezza. Ma anche il fatto che essere sensibili alla sofferenza animale non significa essere vegetariani, quelli autentici restano pochi. Il vegetariano tipo –  donna, bianca, progressista, con elevato livello di istruzione, di classe media o alta, poco incline verso i  valori tradizionali – rappresenta una quota che va dall’1 al 3% della popolazione, senza dire che molti di costoro nascondono dietro l’opzione vegetariana solo un disturbo alimentate. Gli ex vegetariani, tanto per capirsi, sono il triplo dei vegetariani. In secondo luogo, i vegetariani mangiano carne, e parecchia. Nei sondaggi abbiamo a che fare per lo più di vegetariani “autoriferiti”, da qui le iniziative del PETA implicitamente rivolte ai “vegetariani di nome” e ” carnivori di fatto”.

Riscaldamento globale: prendere atto

Per me il riscaldamento globale è una bufala mentre per il mio amico siamo sull’orlo di una catastrofe ambientale. Grande saggio, chi ha ragione?
 
Perchè invece di profetizzare non sentite cosa dicono in merito  gli esperti e prendete atto?
 
Ma noi non profetizziamo, noi approfondiamo e leggiamo moltissimo su questo tema.
 
Capisco, purtroppo chi “approfondisce per conto suo” di solito assume poi le posizioni più estreme: più si approfondisce, più ci si polarizza. “Approfondire” di fatto significa cercare dati e ragioni a sostegno della propria idea. Meglio sarebbe che ci si limitasse ad ascoltare i professionisti.
 
E che dicono sul riscaldamento della terra? Esiste?
 
Sembrerebbe di sì.
 
E l’uomo c’entra qualcosa?
 
Molto probabilmente sì.
 
Che fare?
 
Nulla.
 
GLOBAL
 
Non ti seguo.
 
Ormai è tardi, le azioni efficaci sono troppo costose.
 
Vedo però molta gente che si dà da fare per ridurre l’impatto del riscaldamento. Tutti scemi?
 
Meglio allora dire che al punto in cui siamo “adattarsi” costa quanto “mitigare“.
 
Ma allora, tutto questo attivismo è ideologico?
 
Non saprei. La politica del “non far nulla” è perdente (in tutti i campi). Pensa a un politico che proclami con orgoglio “non farò nulla per risolvere questo problema“. Anche la natura umana sembra ripudiare l’immobilismo, per quanto la ragione magari non lo condanni.
 
Ma non abbiamo un dovere verso le generazioni future?
 
Nel 2100 il reddito medio sarà otto volte il nostro. Che doveri hanno i poveri nei confronti dei ricchi? Non moltissimi.
 
Non esiste un principio di precauzione?
 
Chiediti come mai non lo applichiamo mai, né a livello individuale né a livello comunitario.
 
Come “non lo applichiamo mai“?, io mi reputo un tipo prudente, per esempio.
 
Un conto è essere prudenti, un altro applicare il principio di precauzione.
 
Cosa intendi dire?
 
Medita su questo esempio: cerchi lavoro e ne scopri uno più bello e redditizio di quello che fai attualmente, ma comporta attraversare una strada in più alla mattina quando ti rechi in sede, è forse  questo sgradevole particolare qualcosa che puo’ farti desistere dal cambiare? No, eppure attraversare una strada in più comporta pur sempre piccoli rischi aggiuntivi di una catastrofe, come l’investimento da parte di un’auto.
 
Non puoi paragonare le due cose: una scelta è privata, l’altra è collettiva.
 
Se non ti basta ti faccio un altro caso: esiste una piccola probabilità  che il nostro pianeta impatti con un asteroide vagante, sarebbe una catastrofe. Quanti trilioni di euro investiresti per sventare la minaccia o ridurla in modo significativo? Almeno 10, se applicassimo il principio di precauzione. Ma non lo facciamo, ovviamente. Di solito trascuriamo i piccoli rischi di grandi catastrofi, riteniamo razionale fare così quando i costi sono alti.
 

Lettura consigliata: The End of Doom: Environmental Renewal in the Twenty-first Century di Ronald Bailey

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