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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Quella troglodita di mia mamma

Quando osservo mia mamma (80 e rotti anni) alle prese con il cellulare cala su di me una cappa di sconforto misto a ilarità. E’ più facile che da quello sterile smanettare dei ditoni esca il cubo di Rubik fatto piuttosto che il numero corretto.

Quando vado in trasferta con il parentado mio zio (80 e rotti) propone regolarmente di organizzare una “carovana” di auto in autostrada, così, tanto per non perdersi; mi viene voglia di urlare che siamo nell’era del navigatore e che potrei andare anche all’Isola di Pasqua senza “perdermi”.

Che trogloditi! Possibile che siano tanto lenti ad adeguarsi?

Mi sembrano tutti reduci da secoli lontani e bui, quelli in cui la vita delle generazioni si succedeva sempre identica. D’altro canto, mi giro indietro per guardare gli anni ottanta della mia adolescenza e ho un senso di vertigine nel costatare il vorticoso cambiamento che mi ha scaraventato nel 2016, ovvero in un altro mondo.

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Poi ci ripenso e mi accorgo dell’errore. Che sbaglio di valutazione! Le parti andrebbero invertite.

Se c’è una generazione che ha vissuto in un ambiente stagnante è la mia: ben poco è cambiato dalla fine dei “settanta”. Le grandi promesse di cambiamento sono andate deluse, il mondo dei Jetson (il mio cartone preferito) non si è realizzato: niente cibo in pillole, niente navicelle volanti… niente di niente. Siamo andati sulla luna (io nemmeno me lo ricordo) e poi più o meno ci siamo fermati lì.

 

Ah, sì, c’è la magica internet.

Ma è davvero così magica? Il fatto che tutto sia gratis dovrebbe farci riflettere. 4/5 degli utenti la usa come un telex implementato o per esercizi di narcisismo fini a se stessi. I “social” sono pieni di battutine più o meno argute (le prime annoiano subito, le altre dopo qualche secondo) o di slogan chiassosi e privi di argomenti. Non meraviglia che di roba tipo Twitter si chiacchieri tanto e la si usi tanto poco. Internet è una rivoluzione, ok, ma è una rivoluzione per le persone curiose, parliamo di una minoranza vicina all’estinzione. Internet – vera fuga dal materialismo – è una rivoluzione soprattutto per le persone contemplative, senonché le “persone contemplative” sono un residuo trascurabile della popolazione. Agli altri internet rivoluziona ben poco, puo’ essere un buon “passatempo” (come il tressette al bar), più spesso rappresenta un “perditempo” (come le slot del casinò).

La vera rivoluzione tecnologica, quella per tutti, l’ha vissuta mia mamma, lei e le generazioni immediatamente precedenti ( i presunti “trogloditi). Altro che palle: elettricità, telefono, bagno in casa, automobili, aerei, navi veloci, antibiotici, supermercati, alimentazione più nutriente e varia, petrolio a go go, elettrodomestici di ogni tipo… cosa vuoi che me ne faccia del navigatore (sembrano dire i nostri nonni all’ultimo rinnovo della patente)? Abbasso il finestrino e chiedo, sai che differenza: “con la lingua in bocca vai dappertutto”. Prova a vivere senza frigorifero, invece.

Mia mamma viene dai secoli precedenti a questo, ma non da quelli lontani bensì da quelli vicini, che sono stati ben più rivoluzionari e dinamici di questo. Se guardando agli anni ottanta mi viene un senso di vertigine, mia mamma è stata talmente centrifugata dalla modernità che nemmeno riesce a capire bene dove si trova ora.

Sarà per questo che quando dal telefonino iper-tecnologico le prenoto l’albergo per le vacanze facendo contestualmente il bonifico della caparra (e magari le faccio vedere la zona da street view) il suo sbigottimento dura giusto qualche secondo, dopodiché dà tutto per scontato e chiede come si trattasse di formalità “controlla col tuo coso se c’è un’ edicola vicina che venda mani di fata…”. Comincio a smanettare vanamente, la mia risposta tarda e ad ogni secondo che passa la delusione cala sul suo volto che a un certo punto sembra interpellarmi all’incirca così: “… no perché se è solo per prenotare e vedere una roba che non si capisce niente vado all’agenzia di fronte come ho sempre fatto, così ne approfitto anche per passare dalla Carla e chiederle se viene al cimitero…”. E’ viziata, è maledettamente viziata, come tutte quelle della sua generazione: dalla tecnologia del nostro tempo non si aspettano niente ma, contemporaneamente, se arriva qualcosa loro si aspettavano di più, molto di più. E ci credo, si tratta di generazioni che dalla tecnologia hanno avuto molto ma molto di più.

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http://www.zerocalcare.it/2013/02/18/i-vecchi-che-usano-il-pc/

L’ambivalenza del sì e del no

Al referendum sulle trivelle, quello di Lunedì prossimo, alcuni “elettori incivili” potrebbero danneggiare impunemente la società in cui vivono. Ecco le principali fonti da cui proviene il pericolo:

  1. l’elettore astenuto (che fa mancare il suo apporto)
  2. l’elettore disinformato (che per sfiga sbaglia a votare)
  3. l’elettore ideologizzato (che con gran gusto sbaglia a votare)

Se sommiamo 1+2+3 mi sa che raggiungiamo il 90% dell’elettorato; e penso anche che in ordine di pericolosità il terzo elettore sia peggiore (e più numeroso) del secondo che è peggiore (e più numeroso) del primo. Cosicché astenersi diventerebbe un dovere civico per il cittadino medio.

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Ma forse c’è un’alternativa: perché non trasformiamo il referendum in un’ asta? Chi mette la cartamoneta dove mette la lingua è più affidabile.

Si creano due comitati (sì e no). Ogni elettore si iscrive a sua scelta al primo o al secondo (firmando un rid e fornendo un iban). Poi i due comitati presentano le “buste” al Presidente della Repubblica.

Lasciamo perdere i particolari su come si formano le “buste”, per ora basti sapere che chi fa l’offerta più alta vince (e paga l’offerta più bassa alla controparte). Chi fa l’offerta più bassa perde (e incassa quanto ha offerto dalla controparte). Con i rid si paga, con l’iban s’incassa. I soggetti insolventi perdono il diritto di voto. Quello che ieri non era possibile, oggi la tecnologia lo agevola.

Chi si astiene non viene toccato dalla procedura. Perché d’altronde “toccare” il cittadino più virtuoso?

Probabilmente, con l’avversione al rischio, l’astensione aumenterà. Una buona notizia per la qualità delle scelte democratiche.

Il “disinformato” e l’”ideologizzato” vengono puniti. Chi non potrebbe rallegrarsene? 

Il “disinformato” s’informerà e l’ “ideologizzato” si farà più pragmatico. Oppure si dedicheranno anch’essi ad una buona e sana astensione.

W l’Italia! W il tricolore!

L’educazione civica dei nostri ragazzi

Viviamo in un mondo soffocato dalla carta su cui si scrivono le leggi: alcune giuste, altre sbagliate.

Personalmente ritengo che le seconde siano sovrabbondanti rispetto alle prime, in questo senso possiamo dire che “fare le leggi” sia un’attività dal contenuto decisamente più “anti-sociale” che violarle.

In un mondo ideale i magistrati si rifiuterebbero di applicare le leggi sbagliate, così come le persone dotate di una coscienza di ubbidirvi. Come contribuire al meglio nella costruzione di un mondo siffatto?

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Anche l’educatore si pone il problema: cosa insegnare ai bimbi? Come orientarli nella relazione con la legge? Se dici loro che alcune sono sbagliate e altre giuste potrebbero andare in confusione (del resto capita anche a molti adulti), bisogna allora fare un passo alla volta.

Una strategia potrebbe essere questa: “conformati a tutte le leggi, quando sarai più grande faremo i dovuti distinguo”.

Ma una strategia del genere è del tutto irrazionale, per lo meno se accogliamo la premessa per cui le leggi sbagliate predominano.

Molto più edificante seguire una via alternativa: “trascura tutte le leggi, quando sarai più grande faremo i dovuti distinguo”.

Body and Soul

Considerazioni rapsodiche di un anti-abortista

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Iolanda desidera tanto un figlio, lo chiamerebbe Riccardo e sarebbe  la sua gioia. Iolanda è una ragazza che sogna ad occhi aperti, una persona viva e vivace: “esiste” all’ennesima potenza, ha un cervello che funziona ed è coscienziosa. Pensa al suo futuro e se lo immagina felice.

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Riccardo ora non esiste: non ha un corpo, non ha un cervello, non ha una coscienza, non pensa al suo futuro. Esisterà quasi certamente, per ora esiste solo nei sogni ad occhi aperti di Iolanda.

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Adesso Iolanda si addormentata sprofondando in un sonno profondo e senza sogni. Il suo cervello ha cessato di funzionare, pare come morta. Eppure noi tutti pensiamo che Iolanda, anche in questo stato di quiete assoluta, continui ad esistere. Nessuno le faccia del male, sarebbe un crimine passibile di denuncia! Lasciamola riposare.

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Suona la sveglia: Iolanda si ridesta, deve andare al lavoro, deve presentarsi al calzaturificio dove fa l’operaia. Il suo cervello sempre in fermento torna a lavorare in modo alacre, così come la sua coscienza. La sua esistenza come persona, invece, continua a sussistere esattamente come prima, quando era addormentata.

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Sul lavoro Iolanda incontra Adalgisa, la sua migliore amica, che le fa una confidenza: aspetta un bambino e se sarà una femmina la chiamerà Marina. Secondo i suoi calcoli approssimativi è stata concepita qualche giorno fa. Marina a quanto pare ha già un corpicino, lo ha spiegato bene il dottore, ma non ha un cervello, quello spunterà solo tra una ventina di settimane, se tutto va bene. Assurdo poi pensare che abbia una coscienza.

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Iolanda, uscendo dal calzaturificio, ripensa alla Marina dell’Adalgisa e di conseguenza anche al suo Riccardino. E’ talmente assorta nelle sue speculazioni che non si accorge del tram che sopraggiunge. Il gamba del legn se la porta via in un amen, che peccato. La salma è ricomposta da qualche anima pietosa, ora giace nel suo letto tra le comari affrante che mormorano il solito “va sa l’è bela… la par ch’el dorma”. Iolanda non ha più un cervello funzionante, non ha più una coscienza. Iolanda non esiste più.

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Qualche domanda la filosofo: Marina esiste come persona? In altri termini: Marina è più simile alla Iolanda (1) che sogna ad occhi aperti, alla Iolanda (2) che dorme, alla Iolanda (6) dipartita, oppure al Riccardo? Solo nei primi due casi possiamo parlare di “esistenza” di Marina.

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Marina ha un corpo (lo ha detto il dottore), ma questo non significa niente: anche la Iolanda (6) ha un corpo, eppure ha chiaramente “cessato di esistere”. Quel che conta allora non è tanto il possedere un corpo quanto il possedere un cervello funzionante.

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Marina il cervello funzionante non ce l’ha, e nemmeno la coscienza. In questo senso possiamo escludere una sua somiglianza con la Iolanda (1).

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Potremmo tentare una similitudine con la Iolanda (2), quella che dorme della grossa. Ma quest’ultima ha pur sempre un cervello, per quanto in uno stato di stasi tale che lo rende più simile ad un ginocchio che a un cervello.

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Ma è davvero la semplice esistenza di un cervello che ci fa dire: “la Iolanda che dorme esiste”? Si direbbe di no visto che la Iolanda (6), quella deceduta, non esiste pur avendo, oltre a un corpo, un cervello a tutti gli effetti.

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Non sembra decisivo avere un cervello (la Iolanda (6) ce l’ha eppure non esiste più), non sembra decisivo nemmeno avere un cervello funzionante (la Iolanda (2) sembrerebbe esistere senza possedere nulla del genere). Cos’è allora decisivo? Non saprei come esprimerlo in parole precise, d’impulso direi che un soggetto esiste se ha un cervello funzionante oppure lo avrà in seguito al completamento di un “processo normale” destinato a renderlo disponibile. Il processo del sonno, per esempio, si conclude in modo naturale con il risveglio. O no?

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Cosa deve intendersi per “processo normale”? Imho: che si realizza in modo naturale e in tempi brevi senza interferenze esterne da parte di soggetti coscienti. Lo so, in definizioni del genere c’è sempre una punta di arbitrio, eppure a me sembra che tutto resti fedele al buon senso e alla semplicità. Abbiamo forse a disposizione qualcosa di meglio?

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E’ chiaro che un “processo normale” destinato a rendere disponibile un cervello funzionante interesserà la Iolanda (2) mentre non interesserà la Iolanda (6); il sonno si conclude “normalmente” col risveglio, la morte no. In questo senso le cose quadrano: la prima “Iolanda” esiste, la seconda no. Ma interesserà la Marina? Si direbbe di sì: senza interferenze, dopo venti settimane, avrà il suo bel cervellino più o meno  funzionante, lo ha detto il dottore dell’Adalgisa. E’ normale come è normale svegliarsi dal sonno.

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Eppure la Iolanda (2) un cervello l’ha già mentre la Marina appena concepita no. Possibile risposta: a parte far rilevare il fatto che anche la Iolanda (6) ha un cervello ma non ha un’esistenza come persona, andrebbe precisato cosa intendiamo per “esistenza del cervello”, l’espressione è ambigua. Partiamo dal fatto che tutto esiste già poiché in natura nulla si crea e nulla si distrugge. In un certo senso, allora, anche il cervello della neo-concepita Marina esiste: gli atomi che lo compongono sono già tutti lì, devono solo configurarsi in modo adeguato per poter funzionare. A guardar bene lo stesso vale per la Iolanda addormentata: il suo cervello è lì ma non è dislocato in modo corretto per funzionare.

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Ma a questo punto cosa esclude Riccardo dall’ essere considerato una persona? Beh, il nostro modellino può rispondere in modo chiaro a questa domanda: perché Riccardo abbia un cervello funzionante è necessario – e non sufficiente – un intervento attivo  di Iolanda, ovvero di un altro essere cosciente. Questo non vale per Marina. In condizioni del genere ci è facile dire che Riccardo non esiste mentre Marina sì. L’atto del concepimento – un atto che in un modo o nell’altro implica la volontà di soggetti coscienti – è il miglior candidato per dare il “la” al “processo naturale” che ci interessa. Riccardo esiste al fuori da questo processo e non accede così allo statuto di persona.

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Ipotizziamo che Iolanda abbia accidentalmente assunto un veleno, dopodiché si addormenta destinata a morte certa. Savino, che è a conoscenza di tutto, si rifiuta di salvarla e riceve aspri rimproveri da parte di gente che dice: dormiva, esisteva ancora, era ancora in vita, potevi e dovevi  salvarla! Stando al modello proposto Savino potrebbe rispondere: dormiva, sì, ma non esisteva più, la sua anima era volata via: il “processo normale” la destinava ad un sonno eterno. Come potrei salvare una persona se quella persona non esiste più? Anche se potessi non è mio dovere farlo. Ebbene, poiché questa risposta è assurda qualcuno potrebbe dire che anche il modello anti-abortista lo sia.

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Obiezione accolta, purché non si butti il bimbo con l’acqua sporca. Dobbiamo rivedere il concetto di “processo normale” per allentarne la definizione rendendola ancora un po’ più arbitraria. Dovrò allora intendere per “normalità” una “normalità statistica” più che una legge naturale. : è “normale” quel processo destinato a realizzarsi nella grande maggioranza dei casi. Ecco: siccome nella grandissima parte dei casi chi si addormenta è destinato a risvegliarsi, la Iolanda avvelenata che si addormenta continua ad esistere (anche se destinata a non risvegliarsi mai più) e io posso/debbo salvarla.

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Chi applica il buon senso alle “conclusioni” più che alle “premesse” spesso fa osservare: si puo’ discutere in eterno sta di fatto che non riesco a considerare l’embrione appena concepito come una persona, è più forte di me. Personalmente sono convinto che questa osservazione sia sincera, la posizione anti-abortista, in fondo, ha una matrice razionalista piuttosto spinta che la rende estranea a molti. Questa estraneità non è un capriccio bensì un’illusione cognitiva classica: noi di solito non consideriamo “persone” le persone molto distanti da noi, ovvero le persone che conosciamo poco. In questo senso l’embrione è un perfetto sconosciuto. Esempio. Tra una settimana un bambino africano morirà; noi lo sappiamo e potremmo salvarlo anche solo rinunciando al nostro abbonamento internet ma poiché d’istinto non lo consideriamo “persona” non interverremo. Ci colpisce molto, invece, la morte di un bambino sulla strada che stiamo percorrendo, per la sua salvezza facciamo di tutto. Ebbene, si tratta di due bambini in pericolo, due bambini sulla cui sorte possiamo intervenire con la medesima efficacia; solo che uno è “lontano”, l’altro è “vicino”: è normale considerare solo il secondo come persona, anche se riflettendoci meglio (razionalismo) tutti noi riconosciamo che lo sono entrambi. Ecco, la stessa illusione cognitiva puo’ darsi che si applichi al caso dell’embrione: essendo quast’ultimo un “bambino lontano” noi non siamo portati a considerarlo una persona, solo uno sforzo razionale ci impone di farlo.

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Alcuni sono disturbati dall’eccesso di teorie e incitano al pragmatismo: meno speculazioni e guardiamo piuttosto alle conseguenze. Pragmatismo e utilitarismo sono inclinazioni molto diffuse. Ma se ci mettiamo nell’ottica utilitarista difendere la causa dell’embrione diventa ancora più facile: cosa sono nove mesi di pazienza di fronte ad una vita intera?! Chi “adora” le conseguenze non dovrebbe avere dubbi sull’opzione più meritevole.  A questo si aggiungono alcune considerazioni empiriche che vanno nella stessa direzione: 1) chi nasce di solito è sempre grato di esserlo 2) quasi tutti i “figli non voluti” diventano presto “figli voluti” (effetto dotazione) 4) c’è una fila inesauribile per adottare i bambini abbandonati 5) chi abortisce spesso si pente, il contrario è molto raro. Eccetera. 

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I credenti pensano che la Iolanda (6) non cessi affatto di esistere. Questa osservazione non mette in qualche modo  crisi il modello anti-abortista che invece postula il contrario? In fondo più volte ci siamo serviti della Iolanda (6) per puntellare le nostre conclusioni. Risposta. I credenti, in effetti, pensano che – grazie ad un miracolo – risorgeremo (Dio riconfigurerà gli atomi del nostro cervello realizzando un processo che in natura è impossibile), in questo senso, per i credenti, quella che chiamiamo morte è solo un sonno temporaneo in attesa di resurrezione. Tuttavia, questa è solo un’ipotesi sul reale, per validare il modello basta che sia concepibile ed abbia senso l’ipotesi della “Iolanda morta”; un credente la tradurrà con l’espressione “Iolanda destinata alla morte eterna”. I credenti, per quanto non credano nella morte eterna, possono comunque immaginarsela benissimo e capiscono perfettamente un concetto del genere anche perché la resurrezione da loro agognata li emancipa proprio da quella condizione.

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Si potrebbe conferire all’embrione uno status particolare, una specie di persona ma di serie B? Certo, si potrebbe, ma la cosa è rischiosa poiché ben presto, se sdoganiamo le graduazioni della dignità, qualcuno farebbe proposte similari per i neri, gli immigrati, gli zingari, i disabili eccetera. Da Locke in poi l’eguaglianza tra le persone è un tabu, sfidarlo è pericoloso.

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Poiché la politica inquina tutto ci tengo a precisare che le precedenti osservazioni non hanno natura politica. Personalmente sono un fan dell’obiezione di coscienza (in tutte le materie) ma qui non mi occupo di politica, per dirla tutta non voto quasi mai, non ci capisco pressoché niente e ho paura di sbagliare procurando un male pubblico. Per rendermi più credibile posso al limite dire di non avere molti problemi con l’eutanasia, la clonazione, l’utero in affitto e molte altre pratiche che di solito gli anti-abortisti rifiutano. Il dibattito politico resta comunque aperto, in fondo, quand’anche si ritenesse che le pratiche abortive abbiano come contenuto la soppressione di una persona, ci sono molti casi in cui la legge ci autorizza ad uccidere il nostro prossimo: pena di morte, legittima difesa, stato di necessita, eutanasia, non obbligo di soccorso eccetera.

 

 

 

 

 

C’è sempre qualcuno più tradizionalista del tradizionalista

Perché sposarsi in due quando si puo’ farlo in diciotto?

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Di sicuro questa domanda se la sono posta i cosiddetti “poliamorosi” e non hanno saputo rispondere, cosicché si sono sposati in diciotto. Ma anche in tre, in sei, in venti… si sono sposati in tanti senza distinzione di età, razza, sesso e religione. 

Il mio amico tradizionalista mostra ripugnanza all’apprendere la notizia. Anch’io sono “leggermente” spiazzato.

Oggi questi amori di gruppo chiedono diritti. Va da sè: viviamo o no nella cultura del vittimismo? 

“Assurdo” grida il mio amico tradizionalista. Mi unisco a lui pensando alla pensione di reversibilità e agli squilibri di bilancio. [… poi, ponderando meglio la questione, mi accorgo che è la pensione di reversibilità (gratuita) ad essere assurda più che la pensione di reversibilità conferita ai poliamori. Quest’ultimo atto ha invece il merito di sottolineare le storture di un simile istituto…]

Ma torniamo a bomba. Il poliamore è  un’unione stabile tra più persone legate da vincolo amoroso (o qualcosa del genere). Ma funziona?

Il tradizionalista scuote la testa (e io, almeno un pochino, mi unisco a lui).

Per molti è impossibile, tuttavia ci sono alcune questioni di fatto che insinuano dubbi anche nel “disgustato”.

A quanto pare la gelosia è un sentimento sopravvalutato: molti poliamori sono stabili e durano da anni. Questo è un fatto.

Il test di paternità ormai disponibile a tutti non vi lascia sulle spine: saprete con esattezza chi è vostro figlio e potete privilegiarlo se vi va.

Il poliamore non è un’ammucchiata: il sesso promiscuo non è affatto così frequente come si pensa. Nei poliamori di solito c’è poco sesso, d’altronde chi è in cerca di queste cose ormai ha molte vie per ottenerle a basso costo, sarebbe assurdo imbarcarsi in un poliamore per perseguire questo obiettivo.

E’ una roba strana? Sì, ma a tante stranezze ci si abitua: fino a poco tempo fa sarebbe stato impensabile che un bimbo nero entrasse in una scuola di bianchi, la cosa suscitava disgusto e si riteneva che la civiltà sarebbe collassata. Quanto al poliamore chi c’è passato dice: “più che strano l’ho trovato noioso…”.

Nonostante questi argomenti (per altro abbastanza debolucci), il mio amico tradizionalista persevera nello scuotere la testa (e io, almeno un pochino, continuo ad unirmi a lui).

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Ma a questo punto i difensori del poliamore passano ad una singolare e inattesa segnalazione: in una comunità poliamorosa tendono ad istituirsi via via delle preferenze, delle relazioni privilegiate, delle priorità più o meno marcate. Uno dice addirittura riferendosi a due suoi “coniugi”: “… tutti sanno che Giovanna e Marco sono fidanzati in modo particolare…”. 

Il tradizionalista ormai ha smesso di ascoltare, la sua indignazione ha già raggiunto il culmine. Io invece mi mostro ora molto interessato e chiedo di proseguire.

Continuano le testimonianze sul campo: alla fine la comunità poliamorosa tipo si trasforma lentamente in una comunità di coppie particolarmente cementate e inclini alla necessaria fiducia reciproca, un bene irrinunciabile per poter vivere insieme in modo tanto stretto.

Urca! La cosa mi interessa: mi son sempre chiesto come mai noi cattolici ci riempiamo tanto la bocca con la parola “comunità” e poi non sappiamo nemmeno dare vita ad un  “condominio cattolico” in cui condividere buona parte dei beni nell’amore fraterno tra correligionari.

Ma sentiamo ancora i protagonisti: nei fatti l’ideale del poliamore non si realizza mai, cio’ che si realizza più di frequente è una grande famiglia allargata fortemente coesa.

A queste parole mi giro a guardare il mio amico tradizionalista ma ormai si è dileguato. Peccato.

Penso: una famiglia allargata praticamente coesa e disposta a condividere molto, anche nella cura dei figli.

Poi l’illuminazione: ma questo è il modo in cui l’uomo stava insieme prima della rivoluzione agricola!

Quando rivedo il mio amico tradizionalista glielo dico: vacci piano a vantare il tuo tradizionalismo perché prima o poi troverai qualcuno più tradizionalista di te che ti bacchetterà per non esserlo abbastanza.

P.S. riflessione ispirata ad un articolo di Giuliano Guzzo.

 

Qual è l’idea più stramba a cui credete?

Personalmente credo che tra qualche secolo l’ Intelligenza Artificiale sarà tra noi, quella vera intendo. Ma l’idea stramba non è questa, sono in tanti a pensarlo, anzi, molti la pronosticano entro un secolo se non prima.

Credo anche che IA non si realizzerà attraverso programmi codificati a tavolino da softwaristi quanto piuttosto attraverso tecnologie in grado di mappare ed emulare il cervello umano, magari un cervello specifico preso come riferimento. Ma anche qui nulla di particolarmente strambo: sono in molti a privilegiare l’ipotesi degli “emulatori” rispetto all’ipotesi del programma software prodotto in modo tradizionale.

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Ma come saranno questi emulatori (o robot)? E qui arriva la mia idea stramba: penso che molti di loro saranno religiosi. E penso anche che prima o poi arriveremo a riconoscere che  Gesù è morto in croce anche per loro.

Non mi sembra che a livello teologico ci siano problemi insormontabili. L’uomo per millenni ha generato il suo simile in un modo, ora si aggiunge una modalità alternativa, a livello teologico cosa cambia? Forse c’è qualche problemino sulla resurrezione dei corpi visto che non ho idea di come saranno i corpi di questi soggetti, forse saranno ancorati ad una macchina che somiglia al nostro pc, forse avremo una varietà disparata, forse vivranno solo “nella nuvola” per “discendere” a richiesta ora in questo device ora in quello. Boh.

Coniugare transumanesimo e religiosità, ecco l’idea stramba. I transumanisti, in genere, sono anche atei convinti ma francamente non vedo un nesso logico robusto tra le due posizioni.

Il moralista arraffone

Se dicessi: “ok, il Cardinal Bertone possiede un attico di 700 mq ma è pur sempre un uomo vincolato dalla castità”, pochi coglierebbero il nesso.

Eppure il nesso è abbastanza evidente: una povertà dovrebbe compensare una ricchezza, una diseguaglianza dovrebbe annullare l’altra.

Molti fedeli abitano delle casette che assomigliano alla cantina del Cardinale (e questo confronto suscita indignazione) ma possono permettersi una moglie (e la cosa dovrebbe attenuare l’indignazione suscitata).

La verginità non è forse una forma di povertà? Ci si priva o no di un bene che non è azzardato definire primario? Sesso, figli, compagnia amorosa… Chi oserebbe minimizzare tutto ciò?

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Registrando il mancato azzeramento dell’indignazione etica della gente, si  potrebbe opinare: forse la prima diseguaglianza non  puo’ essere compensata dalla seconda, il sesso non vale la casa.

Forse è così, ma la mia impressione è che per molti, se non per tutti, non esista alcun effetto compensativo tra le due sperequazioni. Non compensazione insufficiente ma compensazione inesistente! Non solo, e qui viene il bello, tra gli sconcertati per l’attico c’è addirittura chi vede con favore il celibato dei preti rinunciando così a qualsiasi compensazione consolatoria.

Valutando il fenomeno giungiamo alla conclusione ineludibile: non sono le diseguaglianze a provocarci, è solo UNA diseguaglianza a farlo: quella finanziaria. Ci interessa la povertà altrui solo se è povertà di contante da spendere in beni materiali (come le case).

Il mondo è pieno di diseguaglianze, ci sono i belli e i brutti ma nessuno considera un dovere etico dei belli fidanzarsi con i brutti. Perché? Come mai le star di Hollywood sempre impegnate in mille cause non sentono come un impellente dovere morale quello di accompagnarsi a gente brutta?

Semplice: perché nessuno di loro sente la diseguaglianza belli/brutti come una provocazione morale in cui un “colpevole” è in qualche modo tenuto a risarcire una “vittima”.

Perché chi ha vissuto per mezzo secolo in buona salute non sente ad un certo punto l’esigenza di espiantare i propri organi vitali per prolungare almeno di qualche anno la striminzita vita di un malato cronico destinato a morte prematura? Perché nessun partito sente l’esigenza di colmare questo odioso gap con una proposta di legge che imponga l’espianto e fissi un diritto al trapianto?

Semplice: perché nessuno di noi sente come “odioso” questo gap sulla salute fisica. Certo, ci rammarichiamo di chi è destinato a morire prematuramente ma non ci indigniamo se la nostra sarà invece una vita lunga, e men che meno ci sentiamo colpevoli per questo.

Ripeto: l’unica diseguaglianza che ci indigna è quella finanziaria, li sì che qualcuno deve essere “punito” per risarcire qualcun altro affinchè i piatti della bilancia in qualche modo si riequilibrino. Perché? Urge teoria.

La teoria che ho trovato più convincente è questa: il sentimento di indignazione per le diseguaglianze è strumentale alla rapina. Ci serve per trasformare un semplice furto in, diciamo così, “furto con destrezza”. Ci serve per coordinare i ladri quando accerchiano una vittima, così come si coordinano le leonesse nella savana quando cacciano lo gnu.

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In altri termini: quando esistono le condizioni per la rapina sistematica (beni trasferibili e preponderante forza fisica del rapinatore) presto la rapina cesserà di essere vista come tale e si trasformerà in diritto che, se non rispettato, innescherà prediche moralistiche a non finire.

D’altronde, l’azione sociale dell’uomo procede secondo uno schema standard: stabilisce delle regole di convivenza poi cerca di violarle a favore del più “forte” senza comprometterle del tutto.

Esempio. Tizio e Caio stabiliscono delle regole di convivenza che, dopo un certo tempo, rendono ricco Caio e povero Tizio. Ma, essendo Tizio molto più aitante di Caio, come reagirà costui a questo esito imprevisto? Data la sua maggiore prestanza fisica potrebbe andare semplicemente dal gracile Caio e rapinarlo, sarebbe per lui come togliere le caramelle a un bambino, ma questa soluzione presenta degli inconvenienti: una guerra prolungata, una rottura definitiva della collaborazione sociale ecc. Potrebbe invece convincersi di avere diritto a parte delle ricchezze di Caio e poi andare da Caio cercando di convincere anche lui con una predica (e nel frattempo mostrando i suoi muscoli sullo sfondo). Alla lunga il progetto di innestare nei due cervelli una nuova idea di giustizia avrà successo e rimpiazzerà il semplice furto, la cosa in fondo conviene anche a Caio che sostituisce una rapina con una trattativa. Quando dico “alla lunga” intendo centinaia d’anni e forse più, l’interazione di cui parlo non avviene in realtà tra due soggetti ma, all’interno di un gruppo, tra due sottogruppi: si tratta di usare l’arma della cultura per perpetrare un furto. E’ un’operazione complessa che richiede tempo e condizioni favorevoli.

L’idea dell’arraffone che si dedica alla “cultura” e alla predicazione moralistica fa quadrare i conti che restavano in sospeso. Vediamo nel dettaglio.

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Un tempo non si potevano espiantare e trapiantare organi vitali, è per questo che le diseguaglianze nella speranza di vita ci addolorano ma non ci indignano come se fossero ingiustizie; è per questo che noi non consideriamo egoista l’ottantenne biblicamente “sazio di anni” che non anticipa solo di qualche annetto la sua morte donando organi vitali all’adolescente in coma o destinato a fine prematura.  Oltretutto, i “destinati a morte prematura” non sono mai stati i più “potenti” della società, non sono mai stati nella posizione di rubare quanto serviva loro, e quindi nemmeno nella necessità di sviluppare una cultura che trasformasse quel furto in diritto.

Un brutto, se è abbastanza forte, puo’ stuprare un bello ma puo’ ottenere il suo amore autentico? No, anche per questo noi non abbiamo interiorizzato  un senso del dovere che obblighi le persone belle a fidanzarsi coi brutti. Ma nemmeno consideriamo lo stupro del brutto sul bello alla stregua di un diritto morale o di un risarcimento dovuto: le persone brutte non sono mai state in una così chiara posizione di dominanza sociale da poter sviluppare nella società una cultura etica della condivisione della bellezza! Poiché i brutti non potevano rubare sistematicamente quel che necessitava loro (sesso e amore ) nemmeno hanno potuto, successivamente, trasformare il furto in diritto.

Nelle società moderne, diversamente rispetto al passato, i ricchi sono diventati tali coltivando abilità che prescindono dalla forza bruta, inoltre sono pochi rispetto alla numerosa classe medio/bassa. In questo senso sono “inermi” e alla mercè della massa che potrebbe saccheggiarli in qualsiasi momento, senonché il mero saccheggio comporterebbe un collasso sociale con perdite diffuse e guadagni incerti. Ecco allora l’ambiente ideale per trasformare il saccheggio in diritto e la diseguaglianza finanziaria (solo quella!) in fenomeno che suscita la nostra indignazione morale e la richiesta di redistribuire verso i meno fortunati.   

 

Nel bel mezzo del Triduo

LA STORIA DA MEDITARE

Dio inviò suo Figlio sulla terra per salvare l’ uomo, o almeno per recuperare quella possibilità di salvezza che sembrava preclusa dopo l’errore di Adamo.

In seguito a questa decisione, Gesù Cristo, l’unigenito Figlio di Dio, discese dal cielo facendosi uomo, si caricò i nostri peccati patendo un’ orribile morte sotto Ponzio Pilato con l’intento di riscattarci. Il terzo giorno risorse, poi ascese al cielo.

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LE 3 DOMANDE IMBARAZZANTI

  1. E’ giusto per un padre sacrificare suo figlio per salvare le sue creature?
  2. Perché l’uomo paga le colpe di Adamo? Le colpe dei padri non dovrebbero ricadere sui figli!
  3. Quando Adamo fu scacciato dal paradiso Terrestre il Signore già sapeva la miserrima fine che avrebbe fatto la stirpe del primo uomo. Perché tardò tanto a mandare cotanto Soccorso? Perché Gesù nacque proprio in quel tempo e in quel luogo?

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IPOTESI DI RISPOSTA ALLA PRIMA DOMANDA

Non scordiamo che il terzo giorno Gesù risorge dopodiché ascende al cielo, di conseguenza il sacrificio che il Padre chiede al Figlio non è un sacrificio totale, si viene comunque ripristinati.

Ebbene, detto questo dobbiamo ammettere che ci sono molti contesti in cui riteniamo giusto che un padre chieda al proprio figlio un sacrificio a beneficio di terzi bisognosi. Esempio: potrei chiedere a mia figlia, che ha altri programmi, di andare a far la spesa per il vicino malato. In talune circostanze una decisione del genere potrebbe essere apprezzabile sia dal punto di vista educativo che da quello caritativo.

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IPOTESI DI RISPOSTA ALLA SECONDA DOMANDA

Non è mai giusto che le colpe di un padre ricadano sui figli. Ma nel nostro caso non sono tanto le colpe a ricadere sui figli quanto le sciagurate conseguenze di una colpa. Il peccato originale puo’ essere visto come una nefasta conseguenza. In questo senso noi accettiamo che certi errori dei padri abbiano conseguenze negative anche sui figli. Esempio: se il padre commette un errore sul lavoro mancherà la promozione e lo scatto di stipendio. Probabilmente anche i figli soffriranno le conseguenze di una ricchezza familiare inferiore a quella che avrebbe potuto essere, ma noi non consideriamo tutto cio’ un’ingiustizia da sanare prontamente. 

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IPOTESI DI RISPOSTA ALLA TERZA DOMANDA

E’ la domanda più delicata e per dare a me stesso risposte soddisfacenti devo uscire da un’ortodossia che qui sento arrancare. Il problema proposto rientra in quello più generale sintetizzato nella domanda: perché un Dio onnisciente – ovvero in grado di conoscere tutto in anticipo – sente poi l’esigenza di intervenire nella storia (miracoli) modificandone il corso? Credo si debba ammettere che neanche Dio sia onnisciente davanti alla piccola ma radicale libertà che ha scelto lui stesso di donare all’uomo. A volte lo sorprendiamo e lui decide di reagire con un intervento prima non messo in conto. Esempio: una preghiera puo’ essere detta con una sincerità di cuore tale che spiazza persino il destinatario, il quale decide di alterare gli eventi sospendendo le leggi di natura da lui fissate in precedenza. Quindi che dire dell’avvento di Cristo? Forse Dio ha scorto una sofferenza sovrabbondante nella coscienza dei figli di Adamo, forse ha visto all’opera grandi uomini come Socrate, Aristotele, Virgilio e si è detto: l’uomo è grande, merita di più. E ha così mandato suo Figlio.

 

L’ ipse dixit del ragioniere

Sono orgoglioso di poter dire di aver cambiato idea su molte cose negli ultimi anni. Sulla giustizia: prima ero garantista oggi non più. Sul bello artistico: prima lo consideravo una proprietà oggi un’esperienza. Su Dio: prima ero tomista oggi probabilista. Sull’immigrazione: prima pensavo esistesse un diritto ad escludere. Sulla guerra: è da poco che sono pacifista. Sulla politica: da anarchico sono diventato… boh. Sull’etica: prima puntavo sui diritti naturali oggi il senso comune. Sui boicottaggi: prima li condannavo oggi tentenno. Eccetera eccetera.

Ah, dimenticavo: ho cambiato idea anche sul latino a scuola: ieri ero contro, oggi a favore.  Importante dirlo visto che quest’ultima svolta a guardar bene è un effetto collaterale di quello che sto per dire.

In questo post altamente speculativo, infatti, vorrei parlare di pedagogia, ovvero di educazione, quella roba che infliggiamo ai cuccioli d’uomo da quando sono lattonzoli fino (ormai) alla prima stempiatura, passando attraverso la lunga stagione dei brufoli. E’ una materia che mi attrae – anche perché se non sono docente sono pur sempre genitore – ma che mi ha sempre fatto girare la testa: materia troppo complicata, meglio lasciar lavorare gli istinti astenendosi da giudizi di merito. Eppure oggi cerco di avanzarne uno. Timido, minimo, sfumato ma pur sempre un giudizio. Parto da due premesse in cui c’è già tutto, poi faccio un mini-excursus nientemeno che sul pensiero pedagogico nella storia, infine tiro le somme schierandomi.

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2 PREMESSE

Premessa naturale. Cosa differenzia l’uomo dall’animale. L’intelligenza? Devo ammettere che noi uomini non ce la caviamo male quanto ad intelligenza, eppure difficile pensare che stia lì il busillis. Innanzitutto, per sapere di cosa parliamo, rendiamoci bene conto della differenza a valle tra uomo e animale, è immensa: l’uomo domina il pianeta. Se domani volesse schiocca le dita e stermina immantinente una specie a sua scelta del regno animale, la prima che gli viene in mente. L’uomo occupa l’intero globo senza variazioni nella specie: è praticamente lo stesso ovunque; l’animale in molti casi deve attendere una mutazione genetica fortunata per insediarsi un po’ più a nord o un po’ più a sud rispetto al suo habitat naturale. Per contro, a monte, non si riscontra alcun abisso; l’intelligenza di un bambino già formato non è poi così superiore a quella di uno scimmiotto (è negli anni successivi che esplode qualcosa di strano). Alcuni campioncini tra le scimmie battono anche gli universitari in certi giochetti, basta che vengano comunicati nel loro linguaggio. Provate poi a scaraventare dieci geni su un’ isola deserta: se la caveranno forse peggio di dieci scimmie in una gara di sopravvivenza, gli intelligentoni. E allora cosa fa la differenza cruciale? La differenza la fa la cultura, ovvero la capacità di cumulare e trasmettere un sapere pregresso di generazione in generazione. L’animale, poverino, è sempre fermo al palo: deve reimparare daccapo quello che già sanno i suoi genitori ma soprattutto deve farlo essenzialmente da sé, facendo esperienza diretta sul campo e al massimo scopiazzando in modo estemporaneo. Non c’è da stupirsi che l’uomo abbia un’ infanzia (tempo prima della fertilità)  particolarmente prolungata: deve assimilare un sacco di cose; e nemmeno che abbia una vecchiaia (tempo dopo la sterilità) interminabile: deve insegnare una montagna di roba.

Premessa introspettiva. Avendo un’attività autonoma spesso mi capita di fare dei colloqui di lavoro. Cosa cerco nei candidati? Non è facile essere sinceri perché un po’ ci si vergogna. Cerco forse un sapere? No, nemmeno un sapere specifico: quel che c’è da sapere lo insegnerò io in modo mirato. Cerco allora un’intelligenza? Nemmeno, qui non servono geni, grazie. Cerco essenzialmente un giusto grado di conformismo: capacità di uniformarsi, di ubbidire, di saper reggere la pressione e di non piantar grane, possibilmente tirando fuori la propria creatività quando richiesta e non ad ogni piè sospinto. A quel che sento in camera caritatis, poi, penso di poter dire che nel 90% dei casi la situazione è simile. Sono altresì convinto che  la scuola assolva fondamentalmente a questa funzione: sfornare soggetti di cui garantisce l’attitudine al conformismo. In questo modo è facile spiegare il suo prolungamento esasperato: l’intelligenza si testa in qualche giorno, i saperi utili si trasmettono in pochi mesi ma il conformismo, se fosse richiesto per qualche anno, saprebbe simularlo chiunque. Solo un vero conformista doc sa stare composto al banco per vent’anni.

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EXCURSUS: L’EDUCAZIONE SECONDO ARISTOTELE

Aristotele? Se pensiate che parta da troppo lontano rilassatevi, faremo un grande balzo giungendo immediatamente all’oggi: ai dettami dello Stagirita, infatti, hanno aderito bene o male tutte le epoche della storia (almeno in Occidente). Greci, Romani, secoli oscuri e secoli illuminati, medioevo e illuminismo, romanticismo e positivismo, su su fino a quell’ Ottocento vittoriano che inventando la miscela democrazia&mercato ci ha regalato il mondo in cui viviamo. Non si riscontrano eccezioni degne di nota.

Ma quali sono i cardini della formazione classica? Cerco di darne una descrizione stringata oltreché aggiornata.

C’era innanzitutto un’educazione sostanziale: al discente dovevano essere trasmesse le vette del sapere umano  in materia di arti e scienza.

Poi c’era un’educazione morale incentrata sulle virtù. Il rispetto, la lealtà, il coraggio, l’autocontrollo e altra robetta del genere.

C’era infine un’introduzione al pensiero critico: bisognava saper aggiornare le proprie credenze in funzione delle novità incontrate senza cedere troppo a quelle che oggi chiamiamo “distorsioni cognitive”.

Insomma, poiché occorreva temprare un carattere, una certa forzatura (disciplina) era necessaria. Poiché necessitava trasmettere un sapere, una distinzione dei ruoli (maestro e allievo) s’imponeva.

ECCESSI

La trasmissione della conoscenza si puo’ trasformare in indottrinamento e la disciplina in abuso. Questa perversa metamorfosi in molti casi si realizzò – viene da pensare alle frustate nei prestigiosi college inglesi laddove nella stanza accanto echeggiava la retorica sull’Impero – dando origine ad una voglia di riforma pedagogica sempre più forte.

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LA RIFORMA

Siamo praticamente già all’oggi. I riformatori novecenteschi proposero di guardare al bambino come ad un soggetto autonomo (un piccolo adulto) in grado di fare da sè le sue conquiste in campo educativo. La distinzione di ruoli andava affievolita (e con essa il rischio delle frustate): il maestro doveva trasformarsi in un facilitatore preposto all’accompagnamento.  Il sapere doveva essere più concreto: dalla conoscenza alle competenze concrete. Ma soprattutto andava scongiurato l’indottrinamento: i valori venivano così proposti in una sequela di alternative tra cui il piccolo avrebbe poi scelto da sé.

Gli inconvenienti non tardarono a farsi sentire: i bimbi non erano esattamente dei “piccoli adulti” e in molti casi vivevano la loro “autonomia” con una certa ansia, soprattutto se  chiamati a scegliere in solitudine i valori di riferimento.

Ma tutto cio’ non incentivò una marcia indietro, si puntò invece sull’autostima: una buona iniezione di autostima avrebbe aiutato chi brancolava senza punti di riferimento.

Tuttavia, le dosi di autostima iniettata  furono forse troppo massicce se è vero come è vero che laddove l’ansia sparì fu perché il narcisismo prese il suo posto.

Solo a questo punto fu presa in considerazione una retromarcia, almeno in materia di educazione morale.

Senonché, i valori tradizionali (lealtà, coraggio ecc.) ripugnavano all’ “educatore democratico”, si trattava in fondo degli stessi valori della Mafia, cosicché si pensò bene di aggiornarli introducendo roba più specifica come il “valore della cittadinanza”, quello della legalità, della solidarietà, della democrazia fino all’ educazione sessuale nella variante gender per rispettare tutti ma proprio tutti e convivere felici nella “polis moderna”.

CONCLUSIONE

La mia conclusione è già nelle premesse: l’impostazione tradizionale, per quanto ne capisco, mi sembra tutto sommato più confacente alla bisogna.

E’ quella che più enfatizza la cultura e la trasmissione di un sapere, ovvero cio’ che ci differenza dagli animali.

E’ quella che scongiura dall’indottrinamento perché guarda alla vita più che a quella banda ristretta che sono i “cittadini”.

A questo punto qualcuno potrebbe opinare: e il collegamento scuola/lavoro? Oggi, diversamente da ieri, si punta molto su questo (il famoso “saper fare”), non è forse qualcosa da favorire? Non è forse questo qualcosa a cui non rinunciare?

Il mondo delle aziende difficilmente dirà di no ai regali che riceve da Babbo Natale, tappeti rossi a chi gli risparmia i costi di formazione del personale, tuttavia la mia sensazione è che tra scuola e lavoro non sia possibile alcun collegamento diretto significativo, il più efficace consiste nel tagliare gli anni di scuola entrando prima nel mondo del lavoro. Le seconda premessa, del resto, parla chiaro in merito: quando il datore di lavoro esamina i candidati, tranne casi isolati, non cerca un sapere specifico  ma un carattere, un carattere conformista. E non è forse la scuola di Aristotele quella che punta di più sui “caratteri” rispettosi e leali?

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E IL LATINO?

Bene, quanto appena detto spero mi esenti dal fornire ulteriori delucidazioni sul perché ho cambiato idea circa la questione del “latino a scuola”: il latino è un simbolo di cultura, è ostico, non serve a niente e richiede un Maestro che te lo insegni: ha le carte in regola per temprare un carattere conformista.

 

 

 

 

 

 

Come dare a Cesare quel che è di Cesare? Come liberare lo Stato dalla Chiesa e viceversa? Oltre Cavour.

Un semi-decalogo riservato ai cattolici liberali.

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Faccio i cinque casi a cui, penso, possano essere ricondotte tutte le frizioni tra politica e religione. Chiedo scusa se li “etichetto” privilegiando il riferimento all’attualità a discapito del rigore terminologico.

  1. Otto per mille. Opponiti ad ogni finanziamento statale alla Chiesa Cattolica: mina l’indipendenza di chi riceve e rende più arrogante chi “graziosamente” concede dall’alto. Chiedi invece – sempre – una liberazione del cittadino dalle tasse.
  2. Omofobia. Battiti affinché ogni cittadino possa esporre il suo pensiero in modo libero, anche quando discrimina apertamente. In questo modo la Chiesa Cattolica sarà al riparo dalla sempre incombente censura neo-puritana del politically correct.
  3. Obiezione di coscienza. Punto chiave: difendi sempre-sempre-sempre la possibilità di praticarla quando si realizza attraverso l’astensione da un comportamento non in linea con la propria fede. Soprattutto se parliamo di pubblici ufficiali.
  4. Crocifisso in classe. Astieniti da ogni dibattito in merito: non esistono soluzioni chiare; limitati a perorare la privatizzazione di ogni struttura nei cui locali si pone il problema.
  5. Concordato. Rifiuta ogni trattamento di legge che riservi privilegi alla Chiesa Cattolica, le verrà sempre rinfacciato costringendola a vivere sotto schiaffo, una condizione che favorisce la mentalità dello “schiavo preferito”.

Approfondimenti in “Liberal Politics and Public Faith: Beyond Separation” di Kevin Vallier

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