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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

MRS. Sulle politiche retoriche per la salvaguardia dell’ ombelico

Carlo Freccero (esaltato): “… perché io non voglio un mercato senza regole, sia chiaro…”

Massimo Cacciari (stizzito): “… forse che io voglio un mercato senza regole?!…”

Lilli Gruber (annoiata): “… nessuno vuole un mercato senza regole, è chiaro…”

Otto e Mezzo (una puntata qualsiasi)

Ci sono modi di dire che hanno la virtù taumaturgica di allontanare i disturbatori, di sanare i dissensi, di riportare la calma nel piccolo gruppo di sodali, e con la calma la possibilità di tornare a mirarsi l’ ombelico.

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Che cosa intende chi usa come un trapano l’ ambigua espressione “Mercato Senza Regole”?

Forse un mercato in cui non si rispettano i contratti? Difficile poiché il mercato “è fatto” di contratti, ovvero di scambi volontari.

Forse un mercato in cui non si rispetti la proprietà altrui? Difficile visto che il contenuto di quei contratti è proprio la proprietà.

Forse un mercato privo di competizione? Un mercato senza competizione è come un “coltello senza manico a cui manca la lama”, qualcosa di difficile da inquadrare.

A volte sono tentato dal tradurre l’ espressione “Mercato Senza Regole” con l’ espressione “Mercato senza Mercato“. Un omaggio a Ionesco, insomma.

Altre volte invece la traduco con l’ espressione “Bidibibodibibu“, ovvero una parolina magica gettata lì per “evocare” più che per “dire”. Un artificio parolaio che impressioni gli altri e se stessi.

Ad uscire rinfrancato, infatti, è soprattutto quel “se stesso” che contempla estasiato l’ assurdità delle vie alternative a quella d’ elezione. Fuori dal sentiero che illumina la sua fiaccola, ora che pronuncia le parole “Mercato Senza Regole”, non vede altro che vite brevi, violente, sofferenti, soggette all’ arbitrio del più forte.

Ammetto comunque che contesti più seri di quelli in epigrafe richiamano “traduzioni” più serie. E’ il principio di carità, bellezza.

E allora direi che il “Mercato Senza Regole” non è altro che il mercato con regole uguali per tutti. Ovvero con “regole astratte” (che non identificano il soggetto a cui si applicano per il semplice fatto che si applicano a tutti indistintamente).

Di solito, in questi casi, si parla di “regole del gioco“, si perché la gran parte dei giochi vive su regole di questo tipo.

Avete presente le regole del “ce l’ hai”? Ebbene, valgono per tutti i giocatori, non c’ è distinzione tra maschi/femmine, bambini/adulti, biondi/mori o alti/bassi.

Lo stesso dicasi per i Cento Metri o il Salto in Alto.

Sembra che le regole astratte rendano le cose più divertenti, non a caso si dice che chi ne propone l’ applicazione anche fuori dal cortile coltivi una “concezione ludica della società” anziché una “concezione moralistica”.

Alla regola astratta si oppone quella concreta: ogni caso è a sé. Chi respinge l’ idea del Mercato Senza Regole sta dicendo: non c’ è niente di più ingiusto che fissare regole uguali per soggetti diversi.

Non che la regola concreta sia priva di pericoli: apre la strada alla discrezione. Non a caso, oltre ad essere amata dagli idealisti, raccoglie i consensi dei figli di papà, specie dei figli di papà legislatori.

Per carità, si tratta comunque di una posizione degna di attenzione, perorata persino dal Filosofo per eccellenza. Discutiamone, ma si eviti di fare la caricatura di quella opposta in modo da restare soli con il proprio ombelico.

Perché gli intellettuali odiano il liberalismo?

Forse perché l’ idea liberale è sbagliata. Tuttavia, esistono una ventina di spiegazioni alternative.

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  1. Perchè l’ organizzazione socialista richiede una pianificazione e cio’ significa lavoro e prestigio per l’ intellettuale.
  2. Perché nelle società libere gli intellettuali sperimentano più di altri un frustrante regresso sociale, ovvero quando passano dal mondo della scuola, dove primeggiano, a quello lavorativo, dove arrancano.
  3. Perché l’ intellettuale-tipo indugia sulla dicotomia oppresso/oppressore, oppure su quella civiltà/barbarie piuttosto che su quella che oppone libertà a coercizione.
  4. Molti regimi socialismi, a cominciare da quello ipotizzato da Gramsci, richiedono egemonia culturale e quindi investimenti in cultura, il che significa centralità del lavoro intellettuale.
  5. Scuole e università sono perlopiù statali e cio’ marca indelebilmente l’ intellettuale che in quegli ambienti ha vissuto gran parte della sua vita attiva.

  6. L’ intellettuale è più soggetto alla fatal presunzione: “so ciò che è meglio per te”. E’ quindi più adatto a concepire e  istituire un comando centralizzato e paternalistico.

  7. E’ vero che gli intellettuali in generale pendono a sinistra ma se restringiamo la cerchia agli intellettuali specifici che si occupano di politica, questo non è più vero.

  8. In una società di mercato innovativa la produttività intellettuale e artistica non tiene il passo con quella media, il che, peggiorando la condizione relativa degli operatori culturali, alimenta il loro risentimento.

  9. La “tradizione” non fa notizia quanto la “rivoluzione“, e il narcisismo dell’ intellettuale lo orienta verso la seconda opzione.

  10. Per aggirare la semplice “smentita dei fatti” occorre una nutrita batteria di teste d’ uovo.

  11. Poiché il mestiere dell’ intellettuale consiste essenzialmente nella critica, è normale che tale critica si eserciti sul sistema vigente.

  12. Intelligenza e autoinganno sono correlate: le persone più intelligenti sono anche le più soggette a “overconfidence bias” e questo spiega la sicumera con cui ci si avventura in discipline che non si conoscono a fondo. Il classico “intellettuale di sinistra” spesso s’ incarna in un sociologo che fa una “critica all’ economia” o in uno psicologo che si occupa di politica, oppure in uno scienziato che opina in materia di diritto costituzionale. E lascio perdere attori e cantanti.

  13. I conservatori sono più interessati al denaro e, quindi, si dedicano a professioni più lucrose.

  14. Presso gli intellettuali si è formato un “nucleo duro” orientato a sinistra, un giovane conservatore che pensi ad una carriera in quell’ ambito ragiona così: “perché sgobbare e fare la gavetta per poi avere accesso ad un ambiente ostile?”.

  15. L’ intellettuale medio non pensa da economista e fraintende il concetto di egoismo: lo concepisce in termini psicologici anziché metodologici.

  16. L’ intellettuale tipo puo’ essere definito dalla psicologia evolutiva come nomade poiché il suo bene più prezioso è facilmente trasportabile. E’ quindi plausibile che possieda un animo arcaico, tipico dell’ antenato cacciatore/raccoglitore, poco ancorato alla proprietà privata e all’ individualismo moderno.

  17. Guardiamo a come si correlano “professioni” e “ideologia”: chi fa mestieri dove il livellamento è elevato tende a destra mentre che fa un mestiere in cui il successo arride a pochi tende a sinistra. Ma quest’ ultimo è proprio il campo in cui opera l’ intellettuale: poche superstar e molti scribacchini.

  18. L’ università, ovvero il brodo di cultura dell’ intellettuale, è un’ istituzione che nasce elevando lo status delle famiglie borghesi, le quali, per affrontare il complesso d’ inferiorità rispetto all’ aristocrazia dell’ epoca, cominciano ad emularne il disprezzo per il denaro e i commerci.

  19. L’ artista è fondamentalmente un inetto nella vita comune; si occupa dell’ inutile e, forse perché frustrato, odia istericamente l’ “utile” e il pragmatico. Da Mann a Svevo, la galleria degli “inetti” con velleità artistiche è notevole.

  20. Le università sono istituzioni in cui si tramanda il sapere ma anche, e forse soprattutto, palestre dove far mostra dei propri “muscoli”, o meglio, la propria capacità teorizzatrice. Per questo l’ intellettuale muscoloso/vanitoso non puo’ accettare il liberalismo fondato su un insipido senso comune, deve rimpiazzarlo con teorie più cervellotiche. Esempio tipico: il 1968. Poiché era impossibile negare le maggiori libertà del capitalismo rispetto a quelle del socialismo sovietico, si cominciò a sostenere che si trattava solo di libertà illusorie; ecco allora che la scuola di Francoforte – particolarmente cervellotica – conobbe il suo momento d’ oro.

  21. La militanza produce distorsioni cognitive e tra gli intellettuali i militanti sono sovra-rappresentati. Spesso la prima presa di posizione è meramente emotivo, dopodiché si razionalizza senza poter più tornare indietro. Ebbene, l’ idea socialista è, dal punto di vista emotivo, più seduttiva rispetto a quella liberale, il socialismo utopico è glamour, ha maggiore presa ideale rispetto al prosaico realismo dei valori liberali.

Il Cortegiano sull’ Intercity

Piccolo manuale pratico del conversatore accorto.

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Ricorda sempre che:

  1. Nessun pasto è gratis. Corollario: Babbo Natale non esiste.

  2. Devi pensare al margine. Corollario: l’ assoluto è una “direzione” non uno “stato” e noi dobbiamo decidere sul prossimo passo.

  3. Gli incentivi contano. Corollario: l’ uomo prima o poi impara la lezione.

  4. Si migliora realmente solo quando tutti stanno meglio. Corollario: la soluzione del problema consiste in uno scambio.

  5. La conoscenza è decentralizzata. Corollario: nella nostra testa entra al massimo il 10% delle informazioni necessarie per risolvere un problema.

  6. Le conseguenze non intenzionali dominano l’ azione umana. Corollario: “errore” è sinonimo di “abuso di conoscenza”.

  7. Non è detto che la verità stia “nel mezzo”. Corollario: se il “nazi” vuole bruciare 100 ebrei e tu vorresti astenerti da ogni azione, puo’ darsi che 50 non sia affatto un numero congruo.
  8. Tutto è in concorrenza con tutto. Corollario: non si migliora migliorando l’ esistente ma mutando paradigma.

  9. In ogni discussione si formano due fronti (great divide), partecipa solo a quelle in cui non sai dove collocarti, oppure fai in modo che la linea del fronte si sposti affinché tu non sappia dove collocarti.
  10. Tutt’ e tre le principali ideologie sono rispettabili. Te le ricordo: il progressista giudica sull’ asse oppresso/oppressore, il liberale sull’ asse libero/coartato e il conservatore sull’ asse civile/barbaro. Corollario: adotta l’ asse della controparte e porta rispetto.

  11. Esiste un principio di carità. Corollario: evita le caricature.

  12. I piaceri sono soggettivi. Corollario: evitare le soluzioni che richiedono un confronto.

  13. Ricchezza e lavoro sono cose diverse. Corollario: la distinzione parassiti/produttori è sempre fruttuosa e non coicide con quella lavoratori/non lavoratori.

  14. Non abbiamo a disposizione che le nostre intuizioni. Corollario: quando ne critichi una ricordati che ti stai basando su un’ altra.

  15. Devi pensare in termini di distribuzione probabilistica. Corollario: le accuse di “sessismo” e “razzismo” sono perdite di tempo.

  16. Il concetto di “mercato senza regole” non esiste poiché “mercato” è l’ espressione stenografica di due regole ben precise: rispetto dei contratti e della proprietà.
  17. Hitler ha fatto tante cose buone. Corollario: evita di discutere con chi non sottoscrive.

  18. Devi sottoporti al test di Turing ideologico (simulare in modo credibile l’ appartenenza al partito avverso) . Corollario: meglio limitarsi a criticare le idee in cui si è creduto fermamente.

Esercizio: tutti i consigli precedenti sono errati in quanto espressi in forma stenografica e quindi apodittica. Il buon conversatore, applicando il nono consiglio, cerchi di pensare la forma corretta a cui i consigli rinviano.

Chissà che il manuale “da treno” non sia riciclabile anche sui social dove il veleno circola in dosi massicce.

Le ragioni di una doppia avversione (post ripudiato)

ROBERTO SAVIANO

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Grazie ai suoi libri di denuncia Roberto Saviano è assurto a grande fama, fama di martire ma anche di scrittore innovativo.

C’ è stato un momento in cui radio e TV facevano a gara per incensarlo. Praticamente viveva in Rai, avanti e indietro come una sentinella tra Fazio e Sinibaldi.

E’ chiaro che quando si esordisce partendo da simili vette non si puo’ che discendere, così oggi non mancano le critiche sia alla sua opera che alla sua persona.

Ne ho lette ormai parecchie ma nessuna mi soddisfa appieno, eppure si tratta di un personaggio che sento molto distante da me, c’ è qualcosa in lui che non digerisco davvero, ma cosa? Si certo, un simile successo lo ha costretto alla “tuttologia” e più di una volta “l’ ha fatta fuori dal vaso”, ma non è questo che mi disturba, è qualcosa di più specifico. Cerco allora di produrre un piccolo sforzo di analisi.

Roberto Saviano non si limita a denunciare il malaffare camorristico, insiste sulla dimensione di multinazionale che ha assunto l’ organizzazione criminosa. E’ sinceramente preoccupato quando descrive la “faccia pulita” dei criminali, quando il boss si presenta in doppiopetto.

Il camorrista per Saviano non è solo un delinquente ma anche un freddo calcolatore che sa condurre il suo business con l’ abilità di un manager scafato, il riciclo dei soldi sporchi viene fatto rendere con insospettate competenze. Cio’ moltiplica i pericoli e la specialità di Saviano sta nell’ enfasi che mette su questo punto.

Per Saviano la Camorra che estorce è “il male” ma la Camorra che investe in affari lucrosi è il Male Assoluto.

E’ qui che si svela la parte per me insopportabile di Saviano: c’ è sempre un non detto per cui la razionalità affaristica è posta sullo stesso piano dell’ atto criminale. I due sono parenti stretti.

Ora, immaginate di essere persone razionali e di avere di fronte un avversario razionale. Domanda: vi ritenete fortunati?

Bè, dipende, posso rappresentarmi due situazioni:

  1. Se devo difendere dei valori assoluti mi riterrò sfortunato: un nemico col sale in zucca mi darà filo da torcere.
  2. Se devo difendere valori relativi mi riterrò fortunato: tra persone ragionevoli ci si mette d’ accordo.

Dietro l’ allarmata denuncia dell’ “affarismo” camorrista io vedo fare capolino la difesa di valori assoluti quali il culto della “legalità così com’ è”, una statua da adorare e per cui sacrificare tutto. Anche solo “comprare la confessione di un pentito” suonerebbe come un atto di resa. Ebbene, chi pensa (come me) che la cosa migliore da fare in certi casi sia “legalizzare” la mafia (legalizzando per esempio il mercato delle droghe o della prostituzione) non puo’ che sentirsi respinto da un approccio che sottende il culto della “legalità così com’è”.

E’ proprio questo l’ elemento maggiore di disturbo che mi fa apparire Saviano come un ideologo prima ancora che come uno scrittore-giornalista. Oltretutto, il martirio e l’ espressione sofferente si sposa molto meglio con l’ ideologia che con il reportage.

Ma se la legalità si trasforma da “strumento” ad “oggetto di culto” io mi sento in pericolo, sento bussare alle porte il nuovo fanatismo.

Diego Gambetta è un criminologo che ha dedicato ponderosi studi alle mafie e alle gang, nei suoi resoconti non viene risparmiata la descrizione di ripugnanti efferatezze, ma è con sollievo che si fa cenno alle strategie razionali dei boss, come a dire: “… con questi tipi una mediazione è sempre possibile… Vogliamo la pace? con gente del genere possiamo sempre comprarla…”. Ecco, Diego Gambetta è per me un fulgido esempio di anti-savianesimo: viva il mercato e abbasso le religioni travestite.

MARCO TRAVAGLIO

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Il giornalista Marco Travaglio è un tipo brillante, una penna sciolta, documentata, espressiva, persino divertente. Averne…

Tuttavia, non sono quasi mai d’ accordo con lui.

E fin qui niente di male, perchè preoccuparsi? In fondo non sono quasi mai d’ accordo con qualsiasi cosa legga sui giornali. Il fatto è che nutro per lui una speciale avversione e sento di doverne dare una ragione. Dal punto di vista ideologico non siamo nemmeno agli antipodi, entrambi alla ricerca di una Destra presentabile. Antipatia di pelle?

Forse. Non vorrei che giochi un ruolo lo stereotipato abbinamento tra spirito malevolo e fisicità segaligna. Cerco di illudermi che le ragioni non siano tanto basse, che ci sia dietro qualcosa di più. Ma cosa?

Con uno sforzo arrivo a dire: è un tipo salace e quando difende la sua causa non puo’ far a meno di deridere e disprezzare il “nemico”, non è un polemista molto corretto, deve sempre buttarla in caricatura, alla fine diventa insopportabile.

Vero, e in questo ha trovato pane per i suoi denti in scrittori altrettanto puntuti come Facci o i ragazzi de “Il Foglio” che spesso lo ripagano con la stessa moneta: gli fanno le pulci armati di un’ acribia degna di miglior causa, senza farsi mancare il contrappasso di quell’acida ironia che il Nostro riserva regolarmente ai suoi “bersagli”.

Eppure, anche qui, mi sento di dire che le bordate di un Facci non mi bastano, che “la grande lacuna” di Travaglio sta altrove. Ma dove?

Con un secondo sforzo introspettivo faccio risalire il tutto ai primi dilemmi filosofici adolescenziali, quelli che nascevano nei lunghi tragitti a piedi che, dopo la campanella, ci riportavano a casa dalla scuola: è lecito o no passare con il semaforo rosso se non sopraggiungono auto?

Non penso alla soluzione pratica – si passava tutti in massa e chiusa lì – ma al dilemma teorico. Si faceva filosofia del diritto senza ancora sapere cosa fosse.

Allora ci si divideva animosamente tra formalisti – “no! le regole vanno pur sempre rispettate” – e sostanzialisti – ” in fondo non si fa del male a nessuno”. Sia la posizione formalista che quella sostanzialista avevano una loro dignità, anche per questo il discorso si trascinava all’ infinito, o almeno finché si incrociava una bella gnocca.

Oggi che ho letto qualche libro in più conosco una risposta soddisfacente a quella domanda, ci viene dalla teoria dei giochi e la si puo’ articolare in tre passi:

  1. Se  si fa del bene a se stessi senza far del male a nessuno allora è lecito agire poichè, così facendo, si costruisce una società migliore. Ergo: è insensato non passare con il rosso quando la strada risulta sgombra, del resto è il semaforo ad essere fatto per noi, non noi per il semaforo.
  2. Ma se l’ inoppugnabile convinzione di cui al punto precedente si diffondesse, ecco allora spuntare le prime vittime: gli automobilisti, per esempio, sapendo cosa pensano i pedoni in materia, riterrebbero prudente rallentare e concentrarsi anche quando per loro splende il verde, d’ altro canto i pedoni allenterebbero ulteriormente la loro attenzione sapendo che i rischi diminuiscono poiché gli automobilisti hanno le antenne particolarmente drizzate; ma questo supplemento di lassismo nei pedoni richiede un supplemento di attenzione negli automobilisti, e così via su un piano inclinato.
  3. Ne discende la soluzione socialmente ottima: passare con il rosso è corretto purché si dica in modo autorevole che non lo è.

Uno dei pilastri della buona società è il “fare e negare”. Spiace un po’ dirlo ma in questa valle di lacrime l’ autorevole reticenza e l’ ipocrisia assurgono spesso a risorsa sociale. Dopo i quindici anni una persona normale comincia a sospettarlo, dopo i venti ne è certo.

Eccoci a noi, il mestiere di Travaglio consiste nel dirci a suo modo che “non si passa con il rosso”. Ma fin qui non c’ è nessun problema, è un bene che lo si dica.

In fondo anche Giorgio Napolitano passa le sue giornate a spiegarci che “non si passa con il rosso”, però tra i due c’ è una certa differenza.

Giorgio Napolitano fa il Presidente della Repubblica (notare le maiuscole), Travaglio fa il giornalista/polemista (notare le minuscole).

Quando il Presidente della Repubblica si rivolge alla cittadinanza nel discorso di fine anno a reti unificate  sta dicendo “non si passa col rosso”. Tutti noi applaudiamo perchè, comunque la si pensi, troviamo corretto che un concetto del genere venga ribadito. La stessa voce del Presidente ha una doverosa impostazione “trombonesca” (che è l’ impostazione contraria a quella adottata nello stridore polemico) tanto da far apparire il sottotitolo “sono un’ istituzione autorevole e ora vi dirò quel che va detto, occhio che arriva, pronti al doveroso applauso”. Noi stessi ci sintonizziamo perché ci piace sentire “cio’ che va detto” (mia mamma va in sollucchero), ci piace applaudire sentendo “cio’ che va detto”.

Magnificare la Costituzione è un modo di dire “non si passa col rosso”. Incitare all’ unità nazionale è un modo di dire “non si passa col rosso”. Esaltare il sentimento di patria è un modo di dire “non si passa col rosso. Il peana alla democrazia è un modo di dire “non si passa col rosso”. Non si tratta di parole velenose, si tratta di parole/alzabandiera.

Questo è il ruolo di Napolitano: fare l’ alzabandiera da mane a sera e da mane a sera disinfestare il Quirinale dalle microspie.

Torniamo a Marco Travaglio, lui non imposta affatto la voce in modo  “trombonesco”, lui non adempie ad un rituale, al contrario,  si presenta a noi come uno “smascheratore” in piena azione, come l’ oracolo senza peli sulla lingua, se ha una bandiera in mano è quella della sua fazione non quella della “concordia universale”. Dopodiché, ci dice fondamentalmente che “non si passa con il rosso” in modo provocatorio, ben sapendo (spero per lui) che l’ altra fazione, se ha un minimo di coscienza civica, non puo’ certo rispondere “hai torto, con il rosso si passa eccome in certi casi”.

Cosa c’è che non va in tutto ciò? Del resto 1) che “non si passa col rosso” è qualcosa che fa pur sempre bene ripetere e 2) è nostro diritto sapere che Tizio o Caio sono stati beccati a passare con il rosso. Quel che non va in un simile atteggiamento è la trasformazione che subisce il valore della legalità (o del semaforo se vogliamo prolungare la metafora): da valore istituzionale a valore cultuale.

Quando il valore del “verde” diventa un culto partono crociate pericolose, non a caso Travaglio è a suo agio nel conflitto, sempre in trincea con l’ elmetto ben calzato. Chi disapprova la sua impostazione, se ha un animo civile, non può farlo in modo compiuto, non può perché l’ atteggiamento “socialmente ottimo” impone di “non dire”, di non contrapporsi dialetticamente all’ affermazione “col rosso non si passa”. A volte Travaglio ha l’ aria di fare il finto tonto, di marciare in modo un po’ vigliacco su questo interdetto imposto dalla coscienza civica, di approfittare dell’ handicap altrui per trarne un profitto in termini d’ immagine integerrima.

Ecco allora cosa lo rende insopportabile ai miei occhi.

La parabola della pedagogia

Scritta unicamente a mio uso e consumo, sia chiaro.

  1. Aristotele: è doveroso formare il carattere morale del ragazzo inculcando un’ etica basilare fatta di: 1) rispetto (dell’ altro e della sua proprietà), 2) lealtà (alla parola data), coraggio (voglia di intraprendere con l’ altro) 3) buone maniere (non approfittarsi del diritto alla libertà) 4) temperanza (self contro e successo sono legati a doppio filo). il bambino, secondo Aristotele, è un “barbaro da civilizzare”. Tra noi e gli animali spicca una differenza: noi possiamo trasmettere la nostra cultura, loro devono ricominciare sempre da capo, tanto è vero che noi andiamo avanti e loro restano fermi.
  2. La pedagogia aristotelica è condivisa un po’ da tutti nella storia: greci, romani, illuministi, romantici, vittoriani. Nel novecento il paradigma muta.
  3. Si realizzano eccessi che trasformano il metodo di Aristotele in un metodo “zero-tollerance”: qui l’ educatore si allontana dal discente  trasformandosi da civilizzatore in punitore distante.
  4. L’ accusa della pedagogia progressista scatta immediata ma non prende di mira la sopravvenuta lontananza del genitore quanto cio’ che viene chiamato indottrinamento se non “lavaggio del cervello”. Tuttavia, “violentare” il carattere di una persona è possibile solo se la persona è autonoma, cosicché viene postulata l’ autonomia del bambino.
  5. L’ alternativa proposta: “value clarification“. Il bambino è competente, autonomo, bisogna solo presentargli dei valori etici e lui procederà alla scelta. Fondamentale mantenere le distanze per non influenzarlo.
  6. Il metodo della “value clarification” crea, implicando la distanza dell’ adulto, ansia e paure. Si cerca di rimediare puntando sull’ autostima: premi per tutti e complimenti continui.
  7. Il metodo dell’ autostima fomenta il narcisismo, si cerca un recupero di Aristotele.
  8. Ma i valori di Aristotele non  soddisfano l’ ideologia progressista, cosicchè si cerca di sostituirli con 1) democrazia 2) tolleranza 3) legalità 4) educazione di genere 5) politically correct…

Neo-evangelizzazione

Come convertire il nostro prossimo?

  1. Crescete e moltiplicatevi; avere tanti figli è il miglior modo per evangelizzare il mondo;
  2. Rivolgetevi alle élite; sono loro che battono la via che seguirà la massa; tra Centro e Periferia non esitate a privilegiare il primo.
  3. L’ esempio è importante, specie se il vostro messaggio è religioso; questo per evitare la classica e fondata obiezione: “dici delle cose che non ti costa niente sostenere”.
  4. Fate battaglie di libertà e di disobbedienza civile: abbassare i costi di uscita (esempio: obiezione di coscienza) piuttosto che varare leggi ad hoc. Inaugurate forme di disobbedienza civile minima, ovvero quelle contro i “divieti ridicoli”, in Italia abbondano (divieto lancio palle di neve, divieto sdraiarsi nei prati, divieto di mangiare il gelato oltre una certa ora…).  La religione diventerà opposizione allo strapotere statale raccogliendo molti simpatizzanti.
  5. Battetevi per una società del rischio economico. All’alternativa “più poveri, più sicuri” (grazie alla solidarietà coercitiva), privilegiate l’alternativa “più ricchi, più a rischio” con la solidarietà volontaria. Il rischio spinge alla fede molto più della povertà, inoltre è compatibile con una società non-violenta.
  6. Conducete battaglie anti-proibizioniste: sono battaglie libertarie e al contempo fanno crescere a dismisura il bisogno di “conversione”.

Catechismo per meta-atei

E se la secolarizzazione del mondo moderno fosse sopravvalutata?

Alcuni autori pensano che la sua forza ci appare irresistibile perché sopravvalutiamo la religiosità nelle società passate (c’ era molta forma) e sottovalutiamo quella presente (nel privato c’ è più sostanza di quanta ne appaia).

Così come esistono i meta-credenti, ovvero coloro che affollano le Chiese senza credere sul serio, può darsi che esistano anche i meta-atei, ovvero dei credenti inconsapevoli, e chissà che anche qualcuno di loro non si salvi.

D’altronde, è detto che esistono “vie speciali” attraverso cui salvarsi pur posizionandosi fuori dalla Chiesa.

L’argomento è delicato in quanto parecchio “indeterminato”, in merito si spende  solo qualche vaga parola a cui è difficile assegnare un contenuto specifico.

Forse quando la dottrina andrà chiarendosi su un punto tanto cruciale avremo uno spiraglio anche per il meta-ateo.

In genere il meta ateo si reputa un tipo moderno, ama vedere se stesso come un erede dei “lumi”, come qualcuno che si affida alla ragione anziché alla superstizione.

Ebbene, chi tra i credenti giudica l’ Illuminismo come una pallida eresia del Cristianesimo – e siamo in tanti – sente anche una certa vicinanza con il meta-ateo, peccato poi che quei capriccetti così fisiologici tra cugini primi finiscano per rovinarne l’ ineluttabile abbraccio scavando un fossato più apparente che reale.

Il cattolico dovrebbe sempre muoversi avendo in mente i due pilastri dell’ evangelizzazione: 1) fare molti figli (sono il nostro futuro e in famiglia l’ ideologia fluidifica senza resistenze), 2) rivolgersi alle élite (l’ ideologia si propaga sempre dal centro alla periferia). Ebbene, meditando sul secondo pilastro  capiamo l’ importanza di un catechismo per meta-atei: gli atei sono sovrarappresentati nell’ élite di un paese avanzato.

D’ altronde, sono gli stessi cattolici che intervenendo sugli  argomenti più dibattuti, di solito in tema di dottrina sociale, amano far precedere le loro parole da espressioni del tipo: “userò solo argomenti laici… qui la fede non c’ entra”, “farò appello unicamente alla ragione dell’ uomo”. Dopodiché, per consolidare le loro tesi, amano citare a sostegno soprattutto autori dalla fede dubbia, meglio ancora se atei o agnostici.

Ebbene, la mia tesi è che il ventaglio di argomenti inerenti alla fede in cui è lecito “usare solo ragioni laiche”, in cui siamo autorizzati a “fare appello alla ragione dell’ uomo” risulta incredibilmente vasto e va molto oltre quelli angusti relativi alla dottrina sociale. Insomma, il dialogo con il meta-ateo puo’ andare ben al di là della discussione sulla natura del feto.

C’ è tutto un territorio  di convergenze possibili semi-inesplorato (o da riscoprire). Immagino che il meta-ateo, per avere concrete opportunità di salvezza, debba per lo meno aderire ad alcune verità che vorrei considerare come il suo Catechismo minimale.

Non voglio con questo dire che il catechismo del meta-ateo debba essere diverso da quello ortodosso ma solo che darà risalto ad alcuni aspetti che sarebbe inutile enfatizzare se a leggere fosse il tipico credente tutto d’un pezzo, in fondo muto solo il gergo senza che cio’ intacchi i concetti di fondo.

Riconoscersi cristiani non è facile, è un impegno che porta via un sacco di tempo: tra il lavoro, la famiglia, gli hobby, lo spazio che concediamo a questa scoperta è talmente limitato che uno rischia di essere potenzialmente un discreto credente senza accorgersene.

Qui cerco di facilitare l’agnizione liberando alcune verità della fede dal gergo teologico in cui sono intrappolate. La mia speranza è di non storpiarle e la mia convinzione è che si possano ricondurre al senso comune e quindi all’adesione di una platea più vasta rispetto a quella dei credenti.

Questa premessa farà suonare molti allarmi visto che di solito un discorso con questi accenti anticipa eresie provocatorie pronunciate con la tipica postura dell’ Autore à la page. Mi auguro vivamente che in questo caso non sia così, d’altronde non mi sento di buttare insieme alle eresie una premessa in sè valida.

Di seguito ho fissato una cinquantina di punti ciascuno dei quali meritevole di ben altro sviluppo, in effetti ho preferito privilegiare la quantità alla qualità. Alcuni non sono nemmeno in linea con l’ortodossia vigente, altri in palese contrasto (vedi quello sul Diavolo). Pazienza, si tratta solo di suggestioni, l’ importante è che sia chiara l’intenzione di fondo, dopodiché le  correzioni di rotta sono sempre possibili.

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  1. Dio. Il discorso è  lungo, e un pezzo è qui. In sintesi: il miglior modo di giungere a Dio è la ragione probabilistica, una strada che sembra spianata apposta per l’ ateo tutto cervello. In seconda battuta, per gli atei allergici ai ragionamenti (e sono parecchi), si propone di tornare alla mentalità infantile: siamo nati per credere, non c’ è niente di più semplice e positivo da fare. Si richiede solo di disincagliarsi da quel sarcasmo che l’ ateo reputa sommamente “adulto” oppure dall’ adorazione, che io credo sommamente infantile, di una Scienza compresa a metà.

  2. Nati per credere? In un senso banale è ovvio che tutti noi siamo nati per credere: lo scetticismo è giusto un’ esibizione leggermente narcisistica di intelligenza. In un senso più specifico noi non siamo nati per credere in Dio ma per adottare alcuni concetti che ci conducono facilmente all’ idea di Dio. Esempio: il bambino è particolarmente appagato delle “spiegazioni personali” (perché è successo X? Perché l’ ha voluto Y). Nel bambino la “spiegazione personale” domina su quella “meccanicistica”. Ebbene, il teismo è una “spiegazione personale”. Successivamente, le spiegazioni meccanicistiche soppiantano quelle personali, specie in chi si appassiona alle scienze, tuttavia queste ultime non spariscono dalla nostra vita, anzi, restano maggioritarie (“perché ho alzato il braccio? Perché l’ ho voluto!”).
  3. Relativismo. Alcuni meta-atei allergici ai ragionamenti sembrano anche poco propensi ad una fede in accordo con gli istinti primari dell’ uomo: “ci provo ma non ci riesco proprio a credere”. Francamente non penso che le cose stiano in questi termini, non abbiamo affatto perso i nostri istinti primari, penso piuttosto che molti non mostrino curiosità per una “Teoria del Tutto”, rimasta ormai appannaggio di scienziati e teologi. Per molti dare un fondamento alle proprie azioni non è così imprescindibile, forse il mondo moderno è talmente ricco di distrazioni che la vacuità del nostro agire non ha mai il tempo di emergere chiaramente e presentarsi ai nostri occhi: il relativismo non è che una forma di costipazione.  
  4. Religione: solo pronunciare questa parola fa venire le bolle a molti atei. Si rilassino, sono lecite definizioni dalla disarmante semplicità: è religioso l’ uomo che ordina il suo pensiero in modo che taluni concetti siano più importanti di altri. In questo modo si costruiscono gerarchie concettuali dotate di un vertice. Sono sicuro che alla luce di questa definizione molti atei saranno disposti a definirsi “uomini religiosi”, per esserlo, infatti, non è necessario credere in un dio, il buddismo, per esempio, è una religione ma non ha un dio.

  5. Spiegazione personale. Quando dobbiamo fornire la spiegazione di un evento possiamo puntare sul meccanicismo o su una spiegazione personale. Il teismo è una teoria del tutto fondata su una spiegazione personale: il mondo si spiega perché una persona l’ ha creato. Dice: “ma come si fa nel terzo millennio a violare impunemente il principio di causalità materiale credendo ancora che esistano degli atti liberi?”. E’ un dubbio che appartiene a molti atei che, se pensano al libero arbitrio ne riconoscono l’ esistenza, ma poi quando pensano alle leggi ferree della scienza si ritraggono intimoriti. Bè, da quando sono state scoperte le leggi della meccanica quantistica anche la scienza ha cessato di credere alla legge di causalità, non che la meccanica quantistica e il libero arbitrio abbiano niente a che fare tra loro ma se il vostro timore è quello espresso più sopra potete tranquillizzarvi. E poi il libero arbitrio lo si constata osservandolo in noi stessi, se si negasse valore alla semplice osservazione si negherebbero le basi della scienza, se l’ osservazione non vale in questo caso allora non vale nemmeno per la vista, l’ udito eccetera. Insomma, la legge di causalità spiega molti fenomeni ma durante la nostra giornata io incontro molti più fenomeni a cui si attaglia la spiegazione personale.
  6. Agnosticismo. Molti atei sembrano temere la parola che li definisce e così con un soprassalto di umiltà preferiscono dirsi agnostici (e taccio di quelli che addirittura che per pudore si dicono “laici”). In un certo senso li capisco visto lo spettacolo indecoroso di alcuni loro correligionari ma se cerco una reale differenza ho problemi. Costoro, infatti, pensano così: ho raccolto qualche indizio dell’ esistenza di Dio ma non lo trovo sufficiente per credere, così mi astengo. Ma questo è l’ esatto ragionamento che fa l’ ateo militante, salvo trarne le conseguenze più coerente: non “mi astengo” ma “non credo”. Invito quindi questi agnostici ad affrontare le loro paure (nonché le etichette sociali” e quindi a fare il loro passo, nella speranza che sia un passo verso la fede.
  7. Great divide. Dirsi “credente” è impegnativo, vieni subito etichettato e spesso non si tratta di definizioni piacevoli, se ti va bene sarai visto come un superstizioso. Eppure è arduo pensare che il great divide passi tra credenti e non credenti, a volte c’ è più differenza tra chi crede nella verginità della Madonna e chi nicchia che tra credenti e atei. Non lasciatevi spaventare dalle convenzioni sociali, concentratevi su un great divide più significativo rispetto a quello consueto, un atteggiamento del genere potrebbe aiutarvi a fare il primo passo, ovvero a dire “Dio esiste”, affermazione che ha veramente poco a che fare con la superstizione.
  8. Incarnazione. Un fenomeno all’ apparenza incomprensibile ma poi, quando ci si pensa meglio: cosa dobbiamo aspettarci dall’ amante una volta che constata la sofferenza dell’ amato? Che si avvicini a lui, che spartisca con lui la pena. Ecco, ora l’ incarnazione ci appare come la scelta più sensata.
  9. Il Messia. Dio padre manda suo Figlio al macello, vi sembra giusto? E’ questo un Dio buono? Un padre buono non sacrifica il figlio. Non è sempre così, pensate al caso di una guerra e di una coscrizione non obbligatoria per i soggetti da 18 a 21 anni soggetta al veto del padre. Un padre buono potrebbe anche scegliere di non porre il veto, magari perché ritiene quella guerra decisiva per le sorti dell’ umanità e l’ atto del veto come un atto egoistico. oppure si pensi a quel padre che chiede ai figli di rinunciare alla discoteca per aiutare la vicina malata a far la spesa. Costui è un padre egoista che sfrutta i figli o un padre buona che educa la prole ai valori più elevati?
  10. La Scrittura. Il non credente trova decisamente assurdi molti passaggi scritturali, così come trova improponibile la lettura che il fondamentalista ne fa. A costui bisognerebbe ricordare di contestualizzare storicamente la descrizione degli eventi ma soprattutto bisognerebbe ricordare che noi vediamo le verità ultime come attraverso uno specchio; molte descrizioni sono quindi solo un’ immagine del vero. E’ nostro compito interpretare queste immagini per avere un’ idea la più fedele possibile dei concetti legati alla fede cristiana. Molto di cio’ che risulta ostico al non credente si dissolve una volta che si approfondisce la metafora sottostante.

  11. Giudizio universale – La responsabilità individuale sta alla base dell’ individualismo moderno, anche per questo alla maggioranza di noi non dovrebbe essere difficile accettare un concetto come quello di Giudizio Universale. Oltretutto la fede nel Giudizio Universale ci libera dalla superstizione del Giudizio Terreno che si terrebbe, che ne so, nelle aule di qualche tribunale con piemme superstar.

  12. Giudizio universale. E’ giustificabile per chi distingue tra giustizia e male. Ci sono dei mali che non implicano dei colpevoli, ovvero un’ ingiustizia da sanare. Ecco allora che di questi mali si tiene conto in sede di Giudizio universale. Se le mie facoltà cognitive sono limitate la cosa non verrà tenuta in conto nel giudizio mondano, un omicida, per esempio, è tale a prescindere dal suo QI, ma la cosa verrà soppesata nel giudizio universale.
  13. Giudizio Universale: serve perché noi non sappiamo chi ha fatto veramente del bene al prossimo: ai poveri ha giovato più Norman Borlaug (fautore della rivoluzione agricola) o Madre Teresa?
  14. Provvidenza – Dall’ “ordine spontaneo” alla “mano invisibile”, l’ uomo moderno ha riciclato in vari modi il concetto di “Provvidenza”. Il fatto è che risulta insensato affrontare la complessità del mondo con una programmazione ferrea, qualcosa ci sfuggirà sempre poiché la conoscenza è dispersa e non concentrabile in un unico progetto. Non resta allora che saper trattare l’ imprevisto affidandosi alle poche leggi che governano il caos, inutile opporvisi redigendo progetti meticolosi. L’ “ordine spontaneo” con cui l’ uomo moderno affronta la complessità emerge naturalmente e anonimamente senza un responsabile; superfluo far notare quanto questo processo descritto dai più grandi scienziati sociali della modernità echeggi il concetto di Provvidenza.

  15. Peccato originale – Viviamo in un mondo con risorse limitate, è l’ assunto della modernità. Se l’ aspirante credente si trova a disagio pensando al “senso di colpa”, che accetti almeno i suoi limiti, un riconoscimento in tal senso è più che sufficiente per penetrare il concetto teologico di peccato originale.

  16. Libertà – C’ è chi si fa spaventare dal concetto di libertà proposto dai cristiani, in effetti è concettualmente distante da quello moderno. Ma che problema c’ è? Basta sostituirlo con quello di felicità e tutte le tessere del mosaico tornano al loro posto. Per il cristiano è libera la creatura che segue il suo fine, per noi moderni, al contrario, la libertà è un metodo per rintracciare sperimentalmente il nostro fine, tuttavia possiamo tranquillamente concordare sul fatto che se “una creatura segue il suo fine” è più felice. Difficile esserlo sbagliando strada.
  17. Albero della conoscenza… – Nella vulgata liberale l’ abuso della conoscenza è l’ errore più grave anche nel mondo moderno. Le cose sono più complicate di quanto le facciamo e l’ errore più comune è quello di credere di padroneggiare tutto.

  18. Poveri di spirito: la fiducia, merce rara di cui la modernità è assetata, si costruisce anche con l’ apporto di una certa povertà di spirito.

  19. Poveri di spirito – L’ umile del Vangelo – Gesù in primis – non spreca energie per difendere il suo status e la sua immagine e così facendo ne fa risparmiare agli altri; se prendessimo esempio da lui, quanta invidia eviteremo, quante risorse potremo indirizzare verso scopi più fruttuosi.

  20. Fine del mondo. Ascoltando il Santone che proclama l’ imminente fine del mondo con accenni millenaristi scatta l’ ilarità. Eppure le riflessioni più pacate e razionali sul futuro del nostro pianeta confermano – sempre in termini probabilistici – una fine vicina. Insomma il dibattito razionalista sul paradosso di Fermi e il Grande Filtro giunge a conclusioni apocalittiche.

  21. Paradiso/Inferno – Una vivida immagine della nostra responsabilità, ovvero di un’ architrave delle società contemporanee.

  22. Inferno: c’ è chi si è turbato per una pena tanto dura. Esimi giuristi hanno addirittura affermato che non è “costituzionale”. La mia impressione è che in questi casi la profonda comprensione del diritto non sia accompagnata da una altrettanto valida comprensione della teologia. L’ Inferno è un luogo fuori dal tempo nonostante le immagini che ce ne diamo. Se dovessimo davvero trasporlo nel tempo allora dovremmo immaginare i dannati come eterni recidivi. Ecco, una volta tradotto in termini rigorosi l’ Inferno, una volta immaginati i dannati per quel che sono, l’ immagine dell’ Inferno non solleva più obiezioni gravose.

  23. Povertà evangelica. L’ esaltazione della povertà e la condanna della ricchezza che ricorre nei Vangeli crea imbarazzo nella mentalità contemporanea. In realtà crea imbarazzo anche in me e non so come uscirne. Forse il “ricco” dei Vangeli è semplicemente il disonesto, un tempo non ci si arricchiva producendo ma rubando al prossimo. Oppure il ricco è il superbo che si contrappone al “povero di spirito” di cui sopra. Tuttavia puo’ darsi che non ci sia rimedio: la scrittura condanna la ricchezza; in questo caso, se non si vuole cadere nel pauperismo, è la Chiesa chiamata a sovvertire l’ insegnamento, soluzione non nuova (vedi sotto il precetto della “sottomissione ai mariti”). In ogni caso, arduo problema.

  24. Purgatorio. Il Purgatorio fa venire in mente tutti gli aspetti più bizantini della fede cristiana, lo avrà pensato anche chi tra gli uomini di Chiesa non molto tempo fa voleva abolirlo. Eppure a me il Purgatorio sta simpatico, lo trovo consonante con la radicale libertà conferita all’uomo, una libertà che mette in crisi anche l’onniscienza divina e che costringe Dio a farci vivere per poterci giudicare. Ebbene, anche dopo morti Dio potrebbe non essere in grado di capire il bene e il male che ha compiuto una persona sulla terra. A questo punto diventano decisive le esternazioni intercessorie, ovvero le manifestazioni d’affetto, di quei testimoni ancora in vita. E per soppesarle con la dovuta calma un”parcheggio” quale il Purgatorio è l’ideale.

  25. Ascensione. Sottende una verità importante: la nostra salvezza non comporta una rinuncia alle felicità mondane. La prosperità mondana non si contrappone alla redenzione spirituale. In altri termini: noi saliremo al cielo con tutto il nostro corpo, non dobbiamo affatto rinunciarvi o ripudiarlo.

  26. Riti e sacramenti. La mentalità moderna è refrattaria  alla liturgia religiosa, la si vede come uno spreco o al limite come un affascinante arredamento. Eppure non si sottovaluti troppo la funzione che il rito ha giocato nella storia. Mi limiterei a considerare otto punti, chi li ritiene importanti sarà portato a rivalutare i riti fastosi e i sacramenti.

  27. Riti e sacramenti. Molto spesso la liturgia è in connessione potente con la bellezza e chi pensa che la bellezza debba avere un ruolo importante nella propria vita allora  in una Chiesa Cattolica sarà come a casa sua.

  28. Tradizione. Non vi è dubbio che la Chiesa sia custode di Tradizioni ben radicate e che questo indulgere alla Tradizione disturbi il meta-ateo progressista. Ecco allora la necessità di pronunciare due parole a suo conforto: la miglior difesa della Tradizione riposa nella struttura della ragione, in particolare quella moderna adottata dalla scienza, ovvero la razionalità bayesiana, secondo la quale ogni novità  non rimpiazza ma aggiorna al margine il cumulo delle conoscenze pregresse senza mai prescindere da esso. Le ragioni a priori diventano un campo fertile su cui costruire, dimenticarsene ci conduce dritti dritti nell’ incongruenza della tabula rasa volterriana. E agli adoratori della Democrazia, tra i progressisti meta-atei abbondano,  ripeterei in proposito le parole di Chesterton: “… la Tradizione non è altro che una democrazia in cui votano anche i nostri antenati…”. 
  29. Gesù. Alcuni meta-atei non lo amano, lo considerano un pezzente propalatore di idee pauperiste. In parte è vero, tuttavia, se stiamo alle categorie contemporanee, lo considererei un radical chic: figlio di imprenditori (con dipendenti), agiva e predicava in favore dei poveri e del pauperismo, senonché frequentava soprattutto i ricchi e le èlite cittadine, amava vestire bene, i profumi, la buona cucina…
  30. Apostoli. Non c’ è motivo di rifiutare il “principio di testimonianza“: se di qualcosa so poco niente mi affido a chi testimonia disinteressatamente, almeno fino a prova contraria. L’ alternativa? Il “principio del bias”: le testimonianze sono spesso fallaci, la psicologia del testimone lo trae in inganno. Che i bias del testimone esistano è fuori di dubbio ma da qui a farne il principio di partenza ce ne corre.

  31. Teodicea: Male e Bene. Molti atei si sono allontanati dalla fede cristiana perché la teologia dà conto del male nel mondo. E in effetti  sul punto puo’ sembrare a qualcuno farraginosa ma non ai temperamenti libertari: è infatti la grande importanza annessa da Dio alla libertà umana che giustifica il Male in questo mondo. Quanto più darai valore alla libertà, tanto più apprezzerai la scelta divina! In sintesi: non solo l’ uomo puo’ “scegliere il male”, e quindi introdurlo nel mondo, ma l’ uomo non puo’ nemmeno essere giudicato se non sottoponendolo a delle prove che contemplano anche la presenza del Male nel mondo: la sua libertà è tale da rendere Dio un giudice ignorante qualora dovesse giudicare a priori. Poiché dal male puo’ uscire anche un bene diremo che a Dio – per poter essere “buono” – non resta che un dovere: fare in modo che tra male e bene complessivo il bilancio sia il migliore possibile.

  32. Ingenuità della fede. C’ è chi denuncia il pensiero dei credenti come ingenuo, si dice: “le cose non sono come sembrano”. Si dice: “la scienza ci ha insegnato che dietro le apparenze si nasconde una realtà più complessa…”. Tutto questo è vero ma cio’ non toglie che ogni pensiero ordinato debba partire da concetti semplici, ovvero dalle intuizioni più immediate. Solo quando saranno confutate saremo autorizzati ad abbandonarle in favore di alternative più coerenti. L’ ipotesi religiosa rientra quindi in un pensiero ordinato e non in un pensiero ingenuo. Principio di Credulità: data l’assenza di un qualsiasi motivo per non crederci, si dovrebbe accettare quello che sembra essere vero (ad esempio, se si vede qualcuno che cammina sull’acqua, si deve credere che stia accadendo)

  33. Anima – La modernità non puo’ prescindere da identità e continuità della persona e delle sue responsabilità, di fatto non ha mai rinunciato alla nozione di anima anche se con trucchetti terminologici fa credere di averlo fatto. Quando mi alzo alla mattina sono la stessa persona che si è coricata la sera, questo non me lo garantisce la scienza, me lo garantisce un’ adeguata filosofia dell’ anima.

  34. Anima. Alcune teorie della mente in voga nel recente passato negano ogni componente estranea alla elaborazione delle informazioni, per loro la mente non è altro che un sofisticato computer. Domanda: ma la forza di volontà (per esempio) da dove deriva? Difficile rispondere per chi difende la teoria della mente/pc, molto più facile per lo psicologo che pensa alla mente come ad un centro energetico.

  35. Anima in attesa di Giudizio. Sembra davvero assurdo che le anime possano vivere distaccate dai corpi, ed invero alcuni teologi lo negano. Eppure a guardar bene la cosa non è così impossibile. Innanzitutto non è impossibile da immaginare: pensate di svegliarvi e farvi delle domande al buio, l’ ipotesi che non abbiate un corpo vi apparirà credibile, di sicuro non impossibile. Ma c’ è di più: attraverso gli esperimenti mentali del teletrasporto e del brain split è possibile constatare che il legame tra corpo ed identità è molto più tenue e problematico di quel che si pensa comunemente.

  36. Trinità – Dio è amore: 1) l’ amore più nobile è quello tra pari e 2) la fiducia è contagiosa (si autoalimenta). Per il punto uno: Dio genera il Figlio per poter amare un suo pari. Per il punto duo: la fiducia è un bene sociale essenziale e lo spirito è la forza che lo moltiplica.

  37. Trinità – Molte persone ritengono il concetto della Trinità cristiana un’ assurdità, eppure tutti noi sperimentiamo di continuo la presenza di più persone in un unico soggetto. Esempio: io non voglio mangiare dolci, eppure, se ora mi trovassi di fronte ad un dolce non potrei fare a meno di divorarlo. È proprio come se in me convivessero più persone. Il fenomeno è noto agli economisti come “incoerenza temporale”. Inoltre, a ben vedere, potrei immaginare che in me c’ è una terza persona che agisce strategicamente affinchè io non possa trovarmi di fronte ad un dolce. Un pò come Ulisse che si fece legare all’ albero per non seguire il canto delle Sirene. Ebbene, qui forse non esiste alcuna analogia nel merito rispetto alla Trinità cristiana, tuttavia balza all’ occhio come anche per l’ uomo moderno la convivenza di più persone nello stesso soggetto sia tutt’altro che assurda

  38. Spirito – Il determinismo materialista non si coniuga bene con la responsabilità personale, concetto chiave della modernità. Dove andremmo senza “responsabilità”? E l’ unico solido fondamento della responsabilità è cio’ che chiamiamo “spirito”. Come se non bastasse persino la scienza contemporanea – ammesso e non concesso che spieghi tutto – smentisce i resoconti meccanicistici in cui la descrizione delle realtà materiali esaurisce ogni resoconto.

  39. A immagine di Dio – L’ uomo è un’ intelligenza, di portata inferiore a quella divina ma pur sempre un’ intelligenza. In questo senso ci distinguiamo dagli altri animali. Una distinzione confermata dalla scienza, in particolare dalla linguistica.

  40. A Immagine di Dio. Il fatto che OGNI uomo sia stato creato a sua immagine implica il concetto di uguaglianza tanto caro ai moderni. A volte lo diamo per scontato concentrandoci sul “tipo” di uguaglianza da privilegiare, e così facendo dimentichiamo il prezioso lascito. Illustri filosofi hanno sottolineato il fondamento divino dell’ individualismo moderno, specialmente nel filosofo John Locke.
  41. Il dominio sul creato – La concezione proprietaria è tipica delle civiltà più avanzate. Quando denunciamo un abuso di solito lo facciamo perché le vittime sono altre persone, altri esseri umani. Perché, per esempio, si condanna il riscaldamento globale? Perché questi processi rischiano di danneggiare le generazioni future, è più raro che lo si faccia per salvaguardare i ghiacci del Polo presi come valore in sè. Certo, qualcuno lo fa ma difficilmente la sua denuncia ci tocca. L’ uomo, quindi, resta al centro di tutte le nostre preoccupazioni etiche, almeno implicitamente, quindi, ognuno di noi crede che il creato sia solo uno strumento a sua disposizione per consentirgli di prosperare: nel rispetto del prossimo può utilizzarlo come crede.

  42. Maria. Secondo molti un orpello trascurabile, ma forse non è così: il Dio dei cristiani è personale, purtroppo per noi è difficile pensare ad una persona asessuata sebbene Dio lo sia. Ebbene, se per tradizione pensiamo a un Dio padre, ecco che la figura di Maria compensa il bias cognitivo e ci aiuta a pensare il lato femminile di Dio, quello materno. Nessuno negherà che non ha senso sbilanciarsi sul sesso di dio e che dunque il ruolo metaforico che gioca la Madonna è estremamente importante.

  43. Perdono e giustizia. Molti osservatori delle cose della religione cristiana trovano difficoltoso conciliare la misericordia divina con la giustizia. Secondo me questo imbarazzo si ridimensiona se andiamo a vedere cosa richiede il perdono cristiano: innanzitutto il pentimento, poi le scuse ed infine il risarcimento, almeno fin dove si può. A ciò si aggiunga anche un senso di debito perenne verso l’ offeso. Mi sembra che in questa ottica l’ atto del perdono assuma dimensioni molto più umane e prossime al senso comune, ma soprattutto mi sembra possa riconciliarsi con la giustizia. Teniamo poi presente che l’ etica cristiana è virtuistica e mira quindi a comportamenti “perfetti”: come si puo’ non perdonare quando si richiede la perfezione?

  44. Perdono – Una certa tolleranza informa le società più dinamiche; l’ azione è tutelata e si perdona molto a chi opera, spesso a scapito della passività.

  45. Preghiera, obbedienza e clausura – Sembrano un momento antitetico al pensiero critico, ed in effetti alcune hanno il compito di rafforzare la nostra fede e le nostre convinzioni ma altre ci  consentono un esame di coscienza spogliandoci della nostra consueta ipocrisia (penso a quelle prima della confessione). Altre ancora ci facilitano l’ astensione da ogni azione. Spesso l’ astensione è l’ opzione migliore ma noi non sappiamo sceglierla. Questo è vero specie in un mondo complesso, fragile e iper-specializzato dove ci sentiamo chiamati ad agire ma non sappiamo dove mettere le mani fuori dal nostro campo, ovvero nel 95% dei casi. Infine ve ne sono alcune che hanno fini intercessori, e il loro senso è meglio spiegato nel punto che segue.

  46. Preghiera. La preghiera intercessoria sembrerebbe un non-sense per il laico acritico ma a guardar bene le cose non sono proprio così. Se la nostra libertà toglie a Dio parte della sua onniscienza, ha senso allora mostrargli l’intensità dei nostri desideri più reconditi. Forse lui non li conosce esattamente e constatandone la portata può intervenire per mutare le cose secondo le leggi della teodicea.

  47. Gesù e la legge ebraica – Gesù la rispetta, è un buon ebreo, anche se di quando in quando trasgredisce: il Sabato è fatto per l’ uomo e non viceversa. Gesù non è nè un cittadino impeccabile nè un rivoltoso, rappresenta la giusta via di mezzo. Anche per noi moderni il culto della legalità è una perversione, anche per noi esiste ed è giusto che esista un discrimine tra legalità e legittimità. Se non esistesse non saremmo dei liberali.

  48. Santi – La funzione trainante delle élites conta molto anche nelle società moderne.

  49. Vocazione – Sembra un termine tanto antiquato, eppure il concetto sottostante è quanto mai moderno: valorizzare il proprio talento è un imperativo della modernità. Fa bene a se stessi e fa bene alla comunità. La parabola dei talenti rinforza questo punto.

  50. Parabola del fico. Un invito fatto all’ uomo a sfruttare la terra facendola fruttificare. La mentalità moderna dovrebbe essere sensibile a questo punto. In genesi ulteriori passi incoraggiano in questo senso.
  51. I pani e i pesci – Moltiplicare i beni per distribuirli è l’ obbiettivo di molte società moderne. E si badi bene all’ ordine delle azioni.

  52. Parabola del cieco. Gesù viene accusato di aver operato il Sabato, e qui lui pone la distinzione cruciale tra legalità e legittimità. L’ idolatria della legalità è un vulnus di molte società moderne che l’ insegnamento di Gesù aiuta a combattere
  53. I profumi di Marta. Marta spande profumi su Gesù ma c’ è chi recrimina per lo spreco, si tratta di risorse che sarebbero meglio impiegate a beneficio dei poveri. Molti anti-pauperisti fanno leva su questo passaggio per segnalare che la causa dei poveri non è quella fondamentale, io, qui, vorrei sottolineare un altro aspetto: il Vangelo mette in evidenza che anche investendo per i poveri si realizzerebbe uno spreco poiché (il burocrate) Giuda, l’ addetto alla cassa, stornava da quei fondi. Riecheggia in modo chiaro la moderna teoria del “secchio bucato”: trasferire risorse è affare costoso e spesso non è consigliabile anche se l’ atto in sé sarebbe auspicabile. Pura “public choice virginiana” nel cuore dei Vangeli!
  54. Confessione ed esame di coscienzaL’ introspezione è l’ atto da cui parte ogni forma di conoscenza seria, anche del mondo moderno.

  55. Pace – Il pacifismo cristiano a volte puzza d’ ingenuità ma forse merita una riconsiderazione. La guerra è un mostro che raramente l’ uomo è stato in grado di controllare, e se la dottrina della “guerra giusta” è in teoria la più corretta, la professione di un sano pacifismo alla fine dei conti risulta forse l’ opzione più pragmatica: ci sono molte guerre giuste che i governi potrebbero combattere ma poiché i governi sono incompetenti e con interessi disallineati rispetto a quelli del popolo saranno più i danni combinati che i problemi risolti, senza contare che una volta sdoganata l’ interferenza governativa non arretrerà allorchè l” emergenza sarà superata. La legge del “due passi avanti e uno indietro” è tra le più salde delle scienze politiche.

  56. Sacra famiglia – La famiglia monogamica “tradizionale” nasce con l’ agricoltura e la proprietà privata, favorisce da sempre l’ accumulo di capitale ed è quindi funzionale ad ogni società moderna capitalistica. Adorarla nelle Chiese fa bene alla società tutta.

  57. Sacra famiglia. Come formare l’ individuo? Meglio valorizzare la solidarietà familiare o quella statale? Ebbene, la famiglia si fa preferire per tre motivi razionali: 1) La solidarietà familiare è più naturale e quindi puntare su quella è molto meno costoso. 2) Quanto più è piccolo il gruppo di appartenenza quanto più necessitano alleanze esterne. Poiché la solidarietà si ottiene anche con la costruzione del nemico, meglio che il nemico sia qualcuno con cui scendere a patti. Lo stato puo’ permnettersi di non scendere a patti, puo’ permettersi un’ autarchia maggiore e quindi puo’ permettersi di considerare “assoluto” il proprio nemico. 3) La solidarietà si costruisce facendo appello alle motivazioni interiori: mi sento parte del gruppo poiché do’ un mio contributo volontario, se solo mi pagassero mi sentirei un mercenario escluso dall’ intimità di gruppo. Ora, uno stato non puo’ certo rinunciare alle motivazioni esteriori (sanzioni) e poiché queste ultime erodono di fatto le prime il compito di costruire una “fraternità di stato” diviene estremamente dispendioso quando non impossibile. 4) In famiglia le durezze inevitabili della disciplina sono imposte da chi ci ama, è questa la condizione migliore per non fare danni.

  58. Sacro – Premesso che la religione cristiana ha ridotto al minimo il ruolo del “sacro” nel vivere sociale, a volte scordiamo che anche la modernità ammette l’ esistenza di un nucleo oggettivo di realtà  “non negoziabile”. L’ equivoco alligna in chi mescola modernità e post-modernità, quest’ ultima visione propone una narrazione alquanto seduttiva ma, alla resa dei conti, presa sul serio solo da pochi intellettuali barricati nelle loro università.

  59. Legge naturale – Spesso dileggiata non è affatto un concetto strambo, specie per una mentalità liberale. Occorre però un minimo di approfondimento.

  60. Miracolo. Qui la conoscenza a priori è decisiva, non chiedetevi se credere al miracolo X di sant’ Y, chiedetevi se Dio esiste. Chiedetevi se ci ha creato per amore. Chiedetevi se ci sono motivi per compiere un miracolo. L’ importante non è credere ai miracoli, l’ importante è ammetterne la possibilità. L’ ambiente naturale in cui agisce il miracolo è l’ animo umano, lì le leggi sono meno ferree, cio’ detto non esistono valide ragioni per negare la possibilità di miracoli in natura: una guarigione, un evento straordinario. Data la nostra conoscenza a priori, tre fattori vanno valutati con delicatezza prima di credere: 1) le evidenze empiriche a disposizione, 2) la ratio sottostante e 3) l’ occasionalità (deve trattarsi di una sospensione della legge di natura non di una confutazione). Non è necessario credere a quelli proclamati tali dalla voce popolare, io, per esempio, sono scettico e vivo felice. La fede nell’ Incarnazione e nella Resurrezione di Gesù mi bastano e avanzano. A quelli proclamati nei dogmi devo credere per obbedienza – e qui semmai discutiamo del valore che ha l’ umiltà dell’ obbedienza – ma agli altri, io francamente credo ben poco e non sento compromessa la mia fede. Ad ogni modo il miracolo è una firma divina da apporre con parsimonia per non turbare l’ ordine in base al quale facciamo le nostre scelte di uomini. Continua.

  61. Apparizioni. Quando il meta-ateo sente odore di apparizione scuote la testa. Alcune cose che dovrebbe considerare:

    1. Il fenomeno è coerente con la nostra conoscenza a priori (vedi alla voce miracoli).
    2. L’ intervento divino puo’ ben essere motivato: rassicurare, aiutare, promuovere la fede.
    3. Valutare l’ attendibilità della fonte, essenzialmente la sua stabilità psichica.
    4. Fai fatica a credere alle apparizioni esteriori? Prendile come interiori, la sostanza non cambia.
    5. Principio di credulità: le cose sono come appaiono, salvo prova contraria.
    6. Perché Dio appare sempre ai credenti? 1) Non è vero, 2) Bisogna sapere cos’ è un telefono per poterlo riconoscere.
    7. Perché Dio appare ai bisognosi? Ma è proprio quel che ci aspettiamo da lui: che aiuti i bisognosi.

    Qui si continua a parlarne.

  62. Resurrezione di Gesù. E’ solo un orpello della fede? No, innanzitutto è un miracolo cruciale, poi adempie alle scritture, in terzo luogo realizza le parole di Gesù, specialmente le più pregnanti, quelle con cui ci promette la redenzione: la morte di un Dio è necessaria per riparare il danno infinito dell’ offesa ad un Dio.
  63. Superstizioni. Ammetto che un contorno molto vasto della fede è costituito da superstizioni ma aggiungo subito due cose: 1) non confondiamo la superstizione con la ritualità: il rito ha una funzione ben precisa e razionalmente esplicabile nelle comunità umane; 2) superstizione non equivale ad irrazionalità, in passato molte di esse erano funzionali all’ ordine sociale. L’ irrazionalità sta nello conservarle ad oltranza anche una volta cessate le condizioni che la rendevano necessaria. Un credente razionale puo’ tranquillamente tralasciare le superstizioni avendo cura di conservare verso chi le coltiva un rispetto umano di fondo che non ne turbi la fede.

  64. Il dono della vita. Per un credente la vita è dono e per questa elargizione è tenuto a ringraziare il Creatore. Un atteggiamento spesso estraneo all’ ateo, specie se misantropo. Eppure l’ assioma delle preferenze rivelate (su cui si basa la scienza economica, forse la più “atea” tra tutte le scienze) prevede che se consegno cento euro a Tizio miglioro – o al limite mantengo stabile – il suo benessere. Se la cosa vale quando conferisco cento euro a maggior ragione vale quando conferisco “la vita”. Se l’ateo misantropo è insensibile alle bellezze della vita che mediti per lo meno sugli assunti fondamentali delle scienze economiche che dominano la civiltà contemporanea.

  65. Laicità – In paradiso non ci sono solo i santi, eppure è un dovere tendere alla santità. Il confine tra diritto al paradiso e santità è un concetto che prefigura quello della laicità: c’ è un minimo a cui siamo tenuti e un massimo a cui tendere. Deontologia e Virtù, in questo spazio si gioca la laicità della società cristiana. La separazione è ancor più visibile se esaminiamo Antico e Nuovo Testamento: nel discorso della montagna Gesù introduce la misericordia ma allo stesso tempo inasprisce gli obblighi: se prima era proibito l’ adulterio ora diventa proibito anche solo pensare alla donna d’ altri; se prima vigevano i limiti della legge de talione ora si è tenuti ad amare il proprio nemico. E così via. Questo “inasprimento” segna il passaggio da una proto-deontologia alla virtù.

  66. Appello al cielo. Il diritto alla rivoluzione contro la tirannia e la legalità è un principio caro ai moderni e nessuno dubita che abbia un’ origine religiosa: solo facendo leva su un valore estraneo alla politica posso ottenere il diritto ad un’ azione contro la politica. Lord Acton e John Locke, due ferventi personalità religiose, sono tra i propugnatori di questo diritto.
  67. Virtù – Ancora oggi per molti un’ etica fondata sulla virtù, per esempio l’ etica cristiana, rappresenta un rischio: chi mira troppo in alto (per esempio alla santità) poi rischia di trasgredire le norme di base dei comuni mortali. Il rischio è reale se si pensa che la nostra scorta etica è limitata. Tuttavia, qui vorrei accennare a tre elementi in favore di un’ etica virtuistica: 1) ci rende più felici 2) ci rende meno proni alle campagne moralistiche (se la moralità è insita nell’ uomo adulto non si puo’ mutare grazie ad una campagna) e 3) facilita la costruzione di una società libera (se esistesse solo un genere di regole dovrebbero essere tutte trasformate in legge per reggere la società)

  68. Extra ecclesia nulla salus. Il precetto extra ecclesia nulla salus non può essere digerito dall’ateo e mette in crisi anche molti cristiani. In effetti, se lo si approfondisce, si coglie una certa indeterminatezza, quasi che i lavori su questo punto siano ancora in corso: Dio salverebbe anche chi si colloca fuori dalla sua Chiesa attraverso “vie speciali”. delle quali sappiamo poco o niente. Lasciamo perdere i bambini morti e le grandi personalità del passato e chiediamoci se esiste una speranza anche per le persone di buona volontà che non militano. Forse, chissà,  l’accettazione delle verità di senso comune espresse in questo dizionario, una volta completato e corretto, è un primo passo verso l’accesso alle cosiddette “vie speciali”.

  69. Valori cristiani. Non penso che la religione sia un’ ideologia moralista. Personalmente, per fare il mio dovere di cittadino e di uomo non sento di avere un gran bisogno della religione, se “non uccido” e “non rubo” questo non dipende dal mio incontro con Gesù Cristo, il retto comportamento mi sarebbe chiaro a prescindere. La morale cristiana vi spaventa? Rilassatevi, non è il centro del messaggio, lasciamo le prediche agli atei e agli agnostici.

  70. Valori cristiani. Molti sembrano del tutto incomprensibili a chi non vive dal di dentro la religione, eppure, a quanto pare sembra proprio che alla chetichella “la parte migliore della popolazione” li comprenda e li pratichi, magari inconsciamente. Prendiamo il valore della verginità: “…  In high school each extra IQ point above average increases chances of male virginity by about 3%. 35% of MIT grad students have never had sex, compared to only 13% of the average high school population. Compared with virgins, men with more sexual experience are likely to drink more alcohol, attend church less, and have a criminal history. A Dr. Beaver (nominative determinism again!) was able to predict number of sexual partners pretty well using a scale with such delightful items as “have you been in a gang”, “have you used a weapon in a fight”, et cetera. An analysis of the psychometric Big Five consistently find that high levels of disagreeableness predict high sexual success in both men and women…”

  71. Demonio e Angeli. A molti l’ idea del Demonio e degli Angeli appare infantile. Devo dire che anch’io, nonostante le chiare affermazioni della Scrittura, non trovo il bisogno di credere all’esistenza di un diavolo personale, e nemmeno di angeli con una loro presenza reale, vedo invece queste figure come metafore. Naturalmente ciò non toglie che esista il Male ma è qualcosa che non esiste a prescindere da noi. Il Male sulla terra non deriva cioè dal pernicioso residuo della battaglia ingaggiata tra Dio e il Diavolo e vinta dal primo solo in parte, il Male è una precisa scelta divina allorchè viene elargita all’uomo la sua libertà, può essere immaginato quindi come una realtà metafisica ma immanente, come il colore “giallo”, per fare un esempio, non mi sembra necessario immaginarlo platonicamente come una realtà a se stante. Quanto ho affermato mi sembra divergere dall’insegnamento ortodosso, che ammette perfino l’ esorcismo,e quindi, ammetto, merita una meditazione ulteriore.

  72. Angelo custode. Veglia su di noi e ci tranquillizza. Penso proprio che tra i meta-atei non riscuota di grande popolarità. Non è un grave vulnus, la credenza negli angeli è secondaria, quel che però è difficile negare è che la credenza in sé rinfranca e tranquillizza, non a caso chi crede ha un rapporto di maggiore dimestichezza con il rischio,e non poche ricerche lo confermano.
  73. Rivelazione. Dice: se ho già la ragione a che mi serve la Rivelazione? La rivelazione in sé si giustifica come 1) occasione di perfezionamento e 2) aiuto alla nostra debole ragione, ovvero ad una ragione afflitta da molti bias.
  74. Rivelazione cristianaOra che credo in Dio perché mai dovrei orientarmi su quello cristiano? Ovvero, come saggiare le diverse rivelazioni in competizione tra loro? Criteri:
    • Tradizione: meglio se una rivelazione ha superato il  vaglio di mille intelligenze piuttosto che di una sola.
    • Conoscenza di fondo (o plausibilità): meglio se una rivelazione è coerente con quanto già la nostra ragione è in grado di dirci su Dio.
    • Fonte. Poiché è ragionevole chiedere a chi sa, meglio se la rivelazione è firmata da Dio attraverso un miracolo.
    • Motivazione. Meglio se esistono dei motivi che giustificano la rivelazione. Per esempio, se l’ uomo impara perlopiù grazie all’ esempio, è ragionevole che Dio s’ incarni.
    • Evidenza storica del miracolo. Più ce n’ è meglio è.

    Conclusioni: il criterio della Tradizione e della Plausibilità isola i tre monoteismi, gli altri depongono a favore della religione cristiana.

  75. Verità rivelate. Tu dici “rivelazione” e subito si pensa all’irrazionalità, al lato superstizioso della fede. Ma perchè? Anche il discorso del razionalista abbonda di rivelazioni. Lui magari gli chiama assiomi o postulati o premesse. Sta di fatto che sono verità indimostrate – sia fattuali che logiche – utilizzate ad ogni piè sospinto. Magari il razionalista sosterrà che la fonte di tali rivelazione è la dea ragione piuttosto che un qualche altro Dio, ma ciò qui non fa molta differenza visto che il mio intento è solo quelle di indicare come il concetto di rivelazione non sia affatto sparito nel pensiero moderno, si presenta solo in altre forme e neanche tanto velate. E d’altronde, come diavolo avrebbe potuto essere altrimenti?

  76. Chiesa Cattolica. Ok, per il meta-ateo non è così difficile dirsi cristiano ma perché mai dovrebbe dirsi cattolico? In altri termini: quando una Chiesa puo’ dirsi la Chiesa autentica di Gesù? O in termini razionali: quando un’ associazione oggi puo’ dire di continuare la missione di un’ associazione precedente?

    Tre criteri:

    1. Rivendicazione: deve sostenerlo.
    2. Continuità dell’ oggetto sociale: deve avere un contenuto analogo.
    3. Continuità nell’ organizzazione.

    Ebbene, applicando i tre criteri direi che il terzo diventa decisivo e restringe la scelta  tra Chiesa Cattolica e Chiesa Ortodossa.

  77. Abbandono nelle mani di Dio. Un atteggiamento estraneo alla modernità, ma solo in apparenza. Possiamo interpretare il consiglio dell’ “abbandono” come una ricetta contro la cocciutaggine e la sicumera. Consiglio prezioso, specie in ambito intellettuale, dove una volta che si prende posizione è difficile evolvere. Il “confirmation bias” puo’ allora essere scalfito da una maggiore flessibilità che tolga valore alle nostre idee rendendo più facile “abbandonarle” in nome di un progresso costante.
  78. Sottomissione e mortificazione di sé. All’ apparenza concetti lontani anni-luce dalla mentalità moderna, eppure recuperabili. Basta un piccolo spostamento semantico e giungiamo ad un concetto come quello di “conformismo” che ci porta dritti dritti nel cuore della modernità. Passiamo ormai 1/4 di secolo nelle istituzioni scolastiche, ovvero in un luogo che ha come scopo principale quello di selezionarci in funzione della nostra attitudine al conformismo; accettare regole imposte dall’ alto trovando ugualmente le motivazioni per lavorare sodo è la ricetta del successo nella società contemporanea. Cosa puo’ chiedere di più, per esempio, un datore di lavoro? Ma è ben difficile far emergere questa qualità grazie ad un test o ad un semplice colloquio di lavoro, ben più probanti sono i successi scolastici riportati dal candidato.
  79. Sottomissione ai mariti. Le parole di San Paolo sembrano irrecuperabili ma non c’ è da scoraggiarsi, la Chiesa è lì proprio per questo, è lì per mutare anche radicalmente la lettera delle scritture, sempre agendo nello spirito complessivo delle stesse. Il cristianesimo, ricordiamolo, non è la religione del libro ma la religione dell’ uomo, la religione incarnata in un uomo: nel Cristo prima e nella Chiesa (che è corpo di Cristo) poi. La lettera delle scritture non deve mai scoraggiarci bensì ravvivare il nostro impegno per e nella Chiesa.

  80. Sottomissione ai mariti. La parola “sottomissione” turba la mente moderna. Ebbene, possiamo sempre tradurla con “umiltà”, parola più presentabile. Ma le traduzioni non sono ancora finite, cosa intendere per umiltà cristiana? Facile: agire rettamente senza curarsi del proprio status. Ci sono molte cose buone che noi evitiamo di fare per questioni di orgoglio. Quanti guai e quanti sprechi derivano dall’ attenzione al proprio status, si affrontano persino vacanze stressanti pur di poterle poi raccontare ad amici e colleghi. E i primi ad ingannarci siamo proprio noi. Ebbene, l’ umiltà cristiana ci toglie questo fardello. Diciamo che per noi lo status passa in secondo piano solo quando amiamo, solo allora siamo disposti anche a “zerbinarci”. E che felicità proviamo in quei momenti! Tutto cio’ non deve farci abbandonare un sano realismo: la cura dello status è insita nell’ uomo, non è un suo capriccio, sarebbe ingenuo pensare di disporne liberamente. Lo scienziato evoluzionista ci spiega poi che è insita in particolare nel maschio. Per il maschio l’ armatura dello status è essenziale allorché agisce in società. Sarà per questo che San Paolo richiede umiltà (sottomissione) soprattutto alla donna, è su di lei che ha più senso puntare per una società più efficiente in termini di risparmio sulla difesa dello status. D’ altro canto all’ uomo ha senso chiedere sacrifici non meno onerosi, per esempio morire per il coniuge, ed è proprio quello che fa san Paolo: con la prospettiva di un monumento equestre possiamo aspettarci molto dal maschio e quindi possiamo chiedergli molto. Anzi, tutto.

  81. Padre nostro. Molti atei hanno difficoltà a pregare, non trovano un senso chiaro nelle parole che pronunciano, eppure ci sono alcune preghiere cristalline, penso al Padre Nostro. Padre nostro –    Dio è un Dio che crea amorevolmente (gratuitamente) come un padre.

    Che sei nei cieli    –   Che sei onnopotente, onnisciente ed eterno. Che abiti la dimensione infinita dei supereroi.

    Sia fatta la tua volontà, così in Cielo, così in Terra –   In modo ci sia dato di abitare il migliore dei mondi possibili.

    Sia fatta la tua volontà, così in cielo, così in terra   –   In praise of passivity. Per una passività partecipata. E’ il concetto di provvidenza che fa capolino. Il valore dell’ obbedienza e del conformismo.

    Dacci oggi il nostro pane quotidiano   –    Ispira la nostra ragione affinché organizzi una convivenza fruttuosa che generi anche una ricchezza materiale.

    Rimetti a noi i nostri debiti  –   Perdonaci attraverso la Grazia.

    Come noi li rimettiamo ai nostri debitori   –   Nel nostro sforzo di imitare il tuo modello di perdono compatibile con la giustizia.

    E non ci indurre in tentazione   –   Mettici alla prova secondo le nostre capacità in modo da giudicarci rettamente.

    Ma liberaci dal Male   –   Dona la Vita Nuova a chi giudichi meritevole.

  82. Ave Maria   –    Il saluto con cui il divino incontra l’ uomo

    Piena di Grazia   –   Dall’ esistenza contrassegnata dai miracoli (verginità, ascensione…)

    Il Signore sia con te   –   Unita a Dio nella generazione del Figlio

    Sia benedetto il tuo nome e benedetto il frutto del tuo seno   –   Destinato a grandi cose nel bene

    Santa Maria   –   Dall’ umanità esemplare

    Madre di Dio  –   Destinata a partorire il figlio di Dio

    Prega per noi peccatori   –   Intercedi presso Dio invocando il suo perdono

    Adesso e nell’ ora della nostra morte   –  Ora e finché dura il tempo utile per decidere il nostro destino.

  83. Kant e Hume. La teologia naturale, lo strumento che l’ ateo razionalista privilegia per avvicinarsi a Dio, è caduta in disgrazia dopo le critiche di Hume e di Kant alla logica induttiva. Mi chiedo se oggi conservino una qualche validità e mi rispondo di no. Gli argomenti di Hume appaiono grezzi e nella versione più sofisticata messa a punto da Kant sembrano trascurare la conoscenza probabilistica: per lui o si conosce (con certezza) o non si conosce. E la conoscenza probabilistica? La conoscenza probabilistica è il fulcro della razionalità moderna, eppure sembra alquanto trascurata. Anche la scienza, almeno da un paio di secoli, fa ipotesi probabilistiche sull’ esistenza di entità non osservabili e inserisce tali entità a pieno titolo nelle teorie che formula: se solo Kant lo avesse saputo, lui che era così rispettoso della conoscenza scientifica, avrebbe forse rivisto le sue perniciose critiche.
  84. Essenze. Credere a verità soprannaturali implica credere nelle “essenze”. All’ uomo moderno, ammettiamolo, disturba la parola stessa. Agisce qui, forse, l’ indottrinamento liceale ricevuto sul finire del millennio, per riconciliarlo con il concetto di essenza e di soprannaturale basterebbe tornare per un attimo alla vetusta questione degli universali. Esempio: sappiamo che esistono i gatti bianchi, che esistono i cavalli bianchi… ma esiste la “bianchezza”? Se esiste è di certo una realtà incorporea. Ebbene, i cosiddetti nominalisti negano tale esistenza, i realisti immanenti la ammettono ma non “in sè”  bensì sempre a partire dalle cose (nel nostro caso il gatto, il cavallo…). I platonisti invece sostengono che gli universali esistono e sono autonomi, ci sarebbero a prescindere dal mondo. La posizione nominalista per me è abbastanza incomprensibile, quella “immanentista” è la più vicina al senso comune e alla nostra esperienza quotidiana. Il platonismo, dal canto suo, è una posizione che si puo’ comprendere ma è non-verificabile e spesso non necessaria, noi del resto facciamo ben di rado esperienze “spiritiste” e non sappiamo fino a che punto siano affidabili. Perché spingersi dunque a tanto? Il realismo degli universali non è accolto solo dal senso comune ma anche dalla grammatica (e quindi dalle dimostrazioni logiche). Faccio un esempio: 1) il giallo è un colore, 2) l’ affermazione precedente è vera, quindi 3) il giallo esiste. Semplice no? Procedendo per assurdo è poi facile dimostrare le incongruenze grammaticali a cui conduce il nominalismo (l’ idea per cui “giallo” è solo una comoda parola di cui ci serviamo per indicare certi fenomeni): 1) il giallo è un colore e i limoni lo posseggono 2) non esistono parole che sono colori e che sono possedute dai limoni, quindi 3) giallo non è solo una parola. Facile no? Perché allora cercarsi rogne torturando il linguaggio naturale? In mancanza di prova contraria si fa molto prima ad accettarlo accettandone tutte le conseguenze. Direi che oggi il nominalista rinuncia a queste comodità servite sul vassoio d’ argento solo perché ha dei secondi fini, per esempio è un empirista radicale e certe forme di “essenzialismo” gli romperebbero le uova nel paniere. Ma a noi delle sue “uova” ci interessa molto poco. Accettiamo pure l’ “essenzialismo” magari in una versione moderato che sta tra l’ immanentismo e il platonismo: le essenze esistono e originano sempre dal mondo. Il Diavolo (essenza platonica) magari non esiste ma il Male (essenza immanentista) forse sì. E se proprio il platonismo è estraneo alla vostra sensibilità, ricordatevi che anche il concetto di Dio si pio’ rendere più “immanente“, pensate solo al Dio-Figlio incarnato! Oppure al Dio-Supereroe che anziché essere “fuori dal tempo” (iperuranio) è molto più semplicemente “eterno.

  85. Status intellettuale del credente. Taluni sono intimoriti dal fatto che tra gli intellettuali l’ ateismo è sovra-rappresentato, dichiararsi credenti significherebbe auto-etichettarsi come appartenenti alla parte più ignorante della popolazione. Per stemperare questo timore propongo qualche osservazione estemporanea.

    1. Molti scienziati, più di quanti non si pensi, non crederanno nel Dio cattolico ma hanno comunque una loro vita spirituale (vedi il lavoro di Elaine Ecklund);
    2. poiché lo scientismo (solo la scienza “conosce”) è un buon candidato per sostituire la religione, esisterebbe un conflitto di interessi nel momento in cui uno scienziato è interpellato in materia: gran parte del suo capitale umano è investito proprio nella conoscenza scientifica! Sarebbe come chiedere a un professore se l’ “istruzione” serve, otterremo un autorevole parere ma “leggermente” viziato;
    3. per quanto l’ “intensità” di fede sia difficile da misurare, sembra proprio che tra i fedeli aumenti all’ aumentare della cultura (anche scientifica). Inoltre sembra proprio che, una volta tenuto conto dell’ effetto della ricchezza (e quindi dei sussidi all’ educazione) il nesso tra religiosità e intelligenza sia positivo.
    4. eliminando alcune domande ambigue su evoluzione e big bang ci accorgiamo che il legame cultura scientifica/fede cessa come d’ incanto di essere negativo.
    5. difficile che facendo scienza si perda la fede, molto più facile che facendo scienza ci si converta. Ultimo caso quello del genetista Francis Collins che, dopo aver mappato il genoma umano, ebbe a dire: “ho scoperto il linguaggio di Dio” (vedi Francesco Agnoli: credenti perché scienziati).
    6. l’ uomo d’ ingegno è più attrezzato per allontanarsi dal “senso comune” e la credenza in Dio poggia molto sul senso comune. Se aggiungiamo quanto sia “sexy” presentarsi nella società contemporanea esibendo una propria originalità, capiamo bene la lusinga a cui molti intellettuali anche raffinati sono sottoposti. In questi casi la sostanza passa in secondo piano.
    7. l’ università – la casa dell’ intellettuale – è luogo di trasmissione del sapere ma anche luogo di competizione dove gli intellettuali si esibiscono mostrando i loro “muscoli”, ovvero le complicate teorie che sono in grado di escogitare. Anche per questo un pensiero basato sul senso comune – come quello religioso – non attira.
    8. meglio sempre ricordare che in questi casi l’ asimmetria che ci si presenta tra credenti e non credenti è molto meno accentuata di quel che appare, questo per il noto processo di falsificazione delle preferenze che si attua al fine di socializzare al meglio tra simili. I meccanismi di esclusione non sono diretti ma sono efficaci: non recensiamo il tuo libro perché sappiamo cosa t’ ispira nel tuo intimo.
    9. tra gli intellettuali l’ ateismo prevale ma tra gli intellettuali che si occupano di religione (filosofi della religione) non è affatto così. Lo specialista della religione è per lo più un credente.
    10. c’ è poi un’ osservazione che contiene sempre la sua verità: “poca scienza allontana da Dio, molta vi riconduce”. In merito il fisico Russel Stannard ha scritto un bel libro in cui contrappone il bambino all’ universitario, le aperture mentali del primo e le paurose chiusure a riccio del secondo. Anche per qusto Dio diventa una favola per bambini, perché sono rimasti i soli a sapersi stupire. Loro e i grandi geni del’ umanità
    11. continua.
  86. Filistei. Chi sta fuori dalla Chiesa è titubante nel compiere il grande passo, pensa: chi me lo fa fare, è un posto zeppo di filistei, meglio starne alla larga e pregare per conto mio. Qui vorrei allora riabilitare la figura del filisteo, per quanto ripetutamente fustigata da Gesù Cristo in persona: in molti di loro, è vero, la fede si è spenta e tuttavia sentono che continuare a sottoporsi e ad apprezzare la disciplina morale a cui costringe un’ adesione anche solo formale puo’ fare del bene, fosse anche solo al loro carattere. E così è in effetti, la religione edifica i cuori ma anche la volontà, chi vede sfumare la prima formazione non è detto debba rinunciare anche alla seconda, la volontà di conformarsi e di aderire alla regola formale è un allenamento che ci renderà comunque migliori..

  87. Salute.  Dice: ok, capisco, ora so che POTREI convertirmi, quel che non ho capito è perché DOVREI farlo. Risposta: perché fede e felicità sono connesse e la felicità è anche un valore ateo. Dice: non mi fido di chi quantifica la felicità. Risposta: allora diciamo che la fede è connessa alla salute, almeno quella si potrà quantificare!

    Le pubblicità progresso, nel tentativo di formare una cittadinanza migliore, ci indirizzano a fin di bene verso diete salubri, graveremo meno sul servizio sanitario, purtroppo non invitano alla conversione, eppure gli effetti sulla salute non sono da meno: chi crede campa cent’ anni. Mi rendo conto, è solo un modo di dire, di sicuro però, e qui non è più una formula idiomatica, campa mediamente qualche anno in più dell’ ateo medio.

  88. Chiesa. Dice: che me ne faccio della Chiesa quando ho le parole di Gesù? Solo per fare un esempio, prendiamo il messaggio sociale di Gesù: indifferenza per il sostentamento, astensione dal lavoro, rinuncia all’ accumulo, liquidazione dei risparmi, rottura dei rapporti familiari, affidamento completo alla provvidenza e alla speranza nel Regno. Direi che la Chiesa serve eccome per una corretta interpretazione di questo ambiguo messaggio. O no?
  89. Chiesa. Alcuni atei sembrano particolarmente insofferenti alla Chiesa più che alla Religione. La storia di questa istituzione è per loro imperdonabile. Qui il discorso è lungo, anzi è infinito, ma delle buone letture possono aiutare contro i pregiudizi, io consiglio: Science and Christianity in Pulpit and Pew di Ronald L. Numbers oppure The Victory of Reason: How Christianity Led to Freedom, Capitalism, and Western Success

    di Rodney Stark.

  90. Regola aurea. Ricordiamola: “fai al tuo prossimo quel che vorresti fosse fatto a te”. Variante: “non fare al tuo prossimo quel che non vorresti fosse fatto a te”. E’ l’ unico precetto etico chiaramente formulato nei vangeli. Da notare la sua natura astratta che le consente di superare brillantemente il il test kantiano. Sembra anche un’ ottima candidata a fondamento della società capitalistica moderna.
  91. continua…

Una teoria dello sculaccione

Perché i nostri nonni trovavano del tutto naturale assestare uno sculaccione al marmocchio mentre noi ci ritraiamo inorriditi da un simile atteggiamento e quando ci capita di fare altrettanto consideriamo tutto cio’ un miserrimo fallimento del genitore che è in noi?

I tradizionalisti dicono che abbiamo ricevuto un lavaggio del cervello e siamo diventati tutti matti.

Non ci sto, non mi faccio lavare il cervello da nessuno io! :-)

I progressisti adottano la canonica impostazione volterriana: la Ragione ha illuminato la Modernità sulle brutture del passato facendoci capire che è doveroso tracciare una linea di confine, fare tabula rasa dell’ eredità e fondare qui ed ora  un Nuovo Mondo improntato alla reale Giustizia.

Ma nella risposta volterriana ci sono troppe maiuscole, non mi soddisfa.

child

Preferirei qualcosa che, pur tenendo nel dovuto conto i progressi dovuti all’ esperienza passata, non consideri mio nonno un marziano troglodita che abitava una galassia così distante dalla mia.

Mi piace allora concentrarmi su cosa unisce me e mio nonno.

Entrambi consideriamo che la disciplina abbia un ruolo nell’ educazione di un bambino. Lui, in realtà, nemmeno lo pensava, si limitava ad esercitare il senso comune, io invece cerco di affidarmi alla scienza moderna.

E’ la scienza a dirmi che Intelligenza e Volontà sono gli ingredienti principali per il Successo di una persona nel mondo moderno come in quello di ieri, e poiché l’ intelligenza è rigida e specifica la cosa migliore, quando si educa, è puntare sulla volontà.

So anche che la volontà si puo’ allenare.

So anche che gli effetti dell’ “allenamento” svaniscono abbastanza rapidamente e che per farli durare bisogna fornire solide motivazioni.

Ora, questo affare della motivazione è forse la questione centrale in ambito educativo,  trasmettere una passione è decisivo, tuttavia anche disciplinare la volontà ha un ruolo tutt’ altro che marginale.

In altri termini, la disciplina non è un ferrovecchio, oltre a fare degli spazi domestici un posto vivibile, plasma in qualche misura la forza di volontà dei figli.

Sia io che mio nonno sappiamo che in una casa alcune regole ci vogliono. Finché si puo’ se ne fa a meno ma ad un certo punto entrano in scena loro.

L’ esempio fornito dai genitori puo’ stimolare i comportamenti più appropriati ma non è sempre un toccasana: hai voglia a mangiar frutta e minestra affinché la Marghe ne assaggi a sua volta, hai voglia a fare i suoi compiti perché infine sia lei a mettersi di buzzo buono: vieni colto da allucinazioni e, mentre fai la prova del nove, ti appare la tua immagine mentre compili la sua tesi di laurea. Quando per l’ ennesima volta sono io a riordinare la stanza per fornire un buon esempio ho come la sgradevole sensazione che l’ incentivo sia scambiato dai marmocchi come la soluzione ottimale: ok, ecco chi sistema, non si capisce perché tanti strepiti, fine del problema, possiamo proseguire con i Lego.

I bambini sono dei miracoli della natura ed è la natura stessa che li indirizza verso un retto comportamento, l’ obbedienza spontanea, poi, è davvero un dono prezioso, quando il bambino obbedisce spontaneamente lo fa perché sente che così facendo si allea con il genitore, sente di avere un ruolo nella famiglia e sarebbe un vero danno spiazzare questi incentivi interiori con degli incentivi esteriori nocivi. Se pago mia figlia per lavare i piatti potrei umiliarla, specie se ci tiene a farlo spontaneamente.

Tuttavia, ci sono alcuni compiti che restano per lui faticosi e qui entrano in ballo regole, premi e castighi, ovvero gli incentivi esterni. Sul punto non c’ è Voltaire che tenga, sia la saggezza dei tempi andati che la scienza educativa più avanzata ci dicono che la regole conservano un loro ruolo, che la forza di volontà dei bimbi nel rispettarle conta molto e conterà anche nella vita futura, che questa energia è variabile da bambino a bambino e che si puo’ allenare.

So allora che la disciplina consiste anche nel rispetto di una regola.

So anche che una regola per essere ben costruita deve attenersi alla legge delle tre C:

Chiarezza: deve essere formulata in anticipo, in tempi di calma e concordia, magari con la partecipazione del bambino stesso.

Coerenza: l’ applicazione sporadica è dannosa, deve essere applicata sempre, anche per questo le regole devono essere poche.

Conseguenze: al mancato rispetto deve seguire una punizione, la celerità della punizione è cruciale affinchè sia ben chiaro il legame tra violazione e castigo.

Nell’ elenco brilla per la sua assenza la severità: se c’ è qualcosa che conta poco è la severità che, anzi, puo’ essere controproducente.

Fin qui sia io che mio nonno restiamo piuttosto compatti, perlomeno nel nome del buon senso. Perché allora in una famiglia volano le sberle e nell’ altra sono tabù?

Cerco di rispondere introducendo un elemento di novità e lo faccio concentrandomi sulla terza C, ovvero sulle punizioni (sia chiaro che lo stesso vale per i premi).

Io e mio nonno abitiamo due mondi molto diversi tra loro, penso per un attimo al mio: è un mondo in cui le mie bambine sono esposte a mille stimoli e a mille “tentazioni”: tv, giochi e giochini di tutti i tipi, youtube, facebook, film, cartoni, sms, cellulari, vetrine sberlucicanti, pubblicità mirate a tutte l’ ore… e chi più ne ha più ne metta. Una montagna di possibilità che incombe a una spanna da loro. Tutto cio’ da un lato mi crea mille problemi: devo dire molti no, ma dall’ altro mi facilita in modo sorprendente: posso dire molti no. “Posso” nel senso che ho una scelta ricca e variegata di punizioni (o premi) a mia disposizione.

Il fatto che ci siano tentazioni di ogni ordine e grado significa che posso scegliere in modo oculato la punizione più idonea alla bisogna: abbastanza dura da distinguersi da un premio e abbastanza “dolce” da non incorrere in una severità gratuita.

Il fatto che le tentazioni fiocchino in ogni momento del giorno e della notte mi consente di averne sempre a disposizione, di essere “veloce” nel punire, ovvero di stabilire una chiara connessione con la mancanza commessa. Posso, per esempio, proibire la sessione serale sui cuccioli di youtube se non si mangia la minestra: i due eventi sono distanti giusto una ventina di minuti tra loro.

“Dolcezza” e “celerità” sono proprio elementi fondamentali per la “terza C” e io ho la fortuna di averli sempre a disposizione.

Penso adesso al mondo di mio nonno: miseria serena ma nera, stimoli vicini allo zero se si tolgono i mandarini ricevuti in dono a Natale. Persino le marce del Sabato Fascista erano un diversivo eccitante, almeno si andava i paese e si vestivano strani indumenti. Come punire? Certo, si potrebbe dire ai figli che “… niente minestra, niente cinema…” ma siccome al cinematografo si andava due volte l’ anno a soffrirne leggermente era la celerità, senza contare la severità insita nel distruggere per una sciocchezza un sogno cullato da mesi. A pensarci bene, dato il contesto ambientale, forse quello sculaccione poco più che accennato restava la punizione ottima, anche secondo i criteri della pedagogia moderna. Se guardasse le cose da vicino chissà che neanche Voltaire abbia nulla da ridire, magari si accorgerebbe che i nostri “no” sono solo la “riconversione” di quello sculaccione e non un bando inorridito.

Riepilogo della teoria:

  1. La disciplina svolge pur sempre un ruolo nell’ educazione di un bambino
  2. La celerità nel punire chi viola una regola è essenziale
  3. La severità della punizione è controproducente
  4. In un mondo che offre ai bimbi continue tentazioni di ogni ordine e grado le punizioni dolci e celeri sono di facile reperimento.
  5. In un mondo povero scevro da tentazioni il mix di dolcezza e celerità offerto dallo sculaccione era ottimale.

Tre argomenti in favore della virtù

In questa post vorrei abbozzare una difesa della cosiddetta “etica della virtù” presentando tre argomenti a suo favore ma capisco che prima bisognerebbe capire meglio cosa sia.

In etica l’ approccio legato alle “virtù” si contrappone all’ approccio “deontologico” e per individuare con chiarezza dove risieda il discrimine discuto di un tema ricorrente nel dibattito contemporaneo: il “relativismo etico”.

1. RELATIVISMO ETICO

Il “relativismo etico” è spesso chiamato sul banco degli imputati, gli ultimi Papi ne hanno fatto la sentina di tutti i mali della modernità.

Personalmente, ho sempre faticato a capire fino in fondo il significato dell’ espressione.

Forse perché tra i “relativisti” fanno bella mostra di sé alcuni tra i “moralisti” più petulanti che sia dato ascoltare oggigiorno.

Ma come è possibile essere “relativisti” e al contempo mostrarsi infervorati come tanti Savonarola? (*)

Ma come è possibile puntare tutto sulla denuncia del degrado morale è poi indignarsi con chi accenna al concetto di valore non-negoziabile?

Ecco allora qui di seguito un modo per appianare il paradosso.

Assolutisti e Relativisti si scambiano accuse reciproche in un dialogo tra sordi, la mia ipotesi è che i primi lo facciano avendo in testa l’ “etica come virtù”, i secondi, per contro, pensano all’ etica come deontologia.

Vediamo di chiarire meglio i termini.

Se l’ etica è deontologica, allora tenere un comportamento etico equivale a ubbidire ad una regola o a un set di regole.

Se invece l’ etica è una virtù, allora tenere un retto comportamento è la conseguenza naturale di chi da sempre, a cominciare dall’infanzia, coltiva sane abitudini. Per il virtuoso l’ abitudine prevale sulla regola, i costumi sull’acutezza morale.

Per la deontologia il problema etico si consuma qui ed ora: che fare? Qual è la regola corretta da applicare al problema che mi viene sottoposto? Come “calcolarla”?

Per il virtuista, invece, il problema etico coinvolge una vita: l’ educazione ci instilla delle attitudini che poi, nella vita,  ci faranno propendere verso il comportamento più corretto.

Prendiamo adesso una virtù specifica: il coraggio. Anche nel linguaggio comune è del tutto normale definire il “coraggio” come un valore assoluto.

Avere poco coraggio non è mai degno di lode, così come è impossibile averne “troppo”. Infatti, non appena si esagera, non parleremo più di coraggio ma di temerarietà incosciente, che è ben altra cosa.

Tuttavia, fateci caso, se pensassimo in termini di “regole” non varrebbe niente del genere. Non esistono regole “assolute”, nemmeno per l’ “assolutista” che si batte contro il “relativismo etico”.

Anche se pensassimo alla regola più ovvia: “non uccidere l’ innocente”, possiamo raffigurarci delle valide obiezioni.

Per esempio, se il sacrificio dell’ innocente, magari un vecchio prossimo alla morte, ci consentisse di salvare 10 innocenti, magari bambini, potremmo anche ritenere sensata una trasgressione. Nessuno griderebbe al relativismo. (E se 10 vi sembrano pochi potete provare con 100 o 1000 finché raggiungerete di sicuro un numero a voi consono).

Insomma, la virtù è assoluta, la regola mai. Ecco allora dove si ingenerano equivoci. Il discrimine non passa tra assolutismo e relativismo ma tra deontologia e virtuismo.

Assolutisti e Relativisti se ne dicono di tutti i colori ma forse solo perché i primi hanno in mente un’ etica fatta di virtù, i secondi di regole.

2. MORALITA’ E MORALISMO

Una volta precisata la distinzione tra etica virtuistica ed etica deontologica, ipotizzo un vantaggio che la prima potrebbe avere sulla seconda, ovvero promuovere la moralità senza moralismi.

Anche qui attingo alla mia esperienza personale partendo dall’ assunto difficilmente confutabile che il mondo religioso sia più sensibile alla virtù mentre quello ateo/laico alla deontologia.

Ebbene, nella mia esperienza riscontro molto più moralismo nel secondo! Qui le prediche sono continue e non manca mai nemmeno l’ ateo che ti fa le pulci in quanto credente (“perché non aiuti di più i poveri tu che vai a messa?”, “perchè non fai volontariato tu che frequenti l’ oratorio?”, “perché non difendi la legalità tu che sei così pronto alla sottomissione papale?”, “perchè voti quel partito tu che dovresti essere il più solidale tra i solidali?”, eccetera). Taccio poi di quella schiera di intellettuali non credenti che sembra abbiano una sola passione nella vita: insegnare al Papa come si fa il Papa. Il moralismo laico tende a vedere nel credente un ipocrita in pectore proprio perché nella religione non vede altro che precetti morali, non sa capirla in altri termini, per lui la fede è solo un modo per fondare stabilmente quei precetti e nel momento in cui il credente “manca” diventa per definizione un ipocrita.

Riconosco che in passato forse non era così, il perbenismo moralista allignava per lo più tra i credenti, ma ora ho la sensazione che le cose siano radicalmente cambiate. Di certo non viviamo nel paese del bengodi, sta di fatto che da noi crisi, mafia, corruzione, evasione, illegalità hanno trasformato in “pretonzoli” molti osservatori che, a corto si soluzioni, vedono come unica via di scampo l’ avvento della “bontà universale”, cosicché cercano di propagarla a suon di prediche (chi al bar e chi sui giornali più prestigiosi).

Qui voglio sostenere che questa percezione, ovvero il moralismo pervasivo del mondo laico, ha una spiegazione razionale, ovvero che è in un certo senso è il portato necessario di un’ etica deontologica. Ecco allora il primo argomento di cui al titolo: l’ etica delle virtù ci salva dal moralismo.

 

Dimostro la tesi con un esempio.

Giovanni è persona morale, Giuseppe è un moralista.

Qual è la differenza tra “morale”? e “moralismo”?

Giovanni vede nel comportamento morale una virtù. Il comportamento morale ha in sé qualcosa di spontaneo, non lo si inculca. E al limite, se lo si inculca, lo si inculca da subito, da bambini, la virtù , lo dicevo nel paragrafo precedente, poi cresce con noi. Se non è innata, è per lo meno un’ abitudine radicata.

Giuseppe, invece, vede nel comportamento morale l’ osservazione di una regola (deontologica). La regola sta lì davanti a noi, ci viene calata dall’ alto e noi siamo chiamati ad osservarla. La nostra libertà, poi, ci fa decidere pro o contro.

Giovanni è un “evoluzionista“: la regola morale “emerge” in noi e fa parte di noi, è consustanziale alla nostra natura e all’ educazione ricevuta.

Giuseppe è un “riformatore“: per lui l’ autorità morale stabilisce la regola ottima e la propone alla nostra intelligenza. Gli altri ne prendono atto e scelgono se ubbidire. Quando l’ autorità muta, cambierà i calcoli e riformerà la regola ottima e gli altri si adegueranno obbedendo.

Per Giovanni i precetti etici sono assimilabili ad una legge naturale, per Giuseppe il concetto di etica converge con quello di legalità.

 

Per Giovanni il passato ha un valore importante visto che le virtù si dimostrano tali nella prova con il tempo e reggono il vaglio evolutivo. Per Giuseppe il tempo ha meno importanza, se i nostri calcoli ci dicono che le vecchie regole sono sbagliate la cosa migliore è fare tabula tabula rasa e ricominciare da zero.

Per Giovanni le prediche e le crociate hanno poco senso. Le regole morali sono in buona parte innate nella nostra persona, e se anche non lo fossero, vengono comunque interiorizzate dal soggetto solo grazie ad abitudini che si radicano in una vita intera. Non ha senso “esportare” la morale a terzi, a meno che si ritenga che un certo comando morale appartenga già alla natura del “terzo”. Gli uomini, o perlomeno gli uomini adulti, sono “irriformabili”, non ha senso convincerli con una predica o una crociata. Cio’ non significa che siano immorali ma che possiedono una loro sostanza morale che magari è differente dalla nostra.

Per Giuseppe le prediche e le crociate hanno invece senso. Se c’ è un comando che Tizio non rispetta, noi possiamo convincerlo o costringerlo a rispettarlo. L’ uomo immorale puo’ essere “riformato” perché la sua scelta è un’ opinione e tutte le opinioni possono cambiate. L’ uomo immorale puo’ essere convertito poiché la regola morale deriva da un “calcolo” e i “calcoli”, se sbagliati, devono e possono essere corretti.

Certo, ad un discorso del genere non mancano le obiezioni, ne vedo emergere almeno un paio obiezioni ficcanti:

1. Sebbene la crociata di “conversione” degli altri adulti sia insensata per chi crede nelle virtù. resta praticabile la crociata di “conversione” dei bambini.

2. Sebbene la crociata di “conversione” dia insensata per chi crede nelle virtù, resta praticabile la crociata di “sterminio”.

La prima, più che un’ obiezione, è un argomento di segno opposto che accetto, i rischi ci sono e se la virtù è caduta in disgrazia lo dobbiamo agli eccessi del passato. La seconda mi sembra poco verosimile, voglio sperare che certe epoche buie appartengano ad un passato irreversibile.

3. LAICITA’

Per quanto sia possibile dividere la deontologia dalla virtù, nessuno di noi aderisce completamente ad un’ opzione piuttosto che all’ altra. Anche il “deontologista” più radicale è disposto ad assegnare un ruolo all’ educazione, così come il virtuista ammetterà sempre l’ esigenza di regole precise.

Chi distingue tra queste due realtà etiche è nelle condizioni ideali per elaborare il concetto di laicità: Il laico distingue tra regole e virtù ammettendo che le prime richiedano un’ applicazione coercitiva mentre per le seconde basta la sanzione della propria coscienza.

4. IL DISCORSO DELLA MONTAGNA

Mentre l’ antico testamento prediligeva un approccio deontologico – il decalogo calato dal Sinai è esemplare – Gesù ci introduce alla virtù: nel discorso della Montagna, da un lato invoca la Misericordia nel giudizio divino sugli uomini, dall’ altro inasprisce i doveri di questi ultimi: non basta evitare l’ adulterio ma si è chiamati a non pensare nemmeno alla donna d’ altri. Non basta andare d’ accordo con la propria sposa, non bisogna nemmeno separarsi da lei (revocata quindi la possibilità di divorziare introdotta da Mosé). Se con Mosé, poi, era illecito uccidere, con Gesù non bisogna nemmeno adirarsi. Se prima vigeva la legge del talione ora bisogna “porgere l’ altra guancia”.

E’ chiaro che in un’ ottica virtuosistica la Misericordia è imprescindibile. Lo è per il semplice che non esiste più il “giusto”, tutt’ al più esiste il “giustificato” e non si puo’ essere giustificati senza un atto di misericordia.

Da sempre i cattolici sono i custodi della virtù contro l’ etica deontologica.

5. LIBERALISMO E VIRTU’

C’ è chi pensa che l’ etica della virtù sia incompatibile con il liberalismo: avere standard troppo elevati ci rilassa sull’ applicazione delle regole minime.

Non mancano gli argomenti a favore di questa ipotesi, a cominciare dalle deludenti performance di molti paesi cattolici. Inoltre, la nostra riserva di moralità sembrerebbe limitata; chi punta in alto rischia di mancare sui fondamentali.

Però esistono anche argomenti che rendono l’ abbinata liberalismo/virtù particolarmente avvincente, e qui vengo al mio secondo argomento.

Dobbiamo riconoscere che l’ esercizio spontaneo della virtù è essenziale affinché una società libera funzioni: non basta non uccidere il nostro prossimo per vivere una vita felice. Voi che ne dite?

La stessa sacrosanta libertà di espressione, se non temperata dalla virtù e dal buon senso, puo’ fare danni irreparabili.

Di fronte a questa realtà ineludibile come si comporterà chi non crede nella virtù o non la tiene in conto? Semplice, non ha che una scelta: stabilire una moltitudine di regole minute e coercitive che rendano la vita sociale accettabile.

Se la libertà di espressione rischia di essere dannosa la restringeremo grazie ad una regolamentazione stringente che vagli caso per caso cosa è lecito e cosa non lo è.

Questa via fatta di proibizionismi non è invece una via obbligata per coloro che credono e promuovono la virtù. Costoro possono pensare: fissiamo alcune regole di base (deontologiche) e per il resto affidiamoci alle virtù che l’ uomo sa sviluppare spontaneamente. In questo modo le regole coercitive di base possono realmente minime, ovvero coerenti con l’ assunto liberale.

Ecco allora emergere il secondo argomento di cui al titolo: l’ etica virtuistica ridimensiona l’ uso della coercizione.

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6. FELICITA’ E VIRTU’

La psicologia mi offre il destro per enunciare il terzo argomento di cui al titolo: chi crede nella virtù e cerca di praticarla è una persona mediamente più felice.

Capisco che il tema della felicità umana sia insidioso, il bulldozer della scienza ha abbattuto molti ostacoli ma forse per addentrarci in questo genere di misteri una novella di Flaubert   è ancora il modo migliore (consiglio: “Un cuore semplice”). Tuttavia, su alcune tesi si riscontra una convergenza tale che mi parrebbe strano  non contengano un grano di vero.

L’ uomo è felice se sente  una certa “nobiltà” nella propria missione, una certa “grandezza”, un significato che vada oltre le preoccupazioni prosaiche della vita quotidiana. L’ obiettivo che persegue deve comportare un sacrificio, essere generosi, per esempio, aiuta a sentirsi bene, il dono di sè a quanto pare è importante innanzitutto per se stessi.

Ebbene, il rispetto della regola deontologica minimale ci massifica, è difficile sentirsi “realizzati” perché abbiamo compilato correttamente un modulo o perché non abbiamo violentato il nostro vicino di casa. Per contro una vita virtuosa ci nobilita: se ci siamo sacrificati, anche oltre il ragionevole, per il bene dei nostri figli il nostro cuore è in pace e possiamo goderci la vecchiaia. Se abbiamo resistito alle lusinghe di un facile amorazzo, che a pensarci bene non avrebbe fatto male a nessuno, torneremo ad amare ancora più felici nostra moglie. Insomma, la vita virtuosa ci proietta nella dimensione ideale per perseguire una realizzazione personale, ci fa sentire partecipi di un progetto ambizioso. La vita virtuosa ha il pregio di essere contemporaneamente elitaria e a disposizione di tutti. Crescere un figlio è “qualcosa di unico che fanno tutti”. C’ è qualcosa di miracoloso in tutto cio’, sarebbe da stupidi lasciarselo scappare.

NOTE

(*) Sia chiaro, il timore del relativismo non è campato in aria, è il frutto di una storia ben precisa del pensiero occidentale, senonché oggi, secondo me, abbiamo superato quello stadio. A titolo esemplificativo redigo una piccola storia della pedagogia che illustra un percorso di andate e ritorno rispetto ai Valori. Qui si vede bene come il pericolo relativista incombesse ma anche come sia ormai alle nostre spalle:

  1. Aristotele: è doveroso formare il carattere morale del ragazzo inculcando un’ etica basilare fatta di: 1) rispetto (dell’ altro e della sua proprietà), 2) lealtà (alla parola data), coraggio (voglia di intraprendere con l’ altro) 3) buone maniere (non approfittarsi del diritto alla libertà) 4) temperanza (self contro e successo sono legati a doppio filo). il bambino, secondo Aristotele, è un “barbaro da civilizzare”. Tra noi e gli animali spicca una differenza: noi possiamo trasmettere la nostra cultura, loro devono ricominciare sempre da capo, tanto è vero che noi andiamo avanti e loro restano fermi.
  2. La pedagogia aristotelica è condivisa un po’ da tutti nella storia: greci, romani, illuministi, romantici, vittoriani. Nel novecento il paradigma muta.
  3. Si realizzano eccessi che trasformano il metodo di Aristotele in un metodo “zero-tollerance”: qui l’ educatore si allontana dal discente  trasformandosi da civilizzatore in punitore distante.
  4. L’ accusa della pedagogia progressista scatta immediata ma non prende di mira la sopravvenuta lontananza del genitore quanto cio’ che viene chiamato indottrinamento se non “lavaggio del cervello”. Tuttavia, “violentare” il carattere di una persona è possibile solo se la persona è autonoma, cosicché viene postulata l’ autonomia del bambino.
  5. L’ alternativa proposta: “value clarification“. Il bambino è competente, autonomo, bisogna solo presentargli dei valori etici e lui procederà alla scelta. Fondamentale mantenere le distanze per non influenzarlo.
  6. Il metodo della “value clarification” crea, implicando la distanza dell’ adulto, ansia e paure. Si cerca di rimediare puntando sull’ autostima: premi per tutti e complimenti continui.
  7. Il metodo dell’ autostima fomenta il narcisismo, si cerca un recupero di Aristotele.
  8. Ma i valori di Aristotele non  soddisfano l’ ideologia progressista, cosicchè si cerca di sostituirli con 1) democrazia 2) tolleranza 3) legalità 4) educazione di genere 5) politically correct…

Violento/a

Gli antropologi ci spiegano che l’ uomo ha sempre trovato la violenza un buon metodo per risolvere i suoi conflitti. Da qui la sua popolarità.

E infatti i violenti sopravvivevano mentre i pacifici soccombevano.

Ancora oggi, presso le tribù amazzoniche che vivono sul pianeta in condizioni simili ai nostri antenati, nel tempo libero non si fa altro che parlare e vantarsi di quanti nemici sono stati stroncati con la forza. Si è praticamente incapaci di pensare se non in termini di “guerra al nemico”.

Sarà per questo che ancora ai nostri giorni – dove la violenza si esprime in modo più obliquo – sia l’ uomo che la donna conservino comunque istinti belluini che tengono faticosamente a freno.

Ci si chiede solo in quali persone allignino meglio, stando sul generale c’ è chi opta per l’ uomo e chi invece, salomonicamente, li vede equi-distribuiti tra i generi.

Penso di appartenere al primo gruppo e cerco di illustrare le mie ragioni partendo da una considerazione presa a prestito dalla psicologia evolutiva:

  1. la violenza dell’ uomo è maggiormente proiettata nell’ ambito sociale;
  2. la violenza della donna è maggiormente proiettata nell’ ambito personale.

Viviamo tempi in cui si denuncia la “violenza in famiglia” e questo ci fa dimenticare l’ ovvio: i nostri nemici stanno soprattutto fuori dalla famiglia.

Ora, poiché i nemici per lo più stanno “là fuori”, è normale che il maschio, per quanto detto prima, sia più pronto a ricorrere all’ aggressione e a sviluppare nel tempo un istinto aggressivo.

Millenni di guerre e conflitti tribali – per lo più ingaggiati dagli uomini – non passano senza lasciare traccia.

Vengo all’ ovvia obiezione: e tutti gli episodi di cronaca in cui “lui” strapazza “lei” all’ interno di una relazione di coppia?

Sembrerebbe che la violenza dell’ uomo sia preponderante anche nella dimensione più intima.

L’ osservazione è imbarazzante, la mia impalcatura è in pericolo.

Vedo solo questa doppia “contromossa” difensiva: non è sempre facile distinguere tra dimensione personale e dimensione sociale. Non è nemmeno sempre facile distinguere tra violenza e violenza.

violence

Distinguere tra pubblico e privato

Faccio un esempio.

Non penso che la disistima del partner sia un vulnus insopportabile per l’ uomo, almeno finché questo sentimento non assurga ad una dimensione pubblica, finché cioè non viene in qualche modo ufficializzato e reso noto a tutti, magari attraverso la minaccia di un abbandono, mossa non più occultabile e destinata inevitabilmente a condizionare il giudizio sociale sul soggetto in questione.

A questo punto “lui” reagisce, ma reagisce proprio perché si abbandona la dimensione intima per entrare in una dimensione pubblica che pregiudica il suo status.

In caso contrario, quando la disistima è circoscritta nella sfera privata, quando i panni sporchi saranno lavati in famiglia, lui troverà modo di compensare questa mancanza, per esempio grazie agli amici, o grazie all’ amante, oppure anche grazie a un hobby o a qualsiasi interesse da coltivare a latere.

Al contrario, la donna è meno interessata alla sfera pubblica, lei soffre l’ ostilità del partner a prescindere e questo puo’ solleticare la sua aggressività indipendentemente dalla minaccia di essere lasciata.

Distinguere tra violenza e violenza

C’ è poi un’ altra considerazione da fare, parto dall’ aspetto più generale: noi oggi non siamo meno violenti dei nostri predecessori o dei nostri fratelli dell’ Amazzonia, siamo al limite più temprati dall’ esperienza, sappiamo evitare i conflitti inutili anche se la nostra aggressività è tutt’altro che sopita, e lo vediamo bene quando ci viene offerta l’ opportunità di assalire un imbelle senza conseguenze per la nostra persona. Pochi si tirano indietro.

Insomma, il violento s’ impratichisce e diventa più raffinato ma non si libera del suo istinto. Sarà un paradosso ma in certi ambiti la “brutalità” segnala una scarsa abitudine alla pratica violenta, almeno dal punto di vista evolutivo.

Ora, siccome la donna pratica da sempre la violenza nell’ ambito delle relazioni personali, possiede oggi in questo ambito un grado di raffinatezza che l’ uomo non ha e spesso capisce meglio dell’ uomo quanto la violenza bruta sia controproducente per ottimizzare la sua condizione, meglio dare forme alternative alla propria aggressività.

Riferimenti bibliografici

  1. Sulla violenza come fattore evolutivo: Napoleon Chagnon: Tribù pericolose. La mia vita presso gli Yanomamo.
  2. Sulla tipizzazione della violenza maschile e femminile: Roy Baumeister, Is There Anything Good About Men?: How Cultures Flourish by Exploiting Men.
  3. Su come nel tempo si raffini la violenza: Jeffrey Pfeffer, Power: Why Some People Have It and Others Don’t.

Tutto il resto sono mie congetture bisognose di verifica.

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