fahreunblog

I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Il proselitismo della tribù cosmopolita

Supponi che il Veneto, una regione del tuo paese ma in cui non vivi e che non visiterai mai, decida con una legge democraticamente approvata  di mettere in orfanatrofio i figli delle coppie non sposate.

Parlo di strutture dove siano previste anche pene corporali per i ragazzi.

Gente cresciuta con traumi del genere potrebbe darsi al crimine e venire a disturbare anche te, questo è vero.

Ma supponiamo anche che uno spiacevole effetto collaterale di questo genere si possa escludere, scommetto che la cosa in sé non basterebbe a tranquillizzarti.

Il solo sapere che in Veneto si dà corso a certe pratiche sarebbe per te “inaccettabile”. Una mera sensazione di disgusto ti farebbe dissentire. Eppure tu non sei coinvolto in alcuna maniera?

Lo stesso potrebbe valere se il Veneto – con una legge che riflette la volontà popolare – consentisse o rendesse obbligatoria l’ infibulazione delle figlie femmine.

Anche qui c’ è qualcosa di fortemente disturbante, anche se non parliamo delle nostre figlie, anche se quelle figlie saranno donne che accetteranno questa pratica e la riperpetueranno sulle loro figlie.

Ma cosa ci disturba?

Tesi: il nostro istinto tribale.

Un istinto tribale che scatena la nostra voglia di  proselitismo. Vogliamo “esportare” i nostri valori (siano essi di libertà, di democrazia ecc.). Vogliamo conquistare e indottrinare il nostro prossimo. Salvarlo. E’ più forte di noi, più forte del nostro egoismo.

C’è qualcosa di irrazionale (il disgusto) che ci lega indissolubilmente alla nostra comunità, anche a quella più ampia. E’ un residuo di tribalismo che ci fa condannare le impurità, anche quando non ci toccano direttamente.

Puo’ darsi infatti che in noi ci sia qualcosa di innato che ci lega al gruppo di appartenenza. D’altronde tutte le organizzazioni umane di un qualche successo condividono ideali astratti che vanno al di là dei singoli egoismi, fanno appello ad un’identificazione irrazionale nella missione del gruppo.

Ecco, la coesione sociale è l’amalgama di questo istinto, l’aspettativa che certe credenze siano condivise da tutti, anche se qualora non fosse così la cosa non mi toccherebbe più di tanto.

totem-hooded-jacket-by-nicopsyart

Riconoscere questo aspetto della personalità umana ci fa comprendere meglio gli altri.

Ci fa capire concetti come “disgusto”, “proselitismo”, “purezza”, “rito”, “conquista”. Si tratta di concetti che talvolta noi annettiamo ad una mentalità arretrata e tribale. Non è vero, sono concetti che appartengono alla natura umana, e quindi anche a noi.

Anche nel “cosmopolita” la tribù fa sentire il suo richiamo. Anzi, poiché il cosmopolita si crede inserito in una tribù particolarmente estesa, i danni che puo’ fare sono ingenti. Molto maggiori di quelli che potrebbe fare una famiglia o un clan.

Paperone è impazzito

Paperon de’ Paperoni ha dato fuoco al suo deposito riducendolo in cenere.

Domanda: si è impoverito?

Nessun sistema contabile registrerà mai alcun impoverimento, ne suo nè della comunità a cui appartiene. Perché?

Si parte da un assunto: la ricchezza è qualcosa di soggettivo.

A volte la contabilità non è in grado di registrare un arricchimento: se per esempio concepisco un bel pensiero sono più felice e realizzato ma questa ricchezza non puo’ essere “contabilizzata” in alcun modo nel PIL.

Altre volte invece è possibile farlo: quando si realizza uno scambio.

Esempio: io ho qualcosa che tu valuti più di me e tu hai qualcosa che io valuto più di te: se ci scambiamo questi oggetti entrambi staremo meglio, e questo arricchimento reciproco è facile da “registrare”.

Di solito, l’oggetto che io ho e a te piace non lo posseggo per caso, l’ho costruito lavorando con i muscoli e con il cervello. Per questo che dietro la ricchezza segnalata dallo scambio c’è quasi sempre sudore e innovazione.

scrooge-mcduck-swimming-in-money

Ma torniamo a noi, se la ricchezza viene segnalata dallo scambio, l’impoverimento viene segnalato da uno scambio mancato. Lo spreco non è altro che uno scambio mancato.

Nel falò di Paperone non c’è alcuno “scambio mancato”, ci sono solo dei pezzettini di carta che bruciano perché così desidera il loro proprietario. Su che basi parlare di impoverimento?

Con i 500 euro che ho in tasca potrei comprarmi uno smartphone o gettarli nel lago. Qualsiasi sia la mia scelta non creo né ricchezza né povertà, faccio solo quel che preferisco.

D’altronde, pensandoci bene, che differenza fa se Paperone tiene i suoi pezzettini di carta chiusi dentro il deposito o li brucia? Nessuna.

A questo punto qualcuno potrebbe pensare che è proprio l’avarizia di paperone ad impoverire la comunità.

E’ vero l’esatto contrario: sequestrando (o bruciando) tanti verdoni, Paperone alza il valore dei verdoni in possesso degli altri. Il principio sottostante balza agli occhi: più qualcosa è raro, più è prezioso. Una volta tolti di mezzo i molti verdoni di Paperone i miei e i tuoi diventano più rari.

Il fatto che l’avaro rinunci a molto significa anche che lascia molto agli altri. Ricordiamoci che l’avaro non è l’egoista. Paperone è avaro, non egoista. L’avaro è un filantropo a prescindere dalla sua volontà.

Poveri noi

Chi accoglie l’idea che le regole debbano essere uguali per tutti respinge l’idea che un’ istituzione coercitiva come lo stato sia tenuta ad aiutare gli ultimi.

SE la ricchezza è distribuita in modo diseguale non deve interessarci, dobbiamo concentrarci invece su COME è stata distribuita. Una volta che le procedure sono corrette siamo tenuti ad accettare l’esito finale.

La ricchezza si distribuisce tra gli uomini così come si distribuiscono gli amanti, i meriti, le mogli e gli amici: attraverso accordi volontari. E’ assurdo e ingiusto penare ad un’autorità centrale che proceda in modo coercitivo.

Nessuno pensa che la super-modella venticinquenne debba dormire col verginello quarantenne al fine di correggere chissà quali ingiustizie.

Non viviamo nel mondo ideale, il BENE non coincide col GIUSTO, noi possiamo/dobbiamo agire solo sul secondo e rimetterci a Dio sul primo.

Detto questo, nessuno puo’ essere sicuro al 100% di avere in mano la verità, per quanto suoni bene la teoria. A volte si trova di fronte a situazioni talmente imbarazzanti da sentirsi in dovere di abbandonare temporaneamente i propri principi. E’ lo stato di eccezione.

In virtù dello STATO DI ECCEZIONE anche il liberale puo’ indulgere verso misure che prevedano un aiuto di stato ai poveri. Come procedere in questo caso?

In genere ci sono due inefficienze: l’aiuto genera opportunismo nell’aiutato e burocrazia nell’aiutante.

L’opportunismo potrebbe essere combattuto da aiuti temporanei e incerti.

La burocrazia potrebbe essere combattuta limitandosi a garantire un minimo in contanti a tutti.

Purtroppo le due soluzioni si escludono a vicenda.

In generale, i poveri andrebbero aiutati ampliando le opportunità a loro disposizione. Per minimizzare le interferenze sarebbe meglio avvicinare le opportunità ai poveri anziché avvicinare artificialmente i poveri alle opportunità.

Al mondo molti poveri vivono con 5 euro al giorno, da noi sarebbe impossibile. Chiediamoci il perchè! Evidentemente le nostre città offrono loro poche opportunità. Bisogna cambiare questo stato di cose.

pov

Respingere gli aiuti coercitivi non significa disinteressarsi dei bisognosi, al contrario, la generosità è sempre benvenuta ed apprezzabile.

Se un mio amico bisognoso mi chiede un passaggio all’aeroporto che senso ha obbligarmi con la forza ad aiutarlo? Ma questo vale anche se mi chiedesse dei soldi  per una necessità impellente. Ora, se lo stato non puo’ obbligarmi ad aiutare un amico o un parente, è ancora meno legittimato quando mi obbliga ad aiutare uno sconosciuto. 

Inoltre, è lecito ritenere che esistano esistano vie più efficaci e più giuste per alleviare le pene degli ultimi. Per esempio la crescita economica: in un paese che si arricchisce la povertà diventa un problema secondario.

E poi basta guardare alla storia: come è uscito dalla povertà l’ Occidente? Non certo attraverso i sussidi di disoccupazione. Come è uscita dalla povertà la Cina? non certo attraverso politiche di welfare. Un mix di buone istituzioni e di libertà economica rende i paesi ricchi e combatte al meglio la povertà.

I governi, spesso non sono la soluzione ma il problema. In che senso?

Ostacolano la libera immigrazione, per esempio. L’immigrazione è forse il mezzo più efficace per alleviare la povertà nel mondo. Si calcola che una libera immigrazione potrebbe raddoppiare il PIL mondiale, e i maggiori beneficiati sarebbe proprio chi ora è costretto ai margini.

Impongono regole e licenze particolarmente onerose per i piccoli affari dei poveri, spesso relegati in un mercato nero nel quale è impossibile fiorire.

Assicurano sussidi e prebende ai gruppi dell’establishment con i quali sono ben connessi, ma questi ultimi vedono come fumo negli occhi la fastidiosa concorrenza dei piccoli.

Gli aiuti all’agricoltura sono un classico: oltre ad aumentare i prezzi dei beni primari (la spesa dei poveri è concentrata lì), ostacolano l’importazione dai paesi più poveri infliggendo loro un duro colpo.

I piani regolatori e i limiti all’edificabilità fanno impennare i prezzi delle case relegando i poveri nei ghetti.

Negare i buoni scuola su impulso della lobby sindacale impedisce ai poveri di accedere agli istituti privati costringendoli nelle terribili scuole pubbliche dei quartieri periferici.

povert

Ma per comprendere le storture basta osservare da vicino la tipica politica di aiuto ai poveri: il salario minimo. Si tratta di una misura che in realtà colpisce chi vorrebbe aiutare a parole. La logica è semplice, basta ingigantirla affinché tutti la comprendano: se dovessi pagare una baby sitter minimo 65 euro all’ora, molto semplicemente non richiederei più i suoi servizi. E così farebbero tutti generando una disoccupazione generalizzata presso le baby sitter, e/o un gran mercato nero.  Man mano che il minimo si abbassa le baby sitter escluse saranno quelle con meno competenza. Da qui si comprende come il salario minimo veda l’esclusione dei lavoratori meno specializzati, ovvero i poveri. La Francia ha un salario minimo e una produttività molto elevati: non c’è da sorprendersi, la prima misura esclude dal mercato i lavoratori meno produttivi! 

I programmi statali di welfare trasferiscono parecchia ricchezza ma di solito non verso gli ultimi, bensì verso quei gruppi sociali con potere di voto. A chi ha fatto la sua elemosina di 80 euro il governo Renzi? A molti, ma è stato particolarmente attento ad escludere gli ultimi (che se per caso li hanno incassati hanno poi dovuto restituirli). C’è chi pensa che questa logica distorta possa essere invertita. L’unica risposta che mi viene in mente è un “buona fortuna!”.

I mantenuti del welfare precipitano spesso nella TRAPPOLA DELLA POVERTA’. Una condizione di dipendenza dalla quale è difficile sottrarsi. Tra di loro depressione e altri disturbi mentali prosperano. Ma uscire dalla “trappola” diventa anche poco conveniente! In casi del genere la cosa migliore è costruirsi un’attività fuori dalla legge – con di rado criminosa – continuando a percepire i sussidi dovuti. Lo si puo’ fare perché l’elemosina a pioggia non distingue tra POVERI MERITEVOLI e POVERI NON MERITEVOLI, una distinzione un po’ fastidiosa ma imprescindibile.

 

 

 

 

 

 

Difesa dell’analogia

Nel geniale libro After the ball i due autori , un pubblicitario è uno psicologo , spiegano le tecniche di inganno mentale con cui si smantella un sistema coerente e si sdoganano idee folli. Il trucco è contrapporre ad idee logiche idee analogiche. L’analogia che passa dall’emisfero emotivo è dialetticamente più potente della logica che passa dall’emisfero razionale, ed è più veloce. Uno deve fermarsi un attimo per capire dove è la fregatura… I campioni mondiali del pensiero analogico, non usano il pensiero basato sulla razionalità ( pensiero logico) ma su concetti arbitrari che si cerca di spacciare come giusti per somiglianza apparente ( da cui analogia ) con qualcosa di bello… Un esempio di pensiero analogico è avvicinare la storia di Maria alla pratica orrenda dell’ utero in affitto. No, l’utero in affitto non c’etra un fico. Lei resta con il suo bambino in braccio ben stretto al seno dopo che lo ha partorito, mica arrivano due descamisados a petto nudo per strapparglielo via e stringerlo loro mentre frignano istericamente . Nemmeno l’impagabile logica del militante lgbt può tirare in mezzo l’utero in affitto. D’accordo, forse non è un esempio di utero in affitto ma è sicuramente un’eterologa. È la stessa cosa di un’eterologa. Una fecondazione senza sessualità. Un’eterologa. La stessa cosa.

Silvana de Mari

La mia esperienza è completamente opposta: solo con un largo uso di analogie si puo’ imbastire un dialogo fondato sulla ragione.

L’assenza di analogie implica un solipsismo in cui ogni interlocutore parla per conto suo.

Di fronte alla tesi dell’altro espressa in modo arcano o gergale richiedete analogie! La comprensione sarà più limpida e i difetti di ragionamento salteranno all’occhio.

Oserei dire che senza analogie non puo’ esistere critica. Senza analogie ogni fiaba potrebbe ambire ad essere un modello del reale.

Fate caso a come le cose siano invertite rispetto alla denuncia della de Mari: l’aspetto più subdolo di ogni discorso è quello legato alla logica. Cosa c’è di più facile che costruire un discorso coerente? Anche un folle sa farlo (e infatti parliamo di lucida follia). Il ciarlatano deve limitarsi ad attirare l’attenzione dell’ascoltatore sulla logica ferrea che incatena i suoi enunciati occultando così l’analogia inappropriata con cui àncora il suo discorso alla realtà. E’ così che si fa di una fiaba qualcosa di “reale”.

Il fatto che esistano ragionamenti lacunosi non ci fa dire: “diffida di chi tenta di ragionare poiché i ragionamenti nascondono trappole e inganni”. Caso mai noi diciamo il contrario: “diffida di chi si rivolge a te a suon di slogan e formulette preconfezionate”.

Il 90% degli argomenti fallati sono logicamente ineccepibili, senonché poggiano su analogie problematiche, non a caso collocate opportunamente in secondo piano. E’ chiaro dove fa cadere l’enfasi chi li difende: sulla logica. E’ chiaro dove deve concentrarsi chi vuole smascherarli: sull’analogia.

Niente analogie, niente esperimenti mentali. E’ questo che si vuole, magare in nome della ragione? Sarebbe come fare scienza senza un laboratorio.

La critica all’analogia è di fatto una critica alla logica induttiva. Tutti sappiamo che la probabilità non è la certezza ma tutti i nostri saperi sul mondo sono probabilistici, dobbiamo trattare con la probabilità, non c’è alternativa. Se condanniamo un colpevole lo facciamo solo in termini probabilistici, se decidiamo che una strada è “sicura” lo facciamo solo in termini probabilistici. Dobbiamo bandire questa conoscenza perché la logica induttiva è inaffidabile e chi la segue è fesso quanto il tacchino che va dietro l’aia a consumare la sua 364 giorni all’anno per poi accorgersi quando ci torna il 365esimo giorno di essere lui la cena? La scienza è fondata sulla logica induttiva, non si puo’ rispettare la prima senza rispettare la seconda.

anal

Purtroppo, non tutti comprendono che solo grazie ad un processo analogico noi possiamo applicare un modello logico matematico al reale. Il reale “ci appare” simile al modello matematico per cui noi consideriamo quest’ultimo soddisfacente per descriverlo. Senza analogia non puo’ esserci teoria in azione.

Ora, cio’ che al mondo abbonda sono i modelli, cio’ che scarseggia sono le analogie che li rendano operativi. Un buon sillogismo è sasso, una buona analogia è oro.

Accumuniamo due realtà definendole analoghe poiché pensiamo che esse siano ben descritte dal medesimo modello logico matematico.

A volte, è vero, il termine “analogico” puo’ trarre in inganno poiché, come nelle parole di Silvana de Mari, viene un po’ frettolosamente contrapposto al termine “logico” e quindi interpretato come un rinvio ad una realtà emozionale ed ingannatrice. In realtà, per costruire un pensiero razionale sul mondo occorre sia il momento analogico che quello logico, e il più cruciale è senz’altro il primo. Il genio che è in noi lavora su quello, il mezzemaniche sul secondo.

Per ovviare all’inconveniente semantico sostituiamo pure “analogo” con “astratto”: senza analogie non c’è pensiero astratto che possa trovare applicazione concreta. Con il termine astratto evitiamo le allusioni al mondo delle emozioni.

Silvana de Mari sembra puntellare la sua convinzione indicando l’analogia ingannevole di chi, per  difendere “la pratica orribile” dell’utero in affitto, impiega l’analogia ingannevole della vicenda di Maria e di Gesù. Questo dimostrerebbe secondo lei quanto l’analogia possa essere subdola.

Ma proprio questo caso rende evidente che la realtà delle cose è esattamente contraria a quella ipotizzata dalla de Mari: l’analogia, lungi dall’essere ingannevole, è particolarmente illuminante e utile.

Faccio solo un esempio di critica nel merito. Dio ha una natura B (contraria alla natura A dell’uomo). Dio si comporta in modo C (fa incarnare il Figlio nel ventre di Maria), e poiché nelle sue scelte è infallibile, il suo comportamento è corretto per definizione. I difensori della pratica dell’utero in affitto concludono allora che C è corretto (ovvero naturale) anche per chi possiede una natura di tipo A. Ma, come si diceva poc’anzi, A e B sono contrapposte, il che rende alquanto problematica la tesi dei difensori della pratica dell’utero in affitto.

Una simile confutazione non sarebbe stata disponibile senza che i difensori della pratica dell’utero in affitto non si fossero sbilanciati proponendo un’analogia rivelatasi poi così zoppicante. Senza analogia non ci sarebbe stato dialogo e ognuno avrebbe continuato ad interloquire stando sostanzialmente chiuso in se stesso a coltivare i propri idoli. La proposizione dell’analogia con le sue evidenti zoppie apre di fatto un dialogo costruttivo.

Certo, puo’ darsi che la de Mari veda come minaccioso il dialogo stesso, e di conseguenza tutti quegli strumenti atti ad inaugurarlo in modo autentico. A volte le aperture sono brecce in cui s’insinua il nemico. Puo’ darsi che immagini una persona vulnerabile la cui condizione più sicura è proprio quella contrassegnata dalla chiusura solipsistica all’interno di un inattaccabile recinto. Ma questa visione è decisamente inadeguata se anteponiamo la ricerca del vero alla sicurezza. La chiusura che respinge l’analogia come un serpente tentatore alimenta solo auto-inganni e bias cognitivi consolatori.

analo

Il fatto che alcuni ragionamenti analogici possano essere difettosi non ci deve allora far concludere che chi cerca di ragionare con noi ci stia “ingannando”. L’analogia (ovvero l’astrazione) è centrale nella costruzione del pensiero razionale, ma soprattutto non abbiamo altro in mano! Eppure, Silvana de Mari, approda di fatto ad una sua condanna, quasi che l’accordo e la reciproca intesa possano fondarsi su una misteriosa ragione priva di “astrazioni”.

La superficialità con cui si critica l’analogia mi ricorda quella con cui si critica l’intuizione: certo, esistono intuizioni ingannevoli che vanno smontate, ma non abbiamo altro mezzo per innescare la nostra conoscenza. La critica dell’analogia e la critica dell’intuizione sono il preambolo ideale al nichilismo.

Cosa è andato storto nella rivoluzione femminista?

Pochi sono riusciti a prevedere la rivoluzione femminile verificatasi negli anni Settanta. Un vero sconquasso. Non ci resta che cercare di capirne le cause.

Una è l’inesorabile evoluzione morale, che ha portato anche all’abolizione del dispotismo, della schiavitù, del feudalesimo e della segregazione razziale eccetera. Oggi siamo tutti uguali, almeno in via di principio. Nessuno pensa a differenze di dignità.

Un’altra causa del cambiamento di status delle donne è il progresso tecnologico ed economico, che ha reso possibile alle coppie di allevare i figli senza bisogno della spietata divisione del lavoro che costringeva la madre a consacrare ogni momento di veglia alla sopravvivenza della prole.

L’accresciuto valore del cervello rispetto ai muscoli nell’economia completa il quadro.

Infine, grazie a contraccezione, amniocentesi, ultrasuoni e tecnologie riproduttive è divenuto possibile per le donne rinviare il momento di mettere al mondo dei figli a quando lo ritengono più opportuno per loro e per la loro carriera.

Un’altra grande causa del progresso delle donne è l’ideologia femminista, non si puo’ negarlo.

Purtroppo, la seconda ondata del femminismo, quella tipica degli anni Settanta, è in genere considerata in conflitto con le scienze della natura umana. Molti scienziati dediti a queste ultime ritengono che le menti dei due sessi siano diverse già alla nascita, una tesi che, protestano le femministe, è a lungo servita a giustificare l’ineguale trattamento riservato alle donne. Dal canto loro, gli uomini erano ritenuti dotati di impulsi irresistibili che li spingono a molestare e stuprare le donne, un’idea che è servita a giustificare molestatori e stupratori.

In realtà non c’è assoluta incompatibilità fra i princìpi del femminismo e la possibilità che uomini e donne non siano psicologicamente identici. Gli individui, infatti, non vanno giudicati o vincolati sulla base delle caratteristiche medie del gruppo. Se riconosciamo questo principio, non c’è bisogno di costruire miti sull’indistinguibilità dei sessi per giustificarne l’eguaglianza. Non è stata ancora scoperta alcuna differenza che valga per tutti gli uomini nei confronti di tutte le donne e viceversa.

Nonostante tali princìpi, molte femministe avversano energicamente la ricerca sulla sessualità e sulle differenze fra i sessi. Il fatto è che il femminismo dei Settanta non accettava di porsi in una prospettiva “individualista”.

Nel libro Who Stole Feminism? la filosofa Christina Hoff Sommers traccia un’utile distinzione fra due scuole di pensiero. Il femminismo dell’equità si oppone alla discriminazione delle donne e rivendica pari diritti. Il femminismo del genere va oltre e si spinge a sostenere che le donne vengono schiavizzate da un sistema di dominio maschile tuttora imperante, il sistema del genere, in cui le donne sono condannate ad obbedire. Mentre il femminismo dell’equità riprende la tradizione liberale classica, quello di genere si collega invece con il marxismo, il postmodernismo, il costruzionismo.

Il problema principale del femminismo del genere è che si è messo in rotta di collisione con la scienza.

La differenza tra femminismo del genere e femminismo dell’equità spiega anche il paradosso per cui la maggior parte delle donne non si considerano femministe, pur concordando con tutte le principali prese di posizione del femminismo.

lipstick

Ma diamo un quadro generale delle possibili differenze innate tra uomini e donne.

Secondo le più attendibili stime psicometriche, i livelli medi di intelligenza generale sono identici, come identico, in termini generali, è il modo in cui usano il linguaggio e formulano pensieri sul mondo fisico e vivente, e identiche le loro emozioni base.

Gli uomini tendono molto di più a rapporti senza vincoli con partner molteplici o anonimi, come testimonia il consumo quasi esclusivamente maschile di prostituzione e pornografia.

Sono più portati a competere fra loro violentemente, a volte all’ultimo sangue.

Fra i bambini, i maschi dedicano molto più tempo a esercitarsi al conflitto violento nella forma che gli psicologi chiamano “giocare a fare la lotta”.

Gli uomini sembrano anche avere una maggiore capacità di manipolare nella mente oggetti e spazi tridimensionali.

Le donne provano le emozioni base, a parte forse l’ira, con maggiore intensità. Hanno rapporti sociali più stretti, se ne preoccupano maggiormente, e sono più empatiche con gli amici, anche se non con gli estranei. Esse mantengono di più il contatto con lo sguardo, e sorridono e ridono molto più spesso.

Le donne ricorrono più facilmente alla denigrazione e altre forme di aggressione verbale.

Gli uomini tollerano maggiormente il dolore e sono più disposti a rischiare la pelle per lo status.

Le donne sono più attente ai loro bebè  e sono in generale più sollecite verso i figli. Le bambine giocano di più alla mamma e a impersonare ruoli sociali, i bambini a fare la lotta.

I due sessi differiscono nel modo di provare gelosia sessuale, nelle preferenze relative ai partner e negli incentivi alle avventure amorose.

Riguardo ad altri tratti le differenze sono piccole nella media, ma possono essere grandi agli estremi. Confermando un’aspettativa della psicologia evoluzionistica, per molti tratti la curva a campana dei maschi risulta più piatta e larga.

Mentre i ragazzi hanno molte più probabilità di soffrire di dislessia, difficoltà di apprendimento, deficit dell’attenzione, disturbi emotivi e ritardo mentale (almeno per certi tipi di ritardo), su un campione di studenti dotati, con un punteggio superiore a 700 (su 800) nella parte matematica del test di valutazione scolastica, la proporzione fra ragazzi e ragazze è di 13 a 1.

E qui cominciano i guai perché le femministe del genere sostengono che tutte le differenze fra i sessi, a parte quelle anatomiche, sono frutto delle aspettative di genitori.

Eppure esistono una quantità di prove per sostenere che la differenza fra maschi e femmine non si fermi ai genitali.

  1. In tutte le culture umane si attribuiscono a uomini e donne nature diverse. In tutte si suddivide il lavoro in base al sesso. Agli uomini è riservato ovunque un maggior controllo dell’ambito pubblico e politico. La divisione del lavoro è emersa anche in una cultura in cui tutti s’erano impegnati a eliminarla: il kibbutz israeliano.
  2. Molte differenze psicologiche fra i sessi sono esattamente quelle che predirebbe un biologo evoluzionista che conoscesse solo le loro differenze fisiche. Non puo’ essere un caso.
  3. Molte differenze fra i sessi si ritrovano in altri primati.
  4. Le differenze biologiche sottostanti sono molte, difficile che non si riflettano in molte caratteristiche della persona. Il corpo umano contiene un meccanismo che fa sì che il cervello dei bambini e quello delle bambine divergano durante lo sviluppo. Il cromosoma Y innesca nel feto maschio la crescita dei testicoli, che secernono gli androgeni, ormoni tipicamente maschili che fanno sentire il loro influsso sulla vita psicologica del soggetto. Il cervello dell’uomo differisce visibilmente da quello della donna sotto diversi aspetti.
  5. Un immaginario ma conclusivo esperimento per separare la biologia dalla socializzazione consisterebbe nel prendere un neonato, sottoporlo a un’operazione di cambiamento di sesso e farlo allevare dai genitori e trattare dagli altri come una bambina. Quando si è avuta l’occasione di osservare situazioni del genere – ricordiamo tutti il caso del dr. Money – gli esiti hanno confutato le tesi delle femministe di genere.
  6. Contrariamente a un’idea diffusa, oggi i genitori dei paesi occidentali non trattano i figli e le figlie in modo molto diverso. Eppure la gran parte di loro dice tranquillamente quello che in certio ambienti ancora non si puo’ dire: che maschi e femmine non hanno menti intercambiabili.

Parecchie questioni sociali sono affrontate dalle femministe di genere senza tener conto di queste differenze. prendiamo il caso del wage gap. Molti ritengono che il gap fra i generi nella remunerazione del lavoro e la barriera invisibile che impedisce di salire siano imputabili alla mera discriminazione tra i sessi.

Linda Gottfredson, esperta di letteratura sulle preferenze vocazionali, ha fatto notare che in media le donne sono più interessate a trattare con le persone e gli uomini con le cose. I test vocazionali indicano anche che i ragazzi sono più interessati a occupazioni “realistiche”, “teoriche” e “investigative”, e le ragazze a occupazioni “artistiche” e “sociali”.

Se sono in numero maggiore i lavori ben retribuiti che richiedono doti tipicamente maschili (come la disponibilità a mettersi fisicamente in pericolo o l’interesse per i macchinari), è probabile che, in media, gli uomini ne risultino avvantaggiati. Una conclusione che la femminista di genere non puo’ accettare, da qui la sua richiesta di imporre un 50/50.

Ma chiunque vede quanto sia improbabile, per esempio, che nel mondo universitario proprio i matematici o gli economisti ce l’abbiano con le donne, e proprio gli studiosi di psicolinguistica dell’età evolutiva se la prendano con gli uomini. Che siano più gli uomini che le donne a mostrare eccezionali capacità di ragionamento matematico e manipolazione mentale di oggetti tridimensionali basta a spiegare la distanza dalla proporzione cinquanta e cinquanta nel campo dell’ingegneria, della fisica, della chimica.

C’è anche il fatto che in media l’autostima degli uomini è più connessa allo status, alla retribuzione e alla ricchezza. Non sorprende quindi che gli uomini affermino di lavorare più volentieri. D’altro canto, in media, le madri sono più attaccate ai figli dei padri. Perciò, anche se il lavoro e i figli sono importanti per entrambi i sessi, il peso diverso che essi hanno per l’uno e per l’altro può avere come risultato che siano più spesso le donne che gli uomini a scegliere, in cambio di retribuzioni minori.

Anche nella coppia vige poi la legge dei “vantaggi comparati”: conviene investire tutto laddove c’è un vantaggio, per quanto questo vantaggio sia sottile. Se l’uomo al lavoro guadagna leggermente di più conviene che sia lui a fare tutto l’extra-time. Una differenza minima è dunque destinata ad amplificarsi.

Inoltre, in un recente studio di dati del National Longitudinal Survey of Youth rileva che le donne senza figli tra i ventisette e i trentatré anni guadagnano pochi centesimi meno degli uomini.

Infine, in un mercato spietato, un’azienda tanto stupida da lasciarsi sfuggire donne qualificate o retribuire generosamente uomini non qualificati verrebbe fatta fuori da un concorrente più meritocratico.

Come si esprime Susan Estrich: “aspettare che il rapporto fra genere e cura genitoriale si spezzi è come aspettare Godot”.

Ma chi sono le principali vittime dell’ossessione 50/50? Le donne migliori. Il problema di queste benintenzionate misure del 50/50 è che rischierebbero di insinuare nella gente dei dubbi sui meriti. Chi sta al suo posto per meriti effettivi rischia di essere scambiata per una che sta lì solo per il suo sesso.

Inoltre, sempre Linda Gottfredson osserva che insistere nel far leva sulla parità fra i generi come misura di giustizia sociale significa dover tenere molti uomini e molte donne lontani dai lavori che a loro piacciono.

Una teoria dell’omosessualità

Oggi sappiamo che la genetica influisce in modo sostanziale sull’orientamento sessuale di una persona, eppure non esiste ancora una teoria plausibile dell’omosessualità. Quelle avanzate non stanno in piedi.

L’omosessuale ha pochi figli, giusto il 20% di quelli avuti dall’eterosessuale, tuttavia la sua presenza nella società persiste con una quota intorno all’ 1%. La cosa è inspiegabile.

C’è chi ha visto l’omosessualità come una soluzione di gruppo al problema della sovra-popolazione ma gli scienziati sono unanimi nel respingere la bizzarra ipotesi. Anche se il gruppo, magari nel lungo periodo, potrebbe star meglio se tiene sotto controllo il suo numero, non si capisce come il gene gay potrebbe sopravvivere non riproducendosi.

Sappiamo infatti che l’altruista – altro soggetto all’apparenza “contro-natura” – giustifica la sua esistenza per i benefici recati al gruppo. Ma qui le premesse sono diverse: il gruppo premia l’altruista concedendogli delle occasioni riproduttive. Nel caso dell’omosessuale questo non puo’ essere vero per definizione.

C’è poi l’ “ipotesi della zia”: l’omosessualità potrebbe essere un artifizio della natura affinché un fratello aiuti gli altri ad accudire la prole. L’omosessuale investirebbe tutto sui nipoti. E’ un’ipotesi quasi certamente scorretta: i nipoti condividono solo 1/4 del nostro patrimonio genetico, per pareggiare il conto un omosessuale dovrebbe avere fratelli particolarmente prolifici. Purtroppo, oltre a non mostrare particolare interesse per i nipoti, i fratelli etero dell’individuo gay non è affatto particolarmente prolifico.

Infine c’è l’ “ipotesi dell’artista”: supponiamo che per essere gay devi ereditare 5 geni. Se ne erediti 4 sei etero ma con alcuni tratti gay, magari tratti particolarmente benigni: possiedi un lato artistico molto sviluppato, una sensibilità spiccata e uno stile unico. Si tratta di caratteristiche che hanno un loro valore di per sé: puo’ darsi che la presenza gay persista come effetto collaterale del tentativo di perpetuare quelle caratteristiche. Ma i controlli non hanno riscontrato nei fratelli dei gay una particolare sensibilità, o artisticità, o effeminatezza.

Da ultimo citerei anche l’ “ipotesi del germe”: in ambiente pre-natale taluni feti potrebbero essere colpiti da un germe che ne devia l’orientamento sessuale. L’omosessualità sarebbe una “malattia” (in questo caso benigna) così come ne esistono molte altre. Le malattie esistono anche perché esistono bestioline che parassitano il nostro organismo, in un certo senso sono “natura” anche loro, cosicché l’esistenza dei gay non sarebbe affatto un “fallimento della natura” ma una normale competizione tra organismi differenti. Il punto debole dell’ipotesi “gay-germ” è che se fosse vera probabilmente il germe patogeno sarebbe già stato isolato.

In mancanza di una teoria plausibile dell’omosessualità l’ipotesi di un’origine genetica dell’orientamento sessuale si indebolisce un pochino. Già qualcuno in passato ha indicato alcuni fattori che rendono le ricerche sospette, a partire da una sovra-rappresentazione nel settore di ricercatori gay, e noi sappiamo che il movimento gay (diversamente da quello lesbico!) predilige l’origine genetica. Inoltre, si tende a non approfondire troppo le questioni per ragioni etiche; tanto per capirsi, se si scopre un “gene gay” i bambini che lo presenteranno in sede di screening pre-natale saranno quasi certamente abortiti.

omo

Per ipotizzare un’ulteriore teoria dell’omosessualità possiamo pensare dapprima a come colmare la distanza tra etero e omo. Forse l’omosessuale è molto più simile all’etero di quanto si pensi, se così fosse la sua presenza sarebbe “un errore” comprensibile: a madre natura impegnata nella riproduzione di etero ogni tanto scappa anche un omo, non c’è poi tutta questa differenza!

Propongo una catena formata da questi anelli di congiunzione:

1) eterosessuale;

2) etero feticista (es. biancheria femminile);

3) etero travestito;

4) etero autoginefilo;

5) etero transessuale;

6) omo transessuale;

7) omo.

La categoria fondamentale è quella dell’autoginefilo, ovvero del maschio che pur essendo etero soddisfa i suoi desideri incorporando la donna che desidera dentro di sé. Potrebbe essere l’anello di congiunzione cruciale.

Invece, il passaggio problematico è quello tra 5 e 6: in effetti il mondo di 6 (desideri, fantasie, aspirazioni…) è molto diverso da quello di 5 (che assomiglia molto di più a quello di 4). Bisogna ammettere che 6 non soddisfa affatto i suoi desideri maschili “pensando” alla donna che è in lui. 6) si sente donna punto e basta, e desidera un uomo.

Inoltre, questa ipotesi potrebbe risultare offensiva perché vede l’origine dell’omosessualità in alcune forme di “perversione” sessuale come il “transvestic fetishism” citato anche nel “Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders”. Soluzione: basta non pensarla come tale e i problemi spariscono.

Aggiungo che l’ipotesi si attaglia alla categoria dei gay effemminati, ma si tratta di una categoria che per quanto prevalente non esaurisce certo il mondo gay.

Da ultimo, questa spiegazione sembra davvero fuori luogo se riferita al lesbismo. Ma un inconveniente del genere non sembra così grave: molte cose del tutto naturali nel mondo gay sono fuori luogo nel mondo lesbico.

P.S. Sull’ autoginefilia rinvio al cap.9 del libro “The Man Who Would Be Queen: The Science of Gender-Bending and Transsexualism” di Michael Bailey

L’orlo della gonna

La notizia della ragazza stuprata da un gruppo di minorenni a Salerno sta portando alla luce il peggio dello scibile umano dell’internet.

Il pensiero più gettonato è il classico: “se vai in giro nuda, te la vai a cercare. Bisogna prendersi le proprie responsabilità”, declinato in maniere più o meno gentili.

Ecco, io per questi stronzi sogno che un giorno, mentre saranno impegnati a discettare di orli di minigonne e centimetri di scollature e a partorire inutili giudizi, arrivi una donna che gli sfondi il naso a suon di pugni e gli spieghi che “se vai in giro a dire cazzate, te le vai a cercare. Bisogna prendersi le proprie responsabilità”.

E non venitemi a parlare di libertà di opinione,per favore. Sostenere che una ragazza lo stupro se lo vada a cercare perché ha deciso di mettersi un vestito corto non è un’opinione, è feccia della peggior specie.

Charlotte Matteini

 

Uno dei problemi relativo ai sessi che più accende gli animi è quello della natura e delle cause della violenza carnale. Da sempre, o almeno dagli anni settanta.

Fino agli anni Settanta, infatti, il sistema giuridico e la cultura di massa affrontavano lo stupro prestando ben poca attenzione agli interessi delle donne. Le vittime, se non volevano essere giudicate consenzienti, dovevano dimostrare di avere opposto resistenza all’aggressore fino a rischiare la vita. Il loro modo di vestire era considerato un’attenuante per l’imputato, come se gli uomini, a veder passare una bella donna, non fossero in grado di controllarsi. E un’attenuante erano considerati anche i trascorsi sessuali della donna. Nei processi si esigevano elementi di prova, come la conferma di testimoni oculari.

Lo stupro era ritenuto un atto legato alla libidine sessuale, ovvero ad un istinto naturale che poteva sfuggire dal controllo. Ora, quanto più qualcosa di pericoloso è facilmente “controllabile”, tanto più ha senso alzare le pene a fini di deterrenza. Da qui la giustificazione di certe attenuanti come quelle legate al vestiario.

Senonché, da allora molta acqua è passata sotto i ponti. Nella vita intellettuale moderna l’imperativo morale prevalente nell’analisi di questo fenomeno consiste nel proclamare che la violenza carnale non ha nulla a che vedere con la sessualità. Lo stupro è un abuso di potere e di dominio in cui lo stupratore tende a umiliare la sua vittima, o meglio il genere a cui appartiene. Lo stupro non c’entra con il sesso; c’entra con la violenza e con l’uso del sesso per esercitare il potere e il dominio. La violenza in famiglia e l’aggressione sessuale sono manifestazioni delle stesse potenti forze sociali: il sessismo e l’esaltazione della violenza. Lo stupratore è socialmente condizionato da una cultura patriarcale ipertrofica. La teoria ufficiale dello stupro ha origine in Contro la nostra volontà, un importante libro scritto nel 1975 da Susan Brownmiller.  Nel libro si sosteneva che lo stupro non ha nulla a che vedere con il desiderio sessuale degli uomini, ma è una tattica tramite la quale l’intero genere maschile opprime l’intero genere femminile.

Da qui nacque il moderno catechismo: lo stupro non c’entra con il sesso, la nostra cultura sociale condiziona gli uomini a stuprare. Il fatto è che si è diffusa fra le persone colte l’idea che si deve pensare alla sessualità come a qualcosa di naturale, non di vergognoso o sporco, e poiché lo stupro non è buono, non c’entra nulla con il sesso.

E’ chiaro che se la motivazione originaria dello stupro viene “degradata” da istinto naturale fuori controllo a strategia culturale di dominio, ogni ratio per le attenuanti cade miseramente.

Ma il dogma del “sesso naturale e buono” non sta in piedi. Il fatto che lo stupro abbia qualcosa a che vedere con la violenza non significa che non abbia nulla a che vedere con il sesso. I malvagi possono usare violenza per ottenere sesso esattamente come usano violenza per ottenere soldi. Così come un rapinatore agisce per soldi, uno stupratore potrebbe agire per libidine. Cosa c’ è di più normale che pensare in questi termini?

Guardiamo ai fatti.

Primo dato di fatto sotto gli occhi di tutti: accade spesso che un uomo voglia fare l’amore con una donna che non vuole fare l’amore con lui. E, in questo caso, usa ogni tattica a disposizione degli esseri umani per influire sul comportamento altrui: corteggiare, sedurre, adulare, raggirare, tenere il broncio, pagare.

Secondo dato di fatto evidente: alcuni uomini ricorrono alla violenza per avere quello che vogliono, senza curarsi delle sofferenze che provocano.

Sarebbe straordinario, in contraddizione con tutto ciò che sappiamo degli uomini, che nessuno ricorresse alla violenza per ottenere un rapporto sessuale.

La teoria tradizionale è dunque radicata nel buon senso. Proviamo ad applicarlo anche alla dottrina che vuole che gli uomini si diano allo stupro per gli interessi del genere cui appartengono.

In una società tradizionale lo stupratore rischia la tortura, la mutilazione e la morte per mano dei parenti della vittima. Nella società moderna rischia di passare un sacco di tempo in prigione. Davvero gli stupratori, nell’assumersi questi rischi, si sacrificano altruisticamente per il bene dei miliardi di estranei che compongono il genere maschile? Nella stragrande maggioranza delle epoche e dei luoghi, un uomo che stupra una donna della sua comunità è trattato da rifiuto umano. L’elementare dato di fatto che gli uomini hanno madri, figlie, sorelle e mogli che stanno loro più a cuore di quanto stiano loro a cuore la maggior parte degli altri uomini.

E’ ben vero che il trattamento giuridico dello stupro che si faceva in passato oggi ci disturba, cosicché in molti vedono la prova del complotto: fino a epoca recente, nei processi per stupro ai giurati veniva ricordato il monito di Lord Matthew Hale, giurista del diciassettesimo secolo, per cui la testimonianza di una donna va valutata con cautela, perché un’accusa di violenza carnale: “è facile da muovere e da essa è difficile difendersi, anche se l’accusato è innocente”. Cio’ non toglie che ci sia un fondo di verità in tutto questo poiché il crimine spesso viene perpetrato nell’intimità. E poi ricordiamoci dello standard di Blackstone per noi sacro ancora oggi: “meglio dieci stupratori liberi che un innocente punito”. Non mancavano dunque delle motivazioni concrete per invitare alla cautela.  Ma supponiamo pure che gli uomini che hanno applicato tale politica allo stupro l’abbiano piegata ai loro interessi collettivi perché, tanto per cominciare, avrebbero dovuto fare della violenza carnale un reato?

La ricerca scientifica sulla violenza carnale e il suo rapporto con la natura umana è venuta alla ribalta con la pubblicazione di A Natural History of Rape. Gli autori – Thornhill e Palmer – partivano da un’osservazione base: uno stupro può portare a un concepimento che propagherà i geni dello stupratore, inclusi gli eventuali geni che hanno reso più probabile che divenisse uno stupratore. Quindi la selezione potrebbe non avere operato contro, ma a favore di una psicologia maschile comprendente la capacità di stuprare. Tuttavia, considerati i rischi della lotta con la vittima, della punizione per mano dei suoi parenti e dell’ostracismo da parte della comunità, è improbabile, aggiungevano Thornhill e Palmer, che la violenza carnale sia una strategia di accoppiamento tipica. Ma essa potrebbe essere una tattica opportunistica, che diventa più probabile quando l’uomo è incapace di ottenere il consenso della donna, è emarginato da una comunità.

Pensare che la maggior parte degli uomini hanno la capacità di compiere uno stupro va, casomai, nell’interesse delle donne, perché esorta alla vigilanza nei confronti del marito e di conoscenti, o durante sconvolgimenti sociali. Inoltre, questa analisi concorda paradossalmente con i dati portati dalla stessa Brownmiller, secondo i quali violenze carnali possono essere commesse in guerra da uomini normali, compresi i “bravi” ragazzi americani in Vietnam. L’ipotesi formulata che lo stupro e gli altri aspetti della sessualità maschile si situino nella stessa sfera fa di essi strani alleati delle più radicali femministe del genere, come Catharine MacKinnon e Andrea Dworkin, per le quali “spesso è difficile distinguere la seduzione dallo stupro. Nella seduzione, spesso il violentatore si prende il disturbo di comprare una bottiglia di vino”.

Ma la teoria esposta, se da un lato torna alla vecchia concezione, quella da cui originavano le tanto odiose “attenuanti” relative all’orlo della gonna, dall’altro evidenzia come lo stupro non sia un reato qualsiasi. Scegliendo il maschio e il contesto per l’accoppiamento, le probabilità per la femmina di generare con un maschio dotato di buoni geni, della disponibilità e della capacità di condividere la responsabilità di allevare la prole, o di entrambe le cose, vengono massimizzate. Dal punto di vista della donna, uno stupro e un rapporto sessuale consensuale saranno cose completamente diverse; la ripugnanza della donna per lo stupro non è un sintomo di repressione nevrotica, né una costruzione sociale facilmente rovesciabile in una diversa cultura; la sofferenza causata dallo stupro sarà più profonda di quella causata da altri traumi fisici o altre violazioni corporee; tutto ciò giustifica il fatto che si lavori più duramente per prevenire la violenza carnale, e si puniscano più severamente i violentatori, di quanto accade per altri tipi di aggressione.

Purtroppo un libro come “A Natural History of Rape” ha già subìto il peggiore destino possibile per un lavoro di divulgazione scientifica. Come “L’origine dell’uomo” e “The Bell Curve”, è diventato una cartina di tornasole ideologica. Chi vuole dimostrare la propria vicinanza alle vittime di violenza carnale e alle donne in generale ha ormai imparato che deve liquidarlo.

Questo anche se le obiezioni ricevuto sono decisamente inconsistenti. Faccio solo il caso intorno all’interrogativo più importante, cioè se fra le motivazioni del violentatore vi sia il desiderio sessuale? Le femministe di genere che lo negano richiamano l’attenzione sugli stupratori che prendono di mira donne anziane e infeconde, su quelli che soffrono di disfunzione sessuale durante lo stupro, su quelli che costringono la donna ad atti sessuali non riproduttivi, e su quelli che usano il preservativo. Sono argomentazioni non convincenti per due ragioni. Primo, questi esempi riguardano una minoranza di stupri. Inoltre, casi del genere si presentano anche nei rapporti sessuali consensuali, quindi quell’argomentazione porta all’assurdità per cui la sessualità in sé non avrebbe nulla a che fare con la sessualità. Infine, un caso particolarmente problematico per la teoria “non è sesso” è quello della violenza carnale durante un appuntamento amoroso. Dobbiamo davvero credere che le motivazioni di “lui” siano cambiata di punto in bianco?

Oltre alle obiezioni fragili ci sono le prove solide a sostegno della teoria.

1) L’accoppiamento coatto è universalmente diffuso fra le specie nel mondo animale, il che fa pensare che la selezione non lo abbia rigettato.

2) La violenza carnale è presente in tutte le società umane.

3) In genere, i violentatori usano quel tanto di forza necessario per costringere la vittima al rapporto.

4) Le vittime di violenza carnale sono perlopiù negli anni di massima riproduttività per le donne, fra i tredici e i trentacinque.

5) I violentatori non sono rappresentativi, dal punto di vista demografico, del genere maschile. Sono nella stragrande maggioranza giovani, fra i quali la competitività sessuale raggiunge la massima intensità. E, benché si presuma che siano “socialmente condizionati” a violentare, si liberano misteriosamente da questo condizionamento invecchiando.

Purtroppo, la popolarità di teorie senza fondamento mette a rischio le donne. Non si fanno i conti con i fatti. Bisognerebbe tener conto che nei paesi in cui, come in Giappone, i ruoli legati al genere sono molto più rigidi che da noi, gli stupri sono percentualmente molto meno numerosi. Ma anche da noi i sessisti anni Cinquanta erano molto più sicuri per le donne degli emancipati Settanta e Ottanta. Sembra abbastanza chiaro che nella misura in cui le donne, rendendosi indipendenti dagli uomini, conquistano maggiore libertà di movimento, si trovano più spesso in situazioni pericolose.

Thornhill e Palmer suggeriscono di obbligare gli adolescenti maschi a seguire un corso di prevenzione dello stupro come condizione per ottenere la patente di guida e di ricordare alle donne che un abbigliamento sexy può aumentare il rischio di venire violentate. Forse è troppo. E’ decisamente troppo.

La reazione è stata curiosa: Mary Koss, definita un’autorità in materia di violenza carnale, vi ha visto un “pensiero assolutamente inaccettabile in una società democratica”. Si noti la psicologia del tabù: non si tratta soltanto di suggerimenti sbagliati, è “assolutamente inaccettabile”. Non c’è dissenso, c’è un sacerdozio teso a maledire chi infrange un tabù, anche se le ragioni per infrangerlo sono più che fondate.

In conclusione, che le donne abbiano il diritto di vestire come vogliono è fuori discussione, ma il problema non è quello che le donne hanno il diritto di fare in un mondo perfetto, bensì come possono accrescere la loro sicurezza in questo. Suggerire che le donne, in situazioni pericolose, pensino alle reazioni che possono suscitare o ai segnali che possono inavvertitamente trasmettere è solo buon senso. E’ difficile credere che una qualunque donna adulta possa pensarla diversamente, a meno che non sia indottrinata dal giornalismo ideologico in cui si pensa che l’aggressione sessuale non è un atto di gratificazione sessuale e che aspetto e attrattiva sono irrilevanti.

orlo

Camille Paglia in merito:

Da decenni le femministe insegnano alle loro discepole a dire: “Lo stupro è un reato di violenza, non sessuale”. Questa sciocchezza, zuccherosa alla Shirley Temple, ha esposto le giovani al disastro. Fuorviate dal femminismo, non si aspettano uno stupro dai bravi ragazzi di buona famiglia che siedono accanto a loro in classe. … Queste ragazze dicono: “Dovrei potere ubriacarmi a una festa studentesca e andare di sopra nella camera di un ragazzo senza che succeda niente”. Io rispondo: “Ah sì? E quando vai in macchina a New York ci lasci dentro le chiavi?”. Quello che voglio dire è che se ti rubano la macchina dopo che hai fatto una cosa del genere, la polizia, certo, deve dare la caccia al ladro e lui dev’essere punito. Ma nello stesso tempo la polizia, ed io, abbiamo il diritto di dirti: “Che cosa ti aspettavi, idiota?”.

Wendy McElroy in merito:

Il fatto che noi donne siamo vulnerabili all’aggressione significa che non possiamo avere tutto. Non possiamo attraversare di notte un campus non illuminato o un vicolo senza correre reali pericoli. Queste sono cose che ogni donna dovrebbe poter fare, ma il «dovrebbe» appartiene a un mondo utopico. Appartiene a un mondo in cui ti cade il portafoglio in mezzo a una folla e ti viene restituito, completo di soldi e carte di credito. Un mondo in cui si lasciano aperte le Porsche in piena città. In cui si possono lasciare i bambini da soli al parco. Non è questa la realtà che abbiamo di fronte, la realtà che ci limita.

Una volta levata di mezzo l’ipotesi del complotto culturale e rimessa al centro la libido sessuale, tornano interrogativi fastidiosi che pensavamo di poter accantonare. Per esempio, come considerare la castrazione chimica? E’ ipotizzabile l’iniezione nel violentatore, con il suo consenso, di Depo Provera, farmaco che inibisce il rilascio di androgeni e riduce la pulsione sessuale? Le recidive in casi del genere vanno a picco! Chi s’indigna al solo sentir menzionare insieme stupro e sessualità dovrebbe rileggersi i numeri. Escludere senza pensarci una misura capace di ridurre la violenza carnale di quindici volte significa che saranno violentate molte donne che, altrimenti, forse non lo sarebbero state. Bisognerà prima o poi decidere a che cosa dare più valore: a un’ideologia che sostiene di fare gli interessi del genere femminile o a quello che effettivamente succede nel mondo alle donne reali.

orlo gonna

P.S. chi è interessato al tema farebbe bene a leggersi il cap.16 di Tabula Rasa dello psicologo Steven Pinker, libro da cui ho attinto a piene mani.

 

 

 

 

Ma Renzi ha aumentato o diminuito le imposte?

Mentre i conti ufficiali registrano un aumento delle imposte i portavoce del governo Renzi rivendicano una riduzione. Come mai?

L’equivoco risiede nella natura dei famosi 80 euro: devono considerarsi un aumento di spesa pubblica o una riduzione d’imposta?

Equiparare uno sconto sul prezzo ad un prezzo più basso non sembra una grande forzatura, eppure la contabilità nazionale fa scelte diverse e considera questo sconto una forma di spesa pubblica.

Se tagliamo i sussidi alle imprese tagliamo la spesa pubblica o aumentiamo le tasse alle imprese? Se scontiamo in Unico le ristrutturazioni della casa aumentiamo la spesa pubblica o riduciamo le tasse agli italiani? Se paghiamo più pensioni aumentiamo la spesa pubblica o alleggeriamo il carico fiscale?

Un renziano farebbe pesare queste operazioni sul fisco considerandole aumenti e riduzioni di tasse. Ma è corretto?

Lo stesso problema si è presentato agli studiosi intenti ad indagare la via ottimale per abbattere il deficit: meglio aumentare le imposte o tagliare la spesa? La risposta variava a seconda di come venivano definite imposte e spesa.

Alesina-Favero-Giavazzi in The output effect of fiscal consolidation plans concludono che è meglio tagliare la spesa. Batini-Callegari-Melina nel loro Successful Austerity in the United States concludono che è meglio aumentare la tasse. Peccato che i primi considerino il taglio di pensioni, sussidi ecc. come tagli di spesa mentre i secondi li considerino come aumenti d’imposta. E’ chiaro che la diversa definizione di imposte e spesa sia decisiva.

Matteo_Renzi_2015.jpeg

Ma veniamo alla soluzione che propongo. Personalmente, cercherei una certa coerenza affidandomi allo scontro ideologico in atto, che in queste materie vede contrapposti liberisti e statalisti.

Il liberista si oppone a tasse e spesa elevate: secondo lui distorcono le scelte degli individui.

Lo statalista ama invece il “tassa e spendi”: secondo lui si possono così realizzare progetti meravigliosi che non vedrebbero mai la luce.

La tassa preferita del liberista è la poll tax o tassa capitale: X euro a testa. E’ la tassa più semplice che meno influenza le scelte della gente: qualsiasi scelta fai la devi pagare e l’importo non varia.

La tassa preferita dallo statalista è invece molto articolata perché i suoi progetti di ingegneria sociale sono sempre molto “articolati”.

Ora, gli sconti sulle tasse sono un modo per “progettare” la società ideale, per spingerla in una certa direzione piuttosto che in un’altra: se sconto le ristrutturazioni edili le famiglie faranno una vacanza più breve pur di ristrutturare la casa sfruttando gli sconti da me proposti. Nel campo produttivo si rilancerà il settore edile a scapito degli altri settori. Ecco allora che ho modificato le scelte dei cittadini per realizzare un mio progetto di società ideale. Dal punto di vista ideologico, in questo caso, pesco nell’ideologia “statalista” e di conseguenza, siccome lo statalista ama tasse e spese elevate, è più coerente considerare questa misura come un aumento della spesa anziché una riduzione di tasse.

Lo stesso dicasi per gli 80 euro di Renzi: si è voluto elargire un compenso ad un settore ben identificato della classe media affinché – a detta del governo – avesse in tasca qualche soldo in più da spendere, più probabilmente affinché si orientasse diversamente nella sua scelta elettorale. Sia come sia si stavano progettando a tavolino dei comportamenti sociali ritenuti migliori rispetto alle alternative,   assumendo così il tipico atteggiamento “statalista”. In questo senso considerare la misura un aumento di spesa pubblica è più coerente.

Se si accetta questa impostazione dobbiamo concludere che la contabilità nazionale è corretta e il governo Renzi ha  aumentato le tasse. 

 

 

Il nostro povero bisogno di purezza

La categoria dei “valori non negoziabili” è emersa da tempo nel Magistero della Chiesa in riferimento ad alcune questioni riguardanti l’impegno dei cattolici in politica. Da allora si è litigato tanto ma il concetto (a me) non è ancora oggi chiaro.

Si tratta forse di un richiamo fatto ai politici cattolici alla stregua dei richiami di partito? Ma allora ogni partito politico possiede una miriade di “valori non negoziabili”. Il concetto sarebbe banale, mi rifiuto di crederlo.

Si tratta di valori la cui violazione dovrebbe risultare inaccettabile al cattolico doc?

In realtà, qualsiasi cattolico assennato sembra sopportarla benissimo pur dicendo di battersi contro. L’aborto in Italia è autorizzato per legge, e quella legge viene riconosciuta e rispettata da tutti i cattolici. Naturalmente viene considerata una legge sbagliata e da cambiare ma, anche qui, è lo stesso atteggiamento che qualsiasi militante di qualsiasi partito ha nei confronti di leggi che considera ingiuste. Siamo di nuovo alla banalizzazione.

Forse che le leggi di cui parliamo sono particolari perché hanno un contenuto morale?

No, molte leggi sono sostenute per il loro contenuto morale. Un comunista vuole più eguaglianza poiché lo ritiene giusto, un liberale vuole più meritocrazia perché lo ritiene giusto. Eppure in questi casi non si parla di “valori non negoziabili”.

Faccio allora un’ipotesi alternativa capace di conferire significato e originalità al concetto in questione: la categoria dei “valori non negoziabili” ha a che fare con la dimensione del sacro. Ammetterete che con il sacro non ha nulla a che spartire con i valori liberali e socialisti.

Ma per chiarire meglio cosa intendo soccorre la lettura di Viviana Zelizer, in particolare del suo libro The Purchase of Intimacy.

Il bisogno di sacro è bisogno di purezza, qualcosa che tutti condividiamo, in passato si esercitava molto nella sfera del sesso, oggi in quella del cibo.

Ma anche senza coltivare tabù estremi, tutti noi apprezziamo la “purezza” di certi sentimenti e ci disturba “contaminarli” con elementi inquinanti. Per questo decidiamo di “sacralizzare” certe relazioni mettendole al riparo dall’agente contaminatore per eccellenza che è il denaro. Ora, tra denaro e “negoziabilità” il nesso è evidente.

Diciamo allora che denaro e sacro convivono male. Nessuno di noi stila un contratto pre-matrimoniale dettagliato, ci sembrerebbe di sminuire il matrimonio, riteniamo l’amore una sfera ben distinta dall’economia. Sentimenti e soldi sono nemici, almeno dal punto di vista della comunicazione. Il denaro richiede una comunicazione letterale, il sacro una comunicazione simbolica. Quando firmo un contratto dico che mi impegno a rispettarne la lettera e a risarcire i danneggiati, quando dico “ti amerò tutta la vita” aderisco ad un simbolo.

Parlo di simbologia perché, a guardar bene, quello che preme agli adoratori del sacro non è la purezza in sè quanto qualcos’altro, ovvero l’appartenenza ad un gruppo che osserva gli stessi precetti (legati alla purezza) e si coordina intorno a quelli. L’importante, dal punto di vista utilitarista, è il coordinamento, i precetti in sé potrebbero anche essere altri. Banalizzo affinché sia chiaro: ci si puo’ coordinare stabilendo di “tenere la destra” ma lo si puo’ fare altrettanto bene stabilendo di “tenere la sinistra”.

Un esempio: la sacralità della Messa cattolica non si coniuga molto bene con il denaro, tanto è vero che Gesù scacciò con rabbia i mercanti dal tempio. Eppure, ad ogni messa gira sfacciatamente un cestino per raccogliere moneta sonante: mai la pornografia del denaro è esplicita e senza filtri come durante la Santa Messa, si tira materialmente fuori il portafoglio e si consegna la pecunia nuda e cruda in un recipiente stracolmo che sembra il deposito di Paperone in miniatura. Naturalmente ognuno potrebbe donare in qualsiasi momento nelle apposite cassette ma affinché la sua decisione sia esposta alla massima pressione sociale si stabilisce di fare una raccolta nel momento più cruciale della liturgia.

Cio’ puo’ significare solo una cosa: che l’impurità del denaro va proclamata come simbolo ma non osservata alla lettera. E qui comprendiamo meglio la funzione del sacro: è il proclama che garantisce l’appartenenza ad una tribù, e se l’appartenenza è cio’ che conta, allora basta e avanza quello.

Altro piccolo esempio. Se chiedi a Giovanni quanto stima la sua vita in euro, lui avrà un moto di repulsa. Tuttavia, Giovanni, durante la giornata, compirà mille azioni da cui si puo’ evincere il valore che si rifiuta di formulare esplicitamente.

La conclusione è che il valore esiste ed è calcolabile ma per questioni simboliche l’interessato si rifiuta di fornirlo o addirittura di pensarlo, questo perché vuole comunicare al mondo che per lui la “vita è sacra”.

[… Oggi ascoltando alla radio mi sono imbattuto in un altro esempio pre-claro: di fronte alla morte in mare di alcuni africani un ascoltatore di Prima Pagina chiedeva chi pagasse per il recupero delle salme e la relativa sepoltura suscitando in questo modo l’indignazione del conduttore-giornalista. Naturalmente la domanda, se presa alla lettera, è corretta e suscita anche interrogativi interessanti, lo stesso conduttore aveva delle sue ipotesi favorite, tuttavia non andava posta per motivi “simbolici”. Simboli e lettera, secondo il giornalista, vanno tenuti ben separati per non mischiare sacro e profano…]

[… Altro esempio del nostro bisogno di purezza: dopo uno stupro c’è sempre chi dice che la vittima girava con abiti poco consoni che comportavano un rischip, al che segue un coro d’indignazione del tutto indipendente dal grado di oggettività di una simile affermazione. In altri termini: anche se la cosa fosse vera non va detto poiché simbolicamente è una frase disgustosa che ti iscrive alla tribù dei “se l’è andata a cercare” anzichè a quella più civile della “donna autonoma”…] 

In cio’ che diciamo c’è un messaggio diretto e un messaggio indiretto: il primo è di natura economica, il secondo di natura simbolica. I due messaggi convivono, infatti Giovanni dà un valore in euro alla sua vita ma DICENDO di non poterlo dare ci comunica la sua appartenenza alla tribù di coloro per cui “la vita è sacra”. In Chiesa malediciamo mammona e il denaro in modo simbolico ma poi all’offertorio facciamo della moneta e del portafogli un protagonista assoluto.

L’identità e l’appartenenza sono un bene privato (ci rende più felici) ma l’aspetto simbolico riveste anche un valore comunitario. infatti, noi sappiamo tante cose della tribù della “vita è sacra” e di conseguenza sappiamo molte cose di Giovanni. Giovanni si rende prevedibile, diminuisce l’incertezza sociale e questo è un bene per tutti. Noi sappiamo molte cose di della tribù che “disprezza il denaro”, cosicché riusciamo a coordinarci bene con loro, sappiamo con chi abbiamo a che fare, sappiamo se e come evitarli, se e come incontrarli. Il simbolismo dei sacramenti è un vantaggio anche per i non appartenenti alla tribù che li celebra.

Ma c’è un aspetto che puo’ risultare fastidioso: “simbolo” e “letteralismo” possono interagire in modo equivoco. Se Giovanni dice “la vita umana non ha prezzo” usa un’espressione simbolica che molti potrebbero prendere alla lettera equivocando. Lo stesso Giovanni potrebbe auto-ingannare se stesso pensando alla verità letterale della sua espressione simbolica e rispondere in modo scorretto a chi gli chiede quanto valuta in euro la sua vita.

A volte simboli e lettera confliggono in modo così potente che meglio sarebbe ritarare il sistema simbolico formatosi in contesti differenti in modo da mantenerne il valore sociale minimizzando equivoci ed auto-inganni.

Alcuni equivoci sono socialmente molto costosi. Facciamo una caso ipotetico: chi dice “i bambini non si comprano” prendendosi alla lettera potrebbe opporsi alle commissioni richieste dagli intermediari all’adozione, il che farebbe crollare le adozioni in tutto il mondo con danno per tutti. Chi invece dice “i bambini non si comprano” cosciente di esprimere un mero simbolo (la sacralità del bambino) non farebbe mai un errore del genere perché sa che simbolo e lettera divergono.

E non so fino a che punto chi dice che l’ “utero non si affitta” parli in modo simbolico anziché letterale. Districare la matassa è difficile sia per chi ascolta che per chi parla.

Chi dice “valori non negoziabili” è poi non negozia (magari perché preferisce sparare ai medici abortisti), probabilmente fa un danno all’intera comunità. Al contrario, chi parla di “valori non negoziabili” e poi di fatto negozia non si sta necessariamente contraddicendo poiché c’è una differenza tra lettera e simbolo.

purit

Come far convivere lettera e simbolo, sacro e profano? Ci sono quattro atteggiamenti.

1) I moralisti. Per loro gli ambiti vanno tenuti ben separati, nel momento in cui entrano in contatto si crea una contaminazione. Ipotizzare in modo esplicito che il valore “non negoziabile” sia di fatto negoziabile significa inquinarlo irreparabilmente. Meglio negare anche l’evidenza pur di conservare la dimensione del sacro.

2) Gli economicisti. Per loro i simboli sono sempre riducibili alla lettera. Il sacro è sempre riducibile all’economia. Operazione che va fatta per comprendere e spiegare.  Esempio: il matrimonio è un mero contratto economico a lungo termine e l’aspetto rituale una mera patina superficiale che lo studioso deve smascherare.

3) I relazionisti. Per loro simbolo e lettera sono due dimensioni umane imprescindibili che possono e devono convivere. Il sacro riguarda la dimensione comunitaria, il profano la dimensione individuale. Entrambe vanno preservate senza fagocitarsi. Quando i costi di una simbolica datata sono troppo alti si proceda a riformarla.

4) I dialettici. Per loro tutto è lotta e i simboli sono armi come altre: servono ai “forti” per sottomettere i “deboli”. La rivoluzione esige un rovesciamento e una sostituzione. Esempio: il patriarcato ha imposto suoi simboli per sottomettere il genere femminile, oggi la rivoluzione femminista è chiamata a sovvertirli.

Personalmente mi sento più vicino a 3)… con una spruzzatina di 2).

 

 

Non poi così cattivi…

Perché i criminali non sono così cattivi come sembrano?

Perché la prigione non è un buon modo per punirli?

Che gusti ha un criminale?

Che doti deve possedere?

Perché legalizzare droghe, gioco e prostituzione non fa perdere a questi ambienti un’aria losca?

Personalmente, le risposte più convincenti le ho trovate in un libro prezioso di Diego Gambetta: Codes of the Underworld: How Criminals Communicate.

Si parte con una premessa: nel mondo del crimine l’informazione è tutto.

Per noi l’informazione è importante, ma per loro di più, molto di più, per questo è uno spettacolo vedere come la sanno estrarre e trasferire nei modi più creativi. Talmente uno spettacolo che ci si fanno su interi film: i delinquenti siano dei virtuosi nell’arte dell’ allusione (al cinema rende molto). I mafiosi poi sono maestri incontrastati nel “dire e non dire”, dei veri logoteti.

Il fatto è che i criminali hanno un problema fondamentale: auto-identificarsi.

Tanto per dire, il mondo è pieno di bancari e di rapinatori di banche desiderosi di fare il colpaccio della vita. Senonché, risulta per loro estremamente difficile prendere contatto.

Identificare un complice è il problema più grosso per chi vuole intraprendere l’onorata carriera del delinquente. E dico “identificare”, non parlo di testare l’affidabilità o la capacità.

Chiedete ad un costruttore edile qualsiasi: quanto volentieri allungherebbe la sua bustarella se solo sapesse a chi!

Pensate poi alle difficoltà materiali a reperire un buon killer. Quante vite salvate dal fatto che le pagine gialle non collaborino.

Recentemente, la mafia siciliana è entrata in possesso di otto barre di uranio dal ragguardevole valore. Ma dove trovare un mercato nero su cui piazzarle? Il problema ha messo a dura prova per mesi le migliori teste della cupola. Figuriamoci se la fortuna capitasse a sfigati come noi.

Problemi del genere sono esacerbati dal fatto che i gruppi criminali sembrano estremamente precari e proteiformi: quella gente si muove, si sposta, sparisce, muore, si vende, cambia aspetto e abitudini… il tutto ad una velocità spaventosa. Ogni volta bisogna ricominciare da capo. I criminali sono violenti, competitivi e avidi: chi sta sulla piazza dura poco, l’avvicendamento è continuo.

Rendere ulteriormente difficile questo processo è l’arma più potente in mano alla polizia. Si combina poco senza pentiti ed infiltrati. L’idea dell’investigatore che pensa in poltrona avvolto da una nuvola di fumo è una finzione.

Al criminale accorto si raccomanda di mantenere un basso profilo, di mimare la vita del cittadino medio. Purché non esageri ingannando anche i suoi simili, rimarrebbe disoccupato a lungo.

La mimesi con segnalazione sofisticata è tanto più raccomandata quanto più l’ordine della legge è garantito. L’informazione diventa un problema secondario laddove il malaffare è diffuso. Ai bei tempi della Russia post-muro, tanto per dire, le tariffe della corruzione erano riportate dai giornali.

Chiedere ai protagonisti come individuano l’alleato non è molto fruttuoso, si ottengono risposte vaghe: “vibrazioni positive”, “naso sopraffino” e “scelta di pancia”, questi sono i criteri. In realtà, non si procede mai a casaccio affidandosi alla bacchetta del rabdomante.

Si puo’ puntare su elementi come l’ abbigliamento o il linguaggio, ma è tutta roba che un buon “infiltrato” della polizia imita senza difficoltà. Una volta c’erano i tatuaggi, oggi, a causa delle mode giovanili, restano a disposizione giusto quelli in faccia.

Farsi vedere in luoghi poco frequentati dalla gente onesta ha un certo calore. Girare di notte (quando la gente onesta dorme) o in pieno giorno (quando la gente onesta lavora), contribuisce alla lenta costruzione di una fama.

Il criminale ama il rischio, e di conseguenza ama gironzolare intorno alle agenzie ippiche e alle altre sale da gioco. Scommesse e criminalità vanno spesso a braccetto.

Al criminale non piace attendere, vuole tutto e subito, predilige i piaceri immediati, è poco paziente. Anche per questo è sempre attiguo ai luoghi della prostituzione e della droga, i tipici mercati con molta offerta per gente del genere.

Prostituzione, droga, scommesse e criminalità spesso vanno a braccetto. E questo a prescindere dalla legalità di quei mercati.

Anche abitare in quartieri malfamati è funzionale ad entrare nel giro. Se poi la residenza è stabile da più generazioni siamo a cavallo.

Si tratta comunque di strategie buone fino a un certo punto: qualsiasi infiltrato potrebbe replicarle senza molta difficoltà.

C’è allora il “dimmi con chi vai e ti dirò chi sei”. Le conoscenze giuste fanno tanto. Accompagnarsi ad un noto criminale è un biglietto da visita di prim’ordine.

Ma spesso solo essere stato in prigione risolve al meglio tutti questi problemi.

La prigione è di per sé un segnale affidabile circa le tue inclinazioni. Quando sei dentro impari molte tecniche che ignoravi ma soprattutto conosci le persone giuste e ti fai conoscere nell’ambiente.

Non puoi, per esempio, entrare nella mafia russa senza aver fatto almeno due anni di carcere. Se poi sei stato ospite di un carcere di massima sicurezza la tua carriera è segnata (in positivo).

Più il carcere è duro più la recidiva è alta. Qualcuno si sorprende dopo quanto detto?

Paradossalmente, più il sistema giudiziario funziona bene, più contribuisce a migliorare la qualità del segnale. Non c’è rischio di sbagliarsi puntando su un povero innocente poco interessato agli “affari”.

Per alcuni la prigione è uno stigma ma per i più è un badge.

Le organizzazioni che favoriscono il reinserimento degli ex carcerati favoriscono anche il loro rientro nel circuito del crimine. Lo fanno garantendo sul loro status di ex carcerati doc.

Non voglio dire che il carcere non funzioni mai. Negli USA ha funzionato. Ma non come punizione bensì come esilio. Con le carcerazioni di massa la gran parte dei soggetti pericolosi stavano dentro, e quindi fuori dalla circolazione. Il crimine è calato di molto. In questo senso la carcerazione diventa una politica eugenetica.

krimin

In ogni caso, il modo migliore per segnalare la propria volontà criminale è commettere un crimine dimostrativo, magari crudele. Un infiltrato dalla polizia non potrebbe mai permetterselo, si ferma prima.

La mafia siciliana in passato richiedeva l’omicidio (di solito mirato) per l’affiliazione. La rete dei pedofili richiede un numero minimo di foto originali. La rete dello spaccio richiede almeno un buco. Anche la fratellanza ariana chiede l’omicidio (random!). I casi più estremi si registrano presso certe gang colombiane (omicidio di amici e parenti).

I criminali sono crudeli non perchè siano crudeli ma per problemi legati al sistema informativo che utilizzano. Devono costruirsi una fama in assenza del supporto dei canali tradizionali. Devono comunicare in modo inequivocabile, devono tagliarsi i ponti alle spalle ma soprattutto devono farlo sapere agli altri.

In una banda il ruolo più delicato è quello dell’addetto al reclutamento, di solito se ne occupa il capo. Spesso è il principale compito del capo. Il reclutamento della mafia siciliana era una procedura bizantina continuamente riformata. Chi sbagliava nel reclutamento ci lasciava le penne, come Lefty con Donnie Brasco.

Espongo brevemente un dilemma tipico dei reclutatori. Uno che osserva dall’esterno la fa facile: basta mettere alla prova il candidato (magari chiedendogli un reato dimostrativo particolarmente crudele), se l’esame non è superato ci sarà una punizione. Ma l’infiltrato messo alle strette potrebbe commettere il reato pur di non rischiare la pelle. In questo caso la prova non offrirebbe alcuna informazione. Bisogna quindi essere abili nel soppesare prove e punizioni, solo conoscendo questa arte si estraggono informazioni significative. 

Altro dilemma. L’ infiltrato deve scegliere se accreditarsi commettendo certi crimini pur di sventarne altri, se uccidere (dimostrando la propria fedeltà) pur di evitare una strage. Il reclutatore di una banda con progetti particolarmente devastanti dovrebbe allora proporre prove estremamente onerose, ma prove del genere sono un costo anche per l’organizzazione (anni di carcere). Che fare?

Un infiltrato di lusso come l’agente Joe Pistone (alias Donnie Brasco) nella sua autobiografia rivela molti segreti su come la mafia lo ha testato minuziosamente in un’altalena di strategie miste tra crudeltà e comicità. Superò tutto con grande abilità riuscendo a sgominare la famiglia Bonanno. Da allora la mafia tornò al reclutamento con omicidio dimostrativo.

P.S. Altre caratteristiche del criminale:

1) deve essere uomo d’onore: per ispirare fiducia;

2) deve essere un incompetente in altre aeree. Il classico “energumeno”. Provenzano non sapeva nemmeno prendere un aereo. L’incompetenza in tutti gli altri campi garantisce dedizione assoluta alla causa criminale. E’ un po’ come il celibato per i preti.

3) meglio se osserva la fedeltà coniugale. La qual cosa segnala affidabilità.

4) Ostentare il disprezzo per i soldi e l’apprezzamento per i valori e l’amicizia leale. La qual cosa segnala disinteresse ed equanimità. A questo punto meglio ricordare che la funzione primaria della mafia, per esempio, era quello di giudicare le dispute tra delinquenti. Un giudice deve essere equanime e disinteressato.

5) Meglio ostentare crudeltà. Serve a rafforzare vincoli e patti in assenza di un sistema giuridico formale.

6) Come hobby dedicarsi alle scommesse. E’ un campo in cui si puo’ segnala agevolmente la propria capacità di onorare gli impegni, anche i più imprevedibili.

7) Il criminale non deve essere curioso e non deve essere incline a far domande. Denota scarsa intelligenza e rende più affidabili.

 

 

 

 

 

 

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.