fahreunblog

I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Liberali, liberal e neo-liberisti

Si tratta di tre correnti di pensiero della modernità spesso confuse tra loro, anche a causa della denominazione ambigua. Forse vale la pena chiarire adottando un punto di vista cronologico:

1) i liberali si collocano in principio rivendicando la libertà religiosa, ma poi anche quella di espressione e i diritti individuali in generale. Vedono con favore l’associazionismo e l’autogoverno, fosse anche solo per il loro portato educativo (in questo senso i Padri Fondatori americani ne sono l’epitome). Nascono per contestare i privilegi di talune classi (nobili, proprietari terrieri, clero). Credono nelle virtù dell’ordine spontaneo dal basso in opposizione al piano socialista, hanno un approccio empirico “trial and error” che contrasta con il razionalismo dall’alto dei lumi alla francese. Mantengono una distinzione capitale tra giusto/buono e ingiusto/cattivo: una disgrazia è malvagia ma non ingiusta poiché l’ingiustizia implica un colpevole da punire che nel caso della disgrazia non c’è; l’aiuto a chi sta peggio è dovuto ma costituisce un precetto morale che si esplica nella filantropia. La loro concezione di libertà è negativa: libertà come non-interferenza. Sono essenzialmente ossessionati dalle intromissioni dello stato e l’eguaglianza che predicano è meramente formale: pari diritti (creati uguali). Nume tutelare: John Locke.

2) I liberal provengono storicamente dalle file dei liberali, ma cio’ che non sopportavano, più che i privilegi di alcune classi, erano le diseguaglianze che da essi derivavano. Una volta constatato che anche la società liberale produceva diseguaglianze sostanziali non molto dissimili, si sono prontamente smarcati cercando di introdurre una serie di correttivi sociali attraverso forme di interventismo (redistribuzione del reddito e regolamentazione) in grado di rimediare ai difetti della società liberale. Procedevano spesso pragmaticamente valutando caso per caso e ponendo qua e là pezze di circostanza. Lo stato per loro è lo strumento essenziale col quale realizzare il progetto egalitario (che chiamano di pari opportunità per distinguersi dai socialisti). La concezione della libertà che sostengono è eminentemente positiva: un uomo è libero quando puo’ fare certe cose, e lo stato ha lo scopo di spianargli la strada quando non ce la fa da solo (“rimuovere gli ostacoli” dice la nostra Costituzione): se si decide che libertà è poter mangiare lo stato deve garantire cibo a tutti, se si decide che libertà è poter volare lo stato deve fornire ali a tutti. Nume tutelare: John Dewey.

3) I neo-liberisti nascono allorché la società liberal palesa delle chiare inefficienze (alta spesa pubblica, alta tassazione, burocrazia invasiva). I neo-liberisti, spungono per un ritorno alle origini ma questa volta in nome dell’efficienza, chiedono meno regole e meno tasse a chi investe (i ricchi) ma, diversamente dai liberali classici, accolgono il principio di una rete di sicurezza purché sia uguale per tutti (tipo reddito minimo di cittadinanza). A volte questa rete è molto elevata, il che implica un’alta tassazione. Tanto per capirsi, un paese neo-liberista potrebbe essere la Danimarca: poche regole, privatizzazione diffusa dei servizi, economia estremamente aperta ma una rete di garanzie elevate per chi cade, il che implica tasse elevate (anche se non penalizzanti per i ricchi o le imprese: la progressività è inferiore anche rispetto agli USA e il carico fiscale per le imprese è minimo). Il neo-liberista è un razionalista e vede lo stato come uno strumento per realizzare il piano di una società improntata al mercato (ovvero all’efficienza economica), anche per questo l’eccessivo frazionamento dell’autorità politica (federalismo, associazionismo e corpi sociali intermedi) non è incoraggiato, il che lo espone all’accusa di “atomismo”. Nume tutelare: Milton Friedman.

lib

Due democrazie (incompatibili)

La democrazia puo’ essere vista come un buon modo per organizzare la scelta collettiva: in alcuni casi è costoso raggiungere l’unanimità cosicché adottare il principio di maggioranza conviene a tutti. Chi abita in un condominio sa a cosa mi riferisco. La democrazia della buona scelta è detta “democrazia deliberativa”, piace agli individualisti che comprendono i limiti dell’individualismo e sono talvolta disposti a fare delle eccezioni.

Ma la democrazia puo’ anche essere vista come un valore che coinvolge il singolo facendolo sentire parte integrante di un gruppo dotato di “volontà generale”. Attraverso la partecipazione appassionata si dà vita ad un entità collettiva che prende le sue scelte. In questo caso parliamo di “democrazia partecipativa”. Piace molto ai nipotini di Rousseau, per esempio i 5 stelle.

Sono due concezioni differenti, pensiamo solo all’opinione che nutrono verso la compravendita del diritto di voto. Chi sostiene la “democrazia deliberativa” è disposto a valutare se un simile espediente migliora la qualità delle scelte. Chi sostiene la “democrazia partecipativa” scarta a priori una simile situazione che, diminuendo la partecipazione e il coinvolgimento dei cittadini, impedisce di realizzare il corpo mistico della comunità.

Ora, Diana Mutz ha qualcosa d’importante de dirci: le due concezioni sono incompatibili in modo importante. Chi è un buon cittadino nella democrazia rappresentativa non lo è in quella deliberativa, e viceversa:

Drawing on my empirical work, I conclude that it is doubtful that an extremely activist political culture can also be a heavily deliberative one… As I explain in subsequent chapters, my empirical work in this arena has led me to believe that there are fundamental incompatibilities between theories of participatory democracy and theories of deliberative democracy…

Il cittadino non  puo’ “partecipare” attivamente al processo politico e al contempo decidere in modo lucido: chi partecipa si acceca.

Mi sembra una notizia bomba, pensate solo a questa conseguenza: chi ci invita “a partecipare”, magari andando alle urne o ad impegnarsi attivamente nella propria realtà sociale, contribuisce di fatto a peggiorare la qualità delle scelte democratiche.

Infatti, chi valorizza la buona scelta ed è disposto a sentire tutte le campane per orientarsi al meglio, è anche meno disposto a partecipare attivamente e a votare:

… Although diverse political networks foster a better understanding of multiple perspectives on issues and encourage political tolerance, they discourage political participation, particularly among those who are averse to conflict…

Chi per contro partecipa attivamente alla vita democratica si appassiona e conosce meglio le varie tematiche ma è anche più soggetto ad installare quei paraocchi che lo condurranno ad errori fatali nel momento della scelta:

… it is doubtful that an extremely activist political culture can also be a heavily deliberative one. The best social environment for cultivating political activism is one in which people are surrounded by those who agree with them, people who will reinforce the sense that their own political views are the only right and proper way to proceed…

Il partigiano è ammirevole per la sua conoscenza ma resta un cittadino dotato di un solo occhio, e quindi inaffidabile:

These partisans could easily be admired for their political knowledge and their activism, but they would be rather like what John Stuart Mill called “one eyed men,” that is, people whose perspectives were partial and thus inevitably somewhat narrow. As Mill acknowledged, “If they saw more, they probably would not see so keenly, nor so eagerly pursue one course of enquiry.”

Da un lato Mutz mette in evidenza il tipico motto dell’attivista politico:

… Religion and politics should never be discussed in mixed company…

Dall’altro passa in rivista autori prestigiosi che hanno sottolineato il valore di esporsi a idee differenti dalle proprie. Alcuni addirittura fanno di questa pratica la base della democrazia:

… For example, Habermas’s “ideal speech situation” incorporates the assumption that exposure to dissimilar views will benefit the inhabitants of a public sphere by encouraging greater deliberation and reflection… Communitarian theorists further stress the importance of public discourse among people who are different from one another… Perhaps the most often cited proponent of communication across lines of difference is John Stuart Mill, who pointed out how a lack of contact with oppositional viewpoints diminishes the prospects for a public sphere… According to Arendt, exposure to conflicting political views also plays an integral role in encouraging “enlarged mentality,” that is, the capacity to form an opinion “by considering a given issue from different viewpoints, by making present to my mind the standpoints of those who are absent…

[… Per inciso, non tutti sono disposti a valorizzare l’opinione altrui:

Acknowledging the legitimacy of oppositional arguments is warned against in a popular test preparation book (SAT): “What’s important is that you take a position and state how you feel. It is not important what other people might think, just what you think.”…]

Ad ogni modo, noi tendiamo a raggrupparci tra simili:

Social network studies have long suggested that likes talk to likes; in other words, people tend to selectively expose themselves to people who do not challenge their view of the world…

Non solo: più la società si presenta variegata più cerchiamo di rafforzare l’omogeneità del nostro gruppo (paradosso della diversità):

As sociologist Claude Fischer suggests, “As the society becomes more diverse, the individuals’ own social networks become less diverse. More than ever, perhaps, the child of an affluent professional family may live, learn, and play with only similar children

Non è un caso che la polarizzazione sia tipica delle società culturalmente più ricche e composite. Diversità di fatto e intolleranza spesso vanno insieme.

Non è affatto detto però che uscire dalla “parrocchietta” sia solo benefico: le nostre passeggiatine in territorio altrui possono risolversi in conflitti altrettanto sterili degli slogan cantati nella militanza.

Che via prendere? Ognuno scelga come crede ma non s’illuda di poter coniugare i valori della democrazia partecipativa con quelli della democrazia deliberativa:

… If neither homogeneous political networks nor heterogeneous networks are without deleterious consequences, what kind of social environment is best for the citizens of a democratic polity?         The thesis of this book is that theories of participatory democracy are in important ways inconsistent with theories of deliberative democracy…

 GREAT_BRITAIN_TG1037.jpg

 CONSIDERAZIONI FINALI

Non sono certo un adoratore della democrazia di per sé, se c’è di meglio che si cambi. Non credo alla mistica della “volontà generale” e della “comunità”, in questo senso privilegio la democrazia deliberativa ma mi accorgo anche che se le democrazie hanno un pregio è quello di non farsi la guerra tra loro e cio’  deriva per lo più dal fatto che il cittadino medio si sfoga “partecipando” liberandosi in questo modo dal demone dell’aggressività. Ebbene, se l’elemento partecipativo è inestirpabile, sulla scorta dell’insegnamento di Diana Mutz, rassegniamoci a sopportare a lungo le scelte sballate e incoerenti che le democrazie contemporanee ci regalano ogni giorno.

 

 

 

 

 

 

 

 

Pedinare l’ascoltatore.

Anziché prendere di petto il problema estetico e occuparci del “senso della musica” faremmo bene a battere una via alternativa: concentriamoci su chi comprende la musica e “pediniamolo” per saperne di più.

E’ la classica via “wittgensteiniana”: capire il senso di qualcosa osservando chi sa usarla in modo all’apparenza familiare. Una via comportamentista, potremmo dire.

Ma come capire chi capisce? Si va a tentoni lasciandosi guidare dal buon senso.

Ecco alcune categorie umane che mi sembrano delle buone candidate:

1) chi si commuove ascoltando musica. La musica evoca emozioni, se ti commuovi ascoltando evidentemente il messaggio è felicemente passato, difficile che sia passato per caso.

2) Chi ascolta molta musica per pura passione esente da ogni dovere esterno. Chi si diverte ad ascoltare parecchia musica ogni giorno, o comunque ne sente il bisogno, evidentemente c’ha capito qualcosa.

3) Chi spende molto in concerti e dischi. Il sacrificio economico resta un buon segnale.

4) Chi consuma musica in solitudine o comunque lontano da sguardi indiscreti: la passione musicale è socialmente apprezzata cosicché la tentazione di simularla al solo fine di acquisire prestigio presso terzi è forte (naturalmente il miglior modo per ingannare il prossimo è ingannare se stessi). Così come bisogna diffidare di chi non passa al libro elettronico (che non consente di esporre i propri “trofei” cartacei), diffidate anche delle vaste collezioni discografiche tenute ben visibili sugli scaffali di casa, potrebbero celare un tratto inautentico della passione musicale. Anche prediligere i concerti ai dischi deve far sorgere dei dubbi.

5) Chi si dedica ad un ascolto esente da competizione e/o da erudizione. Il sapere del vero appassionato deve avere natura casuale, qualcosa che resta addosso nonostante tutto in seguito al mero e continuato contatto con l’oggetto artistico. In questo modo possiamo escludere che si insinuino secondi fini.

6) Il critico: chi di mestiere ascolta e giudica la musica deve avere una certa passione per quello che fa, nonché una certa competenza. Il professionista è sempre molto “professionale”.

7) Il musicista: difficile stare molto a contatto con la musica travisandone il significato, prima o poi ci si fa un’idea. Tra i musicisti privilegio l’ improvvisatore. L’esecutore (e persino l’autore) potrebbe essere un automa, non è detto che “comprenda”. Ma l’improvvisatore non puo’ esserlo per definizione: quando la mera esecuzione di ordini cessa è più probabile una certa comprensione estetica della musica per giungere ad esiti felici. Cio’ non esclude che si possa produrre il bello in modo non-intenzionale, come quel pittore che pur disegnando accuratamente una faccia non ne coglie esattamente l’espressione: “capire la musica è capire una faccia” diceva Wittgenstein, la nostra guida.

8) I vecchi musicofili probabilmente comprendono meglio dei giovani: il loro bagaglio di esperienze è più ricco, e le esperienze di vita sono la materia prima su cui agisce l’immaginazione messa in moto dalla musica. Difficile che di fronte alla musica un vecchio si lasci prendere da passioni fugaci e modaiole che si rivelano poi inautentiche e con le gambe corte.

listen

Si tratta di categorie credibili?

Se la risposta è affermativa, allora il senso della musica assomiglia molto a quello che ho tentato di esporre qui, qui, qui, qui, qui, qui, qui, e qui. E probabilmente anche altrove🙂.

La politica delle quote fomenta gli stereotipi

Non si puo’ lottare contro gli stereotipi di genere e contemporaneamente per le quote rosa perché la seconda battaglia neutralizza necessariamente la prima.

E’ una conclusione che conoscono bene negli USA dove da decenni si tenta inutilmente l’integrazione razziale nei college agendo su entrambi i fronti: linguaggio politically correct e affirmative action.

man

Bastano pochi passaggi (ciascuno dei quali confermati da una caterva di studi) per portare a galla la ferrea logica sottostante.

1) La psicologia vede lo stereotipo come uno strumento conoscitivo per lo più accurato che prende in considerazione solo le informazioni rilevanti per gli scopi della persona che lo coltiva, tanto è vero che la razza viene esclusa nei contesti in cui non dà alcuna informazione utile.

2) Tendiamo naturalmente a separare i diversi e a dividerci tra “noi” e “loro” ma questo sempre su una base fattuale di fondo che ci renda utile la separazione introdotta. La divisione si dissolve poi qualora esista un problema comune che si affronta meglio collaborando.

3) Le quote razziali nelle Università americane si ottengono di solito abbassando la difficoltà dei test d’ingresso per i neri (se lo standard fosse unico il SAT medio di un asiatico sarebbe di 80 punti superiore a quello di un bianco medio e di 200 punti superiore a quello di un nero medio, una differenza che si fa sentire).

4) E’ dimostrato che nelle università i legami sono più intensi tra studenti di pari profitto.

5) Considerato quanto detto, in particolare il tipo di selezione all’ingresso, è naturale che tenda a formarsi un gruppo di studenti neri marchiato da stereotipi negativi potenti (anche se silenziati). Il problema è che si tratterebbe di stereotipi giustificati razionalmente proprio dalla politica del doppio standard.

Un meccanismo perverso come questo è chiaramente all’opera anche da noi dove non abbiamo problemi con la razza ma piuttosto con il genere. Presentarsi come “la presidenta” o “la sindaca” implica in chi giudica uno scetticismo  di partenza più o meno conscio, non a caso le quote rosa in politica si stanno affermando anche da noi. Ma anche laddove le quote derivino da una pressione sociale più che da una legge, l’allarme suona forte. Come non pensare al mondo del giornalismo?

La musica e il problema delle “altre menti”

Supponiamo che un robot simuli perfettamente i sentimenti umani, verrebbe spontaneo chiedersi se li prova veramente. in altre parole: ha esperienze reali?

Nessuno potrà mai dirlo poichè l’esperienza interiore è accessibile solo al soggetto che la prova e a nessun altro, non è qualcosa di comunicabile.

Non potendo osservare si puo’ solo inferire.

Nel caso si voglia stabilire se il super-robot sia un essere pensante ci  sarebbero sia elementi per concludere affermativamente (sembra comportarsi come noi) sia elementi per concludere negativamente ( la sua mente è diversa dalla nostra: per lui, ad esempio, “ricordare” significa andare a ripescare un’informazione archiviata fisicamente in una certa libreria ma nella mente umana non c’è nulla del genere: i nostri ricordi non sono archiviati fisicamente da nessuna parte, emergono non si sa come). Cosa concludere? Boh.

Il mondo è pieno di personaggi che sembrano pensare ma non pensano, il Conte Pëtr “Pierre” Kirillovič Bezuchov di Guerra e Pace, per esempio. Le sue meditazioni sono profondissime ma noi sappiamo che non ha alcuna vita interiore visto che è un personaggio di “carta” che sta in una storia dentro un libro.

D’altro canto, il mondo è anche pieno di personaggi molto modesti rispetto a noi uomini che però, probabilmente, hanno delle esperienze autentiche: i topi, per esempio.

Di fronte al dilemma delle “altre menti” alcuni tagliano la testa al toro scegliendo la via del solipsismo: non potendo sapere mi auto-proclamo l’unica persona dotata di vita interiore.

Altri scelgono la via materialista: non potendo sapere decido che la vita interiore sia una mera illusione e mi levo di mezzo il problema.

Le ritengo entrambe assurde. Molto meglio “inferire”, provarci almeno. Ma come? Con la musica, per esempio.

celebration

Altrove ho definito la musica (e l’arte in generale) come un fenomeno in cui cerchiamo il bello, ovvero un’esperienza di verità e comunione reciproca.

Questo valeva senz’altro nel passato: il membro della tribù che danzava cantando con trasporto per ore testimoniava il suo coinvolgimento e la sua fedeltà autentica al gruppo, in questo senso la musica era parte essenziale di un “giuramento” (verità). Inoltre, il coordinamento tra i danzatori era un chiaro simbolo della coesione tribale (comunione).

Ma almeno dall’800 la fruizione della musica sembra cambiata in radice, la si ascolta in raccoglimento meditando o immaginando da soli, meglio la cameretta della sala da concerto. Tuttavia, resta intatta la sua funzione di produrre il bello grazie al vero e alla comunione. Il ragionamento è questo: la musica evoca delle emozioni che noi identifichiamo come autentiche rapportandole alle nostre, ovvero quelle vissute nella nostra vita. Questa coincidenza ci fa inferire l’ esistenza di un’ “altra mente” con una vita interiore affine alla nostra. Questo conforto nel riconoscere e nell’essere riconosciuti genera un senso di bellezza.

La musica, e l’arte in genere, puo’ essere vista come una tensione verso il problema delle “altre menti”: scopro (o tento di farlo) la natura dell’altro (verità) entrando in comunione con lui attraverso la condivisione delle esperienze più intime.

Scienza e religione sono in conflitto?

Innanzitutto, la gente pensa che lo siano?

In genere sì, ma per le ragioni sbagliate. Per esempio, molti ritengono che scienza e religione confliggano sul tema dell’aborto (?!), oppure su quello dei miracoli, oppure ancora su quello dell’evoluzione.

Ma questi presunti conflitti sono stati e possono essere facilmente delucidati con buona pace di tutti, cosicché siamo autorizzati a pensare che non esista una credenza di conflitto genuino ma solo una sensazione irrazionale di conflitto.

In secondo luogo è naturale chiedersi se nella storia sia mai esistito un conflitto. Secondo gli studiosi più accreditati in materia (faccio i nomi di John Hedley Brooke, David Lindberg e Ronald Numbers) sembra che le relazioni tra scienza e religione sino state molto complesse ma per lo più positive, anche se non sono mancate le scintille.

Keplero guardava al suo lavoro come ad una “preghiera”, Robert Boyle considerava lo scienziato come un “prete della natura”. Molti scienziati furono animati da uno spirito religioso, compreso Isaac Newton, il quale si augurava che i suoi Principia Mathematica corroborassero la fede. Bacone inquadrava la scienza come un modo per realizzare il comando divino del dominio dell’uomo sulla natura e il progresso come un mezzo per realizzare la carità.

Vedere la teologia come una scienza (nel senso di pensiero rigoroso) favorisce il reciproco rispetto e la fruttuosa collaborazione.

Certo, ci fu anche Galileo, ma la Chiesa qui ebbe un comportamento anomalo, dopodiché andrebbe sempre ricordato che le prove addotte da Galileo a sostegno della sua teoria erano estremamente fragili proprio da un punto di vista scientifico, in questo senso i problemi stavano altrove, e qui si introduce la questione più vasta della libertà di pensiero.

E Darwin? Vantava sostenitori tra gli uomini di fede e detrattori tra gli scienziati.

Altri esempi di “conflitto” – quelli classici sostenuti nel loro famoso libro da Draper e White – appaiono agli storici contemporanei come discreditati o quanto meno complicati: l’assassinio di Ipazia, la terra piatta, il bando delle dissezioni, la scomunica delle comete, il processo a Giordano Bruno.

E da un punto di vista teorico? C’è lo spazio per un conflitto tra scienza e fede?

Si cerca di evitarlo il conflitto rimarcando i diversi ambiti di competenza, nonché la compatibilità e la sinergia in fase di raccordo delle due visioni. Gli “armonizzatori” sostengono che l’uomo razionale pienamente realizzato trova nella religione il suo naturale completamento. Il filosofo Ray Monk ci ricorda che molti problemi non hanno una risposta scientifica, e si tratta per lo più delle cose che contano di più nelle nostre vite: speranza, amore, verità, bellezza, bontà…

Prendiamo per esempio la questione del libero arbitrio dell’uomo: negarlo completamente ci sembra assurdo, eppure chi parte dall’assunto che “la scienza e solo la scienza spiega tutto” giunge a questa strana conclusione deterministica. Per tenere una posizione più ragionevole non dobbiamo certo rinunciare alla scienza, né tantomeno entrare in conflitto con essa, basta rinunciare al dogma “la scienza e solo la scienza spiega tutto”, che, si badi bene, non ha nulla di scientifico, è un mero assunto filosofico (in particolare di una filosofia  che chiamiamo “scientista”). Riconoscere il libero arbitrio, tra l’altro, ci conforta nelle nostre imprese, tra cui anche quella scientifica, e costituisce una solida base per il riconoscimento delle libertà civili, tra cui la libertà di sperimentare che è fondamentale per lo sviluppo scientifico.

Il raccordo tra scienza e fede oggi è più facile poiché ci si è accorti che i due pensieri non sono così distinti come si pensava. I neopositivisti credevano che le teorie scientifiche fossero verificabili, oggi grazie a Popper sappiamo che non è così. Popper credeva che una teoria scientifica è sempre falsificabile, oggi grazie a Kuhn e Lakatos sappiamo che non è così. Gli empiristi credevano che la realtà sperimentale fosse un banco di prova univoco, oggi grazie a Quine sappiamo che per ogni esito sperimentale esistono infinite teorie congruenti. Si credeva che solo la teoria scientifica fosse impermeabile agli errori logici, ma Russell fece notare come l’impresa scientifica si fondasse invece su una logica fallace come quella induttiva (dopodiché tentò un rappezzo saltato letteralmente in aria per opera di Godel). Carnap pensava che solo la scienza fosse genuina conoscenza in quanto “credenza vera e giustificata”, ma Gettier dimostrò che la conoscenza non equivale affatto ad una “credenza vera e giustificata”. Monod e i suoi accoliti pensavano che la scienza è scienza se esclude dal suo resoconto il soggetto, la fisica subatomica ci dice che il solo postulare la presenza di un osservatore influenza il comportamento della materia. Kant e Hume pensavano che la spiegazione scientifica non ricorresse mai ad entità metafisiche non osservabili sperimentalmente, ma a partire da John Dalton quasi tutte le teorie scientifiche prevedono l’esistenza inverificabile di entità astratte (dal quark, all’anti-materia, al bosone di Higgs eccetera). Via via i tentativi di “demarcare” in modo rigoroso non hanno tenuto botta cosicché oggi pensiero religioso e pensiero scientifico sfumano l’uno nell’altro senza quella soluzione di continuità che i “separatisti” alla Gould, magari con l’intenzione di difendere l’incolumità del primo, postulavano.

Lo scientista (da non confondere con lo scienziato) ci dice che ogni credenza fondata deve partire dai cinque sensi. Ma già Cartesio dubitava: per l’uomo il fatto di avere dei pensieri costituisce un’evidenza di per sé ancor più solida dei cinque sensi. perché mai dovrei sacrificare questo chiaro portato della ragione? Lo stesso puo’ dirsi per il nostro libero arbitrio, oppure dell’esistenza di cause. Insomma, il materialismo (chiaramente incompatibile con la fede) non è la filosofia della scienza ma solo una delle tante filosofie possibili. E’ un po’ difficile sostenere che chi postula l’esistenza dei pensieri non sia un uomo ragionevole e quindi poco adatto all’impresa scientifica!

La simbiosi tra i due pensieri impone al religioso di imparare dallo scienziato: il cristianesimo, per esempio, si occupa sia delle anime che dei corpi, trascurare questi ultimi ci fa cadere nell’eresia manichea. E’ giusto quindi che ogni scoperta scientifica importante muti in qualche modo la nostra fede, la sua intensità e il modo di concepirla. Ma anche lo scienziato deve guardare alla religione, e non solo per i motivi detti più sopra. Per esempio, negare a priori l’esistenza della mente (anima) o della libertà (indeterminazione) costituisce una negazione dell’evidenza più plateale: è immaginabile un comportamento più anti-scienfico della negazione delle evidenze? Offro poi un esempio più specifico: recentemente il concetto di “pensiero simbolico” ha guadagnato l’attenzione degli antropologi candidandosi a marca specifica dell’umano: siamo una “specie simbolica” sostiene il neuro-antropologo Terrence Deacon! Difficile non vedere anche qui un punto di contatto tra scienza e religione.

glass-4

Oggi possiamo concludere che anche dal punto di vista teorico religione e scienza possono convivere grazie alla loro base comune: sono entrambi pensieri probabilistici e come tali condividono una radice soggettiva. La demarcazione è una questione di “gradi”, l’uomo ragionevole opta via via per i “gradi” più affidabili ma su molte questioni, purtroppo quelle più importanti, non esistono gradi molto affidabili, cosicché cio’ che chiamiamo “religione” puo’ diventare la scelta più razionale a tutti gli effetti.

 

 

 

 

Contro il relativismo etico

Degno di nota come la più parte dei filosofi, essendo in fondo del medesimo parere sul bene e sul male, non s’accordassero mai per l’incertezza del significato delle parole da essi usato.

Carlo Dossi – Note Azzurre

E’ un po’ difficile nel XXI secolo proporsi contro il relativismo etico ma spesso le difficoltà derivano da confusione nei termini utilizzati discutendo, una volta chiariti la strada è spianata.

Primo chiarimento: il relativista genuino sostiene che i giudizi etici siano relativi, ovvero che TUTTI i giudizi etici siano relativi, ovvero che NON ESISTANO giudizi etici OGGETTIVI. Di conseguenza, se alcuni giudizi etici sono relativi ed altri oggettivi, il relativismo è confutato.

Secondo chiarimento: il contrario del relativismo è l’oggettivismo e non l’assolutismo (che non esiste).

Terzo chiarimento: c’è chi vede il relativista come un tale che colloca il bene e il male nel cuore dell’uomo e non nelle cose. Se non c’è un uomo a giudicare allora non c’è nemmeno bene o male. Ma questa valutazione è sbagliata, si parla in questi termini dell’anti-realista e non del relativista. Un’ etica anti-realista puo’ essere anche oggettivista.

Quarto chiarimento: l’oggettivista sostiene che esistano dei valori etici oggettivi, ancorché non siano necessariamente  conosciuti o conoscibili con precisione. E’ importante distinguere le due cose, qui ci occupiamo solo della prima.

Quinto chiarimento: sia chiaro che la discussione sul relativismo prescinde dal problema della tolleranza; questo va detto perché alcuni relativisti sono tali in quanto preoccupati che assumere una posizione diversa ci renda intolleranti. Innanzitutto, un argomento non è valido per le conseguenze psicologiche che derivano dal condividerlo o meno. In secondo luogo, se la tolleranza piace tanto, si costruisca un valore in questo senso. Anzi, la tolleranza dell’oggettivista è senz’altro più affidabile di quella del relativista. Locke, il maestro di ogni tolleranza, era un oggettivista, tanto per dire. I comunisti, relativisti in materia etica, hanno dato vita a regimi opprimenti. Anche Hitler relativizzava la morale facendo prevalere la razza e la volontà umana, ma questo non fece di lui una persona più tollerante. 

devil

Il primo argomento “contro” il relativismo sostiene che un’etica priva di fondamenta come il relativismo conduce necessariamente al nichilismo. Se nulla è vero fino in fondo, l’unica verità resta l’arbitrio.

Si risponde: ci sono linguaggi di “primo ordine” (“uccidere è sbagliato”) e linguaggi di “secondo ordine” (“la mia etica è relativista”) che possono e devono essere tenuti separati poiché si riferiscono a sfere della comunicazione differenti. Non ha senso confondere i piani parlando di contraddizioni del relativismo.

Questa posizione però non è la nostra posizione standard nei linguaggi ordinari, non ha senso per noi dire: “gli unicorni non esistono ma quello è un unicorno” giustificandoci col fatto che la prima è un’affermazione di principio (secondo ordine) e la seconda di fatto (primo ordine). Di conseguenza, la difesa relativista è debole.

Il relativista fa notare il disaccordo generalizzato sui valori: ogni civiltà ha i suoi valori, come è possibile sostenere l’universalità dell’etica! Forse però si esagera: coraggio, onestà e gentilezza sono apprezzati ovunque, per esempio. I disaccordi, poi, ci sono anche nella storia, nelle scienze sociali,  o in cosmologia, cio’ non significa che queste materie siano svuotate da ogni oggetto concreto di discussione. In ambito etico i disaccordi risultano più evidenti solo perché la materia è  interessante e tutti se ne occupano dicendo la loro, spesso a vanvera.

Alcuni relativisti fanno notare che BENE e MALE sono enti e che quindi escluderne l’esistenza rende la teoria etica più semplice, cosicché l’onere di provare il contrario spetta agli oggettivisti.

Francamente, penso che nessuno diventi relativista per questo fatto. Dopodiché è buona cosa privilegiare la semplicità pratica a quella filosofica: è indubbio che l’oggettivismo si coniughi meglio con il senso comune. Faccio poi un parallelo eloquente: e se qualcuno sostenesse che considerare i numeri come delle realtà oggettive complichi la nostra visione del mondo e che quindi la matematica, fino a prova contraria, sia qualcosa di soggettivo? E se qualcuno sostenesse che gli oggetti reali, essendo degli enti, complicano la nostra filosofia e che meglio sarebbe considerarli mere illusioni, almeno fino a prova contraria? E’ davvero più semplice pensare in questo modo o pensare che le evidenze siano tali? Se vedo, sento e tocco qualcosa perché mai dovrei pensare in prima battuta ad una cervellotica illusione? La semplicità non è data solo dal numero di enti che introduco nella mia filosofia ma anche dalla complessità delle relazioni che li connettono.

Il relativista fa spesso appello alla fallacia naturalistica: da un “essere” non puo’ derivare alcun “dover essere”, come sostiene l’oggettivista che riconosce il bene e il male dalle proprietà oggettive di un fenomeno.

Tuttavia, anche qui, la matematica funziona un po’ come l’etica per gli oggettivisti: tu non puoi ottenere una dimostrazione facendo appello unicamente alle definizioni, occorrono altre intuizioni fondamentali a supporto (assiomi) che guidino il ragionamento. E così per l’etica: guardare un fenomeno esercitando le proprie intuizioni fondamentali ci consente di trarre giudizi etici, ovvero di passare dall’ “essere” al “dover essere”.

Esempio: se il comunismo ha causato decine di milioni di morti sono autorizzato a dire che è un sistema di governo moralmente deprecabile, ovvero sono autorizzato a passare dall’”essere” al “dover essere” superando la fallacia naturalista.

devil_vs_jesus_by_ongchewpeng-d1mopu8

Ad ogni modo, ci sono diverse forme di relativismo, non dovremmo fare di tutta l’erba un fascio ma affrontarli separatamente: alcuni relativisti molto semplicemente credono che rendere universali certi giudizi etici sia scorretto, altri che tali giudizi in realtà siano emozioni mascherate (“sbagliato!”=”accidenti!”) e altri ancora che in realtà i giudizi morali esprimano una preferenza (“è giusto”=”mi piace”). Infine, alcuni relativisti considerano i precetti etici nient’altro che convenzioni sociali.

Sostenere che non esistano giudizi di valore generalizzabili è semplicemente confutato dal fatto che nessuno ci crede fino in fondo. Caino ha sbagliato nell’uccidere Abele per invidia, voglio vedere chi se la sente di sostenere il contrario.  Ma che si possa farlo è proprio cio’ che crede il relativista ingenuo. Ed evito di introdurre certe azioni di personaggini come Hitler, Stalin, Manson eccetera.

Che i giudizi morali siano emozioni a me non sembra. Innanzitutto, perché io non li sento tutti come tali, molti sono giudizi freddi, a volte fatti addirittura in un contesto semi-ludico o astratto (gli esperimenti mentali, per esempio). In secondo luogo, sento che posso chiedermi con naturalezza se siano veri o falsi, cosa che di fronte ad una mera emozione non avrebbe senso. Infine, mi basta guardare alla loro struttura linguistica, sono ordinati come un normale giudizio: soggetto, predicato e complemento. L’ “accidenti!” delle emozioni è qualcosa di disarticolato, pura esclamazione. Osservo poi che alcuni psicologi puntano a levarci il senso di colpa facendoci capire che non abbiamo fatto nulla di sbagliato. Qui il circuito è addirittura il contrario di quello asserito dai relativisti!: capire con la ragione (che viene prima) per non avere più emozioni sgradevoli.

E che dire di chi ritiene che quando dico “giusto”, dico in realtà mi piace”? Che è contraddittorio: a volte ritengo giusti certi comportamenti che non mi piace affatto dover tenere.

E chi parifica il giudizio etico alle convenzioni sociali? Basta un esperimento mentale per far traballare l’obiezione: se domani il governo decidesse che si guida tenendo la sinistra riterrei il provvedimento estremamente scomodo ma non certo sbagliato (dal punto di vista etico è neutro). Se invece il governo decidesse che le donne non possono più andare più a scuola la mia coscienza etica si rivolterebbe, ma per la sostanza non per la scomodità. Evidentemente la seconda misura non tocca solo mere delle convenzioni.

Spero che la combinazione di chiarimenti + argomenti sia ora sufficiente a mostrare la posizione relativista come poco rigorosa e dettata solo da preoccupazioni di ordine psicologico.

Contro la medicalizzazione della società

Un tale spara sulla folla, viene catturato e messo in cella, che farne?

E’ pazzo? Forse sì: non ha il controllo sulle sue azioni.

O forse no: semplicemente per qualche perverso motivo gli piace l’idea di sparare sulla folla e oggi ha deciso di farlo.

Come scegliere tra le due opzioni? Follia o preferenza estrema?

Il dilemma vale per il pazzo, per il drogato, ma anche per il bambino distratto: medicalizzare o moralizzare?

Lo stragista si realizza uccidendo il prossimo che non conosce? All’alcolizzato piace il vino? Il bambino distratto preferisce fare il lazzarone?

Le ho provate tutte per capire come giudicare in modo rigoroso ma nulla mi soddisfa. Si va a spanne in modo del tutto inaffidabile.

Davvero, non capisco come agiscano i “periti” di un processo che lascia adito a dubbi del genere (e ce ne sono tanti!): secondo me in base a mere convenzioni del tutto arbitrarie. Non mi fido molto di loro.

Del resto, tutti conosciamo la vicenda dell’omosessualità: è stata tolta dal novero delle malattie per alzata di mano nel congresso di psichiatria del 1972  senza che la scienza avesse prodotto nulla di nuovo in materia. Mere convenzioni.

C’è chi la fa facile: poiché non riesco a capire le preferenze dello stragista, allora non le considero “preferenze” ma patologia. Alla faccia del rigore! francamente, non saprei se sia più pericoloso chi pensa in questo modo o lo stragista (che se va al potere giudicherà probabilmente con lo stesso criterio tutti noi che ora ci reputiamo “normali”).

Altri dicono: guarda se si pente. L’assunto: quando una presunta “preferenza estrema” è volatile allora non è una vera preferenza. Ahimé, pentirsi è un atto assai sospetto quando pentirsi conviene. Il drogato che implora il tuo aiuto per “uscire dal tunnel” potrebbe cercare una scusa per ottenere qualcosa a basso prezzo. La medicalizzazione della scuola scusa (e dà privilegi) a chi fornisce basse prestazioni….

D’altronde, l’alcolizzato beve quando potrebbe evitarlo: se gli offri una somma di denaro per non bere quel bicchiere lui si astiene e incassa, chiara dimostrazione che puo’ farlo se solo lo volesse. Gli economisti hanno notato che quando il costo dell’eroina aumenta i consumi decrescono, alla faccia della dipendenza.

Alcuni puntano forte sul ruolo delle medicine: se una preferenza cambia assumendo delle medicine, allora non è una preferenza ma una malattia. Non mi convince: posso essere più disinibito bevendo un bicchierino, ma questo non significa che la vergogna sia una malattia. Così come io bevo un bicchierino per risolvere i miei problemi umorali, nulla vieta al depresso di prendersi il prozac o altre medicine senza per questo dover essere considerato malato.

Sento dire: solo il folle si sbaglia di continuo senza imparare la lezione! Sbagliato, anche molti che reputiamo sani fanno lo stesso, i bias sistematici sono acclarati. Molte convinzioni scientifiche fondate (dall’evoluzione all’età della terra) non sono credute vere da molti, ma non siamo per questo in presenza di folli.

Poi c’è il “chimico”: quando agiamo in virtù di eventi chimici che accadono nel nostro cervello, allora non possiamo parlare di “preferenze”. Ma anche qui giungiamo subito ad un punto morto: gli eventi e i comportamenti possono essere correlati ma sul nesso di causalità la scienza è silente. E poi, anche l’obeso ha un metabolismo strano ma non per questo l’obesità è necessariamente una malattia, mantenere un peso forma è nelle sue possibilità, anche se richiede uno sforzo maggiore.

cerott

Torniamo al dilemma: follia o preferenza? Moralismo o medicalizzazione? Qui mi sa che bisogna prendere posizione senza molti elementi concreti a supporto, facendo prevalere la convenienza sociale. Seguendo le orme di William James o Blaise Pascal: se un problema metafisico non ha una soluzione che s’impone allora è bene soppesare le conseguenze delle soluzioni in concorrenza.

E allora vediamole queste “convenienze”.

L’approccio moralista produce i migliori incentivi: se sei responsabilizzato ti impegnerai di più a prescindere dai tuoi limiti.

L’approccio medico non inficia l’adozione delle migliori terapie: se sei malato verrai curato meglio.

Ora, l’approccio moralista non pregiudica le cure: il fatto di essere responsabile non mi impedisce di prendere una pastiglia d’aiuto.

Al contrario,  l’approccio medico pregiudica gli incentivi: se sono malato ho diritto a corsie preferenziali.

E’ chiaro che il primo approccio s’impone.

Obiezione: ma facendo la scelta moralista non produciamo giudizi sballati?: ok, un ciccione potrebbe astenersi dal mangiare l’ennesimo panino se solo lo volesse ma cio’ non toglie che forse per lui l’operazione è più difficile che per me, giudicarlo è rischioso.

Risposta: ma questo si è sempre saputo e il problema è stato superato: esiste una giustizia umana e una giustizia divina; noi abbiamo diritto ad esprimere un giudizio morale su un comportamento sbagliato ben sapendo che quello definitivo sulla persona lo pronuncerà solo chi puo’ osservare tutte le variabili in campo.

Ma il mondo secolarizzato ha espulso il tribunale divino dal suo orizzonte cosicché la “medicalizzazione” della società avanza a passi da gigante.

La felicità è di sinistra?

In molti si chiedono come si possa studiare a fondo il tema della felicità umana e non essere di sinistra. La cosa risulta inspiegabile.

Migliorare la vita a chi sta già bene – per esempio abbassando le tasse – non fa grande differenza mentre dare a chi non ha nulla fa un’ enorme differenza.

Tutti più uguali, meno invidiosi, più felici…

Solo la sinistra al potere puo’ fare di questo mondo un posto migliore.

happi

Il ragionamento però non tiene conto di alcune considerazioni che gli studiosi della felicità conoscono bene:

1) gran parte dei poveri è già felice, il cosiddetto “adattamento edonico” li protegge.

2) I beni materiali contano molto meno di un buon matrimonio o di un lavoro che piace.

3) La felicità dipende più dal carattere che dagli eventi esterni (avete presente che fine fa chi vince la lotteria?). Paperone è mediamente più ingrugnato di Paperino, urge forse trasferimento di denaro dal secondo al primo?

4) La chiamano avversione alle perdite: togliere a qualcuno produce più dolore di quanto piacere faccia ricevere.

5) La coercizione è uno strumento problematico, esempio: religione e matrimonio ci rendono mediamente più felici (è un fatto): il progressista è disposto a renderli obbligatori? No? E allora sia coerente.

6) Chi si accontenta gode. La cultura del piagnisteo, tanto caro alla sinistra piazzaiola, sembra ostacolare il godimento anziché favorirlo.

7) Avere un lavoro conta più del reddito in tema di felicità.

8) Uscire dalla povertà assoluta ci rende più felici ma in povertà assoluta vive per lo più il potenziale immigrato dai paesi poveri; la difesa del welfare e della regolamentazione sono due tic della sinistra che ostacolano la sua venuta. Quanta felicità buttata a mare!

9) Il paternalismo ci dà risorse ma ci toglie controllo e responsabilità sulle nostre vite. Ebbene, “controllo & responsabilità” sono due ingredienti importanti nella ricetta per la felicità. Vivere da mantenuti non è uno spasso come si crede.

10) L’ Europa è più a sinistra degli USA ma è anche più infelice.

11) Il Comunismo ha creato miseria spirituale anche a prescindere dal reddito pro-capite.

Come se non bastasse, la politica paternalista sembra incoerente, almeno in democrazia: si assume che le persone commettano errori, da qui la loro infelicità. Ma se è così come puo’ la democrazia fare la scelta (paternalista) corretta per aumentare la felicità di tutti? Una politica impossibile è una politica sbagliata.

Per contro, la ricetta economica della felicità diffusa sembra ben poco di sinistra: meno regole => più lavoro => più immigrazione => più crescita => meno povertà assoluta.

 

 

La rieducazione del criminale

Una società ideale rieduca i condannati? Deve farlo? Perché? Come? Funziona? Per abbozzare una risposta meglio partire dall’inizio.

I cattivi vanno scovati e puniti. In questo modo avremo meno cattivi in circolazione: a nessuno piace essere castigato. Si chiama “effetto deterrenza”, costituisce da sempre la funzione cardine della pena della pena.

Purtroppo, non sempre riusciamo a trovarli. Fortunatamente c’è una soluzione: possiamo inasprire le punizioni in modo da compensare la possibilità di farla franca.

Ma non è tutto: scovare i criminali è costoso. La soluzione ottima è non gettare molte risorse in attività costose: licenziamo la polizia e aumentiamo le pene, l’ “effetto deterrenza” resta garantito e le risorse risparmiate possono essere investite in nobili cause.

Nella società ideale “effetto deterrenza” e “rieducazione” coincidono: il criminale, dopo aver fatto i suoi conti, non pecca più.

Il ragionamento in sé non fa una piega. E certo, non è mio, è di Gary Becker, c’ha preso pure il Nobel.

crime

Purtroppo, nella realtà le cose non sembrano funzionare in questo modo, i criminali sono un po’ come i bambini: poco interessati al futuro, specie se lontano. E le eventuali pene sono collocate nel futuro, a volte molto lontano.

Chi ha problemi a gestire le emozioni e a frenare gli impulsi calcola male le conseguenze delle sue azioni.

Oltre una certa soglia esacerbare le pene riempie le prigioni piuttosto che creare deterrenza, e le prigioni sono l’ Università del crimine.

I criminali sono come bambini e nessuno di noi adotterebbe la soluzione economicamente ottimale per i bambini: meno controllo (con relativi risparmi) e punizioni più dure. E’ il modo migliore per crescere un criminale!

Di solito l’approccio coi bambini è diverso: regole chiare e coerenti con punizioni immediate a chi sgarra.

L’immediatezza serve a far cogliere l’associazione tra marachella e castigo.

La chiarezza serve a far sapere con certezza cos’è una marachella.

La coerenza serve a massimizzare la conoscenza con il minimo di esperienza (se so perché vengo punito quando rubo i biscotti so anche che verrò punito se rubo la torta, non c’è bisogno di sperimentarlo in prima persona).

I criminali sono bambinoni, per loro contare fino a dieci è decisivo: quando lo fanno i delitti si dimezzano. Ma se sono dei bambinoni forse con loro funziona la soluzione idonea per l’infanzia: punizioni lievi e regole chiare, coerenti e con applicazione immediata.

Ma come si traducono in concreto le considerazioni fatte finora? Per esempio così: leggi ben scritte favoriscono la chiarezza. Più polizia favorisce la coerenza. Migliori tribunali favoriscono l’immediatezza. Contare fino a dieci (terapia comportamentale) contrasta la recidiva.

Potremmo chiamare tutto cio’ “rieducazione” del criminale nella società ideale.

Quando uno pensa alla funzione rieducativa della pena pensa di solito a lezioncine civiche e reinserimenti. In realtà i criminali non sono proprio dei bambini, non trasciniamo troppo oltre la similitudine, sono in realtà dei “bambinoni”: e come si rieduca un “bambinone”? Ripeto:

1) Con leggi più chiare.

2) Con più polizia nelle strade.

3) Con tribunali più celeri.

4) Insegnando a contare fino a dieci.