Monetarismo di mercato

Cos’è?

Una strategia per affrontare le crisi finanziarie ed economiche. Probabilmente la più convincente oggi sul tappeto, almeno dal punto di vista accademico.

Innanzitutto due parole su cosa sia una crisi economica.

Tentenno sempre quando affronto il tema macroeconomico, è talmente complesso e sfuggente. Io stesso sento di continuo che il discorso è sul punto di sfuggirmi di mano, le variabili in gioco sono talmente numerose che governarle con un semplice modello è impossibile.

Partiamo comunque con il caso più elementare: possiamo avere una crisi perché produciamo merci che non interessano a nessuno. In questo caso bisogna semplicemente cambiare business. La transizione crea un’inevitabile crisi.

Crisi del genere vengono chiamate “crisi dell’offerta” poiché c’è qualcosa che non va nell’offerta.

Ma le crisi più discusse sono quelle “di domanda”, quelle generate dal panico. Vale la pena allora di capirle un po’ meglio. Il caso che studierò è, penso, quello più comune.

Quando sul mercato si presenta qualcosa di molto innovativo, tutti gli operatori ne sono attratti.

[… e qui già capiamo come crisi e innovazione siano strettamente collegate. Da questo punto di vista speriamo che le crisi non finiscano mai…]

In quell’innovazione sono in molti a “vedere il futuro” e nessuno vuole perdere il treno.

Avere a che fare con qualcosa che appare innovativo fa bene anche alla nostra immagine.

Fa figo pagare con una “criptovaluta”. Fa figo fondare una start up. Fa figo creare un’ app. Fa figo investire in titoli collaterali. Fa figo speculare in Cina… Fa figo essere “avanti”.

La novità attrae talmente che pur di partecipare ci indebitiamo.

Purtroppo, noi non capiamo bene come funziona cio’ che è nuovo. Altrimenti non sarebbe realmente nuovo. Non capiamo bene internet, non capiamo bene il bitcoin, non capiamo bene i derivati…

Le crisi sono più che altro frutto di ignoranza che di avidità.

Ma dopo un po’ i nodi vengono al pettine e questa mancata comprensione si concretizza in una serie di fallimenti.

Il fatto che degli imprenditori falliscano ci fa capire che ogni “crisi di domanda” contiene in sé anche una crisi di offerta. Il sistema produttivo deve ristrutturarsi anche nelle “crisi di domanda”. Le “crisi di domanda” pure non esistono, sono sempre innescate da un fallimento sul piano dell’offerta.

Ma proseguiamo la nostra narrazione: molta gente si ritrova col culo a terra. Spesso si tratta di gente che ha investito a debito e che trascina con sé i propri creditori, i quali trascinano con sé i propri creditori e via dicendo.

La catena dei prestiti puo’ essere talmente intricata che prima o poi cominciano a cadere anche degli “insospettabili”.

Nel momento in cui la cosa ci tocca un brivido di terrore percorre la nostra schiena e ci paralizza.

Nessuno più spende, nessuno più investe, tutto si ferma. Ci si mette l’elmetto e si entra in trincea preparandosi al peggio.

Un’economia dove tutto si paralizza è un’economia in cui vanno in crisi anche i soggetti sani.

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Processi simili si realizzano anche nel mondo naturale.

Il mimetismo batesiano è caratterizzato da una situazione in cui una specie innocua (il mimo) si evolve per imitare i segnali di allarme di una specie pericolosa (il modello) al fine di difendersi dai predatori.

Per esempio, serpenti corallo (velenosissimi) hanno bande rosse, gialle e nere, mentre il serpente scarlatto (innocuo) ha gli stessi colori in un ordine diverso.

Gli predatori di serpenti temono a ragione quelli velenosi e  farebbero bene ad evitare i primi, ma mantenere la stessa guardia alta con i secondi è un puro spreco di energia.

Sfruttando in modo parassitario il segnale di allarme dei serpenti corallo, il “mimo” batesiano ottiene lo stesso vantaggio del “modello” senza dover investire energie biologiche nel produrre il veleno.

Nella concorrenza tra serpenti il “modello” diventa perdente e lentamente si perde la capacità di produrre veleno, ma a risentirne sono anche i predatori che, confusi dai parassiti, si muovono ora con i piedi di piombo in ogni occasione.

Nell’analogia il veleno è l’innovazione e l’incertezza che si diffonde tra i predatori equivale al panico che si diffonde tra investitori e consumatori nel corso di una crisi.

Insomma, i “finti” innovatori sono alla base di moti guai, in economia come in biologia.

 

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Ma torniamo all’economia. Come se ne esce?

L’economia classica ci dice che in situazioni del genere basta abbassare salari e prezzi per riportarsi lentamente nella situazione originale.

Con prezzi più appetibili il consumatore congelato si riscalderà e tornerà a comprare. D’altro canto prezzi più bassi manterranno costanti i salari reali (w/p), anche in presenza di una diminuzione dei salari nominali (w).

Sembrerebbe del tutto naturale abbassare prezzi e salari: prima di fallire è normale che provi a sopravvivere abbassando i prezzi. Prima di licenziare è normale proporre un abbassamento dei salari ai dipendenti.

Eppure l’evidenza dimostra che prezzi e salari sono rigidi, che l’aggiustamento classico non funzione.

Non si sa bene perché gli imprenditori non abbassino i salari: forse una legge lo vieta, forse i contratti sono pluriennali, forse non vogliono apparire “cattivi”, forse non vogliono demoralizzare il personale, forse non vedevano l’ora di licenziare già da prima della crisi.

[… questo ci fa anche capire che la prima misura anti-crisi, quella di cui nessuno parla perché gli economisti danno per scontata,  è luna profonda deregolamentazione estesa a tutti i settori in modo che prezzi e salari possano collassare…]

Sta di fatto che prezzi e salari non si abbassano, e il sistema non si riequilibra.

A questo punto bisogna trovare un’alternativa per realizzare questa riduzione: il monetarismo di mercato è forse la migliore.

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Per capire il monetarismo di mercato bisogna capire due cose: il monetarismo e il mercato.

Partiamo dal primo.

MV=QP.

L’identità di cui sopra ossessiona i monetaristi. Capirla significa capire la politica monetarista.

Cominciamo a chiamare le variabili in ballo con il loro nome. M è la quantità di moneta (diciamo il “numero” dei biglietti di banca in giro per il sistema), V è la velocità di circolazione della moneta (se si presta con leva elevata V è elevata, se non esistono prestiti V è bassa). Q è la produzione (e indirettamente la disoccupazione) e P i prezzi.

Il panico finanziario di solito fa crollare V (la gente tiene il denaro sotto i materassi). Segue crisi economica: nell’altro membro crolla Q, i disoccupati invadono le strade.

I classici vorrebbero ripristinare Q abbassando P: una mossa logica ma difficile da realizzare, lo abbiamo appena visto. P, del resto, non è nella disponibilità della politica.

I monetaristi hanno un’ idea più pratica: ripristiniamo Q attraverso M.

Nelle economie moderne M è in mano a un tecnico, quindi è manovrabile dall’esterno.

Ad un aumento di M il sistema puo’ reagire in diversi modi.

Puo’ abbassare V, vanificando così l’innalzamento di M. E’ cio’ che i keynesiano chiamavano “trappola della liquidità”.

Tuttavia, il monetarista è abbastanza fiducioso che V, oltre una certa soglia, non si possa abbassare. Del resto, non esiste un limite verso l’alto all’incremento di M.

Puo’ alzare Q, e allora sono a cavallo poiché ottengo proprio l’obiettivo che mi ero ripromesso: riassorbire la disoccupazione.

Oppure puo’ alzare P. Il monetarista è contento anche in questo caso poiché un P che si alza di solito finisce per alzare anche V. Il perché è semplice: in presenza di inflazione la moneta si svaluta e non conviene detenerla: conviene spenderla (ovvero alzare V). E se una cosa conviene prima o poi si farà.

Se P alza V, V alzerà Q, e l’obbiettivo di ripristinare Q con M sarà ugualmente conseguito.

D’altronde, la cosa si capisce anche per altra via: l’inflazione abbassa i salari reali, ma abbassare i salari era il problema che assillava i classici. Ecco allora il sistema alternativo per abbassare i salari: non una ricontrattazione ma un inflazione.

In un mondo dove i lavoratori guardano prevalentemente ai salari nominali la cosa puo’ funzionare. Non funzionerebbe se i lavoratori fossero concentrati sui salari reali, ma postulando la rigidità di prezzi e salari lo abbiamo escluso.

In definitiva, per il monetarista è indifferente se l’aumento di M crei occupazione o inflazione, questo perché l’inflazione avrà comunque effetti positivi in una situazione di ristagno dell’economia.

In conclusione, potremmo dire che il monetarista è un tale che mette al centro di tutte le ricette macroeconomiche la quantità di moneta. Questa e solo questa è per lui la variabile fondamentale.

Non distraiamoci con i tassi di interesse (inquinati dal rischio percepito): solo M conta.

Se c’è inflazione, la colpa è della quantità di moneta (che è troppa).

Se c’è crisi, la colpa è della quantità di moneta (che è poca).

Ma come fare in modo che la quantità di moneta sia “giusta”?

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E qui entra in ballo il secondo fattore, ovvero “il mercato”.

Per i monetaristi di mercato il mercato è efficiente. Il monetarista di mercato adora EMH (Efficient Market Hipothesys).

Efficiente nel senso che nessuno puo’ fare sistematicamente meglio di lui: nessuno “batte il mercato”.

In teoria noi conosciamo la quantità corretta di moneta, è quella che stabilizza QP. Questo perché, come abbiamo appena visto, anche un incremento di P è visto come un successo.

Ma conoscere l’ M che stabilizza QP non basta, bisogna poter fissarla a tre mesi, o a sei mesi, o a un anno, in modo che la politica monetaria possa agire d’anticipo e prevenire.

QP puo’ essere definito come PIL nominale.

Secondo il monetarista di mercato deve essere creata una borsa in cui si scommetta sui futuri PIL nominali, e il banchiere centrale deve emettere ORA moneta in funzione delle quotazioni di borsa.

Una borsa del genere puo’ essere paragonata ad un prediction market”, ovvero un mercato speculativo che ha come effetto collaterale quello di informare la politica guidandone le scelte.

Il banchiere centrale, a questo punto, potrebbe anche essere sostituito da un algoritmo. Era il sogno di Milton Friedman: in campo monetario le regole devono venire prima degli uomini.

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L’evidenza empirica sembra confortare il monetarismo di mercato su molti punti. Sempre, prima di ogni crisi, le quotazioni future del PIL nominale crollano. L’analisi di Milton Friedman del ‘29 americano è paradigmatica.

Non che sia mai esistito un mercato sui futuri PIL nominali ma ne sono sempre esistiti parecchi da cui si puo’ inferire il pensiero degli speculatori sulla variabile che a noi interessa. 

 

Un algoritmo, in casi del genere, avrebbe inondato il mercato di liquidità ammortizzando la crisi. I banchieri centrali, invece, non lo hanno fatto producendo sempre delle strette monetarie estremamente dannose.

Oggi abbiamo imparato la lezione,  infatti siamo tutti monetaristi, ma il tentativo di espandere la base monetaria si realizza sempre con 6 mesi/1 anno di ritardo e ad arbitrio del banchiere centrale di turno. Questo perché siamo tutti monetaristi ma non siamo ancora tutti monetaristi di mercato!

Chissà che anticipare sulla base dei “prediction market” non sia salutare. E’ su questo anticipo che punta il monetarismo di mercato.

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Nei fatti come si aumenta M?

Abbassando i tassi di interesse. Oppure facendo dei prestiti.

A chi?

Il monetarista di mercato puro risponderebbe: a chiunque. A lui basta che un quantitativo corretto di moneta circoli nel sistema,  ha talmente tanta fiducia nel mercato da pensare che sarà lui ad allocare la moneta in modo efficiente.

Ma qui le sue ipotesi sono un po’ fortine.

Abbiamo appena visto che ogni “crisi della domanda” contiene anche una “crisi dell’offerta”, ovvero l’esigenza di riassestare l’apparato produttivo.

Ora, la domanda va stimolata ma senza conservare o alimentare le distorsioni dell’apparato produttivo.

In questo senso prestare alle banche è la cosa migliore. Perché?

Il mestiere della banca consiste nell’individuare imprenditori capaci e finanziarli.

Un imprenditore capace, domani, una volta che la sua impresa prenderà il volo, saprà camminare con le sue gambe anche senza finanziamenti straordinari.

Il mestiere di un consumatore è invece quello di consumare cio’ che desidera. Ma cio’ che desidera oggi grazie ad un entrata straordinaria, domani, quando questa entrata cesserà, potrebbe non desiderarlo più.

Cio’ significa che di fatto ora sta prolungando la vita ad un morto, ovvero ad un produttore da cui domani non acquisterà più nulla.

Meglio un imprenditore capace o un morto che cammina? Meglio un imprenditore capace, quindi meglio prestare alle banche che ai consumatori.

Naturalmente, le banche potrebbero non fare bene il loro lavoro, in Italia l’ ipotesi è realistica, ma questo è comunque un problema diverso da quello legato alla crisi economica. E comunque non esistono alternative.

Quando i politici d’opposizione usano l’espressione “regalano i soldi alle banche”, occorre quindi discernere: se la moneta ottima è quella dei monetaristi di mercato, il sistema non “regala” soldi alle banche ma semplicemente implementa un algoritmo noto a priori.

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Il fallimento dell’immaginazione

Perché dobbiamo avere un governo quando già abbiamo dei lottizzatori?

Perché la convivenza comune, anziché inventarsi procedure bizantine, non imita cio’ che funziona, per esempio gli hotel?

Non è necessario un governo per produrre beni come strade, servizi sanitari, assicurazioni sul lavoro, polizia, scuole, eccetera. Ma allora, perché ci ritroviamo con un governo che fa tutte queste cose?

Perché, in sintesi, cio’ che potrebbe fare (bene) il privato viene fatto (male) dal pubblico?

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Un economista risponderebbe dicendo che esistono dei beni pubblici che il settore privato non riuscirebbe mai a produrre.

Magari lo farà appellandosi a James Meade, il maestro delle esternalità.

Magari richiamerà il famoso esempio del maestro: poiché le api impollinano i meli spontaneamente, è necessario sussidiare i proprietari delle arnie tassando i proprietari dei meli.

Magari lo farà appellandosi all’autorità di Paul Samuelson.

Magari richiamerà l’esempio canonico del maestro: poiché tutte le navi di passaggio fruiscono della luce del faro posto sulla costa senza pagare pegno, è necessario che il faro sia di proprietà statale.

Ma gli economisti sono spesso dei teorici/empirici. Ovvero, elaborano a tavolino le loro teorie per poi fornire degli esempi pratici… che quando guardi la realtà non ritrovi.

Steve Cheung è invece un economista empirico/teorico: prima guarda, poi studia.

E cosa ha visto? Per esempio che i proprietari dei meleti già fanno offerte in denaro agli allevatori di api affinché piazzino le loro arnie nei terreni contigui alle loro piantagioni. Non aspettano il governo, non hanno alcuna necessità né di tasse, né di sussidi.

Anche Ronald Coase è un economista empirico/teorico: prima guarda, poi studia.

E cosa ha visto? Per esempio ha visto che i fari inglesi sono da sempre stati costruiti e gestiti dai privati.

Quella di Cheung e Coase si chiama: “confutazione da esistenza”.

La teoria dei beni pubblici si confuta semplicemente grazie all’esistenza. Ma per confutare bisogna guardare, se non esci dal dipartimento di economia non guarderai mai nulla.

Anche Bruce Benson è uno “che guarda”. Ha visto, per esempio, che nel mondo del commercio l’applicazione della legge, specie quella internazionale, è di natura privata.

Stephen Davis, un altro occhiuto osservatore, “ha visto” che fino al 1850 la polizia inglese era privata.

David Beito “ha visto” come possono nascere intere città private, si è concentrato su St. Louise, ma anche sul Chicago Central Manufacturing.

Ma perché quello che funziona bene su (relativamente) piccola scala non puo’ funzionare su larga scala?

Quanto più le dimensioni sono ampie, tanto più le “esternalità” che denunciano gli economisti sono “internalizzabili” (e/i).

Se io sono proprietario della palazzina A – quella in cui vivo – e della palazzina B – quella in cui affitto, qualora invada con i miei fumi gli inquilini di fronte sarò coinvolto in prima persona nella soluzione del problema, poiché i danneggiati sospenderanno il pagamento dell’affitto.

Che fare? Sospendere le emissioni? Abbassare gli affitti? Realizzare un mix delle precedenti soluzioni?

Il fatto di essere coinvolto in prima persona garantisce che la soluzione prescelta sarà ottimale. La creazione di un virtuoso conflitto di interessi è la via che fa scatenare l’immaginazione per risolvere i problemi.

Se poi sono proprietario di tutto il terreno cittadino sarò coinvolto in prima persona in tutti i problemi legati all’urbanistica, che riceveranno quindi una risoluzione efficiente.

Inquinamento, sicurezza, pericolo incendi, estetica… Tutto sarà risolto in modo efficiente. Perché? Perché mi “conviene” che sia così.

Un hotel, un supercondominio, un teatro, un centro commerciale prosperano adottando questo principio: al proprietario conviene che gli ospiti stiano bene (in relazione a cio’ che pagano). Zero sprechi.

La città privata non è altro che un hotel allargato.

Il principio è semplice, riassumiamolo: poiché il proprietario dei terreni tenderà a massimizzare il loro valore, tenderà anche ad essere un buon legislatore per le città che sorgono su di essi.

Problema: costruire o no un marciapiede? Soluzione: dipende se alza il valore al metro quadro del terreno. Il più stimolato a fare i conti come si deve è il proprietario.

Quanto costa il marciapiede? E quanto varrà al metro quadro la casa che lì verrà lì costruita e riuscirò a vendere?

E’ un po’ diverso che far decidere ad un estraneo, come per esempio l’assessore di passaggio.

La vendita della casa puo’ essere poi collegata ad un pacchetto di diritti/doveri.

Esempio: non posso allevarci dentro dei maiali, o fabbricare sapone, o tenerci bordello…

La proprietà è un fascio di diritti che noi siamo abituati a vedere tutti insieme, ma che invece possono essere spacchettati e negoziati separatamente: facciamo lavorare l’immaginazione!

Certo, se potessi trasferire solo l’intera proprietà, poi ci vorrebbe poi un governante che faccia una legge nella quale dica “nelle case fatte e ubicate così e così non si possono allevare i maiali”.

Tuttavia, se regole del genere le studia chi vende una proprietà depotenziata, saranno regole molto migliori poiché massimizzeranno il valore globale delle case. Saranno regole più flessibili, più efficienti e meno “politicizzate”.

Houston, per esempio, è una città senza piano regolatore. Il PRG è stato sostituito dalle convenzioni dei lottizzatori.

La tradizione giuridica anglosassone – common law – va in questo senso, ovvero nel senso di spezzettare il diritto di proprietà esautorando i parlamenti dalla funzione legislativa specifica.

La scelta fra pubblico e privato è meglio compresa se la si vede come scelta tra diritto di proprietà assoluta e diritto di proprietà a fasci, dove le singole componenti del fascio sono negoziabili separatamente.

I fari privati di Coase non sarebbero mai esistiti se il fascio di proprietà del faro non avesse ricompreso – come ritenne il tribunale di common law – il diritto di riscuotere una tariffa equa dai capitani dalle navi entrate in porto.

Laddove la proprietà è unica, una soluzione del genere non sarebbe mai stata possibile poiché da che mondo e mondo una semplice proprietà non dà diritto a riscuotere alcuna tariffa del genere, il che avrebbe aperto la via alla statalizzazione dei fari.

Come assegnare la proprietà dell’etere? Come assegnare i diritti relativi allo spettro magnetico?

Anche qui ci sono due soluzioni: assegnare la proprietà unica sotto la supervisione statale o scomporre e specificare il contenuto del diritto di proprietà a cura dei tribunali una volta che gli operatori si sono mossi.

Altro esempio: come risolvere il problema del trasporto pubblico? In genere chi offre questo servizio tende ad anticipare il concorrente per portargli via i clienti alla fermata. In questo senso viene frustrato ogni tentativo di programmare l’attività. Chi programma resta sicuro senza clienti.

O lo stato prende in mano la situazione, o si fissa un’efficiente scomposizione di diritti/doveri per non perdere i benefici di una competizione. Daniel Klein, per esempio, ha proposto una privatizzazione provvisoria dei marciapiedi e quindi delle fermate.

A Disneyland i fuochi d’artificio sono privati. Significa che sono brutti? No, significa che sono forniti da privati che ubbidiscono ad una legge privata (clausole contrattuali). Non sono brutti, anzi, sono i piùbelli al mondo, sono, per esempio, mille volte più belli di quelli di Tampa. Perché? Perché la legge che li governa è più efficiente. Il CEO della Disney è molto più interessato al buon funzionamento della sua città rispetto al sindaco di Tampa.

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Alcuni radicali sostenitori del “bene pubblico” sostengono che anche se fosse possibile “escludere” dal godimento di un bene, la cosa non sarebbe comunque desiderabile.

Perché escludere tizio – che non paga il canone – dalla visione di Sky?

In fondo, includerlo avrebbe un costo pari a zero.

Perché escludere Tizio dalla lettura di un certo e-book?

In fondo, includerlo avrebbe un costo pari a zero.

Perché escludere uno spettatore dalla visione di un film al cinema.

In fondo, includerlo, quando c’è posto libero in platea, avrebbe un costo pari a zero per il proprietario della sala.

E via dicendo.

Il costo si un e-book in più, di uno spettatore in più, di un fruitore di Sky in più è sempre pari a zero per il produttore poiché non c’è “rivalità” nel consumo: un consumo in più non toglie nulla agli altri consumatori.

In questi casi escludere è inefficiente: si diminuisce il godimento reale senza alcun risparmio.

Ma chi ragiona in questi termini non tiene conto di un’ulteriore funzione dei prezzi: scoprire la domanda.

Far pagare è anche un modo per capire quanto un bene sia apprezzato. Un bene che crea margini di profitto cospicui segnala un bisogno e attira l’attenzione di imprenditori creativi.

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I prezzi motivano anche la soddisfazione di una domanda. Di che tipo è, per esempio, la domanda per la protezione degli elefanti in Zimbabwe?

A parole alta, ma nei fatti? Basta privatizzarli e prezzarli per capirlo.

Il proprietario vende l’avorio e i diritti di caccia stando ben attento a non uccidere la gallina dalle uova d’oro. Procedure del genere hanno incrementato il numero di elefanti nella regione, chi temeva l’estinzione si è tranquillizzato. Al contempo hanno fronteggiato la domanda di avorio, di safari e di caccia. Il tutto mantenendo un equilibrio mirabile.

In Scozia e Inghilterra il diritto a pescare nei laghi è posseduto privatamente ed è negoziabile. Se uno inquina nel lago dove possiedo la mia quota – anche se non pesco di fatto ma ho intenzione di vendere – puo’ essere da me denunciato e costretto a risarcirmi.   

La moderna tecnologia consente di “privatizzare” anche le balene inserendo dei chip sottopelle. Oggi un’organizzazione ecologista islandese o  neozelandese puo’ dire: “guai a chi caccia la mia balena!”.

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Oggi le città private sono parecchie: Sea Ranch in California, Reston in Virginia… sono governate dalla democrazia più efficiente e più giusta: quella in cui si vota con i piedi.

Ogni cittadino che “trasloca” svaluta la proprietà nel suo complesso: un segnale che vale mille voti, e che non puo’ essere trascurato dai manager della città.

Nel modello di Charles Tiebout il voto con i piedi è formalizzato una volta per tutte, non è il paradiso in terra, ci sono molte condizioni da soddisfare, ma nemmeno è la democrazia che conosciamo.

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E per quanto riguarda la solidarietà sociale garantita dallo stato, ovvero il cosiddetto welfare state? Potrà mai il settore privato produrre qualcosa del genere?

Gran Bretagna e Australia hanno conosciuto le “Friendly society”, in America erano diffuse le Logge, noi ci ricordiamo ancora le “Società di Mutuo Soccorso” e le “Società operaie”. Tutte forme di autentica solidarietà sociale volontaria spazzate via da un anonimo welfare state.

Grazie a queste associazioni, vedove e orfani avevano un sostegno garantito. Le “FS” provvedevano poi anche alle cure mediche (nel 1911 in GB coprivano 9 milioni di persone). Si forniva anche uno stipendio ai malati, un’assicurazione sulla vita e un pronto ricollocamento per i disoccupati.

La loro gestione era improntata a principi democratici e il loro punto di forza erano le “scuole” e i “rituali”. Nelle prime si inculcavano valori quali il lavoro duro, la libertà, la tolleranza verso gli altri e la fraternità verso i compagni. I secondi erano realmente sentiti.

Tutta roba che si puo’ fare solo se non è imposta. Paragonate quelle scuole alla ridicola ora di educazione civica tenuta controvoglia da un professorino malpagato che pensa solo al trasferimento e ascoltata da una classe col pensiero fisso sul pezzo di carta!

Il moralismo diventa insopportabile se inflitto, ma è spesso necessario e benefico se adottato volontariamente. Nel solidarismo spontaneo gli anziani introducevano i novizi, si elevavano multe agli ubriachi e ai giocatori. Ma tutto faceva parte di quel gioco accettato all’atto di adesione.

L’aiuto, fondamentale, non era garantito a priori, solo gli sfortunati meritevoli” potevano accedervi, ma questo era possibile proprio per il carattere volontario della comunità. Queste associazioni sapevano benissimo che l’aiuto crea dipendenza, e possedevano l’antidoto.

L’aiuto elargito non umiliava poiché era visto come un “mutuo soccorso”: “oggi a te domani a me”. In questo senso creava anche un impegno in chi lo riceveva. La “fraternità” predicata rinforzava l’affidabilità e da questo legame nasceva l’autentica comunità.

Il solidarismo spontaneo era anche il veicolo primo utilizzato da chi puntava a ruoli di leadership sociale.

La volontarietà di queste associazioni è il punto cruciale: i soci supportavano la causa realmente motivati, e i leader eletti da “uomini realmente liberi” si sentivano veramente consacrati.

Si tratta di un mondo completamente spazzato via dall’anonimo e sprecone welfare state moderno che, per quanto appena detto, puo’ fornire risorse ma non certo una formazione morale, considerato anche come quelle risorse se le procura.

In America e in GB il passaggio ha fatto impennare crimine, disgregazione familiare e disoccupazione. Un caso?

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Come abbiamo visto, il lottizzatore ha interesse nel vendere case e terreni in un pacchetto che comprenda anche i beni pubblici.

Questo non significa che possa prevedere tutto quanto succederà in futuro. Per aggirare questa lacuna puo’ però stabilire una procedura per prendere le decisioni quando lui non ci sarà più.

Il lottizzatore vende costituzioni agli abitanti del suo superstatocittàcondominiohotel.  

Nella tradizione contrattualistica la costituzione ottima è quella prescelta dai cittadini dietro “un velo di ignoranza”. Nel nostro caso, invece, è quella che massimizza il valore dei beni immobili.

La costituzione è quindi scritta dalla persona che più ha convenienza a scriverla bene, dalla persona che si avvarrà degli esperti più qualificati.

Anche per questo le città private non adottano quasi mai il metodo democratico: utilizzano soprattutto il metodo delle supermaggioranze, nonché quello millesimale (o proprietaristico).

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Chi ancora non credesse che la legge e altri beni pubblici possano essere prodotti spontaneamente dai privati in concorso tra loro, pensi al bene pubblico per eccellenza: il linguaggio.

C’è forse un governante che lo produce?

E’ praticamente impossibile escludere qualcuno dai benefici del linguaggio, eppure non esiste un’autorità centrale che lo gestisce.

Il linguaggio si produce spontaneamente nell’interazioni tra individui.

Hayek pensava che qualcosa di simile accada con la legge.

La legge è un po’ come il linguaggio. Così come il secondo preesiste all’Accademia della Crusca, la prima preesiste ai codici e ai legislatori.

Hammurabi e Solone hanno codificato una legge preesistente, così come chi compila i dizionari lavora su realtà preesistenti.

La legge si crea spontaneamente, al pari del linguaggio.

Legge e linguaggio sono il frutto della creatività umana, non di un progetto umano.

Il legislatore scopre la legge andando a cercarla, non la crea dal nulla.. Così come il linguista scopre le regole linguistiche osservandone l’uso già in atto.

La common law è un classico esempio di legge “scoperta” e mai deliberata da nessuno in particolare. La lex mercatoria un altro.

Si tratta di leggi volontariamente prodotte, volontariamente adottate e volontariamente applicate.

La produzione decentrata di tali leggi consente a quelle più efficienti di assorbire quelle meno efficienti e di imporsi.

Non che esista una garanzia di efficienza: a volte si imbocca un sentiero promettente e tornare indietro risulta poi difficile, anche se lo si farebbe volentieri.

Le leggi di Facebook, per esempio, le abbiamo scelte noi, non si puo’ dire che non siano frutto di accordi volontari. Ma non si puo’ nemmeno dire che siano le più efficienti in assoluto poiché adesso la nostra libertà di scelta è diminuita e, qualora comparisse un social migliore, difficilmente opteremmo per lo “shift”. Il motivo è semplice: i nostri amici sono tutti su Facebook.

Tuttavia, il metodo evolutivo resta preferibile al monopolio di un dittatore benevolo.

Il linguaggio si sottopone ai medesimi processi, la scienza pure, l’economia anche. Perché non potrebbe sottoporsi a questi processi anche la produzione legislativa?

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La nostra carenza di immaginazione è stupefacente. Molti sono increduli quando vengono a sapere che Londra non aveva una polizia di stato fino al 1829. Non solo: la prima polizia di stato fu detestata dai cittadini, e considerata “incostituzionale” da molti.

Nei villaggi agricoli è facile immaginare che un consorzio di proprietari possa organizzarsi. D’altronde conosciamo l’efficienza tipica del far west nel difendersi dal crimine.

Ma in seguito all’urbanizzazione le cose si fecero più complicate: i criminali erano anonimi e molto più mobili. D’altro canto c’erano più strumenti a disposizione delle guardie. Cio’ non toglie che spesso il servizio risultava spesso troppo costoso.

Il metodo adottato fu quello di riunirsi in associazioni e operare al modo delle assicurazioni: quando un membro veniva colpito l’associazione si incaricava di stampare i volantini, gli avvisi sui giornali, di fissare le taglie, di ingaggiare i detective e gli avvocati.

Alcune di questi consorzi si trasformano in vere e proprie assicurazioni offrendo agli associati il risarcimento del danno ricevuto acquisendo il diritto perseguire i criminali.

Le associazioni trovavano il modo di pubblicizzare i nomi dei loro membri e di segnalarli in modo tale che fossero ben visibili ai malintenzionati. Un marchio di qualità era garanzia di immunità

Questo ci fa capire come nella lotta al crimine il rischio delle esternalità sia sempre presente: quanto più io mi garantisco “a priori”, tanto più giro i miei rischi su di te. I delinquenti che io evito dirottano inevitabilmente la loro attenzione verso di te.

Esempio, un allarme non visibile sulle auto crea esternalità positive poiché il ladro tentenna anche se il suo obiettivo è di fatto un auto priva di allarme. Un allarme che invece segnala la sua presenza sposta l’attenzione del ladro verso le macchine sprovviste di allarme.

C’è da dire però che se tutti i possibili obiettivi sono protetti, le esternalità negative si elidono o comunque sono minime.

Si può aggiungere che molto spesso le prede su cui si sposta l’attenzione dei criminali non sono sufficientemente appetibili per giustificare un’azione.

L’evidenza disponibile, comunque, ci dice che i consorzi per la lotta al crimine hanno ridotto gli atti criminali sia per i membri che per i non membri.

In generale i cittadini manifestarono la loro soddisfazione per l’azione della polizia privata e non crearono mai una domanda per un sistema statale di polizia. Perché allora è sorto? A breve lo vedremo.

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Il caso della scuola è ancora più singolare, oserei dire che è paradigmatico. Non esistono infatti argomenti economici per creare una “scuola di stato”.

Quando l’istruzione era prodotta privatamente senza obblighi né intervento statale, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti praticamente tutti i bambini, inclusi quelli poveri, ricevevano diversi anni di istruzione.

Con l’ingresso dello stato nel settore, il sistema privato è stato spiazzato e colpito a morte.

Ma se l’obiettivo fosse stato  quello di incrementare la quantità di istruzione fornita, come dichiarato, sarebbe bastato un sussidio.

Perché non è stata allora percorsa la via più semplice è lineare? Perché lo stato ha voluto entrare nella produzione diretta del servizio?

Ma c’è di più: i servizi scolastici forniti dal governo sono una presenza davvero sorprendente poiché i costi per approntarli superano di gran lunga quelli tipici del settore privato.

Questo fatto, oltretutto, non si ripercuote sul profitto degli allievi. Prendiamo ad esempio le scuole cattoliche: mettono una grande enfasi sull’impegno degli studenti e sulle loro conquiste. In media gli allievi di queste scuole ottengono punteggi migliori nei test, e migliori risultati nelle università che frequentano dopo la scuola superiore. E questo a parità del background familiare.

Ma soprattutto, la spesa per allievo nelle scuole private è circa la metà di quella nelle scuole statali.

Cosa significa tutto questo? Significa che le scuole private, anche a parità di profitto, una variabile nelle cui ambiguità è meglio non entrare, sono sostanzialmente più efficienti.

Non solo, i genitori degli allievi delle scuole private manifestano una maggiore soddisfazione. E questo è vero anche quando all’interno della scuola statale i genitori possono scegliere liberamente l’istituto di loro gradimento.

Di fronte a questi dati che nessuno contesta seriamente, perché mai l’istruzione, ancora oggi, non è fornita esclusivamente dal libero mercato?

La risposta non riguarda né l’economia, né la logica. La risposta riguarda la politica, e la vedremo meglio nell’ultima sezione.

***

Perché il settore pubblico persiste anche quando si dimostra inefficiente?

Per capirlo guardiamo a come la polizia di stato in Inghilterra sia lentamente ma inesorabilmente subentrata alla polizia privata,  nonostante che quest’ultima fosse apprezzata dal popolo, che di certo non chiedeva cambiamenti.

Il fatto è che la polizia privata non rispondeva bene alla domanda delle élite.

Le élite erano preoccupate di beni generici quali l’ordine pubblico, la stabilità politica e la moralità.

Il sistema privato, per contro, si focalizzava sui crimini violenti e sui crimini contro la proprietà.

Nel sistema di polizia privata sedare una rissa o lanciare una crociata morale contro, per dire, l’ubriachezza e la prostituzione era impensabile.

Zero denunce, zero interventi.

Il sistema privato trascurava i cosiddetti “crimini senza vittime” per il semplice fatto che se non esiste una vittima che crea una domanda, non si creerà mai nemmeno un’offerta adeguata.

Tuttavia, una frazione significativa dei votanti di allora (élite), intendeva controllare ciò che percepiva genericamente come un “ambiente sregolato” e minaccioso.

Per esempio, la Polizia di Stato fu utilizzata per combattere il cosiddetto movimento “cartista”, ovvero coloro che, battendosi per il suffragio universale e contro i privilegi dei parlamentari, venivano percepiti come una minaccia dell’ordine pubblico.

Insomma, la Polizia di Stato fu diretta emanazione del volere delle élite, ma il punto chiave è che quando l’offerta si configura come monopolio dello Stato cambia anche la natura del servizio offerto.

Ciò fa capire perché i servizi di stato cominciarono ad essere proposti nonostante i chiari svantaggi che comportavano per la comunità.

I fari di cui abbiamo parlato all’inizio sono un esempio prosaico ma molto esplicito.

Perché mai sono stati statalizzati nonostante abbiano sempre dato prova di buon funzionamento?

Nel suo pungente “Dizionario del Diavolo”, lo scrittore Ambrose Bierce alla voce “Faro” usava questa definizione: “… edificio molto elevato che sorge in prossimità del mare nel quale il governo mantiene una lanterna perpetua e gli amici dei politici”.

Chiaro?

Per l’istruzione di stato la musica non cambia. La statalizzazione garantiva qualcosa che l’istruzione privata non avrebbe mai potuto produrre: l’indottrinamento.

I primi stati ad adottarla furono anche quelli più bisognosi di indottrinare. Per esempio la Germania cinquecentesca fresca di riforma.

Un grande sostenitore dell’Istruzione di Stato fu Martin Lutero. Nella sua alleanza con i Principi, il suo progetto era quello di inculcare in un’intera popolazione la nuova visione religiosa, e di avvalersi a questo fine della scuola statale.

I nemici da sbaragliare, allora, erano molti: non solo gli ebrei, i cattolici e gli infedeli ma anche le altre sette protestanti.

La maggioranza luterana usò la scuola pubblica per affermare la sua supremazia culturale e i suoi valori religiosi.

Ma anche nella scuola laica, a prescindere quindi dalla religione, inculcare una particolare visione del mondo era considerato decisivo.

In America, Horace Mann, il patrono della scuola di stato, considerava la protezione della società contro i grandi vizi, come la funzione primaria dell’istruzione pubblica. I grandi vizi che aveva in mente erano l’intemperanza, l’avarizia, la guerra, la schiavitù e la bigottaggine.

Non si percepisce una grande differenza tra Martin Lutero e Horace Mann, entrambi, attraverso la scuola di stato, intendono scendere in campo contro il demonio,  sia nella sua versione religiosa che in quella laica.

È chiaro che paesi come Russia e Cina forniscono esempi clamorosi di indottrinamento, ma non occorre spingersi a tanto, basterebbero le parole di un recente ministro dell’istruzione svedese per capire molte cose, in particolare quando ebbe a dire: “che la scuola pubblica deve diventare lo strumento principe per la diffusione del socialismo”.

Gli stati che controllano i mass media nel modo più capillare, magari attraverso la proprietà diretta di televisioni e radio, sono anche quelli che tendono a investire di più nell’istruzione pubblica. Un caso? Direi che dopo quanto detto possiamo tranquillamente rispondere: “no!”.

Lo stato, nel mettersi in prima persona a produrre istruzione, non intende tanto combattere l’ignoranza quanto non rischiare che la sua autorità sia messa alla pari con altre nella discussione pubblica.

Le scuole private non possono servire questo bisogno, le scuole private sono troppo disperse e decentralizzate per essere usate come arma di propaganda. Le scuole private sono un’offerta che risponde a una domanda e non invece ad un comando dall’alto.

***

Concludo dicendo che i modelli degli economisti non possono dirci come i privati innoveranno per superare le sfide che si trovano di fronte ogni volta che il mercato fallisce.

Laddove la concorrenza non è possibile, le alternative allo stato restano comunque molte, e alcune le abbiamo passate in rassegna: dall’internalizzazione dei benefici operando su larga scala, ai contratti e alle innovazioni legalistiche, dalla vendita dei beni in pacchetti opportunamente assemblati alla produzione spontanea e gratuita di beni pubblici attraverso una motivazione altruistica. E si potrebbe andare avanti.

Quello che gli economisti chiamano “fallimento di mercato“, molto spesso è un “fallimento dell’immaginazione” presso gli economisti più schematici.

Ma c’è di più: la  scuola economica della “public choice” ci ha detto chiaramente che i “fallimenti di mercato” ad ogni modo da contrapporre alle soluzioni governative bensì ai “fallimenti governativi“. Cosa scegliere?

Lo schema non si presenta nella forma fallimento/soluzione, bensì nella forma fallimento/fallimento. Come fallire?

Spesso la scelta che operiamo in questa fase è una scelta di civiltà.

La civiltà è meglio governata dalla forza della coercizione?

Chi ritiene di sì, di sicuro si orienterà sul governo.

La questione di valore è ineludibile. Esempio: se lo scopo per esempio dell’ istruzione pubblica è l’indottrinamento, allora non c’è dubbio che la scuola di stato diventi l’opzione più pratica.

Insomma: che civiltà desideriamo? Vogliamo essere Sparta o Atene?

Siamo per una civiltà dell’indottrinamento a valori comuni o per una civiltà della diversità e della tolleranza?

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Società del dono

Perché non lasciare che le tasse siano un versamento volontario?

Dono a vantaggio della comunità, anziché metodo-Corleone.

Comprendo lo scetticismo tipico di chi ha subito violenze per tutta la vita, ma il mondo non è solo quello in cui ha vissuto.

I vantaggi non mancherebbero. Innanzitutto, se ancora a qualcuno interessa, c’è quello etico: non esiste una giustificazione etica adeguata per un’azione coercitiva qual è di fatto il prelievo tributario.

C’è poi il problema della privacy che stiamo  perdendo ogni giorno di più anche e soprattutto in ambito fiscale: già in passato qualche Ministro ha minacciato di mettere on line le tasse pagate da ciascuno di noi. Considerato che questo prima o poi capiterà, l’introduzione di “tasse volontarie” anticiperebbe la mossa con uno sberleffo.

La tassa volontaria giustifica infatti l’utilizzo della trasparenza come metodo di pressione sociale. Ognuno dice a tutti quanto versa.

La privacy persa in questo modo è già più accettabile. O no?

Probabilmente verrà raccolto meno che ora, ma questo è solo un bene poiché la cosa dà modo di inaugurare finalmente un taglio consistente della spesa  pubblica (la politica delle politiche, a detta degli esperti).

Anche la burocrazia riceverà un duro colpo dal fatto che si rinuncerà alle violenze, mi sembra evidente. E voglio vedere chi non applaude.

Il metodo è inoltre graduabile: una parte della tassazione (per esempio quella sulla casa, meno invasiva in termini di privacy) potrebbe restare coercitiva prima di sparire del tutto.

Alcuni ritengono che il metodo intralci la programmazione dell’azione governativa. Ma questo, da un punto di vista liberale,  puo’ essere un bene: il governo si impegnerebbe solo in programmi meno ambiziosi.

Si puo’ comunque stabilire per ogni contribuente – salvo casi eccezionali – uno (generoso) spettro di oscillazione dei doni da un anno all’altro.

Inoltre, puo’ essere riconosciuta, a fianco della tassazione in denaro, una tassazione in natura. In questo senso i “programmi ambiziosi” sarebbero intrapresi dai privati che intendono dare in quelle forme il loro contributo.

Un sistema di tassazione volontaristico produrrebbe dei cambiamenti psicologici immensi nei cittadini: cesserebbe il loro malumore verso lo stato e la politica, e si ridesterebbe l’impegno sociale e comunitario.

In una società rimodellata sullo spirito del dare, il gesto della beneficenza diventerebbe sempre più comune, apportando alla fiscalità pubblica gran parte di ciò che oggi le serve per consolidarsi. La donazione a vantaggio del bene comune potrebbe dunque trasformarsi, nel tempo, in un’abitudine psicopolitica consolidata, impregnando le popolazioni democratiche di una sorta di seconda natura.

La storia ci dice che in molte occasioni i tipici problemi di free riding (opportunismo) sono stati superati grazie alla pressione sociale, al senso civico e allo spirito pubblico.

Per tutti noi la stima della comunità è estremamente importante.

Il senso di comunità lieviterebbe intorno a certi leader particolarmente generosi.

I discorsi infiammati, l’esaltazione della magnanimità, e il richiamo alla generosità spingerebbero a donazioni ragguardevoli.

La buona reputazione è sempre stata l’ architrave delle società ben ordinate, perché non potrebbe continuare a svolgere il suo ruolo positivo anche e soprattutto in campo fiscale?

Oggi l’ammirazione va ai “furbetti”, e con parecchie ragioni. Chi non è infastidito dalla nota falsa che contiene la musica mielosa che invita alla correttezza fiscale? Chi non vede il vampiro dietro l’ ipocrita richiamo al senso civico? Chi non vi coglie l’insopportabile lato trombonesco? Chi ha la forze di trattenere la pernacchia? Giusto qualche indottrinato tutto d’un pezzo, ma pochi altri.

Nelle stime di fattibilità non confondiamo la stitica generosità anonima con quella che potrebbe essere la generosità pubblica. La prima è misurabile, per esempio, dai doni alle ONLUS, un flusso di ricchezza tutt’altro che disprezzabile. Ma la seconda sarebbe molto più cospicua. Perché? Ma perché conforme alla nostra natura più profonda.

La storia parla chiaro: se la generosità occulta ci fa aprire il portafoglio, la generosità pubblica ci fa dare la vita.

Per avere solo un’idea approssimativa delle motivazioni sottostanti, guardate solo a come si dissanguano i presidenti delle società di calcio per inseguire la popolarità e l’ affetto dei tifosi!

Noi siamo animali sociali, ma non siamo api. Il biologo evoluzionista ci ripete che la nostra inclinazione a cooperare è comunque spinta dalla prospettiva di un vantaggio individuale: l’uomo è un animale sociale perché è un individualista.

Per questo riconoscere e tributare onori alla generosità è essenziale. Sulla generosità anonima non si costruisce nulla ma su quella trasparente si puo’ costruire molto poiché compatibile con la nostra natura.

Tuttavia, proprio per quanto appena detto, senza necessità impellente non c’è generosità: una volta istituito l’obbligo la generosità si estingue.

Lo scettico è vissuto in un mondo fondato sulla coercizione reiterata, non deve quindi sorprendersi per l’assenza di generosità che nota intorno a sé.

Rimuovi il requisito della volontarietà, e ogni istinto a cooperare si spegne. Introduci la coercizione e tutto quel che resta è puro egoismo.

In Grecia i cittadini più facoltosi di ogni città venivano chiamati a pagare i beni pubblici come l’equipaggiamento militare, le navi da guerra, i giochi atletici, i divertimenti pubblici, e raramente qualcuno si sottraeva a questo dovere, chiamato “liturgia”. Da ogni cittadino ci si aspettava una certa cifra, ma il più delle volte essi davano molto di più, anche il doppio o il triplo, per dimostrare l’attaccamento alla propria comunità (un fatto oggi impensabile!). È probabile, che in questo modo la comunità abbia ricevuto più averi dai ricchi nell’antica Grecia che nelle nostre democrazie a tendenza socialista.

Gran Bretagna e Australia hanno conosciuto le “Friendly society”, in America erano diffuse le Logge, noi ci ricordiamo ancora le “Società di Mutuo Soccorso” e le “Società operaie”. Tutte forme di autentica solidarietà sociale volontaria spazzate via da un anonimo welfare state.

Grazie a queste associazioni, vedove e orfani avevano un sostegno garantito. Le “FS” provvedevano poi anche alle cure mediche (nel 1911 in GB coprivano 9 milioni di persone). Si forniva anche uno stipendio ai malati, un’assicurazione sulla vita e un pronto ricollocamento per i disoccupati.

La loro gestione era improntata a principi democratici e il loro punto di forza erano le “scuole” e i “rituali”. Nelle prime si inculcavano valori quali il lavoro duro, la libertà, la tolleranza verso gli altri e la fraternità verso i compagni. I secondi erano realmente sentiti.

Tutta roba che si puo’ fare solo se non è imposta. Paragonate quelle scuole alla ridicola ora di educazione civica tenuta controvoglia da un professorino malpagato che pensa solo al trasferimento e ascoltata da una classe col pensiero fisso sul pezzo di carta!

Il moralismo diventa insopportabile se inflitto, ma è spesso necessario e benefico se adottato volontariamente. Nel solidarismo spontaneo gli anziani introducevano i novizi, si elevavano multe agli ubriachi e ai giocatori. Ma tutto faceva parte di quel gioco accettato all’atto di adesione.

L’aiuto, fondamentale, non era garantito a priori, solo gli sfortunati meritevoli” potevano accedervi, ma questo era possibile proprio per il carattere volontario della comunità. Queste associazioni sapevano benissimo che l’aiuto crea dipendenza, e possedevano l’antidoto.

L’aiuto elargito non umiliava poiché era visto come un “mutuo soccorso”: “oggi a te domani a me”. In questo senso creava anche un impegno in chi lo riceveva. La “fraternità” predicata rinforzava l’affidabilità e da questo legame nasceva l’autentica comunità.

Il solidarismo spontaneo era anche il veicolo primo utilizzato da chi puntava a ruoli di leadership sociale.

La volontarietà di queste associazioni è il punto cruciale: i soci supportavano la causa realmente motivati, e i leader eletti da “uomini realmente liberi” si sentivano veramente consacrati.

Si tratta di un mondo completamente spazzato via dall’anonimo e sprecone welfare state moderno che, per quanto appena detto, puo’ fornire risorse ma non certo una formazione morale, considerato anche come quelle risorse se le procura.

In America e in GB il passaggio ha fatto impennare crimine, disgregazione familiare e disoccupazione. Un caso?

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Auguri e figli maschi

A quanto pare preferiamo avere figli maschi.

Se mi guardo dentro non riesco a rintracciare in modo nitido un simile desiderio, anche se dopo la prima femmina ammetto che speravo senza dirlo in un maschietto.

Ho come la sensazione che una figlia femmina non possa mai condividere i miei reali interessi.

Esempio: mi piace il jazz, ed è notorio che… “le donne non capiscono il jazz”. Sarà uno stereotipo ma è accurato. E Non vado oltre.

Oltretutto, mi interessano le cose di cui parlo in questi post e, francamente, non riesco davvero ad immaginarmela una donna che legga in modo appassionato un mio post sui marziani, o sull’ibernazione, o sulla compravendita dei reni, o sui metodi di defecazione in India, o sulla costituzionalità dell’inferno. Alle donne piacciono le cose che accadono tra massimo 3 mesi a massimo 3 km di distanza, a me interessano le cose che accadranno tra 300 anni a 3 anni luce di distanza.

Tuttavia, io non sono nemmeno particolarmente interessato a quelli come me. Il diverso mi affascina. Per questo che, nemmeno con un rigoroso esame di coscienza, riesco a verificare la tesi per cui “le persone preferiscono avere figli maschi”.

Ma l’introspezione è solo il primo passo dell’analisi, vediamo allora di inoltrarci nella materia.

***

Innanzitutto: è così certo che le persone preferiscano avere figli maschi?

Per la Cina direi di sì, c’è una lunga tradizione di infanticidio femminile a comprovarlo.

Ma per noi qui ed ora?

Ci sono indizi. Parecchi. Troppi, per essere trascurati.

C’è innanzitutto un fenomeno piuttosto inquietante e difficile da negare che ci riguarda: in ogni parte del mondo occidentale più avanzato la nascita di una femmina mette a repentaglio la stabilità della coppia.

Un europeo a cui nasce una femmina, tanto per dire, ha più probabilità di divorziare (+5%). Poco, ma solido, e non sparisce mai.

Tre figlie? Più dieci per cento.

I fatti sono chiari, veniamo alle spiegazioni tentate.

La più semplice: le femmine non sono molto gradite e finiscono per creare tensioni nella coppia. E’ la tesi del post: bingo!

Tuttavia, le cause possano essere altre, puo’ esserci cioè un terzo fattore che balla.

***

Forse lo status: i ricchi e famosi hanno più figli maschi di noi. Lo sapevate? Il 15% in più della media (Robin Baker: Sperm Wars). E’ un fatto.

C’è una ragione per tutto questo: il figlio maschio dà (potenzialmente) molti più nipoti, per questo è più ambito nelle famiglie di prestigio.

Il figlio maschio della famiglia povera, invece, ha addirittura meno figli della sorella.

Per questo ci attendiamo che i ricchi preferiscano il maschio e i poveri la femmina.

Uno dice: un conto è “preferire”, un altro “generare”.

Sta di fatto che il meccanismo ottimale prevede che nel corso della gestazione le energie investite dall’organismo femminile tengano conto del sesso del nascituro: chi appartiene a famiglie di prestigio produrrà maggior nutrimento per l’embrione maschio che per quello femmina.

Ma come puo’ questo processo spontaneo sintonizzarsi con un’informazione esterna come lo “status” della gestante?

Puo’! Vediamo continuamente cose del genere: anche sudare è un processo spontaneo che si realizza coordinandosi con informazioni che arrivano dall’esterno.

Se le famiglie prestigiose sono anche le più stabili, il cerchio si chiude e capiamo perché non siano i maschi la causa della “stabilizzazione”.

Un altro candidato a “terzo fattore” è lo stress.

In molte specie animali le femmine stressate partoriscono femmine. In Germania est, dopo il crollo del muro, durante lo stressante periodo di transizione, nacquero molte più bambine.

Naturalmente lo stress è anche causa di divorzi e rotture.

Il problema di stress e status è che la loro azione dovrebbe essere imponente per spiegare in modo adeguato la correlazione tra divorzi e figlie femmine. Purtroppo, quando si passa alle verifiche quantitative le due variabili in questione spiegano solo una frazione minima del collegamento.

Ultimo tentativo: nei divorzi i figli vanno generalmente alla mamma. Potremmo allora riformulare la questione così: perché le mamme fanno più resistenza al divorzio quando il figlio è maschio? Forse perché pensano che il maschio necessiti di un modello maschile in famiglia? Forse perché il maschio risente di più della separazione? Puo’ darsi tutto, ma non mi risulta che ci siano evidenze in merito.

E se stiamo sul piano delle congetture possiamo anche lanciarci con la psicologia evoluzionistica: nelle coppie instabili manca l’autostima, è un fatto. Ora, questa caratteristica è ereditata dalla prole e, mentre un ragazzo senza autostima tende a trincerarsi in se stesso evitando i contatti con l’altro sesso, una ragazza senza autostima tende invece ad avere una sessualità promiscua e sovrabbondante. La convenienza, per le coppie meno stabili, ad avere una figlia femmina è dunque evidente.

Altra congettura: ai ragazzi serve uno status elevato per avere un successo riproduttivo, alle ragazze, spesso, basta l’avvenenza. E’ normale che le famiglie più povere – ovvero le meno stabili – prediligano le figlie.

Dopo tante congetture è tempo di passare a ipotesi più concrete e suffragate dai fatti.

***

A quanto pare, la semplice ipotesi per cui le persone preferiscono i maschi resta la più credibile.

Sia chiaro che uso il termine “preferenza” in modo generico, ovvero, l’organismo efficiente puo’ svilupparle “a nostra insaputa”. Anzi, quelle sviluppate “a nostra insaputa” sono le più efficienti poiché non sono ostacolate da dubbi e sensi di colpa.

Vediamo ora qualche elemento a supporto della tesi.

Il primo illumina sulle preferenze (di lei) ma non spiega molto le separazioni (anzi): le divorziate con figlie hanno meno probabilità di risposarsi.

La figlia è un peso sul mercato delle seconde nozze. Non solo: le risposate con figlia al seguito hanno più probabilità di fallire anche il secondo matrimonio.

Forse le mamme con figlia temono una possibile predazione del patrigno, evento molto meno probabile nel caso il figlio sia maschio. Oppure le figlie sono più recalcitranti nell’accettare  il nuovo consorte.

Un caso del genere, da un lato illumina sulle preferenze di lei, ma dall’altro si oppone alla correlazione figlie/divorzi. Possiamo trovare di meglio? Sì.

Altro dato: quando un figlio è concepito fuori dal matrimonio, le possibilità di sposarsi aumentano se si tratta di un maschio. Qui l’allusione alla preferenza è chiara.

Ma il dato più importante è ancora un altro: i genitori di una bambina hanno più probabilità di fare un altro figlio. Non solo: se l’ultimo nato è femmina, sale la probabilità di avere un altro figlio. In altri termini: la probabilità di fermarsi è più alta quando arriva il maschio.

Altro dato: nel mercato delle adozioni le bambine sono le più richieste.

E’ normale che sia così laddove si preferiscono i maschi. In un mondo del genere, infatti, il maschietto viene abbandonato solo quando ha, o si pensa che avrà, seri problemi.

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Giornali molesti

Le vittime delle molestie sessuali sono tante: e il 30% sono uomini.

Anche i molestatori sono parecchi: il 20% sono donne.

In alcuni sondaggi la percentuale di chi si dichiara “molestato” raggiunge il 60 per le donne e il 20 per gli uomini.

Per altri è di 20 e 7.

Per altri ancora è di 43 e 12.

Dipende come fai le domande, ma la sostanza è quella.

Sui molestatori le cose sono meno chiare, c’è chi quantifica le donne nel 21%, chi nel 25%. Diciamo 20 per essere prudenti e chiudiamola qui.

Chi si delizia con le storie, l’aneddotica sulla molestia al maschione non manca.

***

Sapevate tutto questo? Conoscevate queste info di base da cui deve partire ogni sano dibattito?

Forse sì, forse no.

Il paradosso è che persino se le conoscevate, la  campagna d’informazione contro le molestie sessuali tende a farvele dimenticare. O perlomeno a dubitare.

Purtroppo, campagne di questo tipo disinformano come neanche un battaglione di fake news virali schierato.

Parlo di giornali rispettabili, i principali, quelli che dedicavano paginate ai vari Weinstein e Brizzi. Non di siti oscuri dediti alle falsità e al pettegolezzo.

Viviamo in un mondo in cui l’informazione disinforma senza mentire, ma siccome è così ovunque e da sempre, la cosa passa inosservata. A questo punto… viva le menzogne. Sono meno insidiose.

Lo slogan “CREDI ALLE DONNE” la dice lunga sul taglio adottato dalla campagna.

Gli uomini sono stati fortemente scoraggiati dall’unirsi al coro dei “molestati”, le acque non andavano intorpidite, il messaggio doveva uscire nitido e senza residui.

Persino le vittime maschili erano d’accordo nell’astenersi e non turbare l’atmosfera: per il bene delle donne, non  racconterò la mia storia.

La scusa addotta per il trattamento differenziato: la violenza degli uomini sulle donne è strutturale, le altre no. Urca!

***

Che poi non è nemmeno vero: il gruppo in proporzione più vessato dalle molestie sessuali è costituito da uomini, mi riferisco agli omosessuali maschi.

In proporzione, gli omosessuali maschi molestano i maschi più di quanto gli eterosessuali maschi molestino le femmine.

Certo, in questo brutto affare esiste comunque delle asimmetrie, 80/20 non è 50/50.

Ma probabilmente l’ 80% dei molestatori è maschio per lo stesso motivo per cui l’80% dei vandali è maschio, l’81% dei ladri di macchine, l’85% dei rapinatori.

Eppure, quando parliamo di vandalismo, di furti o di rapinatori, non ne facciamo una questione di genere. Finora.

Ma perché nei rapporti di coppia gli uomini omosessuali sono molestati più frequentemente delle donne?

Forse perché la società percepisce la molestia contro le donne come un crimine orribile, e quella contro gli uomini come un divertimento di cui ridacchiare.

In questo senso le “vittime strutturali” dovrebbero essere gli uomini (omosessuali).  Non vi pare?

***

Nonostante tutto questo, ogni tanto salta fuori una denuncia: la guardia del corpo di Mariah Carey ha detto di essere stato molestato dalla diva.

Ah ah ah.

Senz’altro avrete letto i paginoni con cui Corriere e Repubblica hanno coperto la notizia per una settimana intera. Vero?

Vero!?

No?

No, è impossibile.

Infatti, in linea con quanto dicevamo,  non c’è mai stato nessun paginone, non c’è mai stato nessun articolo. I trafiletti potrebbero essermi sfuggiti.

***

Davvero strano come vengono trattate le minoranze dai giornali: se c’è una rapina in villa guai a chi menziona la nazionalità dei rapinatori ma in caso di molestia tutto DEVE essere rigorosamente “genderizzato”.

Quasi quasi non puoi più distinguere le bambole dai soldatini, il rosa dall’azzurro, tutto deve essere neutro. Poi, si affronta il tema delle molestie, e la distinzione tra i sessi diventa di colpo un imperativo inderogabile.

Ma il rapporto 3:1 giustifica forse tanta focalizzazione esclusiva sulla donna?

In casi simili, di solito, la risposta è un sonoro “none”!

Nemmeno possiamo più dire che “una donna è incinta” per paura di offendere le donne col pisello!

Cos’è tutta questa ipocrita venerazione per le minoranze quando poi siamo disposti a buttare allegramente nel cesso una cospicua minoranza del 30%? E’ forse troppo poco minoritaria?

***

Ammettiamo che qualcuno dica: “dobbiamo fare di più per le vittime del terrorismo”.

Tutti d’accordo.

E poi aggiunge: “per le vittime cristiane, intendo”.

Gelo.

Ma questo messaggio – mutatis mutandis – non è altro che quello che continuano a dirci i giornali da tempo.

E se dicessi che dobbiamo aiutare le vittime della criminalità?

Applausi!

Specificando poi che dobbiamo concentrare il nostro zelo sulle vittime bianche della criminalità dei neri?

Orrore!

Ma questo orrore è pratica comune per i giornali da un mese in qua.

E se dicessi: “E’ necessario che tutti i neri riflettano sulle rapine e i vandalismi”?

Non è un po’ come dire: “E’ necessario che tutti gli uomini facciano i conti con il problema delle molestie”?

Assurda la prima uscita e assurda anche la seconda. Ma la seconda l’ho sentita pronunciata più volte in un clima di grande rispettabilità e assenso.

Un conto è riflettere su un problema (esempio le rapine in città), un altro è tentare di affrontarlo criminalizzando un’ intera minoranza (esempio i neri).

I nostri giornali hanno scelto la seconda via. Bravi! Complimenti.

***

Forse sarebbe meglio evitare la divisione in gruppi e puntare sulla costruzione di un mondo composto da persone libere e uguali. Libere anche dagli stereotipi, senza scivolare nel macchiettistico.

Il femminismo contemporaneo sembra invece prediligere una via alternativa: poiché si ritiene svantaggiato da taluni stereotipi (vero), cerca di costruirne altri ancora più caricaturali per prendersi un’inutile rivincita.

E’ una strategia ottusa, anche quando trova l’appoggio di grandi giornalisti (ottusi).

E comunque, a me, sembra anche una via eticamente sbagliata. (E spero che questo rigo ramingo nel post non mi faccia passare per moralista).

Perché non trattare la molestia come il terrorismo islamico? Sappiamo che è qualcosa di sbagliato, sappiamo che gli islamici sono più inclini di altri a cadere in tentazione, ma sappiamo anche che accusare l’Islam o generalizzare il problema non porta da nessuna parte.

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Sex and the City

Che la donna stia sottomessa all’uomo!

Per Costanza Miriano le dure parole di Paolo possono essere riabilitate: la sottomissione della donna sarebbe da intendersi come un regalo spontaneo e fatto con amore al proprio sposo.

In effetti, nel nostro immaginario, la figura della donna innamorata evoca potentemente l’altruismo e la dedizione. L’atto amoroso ce lo immaginiamo tutti come l’atto donativo per eccellenza, specie nella donna.

Ma per incrinare queste certezze  basta chiedere alle donne stesse: perché fanno l’amore?

Ormai girano diversi sondaggi, alcuni più attendibili di altri, quasi sempre le risposte sono… “impreviste”.

Innanzitutto le motivazioni sono 237.

Difficile pensare ad un maschio con tante mete da raggiungere… a letto.

Ma a colpire di più è il fatto che quasi tutte siano para-egoistiche.

Dominano: la voglia di sentirsi bene, il cedimento ad un’attrazione, la voglia di fare esperienze, l’esigenza di dimostrare all’altro il proprio affetto.

Le motivazioni più classicamente “amorose” vengono dopo, ma neanche qui troviamo un autentico altruismo.

Troviamo piuttosto la voglia di esprimere il proprio sentimento, l’esigenza di dare sfogo ad un’eccitazione, il bisogno di dare una consistenza reale al proprio amore, la voglia di sentirsi in intimità, eccetera.

Seguono altre voglie di varia natura: la foia, il divertimento, la curiosità, il piacere, lo status, l’avventura…

La prima motivazione realmente altruistica è all’ 11esimo posto: la voglia di compiacere il proprio compagno.

Pare che la critica rivolta spesso ad economisti ed evoluzionisti – ovvero di postulare un uomo egoista/invidioso – ne esca indebolita.

Se ad essere egoista è persino… la donna innamorata, ovvero l’emblema del dono.

D’altronde, gli uomini si lamentano continuamente delle loro compagne: 1/5 delle coppie stabili ha smesso completamente l’amore fisico.

Questa astinenza totale non sorprende, anche perché la donna è spesso attratta da caratteristiche che lui snobba: profumo, umorismo, affidabilità, status.

Oltretutto, per la donna, il sesso è spesso strumentale, lo usa  per vendicarsi, per coltivare la sua immagine di donna esperta, per competere con altre donne, per ricattare o premiare il partner…

Inoltre, l’orgasmo femminile ha anche una funzione selettiva: segala i compagni più pazienti e premurosi, virtù tipiche del buon padre.

Una volta che l’accoppiamento è stabile una funzione del genere si perde.

Nella coppia il sesso si riduce perché si affievolisce la stima: il mistero e la mitizzazione dell’altro vengono meno con la frequenza quotidiana. Ma vengono meno anche molte competitrici.

Per l’uomo è un problema, anche perché parliamo quasi sempre di monogami di fatto!

Ma puo’ essere un problema anche per la società: la pedofilia, per esempio, sembra una pratica subentrata con l’avvento della monogamia, ovvero con l’accesso limitato alle donne.

Il tradimento non è una valvola di sfogo sufficiente. In genere lo si pratica quando il rapporto è già alla deriva. Le uniche eccezioni sono quelle di  1) chi soffre d’ansia di prestazione all’interno del matrimonio e di 2) chi si trova nelle condizioni perpetrarlo senza rischi.

E’ singolare, comunque, che il tradimento non sia predetto dalla frequenza e dalla qualità dei rapporti sessuali nel matrimonio. Pesano di più altri fattori. Questo rassicura le donne nell’uso strumentale del sesso.

Man mano che il matrimonio procede, la donna si mette in cerca di potere contrattuale e raziona le dosi di sesso tenendoti sempre sul filo del rasoio.

Il fatto è che all’inizio del matrimonio molte questioni devono essere contrattate più o meno implicitamente: chi si alza per i figli? Dove si va a vivere? Come ci si arrangia con i soldi? Il sesso diventa così un fattore importante che travalica le motivazioni più tradizionali e di facciata.

Il matrimonio puo’ essere visto ANCHE come uno scambio: lui offre assicurazioni, lei garantisce sesso. Ma un impegno del genere è sgradevole da esplicitare.

La mancata esplicitazione di solito favorisce la donna (anche per questo sono loro le più desiderose di sposarsi). La tipica umoralità nelle questioni legate al sesso puo’ essere vista come un espediente per trarre vantaggio dalla natura implicita del patto primigenio.

Il problema si potrebbe risolvere con la clausola del sesso obbligatorio all’interno del matrimonio.

Oppure rilassando le aspettative verso l’uomo; per esempio: nessun obbligo di dormire a casa.

Entrambe le soluzioni sono già state ampiamente adottate in passato.

Ma dovrebbero essere le donne ad attivarsi nella riproposizione, poiché se lo facesse l’uomo lancerebbe disastrosi segnali di sfiducia.

Purtroppo il sesso è una strana bestia, non riusciamo mai a pensarlo in modo lineare, indignazione e scandalo sono sempre dietro l’angolo. Esempio: rispettiamo sempre di più le prostitute (sex workers) ma non ammettiamo la programmazione sessuale.

Troviamo inammissibile offrire sesso per una buona causa ma ammissibile offrire la propria vita.

Chissà perché?

Per noi è essenziale che si possa dire “no” anche all’ultimo momento. Il tabù impone che il contratto resti implicito affinché la donna possa specularci sopra.

Ovviamente non voglio parlare di complotti.

Si tratta solo di inclinazioni ereditate e che vengono da chissà dove. D’altronde, ciascun organismo tende ad accaparrarsi dei vantaggi stando attento a non turbare l’equilibrio generale dell’ambiente in cui vive.

E a provarlo al meglio è la presenza di inclinazioni in senso opposto, che pure esistono.

Un esempio preclaro: perché mai l’aborto selettivo è considerato una discriminazione anche da quelle femministe che con l’aborto non hanno nessun problema?

In fondo questa pratica, una volta adottata, è destinata a conferire molto più potere contrattuale alle future donne.

Forse che l’aborto selettivo lancia segnali inaccettabili? Forse.

Sta di fatto che questo atteggiamento di condanna incongrua realizza un corto circuito tra segnali e sostanza.

Se davvero ci fosse un “complotto delle donne” ai danni dell’uomo sicuramente la sostanza prevarrebbe sulle formalità segnaletiche.

Le femministe che sacrificano la sostanza stanno forse complottando contro se stesse?

L'immagine può contenere: una o più persone

 

 

 

 

Arrivano!

Sono mesi che la NASA registra un’inquietante presenza nello spazio che sembra avvicinarsi a noi con modalità indubitabilmente “intelligenti”.

Non lo si puo’ dire apertamente ma a quanto pare ci siamo, sono “loro”, arrivano.

Li abbiamo attesi a lungo e ora non sappiamo nemmeno come reagire. Che stupidi!

Per noi gli alieni, a parte la loro presenza incombente, restano un mistero.

Come ci comporteranno? Come ci comporteremo? Come reagiremo?

La cosa migliore è ascoltare i quattro consiglieri più stimati sui temi della politica estera.

1. LA PAROLA AL SIGNOR THOMAS

Prudenza innanzitutto.

Se volete la pace preparatevi alla guerra.

Deterrenza, e poi il resto.

Meglio te che me.

Aiutati che dio ti aiuta.

Pensare a se stessi è d’obbligo per un semplice fatto: quando il gioco si farà duro anche gli altri lo faranno. Non lasciatevi sedurre dalle parole alate delle anime belle.

Evitate i voli pindarici: la sicurezza è tutto. Poi viene il resto.

E ricordatevi soprattutto che l’alleanza tra “terrestri” non è l’unica possibile.

Tessere accordi particolari con gli alieni, o anche solo con una parte di loro, potrebbe essere la soluzione per migliore la condizione del vostro gruppo.

Non cadete nella trappola di pensare ad un confronto Alieni vs Terrestri. Sareste degli ingenui: le alleanze sono ancora tutte da stipulare, e lo si fa “durante”, non “prima”. Quando si conosce, non quando si ignora.

L’arrivo degli alieni puo’ essere per voi un’opportunità da sfruttare per migliorare la vostra posizione sullo scacchiere.

Se sono bellicosi e vogliono sfogarsi, fategli subito capire che è molto meglio lo facciano lontano da voi, magari laddove gli stati sono più deboli.

Quando la conoscenza degli alieni crescerà, calcolate gli equilibri possibili e spingete per quello che avvantaggia il vostro gruppo, avendo sempre in mente che non conta il guadagno ma il guadagno relativo: è una competizione darwiniana.

2. LA PAROLA AL SIGNOR WOODROW

Se ci separiamo è finita.

I nostri nemici, prima ancora che gli alieni, sono gli opportunisti che sfruttano il lavoro di chi si dà da fare tessendo pazientemente la rete diplomatica.

Per rafforzare la nostra coesione occorre puntare su una maggiore interdipendenza economica e una democrazia diffusa.

La politica interna conta anche in materia di politica estera, eccome se conta! Interessarci degli “affari altrui” è imprescindibile per curare meglio gli affari nostri.

La democrazia ci rende meno bellicosi tra di noi e più motivati contro il nemico comune antidemocratico.

Incoraggiamo gli sforzi democratici di chi è rimasto indietro, questo faciliterà la creazione di un governo mondiale che parli con una sola voce agli alieni.

Un’azione collettiva è possibile, ma occorrono organizzazioni internazionali che la facilitino e la coordinino.

3. LA PAROLA AL SIGNOR LEO

Anche se per i motivi sbagliati, l’amico Woodrow ha molte ragioni: la democrazia, indebolendoci e rendendoci più fragili e sensibili, ci rende anche meno animosi.

Quindi, diffonderla, è garanzia di pace. La democrazia diffusa minimizza la rissosità e quindi i nostri rischi.

Se vuoi la pace, diffondi la democrazia. E’ meglio che “prepararsi alla guerra”.

Facciamolo al più presto, facciamolo anche presso gli alieni.

Facciamolo anche esportandola con la forza, ma soprattutto non contiamo troppo sulle organizzazioni internazionali, infiacchite come sono da un bizantino metodo democratico a cui concorrono una miriade di democrazie già bolse di loro.

4. LA PAROLA AL SIGNOR SIGMUND

Ricordatevi che il nemico tende ad assumere le sembianze della rappresentazione che voi ne date.

E’ un po’ come vostro figlio: così come lo trattate, lui diventa. Se tutti i giorni gli date del “cretino”, lui si trasforma giorno dopo giorno in un cretino.

Anche voi finirete per coincidere con l’identità che decidete di conferirvi.

Lavorate innanzitutto su questi fattori per plasmare voi stessi e il vostro nemico.

La società umana si costruisce su simboli e tabù: per cercare la coesione lavorate con slogan efficaci e parole d’ordine precise. In questo modo vi riconoscerete e vi distinguerete.

E’ anche il modo migliore per tessere una politica transnazionale.

Un’identità forte vi corazza contro il panico diffuso dalla presenza aliena. E’ una cura per lo sconforto, nonché l’arma più potente per assimilare lo “straniero”.

Dite chi siete, ditelo a tutti e anche a voi stessi, ditelo e ripetetelo a voce alta. Gridatelo! E come per incanto le cose cambieranno in meglio: sarete più coraggiosi, sarete più ammirati, sarete voi stessi. Sarete pronti al confronto.

5. LA PAROLA AL SIGNOR JOHN

Non delegate troppo.

I gruppi a cui appartenete, a partire dagli stati, non sono persone, non ragionano come persone, non hanno una volontà propria, non hanno intenzioni proprie. Sono finzioni di comodo. L’unica realtà siete voi e i vostri simili.

Le pseudo intenzioni degli stati sono in realtà intenzioni della sua burocrazia. Il burocrate, lui sì che è un vostro simile.

Spesso la burocrazia è in cerca di problemi più che di soluzioni.

Ma non c’è solo il conflitto d’interesse, questo è il meno, c’è soprattutto l’ incompetenza congenita di chi 1) pensa ad altro, e 2) si trova di fronte a problemi complessi.

Meglio andarci con i piedi di piombo, meglio dividersi, che ognuno faccia il suo tentativo e gli altri imiteranno i vincenti. Meglio organizzarsi come si organizza la natura.

La natura e la scienza siano le vostre maestre quando vi trovate ad affrontare problemi complessi, ovvero problemi che mutano proprio mentre cercate di risolverli.

Volete il “rappresentante unico” dell’umanità? Istituitelo, ma non dategli troppi poteri. I poteri veri, decentrateli sul territorio concedendo generose autonomie.

Al limite consentite l’invasione aliena e rintanatevi nei luoghi più impervi del pianeta per colpire con le armi della guerriglia e del terrorismo.

Tante cellule, tante piccole intelligenze disperse che apprendono per imitazione dei successi altrui, valgono più di qualsiasi cervellone.

***

Difficile pesare questi consigli così autorevoli, tutti contengono un nocciolo di verità.

La mia priorità (al momento): 5-1-4-2-3.

P.S. Ah, i consiglieri misteriosi sono Hobbes, Wilson, Strauss, Freud e Locke 🙂

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