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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Dai dinosauri al Paradiso

L’istinto musicale

la musica fa appello ai nostri istinti di base, sarà per questo che i bambini non le sono affatto estranei.

Il ritmo, in particolare, si appella all’istinto del movimento. Quando sentiamo una marcia ci viene istintivo andare al passo. Il dinamismo è fondamentale per vivere su questa terra: solo i morti stanno fermi.

La melodia si appella al nostro istinto relazionale. Il bambino imita le melodie del discorso materno prima ancora che le parole. Lo avete mai sentito un bambino piccolo che simula una conversazione al cellulare? Anche la mamma, del resto, si mette in comunicazione con lui riproducendo in modo piuttosto ridicolo la linea melodica delle sue lallazioni.

L’armonia si appella invece al nostro istinto all’ordine. Sì, noi abbiamo un istinto all’ordine, anche se dallo stato delle camerette dei nostri figli non si direbbe. Eppure è così: ve ne accorgete quando guardando il cielo cercano di capire quale forma conosciuta assumano le nuvole. Le nuvole sono caotiche ma loro vorrebbero tanto vederci un ordine. Lo vogliono talmente che chiamiamo questo desiderio onnipresente “istinto”.

Potrei proseguire: il timbro soddisfa il nostro desiderio di identificare le cose. Distinguere la voce della mamma da quella del papà è importante e madre natura ci ha facilitato il compito rendendoci sensibili al timbro dei suoni.

Anche l’intensità sonora è collegata ad un istinto, quello dell’auto-identificazione. Se lo capite smetterete di chiedervi perché mai vostro figlio grida tanto: vuole solo dire “io ci sono e sono qua”. Vuole dirlo anche a se stesso ricoprendo tutte le altre presenze grazie all’intensità del suo urlo di guerra. Il narcisismo preso in dosi moderate non è una patologia ma un istinto naturale che deve trovare il suo sfogo.

Conclusione: gli elementi fondamentali della musica sembrerebbero trovare una corrispondenza nella natura umana.

C’è una teoria sull’origine della musica, non so quanto attendibile, la quale nasce dall’esigenza di spiegare come mai l’uomo preistorico – un essere così vulnerabile – sia sopravvissuto in ambienti tanto ostili. Ebbene, la proto-musica sarebbe stata un mezzo per spaventare nientemeno che i dinosauri (le bestie feroci in generale).

Un’attività che richiede dinamismo (ritmo), affiatamento (melodia) e coordinamento (armonia). Poi richiede anche grandi volumi sonori nonché timbri terrorizzanti. Immaginatevi adesso un’orda di uomini esagitati che si muove in modo più o meno coordinato urlando con voci d’oltretomba. Assomigliano o no ad una grande e minacciosa bestia capace, anche solo avanzando, di mettere in fuga dinosauri di stazza notevole ma non tanto scemi da voler fare conoscenza con una “roba” tanto ripugnante?

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La musica come linguaggio abortito

Ma torniamo ai nostri giorni, forse basterebbe pensare ai giochi dell’uomo per fare un parallelo con l’attività musicale. Si inizia con i giochi ripetitivi (ritmo), si passa ai giochi di ruolo (melodia, timbro e intensità) per concludere con i giochi di regole (armonia). Se il gioco è attività naturale – e chi puo’ negarlo? – allora forse lo è anche la musica.

Tuttavia, descritta così, la musica sembrerebbe un’ esclusiva del bambino preda degli istinti e ancora privo di competenze linguistiche.

Il linguaggio naturale in fondo puo’ spingerci a fare le stesse cose in modo ben più accurato.

Il linguaggio naturale ha la capacità di “specificare”, risponde alla domanda “quale?”, domanda che lascia impotente la musica.

Il ritmo, per esempio, richiama ad un movimento. Ma quale? Il movimento del cuore? Del passo? Boh. Il linguaggio naturale, al contrario, ha la capacità invece di riferirsi ad un movimento specifico.

La melodia richiama una relazione. Sì, ma quale? La relazione con la mamma, con la fidanzata Giovanna? Con la moglie Sara?

L’armonia richiama ad un ordine. Ma quale ordine? Dell’universo? Del paradiso? Della cameretta? Boh.

Insomma, la musica è un linguaggio vago per cui ci si chiede perché mai non sostituirlo con un linguaggio più accurato, visto che lo possediamo.

In effetti la teoria maggioritaria sull’origine della musica è piuttosto deprimente: la musica sarebbe uno scarto evolutivo prodotto dall’ uomo sulla via della ricerca linguistica.

Ecco da dove deriva la vaghezza della musica, dal fatto che è un linguaggio abortito. Lo abbiamo abbandonato per impossessarci di linguaggi più sofisticati.

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La musica come riciclo

Ma la musica in sé non l’abbiamo affatto abbandonata, è ancora felicemente tra noi e risuona nelle nostre vite, oggi più che mai. Evidentemente il linguaggio abortito di cui sopra è stato riciclato per altri fini.

Ma a che ci serve un linguaggio vago? In fondo, una certa dose di vaghezza viene conservata anche nei linguaggi naturali: o domani verrà anch’essa espulsa oppure ha una funzione sua propria. In genere si opta per questa seconda ipotesi.

Se esiste una funzione propria della vaghezza allora l’attività musicale puo’ essere considerata un modo per allenarci ad espletarla.

C’è chi sostiene che la vaghezza abbia la funzione di innescare una “ricerca comune“. Esempio triviale: quando sono assetato di pettegolezzi butto lì qualcosa a “chi-so-che-sa-anche-se-non-so-cosa-sa”. Si tratta di un’esca vaga giusto per indirizzare il discorso visto che nemmeno io so di preciso cosa potrebbe farmi sapere l’interlocutore. Costui, magari perché pensa che io sappia già qualcosa, prende la palla al balzo e parla (o sparla). Io a mia volta non resisto e aggiungo il mio mattoncino alle informazioni parziali che lui fornisce. Risultato: grazie all’ innesco della vaghezza prima eravamo due persone male informate ora siamo due persone molto più informate dei fatti.

C’è anche chi sostiene che la vaghezza serva per produrre mezze verità. Un modo per limitare i danni senza mentire apertamente compromettendo la nostra autorevolezza. Dio sa quanto sono utili le mezze verità per convivere. In questo caso la vaghezza sarebbe al servizio della coesione sociale. I secchioni che hanno studiato la teoria dei giochi sanno quanto serva al bene pubblico la cosiddetta “conoscenza comune” (gli altri vadano su wikipedia): per minimizzare i morti quando scoppia un incendio al cine nulla di più utile allo sgombero che una voce autorevole disposta a raccontare mezze verità al megafono (tipo: “tranquilli, nulla di grave, andrà tutto bene, adesso uscite lentamente dalla porta a destra…”).

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Le funzioni della musica

Ecco allora sintetizzata una possibile funzione della vaghezza: facilitare la ricerca di gruppo e la coesione del gruppo.

Ma la musica si esercita sulla vaghezza producendosi in virtuosismi: la semplice collaborazione diventa comunione e la ricerca materiale diventa ricerca di senso, cosicché la “comune ricerca” puo’ trasformarsi in “ricerca di comunione“.

In altri termini: nel linguaggio naturale le posizioni sono asimmetriche, chi parla è attivo, chi ascolta è passivo. Chi parla possiede il significato e lo comunica a chi ascolta, che si limita a riceverlo. Nel linguaggio musicale  invece l’esito finale, il significato, è come se dipendesse sia dall’attivismo di chi “parla” che da quello di chi ascolta. I due interlocutori agiscono in comunione.

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La musica è un fenomeno

Per realizzare una comunione tra persone bisogna fare appello a cio’ che le lega.

Cosa hanno in comune due uomini? Direi, l’interiorità, la coscienza; qualcuno parlerebbe più propriamente di anima. In fondo è cio’ che ci distingue dagli altri animali.

Bene, per ricercare una comunione con il nostro prossimo dobbiamo entrare in simpatia con la sua anima e, per quanto detto prima, la musica ci aiuta in questo.

Importante è notare che l’anima dell’altro non puo’ essere conosciuta attraverso una descrizione. Io che scrivo potrei essere un robot e non ci sarebbe nessuna descrizione oggettiva di me stesso che possa smascherare questa mia natura. E’ solo vivendo con me che puoi, al limite, scoprire che non lo sono, che posseggo un’anima. E’ solo grazie all’esperienza comune che puoi capire chi sono veramente.

Lo stesso vale per la musica, descriverla non serve a comprenderla, è necessario sperimentarla. Un sordo non comprenderà mai nulla della musica, anche di una musica di cui sa tutto, anche di una musica che potrebbe suonare alla perfezione. Non potendola sperimentare è impedito nella conoscenza poiché il senso profondo della musica emerge in modo indipendente dalla sua struttura, ovvero da cio’ che si può descrivere e che il sordo puo’ comprendere.

Per questi motivi la musica è un fenomeno: mentre gli oggetti sono conosciuti attraverso le descrizioni oggettive, i fenomeni sono conosciuti solo attraverso esperienza diretta.

Entrando in contatto con la musica noi sentiamo aleggiare un’anima ora gioiosa, ora ansiosa; ora in attesa, ora euforica; ora frustrata, ora speranzosa… Comunque un’anima affine alla nostra perché quella gioia è la nostra gioia, la riconosciamo evocando le nostre esperienze personali; quell’ansia è la nostra ansia, la riconosciamo evocando le nostre esperienze specifiche. Eccetera. Solo un uomo puo’ avere accesso e comunicare quel sentimento di gioia, o di ansia, o di euforia, o di speranza, o di attesa.

Ecco allora che si realizza una comunione: quel solipsismo radicale che mi impedisce di provare attraverso il linguaggio naturale che non sono un robot, è vinto dalla musica. Attraverso la musica ho la prova di essere un uomo e di essere in compagnia di altri uomini.

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La musica e la bellezza

Nel momento in cui sento la mia umanità attraverso la musica, nel momento in cui attraverso l’ascolto sento la compagnia di un mio simile, nel momento in cui stabilisco questo cruciale contatto, sperimento la bellezza.

Non ci sono musiche belle, la bellezza è qualcosa che si manifesta dentro di me. La bellezza non è una proprietà dell’oggetto artistico ma un’esperienza personale: la posso vivere anche guardando un tramonto, o una ragazza.  Senz’altro ci sono musiche più funzionali a produrre queste esperienze ma anche qui avventurarsi in descrizioni oggettive sarebbe temerario visto che al mondo esistono personalità tanto diverse tra loro.

I sette autori di riferimento

Sulla musica come istinto: Edgar Willems.

Sulla musica come arma contro i dinosauri: Joseph Jordania.

Sulla musica come linguaggio abortito: Steven Pinker e Daniel Sperber.

Sulla vaghezza come specifico della musica: Vladimir Jachelevitch.

Sulla funzione della vaghezza per la ricerca comune: Bart Lippman.

Sulla funzione della vaghezza per la coesione sociale: Robert Aumann.

Sulla musica come fenomeno: Roger Scruton.

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Sono del 74enne Arno Rafael Minkkinen, uno specialista della fusione uomo/natura.

Umiliati ed offesi

Cosa distingue un’opinione legittima da un’opinione ingiuriosa?

Non sono un giurista, affronto la questione armato solo di buon senso nella speranza che sia la giurisprudenza a seguire il buon senso e non viceversa.

L’ingiuria e la diffamazione colpiscono l’onore di una persona.

Un tempo l’onore era tutto, serviva a costruire il bene fondamentale della fiducia. Una persona disonorata era una persona condannata ai margini della società.

Oggi è lo stato che si occupa di adempiere a questa funzione, per esempio: è lo stato che si occupa di far adempiere i contratti stipulati, non dobbiamo più affidarci esclusivamente sull’onore della controparte; l’onore personale cessa così di essere  un bene cruciale. Tuttavia, il nostro cervello questo non lo sa, si è formato in quello sterminato periodo storico/preistorico che chiamiamo “era dell’onore” e ce lo dobbiamo tenere così com’è, lui ci fa soffrire quando riceviamo un’ingiuria che ci disonora, anche se poi i danni materiali sono minimi. Chi offende quindi deve pagare, per usare un’analogia: se domani un robot farà quello che oggi  facciamo con le mani, non per questo deve passarla liscia chi contro la nostra volontà ci dovesse amputare la ormai inutile appendice.

L’ingiuria crea un’offesa e quindi un danno psicologico che andrebbe risarcito alla vittima.

Se l’offesa è volontaria la punizione deve scattare senza attenuanti.

Non nego che per gli accertatori isolare l’intenzione sia un’operazione delicata: se ti dico “scemo” è perché voglio offenderti o perché penso che tu sia scemo e intendo esprimere questa mia opinione? l’intenzione è qualcosa di interiore che non si puo’ osservare, non ci resta che raccogliere indizi indagando su tono, luogo, tempo, contesto eccetera.

Ma leviamo di mezzo il “caso facile” e concentriamoci sull’offesa come danno collaterale dell’ “opinione ingiuriosa”. Il dubbio di un dovere al risarcimento persiste, anche qui basta una semplice analogia: se faccio un incidente automobilistico sono chiamato a risarcire anche in assenza di intenzionalità.

I danni psicologici però sono particolari: diversamente da quelli derivanti da un incidente automobilistico riguardano l’intimità di una persona, cosicché quantificarli è ostico. Anche per questo si limitano i casi di risarcimento; la regola generale potrebbe essere questa: solo quando è possibile contrattare in anticipo con le potenziali vittime si è tenuti poi a risarcire per i danni psicologici eventualmente prodotti.

Un esempio vale più di mille parole:

Un tale va in una chiesa cattolica e nell’attesa che entri l’officiante, ad assemblea composta, sale sull’altare brandendo il microfono per dire: “cattolici, vi considero dei bigotti e oltretutto degli ignoranti, siete la causa prima dei ritardi dell’Italia, senza di voi il paese andrebbe 100 volte meglio!”. La cosa turba comprensibilmente l’animo di molti. Magari l’autore della piazzata pensa veramente quel che dice e di fatto sta solo esprimendo un’opinione che ha tutto il diritto di coltivare, quel che non si capisce bene è il perché debba prendersi la briga di andare ad espletare questa esigenza in una chiesa, ben sapendo che gente la frequenta, ma anche di scegliere un momento clou del rito in cui si è intrufolato. Se proprio voleva esprimersi in quella sede avrebbe potuto farsi invitare, e in effetti, dietro invito, si deve ritenere che quelle sue parole non producano alcun danno risarcibile, specie se è noto come il Nostro la pensi sui cattolici e sui ritardi dell’Italia.

Ancora sul trattamento giuridico del danno psicologico.

Dopo una serata allegra Joe droga Mary e la violenta in presenza di Jane. Quando Mary rinviene torna a casa con la sua amica e dopo qualche giorno viene resa edotta  da Jane su quanto accaduto quella sera. Ne rimane comprensibilmente sconvolta e chiede a Joe un risarcimento per i danni psicologici subiti (in assenza di danni fisici). Lo ottiene. Motivo: se Joe aveva tanta voglia di farlo con Mary avrebbe potuto anche chiederglielo! C’era cioè la possibilità di un contratto preventivo.

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Ma torniamo alle opinioni che “violentano”, quando il contratto preventivo è impossibile o diseconomico?

  1. DISCORSI PUBBLICI. Ogni volta che Gad Lerner apre bocca mi sento violentato dentro, non avrebbe potuto avvisarmi di quanto stava per dire? Bè, mentre la violenza è reale, la possibilità di avvisarmi è improbabile. Se la platea è generica risulta difficile filtrare l’audience potenzialmente vulnerabile, cosicché la libertà di parola diventa la regola anche quando offende alcuni ascoltatori.
  2. DISCORSI ASTRATTI. Se voglio fare la mia tirata anti-cattolica chi devo contrattare per ottenere il nulla osta? Chi rappresenta “i cattolici”? Che numero di telefono devo fare?
  3. DISCORSI DIALETTICI. Ci sono sedi in cui esiste un contratto implicito che ci autorizza ad esprimerci in modo franco. In questi caso l’opinione ingiuriosa è lecita, almeno tra i partecipanti al dibattito.
  4. DISCORSI MINIMI. Io non sono nessuno e le offese che posso arrecare con le mie opinioni sono minime. In queste condizioni un contratto preventivo, con tutti i costi di transazione che comporta, sarebbe diseconomico.
  5. DISCORSI PRIVATI. Nelle conversazioni private l’opinione ingiuriosa ha una circolazione talmente ristretta che il danno procurato è minimo cosicché il contratto preventivo diventa diseconomico.
  6. DISCORSO COMMERCIALE. Chi “vende” le sue opinioni si ritiene che lo faccia al miglior offerente, per cui i danni procurati sono bilanciati dai benefici arrecati (è il principio della concorrenza: i competitori si danneggiano tra loro, chi puo’ negarlo, ma il beneficio prodotto eccede questo danno). In questi casi il contratto preventivo è implicito.
  7. DISCORSI SITUAZIONALI. Talune espressioni, specie se pronunciate in certe occasioni, sono diventate tanto stereotipate da non avere più la capacità di offendere, in questi casi il contratto preventivo è diseconomico. Talvolta nei talk si sente dire quando si raggiunge il calor bianco “sei sempre in campagna elettorale”, come a voler significare che certi attacchi personali sono implicitamente ammessi solo in certe occasioni come la campagna elettorale.
  8. DISCORSI COMUNI. Posso rievocare con entusiasmo la mangiata di pesce fatta ieri e offendere a morte l’interlocutore vegano, tuttavia non mi sembra che il mio comportamento sia colpevole vista l’eccezionalità della circostanza. C’è sempre qualcosa che offende qualcuno e a volte è giusto considerare che chi offende lo fa senza colpa. In altri termini: l’offesa deve essere prevedibile usando la normale diligenza.
  9. … spazio a disposizione per chi vuol continuare.

Si noti un’ omissione problematica: il DISCORSO OGGETTIVO. In fondo anche quello puo’ offendere, ad ogni modo giudicare sulla presenza di un’offesa punibile è più facile che giudicare sull’oggettività di un’opinione.

Così come, al contrario, un’opinione trascurata resta pur sempre un’opinione. Al limite, se offendo un tale esprimendo un’opinione non argomentata, questo fatto sarà rilevante come indizio per poter dire che volevo offendere più che esprimermi.

Esercizi:

  1. L’opinione di David Irving e Robert Faurisson merita di essere condannata per “negazionismo”?
  2. Bossi che in un comizio dice “térun” a Napolitano è condannabile?
  3. Erri De Luca che dice “la TAV va sabotata” è condannabile?
  4. Marine Le Pen, Michel Houellebecq e Oriana Fallaci meritano la condanna per “islamofobia”?
  5. Chi si infiltra nelle manifestazioni di piazza per sabotarle esprimendo un’opinione controcorrente merita una condanna?
  6. Santoro invita Brunetta in studio e nel finale lo espone ad una vignetta cprrosiva di Vauro che lo offende. Condanniamo?
  7. Vauro pubblica sul suo giornale satirico una vignetta offensiva su Brunetta, che denuncia. Condannare?
  8. Vauro pubblica su un giornale di partito una vignetta offensiva su Brunetta, che denuncia. Condanniamo?
  9. Il prof. di psicologia che sa di avere in classe un’ allieva che ha subito violenza sessuale parla dei maniaci come di gente con risposte eccessive a quello che resta un istinto naturale dell’uomo. L’allieva rimane offesa e denuncia. Condanniamo?

Soluzioni: no-no-no-no-sì-sì-no-boh-no (precisazione: per la condanna s’intende comunque necessaria la querela di parte).

L’origine del mondo (dal Vangelo secondo Stephen Hawking)

Per molto tempo non si sono conosciuti esattamente gli orientamenti religiosi di una mente eccelsa come quella di Stephen Hawking (SH), anche se nel suo best seller sui buchi neri utilizzava un’espressione come “mente di Dio” che mandava in sollucchero molti credenti.

Tuttavia, l’ateismo dello scienziato è andato via via delineandosi fino a fissarsi in un libro specificatamente dedicato alla faccenda in cui le conclusioni suonavano perentorie: non è necessario nessun dio per spiegare l’origine dell’universo, bastano le leggi scientifiche che già conosciamo.

Per SH l’universo ha un’origine spontanea che possiamo inferire dalle leggi della meccanica quantistica (MQ), in particolare dal cosiddetto “salto quantico”.

In effetti, nel resoconto della MQ, senza entrare in particolari in cui mi perderei, taluni fenomeni si presentano in forma “incausata” (non hanno cioè una causa materiale). E allora il gioco è fatto, l’origine del mondo potrebbe essere spiegata sulla falsariga di questi eventi.

Detto in altri termini: per SH l’universo non ha una causa materiale ma questo semplice fatto non spiazza in alcun modo lo scienziato/scientista poiché con roba del genere costui traffica tutti i giorni quando osserva il “micromondo” delle particelle subatomiche.

Inoltre, l’intuito che ci serve per afferrare l’ipotesi di SH è ulteriormente aiutato dal fatto che prima di espandersi  l’universo aveva dimensioni minime, assomigliava molto cioè proprio a una di quelle particelle subatomiche per cui valgono le leggi quantistiche di cui sopra.

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(madre natura scolpita da Lorenzo Quinn)

La “soluzione H.” ha una caratteristica del tutto innocente che si rivela però un punto debole se pensiamo agli intenti non del tutto innocenti del suo ideatore: implica cioè che le leggi della MQ debbano esistere prima dei corpi a cui si applicano. E’ per forza così visto che si ipotizza un universo che viene ad esistenza proprio in seguito all’azione di una di quelle leggi.

Dobbiamo immaginarci una MQ senza quanti. Un po’ come immaginare una legge di gravità senza gravi. Per molti non è facile.

Fortunatamente nella storia del pensiero uno sforzo immaginativo di questo genere è giù stato fatto e se oggi l’operazione non ha per noi più segreti lo dobbiamo al sommo Platone: vi ricordate la teoria delle idee platoniche? Basta allora chiudere il cerchio convertendosi al platonismo, ovvero ad una filosofia che riconosce realtà metafisica alle idee: a quel punto non avremmo più problemi a concepire le leggi della MQ come aventi una realtà loro propria (nell’iperuranio) che prescinde dal mondo a cui si applicano.

Ma un SH platonista non ce lo vedo, innanzitutto perché si perdono in questo modo tutti i vantaggi che la sua ipotesi poteva vantare rispetto all’ipotesi teista, ovvero il fatto di non implicare oggetti metafisici.

In secondo luogo perché in questo senso è anche peggio dell’ipotesi teista: se esiste una realtà metafisica delle leggi quantistiche, perché mai  non dovrebbe esistere una realtà metafisica della legge di gravità? E via dicendo. Insomma, mentre al teista basta postulare la realtà metafisica di un oggetto solo: Dio, SH dovrebbe postulare una serie numerosa di realtà metafisiche complicando ulteriormente la sua ipotesi, che a questo punto, come tutte le idee inutilmente contorte, perderebbe in plausibilità.

L’omosessuale e il depresso

Sono dei malati?

I requisiti da considerare:

  1. una malattia ha una causa biologica,
  2. una malattia è indipendente dalla volontà di chi ne è affetto,
  3. una malattia è rara,
  4. una malattia è sgradevole,
  5. una malattia è “discreta” (o ce l’hai o non ce l’hai),
  6. la malattia si cura con le medicine.

Esiste poi un settimo fattore, più che un requisito è un sintomo sociale per capire se siamo di fronte ad una condizione di “malattia”. Ha a che fare con la semiotica: la “parola” malattia induce simpatia sociale per il “malato”.

Il cancro è una malattia.

Alla vecchiaia manca il terzo requisito.

Alla depressione (o all’autismo) manca il quinto.

All’omosessualità manca il quarto.

I progressisti sono piuttosto inclini a considerare i depressi come malati, per i conservatori sono invece dei “lazzaroni”.

I conservatori sono più inclini a considerare gli omosessuali come dei pervertiti (malati), i progressisti li considerano invece come persone del tutto normali.

Stranezze: la presenza degli omofobi sono il sintomo che l’omosessuale non è un malato, questo in virtù dell’inferenza semiotica di cui sopra.

Altra stranezze: molti conservatori considerano l’ omosessualità una condizione non determinata geneticamente: questo smarca ulteriormente gli omosessuali dall’etichetta di “malati”. Al contrario, è il progressista ad insistere sulle cause biologiche, tipiche della malattia. 

Altra stranezza. Gli scientisti tendono a rivedere il quarto requisito, proprio quello che rileva per l’omosessualità: non conta tanto la sgradevolezza soggettiva della condizione quanto la capacità del “malato” ad espletare alcune funzioni oggettive. Ora, siccome per uno scientista la riproduzione è la funzione oggettiva per eccellenza di ogni animale e siccome, sempre per lo scientista, l’uomo non è altro che un animale, l’omosessuale sarebbe un malato a tutti gli effetti. Conclusione ben strana se si pensa che lo scientista è quasi sempre un progressista fatto e finito.

In sé questa discussione è solo nominalistica. Quando diviene di sostanza?

Quando bisogna decidere se “curare” il depresso o l’omosessuale. Quando bisogna decidere se la comunità deve finanziare la ricerca di medicine atte alla cura.

Ci sono depressi (o ragazzi col deficit di attenzione) che vorrebbero essere curati ma il conservatore si oppone: la cura migliore è che si diano una svegliata temprando il loro carattere, sarà loro utile nel corso della vita.

Ci sono omosessuali che vorrebbero essere curati ma il progressista si oppone: è un’ottima occasione per trasformare la società intera in un ambiente più accogliente per loro.

Non saprei dire qual è la soluzione che manda tutte le palline in buca – forse la “privatizzazione” delle malattie? – ma ho come l’impressione che ci sia un’asimmetria di trattamento tra le due condizioni.

Il bello della musica

Dove sta il bello nella musica?
 
Ardua domanda. Urge sdrammatizzare immediatamente.
 
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No, quella roba qua sopra non è un’ opera d arte, e nemmeno la simboleggia. È un disegnino che ho fatto personalmente in soggiorno cinque minuti fa.
 
Nonostante la sua rozzezza serve alla bisogna poichè mi serve un’analogia e non un esempio.
 
Dunque, punto primo: per apprezzare una musica bisogna dapprima coglierne il senso.
 
Se il linguaggio della musica fosse un linguaggio naturale tra i tanti il percorso per giungere a questo risultato sarebbe noto. Uno si mette lì di buzzo buono e comincia a studiare la grammatica e il lessico. Ma purtroppo le cose non stanno così, il linguaggio della musica è un linguaggio sui generis.
 
In che senso “sui generis”? E qui parto con le analogie.
 
Torniamo allora al disegnino di cui sopra. Qual è il suo senso? A cosa rinvia?
 
Risposta ingenua: rinvia ad una ragazza o qualcosa del genere!
 
Sbagliato. Rinvia a “Sara”.
 
Chi ci fa caso lo vede piuttosto chiaramente, c’è scritto!: le “s” non sono altro che i capelli e le braccia, il volto sorridente con gli occhi forma poi delle “a”, e infine il corpo con le gambe non è altro che una grande “r”.
 
Altra domanda: che doti bisogna avere per realizzare il disegnino?
 
Bè, bisogna conoscere l’ anatomia di una donnina e saperla poi riprodurre sulla carta con un pennarello.
 
Che doti bisogna avere per comprendere il disegnino? Bisogna essenzialmente conoscere le lettere dell’ alfabeto.
 
Ma soprattutto bisogna avere l’ immaginazione sufficiente per scovarle nel disegnino e metterle in fila affinché acquistino un senso compiuto.
 
Ecco, lo scambio musicale funziona all’incirca così: da una parte c’ è un tale che conosce a menadito le donnine e le sa disegnare, dall’ altra un tipo che le guarda in caccia di lettere e parole dal senso compiuto.
 
L’ immaginazione è la facoltá fondamentale su cui far leva per compiere per benino tutto il fondamentale lavoro “trasformativo”.
 
Fuor di analogia: “donnine, “lettere” e “parole” sarebbero concetti da sostituire con “strutture formali”, “emozioni”, “stati d’animo”, eccetera,  eccetera.
 
Concludo con quattro osservazioni in parte rilevanti per la discussione partita in seguito al post del sette.
 
Prima osservazione. Se guardo il disegno vedo una donnina anche se non volessi farlo. Per vedere le lettere invece devo sforzarmi.
 
Per questo i filosofi, a proposito della musica, parlano di “oggetto intenzionale“: il bello non viene da te, devi stanarlo tu con la volontá e l’immaginazione.
 
Seconda osservazione: per scovare le lettere non è fondamentale saper disegnare le donnine, così come per saper disegnare le donnine non è fondamentale conoscere le lettere.
 
Per questo i filosofi, a proposito del musicista, parlano di intentional fallacy: puoi essere anche un insensibile ottuso che ha ben poco da dire sul senso della sua opera e restare ciononostante un notevole artista.
 
Terza osservazione. Il bello non è né rappresentato né contenuto nella musica ma emerge grazie al lavoro immaginativo dell’ascoltatore.
 
Per questo gli psicologi trattano l’esperienza musicale con gli strumenti messi a disposizione dalla psicologia gestaltica piuttosto che con quelli tipici del cognitivismo.
 
Quarta osservazione. Per quanto l’ esperienza soggettiva dell’ascolto sia essenziale per realizzare la bellezza di una musica, nulla si ricava da queste considerazioni circa la natura oggettiva del giudizio estetico.
 
Anche qui mi spiego con un’analogia: i numeri. I filosofi considerano “i numeri” concetti che emergono nell’ interiorità dell’uomo senza per questo negare necessariamente la loro natura oggettiva.
 
Bibliografia:
 
Un classico contro questa impostazione: “Il bello musicale” di Eduard Hanslick.
 
Un classico che appoggia questa impostazione: “Estetica come scienza dell’espressione” di Benedetto Croce.
 
Un contemporaneo contro questa impostazione: “Filosofia della musica. Un’introduzione” di Peter Kivy.
 
Un contemporaneo che appoggia questa interpretazione: “Comprendere la musica. Filosofia e interpretazione” di Roger Scruton.
 

Nella cameretta con “Silvia”

Non c’è niente da ridere, in questo post vorrei occuparmi di un argomento serio: le condizioni necessarie per vivere un’esperienza estetica. Ma cerchiamo subito di “sdrammatizzare”.

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Facciamo il caso di una ragazzina un po’ tamarra e priva di ogni cognizione musicale che dalla sua cameretta nelle case popolari della periferia milanese ascolti sullo stereo “Silvia” di Vasco Rossi.

Compie un’esperienza estetica autentica?

Per certo non lo sapremo mai poiché l’esperienza è qualcosa di interiore, non visibile ad occhio nudo e non misurabile col metro. Tuttavia, possiamo osservarla da vicino per trarne degli indizi. Poniamo di aver messo una “cimice” nella sua cameretta e di poterla intercettare mentre parlotta tra sè e sè (ha questo vizietto).

Dopo l’ascolto dice: “bellissima canzone, mi ha emozionato un casino”.

Poi, nel suo gergo tamarro, dice qualcosa che io tradurrei  così: “mi ha proprio toccata sul vivo, sento che parla di me, ha colto la mia natura più intima, mi ha fatto rivivere qualcosa di profondo che mi riguarda vicino, allora forse esisto anch’io!, evvai!”

Infine aggiunge: “Vasco, sei grande, mi conosci meglio di quanto io conosco me stessa, con canzoni come questa sai raccontarmi come io non saprei mai fare, grazie di esistere, mi viene da piangere dalla gioia, adesso esco di qui e spacco tutto”.

Nel dire e pensare tutto questo è sinceramente commossa, piange di felicità, si sente compresa e parte di una comunità più vasta.

Ora, perché dovrei negare statuto di esperienza estetica a quanto è avvenuto in quella cameretta? In fondo quella ragazza ha in testa e dice proprio quel che, secondo me, dovrebbe dire un critico raffinato davanti ad una bella musica che lo entusiasma. Senz’altro quest’ultimo scenderà in particolari in grado di esaltare la sua perizia, ma la sostanza è quella. 

Stando quindi alle parole della protagonista ricorrono tutti gli elementi  per dire che ha sperimentato l’azione reale del bello su di sé: le sue reazioni sono sincere e tipiche.

Una teoria estetica che negasse tutto cio’ sarebbe come minimo astrusa, qualsiasi persona di buon senso la evita se puo’.

 

p.s. siccome queste considerazioni sono ispirate da una discussione con Davide, ci tengo a far notare che una pera di eroina fa tutt’altro effetto e suscita reazioni ben diverse.

Vale di più una sinfonia di Beethoven o dieci canzoni dei Beatles?

Ardua domanda, tralasciamo la risposta finale per concentrarci sul metodo più adeguato da seguire per giungervi.

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Urge analogia: quanto vale una tratta da 100 euro?

La tratta ha un valore potenziale, una probabilità d’incasso (che dipende da chi è il nostro debitore)   e un valore reale.

Poniamo che il debitore sia Wanna Marchi e la  probabilità d’incasso sia solo del 20%.

Il valore potenziale della tratta è 100 ma quello reale è 20.

Cerchiamo ora di identificare questi tre valori nel caso che ci interessa.

Per farlo immaginiamo che esista l’ascoltatore onnisciente, una figura immaginaria ma facilmente concepibile. Un tale che conosce tutto di tutto e ha fatto tutte le esperienze passate e futuribili che un uomo può fare.

Costui potrebbe dirci che il pacchetto di canzoni beatlesiane vale 50 e la sinfonia vale 80.

Ora sappiamo la bellezza potenziale delle opere ma qual è la loro bellezza reale?

Bisogna stabilire una “percentuale di realizzazione” e questa dipende necessariamente dal pubblico del momento in cui avviene la valutazione e dai condizionamenti storico-sociologici che riceve dall’ambiente in cui è immerso.

Nel nostro periodo storico ipotizziamo che la “percentuale di realizzazione” del pacchetto di canzoni sia 80% mentre quella della sinfonia sia  50%.

Se ne deduce che la bellezza reale delle canzoni uguaglia quella della sinfonia, entrambe le opere possiedono una bellezza reale pari a 40.

Sia le canzoni dei Beatles che la sinfonia di Beethoven (qui ed ora) liberano la stessa bellezza.

Questa conclusione tiene conto sia di elementi oggettivi (la bellezza potenziale) che da elementi soggettivi (il pubblico).

Come aumentare la bellezza presente sulla terra?

Qualcuno preferisce agire socialmente: plasmiamo la mente del pubblico in modo da alzare la % di di realizzazione delle musiche a più alto potenziale. Altri preferiscono agire artisticamente: realizziamo nuovi prodotti con la bellezza reale più elevata possibile.

Il secondo approccio è quello tipico delle società commerciali (dove la domanda comanda e l’offerta si adegua). E’ anche il mio preferito: la manipolabilità delle menti mi lascia sempre scettico, anche quando raggiunge qualche risultato parziale o si nasconde dietro parole più rispettabili come “educazione” o “istruzione”.

P.S. nel mio resoconto do per scontate alcune cose ma in particolare una premessa problematica che non tutti accettano: la bellezza non è una proprietà dell’oggetto artistico ma un’esperienza interiore di chi fruisce dell’opera.

L’Expo deturpato dalle code (?)

A quanto pare quello stesso Expo che dà battaglia allo spreco di cibo sembra completamente disinteressato allo spreco di tempo, al punto di fare della “coda” il suo marchio di fabbrica.

Chi ci va deve rassegnarsi a file in stile sovietico, una vera iattura in grado di rovinarti la giornata, l’ingresso scaglionato rende il visitatore scoglionato. Ma esiste un rimedio?

gatti

(gatti in attesa del ritorno dalla peschereccio)

La teoria delle code (esiste anche quella) propone come soluzione ottima la negoziabilità dei posti in fila, senonché le contrattazioni estenuanti appesantite dai bluff rendono chiaramente impraticabile questa via.

Molto più comodo istituire delle corsie preferenziali a pagamento: i padiglioni incassano, i solventi “saltano” e gli altri si sorbiscono l’attesa ma questa volta rincuorati dal loro bravo risparmio. Un espediente talmente elementare da chiedersi come mai in una società capitalistica ancora persista l’oscuro fenomeno delle “code prevedibili”.

Alcune ragioni ipotizzabili:

  • le code garantiscono pubblicità,
  • le corsie a pagamento penalizzano i giovani, ovvero l’utenza più preziosa perché incline al passaparola e alle mode,
  • la soluzione a pagamento urta la sensibilità morale di molte persone, il che puo’ ripercuotersi su reputazione e business.

Almeno all’ultimo inconveniente si puo’ ovviare offrendo dei pacchetti in cui si vende al pubblico qualcosa che comprenda anche il salto della coda. La chiamano “segmentazione dell’utenza”.

Per esempio, all’Expo si potrebbe offrire l’ingresso senza coda a chi pranza al ristorante o a chi accede agli store facendo una piccola spesa.

Capisco però che per molti il denaro e lo sterco del demonio pari sono, in questo caso si potrebbero distribuire dei buoni all’ingresso, una specie di soldi del Monopoli che ognuno investirà come crede per avanzare nelle file di attesa.

Ma se sia i soldi filigranati che quelli del Monopoli evocano fantasmi, almeno si organizzino le code in modo razionale. Il criterio che minimizza lo spreco di tempo è noto: dare la precedenza all’ultimo arrivato (o al gruppo degli ultimi arrivati, quando l’ingresso è scaglionato).

Se la cosa vi sembra strana ripensateci meglio.

Con questo criterio le code ai vari padiglioni saranno sempre cortissime: appena si allungano chi è nelle prime file desisterà ricominciando a girare tra i padiglioni. Ok, bisognerà impedire a costoro di rientrare nella stessa coda stabilendo un periodo refrattario, ma questi sono particolari.

La gente gira e ci prova finché non entra. Provarci costa  così poco!, le attese sono minime, giusto qualche minuto e subito dopo o si desiste o ci s’ imbuca. Nei padiglioni più richiesti i tentativi saranno molti e il flusso d’ingresso costante, esattamente come nel caso della solita coda.

Qualcuno non entrerà ma questo accade anche col metodo tradizionale, solo che ora il tempo medio sprecato sarà inferiore.

Certo, la fortuna qui ha un certo peso e purtroppo per molti la fortuna è ancora più demoniaca del denaro. Non so bene tra i due cosa scateni di più l’invidia sociale e il risentimento.

Ormai l’Expo è al crepuscolo e le code ci intossicheranno anche nell’ultimo mese. Indossiamo allora le lenti rosa e vediamo come consolarci dal flagello:

  • la coda con lo smartphone è molto meno noiosa,
  • la coda fatta conoscendo i tempi di attesa  è molto meno stressante (quando agli Emirati Arabi hanno annunciato “un’ora e mezza” sono schizzato via più convinto e felice della mia scelta che il giorno del matrimonio),
  • la coda allena la nostra pazienza, il che viene sempre utile,
  • la coda ci fa apprezzare di più il padiglione che visiteremo,
  • la coda crea coesione sociale: alla fine parli con tutti e conosci parecchia gente, bello;
  • la coda spesso è ricca di intrattenimenti: in coda per il Kazachistan ho gustato un’arrapante danza del ventre che faceva avanzare i mariti solo se spintonati dalle mogli, in coda per la Germania un artista di strada si è esibito di fronte a noi offrendo uno spettacolo che a posteriori giudico ancora oggi migliore del padiglione.

Per approfondire:

Steven Landsburg: “How to Shorten Waiting Lines”
Tyler Cowen: “The Upside of Waiting in Line”
Xianchi Dai e Ayelet Fishbach: “When Waiting to Choose Increases Patience”.

Dare a Tizio negando a Caio

Don Juliàn Carròn, capo di CL, chiede una qualche forma di riconoscimento per le coppie omosessuali.

Don Giussani insieme a Julián Carrón

Apriti cielo, polemiche infuocate fuori e dentro il Movimento. Camillo Langone parla apertamente di “Don Coniglio Carron”, Gianni Aversano risponde da par suo e Benedetta Frigerio condensa bene le perplessità dei militanti.

Al di là del merito mi chiedo quale possa essere un modo indolore per dar seguito alla richiesta di Carron: come riconoscere un’unione omosessuale?

Un modo indiretto per farlo consisterebbe nel “riconoscere un po’ meno” quelle tradizionali. Esempio:

– far pagare il diritto alla “reversibilità” tramite un supplemento a parità di gettito totale;

– abbassare le quote di “legittima” pro-coniuge nei testamenti;

– abbassare le detrazioni per coniuge a carico;

– lasciare ai contratti pre-matrimoniali parte dei doveri coniugali;

– continua.

C’è qualche possibilità che questa strada venga seguita? Poche visto che richiede un’ipotesi forte: che le associazioni LGBT siano più attente alla sostanza e i cattolici alla forma. Penso invece che i movimenti abbiano in testa soprattutto la forma (e sulle intestazioni non cedono) mentre i singoli la sostanza (e sui privilegi concreti non cedono).

Nel cuore di Erri

Erri De Luca: “la TAV va sabotata“.

Sta istigando a sabotare o sta esprimendo un’opinione?

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Letta così sembrerebbe a tutti gli effetti una semplice opinione etica: “ho analizzato la situazione e stando ai miei valori ritengo che sia un dovere sabotare l’opera”.

Si puo’ o no pensare una cosa del genere? Si puo’ o no esprimere in modo pubblico la propria opinione in un caso del genere?

Personalmente non ho analizzato la situazione specifica della TAV ma non escludo a priori di giungere alle medesime conclusioni. Dovrei silenziarmi in quel caso? In fondo già parecchie volte sono giunto alla conclusione che compiere un reato non sia solo un diritto ma anche un dovere.

Naturalmente, io non sono un personaggio pubblico e una mia posizione in merito conta meno del due di picche: ma capire se alcune parole rappresentano un’opinione o un’istigazione dipende in modo cruciale da chi le pronuncia? A me sembra di no, dipende casomai dalle intenzioni di chi le pronuncia, le quali, a loro volta, traspaiono dal tono o dal contesto.

Ritenere che sia un dovere compiere un reato e affermarlo pubblicamente non significa automaticamente istigarlo, a meno che non lo si faccia usando certi toni vicini all’incitamento, magari rivolgendosi direttamente ad una folla già propensa ad agire che aspetta solo una parola che le spinga all’azione. In questo caso ci sarebbero gli estremi per rinvenire una volontà ben precisa di delinquere o di far delinquere.

Ma qui si sta parlando, attraverso un giornale, ad un pubblico indistinto; si sta rispondendo ad una domanda specifica fatta da una giornalista. Oppure la giornalista è anch’essa connivente e va condannata?

Esiste allora in De Luca una “voglia di sabotare” e quindi il desiderio di vedere qualcuno che lo faccia? A me sembra di no. Ben inteso: magari la voglia c’è ma la sua presenza non mi sembra provata.

Bisogna, al limite, punire la volontà di delinquere non l’idea che sia doveroso delinquere.

Purtroppo in molti non riescono a fare questa distinzione, non la ritengono nemmeno sensata: per costoro se penso che sia doveroso delinquere, allora desidero delinquere; le due cose non possono viaggiare su binari diversi, non puo’ esistere un giudizio umano sostanzialmente autonomo dai desideri di chi lo emette.

In effetti qui si scontrano due concezioni etiche: se si pensa che il giudizio morale emerga dai nostri desideri, allora probabilmente De Luca, oltre a “ritenere” che sia doveroso sabotare la TAV, “vuole” che venga sabotata. Se fosse così aumenterebbero di molto le chance che stia agendo in conformità a questi suoi desideri; se invece si pensa che il giudizio morale discenda da un ragionamento, allora sulle voglie profonde di De Luca possiamo giusto fare delle congetture che lasciano il tempo che trovano, così come sui reali obiettivi delle sue esternazioni pubbliche.

Paradosso: scommetto che De Luca – dal punto di vista filosofico – appartiene al primo partito.

Ma i filosofi contemporanei professionisti a che partito appartengono? Consultiamo allora la più attendibile PhilPapers Surveys alla domanda sui giudizi morali:

Moral judgment: cognitivism or non-cognitivism?

Accept or lean toward: cognitivism (ragione) 612 / 931 (65.7%)
Other 161 / 931 (17.3%)
Accept or lean toward: non-cognitivism (emozioni) 158 / 931 (17.0%)
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