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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Tre argomenti in favore della virtù

In questa post vorrei abbozzare una difesa della cosiddetta “etica della virtù” presentando tre argomenti a suo favore ma capisco che prima bisognerebbe capire meglio cosa sia.

In etica l’ approccio legato alle “virtù” si contrappone all’ approccio “deontologico” e per individuare con chiarezza dove risieda il discrimine discuto di un tema ricorrente nel dibattito contemporaneo: il “relativismo etico”.

1. RELATIVISMO ETICO

Il “relativismo etico” è spesso chiamato sul banco degli imputati, gli ultimi Papi ne hanno fatto la sentina di tutti i mali della modernità.

Personalmente, ho sempre faticato a capire fino in fondo il significato dell’ espressione.

Forse perché tra i “relativisti” fanno bella mostra di sé alcuni tra i “moralisti” più petulanti che sia dato ascoltare oggigiorno.

Ma come è possibile essere “relativisti” e al contempo mostrarsi infervorati come tanti Savonarola? (*)

Ma come è possibile puntare tutto sulla denuncia del degrado morale è poi indignarsi con chi accenna al concetto di valore non-negoziabile?

Ecco allora qui di seguito un modo per appianare il paradosso.

Assolutisti e Relativisti si scambiano accuse reciproche in un dialogo tra sordi, la mia ipotesi è che i primi lo facciano avendo in testa l’ “etica come virtù”, i secondi, per contro, pensano all’ etica come deontologia.

Vediamo di chiarire meglio i termini.

Se l’ etica è deontologica, allora tenere un comportamento etico equivale a ubbidire ad una regola o a un set di regole.

Se invece l’ etica è una virtù, allora tenere un retto comportamento è la conseguenza naturale di chi da sempre, a cominciare dall’infanzia, coltiva sane abitudini. Per il virtuoso l’ abitudine prevale sulla regola, i costumi sull’acutezza morale.

Per la deontologia il problema etico si consuma qui ed ora: che fare? Qual è la regola corretta da applicare al problema che mi viene sottoposto? Come “calcolarla”?

Per il virtuista, invece, il problema etico coinvolge una vita: l’ educazione ci instilla delle attitudini che poi, nella vita,  ci faranno propendere verso il comportamento più corretto.

Prendiamo adesso una virtù specifica: il coraggio. Anche nel linguaggio comune è del tutto normale definire il “coraggio” come un valore assoluto.

Avere poco coraggio non è mai degno di lode, così come è impossibile averne “troppo”. Infatti, non appena si esagera, non parleremo più di coraggio ma di temerarietà incosciente, che è ben altra cosa.

Tuttavia, fateci caso, se pensassimo in termini di “regole” non varrebbe niente del genere. Non esistono regole “assolute”, nemmeno per l’ “assolutista” che si batte contro il “relativismo etico”.

Anche se pensassimo alla regola più ovvia: “non uccidere l’ innocente”, possiamo raffigurarci delle valide obiezioni.

Per esempio, se il sacrificio dell’ innocente, magari un vecchio prossimo alla morte, ci consentisse di salvare 10 innocenti, magari bambini, potremmo anche ritenere sensata una trasgressione. Nessuno griderebbe al relativismo. (E se 10 vi sembrano pochi potete provare con 100 o 1000 finché raggiungerete di sicuro un numero a voi consono).

Insomma, la virtù è assoluta, la regola mai. Ecco allora dove si ingenerano equivoci. Il discrimine non passa tra assolutismo e relativismo ma tra deontologia e virtuismo.

Assolutisti e Relativisti se ne dicono di tutti i colori ma forse solo perché i primi hanno in mente un’ etica fatta di virtù, i secondi di regole.

2. MORALITA’ E MORALISMO

Una volta precisata la distinzione tra etica virtuistica ed etica deontologica, ipotizzo un vantaggio che la prima potrebbe avere sulla seconda, ovvero promuovere la moralità senza moralismi.

Anche qui attingo alla mia esperienza personale partendo dall’ assunto difficilmente confutabile che il mondo religioso sia più sensibile alla virtù mentre quello ateo/laico alla deontologia.

Ebbene, nella mia esperienza riscontro molto più moralismo nel secondo! Qui le prediche sono continue e non manca mai nemmeno l’ ateo che ti fa le pulci in quanto credente (“perché non aiuti di più i poveri tu che vai a messa?”, “perchè non fai volontariato tu che frequenti l’ oratorio?”, “perché non difendi la legalità tu che sei così pronto alla sottomissione papale?”, “perchè voti quel partito tu che dovresti essere il più solidale tra i solidali?”, eccetera). Taccio poi di quella schiera di intellettuali non credenti che sembra abbiano una sola passione nella vita: insegnare al Papa come si fa il Papa. Il moralismo laico tende a vedere nel credente un ipocrita in pectore proprio perché nella religione non vede altro che precetti morali, non sa capirla in altri termini, per lui la fede è solo un modo per fondare stabilmente quei precetti e nel momento in cui il credente “manca” diventa per definizione un ipocrita.

Riconosco che in passato forse non era così, il perbenismo moralista allignava per lo più tra i credenti, ma ora ho la sensazione che le cose siano radicalmente cambiate. Di certo non viviamo nel paese del bengodi, sta di fatto che da noi crisi, mafia, corruzione, evasione, illegalità hanno trasformato in “pretonzoli” molti osservatori che, a corto si soluzioni, vedono come unica via di scampo l’ avvento della “bontà universale”, cosicché cercano di propagarla a suon di prediche (chi al bar e chi sui giornali più prestigiosi).

Qui voglio sostenere che questa percezione, ovvero il moralismo pervasivo del mondo laico, ha una spiegazione razionale, ovvero che è in un certo senso è il portato necessario di un’ etica deontologica. Ecco allora il primo argomento di cui al titolo: l’ etica delle virtù ci salva dal moralismo.

 

Dimostro la tesi con un esempio.

Giovanni è persona morale, Giuseppe è un moralista.

Qual è la differenza tra “morale”? e “moralismo”?

Giovanni vede nel comportamento morale una virtù. Il comportamento morale ha in sé qualcosa di spontaneo, non lo si inculca. E al limite, se lo si inculca, lo si inculca da subito, da bambini, la virtù , lo dicevo nel paragrafo precedente, poi cresce con noi. Se non è innata, è per lo meno un’ abitudine radicata.

Giuseppe, invece, vede nel comportamento morale l’ osservazione di una regola (deontologica). La regola sta lì davanti a noi, ci viene calata dall’ alto e noi siamo chiamati ad osservarla. La nostra libertà, poi, ci fa decidere pro o contro.

Giovanni è un “evoluzionista“: la regola morale “emerge” in noi e fa parte di noi, è consustanziale alla nostra natura e all’ educazione ricevuta.

Giuseppe è un “riformatore“: per lui l’ autorità morale stabilisce la regola ottima e la propone alla nostra intelligenza. Gli altri ne prendono atto e scelgono se ubbidire. Quando l’ autorità muta, cambierà i calcoli e riformerà la regola ottima e gli altri si adegueranno obbedendo.

Per Giovanni i precetti etici sono assimilabili ad una legge naturale, per Giuseppe il concetto di etica converge con quello di legalità.

 

Per Giovanni il passato ha un valore importante visto che le virtù si dimostrano tali nella prova con il tempo e reggono il vaglio evolutivo. Per Giuseppe il tempo ha meno importanza, se i nostri calcoli ci dicono che le vecchie regole sono sbagliate la cosa migliore è fare tabula tabula rasa e ricominciare da zero.

Per Giovanni le prediche e le crociate hanno poco senso. Le regole morali sono in buona parte innate nella nostra persona, e se anche non lo fossero, vengono comunque interiorizzate dal soggetto solo grazie ad abitudini che si radicano in una vita intera. Non ha senso “esportare” la morale a terzi, a meno che si ritenga che un certo comando morale appartenga già alla natura del “terzo”. Gli uomini, o perlomeno gli uomini adulti, sono “irriformabili”, non ha senso convincerli con una predica o una crociata. Cio’ non significa che siano immorali ma che possiedono una loro sostanza morale che magari è differente dalla nostra.

Per Giuseppe le prediche e le crociate hanno invece senso. Se c’ è un comando che Tizio non rispetta, noi possiamo convincerlo o costringerlo a rispettarlo. L’ uomo immorale puo’ essere “riformato” perché la sua scelta è un’ opinione e tutte le opinioni possono cambiate. L’ uomo immorale puo’ essere convertito poiché la regola morale deriva da un “calcolo” e i “calcoli”, se sbagliati, devono e possono essere corretti.

Certo, ad un discorso del genere non mancano le obiezioni, ne vedo emergere almeno un paio obiezioni ficcanti:

1. Sebbene la crociata di “conversione” degli altri adulti sia insensata per chi crede nelle virtù. resta praticabile la crociata di “conversione” dei bambini.

2. Sebbene la crociata di “conversione” dia insensata per chi crede nelle virtù, resta praticabile la crociata di “sterminio”.

La prima, più che un’ obiezione, è un argomento di segno opposto che accetto, i rischi ci sono e se la virtù è caduta in disgrazia lo dobbiamo agli eccessi del passato. La seconda mi sembra poco verosimile, voglio sperare che certe epoche buie appartengano ad un passato irreversibile.

3. LAICITA’

Per quanto sia possibile dividere la deontologia dalla virtù, nessuno di noi aderisce completamente ad un’ opzione piuttosto che all’ altra. Anche il “deontologista” più radicale è disposto ad assegnare un ruolo all’ educazione, così come il virtuista ammetterà sempre l’ esigenza di regole precise.

Chi distingue tra queste due realtà etiche è nelle condizioni ideali per elaborare il concetto di laicità: Il laico distingue tra regole e virtù ammettendo che le prime richiedano un’ applicazione coercitiva mentre per le seconde basta la sanzione della propria coscienza.

4. IL DISCORSO DELLA MONTAGNA

Mentre l’ antico testamento prediligeva un approccio deontologico – il decalogo calato dal Sinai è esemplare – Gesù ci introduce alla virtù: nel discorso della Montagna, da un lato invoca la Misericordia nel giudizio divino sugli uomini, dall’ altro inasprisce i doveri di questi ultimi: non basta evitare l’ adulterio ma si è chiamati a non pensare nemmeno alla donna d’ altri. Non basta andare d’ accordo con la propria sposa, non bisogna nemmeno separarsi da lei (revocata quindi la possibilità di divorziare introdotta da Mosé). Se con Mosé, poi, era illecito uccidere, con Gesù non bisogna nemmeno adirarsi. Se prima vigeva la legge del talione ora bisogna “porgere l’ altra guancia”.

E’ chiaro che in un’ ottica virtuosistica la Misericordia è imprescindibile. Lo è per il semplice che non esiste più il “giusto”, tutt’ al più esiste il “giustificato” e non si puo’ essere giustificati senza un atto di misericordia.

Da sempre i cattolici sono i custodi della virtù contro l’ etica deontologica.

5. LIBERALISMO E VIRTU’

C’ è chi pensa che l’ etica della virtù sia incompatibile con il liberalismo: avere standard troppo elevati ci rilassa sull’ applicazione delle regole minime.

Non mancano gli argomenti a favore di questa ipotesi, a cominciare dalle deludenti performance di molti paesi cattolici. Inoltre, la nostra riserva di moralità sembrerebbe limitata; chi punta in alto rischia di mancare sui fondamentali.

Però esistono anche argomenti che rendono l’ abbinata liberalismo/virtù particolarmente avvincente, e qui vengo al mio secondo argomento.

Dobbiamo riconoscere che l’ esercizio spontaneo della virtù è essenziale affinché una società libera funzioni: non basta non uccidere il nostro prossimo per vivere una vita felice. Voi che ne dite?

La stessa sacrosanta libertà di espressione, se non temperata dalla virtù e dal buon senso, puo’ fare danni irreparabili.

Di fronte a questa realtà ineludibile come si comporterà chi non crede nella virtù o non la tiene in conto? Semplice, non ha che una scelta: stabilire una moltitudine di regole minute e coercitive che rendano la vita sociale accettabile.

Se la libertà di espressione rischia di essere dannosa la restringeremo grazie ad una regolamentazione stringente che vagli caso per caso cosa è lecito e cosa non lo è.

Questa via fatta di proibizionismi non è invece una via obbligata per coloro che credono e promuovono la virtù. Costoro possono pensare: fissiamo alcune regole di base (deontologiche) e per il resto affidiamoci alle virtù che l’ uomo sa sviluppare spontaneamente. In questo modo le regole coercitive di base possono realmente minime, ovvero coerenti con l’ assunto liberale.

Ecco allora emergere il secondo argomento di cui al titolo: l’ etica virtuistica ridimensiona l’ uso della coercizione.

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6. FELICITA’ E VIRTU’

La psicologia mi offre il destro per enunciare il terzo argomento di cui al titolo: chi crede nella virtù e cerca di praticarla è una persona mediamente più felice.

Capisco che il tema della felicità umana sia insidioso, il bulldozer della scienza ha abbattuto molti ostacoli ma forse per addentrarci in questo genere di misteri una novella di Flaubert   è ancora il modo migliore (consiglio: “Un cuore semplice”). Tuttavia, su alcune tesi si riscontra una convergenza tale che mi parrebbe strano  non contengano un grano di vero.

L’ uomo è felice se sente  una certa “nobiltà” nella propria missione, una certa “grandezza”, un significato che vada oltre le preoccupazioni prosaiche della vita quotidiana. L’ obiettivo che persegue deve comportare un sacrificio, essere generosi, per esempio, aiuta a sentirsi bene, il dono di sè a quanto pare è importante innanzitutto per se stessi.

Ebbene, il rispetto della regola deontologica minimale ci massifica, è difficile sentirsi “realizzati” perché abbiamo compilato correttamente un modulo o perché non abbiamo violentato il nostro vicino di casa. Per contro una vita virtuosa ci nobilita: se ci siamo sacrificati, anche oltre il ragionevole, per il bene dei nostri figli il nostro cuore è in pace e possiamo goderci la vecchiaia. Se abbiamo resistito alle lusinghe di un facile amorazzo, che a pensarci bene non avrebbe fatto male a nessuno, torneremo ad amare ancora più felici nostra moglie. Insomma, la vita virtuosa ci proietta nella dimensione ideale per perseguire una realizzazione personale, ci fa sentire partecipi di un progetto ambizioso. La vita virtuosa ha il pregio di essere contemporaneamente elitaria e a disposizione di tutti. Crescere un figlio è “qualcosa di unico che fanno tutti”. C’ è qualcosa di miracoloso in tutto cio’, sarebbe da stupidi lasciarselo scappare.

NOTE

(*) Sia chiaro, il timore del relativismo non è campato in aria, è il frutto di una storia ben precisa del pensiero occidentale, senonché oggi, secondo me, abbiamo superato quello stadio. A titolo esemplificativo redigo una piccola storia della pedagogia che illustra un percorso di andate e ritorno rispetto ai Valori. Qui si vede bene come il pericolo relativista incombesse ma anche come sia ormai alle nostre spalle:

  1. Aristotele: è doveroso formare il carattere morale del ragazzo inculcando un’ etica basilare fatta di: 1) rispetto (dell’ altro e della sua proprietà), 2) lealtà (alla parola data), coraggio (voglia di intraprendere con l’ altro) 3) buone maniere (non approfittarsi del diritto alla libertà) 4) temperanza (self contro e successo sono legati a doppio filo). il bambino, secondo Aristotele, è un “barbaro da civilizzare”. Tra noi e gli animali spicca una differenza: noi possiamo trasmettere la nostra cultura, loro devono ricominciare sempre da capo, tanto è vero che noi andiamo avanti e loro restano fermi.
  2. La pedagogia aristotelica è condivisa un po’ da tutti nella storia: greci, romani, illuministi, romantici, vittoriani. Nel novecento il paradigma muta.
  3. Si realizzano eccessi che trasformano il metodo di Aristotele in un metodo “zero-tollerance”: qui l’ educatore si allontana dal discente  trasformandosi da civilizzatore in punitore distante.
  4. L’ accusa della pedagogia progressista scatta immediata ma non prende di mira la sopravvenuta lontananza del genitore quanto cio’ che viene chiamato indottrinamento se non “lavaggio del cervello”. Tuttavia, “violentare” il carattere di una persona è possibile solo se la persona è autonoma, cosicché viene postulata l’ autonomia del bambino.
  5. L’ alternativa proposta: “value clarification“. Il bambino è competente, autonomo, bisogna solo presentargli dei valori etici e lui procederà alla scelta. Fondamentale mantenere le distanze per non influenzarlo.
  6. Il metodo della “value clarification” crea, implicando la distanza dell’ adulto, ansia e paure. Si cerca di rimediare puntando sull’ autostima: premi per tutti e complimenti continui.
  7. Il metodo dell’ autostima fomenta il narcisismo, si cerca un recupero di Aristotele.
  8. Ma i valori di Aristotele non  soddisfano l’ ideologia progressista, cosicchè si cerca di sostituirli con 1) democrazia 2) tolleranza 3) legalità 4) educazione di genere 5) politically correct…

Violento/a

Gli antropologi ci spiegano che l’ uomo ha sempre trovato la violenza un buon metodo per risolvere i suoi conflitti. Da qui la sua popolarità.

E infatti i violenti sopravvivevano mentre i pacifici soccombevano.

Ancora oggi, presso le tribù amazzoniche che vivono sul pianeta in condizioni simili ai nostri antenati, nel tempo libero non si fa altro che parlare e vantarsi di quanti nemici sono stati stroncati con la forza. Si è praticamente incapaci di pensare se non in termini di “guerra al nemico”.

Sarà per questo che ancora ai nostri giorni – dove la violenza si esprime in modo più obliquo – sia l’ uomo che la donna conservino comunque istinti belluini che tengono faticosamente a freno.

Ci si chiede solo in quali persone allignino meglio, stando sul generale c’ è chi opta per l’ uomo e chi invece, salomonicamente, li vede equi-distribuiti tra i generi.

Penso di appartenere al primo gruppo e cerco di illustrare le mie ragioni partendo da una considerazione presa a prestito dalla psicologia evolutiva:

  1. la violenza dell’ uomo è maggiormente proiettata nell’ ambito sociale;
  2. la violenza della donna è maggiormente proiettata nell’ ambito personale.

Viviamo tempi in cui si denuncia la “violenza in famiglia” e questo ci fa dimenticare l’ ovvio: i nostri nemici stanno soprattutto fuori dalla famiglia.

Ora, poiché i nemici per lo più stanno “là fuori”, è normale che il maschio, per quanto detto prima, sia più pronto a ricorrere all’ aggressione e a sviluppare nel tempo un istinto aggressivo.

Millenni di guerre e conflitti tribali – per lo più ingaggiati dagli uomini – non passano senza lasciare traccia.

Vengo all’ ovvia obiezione: e tutti gli episodi di cronaca in cui “lui” strapazza “lei” all’ interno di una relazione di coppia?

Sembrerebbe che la violenza dell’ uomo sia preponderante anche nella dimensione più intima.

L’ osservazione è imbarazzante, la mia impalcatura è in pericolo.

Vedo solo questa doppia “contromossa” difensiva: non è sempre facile distinguere tra dimensione personale e dimensione sociale. Non è nemmeno sempre facile distinguere tra violenza e violenza.

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Distinguere tra pubblico e privato

Faccio un esempio.

Non penso che la disistima del partner sia un vulnus insopportabile per l’ uomo, almeno finché questo sentimento non assurga ad una dimensione pubblica, finché cioè non viene in qualche modo ufficializzato e reso noto a tutti, magari attraverso la minaccia di un abbandono, mossa non più occultabile e destinata inevitabilmente a condizionare il giudizio sociale sul soggetto in questione.

A questo punto “lui” reagisce, ma reagisce proprio perché si abbandona la dimensione intima per entrare in una dimensione pubblica che pregiudica il suo status.

In caso contrario, quando la disistima è circoscritta nella sfera privata, quando i panni sporchi saranno lavati in famiglia, lui troverà modo di compensare questa mancanza, per esempio grazie agli amici, o grazie all’ amante, oppure anche grazie a un hobby o a qualsiasi interesse da coltivare a latere.

Al contrario, la donna è meno interessata alla sfera pubblica, lei soffre l’ ostilità del partner a prescindere e questo puo’ solleticare la sua aggressività indipendentemente dalla minaccia di essere lasciata.

Distinguere tra violenza e violenza

C’ è poi un’ altra considerazione da fare, parto dall’ aspetto più generale: noi oggi non siamo meno violenti dei nostri predecessori o dei nostri fratelli dell’ Amazzonia, siamo al limite più temprati dall’ esperienza, sappiamo evitare i conflitti inutili anche se la nostra aggressività è tutt’altro che sopita, e lo vediamo bene quando ci viene offerta l’ opportunità di assalire un imbelle senza conseguenze per la nostra persona. Pochi si tirano indietro.

Insomma, il violento s’ impratichisce e diventa più raffinato ma non si libera del suo istinto. Sarà un paradosso ma in certi ambiti la “brutalità” segnala una scarsa abitudine alla pratica violenta, almeno dal punto di vista evolutivo.

Ora, siccome la donna pratica da sempre la violenza nell’ ambito delle relazioni personali, possiede oggi in questo ambito un grado di raffinatezza che l’ uomo non ha e spesso capisce meglio dell’ uomo quanto la violenza bruta sia controproducente per ottimizzare la sua condizione, meglio dare forme alternative alla propria aggressività.

Riferimenti bibliografici

  1. Sulla violenza come fattore evolutivo: Napoleon Chagnon: Tribù pericolose. La mia vita presso gli Yanomamo.
  2. Sulla tipizzazione della violenza maschile e femminile: Roy Baumeister, Is There Anything Good About Men?: How Cultures Flourish by Exploiting Men.
  3. Su come nel tempo si raffini la violenza: Jeffrey Pfeffer, Power: Why Some People Have It and Others Don’t.

Tutto il resto sono mie congetture bisognose di verifica.

Un’ etica per i cambiamenti climatici

PREMESSA

E’ un piacere per me affrontare un tema su cui ho da poco cambiato idea discutendone con altri.

Eppure in materia avevo posizioni piuttosto consolidate, pensavo di stare in una botte di ferro. Insomma, ero tutto tranne che una “tabula rasa”.

Personalmente trovo rincuorante che opinioni professate per anni possano mutare nel breve volgere di una franco scambio di idee. Significa che la ragione esercita ancora una sua forza sui nostri intelletti, significa che non siamo dei pupazzi in balia dei nostri bias cognitivi e che possiamo scampare alla fossilizzazione completa della conoscenza. Il, tutto, sia chiaro, al netto dell’ eventualità sempre possibile che sia passato dalla ragione al torto.

Bene, ora entro subito nel merito con un paio di affermazioni che, quando si parla di etica, introducono una distinzione per me cruciale: quella tra deontologia e virtù.

Parto dal mio caso personale, quello che conosco meglio: personalmente trovo che sia una mancanza non andare a Messa la Domenica. Eppure, ammetto che chi si astiene non procura alcun danno al suo prossimo.

Allo stesso modo il Vegano trova che sia eticamente disdicevole mangiare uova. Eppure, chi divora un cereghino non aggredisce certo “suo fratello”.

Sia io che il Vegano riteniamo che ci siano comportamenti sbagliati a prescindere dal danno arrecato al prossimo. Perché? Siamo forse dei tipi tanto strani?

Entrambi consideriamo che l’ etica abbia a che fare anche con la “purezza”. Siamo tutti e due, chi più e chi meno, un po’ puritani.

Non violentare il prossimo per noi è il minimo, chi punta alla perfezione e alla purezza è tenuto ad andare oltre, l’ uomo virtuoso non coincide con colui che si limita al rispetto pedissequo della regoletta deontologica.

Separare deontologia ed esercizio della virtù è importante anche perché consente di tracciare il confine della laicità: mentre non ha senso imporre agli altri la virtù con la forza, le regolette minimali del vivere civile possono richiedere un’ applicazione coercitiva a cura, per esempio, dello stato.

Sia una persona retriva come me che una persona avanzata e à la page come il Vegano condividono quindi una dimensione puritana dell’ etica.

Ma lo psicologo Johnatan Haidt va oltre: con i suoi esperimenti ci tiene a sottolineare che la dimensione puritana appartiene un po’ a tutti.  Magari nel tempo varia: ieri era più concentrata sul sesso oggi sull’alimentazione, però prima o poi salta fuori in tutti. Diciamo che è una caratteristica umana.

Sembra proprio che io e il Vegano non siamo affatto dei “tipi strani”.

Ebbene, in questo post vorrei mettere da parte proprio la dimensione puritana della faccenda, salvo recuperarla in extremis alla fine. Lo faccio perché tirare in ballo le virtù sarebbe come camminare su un terreno minato, meglio occuparsi di cio’ che tutti condividiamo come rilevante, ovvero la dimensione della violenza e dell’ intromissione indebita negli affari dei nostri simili.

Se chiedo a qualcuno di rispettare l’ ambiente per preservarne l’ aspetto incontaminato  e al contempo per potersi elevare come abitante di questo pianeta, ho paura di non ricevere molto ascolto. Tuttavia, se faccio notare all’interlocutore come l’ inquinamento da noi prodotto procuri anche gravi danni al nostro vicino, la sensibilità alle mie osservazioni si farà subito più acuta.

Sia le mentalità retrive che quelle avanzate, pur non ritrovandosi nei rispettivi precetti puritani, concordano  che sia sbagliato infliggere un danno ingiusto al nostro prossimo.

Fissarsi sul concetto di danno, ecco il rovello dell’ uomo moderno.

Lo psicologo Piaget riteneva che una mente evoluta tendesse a ricondurre il fattore etico alla ferita inflitta al nostro simile mentre il filosofo John Stuart Mill, un padre della modernità, dichiarava che noi siamo liberi finché non danneggiamo l’ altro.

Mentre la prima affermazione è stata successivamente revocata in dubbio, quest’ultima appare piuttosto vuota di senso – a me il filosofo John Stuart Mill sembra un po’ sopravvalutato – sia perché falsa (la dimensione puritana continua a vivere un po’ in tutti nonostante i proclami) sia perché, anche se fosse vera, non fa che spostare i problemi anziché risolverli.

Quando rileva il danno che infliggiamo all’ altro? Quando può dirsi realmente tale? Quando siamo responsabili del danno procurato? Mill tace, e non certo perché la risposta sia scontata.

Poiché professo una meta-etica fondata sul senso comune, il mio modo di procedere sarà il seguente; cercherò di ricavare delle regole etiche da situazioni concrete, cercherò poi di capire come si applicano le regole isolate al caso che ci preme, quello del riscaldamento globale, ed infine cercherò di capire quali eccezioni possano convivere felicemente con la regola emersa. Da ultimo, ma solo di passaggio, abbandonerò l’ asfittico mondo delle regolette morali per aprirmi a quello delle virtù.

Illustrerò cinque casi di “danneggiamento” del prossimo cercando di giudicarli secondo quanto detta il senso comune. Forse, sulla base della soluzione data, potrà emergere una regola da applicare poi al sesto caso, quello del riscaldamento globale.

Negli esempi prefigurati fingerò che esista un’ Autorità – per esempio quella statale – deputata a sanzionare il mancato rispetto della regola, in questo modo le analogie appariranno più vivide, spero.

Qualcuno potrebbe opinare che uno stato non dovrebbe mai dedicarsi a sanzionare precetti etici ma visti i limiti che ci siamo dati, vista la distinzione tra deontologia e virtù che abbiamo introdotto, l’ obiezione si stempera: parlando unicamente di precetti intesi ad evitare danni a terzi è più che plausibile conferire un ruolo alla coercizione statale.

C’ è un’ ulteriore premessa al mio ragionamento: considero che la responsabilità morale sia personale.

Insomma, i figli non sono responsabili per le colpe dei padri così come l’ individuo non è responsabile per le colpe di altri che appartengono al suo gruppo.

In questo senso l’ etica che propongo è di stampo libertario.

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IL LADRO

Giovanni ruba il tablet di Giuseppe.

Cosa ci dice il senso comune? Facile: Giovanni è colpevole e per la sua mancanza merita una sanzione.

Violare platealmente una proprietà reca danno al legittimo proprietario e questo danno va in qualche modo risarcito dal colpevole.

A questo punto dovrei chiedermi il perché, dovrei fornire delle giustificazioni ma per ora prendo questo precetto come ovvio, almeno finché i fatti si presentano preclari come nell’ esempio formulato.

Ciò non significa che manchino le eccezioni alla regola: se, per esempio, Giovanni ruba solo temporaneamente il tablet a Giuseppe per inviare una mail salva-vita che non puo’ essere posposta per nessun motivo, allora per noi sarà doveroso scagionare il ” ladro” pro tempore poiché ricorre un caso di “estrema necessità”.

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L’ORATORE

Giovanni arringa la folla in piazza con discorsi militanti che Giuseppe, un passante, trova stomachevoli.

Senso comune: Giovanni è innocente.

Anche qui il danno esiste ed è ovvio: Giuseppe è fortemente disturbato dalle parole di Giovanni, la sua giornata è rovinata. Non si puo’ nemmeno dire che manchi l’ intenzionalità: Giuseppe, se non l’ ho detto prima lo dico adesso, sa che certamente tra la folla ci saranno anche persone irritate dal suo passionale intervento.

Tuttavia, almeno alle nostre latitudini, esiste quella che chiamiamo “libertà di parola” e si ritiene che Giovanni non sia responsabile di nulla nel momento in cui esprime con franchezza le sue idee.

Ma perché nel primo caso il danno arrecato rende colpevole chi lo infligge mentre nel secondo caso no?

Innanzitutto, nel secondo caso il danno è soggettivo (psicologico).

I danni psicologici, diversamente da quelli oggettivi, sono difficilmente quantificabili. Ogni tentativo rischia di essere arbitrario e per molti opportunisti sarebbe facile fingersi lesi per ottenere un risarcimento. Le parole di Giovanni lusingano alcuni e irritano altri, poiché non esiste un bilancino per pesare costi e benefici si presume un pareggio e si consente all’oratore di tenere il suo comizio.

Ma l’ aspetto decisivo è un altro: nel primo caso Giovanni e Giuseppe avrebbero potuto contrattare la compravendita del tablet, qui no: Giuseppe è un passante casuale sulla pubblica piazza e Giovanni, per quanto sia prevedibile che passanti come Giuseppe possano imbattersi nei suoi discorsi estremisti, non avrebbe mai potuto a priori contrattare con loro, e questo proprio perché sono passanti casuali, ovvero  indeterminati a priori.

La possibilità di contrattare è importante poiché consente di quantificare in modo attendibile i valori soggettivi abbattendo l’ arbitrio e l’ opportunismo che denunciavamo prima. Gli economisti chiamano questo toccasana “preferenza rivelata”, qualcosa che vedremo meglio al punto successivo.

Per capire come la possibilità di contrattare sia decisiva, facciamo il caso di un eretico che dà scandalo “esibendosi” di punto in bianco in Chiesa senza aver interpellato nessuno. La Chiesa non è il bar, costui è colpevole poiché prende di mira persone ben circoscritte col chiaro scopo di scandalizzarle e offenderle. Isolare la “preda” è un gioco da ragazzi, circoscrivere l’ auditorio più adatto per ottenere l’ effetto voluto è facile visto che si raduna in Chiesa per abitudine consolidata. Ma alla stessa maniera, se uno l’ avesse voluto, sarebbe stato facile anche contrattare a priori con loro, se l’ eretico non l’ ha fatto è perché sapeva che avrebbero mandato all’ aria il suo progetto non dandogli la parola. L’ esistenza della possibilità di contrattazione rende colpevole l’ esibizionista, lo trasforma da oratore a provocatore.

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MONICA

Giovanni ubriaca Monica e poi la stupra senza nessuna conseguenza fisica di rilievo per la vittima. Per dire come prosegue la storia faccio due ipotesi alternative, nella prima Monica resta ignara di tutto, nella seconda viene accidentalmente a sapere dell’ accaduto.

Senso comune: Giovanni è colpevole in entrambe le ipotesi.

Anche se un filosofo utilitarista non vedrebbe nulla di male in tutto cio’ ( poiché, almeno nella prima ipotesi, non esiste né un danno fisico né un danno psichico) il senso comune ci impone di condannare in entrambi i casi.

Perché?

Qui non esiste danno, o comunque esiste solo un danno psicologico.

Perché mai dovrei condannare in assenza di un danno?

Perché mai dovrei condannare in presenza di un mero danno psicologico visto che nel caso precedente, quello dell’ oratore, dove il danno era parimenti psicologico, assolvevo? Cosa fa la differenza?

Essenzialmente la possibilità di contrattare a priori.

Monica non è nelle condizioni di Giuseppe, Monica non è un passante qualsiasi non identificabile a priori, Monica è lì davanti a me prima che tutto accada, esiste e con lei si puo’ parlare chiaramente prima di agire. Se Giovanni non lo fa è lecito presupporre che si attenda un rifiuto, ovvero un mancato scambio, il che rende plausibile l’ ipotesi che il danno ricevuto da Monica sia maggiore del godimento di Giovanni.

La prima ipotesi, quella dell’ assenza di danno, è molto particolare e per ora la trascurerei ma la seconda per noi è preziosa poiché ci offre un criterio per capire se e quando l’ atto con cui infliggiamo un danno psicologico sia condannabile: questo criterio è la “contrattabilità a priori”.

Naturalmente, anche qui esistono eccezioni fioccano. Facciamo il caso che degli squatter occupino il mio cottage di montagna liberandolo il mattino successivo senza arrecare danni materiali. Io ricevo solo un danno psicologico (so che degli estranei sono entrati in casa mia). La situazione è formalmente simile a quella di Monica e dovrebbe scattare la condanna. Ebbene,  qualora l’ occupazione sia giustificata da cause di forza maggiore – per esempio: si erano persi nel bosco e la bufera che imperversava li aveva colti alla sprovvista –  gli occupanti sarebbero giustificati.

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IL MIOPE

Giovanni guida la sua auto. Poiché è miope e più spericolato della media impone un rischio agli altri automobilisti, specie dopo il tramonto.

Senso comune: Giovanni è innocente.

Il danno procurato da Giovanni è ovvio ma, per quanto detto prima, una sua responsabilità è da scartare visto che si tratta di un danno soggettivo non “contrattabile” a priori.

In mancanza della “contrattabilità a priori” si è responsabili solo per i danni oggettivi. Ma il danno, in questo caso, diventa oggettivo solo quando si verifica l’ incidente.

Le eccezioni alla regola sono costituite da quei casi che impediscono il rilascio o il rinnovo della patente. E’ chiaro che un ipovedente o un ubriaco non possano guidare poiché esiste un’ incontestabile evidenza della loro pericolosità.

E nel dir questo abbiamo isolato un criterio che rende tollerabile l’ eccezione alla regola: l’ incontestabile evidenza.

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LA FACCIATA

Giovanni guida la sua auto su una via ad alto scorrimento, proprio laddove Giuseppe abita.

Povero Giuseppe, a causa dell’ intenso traffico ogni anno deve ripulire la facciata della sua casa dalle polveri inquinanti che si sono nel frattempo depositate.

Senso comune: Giovanni è colpevole.

Qui il danno esiste ed è oggettivo: chi transita per quella via dovrebbe pagare un pedaggio da girare a Giuseppe – e a chi si trova nelle sue condizioni – affinché possa essere risarcito dei costi che è costretto a sopportare.

Eccezione: qualora la tecnologia atta a rilevare i pedaggi sia eccessivamente onerosa si potrebbe soprassedere con tanti saluti per Giuseppe.

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LA REGOLA

Dai cinque casi trattati rileviamo la seguente regola: se è possibile una contrattazione a priori chi danneggia a posteriori è sempre responsabile, anche quando il danno procurato è soggettivo. In caso contrario chi danneggia è responsabile solo per i danni oggettivi.

 

In altri termini: non si è mai responsabili per i danni soggettivi non contrattabili a priori (vedi il caso dell’ ORATORE).

In presenza di evidenze incontestabili la regola è soggetta ad eccezioni.

Ora ho le domande giuste da pormi per affrontare il caso principale, quello del global warming.

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I PRONIPOTI

Giovanni guidando la sua auto emette dei gas serra, tra 70 anni i pronipoti di Giuseppe potrebbero essere danneggiati da questo evento.

Il senso comune non mi dà una risposta chiara circa la colpevolezza di Giovanni, mi tocca ragionare sulla base della regola individuata in precedenza.

Prima domanda: di che natura è il danno prodotto?

Risposta: essendo un rischio, è di natura soggettiva.

Seconda domanda: danneggiato e danneggiante possono contrattare?

Per amor di discussione ammettiamo pure di essere responsabili verso un prossimo che ancora non esiste, rimane il fatto che difficilmente possiamo contrattare con lui: oltre a non esistere è “disperso”. Nel malstrom dell’ umanità a venire i  “danneggiati” si mescolano agli “avvantaggiati” in modo indeterminato e anche se volessimo eleggere un rappresentante dei “danneggiati” con cui contrattare avremmo problemi.

Ci sono poi ulteriori complicazioni: forse i candidati più credibili al ruolo di vittima sono i paesi poveri africani, ma quei paesi sono anche quelli che traggono il maggior beneficio dal consumo marginale dei carburanti fossili. A questo punto dovremmo esentarli, dovremmo cioè formulare una regola etica di portata non universale, inidonea al test kantiano. Se c’ è qualcosa che ripugna al senso comune quando si fissano i doveri è proprio il ricorso al doppio standard.

Ultima domanda: il caso del riscaldamento globale puo’ costituire un’ eccezione alla regola?

Per affermarlo occorre avere un’ “evidenza incontestabile”. Non si tratta di un’ evidenza dei danni, i danni vanno considerati insieme ai benefici. Perché ci sono anche i benefici: sia quelli che derivano da un riscaldamento del pianeta che quelli che derivano dall’ arricchimento di chi usa l’ energia senza vincoli. E’ l’ analisi costi/benefici che ci deve fornire “evidenze incontestabili”.

Ebbene, i modelli previsionali di cui disponiamo sono sufficientemente curati da poter dire che ci forniscono un’ “evidenza incontestabile”?

Io direi di no.

Si potrà sostenere che sono “modelli molto sofisticati”, che alcuni sono migliori di altri, che alcuni, per esempio quelli elaborati dall’ IPCC, siano i migliori in nostro possesso, che alla elaborazione di questi modelli presiede un personale altamente qualificato, tutto cio’ è legittimo, tuttavia sarebbe temerario affermare che questi modelli siano accurati.

Del resto, le previsioni formulate grazie a quei modelli si sono rilevate finora sbagliate, e fin qui nulla di male. È piuttosto il fatto che si sbagli sempre nello stesso senso  a destare qualche comprensibile sospetto.

Appare giustificato ritenere che non abbiamo ancora capito come la CO2 interagisca con gli altri fattori ambientali nel determinare il riscaldamento del pianeta e nemmeno come i mutamenti ipotizzati possano tradursi in termini di costi e benefici concreti.

Non arrivo a dire che si tratta di “fiabe scritte col computer” ma che si tratti di stime necessariamente (molto) aleatorie, questo mi sembra ragionevole.

[… tanto per dirne una: in questi modelli di solito si pesa l’ ipotesi di “catastrofi” in senso negativo ma non si tiene in alcun conto della possibile “catastrofe” in senso positivo. Faccio un esempio? L’ avvento prossimo venturo dell’ Intelligenza Artificiale  potrebbe costituire una rivoluzione alla stregua di quella agricola o industriale. Mancarla o ritardarla per una lacuna nei modelli sarebbe estremamente costoso, oserei dire “catastrofico”…]

Purtroppo, fare queste considerazioni ci guadagna l’ etichetta di “negazionisti”.

Uno non nega che le temperature si stiano alzando.

Uno non nega che la CO2 riscaldi l’ atmosfera.

Uno non nega che anche la CO2 emessa dall’ uomo abbia un ruolo in questo fenomeno.

Uno, pur non negando le affermazioni fondamentali dell’ attivismo verde, si becca del “negazionista”.

Si tratta del solito artificio retorico del Castello e della Torre: il castellano vive e vuole vivere comodamente nel confortevole Castello ma nel momento in cui è attaccato si rifugia nella Torre, per poi tornare a fare i suoi comodi tra gli arazzi: il militante parte da affermazioni difficilmente contestabili (Torre) per poi farne alcune molto dubbie (Castello), quelle che in realtà gli interessano di più per la loro portata ideologica. Nel momento in cui è sfidato su queste ultime (Castello) si rintana sulle prime (Torre) per poter dire: il mio pensiero è fondato su verità incontestabili, chi lo sfida è uno stupido e un superficiale (ovverosia un “negazionista”).

Far rilevare che i modelli previsionali non sono e non possono essere molto accurati (Castello) per il militante significa negare le verità fondamentali del suo paradigma (Torre). Dopodiché, l’ etichetta di “negazionista” ti resta attaccata e incide nel dibattito pubblico.

Chiudo la digressione per enunciare il verdetto che esce dall’ analisi: Giovanni non ha alcuna responsabilità etica nel momento in cui emette i suoi gas serra.

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CONCLUSIONI GENERALI

Ho cercato di stabilire se esista una regola etica generale che condanni l’ emissione dei gas serra, sembrerebbe che applicando il buon senso a situazioni analoghe non sia possibile ricavarla, oltretutto non sembra nemmeno che il caso specifico possa elevarsi ad eccezione.

Tuttavia, in premessa, ho anche detto che la mia analisi avrebbe trascurato la dimensione “virtuosistica” dell’ etica umana.

Puo’ darsi infatti che il dovere di limitare l’ emissione di gas serra non costituisca il contenuto di alcuna “regola” deontologica ma emerga dall’ esercizio di una virtù.

I cattolici definiscono questi doveri come supererogatori: sono dei doveri che assumiamo per perfezionare la nostra persona. Nessuno è tenuto ad essere un Santo, non c’ è una regola che ce lo imponga, tuttavia dobbiamo tendere in quella direzione.

Ebbene, penso che i precetti ecologisti siano proprio di questo tipo: non si traducono in regole, non richiedono  un’ autorità specifica che li faccia rispettare, sono qualcosa che riguarda la nostra interiorità e il nostro perfezionamento spirituale.

In quest’ ottica ha senso praticare le “virtù verdi” nonché sensibilizzare in merito chi sta intorno a noi. Lo dico a denti stretti visto che d’ istinto le prediche ecologiste mi hanno sempre ammorbato.

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SUBOTTIMO

Il mondo in cui vivo non sembra giungere alle conclusioni di cui sopra, l’ autorità coercitiva per eccellenza – lo stato – sembra freneticamente all’ opera per “risolvere il problema”. Non prende minimamente in considerazione che la cosa possa essere estranea alle sue competenze universali.

Se le cose stanno in questi termini, inutile predicare nel deserto, meglio ripiegare e difendere una soluzione sub-ottima: per esempio una carbon tax da girare alle vittime. Meglio ancora se compensata con una diminuzione delle tasse su profitti e lavoro. Sebbene la misura non sia eticamente difendibile, per lo meno minimizza i danni poiché tratta correttamente il problema delle esternalità: è infatti cento volte più razionale imporre alla popolazione una carbon tax piuttosto che regole sul riciclaggio dei rifiuti o sull’ edificabilità degli edifici.

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INCORAGGIAMENTO AI PERPLESSI

La tesi esposta in questo post lascia freddi i più: sarà anche rigorosa ma ci abbandona in balia della sorte, come possiamo affidarci alle virtù personali senza ricorrere ad un intervento dall’alto? Ecco, nei quattro punti che seguono cercherò di confortare i perplessi.

1) Se davvero le catastrofi paventate incombessero in modo credibile, un’ etica del senso comune non potrebbe trascurarle, proprio perché flessibile e tollera le eccezioni. Ricordiamoci allora che  le previsioni più fosche sono fondate su una modellistica avventata.

2) L’ effetto delle “prediche verdi” non dovrebbe essere poi così inesistente. Perché tanto scetticismo? Quando ci fa comodo attribuiamo tutto ciò che succede alla cultura, quando poi dobbiamo puntare sulla cultura, ecco che ogni fiducia su questo fattore viene meno.

3) L’ utilizzo libero delle fonti energetiche favorisce la crescita economica, e noi sappiamo che la sensibilità ambientale cresce al crescere della ricchezza (effetto di Kuznet), in alcuni casi, nelle società ricche e secolarizzate, l’ ambiente diventa una vera e propria religione sostitutiva.

4) Ma c’ è dell’ altro. Concentratevi sul caso della FACCIATA, lì concludevo per la colpevolezza di Giovanni.  L’ inquinamento prodotto ai danni della casa e dei polmoni di Giuseppe lo costringe al risarcimento. Faccio solo notare che intervenire  nel senso indicato ha una conseguenza pratica evidente anche per il caso del riscaldamento globale: chi paga per risarcire Giuseppe inquinerà meno riducendo al contempo anche il suo contributo all’ effetto serra.

BIBLIOGRAFIA

Premessa: John Stuart Mill, Saggio sulla libertà.

Il ladro: Jerry Gaus, The order of public reason.

L’ oratore: David Friedman, L’ ordine del diritto cap. 15.

Monica: Steven Landsburg, Censorship and Steubenville.

Il miope: David Friedman, L’ ordine del diritto cap.14.

La facciata: Murray Rothbard, L’ etica della libertà.

I pronipoti: George Reisman, ambientalismo di mercato.

Il subottimo: Greg Mankiw, The Pigou club manifesto

ILLUSTRAZIONI

Zaria Forman: Exploring Climate Change through Art – Giant Pastel Oceanscapes and Icebergs

Isaac Cordal:  Politician debating climate change

AGGIUNTE POSTUME

ADD.1 Le motivazioni possono essere interiori o esteriori.

Se pago mia figlia per lavare le stoviglie potrei darmi la zappa sui piedi perché mi appello a motivazioni esteriori (guadagno) anziché a quelle interiori, che in questi casi, di solito, sono più accentuate.

Magari mia figlia ha voglia di sentirsi parte della famiglia e contribuendo volontariamente alle faccende di casa realizzerebbe un suo desiderio di compartecipazione, ecco allora che io ostacolo il suo progetto mettendo un prezzo alla sua opera.

La motivazione interiore ha a che fare con la formazione della personalità: chi sono io? Chi ho voglia di essere? Nella mia lotta per l’ identificazione costruisco le mie motivazioni interiori. Il contributo volontario alle faccende di casa diventa importante qualora intenda identificarmi con la mia famiglia, mentre invece dare un prezzo alla mia opera ostacola il mio desiderio profondo espellendomi di fatto dal nucleo familiare.

Le motivazioni interiori e quelle esteriori, quindi, sono spesso autoescludenti, come per esempio nel caso dei figli pagati per fare i lavori di casa.

Di questa legge va tenuto conto anche quando parliamo di coscienza ambientale: se riciclo i miei rifiuti edifico la mia coscienza ambientale ma nel momento in cui mi sanzionano qualora non lo facessi, ecco che tutto il mio lavoro per formare una coscienza verde viene vanificato.

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Quel che resta.

Soprattutto uno scoppiettante botta e risposta.

Gramellini si pronuncia all’ alba: occorre subito una “scuola dei sentimenti” a partire dalle elementari.

Risposta delle femministe indignate/depresse (di default): caro Gramellini, sbagli. La via giusta è la “lotta agli stereotipi”.

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“Scuola dei sentimenti”, “lotta agli stereotipi”… devo ammettere il mio scetticismo di fronte a queste alate speculazioni sempre in fuga da una seria verifica.

IMHO: per l’ altruista razionale non sarebbe meglio trascurare completamente il fenomeno e dirigere altrove la sua attenzione?

Diciamo una preghiera per le vittime e lasciamo che il femminicidio si risolva da sé in qualche modo (che non riesco a prevedere), nel frattempo ci sono molte cause degne di nota, magari meno glamour, ma per lo meno con soluzioni efficienti garantite e a portata di mano.

Se rinuncio a cambiare il mio smartphone posso salvare decine di vite umane nel terzo mondo. E’ certo! Non sono speculazioni fondate su un esperimentino californiano messo su alla bell’ e meglio.

Se spingo per la posa di tutor e asfalto drenante in autostrada salvo la vita a diversi automobilisti. E’ certo! Non è una congettura filosofica importata da qualche pseudo-scienziato sociale dedito alla scannerizzazione compulsiva dei nostri cervelli.

Ho fatto solo due esempi a caso, ne potrei fare una sfilza.

Certo, magari per qualcuno la vita di un africano o di un automobilista vale meno di altre vite. Non penso però che la filosofia morale di questo “qualcuno” sia molto solida.

E se proprio vogliamo insegnare qualcosa alle elementari, caro Gramellini, insegniamo il giochetto delle priorità, ovvero che non si puo’ fare una cosa e l’ altra (sento già risuonare la vuota obiezione) visto che viviamo in un mondo di risorse limitate.

In caso contrario facciamo TUTTO (compreso il contrario di TUTTO) e non se ne parli più.

P.S. Naturalmente il mio suggerimento non è serio, visto che chi lotta contro il femminicidio – secondo me – conduce essenzialmente una “battaglia esistenziale”, una specie di crociata che ha come scopo primario quello di riempire la vita di chi la conduce. Lo psicologo parlerebbe di “impegno vitale”. Insomma, qualcosa lontano anni luce dall’ altruismo razionale.

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Una teoria dell’ aborto

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1. Introduzione

Non è facile parlare di aborto, oltre ad essere un argomento delicato in sè, la discussione è continuamente fuorviata da fedi, interessi e ideologie che interferiscono in modo improprio sul ragionamento.  Mi limito a tre esempi per chiarire cosa intendo.

In passato, c’è chi ha messo in luce un collegamento tra calo del crimine e introduzione delle pratiche abortive. Può darsi che le coppie più imprudenti dal punto di vista sessuale siano anche più a rischio per cio’ che riguarda i comportamenti criminali, oppure che un figlio non voluto sviluppi più facilmente certe inclinazioni malsane. Più probabilmente opera una combinazione di questi due fattori. Sebbene la notizia sia rilevante per l’ utilitarista che è in noi, non dovrebbe spostare di molto il giudizio etico che diamo dell’ aborto. Basterebbe riflettere sul fatto che, stilando opportuni protocolli genetici, esistono diversi modi per ottenere una società più linda e progredita, ciononostante seguire una simile via ripugnerebbe anche all’ osservatore più cinico. Evidentemente il tema etico e quello pragmatico sono staccati tra loro ed è opportuno che rimangano tali.

Altro esempio di interferenza: il tema femminile. Certe soluzioni al problema etico dell’ aborto potrebbero penalizzare le donne (sono loro a partorire) e questo fatto, sempre sullo sfondo della discussione, finirebbe per inquinare in molti modi la discussione, pensate solo a come verrebbe turbata la serenità di chi professa un’ ideologia femminista.

Altro esempio di interferenza: la Chiesa Cattolica è da sempre esposta su questo fronte e raggiungere certe conclusioni potrebbe suonare come un attacco al prezioso deposito della fede. Non è così poiché ragione e fede viaggiano pur sempre su binari separati e la pretesa che i due binari procedano appaiati, almeno fino ad un certo punto, va verificata in modo indipendente. Cio’ detto, resta ostico un sereno confronto che coinvolga i cattolici.

Ebbene, qui il mio obbiettivo è di depurare il dibattito da queste indebite interferenze al fine di isolare il mero problema etico. Mi rendo conto che chi non crede nella ragione, troverà a dir poco pretenzioso un simile obiettivo.

Per formulare una teoria completa dell’ aborto bisogna rispondere a due domande: 1) quando inizia la vita umana? e 2) esiste un diritto alla vita per il feto qualora sia riconosciuto come “vita umana”? Per ognuno dei cruciali quesiti si possono formulare diverse ipotesi che, combinate tra loro, danno origine ad una quarantina di teorie sull’ aborto. Probabilmente, il volenteroso che intende approfondire si forma un’ idea sulla faccenda a seconda di come la sua sensibilità viene investita dal cumulo delle ragioni messe in campo da una parte e dall’ altra: è il peso specifico della massa di argomenti a fare la differenza. Qui di seguito, invece, mi concentrerò su quella che ritengo la teoria più solida tra quelle messe a punto e a come riesce a far fronte alle obiezioni più ficcanti.

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2. Quando inizia la vita umana

Se Giovanni entra nel tele-trasportatore (cabina A) che distrugge il suo corpo ricostruendolo altrove (cabina B) identico, l’ identità di Giovanni si sposta dal vecchio corpo (disintegrato in A) al nuovo (copiato in B)

Quello appena descritto è un caso in cui non esiste continuità tra corpo e identità: l’ identità salta da un corpo all’ altro.

Un caso rarissimo e, al momento, fantascientifico. Oltretutto basterebbe variare di poco il caso prospettato affinché l’ effetto non si produca: se il tele-trasportatore non distruggesse il corpo di Giovanni, l’ identità di Giovanni proseguirebbe in abbinata al suo corpo originale, con un gemello perfetto che comincerebbe a vivere in cabina B.

Al momento non mi vengono in mente altre casi di “discontinuità” tra corpo e identità, diciamo pure che sono rarissimi anche ricorrendo all’ immaginazione e che il principio di “continuità” risulta molto solido. La cosa migliore consiste allora nell’ adottare di default la teoria continuista (TC) dell’ identità: la nostra identità inizia e prosegue in stretta relazione con il nostro corpo.

Chi considera che la vita umana cominci “dalla concezione” lo fa applicando a questi problemi bioetici il principio di continuità: la mia identità sorge quando “inizia” il mio corpo e si sviluppa in continuità con esso.

La TC adotta poi il principio di potenza: in presenza di continuità, cio’ che è in potenza mantiene l’ identità di cio’ che è in essere. Oggi sono esattamente la stessa persona che ero ieri, anche se ho cambiato pettinatura, questo perché la pettinatura di oggi esisteva in potenza anche ieri.

Il principio di potenza è vecchio quanto la filosofia, Aristotele lo adottò per neutralizzare i paradossi sul divenire di Parmenide. Il secondo riteneva che  due cose differenti non possono mai essere la stessa cosa e per risolvere i vari assurdi postulava che il cambiamento fosse una mera illusione. Aristotele, con più buon senso, preferì affermare che l’ identità viene conservata allorché, in un processo continuo, si passa dalla potenza all’ attualità.

L’ obiezione più solida al “continuismo” è la seguente: l’ uomo è essenzialmente un essere pensante che sviluppa i suoi desideri nell’ area corticale, finché quest’ area non emerge e non si organizza (25/33 esima settimana dal concepimento), non possiamo dire che l’ essere umano abbia iniziato il suo corso, e questo anche se quella “parte di corpo” emerge e si organizza successivamente in continuità con il corpo dell’ embrione alla data del concepimento.

In questo caso, si noti, sarebbe lecito produrre corpi acefali, magari attraverso clonazione, che forniscano pezzi di ricambio sempre pronti alla bisogna per il clonato. ma non voglio soffermarmi troppo su questo caso poiché molti “corticalisti” sono tranquillamente disposti ad accettare un’ opzione del genere.

Per valutare l’ obiezione, di solito, ci si concentra invece sul caso dell’ uomo in stato comatoso:

… Giovanni giace in coma in un letto di ospedale, le sue funzioni cerebrali sono al momento ko. Fortunatamente, noi sappiamo che si riprenderà, che tornerà a vivere normalmente tra nove mesi. Purtroppo non avrà alcun ricordo della sua vita passata, dovrà riformare da zero le sue esperienze ma potrà farlo con funzioni cerebrali pienamente ristabilite…

Nessuno di noi pensa che sia lecito uccidere Giovanni mentre è in coma, nemmeno il più radicale dei “corticalisti”.

Ma che differenza c’ è tra Giovanni e un feto? Entrambi sono destinati ad acquisire una rete corticale ben funzionante. Entrambi non hanno (o hanno perso per sempre) l’ esperienza di una vita passata.

A questo punto i difensori dell’ “opzione corticale” introducono il concetto filosofico di “desiderio disposizionale” (DD): ci sono desideri che esistono anche a prescindere dalla loro produzione meccanica. In questi casi il funzionamento del cervello è un requisito secondario.

Io voglio una “buona vita” anche se il mio cervello in questo momento non sta affatto lavorando per produrre esplicitamente un simile desiderio. Magari ne sta producendo un altro (desiderio attuale), che consiste nella necessità di consumare al più presto un cappuccino con brioche, ma il desiderio della “buona vita” esiste anche in assenza di attività cerebrale, lo possiamo dare per scontato, aleggia sopra il mio cervello. D’ altro canto è ben difficile immaginare un desiderio del genere in assenza totale di cervello visto che nessuno crede ai fantasmi. Ecco allora cosa differenzia Giovanni dal feto visto che il secondo fino alla 25esima settimana non ha un cervello e quindi nemmeno un DD.

A me la teoria del DD non convince, mi sembra tanto un concetto introdotto ad hoc per distinguere Giovanni dal feto. Al limite potrei accettare come ragionevole l’ inferenza che il cervello di Giovanni, una volta ripristinato, desideri la vita: avendo una vita pregressa fare inferenze statistiche è del tutto lecito. Ma questa inferenza, purtroppo per i “corticalisti”, non basta a differenziare in modo sostanziale Giovanni e il feto: 1) nell’ esempio abbiamo postulato che il nuovo cervello di Giovanni sarà diverso dal vecchio e 2) difficile pensare che anche il cervello futuro del feto sia tale da non desiderare di vivere: è vero, il cervello in questione non ha una vita pregressa ma possiamo pur sempre osservare una quantità praticamente infinita di cervelli simili a lui, l’ inferenza statistica sarebbe anche più attendibile che nel primo caso.

La teoria “dal concepimento“, legata com’ è al solido principio di continuità, mi sembra ancora il candidato più presentabile allo scrutinio della ragione.

A questo punto ci sarebbe da dire che esistono almeno 5/6 teorie etichettabili come “dal concepimento” ma per gli scopi limitati che mi propongo in questo spazio non vale la pena di introdurre ulteriori distinguo.

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3. Esiste un diritto alla vita?

Molti pensatori abortisti ammettono tranquillamente che il feto sia una vita umana completa dal concepimento ma negano che esista per lui un diritto alla vita.

Anche se un diritto del genere ci sembra fondamentale, non dobbiamo meravigliarci, esistono molti casi in cui noi siamo disposti a negare il diritto alla vita: nel caso della legittima difesa, nel caso della pena di morte, nel caso dello stato di necessità…

In fondo tutto puo’ essere ricondotto all’ annoso problema ben conosciuto dai moralisti di tutte le epoche: il fine giustifica i mezzi?

La Chiesa Cattolica di solito affronta queste questioni con la teoria del doppio effetto (TDE).

La TDE ci dice che in certi casi il male prodotto dalla nostra azione è accettabile, e in merito veniamo invitati  a distinguere tra meri “mezzi” ed “effetti collaterali prevedibili” (ECP).

Nella teoria della guerra giusta, per esempio, la Chiesa potrebbe autorizzare un bombardamento anche quando si sa con certezza che ci saranno vittime innocenti. La moralità del bombardamento deriva dal fatto che le vittime sono un ECP e non un mero mezzo per ottenere il nostro obiettivo.

[Inutile aggiungere che in casi del genere deve comunque essere rispettata una certa proporzionalità tra fine ultimo benefico e conseguenze malvagie]

Nel caso dell’ aborto esiste invece l’ intenzione diretta di uccidere il feto, per quanto in vista di un fine benefico (la felicità della donna o di altri). In un caso del genere l’ azione malvagia è un mero mezzo e non un ECP. L’ intenzione del male è “diretta” e non “obliqua”.

La TDE è una teoria rispettabile ma soffre di alcune lacune: non è sempre facile distinguere il “mezzo” dall’ ECP.

I detrattori della TDE illustrano in modo vivido le sue debolezze ricorrendo al caso del “famoso violinista”.

Un “famoso violinista” soffre di una grave malattia che lo condurrà presto alla morte se non verrà reperito un soggetto portatore di sangue e midollo compatibili. Costui dovrà poi prestarsi all’ oneroso sacrificio di giacere nel letto con il famoso violinista affinché i medici possano realizzare la difficile operazione di osmosi tra i due soggetti. Gli adepti della Società della Musica, disperati dall’ idea di perdere un genio unico, individuano in Giovanni il soggetto che puo’ salvare il loro beniamino, lo rapiscono nottetempo narcotizzandolo e lo introducono nell’ ospedale connettendolo con perizia al “famoso violinista” per poi darsi alla fuga. Il mattino dopo Giovanni si sveglia schiena a schiena con il “famoso violinista” e carico di flebo, davanti a lui un’ equipe di medici che gli rivolge questo inquietante discorsetto: “stanotte è successa una cosa incresciosa e siamo molto dispiaciuti per lei, la polizia è già al lavoro per rintracciare i responsabili, sta di fatto che non si puo’ tornare indietro e ora la sua condizione è irreversibile. La persona alle sue spalle è un “famoso violinista” che morirà senz’ altro qualora lei decida di alzarsi dal letto per tornarsene a casa. Per salvarlo da morte certa lei deve restare dove si trova ora per almeno nove mesi (o nove anni). Sta ora alla vostra coscienza decidere, se opta per salvare la vita al “violinista famoso”, tanto di cappello, se invece preferisce tornare dalla sua famiglia, noi, francamente, non riusciamo a biasimarla. Decida in piena libertà”. Non c’ è che dire, ora Giovanni ha davanti un bel problema etico.

Di solito la nostra posizione più naturale è vicina a quella dei medici: ammiriamo Giovanni qualora si presti a sacrificare nove mesi (o nove anni) della sua vita per salvare il “famoso violinista”. D’ altro canto, non riusciamo del tutto a condannarlo qualora stacchi i cavi per tornare alla sua vita e alla sua famiglia.

In assenza di condanna esplicita ammettiamo che non esista un dovere etico a restare in quel letto per nove mesi (o nove anni), eppure la TDE sembrerebbe postulare un simile dovere: staccare i cavi alzandosi dal letto è un omicidio diretto, un mezzo attraverso cui riprendo possesso della mia legittima libertà.

Perché la TDE sembra valere per il feto ma non per il “famoso violinista”?

Ciascuno vede che le disanalogie tra il caso del violinista e quelle del feto abbondano, il problema è se ne esistano di rilevanti.

Innanzitutto, i feti non piovono dal cielo come gli Amici della Musica che irrompono inattesi nella casa dell’ incolpevole Giovanni. Questa osservazione potrebbe essere rilevante circa le responsabilità contrattuali dei genitori.

Cio’ detto, si puo’ sempre rispondere che la coppia imprudente, per il solo fatto essere tale, non si fa carico di alcun impegno verso un soggetto che al momento della loro imprudenza nemmeno esiste. Come si fa ad impegnarsi verso chi non c’ è? Per quanto un contratto possa essere implicito, devono per lo meno esistere le parti. Di sicuro i genitori non sono “innocenti” come lo è Giovanni, ma nemmeno esiste un loro impegno pregresso a prendersi cura del bambino. Non devono nulla al bambino, anche se sarebbe bello che se ne prendessero cura. Insomma, la loro situazione su questo punto non è poi così diversa da quella di Giovanni. Inoltre resterebbe comunque escluso l’ aborto in seguito a violenza.

Altri ritengono invece che esista comunque una responsabilità genitoriale (non contrattuale) ben definita. Mi sembra francamente che si voglia risolvere il caso introducendo un dovere ad hoc. Anche questa disanalogia mi sembra poco pertinente.

Forse dobbiamo vedere più nel dettaglio la condizione di Giovanni: ammettiamo ora che per riguadagnare la sua vecchia vita Giovanni debba, prima di alzarsi dal letto, accoltellare ripetutamente il “famoso violinista”. In un caso del genere saremmo senz’ altro meno propensi a concludere che dopotutto il povero Giovanni ha il pieno diritto di agire in questi termini.

Quanto più l’ azione malvagia richiede un coinvolgimento diretto, tanto meno ci sembra lecita.

Chi è rapito con la forza ha il diritto alla fuga ma ha il diritto a sacrificare un ostaggio innocente rapito con lui?

Forse dipende cosa intendiamo per “sacrificare“: se Giovanni e Giuseppe vengono rapiti in coppia e a Giovanni viene promessa la liberazione qualora uccida a coltellate Giuseppe, probabilmente non esiste un diritto che consenta a Giovanni di procedere in questi termini mantenendosi nel giusto. Ma se ai due ostaggi viene detto che la loro fuga innescherà delle ritorsioni, questo non annulla del tutto il loro diritto morale a scappare qualora si presenti un’ occasione favorevole.

Torniamo al nostro caso. Per abortire bisogna uccidere il feto con un’ operazione complessa chiaramente mirata ad ottenere quell’ obbiettivo, anche se, ovviamente, si tratta di un obbiettivo intermedio meramente strumentale ad altri fini.

Giovanni, invece, provoca la morte del violinista semplicemente alzandosi dal letto e proseguendo la sua vita normale. E’ vero, deve staccare i cavi, ma la cosa viene descritta come un’ operazione talmente semplice da assomigliare più ad un’ omissione che ad un’ azione vera e propria. Tanto è vero che se nell’ esempio noi sostituiamo il semplice distacco dei cavi con le coltellate ripetute, il giudizio morale cambia anche se la sostanza degli eventi non cambia affatto.

La disanalogia fondamentale tra il caso del feto e quello del violinista consiste allora nel fatto che il primo viene ucciso, il secondo viene fatto morire.

Sembra cruciale la distinzione tra “uccidere” e “lasciar morire”, tra fare ed omettere. Un conto è quando noi facciamo il male, un conto è quando lasciamo che il male si compia.

Purtroppo una simile distinzione non è ben vista dalla Chiesa Cattolica che, per ragioni che qui tralascio, non fa una grande differenza tra peccati di omissione e peccati di azione. Per un libertario, invece, introdurre la distinzione fare/omettere (F/O) è invece la cosa più facile del mondo.

Se solo la Chiesa integrasse la TDE con la distinzione F/O rinforzerebbe la sua difesa razionale dei deboli. Purtroppo una simile distinzione introduce elementi di libertarismo che cozzano con la posizione presa in altri campi, per esempio quello attiguo dell’ eutanasia.

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4. Conclusioni

Una teoria razionale dell’ aborto deve rispondere a due domande: 1) quando inizia la vita del feto? 2) esiste per il feto un diritto alla vita?

Sul primo tema, la TC sembrerebbe prevalere sulla TDD, il che mi fa ritenere che la vita umana cominci dal concepimento.

Sul secondo tema, la TDE, opportunamente integrata dalla distinzione F/O, sembra superare l’ obiezione del “violinista” attribuendo al feto un pieno diritto alla vita.

In conclusione vorrei solo dire che le regole etiche di cui ho discusso qui hanno natura deontologica, in quanto tali non penso abbiano valore assoluto. Detto in modo più esplicito, la spinosa questione della proporzionalità resta sempre rilevante: che diremmo di Giovanni se nell’ esempio del violinista avessimo postulato una “connessione” necessaria di 9 anni anziché di 9 mesi? E se postulassimo una connessione per tutta la vita? A quel punto molte conclusioni potrebbero mutare e forse anche l’ opzione delle “coltellate liberanti” diverrebbe plausibile.

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5. Bibliografia

I quattro testi che propongo sono tutti in inglese, purtroppo riscontro solo in quella tradizione di pensiero la volontà di affrontare direttamente i problemi filosofici senza dover necessariamente affiancarli al tipico contorno storico, sociologico e antropologico che appesantisce i testi disponibili in italiano, i quali a volte sembra abbiano l’ obbiettivo di allentare la concentrazione affinchè la sostanza evapori via non vista. Ebbene, quando l’ erudizione è compensata a dovere dalla chiarezza, il gioco vale la candela.

Phillipa Foot:  The Problem of Abortion and the Doctrine of the Double Effect

Francis Beckwith: Defending Life: A Moral and Legal Case Against Abortion Choice

David Boonin: A defence of abortion

Jeff McMahan: The Ethics of Killing: Problems at the Margins of Life

6. Illustrazioni

Nel 2008 l’ artista francese Alexandre Nicolas crea una serie di sculture, si tratta di feti molto particolari che per fortuna hanno visto la luce, almeno nel mondo fantastico dei comics. Titolo della collezione: predestinée. In ordine: l’ Uomo Ragno, Wonder Woman, l’ Incredibile Hulk, Superman e Catwoman.

L’ arte come riciclo

Una teoria in otto punti.

  1. Il linguaggio artistico ricicla uno scarto dell’ evoluzione linguistica.
  2. Da 1 deriva lo specifico del linguaggio artistico: la vaghezza.
  3. La vaghezza linguistica conserva nei linguaggi sofisticati una funzione di ricerca.
  4. La vaghezza linguistica conserva nei linguaggi sofisticati una funzione di legame sociale.
  5. Da 3 e 4 ricavo il fine dell’ arte: verità (ricerca) e comunione (legame).
  6. Una ricerca infinita (pura) è possibile solo se l’ oggetto  è infinito (spirituale).
  7. Una comunione è possibile solo tra coscienze.
  8. Da 6 e 7 deduco che il bello è un’ esperienza cosciente (non una proprietà dell’ opera) e l’ opera un fenomeno che ci sta di fronte (non un oggetto che esiste in sé).

art1

1. 

Si tratta di un’ ipotesi dibattuta ma che trova il sostegno di molti studiosi. Prendiamo la musica vista dall’ evoluzionista:

“… la musica per l’ uomo non ha nessuna utilità vitale… non mostra segni di avere alcuna attinenza con lo scopo di una lunga vita… non aiuta ad incrementare la prole o a sopravvivere rendendoci più predittivi circa la realtà… Rispetto al linguaggio naturale, al coordinamento motorio, alla razionalità sociale e alle proprietà visive, la musica potrebbe scomparire domani senza conseguenze per la specie umana, il nostro stile di vita non cambierebbe… La musica non ha alcun ruolo nella sopravvivenza della specie… Dal punto di vista evoluzionistico la musica è come un parassita…”

2. 

Data l’ origine spuria, è logico attendersi che l’ arte adempia in modo imperfetto la sua funzione linguistica. Ancora sulla musica:

“… La musica ha le spalle larghe! Con essa tutto quanto appare è plausibile: le ideologie più fantastiche, le ermeneutiche più insondabili… Chi mai ci smentirà?… La musica è ineffabile e vaga nello stabilire un senso…”

art2

3. 

Ma la vaghezza non è solo lacuna, conserva una sua funzione anche nei linguaggi più sofisticati.

Un primo esempio:

“… Immagina di chiedere a qualcuno di prenderti il “libro blu” nell’ altra stanza e immagina che tra voi esista un leggero sfasamento percettivo sul colore blu. Se alla parola “blu” corrispondesse una descrizione precisa, allora il tuo aiutante cercherebbe il libro secondo i suoi parametri percettivi e non trovandolo dovrebbe a quel punto procedere a caso con scarse possibilità di successo… Se invece “blu” è definito in modo vago, il tuo aiutante, pur non trovando il libro cercato, potrebbe comunque restringere la sua ricerca ulteriore aumentando l possibilità di successo rispetto al caso precedente…”

Morale: un linguaggio vago puo’ facilitare la ricerca in condizioni d’ incertezza.

4. 

Altra funzione, altro esempio.

“Pensiamo ad un caso di questo genere. Se la situazione finanziaria peggiora (per esempio se viene approvata una manovra pessima), a tutti conviene mettere in atto comportamenti (per esempio, la svendita di BOT e BTP) che provocano la catastrofe economica planetaria, o perlomeno europea, o italiana. Insomma, qualcosa di brutto e indesiderabile. Non si può farne una colpa, nessuno di noi è un cattivo speculatore con cappello a bombetta: stiamo cercando di salvare i nostri risparmi. È un problema di coordinamento: quando la manovra fa schifo, se tutti svendono, conviene svendere anche a me, ma se nessuno svende, meglio tenersi i BOT. Se la manovra fosse buona, allora non converrebbe mai svendere.

Tutti sanno che la manovra fa schifo, ma non sanno che gli altri lo sanno. Se gli altri non lo sanno, non svendono i BOT. Dunque neanche a me conviene svendere. Io non so che gli altri lo sanno, né loro sanno che io lo so, quindi anche loro si comporteranno allo stesso modo. Ma se Draghi – un’ autorità AFFIDABILE deputata anche a salvaguardare il BENE COMUNE –  annuncia “la manovra fa schifo”, cambia tutto. Ora so che gli altri lo sanno, e loro sanno che io lo so, e so che sanno che io lo so… e così via all’infinito. Si crea quello che in gergo definiamo “common knowledge”. La conseguenza è che tutti svendiamo e il mondo crolla.

Al contrario, quando Draghi dice che la manovra è un “importante passo avanti” [ESPRESSIONE VAGA PROVENIENTE DA PERSONA  AUTOREVOLE], questo non ha alcuna conseguenza indesiderata anche se sappiamo che Draghi è un bravo economista e sta mascherando la verità. Nemmeno se lo sanno tutti, che Draghi è reticente. Perché non so che gli altri sanno che sta mentendo. Questa asimmetria deriva dall’asimmetria iniziale sulle conoscenze: tutti sanno che la manovra fa schifo. Una frase di Draghi che va nello stesso senso crea common knowledge. Una frase in senso contrario, invece, aumenta l’incertezza e consolida la decisione iniziale di attendere avvenimenti chiarificatori.

Come avrete capito, l’argomentazione tiene senza assumere che esistano delle incertezze sulla bontà della manovra. In pratica, le affermazioni da parte delle AUTORITA’ servono anche a spostare le credenze degli incerti, riducendo la probabilità che avvenga il patatrac. È un gioco delicato fra la convenienza, nel breve periodo, a calmare i mercati, e quella, nel lungo, a mantenere una reputazione di competenza e veridicità che deve essere usata nei momenti critici….”

La vaghezza è quindi funzionale a cogliere un duplice obbiettivo: 1) dire una bugia a fin di bene e 2) non mentire spudoratamente giocandosi quell’ autorevolezza tanto preziosa per il bene comune.

art3

5. 

Se il fine della ricerca è la scoperta di una verità e il legame più profondo implica una comunione, allora il linguaggio vago diventa sofisticato quando mira ad “unire nella verità”.

art4

6. 

Una ricerca pura è infinita ma una ricerca del genere necessita di avere un oggetto infinito, purtroppo la realtà materiale è finita.  Non restano che le realtà spirituali.

Ancora un esempio sulla musica.

“… sono persuaso che i suoni non siano proprietà ma eventi… che il suono sia un’ esperienza da vivere e non un’ oggetto da descrivere… che le persone sorde, per quanto intelligenti, non potranno mai sapere cosa sono i suoni… che abbiano poco a che vedere con la loro origine… che il loro scopo non sia quello di informarci della vibrazioni (o delle note) che stanno all’ origine della loro presenza… che possono essere ascoltati separatamente da cio’ che li ha prodotti… che sono “oggetti secondari”… che sono meglio spiegati da una psicologia gestalt… che un computer del futuro potrà anche comporre musica sofisticata ma non potrà mai ascoltarla perché produrre e capire i suoni sono cose distinte… che comprendere la musica significa associare e fondere un’ esperienza di ascolto con un’ esperienza di vita… facendole incontrare in una dimensione interiore che possiamo ben definire  “spirituale”…”

art5

7. 

Classico esempio di solipsismo:

“… potremmo degli stessi oggetti non avere le stesse sensazioni, per esempio vederli con lo stesso colore, ma nonostante questo potremmo comunque concordare, cioè trovare coerenti, lo stesso le diverse sensazioni credendo che siano identiche. Se guardo il sole e affermo che “Il sole è giallo”, e lo indico, non posso sincerarmi che il mio interlocutore lo veda giallo come me, magari lo vede di un colore che io chiamerei blu, ma concorda lo stesso nel chiamarlo giallo, perché per egli quello è il nome del colore che al sole ha dato…”

Ebbene, la comunione è un atto che sconfigge la barriera solipsistica e ci fa dire (per esempio): capisco il tuo dolore.

Per avere comunione tra individui, occorrono innanzitutto degli individui. L’ artista realizza la sua identità tramite lo stile.

art6

8. 

Se l’ uomo non esistesse la bellezza cesserebbe di esistere, anche se continuerebbero ad esistere le cose che chiamiamo belle.

CITAZIONI

PUNTO 1: potpourri di Steven Pinker, Daniel Sperber e John Barrow.

PUNTO 2: Vladimir Jachelevitch.

PUNTO 3: Bart Lippman.

PUNTO 4: Andrea Moro

PUNTO 6: Roger Scruton

PUNTO 7: Moritz Schlick

ILLUSTRAZIONE

Federico Uribe: tappeti assemblati con componenti di pc.

NOTA

 Qui per altri corollari e aggiunte postume.

La vita agra del privilegiato

Sul finire del 2006 scoppia nei monitor della NYSE la bolla subprime, successivamente parte un “contagio” di grosse proporzioni che tocca un po’ tutte le borse al di qua e al di là dell’ Oceano.

In seguito, il processo degenera in una crisi che, dopo aver investito le maggiori economie del pianeta, viaggia oggi speditamente – tra un’ incornata di toro e una zampata d’ orso – verso il suo decimo anniversario.

Qui si esce dalla dimensione cronachistica per entrare in quella storica.

Praticamente un pezzo della nostra vita.

Una vita privilegiata, sia chiaro: non ci poteva capitare periodo migliore in cui nascere – viviamo con più agi di un re del passato – e l’ evento centrale della nostra epoca non è tanto la crisi quanto l’ espulsione dalla  povertà di un numero esorbitante di persone: mai si era fatto meglio nel passato prossimo e remoto, il nostro animo di “buoni samaritani” se ne dovrebbe rallegrare tutti i giorni.

Ciononstante la crisi morde e per chi già di natura è sempre reclinato sul proprio ombelico non esiste altro.

Nulla di nuovo sotto il sole, intendiamoci. Senza andare troppo indietro nel tempo, il Giappone ha già sperimentato qualcosa di  molto simile, la sua stagnazione è ultra decennale e ancora oggi la ex Tigre asiatica non accenna ad uscire dalle sabbie mobili, nemmeno con gli elicotteri della abenomics che paracadutano carta moneta dal cielo.

Certo che chi si appassiona all’ economia questa volta non puo’ schivarla, è tenuto a farsi un’ idea in merito: cause, sviluppi, possibili soluzioni e bla bla bla.


Nonostante la Macro mi sia indigesta, spero di aver adempiuto in modo onorevole al mia dovere con una serie di letture variegate spazianti dall’ortodossia tetragona all’eresia urticante, dal complottismo paranoico al moralismo tonitruante.

Nei ventuno punti che seguono riporto le conclusioni a cui sono giunto attingendo un po’ qua e un po’ là dagli autori che la mia sensibilità amatoriale ha trovato più convincenti, spero solo che l’ eteroclito collage mantenga una sua coerenza di fondo e quindi una sua intelligibilità. Da parte mia cercherò di non appesantirlo con link e altri riferimenti (disponibili a parte).

recessione

1. Economisti

A chi rivolgersi per avere delucidazioni in materia? Chi sono gli esperti?

A quanto pare i cosiddetti “economisti”.

Ma gli economisti, e mal gliene incolse, non hanno “previsto” gli eventi e sono stati a lungo sotto schiaffo insieme alla loro “triste scienza”.

Un momento emblematico fu quando nel novembre del 2008 vennero tirati in ballo nientemeno che dalla Regina Elisabetta, la quale li accusò pubblicamente nel loro tempio (loro non osavano mettere fuori il naso), la London School of Economic: “come è potuto succedere tutto questo sotto i vostri occhi?”.

Le istituzioni accademiche dal calduccio degli ermellini  si sono profuse in reiterate scuse, sembrava si fosse sul punto di dover azzerare i saperi tradizionali in vista di una palingenesi.

Nel frattempo, quasi fossero usciti dalle “fogne”, una masnada di economisti militanti di solito messi ai margini con una certa spocchia dall’ Ortodossia, hanno vissuto il loro momento di gloria con comparsate televisive e proclami rivoluzionari: loro, che non si sentivano in alcun modo implicati col “passato”, si ritenevano altresì gli unici candidati presentabili per fornire al mondo le ricette del futuro. Abbiamo sentito di tutto poiché praticamente tutto aveva ormai diritto di parola.

Francamente, questo genere di scetticismo verso la tradizione non mi ha mai convinto completamente. Le previsioni che dobbiamo aspettarci dall’ economista sono molto limitate, lo dice la logica, in caso contrario le facoltà di economia pullulerebbero di miliardari.

Sul punto devo però denunciare un impercettibile conflitto d’ interesse: i miei sporadici quanto distratti studi si sono tenuti in corridoi dove circolava per lo più la vulgata “tradizionalista” cosicché il mio trascurabile “capitale umano” risulta pressoché interamente congelato su quell’ approccio: non deridetelo, per favore…

Dopo cotanta foreclosure, spero di conservare ancora diritto di parola.

In ogni caso, mi è piaciuto il parallelo che qualcuno ha fornito in merito a questo tema, molto eloquente nella sua icasticità: sarebbe come mettere sul banco degli imputati la professione medica per non aver previsto l’ epidemia di ebola in Africa. Immaginatevi in circolazione un urlo del genere “la medicina va completamente rifondata insieme alle sue facoltà!”. Vi sembra ragionevole?

Faccio anche notare che dalla nascita della disciplina – fine 700 – i redditi pro-capite sono esplosi dopo millenni di stagnazione. Non chiedetemi adesso di districare la matassa di cause ed effetti, ma qualcosa vorrà dire.

E non sarà del tutto un caso se dopo le reiterate reprimende si corre poi proprio al capezzale dell’ economista per tamponare i danni, così come si corre al capezzale del medico per ricevere le cure appropriate.

Ciò detto, gli economisti, una volta esentati dal ruolo di sciamani della pecunia, sono chiamati per lo meno a fornire una razionalizzazione attendibile di quanto accaduto. Ed è quindi a loro che mi sono rivolto con più insistenza alla ricerca di resoconti credibili.

2. Macroeconomia

Che la macroeconomia goda di un fattuale prestigio lo si vede da come i banchieri centrali girino il mondo riveriti quanto un tempo il farmacista nel suo paesello.

Tuttavia, nonostante i premi Nobel distribuiti a man bassa, è opportuno guastare la festa ricordando che la disciplina non si presta ad esperimenti controllati (gli unici affidabili). Sigh.

Trattasi di scienza senza laboratorio, ovvero di pseudo-scienza.

I processi macro coinvolgono molte variabili. Un po’ troppe, direi, per sperare di domarle con le solite rudimentali tecniche statistiche della regressione multi-variata trasformate in tavole del Sinai ogni volta che r < 0,05.

Sfogliando i giornali (ma anche i papers con tanto di referee), quando si riesce a disboscare la matematizzazione imperante, si ha sempre la sensazione che il re sia nudo, ovvero che ognuno finisca per interpretare i numeri in modo da portare acqua al proprio mulino.

La notizia positiva è diffido di una simile ipotesi, quella negativa è che non sarebbe affatto proibitivo realizzarla: un primo “trucchetto” consisterebbe nell’ agire sull’ inevitabile sfasamento temporale (lag) che separa azioni e reazioni in questo ambito. Basta giocare d’ astuzia e i conti tornano sempre.

E’ stata efficiente una certa misura di politica economica?: basta attendere a sufficienza e, chi la sponsorizza, potrà sempre rispondere con l’ agognato “sì”. Se poi l’ attesa si prolunga in modo imbarazzante, si ripiegherà allora nell’ affermazione (fatta brontolando, quasi si fosse di fronte ad un’ offesa personale) che la misura doveva essere implementata in modo più energico, che la sua realizzazione pratica così com’ è corrisponde ad acqua fresca su una coltellata, non ci si poteva attendere nulla di terapeutico e via dicendo. Quando poi ci si trova ripetutamente nella condizione di dover “brontolare”, si abbia l’ accortezza di farlo già in anticipo, al varo stesso della manovra/placebo: aspettare per l’ ennesima volta esiti deludenti per poi accampare scuse sottrae credibilità.

[… ma perché sprecare tante parole a beneficio di chi ambisce alla carriera di economista trendy quando c’ è online il blog di Paul Krugman sempre consultabile? Basta una scorsa occasionale (unita ad uno straccio di docenza periferica) per finire entro un mesetto dritti come fusi nelle gabbie di Paragone… :-) …]

[… era solo satira, sa chiaro, quello che si puo’ rimproverare a Krugman lo si puo’ tranquillamente rimproverare anche a John Cochrane o a Casey Mulligan…]

Molto discrezionali sono anche le ipotesi intorno al criterio con cui si formano le aspettative degli operatori: fino a dove far risalire le serie temporali da prendere in considerazione? Quali sono gli a-priori da postulare?

Di questo passo si finisce inevitabilmente in un  modello fedele riflesso non tanto dell’ evidenza empirica quanto delle idee che il ricercatore ha già circa il funzionamento dell’ economia.

A questa stregua, chi non le condivide puo’ trascurare il tutto senza problemi di coscienza per costruire qualcosa più confacente alla sua sensibilità.

Morale, per quanto sia zeppa di numeri, la macroeconomia assomiglia alle discipline storiche molto più di quanto sia disposto ad ammettere chi si è spaccato la testa su analisi (1 e 2) e su statistica (1 e 2).

Esprimo meglio il concetto: il mio macro-economista ideale, oltre ad essere uno statistico, deve avere una buona conoscenza storica, magari affiancata ad una certa esperienza sul campo, meglio se in una banca, ancora meglio se “centrale”.

recess

3. Joseph Schumpeter

E’ l’ economista che forse ha spiegato meglio al mondo cos’è il capitalismo nella sua essenza: distruzione creativa.

Una società capitalista viaggia come su un autoscontro, riceve terrificanti tamponate che si alternano ad accelerazioni inattese: la cervicale è sempre sotto stress.

La novità è al centro di tutto: è nel suo nome che si distrugge, è nel suo nome che si crea.

Una società capitalista non sembra un posto per vecchi, il tasso di obsolescenza del sapere è elevato e i virgulti catechizzano i decrepiti.

Guardate bene in faccia i nuovi ricchi, sono sbarbatelli a cui di primo acchito non affidereste neanche la gestione di una lavanderia.

Volete temprarvi al capitalismo? Imparate a fallire.

Con l’ anno nuovo esprimete un proposito sensato voi che avete il privilegio di abitare questa valle di lacrime: voglio fallire in molte più cose rispetto a quanto ho fatto finora.

Ogni venti fallimenti forse una se ne imbrocca. E pensare che c’ è chi muore, almeno in termini di autostima, dopo il terzo fallimento.

Ed ecco allora affacciarsi una domanda che per ora lascio in sospeso: le nostre società hanno ancora la forza di sopportare delle vere e proprie distruzioni? Hanno ancora quella forza un po’ barbarica per sopportare una creatività selvaggia e spiazzante che procede zigzagando a tentoni seminando dietro di sé una lunga serie di aborti?

A volte “distruzione” e “creazione” vanno di pari passo ma altre volte le due fasi non sono poi così sincronizzate e quando l’ elemento distruttivo colpisce bisogna stringere i denti e mantenere i nervi saldi.

4. Adam Smith

Lo studioso scozzese è l’ intellettuale che ha spiegato meglio cosa ci regala il libero mercato: la specializzazione.

Se il Portogallo sa coltivare la vite e la Gran Bretagna sa estrarre il carbone, meglio sarebbe che il paese iberico si orienti alla produzione del vino mentre sull’isola ci si dedicherà alla produzione di energia.

Sarà poi il commercio internazionale a consentire gli scambi opportuni affinché tutti siano più ricchi.

Il concetto di specializzazione ha anche conseguenze paradossali per noi cattolici, esempio: è assurdo per una persona intraprendere attività di volontariato, meglio sarebbe, se davvero tiene al prossimo, fare dello straordinario in ufficio destinando il sovrappiù che si intasca ad ingaggiare un professionista dell’ “aiuto”.

Non tutti accettano il dogma della “specializzazione”, con quello annesso dei vantaggi comparati, tuttavia non si può negare una formulazione rigorosa sul piano intellettuale. Ma anche una sua potenza pragmatica se è vero com’è vero che oggi, a due secoli da Smith, lo “specialismo” impazza.

5. Ludwig Von Mises

E’ l’ economista che forse ha spiegato meglio al mondo la causa del collasso dell’ impero sovietico: la burocrazia.

No, non si tratta di quel credete. Nulla a che vedere con l’ indolente inettitudine dello “statale”; non mi riferisco a quella fetta di scienze umane ispirate dalle sapide osservazioni di un Gogol o di un Bulgakov.

Il burocrate unico rinchiuso nel proprio ufficio, per quanto diligente e preparato, non è mai in grado di calcolare quantità e prezzi per ogni merce. Si tratta di variabili influenzate da mille cangianti elementi soggettivi (le preferenze, le abilità…) ignoti al burocrate. Costui, per la verità, non sa nemmeno quali sono le merci disponibili su cui eseguire l’ inane compito visto che un sistema del genere è necessariamente asfittico e chiuso all’ innovazione. In genere, il tapino, scopre le “nuove merci” spiando dal buco della serratura le vetrine oltre cortina.

Per Mises, il libero mercato era innanzitutto un potentissimo calcolatore che elaborava e rielaborava milioni e milioni di informazioni disponibili solo in modalità decentrata. Un calcolatore assente nella dotazione del burocrate.

Attenzione: cio’ non significa che il “calcolatore mercato” esegua tutte le sincronizzazioni in tempo reale, anche lui fatica e s’ inceppa spesso e volentieri.

recessio

6. Leonard Read

E’ l’ Esopo dell’ economia che a suon di parabole meglio ha illustrato al profano la complessità dei calcoli compiuti dal mercato.

Sono le 12.00, dovete prendere un appunto e vi serve una matita? Maledizione, non l’ avete sotto mano. Niente paura, il “mercato” ha previsto tutto, lo sa e ve la rende disponibile immediatamente, basta che facciate due passi recandovi nella cartoleria sotto casa.

Quello che volete nel momento in cui lo volete, forse non vi rendete conto di quanti problemi devono essere risolti per adempiere a questo compito, per soddisfare questo vostro arrogante desiderio. Tuttavia, se osservaste meglio la vostra matita, ora che è in vostro possesso, potreste avere un’ illuminazione in merito.

Prendete la ghiera, è fabbricata con un metallo che si estrae nelle miniere brasiliane e viene poi lavorato in Cile per poi subire un raffinamento di transito nei laboratori texani. Il tutto viene poi trasferito in grandi laminati in Spagna dove si forgiano i modelli più comuni da distribuire presso la gran parte delle case di produzione che esternalizzano in oriente l’ applicazione del gingillo sul telaio base.

Occorre che la sveglia del minatore brasiliano suoni per tempo affinché voi abbiate la vostra matita per le 12.00 di oggi, ma occorre anche che l’ operaio cileno sia disponibile ed abbia una paga adeguata  affinché si convinca a recarsi in fabbrica, è necessario poi che esistano dei trasporti in grado ci condurlo davanti al macchinario, senza dire che bisogna pur produrre le complesse attrezzature con cui opera e poi…

La sveglia, la paga, i trasporti, le attrezzature… ho citato quattro problemi di coordinamento da risolvere affinché abbiate la vostra matita a tempo debito. Ognuno capisce che bisogna risolverne altri diecimila, anche più complessi di quelli a cui ho fatto cenno.

Oltretutto, finora, ci siamo limitati alla ghiera, e quando parleremo del carboncino? E quando parleremo del telaio in legno? E quando parleremo degli specchietti retrovisori del furgone che trasporta la contabilità della ditta sub-fornitrice che applica le ghiere al telaio? E quando parleremo di tutto il resto? “Tutto il resto” è un mondo che deve essere coordinato e incentivato opportunamente.

Miriadi di problemi da risolvere e miriadi di soluzioni da coordinare tra loro per arrivare in tempo all’ appuntamento. Ma non preoccupatevi la mano invisibile del mercato li risolverà per voi a bassissimo costo.

Sono le 12.01, scendete fiduciosi alla cartoleria sotto casa e troverete la vostra matita al modico costo di un euro.

Che dire? Il calcolatore del mercato, attraverso il metodo delle “preferenze rivelate”, funziona abbastanza bene, di sicuro meglio della calcolatrice sulla scrivania del burocrate. Chissà, magari domani Big Data fornirà al Burocrate Unico una qualche diavoleria in grado di estrarre gusti e meriti in modo più attendibile rispetto all’ euristica delle preferenza rivelate, attendiamo fiduciosi.

Tuttavia, anche la mano invisibile è soggetta ad artriti piuttosto fastidiose.

Se eventi esterni ci chiedono di mutare un modello collaudato di specializzazione, allora bisognerà reimpostare il coordinamento di tutte le attività coinvolte e persino il magico mercato, dovendo procedere per tentativi ed errori, richiederà tempo e sacrifici, le sue proverbiali armonie cominceranno a ricevere strattoni da tutte le parti, per non parlare delle manciate di sabbia che verranno gettate negli ingranaggi dal disperato che rischia di rimanervi stritolato.

“Eventi esterni”?

In una società capitalista i cosiddetti “eventi esterni” – vedi punto 3 – sono una raffica interminabile. Se si tiene conto di questo si capisce meglio come il concetto stesso di “equilibrio del sistema” sia una chimera che si presta a confusioni.

7. L’ inflazione

E’ una brutta bestia con cui deve scontrarsi qualsiasi macro-economista.

L’ ortodossia neoclassica la tratta come un fenomeno qualsiasi: l’ homo economicus, perfettamente informato e pettinato, ne prende atto tenendo tutto nel debito conto allorchè partorisce le sue decisioni razionali. Per lui esistono solo le “variabili reali”, nulla lo trae in inganno ed esegue le sue “normalizzazioni” all’ istante. Complimenti.

Per contro, il pilone centrale dell’ ortodossia keynesiana è la rigidità dei salari verso il basso, il che è come dire che i lavoratori, in certe condizioni, guardano solo al salario nominale trascurando le aspettative inflazionistiche (o meglio, deflazionistiche). Un comportamento irrazionale che consente di dare la stura all’ avvolgente narrazione keynesiana.

Secondo me la descrizione più realistica è quella che va sotto il nome delle “aspettative segmentate“.

Le persone tendono a trascurare l’ inflazione allorché questa ha il pudore di mantenersi si su livelli considerati “fisiologici”. Poi, non appena il fenomeno si presenta nella sua variante patologica, tutti cominciano a “indicizzare” tutto l’ “indicizzabile”, e chi non può ci lascia le penne..

Insomma, l’ inflazione non è  una variabile “continua”, bensì una variabile “segmentata” in cui esiste una soglia che distingue il patologico dal fisiologico.

Questo rilievo assume valore nel momento in cui andremo a verificare  l’ efficacia della politica monetaria, vedi punto 18.

8. L’ imprenditore

E’ l’ eroe ambiguo della fiaba capitalista: è lui l’ angelo che crea, è lui il demonio che distrugge.

Un certo istinto vetero-marxista lo dipinge come un vampiro avido di profitto, non mi piace questo ritratto, è distorto almeno quanto quello agiografico dell’ imprenditore Babbo Natale. Di sicuro non risponde alla mia esperienza personale.

L’ imprenditore non si diverte a licenziare, di sicuro non licenzia se con i suoi dipendenti fa profitti ma molto spesso non lo fa nemmeno quando gli converrebbe, per procedere ha bisogno di un pretesto più solido, per esempio una crisi economica.

Chi ha dimestichezza con le grandi aziende conosce bene le sacche di inefficienza che si annidano  un pò ovunque.

Ci sono molti indizi, qui mi diverto ad elencarne alcuni:

- Perchè quando un competitore si fa minaccioso la produttività migliora? Non si poteva pensarci prima?

- Ogni dieci lavoratori ce ne sono cinque sotto la media, tre sono noti a tutti e si aggirano da anni nei corridoi dell’ azienda. Si tratta di personale licenziabile con profitto, perchè non vengono rimpiazzati?

- Perchè si assume affidandosi ancora ad un metodo primitivo come quello dei colloqui? Ci sono modi più predittivi per testare il candidato.

- Mentre tra titolo di studio e stipendio esiste un solito legame, tra titolo di studio e produttività il legame è molto più lasco. Perché non si tiene nel dovuto conto questo fatto quando si predispone l’ organico di un’ impresa?

- Il boss ha un debole per gli yes-man.

- Il boss ha i suoi cocchi, di solito sono quelli che ha assunto personalmente.

- Il boss difficilmente premia chi sente migliore di sè.

- Geeks vs Suits. Quando il business è particolarmente sofisticato, in azienda conoscenza e potere divorziano. A dominare gli algoritmi non è certo chi decide. Nelle banche è la norma.

- Nessuno in azienda desidera essere ambasciatore di cattive notizie: se denunci una magagna al boss, probabilmente verrai trattato quasi ne fossi il responsabile, ad ogni modo ti verrà affibbiata la patata bollente. Meglio evitare e crogiolarsi nel tran tran quotidiano.

- Quella serie infinita di meeting e briefing e bla bla bla, quasi sempre programmata in luoghi molto distanti da dove sei adesso. Tutta roba per lo più inutile.

- E le onerose consulenze esterne commissionate al solo fine di pararsi le spalle?

- Nelle riunioni non si fa altro che  speculare sul futuro dell’ azienda. Mai nessuno che annoti le predizioni e ne verifichi gli esiti attribuendo un punteggio. Si pontifica in assenza di un record track. Si parla molto ma si scommette poco in termini di carriera.

- Secondo voi esiste un nesso tra compensi dei manager ed efficienza? Se lo trovate fatemelo sapere. La paga dei manager assomiglia di più a quella del capro espiatori.

- Il telelavoro, fonte di risparmi, è sottoutilizzato.

- Scarsa propensione a sperimentare nuove soluzioni, ci si sdraia sulle procedure tradizionali. Si è restii anche solo a “copiare” da chi fa bene, molto meglio se le macchinose procedure sono elaborate all’interno e il boss possa attribuirsele.

- L’ accesso alle informazioni è misteriosamente limitato, ogni reparto conserva gelosamente le sue, forse per poter essere interpellato direttamente e in qualche modo conservare un proprio potere.

- Di solito funziona così: il manager che fa bene è promosso ad altra funzione, quello che fa male no. Se la logica è questa l’ equilibrio si raggiunge quando tutti i responsabili ricoprono un posto in cui fanno male.

Va bene, finiamola qui, mi sono divertito abbastanza. Non introduco nemmeno le piccole imprese perchè lì ciascuno intuisce come le cose, in termini di mera efficienza, vanno molto peggio. Spero solo si sia capito che potrei andare avanti all’infinito se non dovessimo parlare d’ altro.

Lo so, per ogni punto si potrebbe opinare, forse esiste anche una spiegazione logica,  ma è la massa di indizi a destare preoccupazione.

Tutto ciò ci consente comunque di dire che in ogni azienda esistono una marea di aggiustamenti potenziali a cui porre mano, si attende solo un pretesto per procedere a smaltire il cumulo di inefficienze.

Potremmo allora dire che gli aggiustamenti sono discreti nel tempo (equilibrio punteggiato), le situazioni si trascinano finchè qualcuno che sta in alto non si sente giustificato a “perdere la pazienza”.

L’ efficienza recuperata si tradurrà naturalmente in un taglio delle risorse umane, siano esse interne all’ azienda, siano esse operanti presso i fornitori. Tutta gente che andrà ricollocata altrove.

Ebbene, durante le crisi gli imprenditori si sentono giustificati a procedere  e licenziano gente che, secondo i parametri dell’ homo economicus, avrebbero dovuto licenziare prima.

Oltre alla psicologia, anche la legislazione di molti paesi consiglia di cumulare le inefficienze per poi risolverle d’ emblée al momento opportuno: se licenzio quando le cose vanno bene rischio di espormi a vertenze, meglio saldare i conti in tempi di crisi.

Mi sono dilungato tanto perché, se teniamo nel dovuto conto di quanto detto, capiamo meglio come ogni “crisi di domanda” si trasformi ben presto in una “crisi di offerta“.

Siamo di fronte a un rilievo delicato perché, come vedremo, si tratta di due malattie differenti che richiedono terapie differenti.

9. Evento esterno: Globalizzazione

Negli anni novanta, ma forse anche prima, è partito il cosiddetto fenomeno della globalizzazione: il muro era crollato, Cina e India si sono finalmente aperte al mercato, il colosso brasiliano cominciava a muovere i primi passi nella giusta direzione.

Il mondo cambiava, dovevamo cambiare anche noi.

Nuovi modelli di coordinamento – vedi punti 4 e 6 – si affacciavano e con loro bisognava affrontare senza por tempo in mezzo distruzioni certe in vista di prospettive eventuali.

Chiamiamole pure “ristrutturazione di sistema“.

Non equivochiamo, la globalizzazione è la quintessenza del meccanismo descritto da Adam Smith, grazie alla globalizzazione il mondo è molto più ricco.

Tuttavia, viene anche spostata una ricchezza immensa: si distrugge qui per creare là.

Tutto questo crea scompensi che vanno sopportati e vuoti che vanno riempiti. La politica deve deve rimboccarsi le maniche.

Non è facile decidere in questi frangenti, eppure abbandonare il certo per l’ incerto è l’ essenza del capitalismo, anche perché man mano che si procede quel “certo” diventa solo certezza di stagnazione e retrocessione.

10. Evento esterno: Infomation Technology

Internet, informatica, nuovi media, smart city…

A cavallo del nuovo millennio il mondo avanzato è travolto dalla rivoluzione digitale.

Cambiare? Come cambiare? Dove andare?

Nuovi modelli di coordinamento – vedi punti 4 e 6 – si affacciavano con distruzioni certe e promesse eventuali.

Chiamiamole pure “ristrutturazione di sistema”.

Non equivochiamo, la digitalizzazione è la quintessenza del meccanismo descritto con timorosa ammirazione da Shumpeter, grazie alla tecnologia il mondo è molto più ricco.

Tuttavia, viene anche redistribuita una ricchezza immensa: si chiudono imprese ad alta intensità lavorativa per aprirne altre dove abbonda il capitale immateriale ma latitano le assunzioni.

Tutto questo crea scompensi che vanno sopportati e vuoti che vanno riempiti. La politica deve darsi da fare.

Non è facile decidere in questi frangenti, eppure lasciare il certo per l’ incerto è l’ essenza del capitalismo, anche perché lentamente quel “certo” diventa solo certezza di stagnazione e retrocessione.

. I nostri poveri bambini

Perché la mamma di oggi teme per il suo bambino molto più che la mamma di ieri?

Eppure  i rischi dell’ infanzia sono drammaticamente diminuiti!

I rischi non sono diminuiti per l’ accresciuta avversione delle mamme visto che  patemi e  sicurezza instaurano una perversa convivenza.

L’ ansia dovrebbe collassare. Invece, non solo non collassa, aumenta.

E non è solo la mamma a soffrire di queste ingiustificate apprensioni, è la società stessa: se lasci che il tuo bimbo di dieci anni prenda il metro da Lampugnano al Duomo, rischi una denuncia per abbandono di minore. La società non è più disposta a tollerare tanto.

Ieri, quando i rischi reali erano ben più elevati, una simile misura sarebbe suonata ridicola, oggi l’ accettiamo di buon grado.

Cosa è successo?

Forse abbiamo fatto un investimento emotivo talmente elevato in  ciò che possediamo di più caro da aver generato un “effetto di dotazione” mostruoso: neanche le alternative più promettenti, qualora comportino un minimo di rischio, sono in grado di allettarci.

Forse, l’ esposizione prolungata al welfare ci ha reso più sensibili. Ci stiamo lentamente trasformando in tante “principesse sul pisello“. Ogni pisellino deve essere bandito dal Regno, pena il turbamento del nostro riposo.

Ricordiamo allora l’ essenza del capitalismo: lasciare il certo per l’ incerto, lasciarlo al più presto prima che il certo diventi certezza di morte e l’ incertezza qualcosa di sempre meno promettente.

Com’era quel gioco? Tutti si alzano cambiano la sedia cercandone una libera a tentoni. Il meno pronto resterà in piedi.

Non c’ è da stupirsi se il capitalismo assume agli occhi dell’ “uomo democratico” una sembianza disumana: la sua sedia assomiglia sempre più ad un’ avvolgente poltrona in cui stravaccarsi, alzarsi di scatto è doloroso per un corpo ormai macilento e cercare a tentoni nell’oscurità un compito altamente disturbante da differire il più possibile.

E chi glielo fa fare?

12. La fiducia

Posso comprare un etto di pane ma non un etto di fiducia.

Lo dico meglio: se ho fame, posso aumentare leggermente la mia scorta di pane. La fiducia, invece, non posso aumentarla in modo discrezionale, questo perché è un bene soggetto ad “escalation”.

Fiducia e informazione intrattengono un rapporto ambiguo. Le informazioni circa l’affidabilità della controparte sono asimmetriche e “private”,  soggette cioè ad azzardo morale, cosicchè si cerca di inferirle dai segnali che cogliamo nei comportamenti altrui.

Se A aumenta la sua fiducia nei confronti di B avendo con B interessi in conflitto, anche C, avendo ricevuto un segnale, ha ora un incentivo a fare lo stesso, così come D. Ma se C e D ora ripongono più fiducia in B, allora A puo’ ulteriormente aumentare la sua e così via.

B, grazie all’ “escalation”, si trasforma da un soggetto qualsiasi a un soggetto estremamente affidabile, almeno nella valutazione dei terzi.

Il processo vale anche in senso opposto: la fiducia non diminuisce, collassa. Avete presente la “corsa agli sportelli“?

Nella società capitalista la fiducia è centrale, soprattutto nel settore finanziario: se ti presto del denaro lo faccio perchè ho fiducia che me lo restituirai.

Le banche vivono di fiducia poiché fanno profitti solo se sopportano bene una posizione potenzialmente insolvente (leva finanziaria).

Mi spiego meglio: qualora le banche fossero chiamate qui ed ora ad onorare i loro impegni, non potrebbero mai farlo.

Una banca in grado di farlo non avrebbe senso di esistere poiché non produrrebbe mai alcun profitto.

Con il mio conto corrente (che posso liquidare domani mattina) sta finanziando un mutuo decennale.

La differenza tra interessi pagati e interessi riscossi costituisce il suo profitto.

Il fatto è che sul mio conto gli interessi da pagare sono bassissimi, visto che per la banca è una passività a breve. D’altro canto, sul mutuo gli interessi da incassare sono cospicui, visto che si tratta di un impegno decennale.

La banca – potenzialmente insolvente – ha fiducia che il mutuatario restituirà il suo debito così come io ho fiducia che la fiducia della banca sia ben riposta ma soprattutto ho fiducia che lo stesso pensino i  miei “colleghi” correntisti. In ultima analisi ho fiducia che non ci sarà una corsa dei correntisti agli sportelli e che quindi il mio conto è al sicuro.

Per il settore finanziario la fiducia è tutto.

13. Minsky Moment

Hyman Minsky è l’ economista che ha ipotizzato e modellizzato i cicli finanziari.

Il suo resoconto appare convincente e coerente con quanto detto prima: la fiducia, diversamente da altri beni,

non è dosabile, procede per “collassi” ed “escalation” producendo nel settore finanziario

cicli abnormi.

A momenti di euforia si alternano momenti di depressione. Il sistema finanziario assomiglia in modo inquietante ad un malato bipolare.

Ebbene, il momento in cui si transita dall’ euforia alla depressione è conosciuto come “Minsky Moment”.

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14. Lo scenario

Al volgere del  terzo millennio sulle economie dei paesi più avanzati incombono due eventi epocali (punti 9 e 10).

Preme alle porte una grande ristrutturazione, bisogna cambiare i modelli di coordinamento e le specializzazioni dell’ apparato produttivo (punto 6).

Tutto ciò implica azioni distruttive e iniziative creative (punto 3), spesso con problemi di sincronia: le delocalizzazioni, per esempio, distruggono qui per creare altrove, come colmare i vuoti? IT distrugge imprese ad alta densità di lavoro per crearne altre ad alta densità di capitale. Come ricollocare le eccedenze?

Gli imprenditori più innovativi si gettano in nuove avventure, quelli più tradizionali attendono il Minsky  moment (punto 13) adatto per procedere alla distruzione certa e alla eventuale creazione incerta.

La crisi dei subprime americani costituisce un MM che non si può far finta di non vedere. Ed ecco allora che un collasso della domanda subisce una metamorfosi trasformandosi ben presto in una crisi strutturale dell’ apparato produttivo.

La crisi si trascina a lungo poichè il governante democratico è restio ad abbandonare il certo per l’ incerto, non asseconda volentieri il paradigma della distruzione creativa poichè riceve i suoi voti da una platea divenuta particolarmente sensibile al rischio (punto 11), una platea ormai più avvezza alle coccole del welfare che alle montagne russe del buon vecchio capitalismo.

15. I rimedi

Se la diagnosi è esatta la prognosi non puo’ che consistere nel rassegnarsi alla “distruzione” del vecchio incentivando il più possibile la “creazione” del nuovo.

In merito si puo’ privilegiare una ricetta di “destra”: giù le tasse per i profitti d’ impresa, de-regolamentazione massiccia, legislazione pro-business, flessibilità pervasiva, eccetera.

Ma non si puo’ nemmeno escludere una ricetta di sinistra: di fronte allo spaesamento provocato da mutamenti epocali è giusto che lo stato si faccia promotore di politiche industriali che costituiscano un solido punto di riferimento per chi intraprende.

La politica di destra ha un difetto: è piuttosto utopica e il punto 11 spiega perché.

Anche la politica di sinistra ha un difetto: il più spaesato di tutti è proprio quel burocrate che dovrebbe fungere da punto di riferimento, e il punto 5 spiega perché.

16. Ortodossia

Lo scenario che ho delineato è piuttosto eretico.

L’ ortodossia IS/LM preferisce di gran lunga lavorare su variabili aggregate e informazione perfetta.

E’ poco interessata ai costi di coordinamento e ai modelli di specializzazione, nel suo mondo le funzioni produttive si adeguano istantaneamente ai cambiamenti, non si procede a tentoni.

Per l’ ortodossia il punto 8 non ha alcun senso, o per lo meno, si può elidere senza gravi conseguenze.

Del resto, il punto 8 è frutto più che altro della mia esperienza, difficile scovare un testo di macroeconomia che indugi su quel genere di dettagli anche se molte indagini sul campo lo supportano.

C’ è un’ ortodossia di destra legata alle aspettative razionali secondo la quale gli operatori sono in grado di anticipare praticamente tutti i fenomeni rilevanti.

A rigore, stando a questa visione, i cicli non dovrebbero nemmeno esistere, il mercato aggiusta tutto all’ istante.

Se questo non accade, evidentemente la mano visibile della politica sta intralciando quella invisibile del mercato. Bisogna intervenire per lubrificare i meccanismi e fare in modo che cessi l’ ostruzione di ogni corpo estraneo.

Una visione di destra più sfumata ammette che l’ aggiustamento deflattivo potrebbe essere un problema e propone quindi di accompagnare la transizione con politiche monetarie.

Si tratta di politiche che inducano aspettative inflazionistiche in modo da proseguire con altri mezzi le classiche politiche del tasso d’ interesse ormai indisponibili una volta che il tasso è azzerato.

C’ è poi un ortodossia di sinistra, chiamiamola keynesiana, che riconduce tutto ad una crisi di domanda: i consumatori si sono spaventati e non spendono più, bisogna che qualcun altro spenda in loro vece finché la fiducia non verrà ripristinata.

E’ chiaro che questo approccio è incompatibile con quanto sostenuto al punto 8, laddove si sottolineava che qualsiasi debolezza della domanda sfocia inevitabilmente in una crisi dell’ offerta (e viceversa).

Di seguito descriverò cio’ che non mi convince in questi due approcci, con questo, sia chiaro, non voglio liquidarli del tutto, quando c’ è da “passa’ a’ nottata” anche i loro consigli possono venir buoni. Ciò non significa che “tutto va bene”, è comunque opportuno stabilire delle priorità nelle politiche.

Ciò detto, non me la sento davvero di considerare le ricette proposte dall’ ortodossia come dei rimedi tout court.

17. Politiche fiscali

Partiamo dal deficit prodotto con incrementi di spesa pubblica.

Sicuramente, se nel paese mancano infrastrutture o sono obsolete, la recessione è un buon momento per porre mano ai lavori necessari. Nessuno lo mette in dubbio: se un lavoro è necessario è necessario per definizione.

Parlando sinceramente, voi giudicate probabile che si produca una simile contingenza?

Io no, il politico spende tutto non appena è nelle condizioni di farlo, solo così puo’ gratificare con certezza la sua constituency. Ve lo vedete attendere il “momento propizio“? Ovvero il momento in cui probabilmente non sarà più nemmeno in carica?

No, il suo parametro di riferimento è la scadenza elettorale, mica il ciclo economico.

Levato di mezzo il “caso accettabile per definizione”, veniamo ai difetti della spesa governativa in funzione puramente anti-ciclica:

1) l’ evidenza fattuale di un moltiplicatore keynesiano  è debolissima (vedi punto 2)

2) si investe senza analisi costi-benefici

3) se i lavori pubblici si prolungano oltre il ciclo – e la cosa è praticamente certa visto il timing indeterminato di operazioni del genere – vengono spiazzati gli investimenti privati.

Ma quello che a noi interessa di più è il fatto che la spesa keynesiana risulta incompatibile con lo scenario di cui ai punti 4 e 6: una spesa del genere contribuisce ad alterare artificiosamente la composizione del PIL moltiplicando quindi i costi di conversione e riconversione dell’ apparato produttivo.

Keynes puo’ permettersi di trascurare un simile rilievo poiché su questo punto si allinea all’ ortodossia (vedi punto 16) che postula informazione perfetta e aggiustamenti istantanei. Cio’ gli consente di lavorare su domanda e offerte aggregate trascurando la loro composizione.

La Grande Depressione è stata sotto la lente di molti osservatori: dopo 15 anni di politiche roosvetliane (ovvero keynesiane) la disoccupazione ha sì oscillato parecchio ma, alla vigilia dell’ entrata in guerra, si è sconsolatamente attestata su livelli pari a quelli da cui si partiva.

Non si tratta certo di una smoking gun (vedi punto 2), sta di fatto che nel suo test storico più probante la politica di deficit spending si è rivelata di corto respiro, una politica che crea oscillazioni  ma finisce per trascinare indefinitivamente i problemi, il che sembra confortare proprio il modello che qui stiamo privilegiando.

Lo stesso Keynes minimizzando questo difettom finisce per ammetterlo. Si chiede esplicitamente alla politica di concentrarsi sulle urgenze: “nel lungo periodo saremo tutti morti”.

Purtroppo c’ è sempre chi ha l’ impertinenza di sopravvivere e persino di avere dei figli su cui riversare gli strascichi.

In Italia, poi, sembra ci sia stata un’ interpretazione creativa di Keynes: lo si adotta sempre di default, indipendentemente dal ciclo. Keynes è l’ economista più simpatico ai politici, quelli italiani poi lo adorano dalla prima ora.

Indebitarsi e spendere è un comandamento di molti governi. Una cura universale che non va limitata al contrasto dei cicli. Siamo con Keynes a tempo pieno.

Difficile allora invocarlo nel bel mezzo di una recessione in cui ci si presenta già ultra-indebitati proprio per la filosofia di cui sopra.

La mia personale priorità del deficit-spending è piuttosto bassa. Diciamo che lo colloco in fondo alla lista. Va bene giusto per chi è all’ ultima spiaggia.

E il deficit da abbassamento tasse?

Qui va un po’ meglio, per lo meno ora a scegliere dove indirizzare i flussi saranno aziende (domanda di investimenti) e consumatori (domanda di consumo) cosicché il sistema produttivo non dovrà sopportare lo stress di ripetute conversioni. Questa è un’ ottima notizia per che crede allo scenario di cui ai punti 4 e 6.

La priorità che accordo a una simile politica è buona, specie se si privilegiano gli investimenti.

Tuttavia, se abbassi le tasse a chi sa già che domani sarà colpito da una batosta fiscale devi aspettarti anche molto risparmio (equivalenza ricardiana). In fondo, quello che conta nelle decisioni di spesa di una persona è il reddito vitale, non quello annuale.

18. Politica monetaria

La politica monetaria ha il vantaggio di fungere da stimolo e nello stesso tempo di selezionare solo gli investimenti che superano l’ analisi costi-benefici. Cosa si vuole di più?

Niente, infatti conferirei a queste politiche la priorità. Purtroppo sono difficili da praticare.

I mercati finanziari sono così vasti da essere in grado di sterilizzare qualsiasi immissione di moneta manipolando la velocità di circolazione della stessa.

Se ai mercati serve moneta se la creano artificialmente, se non la desiderano sterilizzano le nuove immissioni senza molta difficoltà.

Certo, i cannoni delle banche centrali hanno potenza illimitata ma più si spara più si rischia di perdere il controllo della situazione. Il fine tuning diventa una chimera.

Inoltre, quando si piomba in periodi recessivi bisogna costruire dei tassi negativi lavorando sulle aspettative inflazionistiche.

Non è facile se le aspettative sono segmentate (punto 7). Infatti:

1) quando non esistono aspettative significative non si produce alcun incentivo nei comportamenti;

2) quando invece scatta l’ ossessione inflattiva si entra nella pan-indicizzazione dove tutto viene anticipato e gli effetti espansivi vengono rimpiazzati da inflazione o stagflazione (vedi punto 16 prima parte). L’ Italia ne sa qualcosa.

In teoria la politica monetaria offre un ottimo rimedio, in pratica è difficile se non impossibile da calibrare. Si rischia sempre la sorte dell’ apprendista stregone.

19. Regolamentazione finanziaria

Nello scenario che ho proposto la crisi finanziaria è solo l’ innesco di una crisi più vasta, la sua importanza è quindi marginale: meglio concentrarsi sui rimedi che sprecare troppe energie nella prevenzione.

A guardar bene sono andato anche oltre, da un certo punto di vista, secondo questa impostazione, non sono tanto i mercati finanziari a causare i cicli economici ma sono i cicli a rendere possibili i mercati finanziari: che senso avrebbe scommettere in un mondo prevedibile, per avere scommesse dobbiamo postulare che una certa quantità di “rumore” scorti sempre l’ informazione.

Ebbene, solo l’ innovazione reale genera “rumore”, e in essa è da ricomprendere anche quella relativa agli strumenti finanziari. Non si puo’ negare che nella vicenda subprime i “veicoli” finanziari fossero dei prototipi ancora bisognosi di collaudo.

C’ è invece chi giudica l’ instabilità finanziaria come un nemico “puro” e si ripropone di smussare i Minsky-Moment.

Naturalmente si va a parare sulla regolamentazione di settore.

Secondo questo approccio lo speculatore è un tipo avido in preda all’ hubris che rischia di riversare i guai che provoca sulla comunità, bisogna imbrigliarlo in una una gabbia di regole opportunamente studiata.

L’ enfasi sull’ avidità degli esseri umani è indicata per gli anatemi e i sermoni ma forse è fuorviante per l’ analisi. Quanto agli speculatori, ho visto più avidità sia tra i barboni della Stazione Centrale che nelle riunioni condominiali.

Nella mia visione l’ ignoranza predomina sull’ avidità.

Negli istituti finanziari c’ è un divorzio tra conoscenza e potere. Gli uomini in giacca e cravatta “possono” decidere ma sono i ragazzotti in blue jeans, sempre davanti al pc, che “conoscono” meglio di tutti il giro del fumo. Sono loro che hanno costruito certi titoli, sono loro che sanno meglio di tutti come funzionano.

E’ il cosiddetto divario geeks vs suits.

I manager della grandi banche conoscono a fondo l’ arte delle pr, sanno giustificarsi e giustificare il loro istituto, sanno motivare il personale di cui si circondano, possiedono facoltà intuitive non comuni ma credete forse sappiano prezzare un credit default swap? Sanno a malapena cosa sia.

La mia, attenzione, è una visione ottimistica: difficile convertire l’ avidità in generosità, più facile trasformare l’ ignoranza in conoscenza. Le innovazioni finanziarie che ieri hanno causato il patatrac, forse domani, quando le conosceremo meglio, ci saranno utili. E’ da stolti metterle al bando.

C’ è poi un altro cruccio.

Purtroppo la regolamentazione finanziaria non è un problema matematico con una soluzione da scovare, assomiglia piuttosto al gioco degli scacchi: ad ogni mossa del regolatore corrisponde una contro-mossa del mercato, e così via all’ infinito.

Fateci caso: ad ogni crisi si pongono delle regole che saranno la base della prossima crisi.

Prendiamo solo l’ ultimo caso – quello dei mutui subprime – a titolo esemplificativo:

1) I mutui trentennali sono un portato della Grande depressione: allora furono i mutui a breve a creare problemi cosicché si privilegiarono quelli trentennali.

2) La cartolarizzazione dei mutui assistiti da garanzia è stata incentivata dalle autorità affinchè questi titoli potessero essere trasferiti alle assicurazioni e ad altri soggetti idonei alla gestione del rischio di lungo termine. una decisione presa dopo la crisi di Saving & Loan

3) Basilea, la madre di tutte le regolamentazioni finanziarie, ha imposto alle banche strutture minime di capitale in cui i titoli garantiti assumevano un trattamento privilegiato.

4) Il “fair value” è stato imposto per dare più trasparenza ai bilanci.

Ebbene, tutti fattori precedenti sono pesantemente implicati nella crisi dei subprime.

I mutui trentennali cartolarizzati sono la materia prima dei titoli tossici. La loro diffusione mondiale è stata un regalino di Basilea, visto che con la loro natura di titoli garantiti servivano a rispettare le strutture di capitale minime.  Infine, la pedissequa imposizione dall’ alto del criterio di contabilizzazione al “fair value” ha portato molte istituzioni sull’ orlo del fallimento – e anche oltre – facendo crollare ripetutamente le borse di tutto il mondo.

Complimenti al regolatore, ottimo lavoro.

Naturalmente si puo’ sempre paralizzare il settore con una gabbia ferrea di regole. Ma lo si renderebbe inefficiente e sarebbe come curare il mal di testa tagliandosi la testa.

Il “giusto mezzo” aristotelico qui sembra latitare più che altrove.

Che fare allora? Non saprei, avanzo una quadripletta di considerazioni che trovo persuasive.

1) Quando la materia è tanto ingarbugliata meglio sarebbe affidarsi ai principi piuttosto che alle regole minute. Cio’ consentirebbe di disfarsi delle tante authority. Per proteggere il consumatore basterebbe una legge di questo tenore: “è proibito avvantaggiarsi dell’ ignoranza dei clienti”. Dopodiché, basta lasciare che si sviluppi un sano processo di common law.

2) Puntare su una generosa politica monetaria (aiutata da un prediction market) che metta esplicitamente nel mirino le aspettative di PIL nominale, qualche effetto preventivo lo sortirà.

3) Privilegiare un decentramento regolativo che, grazie alla diversificazione della disciplina, sarà in grado di limitare i paurosi  effetti a valanga.

4) Rendere indeducibili gli interessi passivi: una crisi con meno debito è sempre più facile da gestire.

E per dimostrare che sono pronto a tutto, proseguo con una tripletta per molti azzardata.

5) Requisiti minimi di capitale per le banche: ma in termini di livello, non di rischio (visto che del rischio, ormai è comprovato, non abbiamo stime affidabili)

5) Per aggirare il “too big to fail” non chiudere allo “spezzatino” dei colossi (non credo che serva a molto ma non ho obiezioni di principio). Quei mostri non sono un parto del mercato quanto del regolatore (“catturato”).

6) La nazionalizzazione con azzeramento dei vertici (e gogna mediatica) delle banche stra-fallite non deve essere un tabù, specie quando è l’ unico modo per imporre una sanzione di mercato.

Contenti?

Lo so, per un fan della regolamentazione questo non è che l’ inizio, le sue ambizioni ingegneristiche vanno ben oltre, ma, detto francamente, nessuno di loro mi ha convinto. Penso davvero che il nocciolo della questione stia altrove.

20. Psicologia & Democrazia

La razionalità umana è traforata da mille bias cognitivi per lo studio dei quali lo psicologo subentra all’ economista.

Se l’ uomo fosse perfettamente razionale (homo economicus) i modelli neo-classici sarebbero una bibbia da riverire notte e giorno.

Ma, come abbiamo visto, le aspettative razionali applicate al modello neo-classico negano l’ esistenza dei cicli; evidentemente, per darne conto, c’ è dell’ altro: bisogna introdurre qui o là qualche bias.

Io ho cercato di farlo al punto 8 ma soprattutto al punto 11.

Tuttavia, i modelli neo-classici non ambiscono ad essere una Bibbia, bensì una finzione utile con incorporata una propria missione: individua dove si annidano i bias, riconducili alla ragione e il meccanismo ortodosso tornerà a funzionare.

Il bias di cui al punto 8 è trascurabile, nessuno in fondo vuole superarlo visto che sarebbe una missione impossibile più dannosa che utile.

Qui vorrei parlare piuttosto dell’ altro, quello relativo al punto 11, e di come un regime democratico sia destinato ad enfatizzarlo piuttosto che a ridimensionarlo.

L’ idea è questa: noi agiamo tanto più razionalmente quanto più sopportiamo le conseguenze delle nostre scelte.

Ebbene, l’ elettore non è certo incentivato a comportarsi razionalmente quando esprime il suo voto.

Nel nostro caso specifico: se l’ elettore soffre di un “mostruoso effetto di dotazione“, lo esprimerà al massimo grado in cabina elettorale, per almeno due motivi.

Primo, poiché il voto è gratuito gettarlo via non è oneroso.

Ma soprattutto: chi vota “male” sopporta solo in minima parte le conseguenze negative della sua azione visto che queste vengono poi ripartite su tutta la popolazione.

Da queste considerazioni discende una tesi ovvia: l’ urna è la festa dei bias cognitivi.

Professare un’ ideologia – ovvero una sequela di bias – è divertente e, in democrazia, anche poco costoso. Perché non farlo?

Prendiamo allora i bias di cui al punto 11, se devo fare una scelta importante per la prole puo’ darsi anche che ci pensi su e che dopo una riflessione ponderosa riesca a disfarmi di certi pregiudizi.

Ma perché mai dovrei sopportare quella medesima “ponderosa riflessione” prima di recarmi alle urne? E’ pur sempre uno sforzo e il gioco non vale più la candela.

D’ altronde, non sono chiamato ad una “scelta importante” nel senso che non sopporterò appieno le conseguenze del mio comportamento.

Si tratta invece di un caso esemplare in cui posso concedermi il lusso di sdoganare appieno pancia e ideologia.

Conclusione: se il superamento di una crisi economica capitalistica comporta anche il superamento di taluni bias cognitivi, allora le prestazioni delle democrazie in questo campo saranno particolarmente povere.

21. L’ etica

Globalizzazione: dal punto di vista etico un lavoratore italiano equivale ad un lavoratore serbo?

IT: fino a che punto è giusto tollerare una concentrazione di ricchezza dovuta al merito?

Ci sono molte interessanti domande etiche direttamente legate ai temi trattati, qui mi sono limitato ad un paio di esempi.

Tuttavia, l’ etica è  una dimensione che in questa sede, per non mettere troppa carne al fuoco, ho preferito trascurare.

Le mie riflessioni in merito sono implicitamente ospitate in altri post.

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22. Conclusioni

Mi accorgo ora che al punto 15 elenco un paio di “rimedi” rinculando subito dopo in un accorato scetticismo.

Strano, di solito mi piace tanto indossare le “lenti rosa“, non mi ci ritrovo nei panni del “catastrofista”.

Purtroppo la situazione è piuttosto incancrenita e la medicina, per quanto possa essere corretta corretta, viene somministrata tardi.

Considerando che il mondo è zeppo di gente che non vede l’ ora di accusare la medicina per i danni procurati dalla malattia, forse l’ unico rimedio veramente sensato sarebbe quello di astenersi e non prestare il fianco affinché la lezione risulti chiara anche al discente più riottoso.

Sebbene la tentazione “tafazziana” esista, sarebbe solo un vano orgoglio intellettuale.

Francamente, non so nemmeno se tanto pessimismo sia giustificato, non so insomma se, arrivati a questo punto, mi ritrovo in sintonia con il tono sfiduciato del post. Dovrei forse sobbarcarmi qualche rettifica strategica qua e là, giusto per cambiare il mood di fondo, ma non sono un pignolo e giunti a questo punto non vedo l’ ora di occuparmi d’ altro (del mio lavoro, per esempio).

L’ elemento principale di preoccupazione l’ ho espresso a chiare lettere al punto 11, quello in cui denunciavo l’ insorgenza di un “mostruoso effetto di dotazione” che sta lentamente trasformando l’ avversione al rischio in avversione alla perdita.

Un elemento psicologico importante. Una mutazione antropologica che rende il capitalismo sempre più disumano e inaccettabile, una pietra d’ inciampo insormontabile sulla via più lineare per uscire dalle difficoltà.

Questi dubbi mi fanno sentire particolarmente affine la parabola dell’ economista Joseph Shumpeter, vedi punto 3.

Shumpeter proveniva dall’ austero mondo dell’ operosa borghesia austriaca e di certo era affezionato a quell’ universo valoriale, ciononostante constatava una progressiva erosione delle basi che consentono a quel tipo di società di prosperare.

Nonostante la sua genealogia, Joseph Shumpeter aveva ripetutamente fatto trapelare una certa ammirazione per Marx, probabilmente lo sentiva affine poiché come lui cantava il crepuscolo del capitalismo.

Il fatto che lo facessero da versanti opposti era secondario.

Shumpeter era scettico sulla vita residua del capitalismo e lo era sostanzialmente per motivi legati alla psicologia delle masse che mal si conciliava con le durezze della “distruzione creatrice”.

Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti e il capitalismo è ancora qui.

Forse la malinconia dell’ uomo maturo ha sabotato la lucidità dello studioso, chissà? E chissà se davanti a certo pessimismo un po’ di maniera sia sottesa la medesima trappola.

Certo è che nella società contemporanea l’ elemento democratico è molto più pervasivo che ai tempi di Shumpeter.

Oggi la democrazia è un totem e ogni élite mal tollerata. Shumpeter, per sostenere il suo scetticismo, non poteva contare sul punto 20, noi sì.

Magari è solo un’ illusione ma una certa involuzione sembra palpabile. Le antipatie verso la società liberale crescono. Al limite si giunge ad ammettere che è necessaria, più in là non ci si arrischia.

Negli anni ottanta si era talmente impegnati a denunciare la “deriva neo-liberista” che sfuggiva l’ evento centrale: il neo-liberismo era già una forma di decadimento rispetto alla tradizione liberale.

In quella stagione si accantonavano esplicitamente i valori liberali per riprendere solo alcuni espedienti economici che avevano dimostrato di funzionare.

La filosofia di fondo era sconsolatamente slittata dal liberalismo al pragmatismo.

Il ragionamento sotteso era di questo tenore: non vogliamo rinunciare al nostro welfare e, per quanto possibile, ce lo paghiamo adottando il modello  neo-liberista in economia.

I paesi scandinavi, falliti sul finire degli ’80, furono i campioni di questo approccio e su di esso impostarono la loro rinascita: in Danimarca licenziamento ad nutum e sussidi generosi per gli ultimi convivevano più o meno felicemente.

Resta da chiedersi chi sarà domani la locomotiva del pianeta. Chi produrrà il clima di fiducia nonché le necessarie esternalità positive in grado di ricadere su tutti?

L’ Europa è lessa da tempo.

Gli Stati Uniti sono odiati da tutti e la tentazione di piacere li insidia.

Sui paesi asiatici – nonostante il loro elevato coefficiente barbarico – non punterei cifre elevate: a quelle culture manca il sano individualismo che permeava i maestri occidentali del capitalismo passato, quando avranno finito di “copiare” si impianteranno e comincerà la lagna.

Dal Sudamerica non è mai venuto niente di buono.

Quanto all’ Africa, peggio che andar di notte.

Com’ è dura “la vita in tempo di pace”, specie quella del privilegiato!

Non saprei davvero che pesci prendere se chiamato al vaticinio.

Sarà comunque una bella avventura, vedremo come andrà a finire. Vorrei esserci per curiosare.

Oooh, finalmente l’ ottimismo cacciato dalla porta rientra dalla finestra.

Bene, appuntamento allora all’ avvento dell’ Intelligenza Artificiale, quella sì che sarà una mega-distruzione/mega-creativa. Spero solo che giunti su quella frontiera il post che ho appena scritto non mostri troppo le sue rughe.

Bibliografia essenziale (giusto una “letturina” per ogni punto trattato)

Punto 1: dal forum della rivista The Economist: What went wrong with economics, interventi di Bob Lucas, Brad DeLong, Paul Krugman, Tyler Cowen e altri.

Punto 2. Arnold Kling: The lost history of macroeconometrics.

Punto 3: Joseph Shumpeter: Capitalismo, socialismo e democrazia.

Punto 4. Adam Smith: Indagine sulla ricchezza delle nazioni

Punto 5.  Ludwig Von Mises: Socialismo, analisi economica e sociologica.

Punto 6. Leonard Read: Io, la matita.

Punto 7. Alban William Phillips The relationship between unemployment and the rate of change of money wages.

Punto 8. Israel Kirtner: Dall’impresa dei neoclassici all’imprenditore.

Punto 9. Daron Acemoglu… Offshoring and Directed Technical Change.

Punto 10. Hal Varian: Information rules : a strategic guide to the network economy

Punto 11.  Lenore Skenazy: Free-Range Kids, How to Raise Safe, Self-Reliant Children

Punto 12. Joseph Stiglitz: Economia pubblica, informazione e macroeconomia.

Punto 13: Hyman Minsky: The Modeling of Financial Instability: An introduction.

Punti 14-15. Arnold Kling: Patterns of Sustainable Specialization and Trade.

Punto 16:La voce Wikipedia sul modello IS/LM

Punto 17: Gregory Mankiw,  Matthew Weinzierl: An Exploration of Optimal Stabilization policy

Punto 18. Scott Sumner: NDGP FAQ.

Punto 19. Fischer Black: Noise.

Punto 20. Bryan Caplan: The Myth of the Rational Voter.

Punto 21. Deidre Mc Closkey: I vizi degli economisti, le virtù della borghesia.

Punto 22. Improvvisazione estemporanea fondata sul nulla.

 AGGIUNTE POSTUME

ADD1. Un problema di cui non ho tenuto gran conto riguarda il calo di natalità dell’ occidente. La demografia richiede un riassetto molto complesso: se il numero dei lavoratori diminuisce non possiamo pensare che l’ economia tiri, specie se abbiamo organizzato un sistema in cui chi lavora deve mantenere una massa di persone anziane. Un caso classico è quello del Giappone (vedi Lettura) ma il caso italiano non è distante. Piuttosto che incentivare le nascite (vedi i vari bonus per chi fa figli) molto meglio agevolare l’ immigrazione: i lavoratori arrivano già belli e pronti senza bisogno di aspettare trent’ anni. Naturalmente i rimedi di cui al punto 15 devono valere ancora di più, in caso contrario l’ accresciuta immigrazione si rivelerebbe un boomerang. Lettura: Edward Hugh, The A B E of Economics: An Essay In Economic Folly

ADD2. Il paradigma keynesiano e l’ annoso problema della sua verifica. Penso proprio che resterà “annoso” anche dopo questa crisi: molti “tifosi” lo ritengono confermato ma se poi ci rivolgiamo a giudici appena più equilibrati le cose cambiano. Come al solito il buon vecchio Keynes abbandona i volonterosi in mezzo al guado lasciando campo libero all’ ideologia. Superiamolo una volta per tutte col buon senso, guadagneremo tempo e risorse.

ADD3. Conosciamo meglio il nostro mondo ma si è anche allargata la forbice tra cio’ che sappiamo e cio’ che crediamo di sapere. La crisi è un ricettacolo di errori predittivi: le agenzie di rating non hanno previsto la rischiosità di certi titoli trascurando la correlazione tra i rischi, le banche non hanno visto i rischi del leverage eccessivo e la politica non ha calcolato correttamente l’ effetto degli interventi. I modelli non sono stati estesi per ricomprendere “più realtà”, e cio’ al fine di non indebolirli dal punto di vista della loro precisione. Ora sappiamo che serve più “accuratezza” e meno “precisione” (vedi il il primo capitolo del libro di Nate Silver).

ADD4. L’ avidità spiega poco, tanto è vero che dopo la crisi per rianimare l’ economia avremmo tutti dovuto gridare: “più avidità, ragazzi!”. L’ avidità è solo una componente del termostato che forma con la paura: i guai cominciano quando il termostato va in tilt.

ADD5. L’ inconveniente principale dell’ approccio keynesiano risiede nel cosiddetto ratchet effect: una volta che l’ emergenza cessa anche l’ intervento statale recede ma senza tornare nella posizione originaria cosicchè dopo ogni emergenza lo statalismo guadagna terreno e l’ efficienza economica complessiva del paese ne risente.

ADD6. L’ economia eterodossa punta il dito sull’ austerità europea portando l’ esempio degli USA e di come la loro economia si sia ripresa. Non sembra però che sia mancata l’ austerità USA. Qui c’ è un grafico interessante: http://mungowitzend.blogspot.it/2015/01/what-is-dead-can-never-die-american.html

Il sud e la reputazione del contribuente italiano

L’ Italia mostra tassi di evasione fiscale superiori a quelli dei paesi con cui vorrebbe confrontarsi alla pari.

Difficile non saperlo visto che, in tempo di crisi, quando non si sa più dove reperire risorse, il politico demagogico suole indicare proprio il tesoretto dell’ evasione. Si tratta di slogan efficaci che catturano parecchi elettori, specie quelli minacciati dal taglio di sussidi che ormai nella loro mente vedono come diritti scolpiti nella Magna Charta.

italia

Tuttavia, se si dà un’ occhiata più attenta alla mappa dell’ evasione italica, non si puo’ fare a meno di riscontrare una caratteristica evidentissima: il paese è spaccato in tre. Un nord virtuoso – a livello delle democrazie più avanzate – un centro appena dignitoso e un sud catastrofico.

Tanto per capirci, un artigiano lombardo mediamente non evade più di un artigiano danese, semmai meno.

Anche la dinamica dell’ evasione fiscale italica potrebbe essere una piacevole sorpresa per molti: in costante e rapida decrescita dall’ unità ad oggi. 

E’ dunque il sud a macchiare la reputazione del contribuente italiano? In un certo senso sì.

La cosa non salta spesso all’ occhio visto che la lotta all’ evasione si concentra al nord.

Ma se ci pensate bene, è logico che sia così: un conto è la propensione ad evadere, un conto sono le cifre evase in termini assoluti. Il nord crea più ricchezza ed evade quindi di più in termini assoluti pur avendo una propensione ad evadere piuttosto bassa (sicuramente molto più bassa rispetto al sud).

Cio’ che sfugge è la difficoltà a fare significativi passi avanti su questa frontiera della lotta all’ evasione visto che anche i paesi considerati da noi un “modello” sono fermi al nostro stesso punto. 

Dovremmo avere doti davvero straordinarie per fare ulteriori progressi su questo fronte. Chiunque vede che se la pretesa di non essere i fanalini di coda suona come accettabile, quella di fare molto meglio dei “migliori” suona a dir poco velleitaria.

Ma perché il sud è nelle condizioni appena descritte? Non andiamo di fretta ad attribuire delle “colpe”.

Di seguito formulo l’ ipotesi che ritengo più probabile.

Nel periodo che intendiamo analizzare, il sud, in termini di reddito pro capite, è stato sempre una regione più povera del nord. Non è un caso se l’ emigrazione interna dei lavoratori si è da sempre compiuta sull’ asse sud/nord.

Per combattere la povertà lo stato moderno si è servito di uno strumento di base: il welfare state. Questa è una considerazione generale, non riguarda solo l’ Italia.

Il welfare state nasce addirittura nel XIX secolo ma si è sviluppato soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. In un certo senso ci è facile studiarne la dinamica, ce l’ abbiamo ancora sott’ occhio.

La sua estensione ha raggiunto livelli record in Europa. Qui, col tempo, si è sviluppata una dipendenza tale che oggi, per molti europei, la vita senza welfare sarebbe difficilmente immaginabile.

Ed è proprio qui che dobbiamo fermarci a meditare visto che è proprio qui che l’ Italia si distacca dai suoi competitori: il welfare italiano ha puntato sulla previdenza sociale prima ancora che sulla lotta alla povertà vera e propria. 

La spesa sociale nel nostro paese è da sempre concentrata nella spesa pensionistica.

Ma le pensioni sono una rendita garantita ai lavoratori più che ai disoccupati e in genere il povero non lavora poi così tanto, soprattutto non fa lavori sufficientemente redditizi da poter essere svolti “in regola”. 

Conclusione: l’ italia è stata generosa con il ceto medio più che con i meno abbienti.

Come si è pensato di rappezzare questo evidente buco?

In termini ufficiali non si è fatto niente ma, e viene da dire per fortuna, si è fatto molto in termini ufficiosi. Tipico dell’ indole italica che si vergogna di “apparire” in un certo modo molto più che di “essere” in un certo modo. 

In particolare, si è proceduto con uno sconto fiscale artificioso: “… tu, disoccupato, anziché prendere d’ assalto le istituzioni che ti trascurano, cerca di cavartela per conto tuo, un lavoretto qua o là lo trovi sempre se hai voglia di fare, anche in nero… un piccolo reddito riuscirai a raccoglierlo e avrai anche quella sensazione di autonomia e auto-sufficienza che conferisce dignità all’ essere umano… io stato, visto che non ho saputo aiutarti, prometto almeno di non molestarti oltre misura…”.

Chissà che le pensioni di invalidità non siano uno strumento parallelo con la medesima origine.

Si tratta quindi di un patto implicito tra lo stato italiano e i tanti poveracci abbandonati a se stessi da un welfare squilibrato.

Grazie ad una tolleranza verso l’ evasione meridionale si è evitata una conflittualità endemica, il sud ha sopportato stringendo denti e cinghia il suo stato di indigenza e il paese ha potuto tirare a campare in cerca di giorni migliori.

Fare ora la faccia truce contro l’ “evasore italico” è, nella migliore delle ipotesi, quantomeno ipocrita. Nella peggiore è invece solo segno di crassa ignoranza: si ignora la storia particolare dell’ evasione in Italia. 

Ogni lotta all’ evasione deve dunque partire avendo ben chiare queste premesse. 

Spero che ora si capisca un po’ meglio come la demagogia dei politici sopra citati nuoccia alla causa.

Come rimediare, allora?

In tempi di crisi è difficile dirlo, come tocchi sbagli. Immaginiamo quindi di essere in tempi normali.

Non c’ è bisogno di allentare le briglie della fantasia, la soluzione emerge con chiarezza da quanto detto: bisognerebbe imitare i “migliori” in Europa e riposizionare il nostro welfare.

Solo questa mossa preliminare giustificherà una lotta senza quartiere all’ evasione anomala del nostro paese (quella meridionale), il che avrà come naturale conseguenza di riportare i nostri tassi a convergere con quelli “fisiologici” tipici di tutti i paesi più avanzati.

Se poi vogliamo soccorrere la povertà attraverso strumenti più efficaci del welfare tradizionale (ormai agonizzante un po’ in tutta Europa), tanto meglio. Ma vincere certe mentalità saldamente ancorate nel passato è una missione improba.

Siamo davvero tanto stupidi?

Platone reputava l’ uomo un “animale razionale” e considerava ogni attacco alla sua razionalità come un attacco all’ umanità stessa.

Ebbene, ci sono pochi dubbi, viviamo tempi in cui la razionalità umana viene attaccata di continuo e su tutti i fronti.

Tanto per fare i nomi di qualche intellettuale di vaglia.

Daniel Kahneman ritiene che l’ uomo giudichi sia con l’ intuito che con la ragione ma è la prima facoltà a prevalere di gran lunga.

Jonathan Haidt pensa che la nostra ragione sia come un minuscolo omino alla guida di un gigantesco elefante; a volte riesce miracolosamente ad indirizzare la bestia ma quando questa vuole andare da qualche parte non c’ è modo di fermarla.

Daniel Sperber ritiene che la ragione non serva a cercare la verità ma a vincere nelle controversie dialettiche; al limite è una facoltà da esibire per innalzare il proprio status agli occhi altrui.

Secondo molti commentatori del lavoro di Benjamin Libet l’ atto “riflessivo” stesso è un’ illusione, così come pure quella coscienza che dovrebbe ospitare la ragione: le nostre decisioni sono frutto di un mero istinto che precede la coscienza.

Naturalmente, non manca la spiegazione evolutiva di questa “stupidità diffusa”: il cervello dell’ uomo si sarebbe formato 30000 e rotti anni fa rispondendo ad esigenze ben diverse da quelle che abbiamo oggi. Poiché operiamo con la stessa “macchina” in un contesto del tutto differente, non c’ è da stupirsi se andiamo incontro ad una serie di inconvenienti.

Da ultimo, il mio amico virtuale Ettore Panella si mostra scettico sulle prestazioni cognitive dell’ homo sapiens: noi non saremmo in grado di “ragionare”, al limite possiamo giusto “razionalizzare”. Lo cito perché il presente post è anche frutto di una sua fruttuosa provocazione.

La conclusione comunemente accettata stabilisce che l’ uomo medio è zeppo di bias cognitivi e non puo’ farci granché.

C’ è chi ha timidamente notato, nella speranza di salvare la ragione, che gran parte di questi errori si compenserebbero dando origine a forme di razionalità collettiva (“winsdom of the crowd”?. Purtroppo, i nostri errori non sarebbero errori qualsiasi, bensì errori sistematici, ovvero incorreggibili. Noi sbagliamo a senso unico indirizzando male anche il gruppo a cui apparteniamo.

Certo che se tutto cio’ fosse vero non mancherebbero elementi di preoccupazione. Pensate ad un governante consapevole di tutti questi limiti cognitivi a carico dei suoi sudditi. Non vi sembra pericoloso? Le politiche paternalistiche si sprecherebbero, e con tanto di supporto scientifico a giustificazione.

C’ è da chiedersi se è rimasto qualche sparuto elemento a difesa della razionalità.

Facciamo un passo indietro, il discredito è calato sulla razionalità umana allorché si è cominciato a volerne testare la reale consistenza.

Di solito si sottoponeva ad un campione casuale di studenti un problema fornendo in modo chiaro tutti i dati necessari per ricavare la soluzione corretta, dopodiché si verifica  se la presenza di un innocuo  “trucchetto” induceva risposte irrazionali.

La risposta era di solito affermativa. Negli otto punti che seguono cerco di valutare questi esiti in modo eterodosso rispetto all’ interpretazione corrente.

dumb

***1. Il duro mestiere della cavia***

Ci si potrebbe chiedere come mai un individuo posto nelle condizioni sopra descritte dovrebbe rispondere in modo corretto ai quiz che gli vengono sottoposti.

In fondo scovare la risposta giusta implica un calcolo, magari un calcolo faticoso, meglio sparare a caso o quasi e passare alla cassa per intascare il “compenso cavie”.

Per evitare questi inconvenienti sperimentali bisognerebbe fissare una sostanziosa ricompensa per chi risponde correttamente. Ma poiché questi esperimenti hanno senso solo se reclutano le masse, c’ è da chiedersi  quanto sarebbe oneroso un lavoro affidabile? Di sicuro parliamo di costi proibitivi.

No, la cosa è improponibile.

Si potrebbe, in alternativa, interrogare solo dei soggetti esperti , ovvero ferrati nel dominio coperto dalle domandine di laboratorio. Anche costoro soffrono dei noti limiti di ragionamento? In fondo parliamo di gente che si guadagnano da vivere proprio operando nel ramo in cui viene interrogata.

Buona idea, quando si è realizzato un progetto di questo tipo l’ irrazionalità delle cavie è crollata.

L’ economista John List, con l’ aiuto dei suoi amici psicologi, ha dedicato molte energie ad esplicitare questo punto.

***2. Intelligenza vs. Razionalità***

Ma c’ è un’ altra obiezione più profonda e riguarda la natura della nostra razionalità.

La domanda cruciale è questa: intendiamo tutti la stessa cosa quando parliamo di razionalità? Forse no.

Forse cio’ che si mette alla prova nei test convenzionali, più che la razionalità, è l’intelligenza.

Ma che differenza c’ è tra razionalità e intelligenza?

Anziché dilungarci in definizioni astratte forse è meglio fare un esempio proponendo un test classico, il cosiddetto “Linda’s problem”.

L’ esaminatore esordisce raccontandovi una storiella semplice semplice:

…Linda è una giovane donna che lavora in banca; si impegna molto nel suo lavoro ma ha anche una vita sociale attiva, le sono sempre stati a cuore i diritti delle donne, sente come sua questa battaglia e recentemente si è avvicinata ad un’ associazione che si dedica a queste tematiche e bla bla bla….

Dopo aver raccontato la storiella vi propone due affermazioni:

1) Linda è un consulente finanziario di banca;

2) Linda è un consulente finanziario di banca e una femminista.

Vi viene infine chiesto quale ritenete essere l’ affermazione più probabile.

La maggioranza delle persone sceglie “2” ma la risposta esatta è “1”. Infatti, le persone ricomprese da “2” sono solo un sottoinsieme delle persone ricomprese da “1”, di conseguenza “1” sarà per definizione sempre più probabile di “2”.

Da questo errore ripetuto più volte nel tempo si inferirebbe che le persone sono sistematicamente irrazionali.

Chi obbietta dice invece che una lacuna del genere è compatibile con la razionalità.

Evidentemente ci sono concezioni differenti di razionalità.

Di sicuro il problema è ben posto e chi risponde “2” sbaglia; ma sbaglia perché è un soggetto irrazionale?

Per capire cosa potrebbe essere successo dobbiamo mettere in evidenza il “trucco” che ha deviato molte risposte: il quesito ci fornisce una lunga introduzione al personaggio di Linda che ci trae in inganno poiché è del tutto irrilevante per risolvere il quiz proposto alla fine.

Ma nella nostra realtà quotidiana se qualcuno ci parla facendo delle premesse articolate, evidentemente è perché ritiene quelle premesse rilevanti ai fini del discorso che segue. Presumere che le cose stiano in questi termini è del tutto razionale per noi. Eppure,  nel caso del quiz, tutto cio’  ci ha indotto in errore.

Evidentemente, chi ha sbagliato non è riuscito ad astrarsi dal mondo per concentrarsi sul quiz, la sua realtà quotidiana ha continuato a vivere dentro di lui anche mentre veniva testato in laboratorio attraverso quiz semplici e asettici.

In conclusione direi questo: per risolvere correttamente il “Linda’s problem” (così come molti altri esperimenti mentali) noi dobbiamo IMMAGINARE correttamente la situazione che ci viene descritta e poi CALCOLARE la soluzione finale.

I soggetti che rispondono scorrettamente possiedono in modo integro le loro facoltà di CALCOLO, quello che non riescono a fare bene è IMMAGINARE la situazione che viene loro descritta.

Non ci riescono ma del tutto anche se è una situazione particolarmente semplice.

Anzi, forse non ci riescono proprio perché è fin “troppo” semplice, la realtà con cui sono abituati a fare i conti è molto molto più complessa.

I soggetti che rispondono in modo sbagliato dicono di accettare le semplici premesse poste dall’ esaminatore. Che ci vuole? Sono premesse elementari e chiare! Ma in realtà non riescono ad accettarle poiché dentro di loro le ritengono inverosimili (nella realtà non esistono problemi con premesse tanto semplici). E’ questo che li induce in errore, non la supposta irrazionalità.

Personalmente mi sento di avallare questa interpretazione.

Nella mia esperienza capita spesso di proporre “esperimenti mentali“, proprio per la loro semplicità. Ho continue conferme di quanto si diceva: persone che riconosco come più lucide e brillanti di me nel prendere la decisione giusta in mille contesti, faticano poi a calarsi in giochini molto semplici. Mi sono sempre fatto delle domande in proposito.

Ci vuole una buona dose di “autismo” per calarsi in problemi artificiosi, così come ci vuole una grande sensibilità a tutti i fattori per prendere la decisione più corretta nella vita reale. Difficilmente “autismo” e “sensibilità” riescono a convivere nella stessa persona.

Recentemente mi è capitato di proporre il “Linda’ s problem” ad un conoscente che stimo per la sua capacità di riflettere.

Mi ha dato la risposta sbagliata. Niente di strano.

Si è giustificato dicendo: ho scelto “2” perché di solito ritengo più informato colui che su una certa questione mi fornisce più dettagli. E in effetti nella realtà è proprio così, purtroppo nell’ esperimento mentale di Linda un’ assunzione del genere è del tutto gratuita.

Insomma, il mio amico non è riuscito a concentrarsi sul problema facendo piazza pulita della realtà che vive tutti i giorni, ovvero dei meccanismi che adotta comunemente per risolvere i problemi sul lavoro o in famiglia.

Avrebbe dovuto concentrarsi sulla fredda logica deduttiva applicandola ai dati di partenza, ha invece fatto irrompere la tipica logica induttiva con cui soppesa le sue esperienze al fine di metterle a frutto.

La logica induttiva ha disturbato quella deduttiva portandolo all’ errore. Cio’ non toglie che la sua logica deduttiva sia solida, è solo disturbata indebitamente da quella induttiva allorché si ritrova in situazioni artificiose come quelle di laboratorio. Ma nella realtà la logica induttiva non disturba affatto, anzi integra in modo imprescindibile le capacità di calcolo.

In conclusione, il mio amico ha fornito sì la risposta sbagliata ma nella realtà di tutti i giorni è probabilmente molto più razionale dell’ “autistico solutore ideale” del Linda’s problem.

Avete presente quei soggetti molto intelligenti che fanno cose molto stupide”? Sono familiari un po’ a tutti. Ecco, questi tipi rientrano senz’ altro nell’ elenco dei “solutori ideali”.

Il “solutore ideale” deve avere doti di calcolo e capacità di astrazione (immaginazione). A lui non è richiesto né di saper saggiare l’ affidabilità dei dati di partenza né di fissare obbiettivi congrui.

Ma cosa significa tutto cio’? Un esempio lo chiarisce bene.

Se la maestra dice: Pierino va a far la spesa con 10 euro nel portafoglio…” noi non siamo tenuti a questionare sull’ affidabilità di questa informazione. E’ così punto e basta, lo dice la maestra.

Se la maestra poi dice “… quanto ha speso Pierino al mercato?” l’ obbiettivo dello sforzo a cui siamo chiamati è semplice: rispondere a questa domanda. Noi non siamo tenuti a fissare uno scopo, lo fa per noi la maestra e non si discute. Non ci resta che “calcolare”.

Eppure, saggiare l’ attendibilità dei dati ricevuti e fissare obbiettivi congrui sono competenze importanti nella vita reale, sono altresì competenze che impegnano la nostra ragione.

E torniamo allora alla distinzione tra “intelligenza” e “razionalità”. Ora dovrebbe essere più chiara.

Di solito pensiamo che i limiti della persona intelligente con “tratti autistici” siano legati alla sfera emotiva e a quella relazionale.

Le cose non stanno proprio così, tanto è vero che i limiti che sto evidenziando non sono né di natura emotiva, né di natura relazionale. Sono limiti legati alla razionalità, sono limiti cognitivi.

Una persona puo’ essere intelligente ma possedere una razionalità estremamente limitata. Ecco spiegato il caso tanto comune dell’ “intelligentone che fa cose stupide”. Non si tratta di “stupidità emotiva o relazionale”, un concetto del genere sarebbe un ossimoro. Si tratta di stupidità in senso stretto, ovvero di deficienze cognitive.

A volte, quando pensiamo all’ “intelligentone” imbranato pensiamo anche che sia in quelle condizioni per la sua scarsa esperienza di vita: ha una tale passione per i libri che non esce mai dalla sua camera; è chiaro che appena fa un passo fuori inciampa. Sottointeso: ma lascia che si abitui…

Le cose non stanno proprio così poiché, come abbiamo visto, l’ intelligenza puo’ anche non essere collegata con la razionalità: l’ esperienza non aiuta quei soggetti che non hanno gli strumenti cognitivi per soppesarla.

Ci sono casi estremi, per esempio quelli legati alla “lucida follia”.

Di cosa si tratta? Abbiamo detto prima che la persona intelligente ha una grande capacità di astrarsi, sa IMMAGINARE molto bene il problema che gli viene proposto. Ebbene, il “folle lucido” ha una facoltà d’ IMMAGINAZIONE potentissima, al punto che ne ha perso il controllo. Per quanto lucido non potrà mai essere considerato “razionale”, tanto è vero che lo bolliamo come “folle”.

Tuttavia, non vorrei essere frainteso: l’ intelligenza resta una facoltà importantissima anche nella vita di tutti i giorni, specie dei NOSTRI giorni. E il senso comune lo sa bene, tanto è vero che tutti noi in fondo in fondo speriamo che i nostri figli abbiano un IQ elevato piuttosto che ridotto. Non siamo affatto indifferenti alla cosa.

Se devo proprio fare un nome di chi si è occupato di queste faccende, mi spendo per Keith E. Stanovich. Mi è stato molto utile leggere alcuni dei suoi lavori. Per lo sporco lavoro sul campo faccio i nomi di Ralph Hertwig e Gerd Gigerenzer.

***3. Il fascino dell’ irrazionalità***

Discutendo per questioni di lavoro è difficile che l’ altro faccia ammissioni contro il proprio interesse. Non ti sorprendi molto della cosa. In fondo vale anche per te: perché mai dovrei darmi la zappa sui piedi?

Nei forum virtuali capita invece di parlare con gente di cui non sai nulla e non saprai mai nulla. In un caso del genere difficile ipotizzare la presenza di interessi meritevoli di tutela: dici la tua e togli il disturbo. Eppure, anche qui, e forse più ancora che sul lavoro, non è facile trovare gente intellettualmente onesta.

In genere le persone virtuali che incontri hanno le loro fisse. Capisci subito che costoro non cambieranno mai idea. Neanche di fronte a fatti innegabili. Neanche di fronte a dimostrazioni geometriche.

Ti viene subito voglia di solidarizzare con chi definisce l’ uomo un essere fondamentalmente irrazionale e in preda a ideologie. Anzi, le ideologie ti corazzano ancora più che gli interessi.

Ma c’ è una semplice osservazione che manda in crisi l’ ipotesi dell’ uomo irrazionale. Basta infatti osservare che avere un’ ideologia è bello.

E’ bello professare un’ ideologia, avere una fede. Ti riempie la giornata, costruisce la tua identità, ti realizza come persona, ti appaga, ti rende felice e compiaciuto.

Sono tutte cose positive e io potrei (razionalmente) decidere di sacrificare qualcosa pur di ottenerle. Cosa c’ è di più normale che pagare un prezzo per avere un bene? Potrei allora, per esempio, decidere di sacrificare la mia razionalità, perché no?

In questi casi lo psicologo parla di “irrazionalità razionali”. Ma adottare un comportamento del genere è perfettamente razionale. Anche nel senso classico del termine.

Forse dobbiamo rivalutare gli “ottusi” che incontriamo in rete, hanno solo dato via la loro razionalità per avere altri beni, probabilmente più preziosi. facendo questo si dimostrano ancora più razionali di noi. Forse.

Ecco allora un’ altra ipotesi in cui i bias cognitivi dell’ uomo sono solo apparenti.

Ma come si puo’ dimostrare un’ ipotesi del genere?

Un modo ci sarebbe. Visto che parliamo di “dar via” la propria razionalità, allora dovrebbe/potrebbe valere la legge della domanda e dell’ offerta: quanto più si alza il prezzo, quanto meno siamo disposti a “comprare”.

I controlli fatti confermano l’ ipotesi dell’ “irrazionalità razionale”: noi siamo molto più ideologici quando discutiamo di politica o votiamo alle elezioni rispetto a quando facciamo la spesa al supermercato.

Essere ideologici in politica non ci costa niente. Anche votare in modo ideologico ci costa poco (gli eventuali effetti negativi saranno ripartiti su tutti). Ma al supermercato ogni “errore ideologico” lo paghiamo di tasca nostra.

Il concetto dell’ “irrazionalità razionale” spesso pone sotto accusa i fedeli delle religioni: in molti casi credere a cose irrazionali non costa nulla.

In effetti non penso che si creda alle stimmate di Padre Pio adottando la stessa cura che ci mettiamo nell’ analizzare i dati di borsa prima di investire i nostri pochi risparmi.

Anche per questo il nostro impegno nella fede deve essere elevato, il sola fide non converte certo il mondo che continuerà a ridere di noi.

L’ economista Bryan Caplan ha elaborato il concetto di “rational irrationality” applicandolo alla politica, in particolare alle procedure democratiche.

***4. Quando il rischio ci manda in tilt***

Da più parti si ritiene che la nostra mente non sia molto a suo agio nel pensare e decidere in situazioni di rischio. Maurice Allais ha escogitato un paradosso che rende chiari i termini della questione.

La cavia è invitata  ad un doppio gioco, nel primo deve scegliere tra questi due premi a sua disposizione:

1a: 1 milione di euro certi in tasca.

ab: 1 milione di euro all’ 89% – niente all’ 1% – 5 milioni di euro al 10%

Nel secondo gioco deve scegliere invece tra questi due premi a sua disposizione:

2a: niente all’ 89% – 1 milione di euro all’ 11%

2b: niente al 90% – 5 milioni al 10%

Ebbene, la gran parte delle cavie sceglie 1a/2b.

Ma la scelta è incongrua.

La propensione al rischio puo’ variare da persona a persona, cosicché noi non possiamo sapere alcune cose circa la scelta possibile di una persona coerente. Possiamo per esempio dire che sceglierà o la coppia 1a/2a oppure la coppia 1b/2b. Di sicuro non sceglierà la coppia 1a/2b.

Solo una persona incoerente potrà fare quella scelta visto che non si cambia propensione al rischio passando da un gioco all’ altro.

Oltretutto, l’ errore registrato è sistematico. Ovvero, noi sbagliamo sempre scegliendo la coppia 1a/2b, difficilmente sbagliamo scegliendo 1b/2a.

La conclusione è chiara: in certe situazioni, quando siamo chiamati a decidere in condizioni di rischio, l’ uomo si comporta in modo irrazionale.

Tra le ipotesi impliciti che consentono la conclusione di cui sopra c’ è quella per cui l’ uomo è un egoista: cerca cioè di massimizzare i premi ricevuti data la sua propensione al rischio.

In alternativa potremmo postulare che l’ uomo sia un invidioso: data una certa propensione al rischio, cerca di massimizzare il differenziale tra la sua utilità e quella degli altri partecipanti la gioco.

Non mi sembra un’ ipotesi forte. Anzi, mi sembra ancora più plausibile di quella dell’ “uomo egoista”.

Ebbene, postulando l’ ipotesi dell’ “uomo invidioso” prendiamo atto con sorpresa che la coppia 1a/2b, sotto certe ipotesi relative alla forma delle funzioni di utilità,  diventa coerente per molti livelli di propensione al rischio.

L’ uomo non sarebbe quindi né irrazionale né egoista, sarebbe piuttosto invidioso. Un invidioso razionale, però.

La mia esperienza conferma questa ipotesi, spesso noto che gli uomini abbandonano i propri giudizi per conformarsi a quello generale. Questo è sintomo che l’ invidia fa premio sull’ egoismo: si teme, per esempio, di restare isolati nella sventura.

Tipico pensiero distorto: a parità di rendimento, anche se penso che il titolo X sia meno rischioso, compro Y perché lo comprano tutti.

Il fatto è che le statistiche di borsa confermano questa impressione: gli operatori vendono e comprano considerando la diffusione presso il pubblico di un certo titolo quale elemento in grado di abbassarne la rischiosità!

Ma forse, per spiegare casi come questi, non c’ è solo l’ irrazionalità umana. In altri termini, non c’ è nemmeno bisogno di ripiegare sull’ “uomo invidioso”. La massima “mal comune mezzo gaudio” ha una sua verità indipendentemente dal sentimento dell’ invidia: quando un male colpisce tutti è più facile contare su interventi esterni e su salvagenti eccezionali, magari forniti dalla politica democratica. Quando invece un male prende di mira solo voi, attorno constaterete solo disinteresse e abbandono.

Eric Falkenstein ha brillantemente risolto il puzzle di Allais in termini di invidia. In realtà è stato lo stesso Maurice Allais a mettere tutti sull’ avviso affermando che “c’ era qualcosa che non andava nell’ assioma di indipendenza di Von Neumann e Morgenstern” (che postula appunto l’ indipendenza tra le funzioni di utilità dei vari soggetti).

*** 5. Irrazionalità o razionalità occulta?***

Perché alcuni gruppi sociali si rifiutano di credere, nonostante le evidenze, al fenomeno del riscaldamento globale?

Per i teorici dei bias la risposta è chiara: irrazionalità. Un’ irrazionalità dettata dall’ ideologia.

Per quanto riguarda l’ ideologia, ho già detto più sopra: coltivarla non è di per sé sinonimo di irrazionalità. Tuttavia, in questo caso c’ è qualcosa in più che vorrei aggiungere.

Per chi fa parte di un certo gruppo, credere al fenomeno del riscaldamento globale non porta alcun beneficio diretto mentre invece accettarne esplicitamente le evidenze lo pone in urto con persone che frequenta ogni giorno. Nel secondo caso l’ onere da sopportare sarebbe davvero alto.

In queste condizioni come si comporta un soggetto razionale dedito ad una puntuale analisi costi/benefici?

Ovvio, decide di non credere.

Non credere è una scelta obbligata per il soggetto razionale.

Potremmo allora dire che il gruppo ha posizioni irrazionali ma non che i soggetti che lo compongono siano irrazionali. La razionalità individuale è salva.

Per approfondire le vie imprevedibili della razionalità umana, una buona guida potrebbe essere il giurista Dan Kahan.

***6.  Irrazionalità al servizio della razionalità***

Si realizza spesso anche il fenomeno inverso rispetto a quello appena visto: talune nostre irrazionalità servono per conferire razionalità ai comportamenti di gruppo.

Faccio un esempio tratto dalla storia delle idee.

Nel pensiero economico, una delle tappe più importanti è costituita dall’ elaborazione del concetto di equilibrio generale.

L’ esimio economista ginevrino Léon Walras dimostrò matematicamente che un libero mercato, sotto certe condizioni, è in equilibrio allorché ottimizza l’ allocazione delle risorse disponibili. Una fortunata coincidenza!

Successivamente, Kenneth Arrow e Gerard Debreu raffinarono questa dimostrazione.

Tuttavia, cio’ non diceva ancora nulla circa la possibilità o meno che un libero mercato possa raggiungere spontaneamente il suddetto equilibrio.

Anzi, a dirla tutta Herbert Scarf dimostrò che una simile garanzia non poteva essere fornita.

Piccolo particolare: Scarf, come i suoi predecessori, ipotizzava che i prezzi di mercato fossero annunciati urbi et orbi da un banditore d’ asta ad un pubblico di soggetti razionali.

Ebbene, bastò togliere questa condizione artificiosa per raggiungere risultati ben diversi.

Se si ipotizza l’ assenza di un banditore ufficiale e al suo posto si considera invece la presenza di soggetti con razionalità limitata che aggiustano i loro comportamenti secondo strategie alternative, allora è possibile dimostrare che un libero mercato, oltre a possedere un equilibrio in cui viene ottimizzato l’ uso delle risorse, è anche nelle condizioni migliori per raggiungerlo.

Di solito si parla di “strategie markoviane di comportamento”.

La razionalità dei singoli, in questo caso, era un ostacolo al benessere collettivo e le “strategie alternative” che descrivono lo scenario ottimale, se considerate isolatamente, potrebbero anche essere scambiate da molti come “irrazionalità”.

Qui l’ irrazionalità, però, è al servizio di una razionalità più alta. Non mi sembra quindi che sia lecito trattarla quasi fosse un difetto da correggere. Al contrario.

Il matematico Samuel Bowels e l’ economista Herber Gintis sono i due studiosi che, sulle orme di Hayek, si sono dedicati ai temi sfiorati in questo punto.

***7. La riflessione negata***

C’ è chi non si limita a negare la ragione ma nega addirittura l’ atto riflessivo in sè, ovvero, l’ atto da cui dovrebbe scaturire la scelta razionale: noi saremmo dominati dai nostri istinti.

Qui bisogna intendersi: una scelta razionale puo’ essere presa anche d’ istinto ma non c’ è chi non veda un legame forte tra ragione e capacità di vincere l’ istinto immediato grazie ad un’ attività riflessiva che scaturisce dalla coscienza.

Gli esperimenti condotti da Benjamin Libet hanno rilevato un’ attività cerebrale che precede la decisione cosciente, cosicché in molti hanno concluso che la seconda potrebbe essere una mera illusione. La vera scelta è presa prima attraverso delle procedure estranee alla nostra coscienza.

In merito si avanzano di solito tre critiche:

1) Gli esperimenti di Benjamin Libet chiedono alle cavie di compiere scelte che sono ben lontane dalle scelte che compiamo comunemente. Se dobbiamo limitarci a decidere quando apporre un puntino su un foglio bianco siamo chiamati a compiere una scelta semplicissima, senza vincoli di tempo e completamente casuale. Fare una scelta di carriera o decidere se divorziare o meno è un po’ diverso. Difficile pensare che lo studio dei meccanismi decisionali che riguardano il “puntino” possano dirci qualcosa di fondamentale sulle scelte autentiche.

2) Gli esperimenti di Benjamin Libet ci dicono che esiste un’ attività cerebrale prima di assumere una scelta in modo cosciente. Ma da tutto cio’ non si evince che la nostra scelta sia di natura istintiva. E perché mai? Anzi, quell’ attività cerebrale, probabilmente, è necessaria proprio per attivare la coscienza e chiamarla a decidere.

3) C’ è una relazione tra previsione e libertà che a molti sembra ostica. Secondo Libet, l’ attività cerebrale che precede la scelta cosciente ci consente di prevedere quest’ ultima con una probabilità intorno al 60%. In certe particolari condizioni la probabilità si alza.Cio’ potrebbe significare che la nostra libertà di coscienza è condizionata ma mi chiedo chi ritenga che non esistano condizionamenti. Neanche il libertario più radicale arriverebbe a pretendere tanto! La presenza di una libertà – e quindi di una coscienza da cui scaturirebbero le decisioni razionali – deriva dal fatto che io “posso fare diversamente” qualora lo volessi, non dal fatto che la mia scelta sia prevedibile in anticipo. Esempio: è praticamente certo che io da qui ad un’ ora non mi amputerò il braccio destro, tuttavia, se lo volessi fare potrei farlo. Se per esempio mi dicessero che con l’ amputazione potrei salvare la vita in pericolo delle mie figlie procederei.

Alfred Mele è un filosofo da sempre impegnato a spiegare perché la scienza non ha affatto confutato il libero arbitrio e la scelta cosciente delle persone. Penso che saperlo, e quindi sapere che l’ uomo puo’ liberamente riflettere sulle decisioni da prendere, sia una buona notizia per chi crede che la ragione abbia un ruolo da giocare in questi frangenti.

***8. L’ agguato paternalista***

Paternalismo e teorie dell’ irrazionalità umana molto spesso vanno a braccetto. E’ come se il governante dicesse al cittadino: “poiché non sei in grado di scegliere per il tuo bene, sceglierò io per te”.

Dal truce proibizionismo alle subdole “spintarelle”, il paternalismo esercita il suo magnetismo su tutto lo spettro politico, dall’ estrema destra all’ estrema sinistra.

E non parliamo dei cattolici, sempre pronti a far da egida con qualche decreto legge da richiedere alla politica.

La logica non fa una grinza: il cittadino/suddito non sa perseguire in modo coerente la sua felicità, non ha strumenti cognitivi adeguati per “realizzarsi” quindi, in sua vece, interviene il governante.

Ecco, quand’ anche accettassimo le premesse circa l’ irrazionalità sistematica dei cittadini – e nei punti precedenti ho sollevato dubbi in serie – l’ argomento paternalista presenta quantomeno cinque inconvenienti.

Il primo è ovvio:

1) perché mai il tutore dovrebbe essere esente da bias?

Il secondo è legato alla prassi:

2) Il paternalismo implica élitarismo,  e l’ élitarismo nel mondo moderno crea risentimento sociale; condizione tutt’ altro che ideale per implementare con successo certe politiche.

Il terzo è paradossale:

2) tra i bias più comuni c’ è anche quello per cui il soggetto è felice e si realizza solo se sceglie personalmente e sente sotto controllo la situazione.

Il quarto è sgradevole:

3) il paternalismo non cura i nostri bias ma anzi, ci gioca sopra, gli alimenta fino a diventare contro-producente qualora noi riuscissimo a superarli. Il paternalismo non mi educa ma mi spinge lentamente verso una condizione di dipendenza: senza il mio amorevole sorvegliante, sarò perduto.

Il quarto è filosofico:

4) il paternalismo è un attentato alla dignità dell’ uomo messo sotto tutela. Il “protetto”, infatti, è considerato come un eterno minorenne che bisogna far vivere in ambienti falsati e artificiosi, in sua presenza non bisogna accennare alle cose come stanno: non bisogna dire che “solo” il 15/20 dei forti fumatori viene colpito dal cancro ai polmoni, o che gran parte dei drogati esce relativamente presto dalla sua dipendenza, o che il rischio di fare incidenti da ubriachi è dello 0.009%, eccetera. Non bisogna dire niente per evitare che queste informazioni azionino l’ irrazionalità dei soggetti fungendo da incentivo, al fumo, alle droghe, alla guida in stato di ubriachezza, eccetera. Ma questa campana di vetro fatta di reticenze e falsità è compatibile con la dignità dell’ uomo?

Nonostante questi inconvenienti esiste un certo consenso intorno alle politiche paternaliste, è inutile negarlo. Tuttavia, la natura di questo consenso è per me dubbia.

Personalmente ritengo che molti siano favorevoli a politiche di questo tipo, non tanto perché preoccupati della sorte di chi non sa badare a se stesso, quanto perché queste politiche accomunano tutti in un unico destino.

Si torna al “mal comune mezzo gaudio” di cui sopra. Un classico bias che ci spinge a guardare con favore la figura messianica del saggio pastore/governante alla guida di un gregge da uniformare nei comportamenti al fine di essere condotto tutto in un unico ovile. Magari scomodo, magari primitivo ma pur sempre “unico”.

A parte queste considerazioni, chi valuta i cinque problemi di cui come preoccupanti, si chiede poi quali alternative esistano.

Forse un’ alternativa c’ è: favorire la riflessione e l’ introspezione. Chiamiamole pratiche di debiasing.

Se il “debiasing” fosse possibile, costituirebbe una valida alternativa al paternalismo. Non solo: quanto più il debiasing è possibile, quanto più il paternalismo da socialmente benefico diventa socialmente dannoso.

E molti psicologi ci dicono oggi che è possibile, purché si crei attorno al soggetto un ambiente gradualmente responsabilizzante che consenta la transizione dell’ “eterno minorenne” verso la maturità.

Prima, parlando di supermercati e cabine elettorali, ho fatto veder con un esempio come il libero mercato responsabilizza mentre la democrazia de-responsabilizza. Ecco, bisognerebbe trarne qualche conseguenza.

Jeremy Waldron è il giovane e promettente studioso che ha meglio elaborato filosoficamente i legami tra paternalismo e dignità dell’ uomo. Bart Wilson si è invece occupato del “bias da controllo” (quello che ci fa preferire irrazionalmente l’ auto all’ aereo) e della libera scelta come via alla propria realizzazione. Sul “debiasing” vorrei indirizzare verso il lavoro di Keith Stanovich e Jonathan Evans.

***aggiunte***

ADD1: nella sezione 8, a proposito delle dipendenze sviluppate dal paternalismo, si potrebbe ricordare che l’ abilità a gestirsi nel gioco è inversamente correlata con le proibizioni in materia.

ADD2: siamo fortunati noi cattolici ad avere l’ esame di coscienza. L’ introspezione è il modo migliore per superare i propri bias, e funziona! L’ autore che più ha approfondito la faccenda è Richard Davidson.

E’ concorrenza sleale quella del Comune che compila gratuitamente i bollettini TASI?

Le considerazioni che seguono sono scritte in patente conflitto d’ interessi, inutile negarlo.

Tuttavia, ritengo che siano talmente cristalline da superare le giustificate remore del lettore. Inoltre, la giovanissima Rita ha girato il coltello nella piaga, e a questo punto non posso trattenermi.

Da ultimo, spero di esporre concetti sufficientemente contro-intuitivi da suscitare un qualche interesse.

tari

Giovanni va dal Giuseppe per compilare il suo bollettino TASI.

Paga la sua brava tassa: 100 euro.

Poi paga l’ onorario di Giuseppe: 30 euro.

Ma non ha finito di pagare!

Deve pagare pro-quota anche l’ impiegato comunale che compila gratuitamente il bollettino a Giacomo previa appuntamento. Giacomo ha ereditato – buon per lui – e la sua situazione non è immediata.

E’ giusto che Giuseppe venga spremuto in questo modo?

Ammettiamo che la tassa sia giusta, quindi va pagata.

L’ onorario a Giuseppe, dal canto suo, è giusto, la gente non lavora per divertimento.

Resta da capire se sia dovuto il pagamento all’ impiegato comunale che compila gratis il bollettino a Giacomo.

Ho sentito molti sostenere che Giovanni avrebbe pagato comunque quell’ impiegato.

Effettivamente, se l’ alternativa alla compilazione del bollettino di Giacomo fosse stata per l’ impiegato quella di starsene con le mani in mano, allora ok.

Ma ammettiamo di vivere in un mondo in cui non si paga la gente per starsene con le mani in mano, ammettiamo che gli impiegati pubblici svolgano un servizio pubblico.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe dire che anche compilando il bollettino di Giacomo l’ impiegato svolge un servizio pubblico. 

Alla richiesta di spiegazioni, chi sostiene questa tesi di solito fa notare che anche per Giovanni, qualora volesse usufruire del servizio, le porte sarebbero aperte (e la coda pronta ad accoglierlo).

Un’ affermazione del genere ci sta solo dicendo che il servizio è gratuito per tutti, mica che è pubblico. Grazie, ma questo lo sapevamo già.

Il fatto è che chi risponde in questo modo non ha capito bene cosa sia un “servizio pubblico”.

Un servizio non è pubblico per il fatto di essere gratis.

Se fosse così il Comune potrebbe anche fare i panettoni o le scarpe e regalarle in giro giustificandosi dicendo che svolge in questo bizzarro modo un servizio pubblico. Gli obiettori verrebbero liquidati invitandoli a raccattare un paio di scarpe e a tacere: ce n’ è per tutti! 

Evidentemente un servizio pubblico è altra cosa.

Un servizio è pubblico quando, per esempio, non  puo’ essere fornito a Giacomo senza che ne benefici anche Giovanni.

In altri termini, un servizio è pubblico quando i beneficiari non sono “escludibili”. 

La polizia non puo’ (per la natura del suo servizio) tutelare Giovanni senza tutelare anche il concittadino Giacomo. Per contro, l’ impiegato PUO’ (per la natura del suo servizio) compilare il bollettino di Giovanni senza compilarlo a Giacomo. 

Ergo: il primo, quello della polizia, è un servizio pubblico, il secondo è un servizio privato.

La conseguenza è una sola: l’ impiegato abbandona un servizio pubblico per dedicarsi ad un servizio privato. 

Visto che le cose stanno in questo modo, l’ impiegato (o il suo datore di lavoro) dovrebbe, come minimo, farsi pagare dal privato anziché dal pubblico (che comprende anche il povero Giovanni).

Il fatto che debba essere pagato pro-quota anche da Giovanni non sembra corretto.

Ma si giunge al paradosso se si considera che tra il pubblico rientra anche Giuseppe. 

Ebbene, Giuseppe non deve solo pagare pro-quota l’ impiegato pubblico affinché fornisca un servizio privato a Giacomo. Deve anche subirne la concorrenza.

Una concorrenza che a questo punto dobbiamo chiamare “sleale”.

Pensaci: già subire la concorrenza di chi – senza alcun merito in termini di efficienza – fa un prezzo pari a zero non è cosa da poco. Figuriamoci subire la concorrenza di chi, oltre a fare un prezzo uguale a zero, pretende da te di essere sussidiato nel produrre il danno che ti sta infliggendo.

E tu una roba del genere non vuoi nemmeno chiamarla “concorrenza sleale”?

Dài, almeno i cinesi delle borse Dolci&Gabanna non pretendono un contributo obbligatorio dai due stilisti. Si limitano ad un’ onesta concorrenza sleale senza eccedere troppo nell’ arroganza :-).

p.s. Naturalmente io non penso che al Comune queste cose non le sappiano, penso invece che debbano fare quel che fanno (ovvero garantire servizi privati gratuiti) per lusingare la massa votante, o per lo meno per evitare al sindaco e agli assessori la fine più naturale: il linciaggio per strada.

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