Spunti di riflessione dopo la lettura di “To Change the Church: Pope Francis and the Future of Catholicism” di Ross Douthat

PRIMO SPUNTO DI RIFLESSIONE

L’alleanza tra il “populista” Bergoglio e l’ “azzeccagarbugli” Kasper resta l’ironia più spiazzante prodotta dall’ultimo Sinodo sulla famiglia.
Anche se il connubio tra slogan e sofismi non puo’ dirsi nuovo qui siamo alla sua apoteosi.

SECONDO SPUNTO DI RIFLESSIONE

In genere uno pecca POI si pente e viene perdonato. Quando posso invece perdonare chi sta ancora peccando e ha un’ intenzione esplicita di peccare ancora domani? Un caso c’è: quando questa persona non è liberà di fare cio’ che fa. Dalla Croce Gesù disse al Padre: “perdona loro perché non sanno quello che fanno”.
La Comunione ai divorziati-risposati non propone un cambiamento nell’insegnamento morale della Chiesa Cattolica, non riguarda il “soggettivismo”, non riguarda nemmeno il “relativismo”, propone invece un nuovo sguardo sulla libertà del cristiano.


TERZO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Papa Francesco interviene a raffica sull’economia, sull’ambiente, sull’immigrazione, sul consumismo… ma sono questioni marginali. Tutto il suo pontificato si gioca sul punto della comunione ai divorziati-risposati. E’ lì che si decide se la Chiesa Cattolica è diventata soggettivista, se da un dovere morale puo’ essere esentato colui per cui compierlo è troppo gravoso. Se un politico ruba ma lo fanno tutti è moralmente responsabile? Se un soldato uccide un innocente ma gli è stato ordinato è moralmente responsabile? Se un prete pedofilo stupra ma ha un vissuto problematico alle sue spalle è moralmente responsabile? Ripeto: la questione dei divorziati-risposati è al centro di tutto.

QUARTO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Anche prima, senza alcun vulnus alla dottrina, i divorziati-risposati potevano essere riammessi alla Comunione: bastava che annullassero il loro matrimonio precedente. Molte cause oggettive lo consentivano ma soprattutto la mancanza di un “vero consenso”, un requisito facile da piegare alle proprie esigenze. Di fatto veniva richiesta quale prova di reale pentimento la volontà di spendere e imbarcarsi in un processo presso la Sacra Rota. Da un punto di vista profano direi che si trattava di un’ottima prova: gli economisti parlerebbero di “preferenza rivelata”.
Insomma, il soggettivismo puo’ essere praticato attraverso l’arbitrio dei giudici senza bisogno di essere riconosciuto dalla dottrina.

QUINTO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Nella Germania del Cardinale Walter Kasper la metà dei preti non si confessa da oltre un anno. Sono gli stessi che in un 15/20 minuti di Confessione, stando al progetto del Cardinale, dovrebbero individuare con “scrupoloso discernimento” il grado di contrizione del “divorziato-risposato” al fine di riammetterlo alla comunione.

SESTO SPUNTO DI RIFLESSIONE

E’ bene sapere perché la Chiesa Cattolica, prima di Francesco, si sia tanto battuta per sostenere l’inscindibilità del matrimonio:
1) è un insegnamento che ha consentito di superare la concezione romana parificando i due sessi all’interno del matrimonio;
2) è un insegnamento che collega direttamente il cattolicesimo alle Scritture quando le altre confessioni cristiane hanno invece deciso su questo punto di deviare;
3) è un insegnamento che conserva coerente la metafora paolina della Chiesa come sposa di Cristo;
4) La fedeltà a questo insegnamento (eroico) è stata pagata a caro prezzo inimicandosi molte monarchie europee, a partire dall’Inghilterra di Enrico VIII.

SETTIMO SPUNTO DI RIFLESSIONE

La storia del Concilio Vaticano II.
I versione. Uno spirito di rinnovamento sabotato prima dalle “forze conservatrici” della Curia, poi da papi paurosi (Poalo VI), infine da Papi reazionari (GPII e BXII). Anche per questo la Chiesa soffre.
II versione) Una voglia di adattamento di cui si è appropriato un certo radicalismo le cui degenerazioni, nonostante l’azione di freno di papi come GPII e BXII, ancora fanno soffrire la Chiesa.
III versione) Non ci sono né sabotatori né rapitori, semplicemente i cattolici sono divisi e la spaccatura si è palesata anche nel Concilio, appena dissimulata dietro documenti vaghi e prolissi e concetti ancor più nebulosi (“Spirito del Concilio”). I cattolici sono fondamentalmente in disaccordo tra loro e la Chiesa soffre, collassando quando prevale la voce progressista, rallentando appena la ritirata quando prevale quella conservatrice.

OTTAVO SPUNTO DI RIFLESSIONE

I cattolici ogni tre per due si disperano per la “società liquida” accusandola di tutti i mali, ma che pensano del “cattolicesimo liquido”? Quello dove non si sa mai bene chi giudica e chi è giudicato, dove è poco chiaro cosa puoi fare e cosa no, dove ogni punto di riferimento è soggetto a contorsioni gesuitiche, dove la precarietà è la regola?

NONO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Appartengo alla razza dei “cattivi cattolici”, quelli con una fede tiepida, che dubitano su molte dottrine, che adempiono svogliatamene, che pregano poco.
Oggi, al grido parole d’ordine come “inclusione” e “apertura”, si cerca di estinguere la mia razza. Personalmente mi sento quasi irritato. Che me ne farò più della mia religione?

DECIMO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Un libro che ci racconta la storia più importante nel mondo contemporaneo delle religioni, ovvero come il capo dell’organizzazione religiosa più importante pensi che il cattolicesimo sia riformabile in un senso che i suoi predecessori non ritenevano possibile.

  • Annunci

    Nell’era di Google la qualità conviene

    Google fa bene alla nostra salute mentale?

    Internet banalizza la nostra cultura o la estende innalzandone la qualità?

    Molti sono scettici, la conoscenza “vicina” renderebbe obsoleta la fatica del memorizzare.

    Le menti ne uscirebbero più fragili e meno ricettive. Tutto si svolge solo in superficie, la sonda mentale non è più chiamata ha penetrare ed diventa impotente persino di fronte alla scorza meno resistente. L’ approfondimento si rarefa’ fino a svanire.

    Per me questo pessimismo è eccessivo.

    Google sta già rendendo e renderà la nostra cultura media sempre più estesa ed approfondita, sempre più vivace e appassionata, anche se concordo sulla rarefazione delle riflessioni impegnative.

    Ma io forse non faccio testo, sono un inguaribile ottimista, in passato ho già espresso la convinzione che i nostri figli saranno migliori di noi e che l’ arte e la cultura prodotte oggi sono espressioni umane più raffinate, consapevoli e scandagliate che non quelle del passato. Spero solo fosse un ottimismo argomentato.

    Qualcuno potrebbe pensare che abbiamo troppo “materiale” a disposizione, siamo immersi in un blob ipertrofico che ci avvinghia paralizzandoci. Ed infatti è vero: passo oggi molto più tempo di prima a “selezionare” e “classificare” e molto meno tempo a leggere-ascoltare-guardare. Alcuni dischi ricevuti giacciono incelofanati perchè sono tutto compreso dalla stesura del prossimo “ordine” da inviare. Colgo in questo comportamento una chiara spinta verso l’alienazione del consumo culturale.

    Il bello è che tutto cio’, lungi dall’ essere un inconveniente, potrebbe trasformarsi nel punto di forza che renderà la cultura media delle generazioni a venire più sofisticata e profonda di quella delle generazioni passate.

    La chiave di volta è il teorema Alchian-Allen. Cerco ora di argomentare il mio ottimismo. Lo sapevate gli australiani bevono vini italiani di qualità mediamente superiore rispetto a quelli che si bevono in Italia? Ed è vero anche il contrario (sì, esistono anche i vini australiani). E’ normale che sia così, visto il teorema Alchian-Allen. Il teorema dice che se un costo fisso si aggiunge al prezzo di due beni succedanei tra loro, aumenterà il consumo di quello qualitativamente migliore. Il motivo è chiaro: la qualità costa, e l’ aggiunta di un costo fisso incide meno sul psuo prezzo complessivo, cosicché diviene più conveniente. Il costo di trasporto in Australia del vino italiano è il medesimo per alta e bassa qualità.

    Il mondo di google aggiunge un costo fisso ai beni culturali: è il costo legato alla ricerca. Per comprendere meglio dividiamo il costo dell’ acculturamento: costo di selezione e costo di approfondimento. Google rende disponibile una marea di roba facendo impennare il costo di selezione. Ma questo costo s’ impenna per tutte le potenziali fonti. E’ il motivo per cui nell’era google approfondiremo solo il materiale in media qualitativamente superiore.

    Personalmente lo constato tutti i giorni: come dicevo prima, passo molto meno tempo a leggere e molto di più a selezionare, ma la bontà media delle mie letture si è impennata. Leggo praticamente solo quello che mi interessa veramente, lo leggo quindi in modo veramente partecipe e formativo.

    Se decido di vedere un’ opera vedo solo l’ atto che mi interessa – solo l’ aria che m’ interessa, solo il passaggio che aspettavo – tagliando il superfluo, ovvero tutto il resto. Se ascolto una sinfonia, ascolto solo il tempo che m’ interessa, solo la cadenza che attendevo al varco e non vado oltre, sarebbe tempo sprecato, sarebbe tempo buttato che in passato avrei fatto passare anche ai miei occhi per “cultura” anche se era solo noia che dovevo sorbirmi per avere cio’ che cercavo. Eccetera.

    Vuoi giudicare la bontà culturale del tuo vicino? Difficile farlo, ma oggi ci sono un paio di spie dal contenuto informativo non trascurabile. Guarda quanti libri lascia a metà, se sono pochi diffida. Nota quanto spesso abbandona la visione di un film; farlo raramente è un brutto segno. Nota se scorre velocemente le gallerie virtuali dei musei in rete; procedere a rilento è preoccupante. Lasciare rqramente intonso il tomo, disertare pochi film iniziati, sorvolare con riluttanza quando ci si imbatte in opere d’ arte, puo’ segnalare un basso livello qualitativo della propria cultura, ovvero, un utilizzo improduttivo dei nuovi potentissimi strumenti a disposizione per migliorarci.

    Un ottimismo del genere non è esente da critiche: spesso il mio arricchimento culturale è stato di origine casuale. Esiste una fruttuosa serendipity anche in queste materie, magari stai leggendo un libro noioso, ed ecco un’inattesa illuminazione. Magari vai all’unico museo del tuo paese e l’esperienza forzata si trasforma in qualcosa di unico. Ci mancherà questa fertile noia? Nell’era in cui tutto è raggiungibile ci mancherà il sogno di qualcosa di irraggiungibile? Probabilmente sì, ma questo è un altro discorso.

    L'immagine può contenere: pianta e spazio all'aperto

    Teologia della Misericordia vs Teologia del Libero Arbitrio

    Papa Francesco interviene a raffica sull’economia, sull’ambiente, sull’immigrazione, sul consumismo e su altro ancora, ma si capisce poco della sua azione pastorale se tali questioni non vengono riconosciute come marginali. Tutto il suo pontificato si gioca sul punto della comunione ai divorziati-risposati. E’ lì che si realizza la vera sfida di Francesco.

    Su questo punto la posizione della Chiesa è sempre stata netta: il matrimonio è inscindibile. Chi lascia il coniuge per convivere con un’altra persona vive in stato di adulterio, ovvero in una condizione peccaminosa che puo’ essere perdonata seguendo la canonica via: pentimento, scuse, risarcimento e penitenza.

    La Chiesa Cattolica, prima di Francesco, si è sempre battuta con particolare ardore per sostenere l’inscindibilità del matrimonio, i motivi sono vari:

    1. è un insegnamento che ha consentito di superare la concezione romana del matrimonio parificando i due sessi all’interno del matrimonio;
    2. è un insegnamento che collega direttamente il cattolicesimo alle Scritture (in particolare Marco) quando le altre confessioni cristiane hanno invece deciso su questo punto di deviare;
    3. è un insegnamento che conserva coerente la metafora paolina della Chiesa come sposa di Cristo;
    4. La fedeltà a questo insegnamento (eroico) è stata pagata a caro prezzo inimicandosi molte monarchie europee, a partire dall’Inghilterra di Enrico VIII.

    Ora Francesco, con l’aiuto del cardinale Walter Kasper, vorrebbe superare la tradizione perdonando e quindi ammettendo alla Comunione anche i divorziati-risposati. Non tutti, per carità, ma per lo meno coloro che il confessore, attraverso uno scrupoloso discernimento da svolgersi caso per caso, trova in condizioni particolarmente meritevoli. E’ la nuova teologia della Misericordia.

    Sia chiaro che l’abbandono di una posizione tradizionale su un insegnamento specifico non è così scandaloso, è qualcosa di già visto ripetutamente e persino di auspicabile in molti casi, adattarsi alla Storia è una virtù: nel corso del tempo la Chiesa ha abbandonato l’anti-semitismo, ha accettato la liberal-democrazia e la libertà religiosa. Anche la visione della donna non è più quella delle Epistole di Paolo.

    Qui però c’è di più: abbandonare un matrimonio per formare un’altra famiglia CONTINUA ad essere un peccato, senonché questo peccato dovrebbe svanire non si sa bene come.

    Del resto, si noti, il caso dei divorziati-risposati aveva già una sua brillante soluzione, è sempre stato possibile aggirare la condizione di adulterio facendosi ammettere alla Comunione, ma la via indicata era molto più lineare: bastava invalidare il matrimonio. Qualora davanti alla Sacra Rota il presunto adultero dimostrasse che il suo consenso all’atto del primo matrimonio non era “ben formato” – cosa con ampi margini di discrezione – poteva ottenere l’annullamento e l’ammissione ai Sacramenti. Seguendo questa strada non insorgono problemi logici: l’adulterio non ha luogo e quindi puo’ continuare ad essere ritenuto un peccato senza svanire nel nulla.

    ***

    Facciamo il punto con un esempio: Aldo si sposa con Ada ma poi la molla per mettersi con Alba, dopodiché un confessore lo riammette alla Comunione.

    In precedenza, per essere riammesso alla Comunione Aldo doveva invalidare il suo matrimonio dimostrando che il suo assenso non era reale, oggi basta convincere il confessore, per esempio, che Ada è una rompiscatole con cui la vita è impossibile. E poi aggiungere che poiché, lui, Aldo, non puo’ stare solo, l’unione con Alba è stata inevitabile. Notare la parola “inevitabile”.

    Ammettiamo che Ada sia effettivamente una rompiscatole e che la prova matrimoniale di Aldo fosse estremamente gravosa. E’ chiaro che se il Nostro non ha retto le sue colpe sono minime. Nulla a che vedere con le colpe di Aldo qualora Ada fosse un essere amabile e lui si fosse semplicemente infatuato di Alba per un capriccio. Ma questa disparità non è un problema per la Chiesa Cattolica che ammette senza fatica una gradualità nella colpa. Quel che non ha mai ammesso in passato è che una colpa si dissolva nel nulla. Su questo punto ora qualcosa sta cambiando, qualcosa di grosso bolle in pentola.

    Ripetiamo la questione di fondo che ha tormentato il Concistoro riunitosi per l’occasione: l’adulterio di  Aldo puo’ essere perdonato  per il fatto che Ada sia una rompiscatole e che Aldo sia particolarmente sensibile alla solitudine? La risposta deve essere ben calibrata perché a questa domanda ne seguono a raffica molte altre: se un politico ruba ma lo fanno tutti resta moralmente responsabile? Se un soldato uccide un innocente ma gli è stato ordinato deve ritenersi responsabile? Se un prete pedofilo stupra ma ha un vissuto problematico alle sue spalle è moralmente responsabile? Eccetera, eccetera.

    Come vedete la questione non riguarda il peccato di adulterio in sé ma la logica che utilizziamo nel trattarlo una volta che diamo per scontato che esista. Quella logica, infatti, potrà/dovrà essere applicata a tutte le infrazioni morali.

    La questione centrale non è nemmeno quella del soggettivismo: attraverso il concetto di natura umana la Chiesa Cattolica puo’ concedersi tutto il soggettivismo che desidera senza che sfoci nel temuto relativismo. Capito niente? Leggete qua.

    Ma per dirla tutta, nemmeno il relativismo è qui in gioco: in teoria noi potremmo avere dei minutissimi e particolareggiati criteri di validità assoluta per “discernere” chi ammettere e chi no alla Comunione. Assolutismo non è sinonimo di semplicità. L’assolutismo puo’ tranquillamente convivere anche con le complesse casistiche dei gesuiti.

    Ma allora di cosa stiamo parlando? Cosa sentiamo davvero minacciato nelle novità proposte da Francesco? E’ la libertà del cristiano e dell’uomo in generale ad essere minacciata. Walter Kasper spinge verso posizioni etiche tipiche dei protestanti, ovvero di chi non crede nel libero arbitrio.

    Vediamo meglio di capire perché. Se Aldo lascia Ada per mettersi con Alba, la CC tradizionale lo considera colpevole e non lo ammette alla Comunione. Tuttavia, anche se in generale le cose stanno in questi termini, c’è pur sempre un caso particolare in cui nemmeno la CC lo condannerebbe mai: quando non è libero. Basta agire in assenza di libero arbitrio per vedere i propri peccati oggettivi dissolversi e meritarsi il perdono di un Dio misericordioso. La teologia della Misericordia annichilisce la libertà umana. Esempio, se Aldo agisce come detto perché coartato fisicamente la Chiesa lo assolve senza problemi. Nel caso in esame, inutile dire, una simile ipotesi sarebbe da scartare poiché se Aldo al momento della confessione fosse finalmente libero potrebbe tornare sui suoi passi, se invece non lo fosse bisognerebbe interdirlo come incapace di intendere e di volere più che ammetterlo alla Comunione. A meno che la condizione di non-libertà sia la condizione naturale per l’uomo, ed è proprio cio’ a cui giungono molte confessioni protestanti.

    La Misericordia coerente si esercita verso persone che noi riteniamo costrette dagli eventi a optare per certi comportamenti sbagliati, persone che una volta uscite dal turbine riconoscono comunque la retta via. La Misericordia verso chi persiste nell’errore si esercita invece quando costui è privo in modo permanente della capacità di scegliere.

    La vittima designata della Teologia della Misericordia è quindi la Teologia del libero arbitrio: smettiamo di credere che Dio abbia donato all’uomo la libertà di scegliere tra bene e male cosicché potremo perdonarlo anche mentre pecca.

    Risultati immagini per divorziati risposati

    Raccontare il Concilio Vaticano II

    Raccontare il Concilio Vaticano II significa raccontare la Chiesa Cattolica dell’ultimo mezzo secolo, una bella impresa, anche perché ci consentirebbe di leggere più chiaramente il suo futuro. Lo si puo’ fare in vari modi, qui propongo tre versioni della storia: una progressista, una conservatrice e una prog-cons.

    IL CONCILIO DI MELLONI

    Più di 50 anni fa la Chiesa Cattolica si riunì in un concilio ecumenico, lo scopo era quello di darsi degli orientamenti in modo da entrare da protagonista nella modernità e instaurare un dialogo con i Protestanti e le altre religioni. Giuseppe Roncalli, il Papa che indisse il Concilio, portava una ventata di rinnovamento benché nelle stanze vaticane la “conservazione” restava in agguato facendo trapelare dubbi e diffidenze, pur fiduciosa di poter controllare l’evento. Tuttavia, una nuova generazione di teologi fece sentire la sua voce nelle sedi opportune e molti cardinali si convinsero che una svolta radicale si rendeva necessaria. Nei primi documenti si ripudiò l’anti-semitismo, si aprì alla democrazia e alla libertà di religione, si impostò il dialogo ecumenico e si rilassò la liturgia. Ma soprattutto si tentava di fornire un’immagine della Chiesa più aperta e meno verticistica. Questi ed altri cambiamenti incarnarono uno “Spirito conciliare” che avrebbe dovuto informare il futuro di una Chiesa più in sintonia con le coscienze individuali, una Chiesa adatta a relazionarsi con dei “cattolici adulti” e lontana dall’infantilismo di chi “prega, paga e obbedisce”. Ad un simile azzardo seguì una reazione già presente fin da subito nei documenti di un Papa timoroso come Paolo VI: l’ Humanae Vitae (1968) in particolare confermava il vetusto bando alla contraccezione in antitesi con lo Spirito conciliare. Si produce così una frattura insanabile tra Roma e la realtà quotidiana della vita di molti fedeli. Giovanni Paolo II fu una figura per molti versi ammirevole ma anche un reazionario in materia dottrinale. I suoi “no” – elaborati in concerto con Ratzinger – costituirono una raffica traumatizzante: no alla contraccezione, no ai preti sposati, no alle donne prete, no alla comunione dei divorziati, no ai matrimoni omosessuali, no alla fertilizzazione in vitro, no, no, no. Solo una sequela di no, e a questi “no” si affiancò la protezione di chi nella Chiesa si era macchiato di abusi sessuali. Con il Papa che succedette, Ratzinger, si finì dalla padella nella brace, il suo approccio fu ancora più improntato alla conservazione, la sua retorica infiammò il mondo mussulmano, reintrodusse liturgie che sembravano definitivamente alle nostre spalle, tolse la scomunica a vescovi negazionisti e fece passare in secondo piano molti scandali sessuali. Durante questi pontificati il popolo di Dio ha sofferto e condotto una vita parallela, le promesse del Concilio erano tradite e la modernizzazione offerta del tutto insufficiente. Come meravigliarsi se i banchi delle Chiese sono sempre più vuoti, se le vocazioni sono al lumicino e se i battezzati a malapena praticano la loro fede? In Vaticano la paura e una certa arroganza hanno fiaccato lo “Spirito del Concilio”, la Chiesa Cattolica attende ancora il suo riformatore, sarà Francesco?

    CONCILIO DI DE MATTEI

    Più di 50 anni fa la Chiesa Cattolica si riunì in un concilio ecumenico, lo scopo era quello di darsi degli orientamenti in modo da affrontare al meglio le sfide della modernità e preparare nella Chiesa ad una nuova spinta evangelizzatrice. I lavori presero subito una piega più riformista di quanto ci si attendesse, una nuova generazione di teologi e vescovi assunse a sorpresa il timone. I primi documenti furono un parto dovuto, bisogna ammetterlo: condanna dell’anti-semitismo, riconciliazione con la liberal-democrazia e libertà religiosa, nonché il passaggio dagli anatemi tonanti ad un maggior spirito missionario. Tuttavia, nulla fin qui mirava a mutare la dottrina tradizionale della Chiesa che anzi veniva riconfermata nel suo nocciolo duro. Il Concilio fin qui si mantenne quel che avrebbe dovuto essere, un momento di adattamento: cambiare per restare meglio fedeli a se stessi. A un certo punto però il Concilio fu “rapito” da coloro che invece perseguivano un cedimento alla modernità secondo la linea protestante. Si configurarono all’orizzonte due partiti, quello dei “documenti conciliari” e quello di un nebuloso “Spirito conciliare”. Quest’ultimo puntò ad introdurre un’estetica “vandalica” nella liturgia ed un ecumenismo che di fatto degradava l’identità cattolica, una rivoluzione sessuale in linea con le mode e una sottovalutazione del ruolo dei preti e, di conseguenza, delle vocazioni. Si proponeva un “cattolicesimo lite”, uno spiritualismo vago volto più che altro al benessere del fedele piuttosto che alla sua salvezza. L’esito prevedibile fu un collasso nella partecipazione alle messe, un crollo nelle vocazioni e un’erosione dell’identità cattolica. Paolo VI fece diga ma in maniera insufficiente, l’amaro frutto del “Concilio rapito” crebbe rigoglioso. Con GPII e PapaRatz la linea della continuità s’impose e molti di coloro che prima avevano supportato le istanze del Concilio ne riconobbero la degenerazione tentando una marcia indietro: il cattolicesimo mai si sarebbe dovuto dissolvere in una generica spiritualità postmoderna, la Verità doveva conservare la sua centralità. Anche il fenomeno degli abusi sessuali, se uno verifica con attenzione, nascono da una generazione coinvolta nel caos degli anni 60/70 quando molte comunità cristiane erano poco più che comuni hippy (vedi Camaldoli). Il collasso delle chiese protestanti del nord Europa, d’altronde, conferma che la via prescelta è quella giusta, e così anche la robusta crescita di un cattolicesimo tradizionalista in Africa. La Chiesa del futuro? Conservatrice ma moderna, radicata nella tradizione ma non tradizionalista.

    CONCILIO DI “DE MELLONI”

    Più di 50 anni fa la Chiesa Cattolica si riunì in un concilio ecumenico, lo scopo era quello di darsi degli orientamenti in modo da uscire dalle secche del XIX secolo. Era necessario riaprire un dialogo con le altre religioni e attuare riforme importanti, senonché i disaccordi sui contenuti erano stridenti e non mancarono di riflettersi nei documenti. Alcuni problemi relativamente facili furono affrontati e risolti in modo chiaro (l’anti-semitismo, la democrazia liberale, la libertà religiosa) ma quando si passò alle questioni spinose i documenti si attestarono su sentenze vaghe e prolisse dove l’ambiguità era la regola dominante. A volte si partiva in tromba per finire nelle paludi dell’incertezza. I tempi non aiutarono: l’entusiasmo dello Spirito conciliare dovette subito fare i conti con dilemmi terribili come quello della pillola, quello del divorzio, la seconda ondata femminista, e all’orizzonte i diritti dei gay. Il Concilio Vaticano II puo’ essere considerato un Concilio fallito, alla stregua del Laterano V che tentò invano di sventare lo scisma protestante giungendo in ritardo e operando in modo maldestro con riforme insufficienti a ricomporre la frattura. Cosa ha minato il Concilio Vaticano II? L’essenziale mancanza di un consenso. Non solo, nelle parole vaghe e contraddittorie del discorso con cui Giovanni XXIII lo convocò tutti, conservatori e progressisti, potevano trovare usbergo: il Concilio avrebbe dovuto infatti confermare la dottrina certa e immutabile della Chiesa presentandola in modo adeguato ai nostri tempi. Oltre ai combattenti in trincea si aggiravano per le sale vaticane i molti incerti, la loro folta presenza traspare da una tensione tra la lettera dei documenti e il loro spirito. In alcuni di essi la dottrina veniva evidentemente revisionata (per esempio in materia di libertà religiosa) ma in altri veniva confermata sebbene esposta con linguaggio più fresco, uno spostamento che lasciava solo intravedere un nuovo insegnamento senza esplicitarlo. Tutte queste ambiguità spiegano perché l’eredità del Concilio sia tanto dibattuta: il conservatore accusa il progressista di non osservare la lettera e il secondo accusa il primo di non cogliere lo spirito. Tuttavia, nonostante l’evidente attrito non ci sono stati scismi, e nemmeno ora sono alle viste, tutti vogliono stare “dentro” e si sentono in diritto di farlo. Nella Chiesa post-conciliare c’è stato come un armistizio armato: il conservatore si sente rassicurato da una dottrina sostanzialmente confermata, il progressista ha più di un motivo si sperare in una prossima evoluzione. Nessuno è soddisfatto ma nessuno molla la presa. Alcune verità sembrano però oggettive: dove la linea progressista si è imposta la Chiesa si è dissolta, gli ordini religiosi più conservatori sono anche quelli più forti, le Chiese protestanti del nord Europa non esistono quasi più, la Chiesa Cattolica sudamericana tanto attenta alle istanze sociali ha ceduto ai Pentecostali mentre in Africa un approccio più conservatore ha raccolto un certo successo. Tuttavia, è anche vero che la via indicata da GPII e Benedetto si limita a salvare il salvabile: ha arginato la crisi ma non l’ha certo superata, ha combattuto fieramente ma sempre sulla difensiva. La Chiesa tradizionale resiste ma si limita a rallentare la ritirata, non si puo’ certo dire che fiorisca, si sviluppi ed evangelizzi il mondo. Se il progressismo nella Chiesa significa suicidio, il conservatorismo sta in piedi per motivi demografici più che per cio’ che propone. Anche tra chi frequenta le messe oggi la divisione è evidente, e questo nonostante che neol recente passato il conservatore abbia pensato ingenuamente che l’istanza progressista si sarebbe dissolta grazie alla potente azione di due papi di spicco come GP e Benedetto. Negli anni della “rivincita conciliare” il pensiero conservatore si è cullato sugli allori, ha reagito tardi agli scandali sessuali, ha parlato solo a se stesso in modo auto-referenziale, ha predicato ai convertiti, si è affiliato con i partiti politici di destra, ha pensato che il conflitto, almeno quello interno, fosse acqua passata, ha pensato di essere definitivamente uscito dall’ombra lunga del Concilio. Non era così, un Papa come Francesco l’ha ricondotto alla realtà.

    ***

    La prima storia forse è la più nota, la seconda la più influente (è quella che circola in Vaticano) e la terza – imho – la più affidabile.

    E ora che fare? Come cambierà la Chiesa?

    Ipotesi: un Papa non riuscirà mai a cambiarla, un Papa non puo’ più cambiarla. Se cambierà lo farà con un movimento dal basso: saremo noi cattolici ad intraprendere dei percorsi sperimentali e – nel fallimento generalizzato – alcuni avranno un tale successo da trascinare il resto del Popolo di Dio e anche il Papa, che offrirà la sua benedizione. Il che rappresenta un’incognita poiché la Chiesa Cattolica non ha mai battuto questa strada.

     

    In difesa del “benaltrismo”

    Il “benaltrista” è colui che di fronte ad un’accusa argomentata reagisce contro-attaccando, per esempio con un “… e allora tu l’altra volta…”. In questo modo ritiene di poter smontare cio’ che gli viene imputato. Se c’è qualcosa di scomodo il “benaltrista” cerca di stornare altrove l’attenzione. Descritto in questi termini appare indifendibile, eppure qui proverò proprio a difenderlo.

    La mia tesi è che il “benaltrismo” goda di una cattiva fama immeritata.

    La cattiva fama deriva dal fatto che trattasi pur sempre di una fallacia logica: non si puo’ criticare un argomento gettando sospetti su chi lo propone, bisogna entrare nel merito.

    Che sia “immeritata” deriva dal fatto che i nostri disaccordi non scaturiscano praticamente mai da errori di logica (comunque sempre “riparabili” con mosse ad hoc) bensì dal fatto che gli interlocutori sono “disonesti”, ovvero si disinteressano della verità per coltivare secondi fini: ideologia, interessi personali, status, tribalismo, eccetera.

    Se così è il benaltrismo diventa uno strumento retorico prezioso per smascherare l’insincerità e l’ipocrisia della controparte. Faccio tre esempi per spiegarmi meglio.

    Esempio 1. Tizio parla di femminicidio chiedendo che si prendano al più presto provvedimenti, al che Caio opina che ci sono anche coppie in cui è “lei” che uccide “lui”. A questo punto Tizio puo’ reagire in molti modi che qui riduco a due: 1) fa notare che un rapporto 60/40 è comunque asimmetrico oppure 2) accusa Caio di “benaltrismo” dilatorio tipico di chi non vuole affrontare i problemi sul tappeto. Nel primo caso Tizio è un interlocutore onesto con cui vale la pena avere uno scambio, nel secondo è probabilmente guidato da secondi fini che possono essere l’ideologia guerrasessista o altro ancora.

    Esempio 2 (fresco di giornata). A chi tira fuori la questione della Cambridge Analytics provate a dire “e che ne dici della tresca di Obama con Facebook?”. Se a questo punto scatta l’accusa di “benaltrismo” meglio non proseguire oltre la discussione poiché non si tratta di discussione ma di tifo politico.

    Esempio 3. A chi sbraita in tono allarmista di riscaldamento globale facendo presente che il pianeta è a rischio e bisogna fare qualcosa, rispondete introducendo la possibilità di eventi altrettanto probabili e altrettanto distruttivi quali per esempio una futura guerra nucleare, una futura guerra biologica, l’impatto del nostro pianeta con un asteroide vagante, la possibile esplosione di vulcani, il contagio su scala planetaria di malattie imprevedibili, i pericoli dell’intelligenza artificiale e delle nanotecnologie, l’esplosione di stelle, il passaggio di una nube interstellare gelata, il collasso di sistemi complessi, i disastri dell’ingegneria genetica, la demografia minacciata da un crollo della fertilità, i disastri associabili all’agricoltura, i tentativi di riprodurre il Big Bang in laboratorio, la produzione di materiali pericolosi… A questo punto il vostro interlocutore comincerà con voi un’appassionante discussione sui rischi esistenziali  per meglio collocare nella lista delle priorità l’effetto serra, oppure, molto più probabilmente, vi manderà a quel paese con l’accusa di “benaltrismo sofista”. Dico “molto più probabilmente” perché chi abbraccia con ardore sospetto la causa del riscaldamento globale di solito o è in cerca di una nuova religione o di una via alternativa al socialismo.

    ***

    Chi vuole aggiungere altri esempi? Tengo qui sotto aperta una lista da aggiornare.

    Nessun testo alternativo automatico disponibile.

    Cuccioli

    La saggezza di Jonah Goldberg:

    Hai un bambino? Prendi un cane.

    Vuoi un bambino? Prendi un cane.

    Non vuoi un cane? Prendi un gatto (prepara la strada al cane).

    Hai già un gatto? Prendi un cane.

    ***

    Obiezione: già il bambino mi fa impazzire, perché mai dovrei aumentare gli impegni con un cane?!

    Risposta: un cane fa la guardia, tiene compagnia, non si ammala quasi mai… ma il Goldberg ha in mente altro, è evidente. Secondo lui il cane ti ammaestra.

    ***

    Quando hai un bambino acquisisci una certezza: tuo figlio è diverso dagli altri, almeno per te. Perché? Perché è il tuo! E’ un concetto che i marines conoscono bene, almeno stando al loro slogan : “ci son tante pistole ma questa è la MIA pistola”.

    Io sono un “assolutista” ma questa concessione al relativismo la faccio volentieri. Lo so, è una sfida alla ragione (che vorrebbe i bambini tutti uguali), ma anche un dogma di cui ciascun genitore è certo: è così, punto. I bambini non sono tutti uguali: c’è il mio, e poi ci sono gli altri. L’ “altruismo efficiente” puo’ andare a quel paese! Chi sostiene il contrario verrà trattato come merita, ovvero come un folle inaffidabile e pericoloso.

    Platone, Robespierre e Hitler hanno teorizzato la proprietà comune dei figli, probabilmente non erano genitori. Ma ancora recentemente si sente dire che i figli “non sono dei genitori”, lo sostiene con enfasi Melissa Harris-Perry, per esempio. Anche la Hillary Clinton trova disdicevole che esista qualcosa come “i figli degli altri”. Non occorrono fumose teorie per accantonare simili posizioni, basta appellarsi alla “scienza”, ovvero osservare i fatti, ed è soprattutto quando diventate genitori che la chiarezza dei fatti s’impone: i vostri figli sono vostri, punto e basta. E’ sbagliato? Forse, ma di certo è umano. Anche l’uomo è “sbagliato”, in fondo, già Kant lo considerava “un legno storto” chiamando folle chi pretendesse di raddrizzarlo: non puoi fondare una civiltà su astrazioni campate in aria.

    Phil Gramm nei dibattiti provocava la sua controparte così: “la mia politica educativa si basa sul fatto che tengo ai miei bambini più di lei”. E quando l’interlocutore si mostrava scettico lui proseguiva dicendo: “ma se non sa nemmeno come si chiamano!!!”.

    ***

    Il cane non è un bambino ma è comunque un membro della famiglia. O almeno, lo considerano tale la maggioranza dei suoi possessori. Molti di loro si considerano addirittura più dei genitori che dei proprietari. Ma oltre all’opinione della gente lo conferma anche la psicologia e l’evoluzionismo: uomo e cane hanno costituito un fruttuoso sodalizio dall’alba dei tempi, e con gli affari, come sempre, è arrivato anche l’amore. E’ vero che l’evoluzionista duro e puro guarda al cane come a un parassita dell’uomo, un ipocrita che con le sue manfrine vuole solo guadagnarsi l’osso. Se fosse così anche moglie e figli sarebbero molto sospetti. Per Goldberg, anche qui, non c’è nulla di più semplice che confutare questa tesi: basta guardare. Guardare il proprio cane, guardare le feste che ci fa e sgamarlo nella sua spregevole ipocrisia. Il fatto è che lo si puo’ fare per anni per togliersi ogni dubbio ma alla fine si arriva sempre lì: la gioia che vedi è la gioia che sente, fine della storia. Se con la moglie puo’ ancora restare qualche piccolo dubbio, con il cane no.

    Il cane è un bimbo in prova, non abbiamo niente di più simile. Puoi lasciare un gatto solo per giorni e quando torni ti riserverà a malapena un’occhiata. Il cane chiede una continua interazione, Goldberg parla di “proprietà attiva”, ma proprietà è la parola sbagliata visto che anche voi siete “proprietà” del vostro cane. Un cane si ammala e muore, questo puo’ essere un trauma per i bimbi, ma nella vita queste cose succedono e loro devono impararlo in qualche modo.

    Avere un cane ti depura da ogni estremismo, specie in politica, ti fa capire che esiste una dimensione pre-politico e che  conta maledettamente. Anche in questo senso fa le veci della famiglia, i politologi sanno da tempo che la famiglia “modera” la politica e costituisce un antidoto ai  totalitarismi di qualsiasi segno. Non ci sono cani leghisti o cani pentastellati, la loro palese “innocenza” ci fa comprendere che qualcosa di importante precede ogni ragionamento sul sociale.

    Alcuni legami sono più forti di altri, ce lo insegna la famiglia, ma l’introduzione ideale al magistero ce la fornisce il nostro cane, è lui che ci inculca l’esistenza di un ordine nelle priorità, un ordine che nessun razionalismo astratto potrà mai negare. Persino la religione viene dopo: come potrei credere ad un Dio che mi chiede di sacrificare i figli?

    Risultati immagini per robin isely wolf

    Padre, quindi sessista

    Un tempo avevo la mia dignità… poi divenni padre.

    I figli ti tolgono tutto, e la dignità è la prima ad andarsene: devi fare il palo mentre al parketto giocano con i giochi altrui e forse ne rubacchiano anche qualcuno, devi fingere di uscire di casa in piena notte con guanti, cappello e sciarpa per motivi che neanche tu capisci bene. Devi ingaggiare dei corpo a corpo con un nano sotto lo sguardo sprezzante di altri adulti… devi fare un mucchio di cose che puoi raccontare solo a persone fidate che conosci molto molto bene!

    Avere dei figli è un po’ come trasformarsi in un cane che invecchia, ogni anno ne vale sette. I figli ti tolgono tutto: oltre alla dignità ti tolgono cose, ti tolgono tempo, ti tolgono i tuoi hobby, ti tolgono la salute, ti tolgono soldi (tanti), ti tolgono serenità.

    Alla fine resti solo. Solo con la tua anima, nudo con l’anima in mano. I cristiani chiamano un simile percorso Via Crucis, un consulente McKinsey lo chiamerebbe: “evoluzione per sottrazione”.

    In teoria il padre dovrebbe portare in famiglia una risorsa scarsa come la virilità. Ma oggi la virilità non è benvista, in molti la giudicano obsoleta e poco necessaria. Meglio per i papi trasformarsi da orsi in orsetti. Per capire cio’ che intendo leggetevi Hanna Rosin (The End of Man) o alcuni libri di Claudio Risé.

    La virilità non ha molto spazio in un mondo effemminato come quello contemporaneo. In teoria la virilità sarebbe la capacità di prendere le redini quando la routine va a ramengo, quando si entra nella terra di nessuno dove non c’è legge a cui riferirsi, quando il controllo della modernità e le sicurezze della scienza diventano un pallido mito sullo sfondo, quando ogni altro piano fallisce. La virilità è l’ultima spiaggia, quella che precede la preghiera e la rassegnazione. Ma la virilità è anche fonte di guai, ha un suo lato oscuro, quello che produce tanti palloni gonfiati da un orgoglio un po’ ridicolo, individui fastidiosi sempre pronti ad attaccar briga con chiunque. Per non parlare dei pappagalli sempre pronti ad importunare il gentil sesso.

    Tesi: i padri  si possono salvare solo salvando la virilità.

    C’è una via? Forse sì, forse si puo’ puntare sulla “cavalleria”. Certo femminismo la odia e ne ha ben donde: è l’aspetto ancora “presentabile” della virilità. Se apro la porta dell’auto a mia moglie sono un maledetto sessista ma chi mi condannerebbe? Senza condanne sarei un sessista orgoglioso di esserlo, e questo è imbarazzante per chi vuol trasformare l’epiteto in un sinonimo di “psicopatico serial killer”. La “cavalleria” esiste da sempre e ovunque: paladini, crociati, samurai, soldati… è un concetto che possediamo e difficile da annientare, tutti plaudiamo ai “cavalieri”, non farlo appare ridicolo. Perché io dovrei essere disprezzato e bollato come “sessista” solo perché mi comporto da cavaliere? I cavalieri fanno sbiadire il significato alla parola sessista, ne indeboliscono il concetto stesso.

    Il cavaliere sacrifica tutto per un interesse altrui, nel nostro caso: il padre virile intraprende un’ “evoluzione per sottrazione”, una via crucis per la sua famiglia. Il famigerato San Paolo chiedeva alla moglie di sottomettersi a lui e nel rigo successivo al marito di morire per lei. Inaccettabile. Ma forse anche reinterpretabile, quel “morire” oggi potrebbe essere inteso come  una richiesta di virilità: un po’ di onore/vergogna al posto del solito denaro/calcolo. Ma giusto un po’, consci del “lato oscuro” di questa roba. Un onore da ricercare nella difesa gratuita del debole e dell’innocente, ovvero “donne&bambini”. La paternità, a questo punto, diventa il lato buono della virilità. Se la cavalleria ha diritto di cittadinanza ancora oggi, allora la via crucis di cui sopra non è più un assurdo: un padre consuma la sua vita affinché un’altra possa fiorire, in senso biologico ma anche trascendentale.

    Nessun testo alternativo automatico disponibile.