Perché non sono più ambientalista

Non lo sono più perché è troppo difficile.

Fare l’ambientalista è tremendamente complicato, non ne azzecchi mai una. Se sei onesto hai continuamente la testa arrovellata da dubbi.

Come quando ho deciso di fare colazione a consumo-zero. Un bel bicchierone di latte freddo e via.

Poi uno pensa: ma per avere latte bisogna avere mucche, e le mucche, lo sappiamo, emettono parecchio metano (evito i dettagli). Il metano è un gas serra più potente dell’anidride carbonica. Per produrre 250 millilitri di latte bisogna tollerare l’espulsione di 7,5 litri di metano, che pesano circa 5 grammi ed equivalgono a 100 grammi di anidride carbonica. E questo senza contare tutto cio’ che occorre per fare il latte: foraggio per le mucche, trasporto, pastorizzazione… Era molto meglio puntare su una colazione diversa senza badare alla corrente elettrica. Si ma cosa? Il latte di soia? Il the? Io sono un ambientalista, mica un fachiro. E poi mi fa già male la testa.

Nemmeno il cheeseburger che mangiavo a pranzo si è rivelata una scelta felice. Così come la braciola di agnello a cena, perché anche gli ovini producono metano. Forse farei meglio a prendere del maiale oppure del pollo. O ancora meglio del pesce, specie quello che nuota vicino alla superficie: aringhe, sgombri o marlenghi. Ma dove li trovo i marlenghi? Certo, l’ottimo sarebbe la zuppa vegana, ma preferisco tagliarmi le vene.

Il chilometro zero è qualcosa su cui ho puntato a lungo, comprare prodotti locali riduce chilometri percorsi dal cibo per arrivare sui nostri piatti, ma spesso è una pratica controproducente. E’ sicuramente vero che trasportare cibo in giro per il mondo fa consumare energia, tuttavia l’impatto è inferiore a quanto si pensi, la maggior parte dei prodotti viene trasportata via nave (i consumi sono minimi), e quando viene caricata sugli aerei non sta su una bella poltrona con ampio spazio per le gambe e lo champagne gratis. Per esempio, la scelta di un nordico di consumare pomodori inglesi anziché spagnoli e di certo maldestra, l’anidride carbonica emessa dal viaggio del tir è completamente controbilanciata dal fatto che la Spagna e baciata dal sole mentre l’Inghilterra è baciata dalle serre..

Anche l’idea di evitare i sacchetti di plastica per la spesa mi sembra oggi un sacrificio decisamente dubbio. Il sacchetto è responsabile di solo un millesimo di emissioni di anidride carbonica rispetto al cibo che ci mettiamo dentro, forse valeva la pena di spendere altrove le proprie energie cognitive. Inoltre, questo risparmio non si avvicina neppure lontanamente a compensare la debolezza che mi concedo prendendo la macchina, nemmeno se avessi l’ibrido. D’altronde che faccio? Torno in bici carico di borse?

Non che muoversi in autobus migliori di molto la situazione. Nella mia città l’autobus trasporta in media 13 persone, le auto portano in media 1,6 persone e mettendo così meno anidride carbonica per km su passeggero. Certo, l’autobus viaggia lo stesso anche se non lo prendo ma allora non fatemi sentire in colpa se prendo l’aereo, tanto viaggerebbe lo stesso! In certi casi l’autobus può essere la scelta giusta, ciò non toglie che una settimana di autobus la compensi se non dimentichi di usare il coperchio bollendo le patate.

Ho lavato a mano i piatti per parecchio tempo prima di accorgermi che disprezzare la lavastoviglie è stato un gesto sciagurato, usando l’acqua calda ho inquinato molto di più. E d’altronde cosa vuoi? Che lavi con l’acqua gelata?

L’idea di installare un mulinello a vento sul tetto non è stata delle migliori, specie quando ho saputo che il risparmio energetico è compensato 5 volte evitando lo  stand by del computer.

Ho fatto solo qualche esempio dei mille che potrei fare. Insomma, è un gran casino.

Non potrebbe essere tutto più semplice?

No, a meno che uno dedichi la propria vita a studiare le emissioni.

Il bello è che ci sono persone che trascorrono le loro giornate in ufficio a fare questo genere di stime. Lo fanno per professione, lo fanno per una clientela che spazia dalle banche alla Pepsi Cola.

E in effetti ci vuole un professionista per comprendere l’impatto ambientale, per esempio, di un cappuccino. Per farlo occorre una macchina espresso, uno strumento decisamente sofisticato composto da migliaia di pezzi sulla produzione dei quali occorre concentrare l’attenzione, ma anche una mucca, dei chicchi di caffè, di una tazzina di ceramica… Quanto inquina ciascuno di questi oggetti? Occorre sapere come sono stati costruiti e cosa è servito per costruirli! Ci sono migliaia di aspetti di cui tenere conto. Il bar che vi serve il cappuccino ha i doppi vetri? Il barista che vi serve il cappuccino è un pendolare? Quanti km percorre ogni giorno per andare avanti e indietro? Che automezzo usa? E che dire dell’ avanti e indietro dai campi del coltivatore di caffè? Un caffè nero filtrato sarebbe meglio dell’orrore di un latte di soia?

Questi professionisti devono comprare e consultare libroni enormi obsoleti dopo pochi mesi (ci sono miliardi di prodotti in giro, un cappuccino ne tira in ballo più di 2000).

Anche un professionista farebbe comunque errori. La discordia alligna ovunque: per alcuni le banane sono un alimento a bassa emissione di anidride carbonica, altri fanno invece notare che le banane sono un prodotto con un impronta di carbonio importante. Ho letto studi che suggeriscono che la carne, se lavorata nel modo giusto, potrebbe aggravare molto meno sul cambiamento climatico di quanto non faccio adesso.

Per ogni gesto quotidiano c’è una pila di tesi di ricerca da scartabellare, ed è impossibile che si riesca ad arrivare ad una conclusione certa anche perché l’aggiornamento richiesto è continuo: quel che valeva ieri non vale oggi. Se questo è vero per gli esperti figuriamoci per persone qualsiasi. Figuriamoci poi quanto sarebbero disposti ad accollarsi questo onere persone con una coscienza ambientale appena al di sotto di quella dei fanatici.

Ma il punto decisivo è un altro, ovvero che esiste un metodo semplicissimo per risolvere d’emblée tutto il problema: la carbon tax.

Si dovrebbe imporre una tassa per tonnellata di carbonio contenuta in ogni combustibile fossile estratto sul proprio territorio, in questo modo il potenziale inquinante di qualsiasi oggetto viene a riflettersi sul suo prezzo. Una tassa di €50 sul carbonio farebbe aumentare il prezzo della benzina di circa €0,03 al litro, creando così un incentivo modesto a guidare meno e in modo più efficiente e a comprare auto con tasso di consumo minore. Il prezzo medio dell’energia crescerebbe, i pomodori spagnoli aumenterebbero di prezzo a causa del dispendio energetico necessario per spedirli via mare dalla Spagna, ma  il prezzo dei pomodori nordici coltivati in serra aumenterebbe ancora di più! Tutto diverrebbe una mera conseguenza, un camionista che ignorasse il prezzo più alto del gasolio nel programmare le sue spese di spedizione finirebbe semplicemente fuori mercato.

Una volta al supermercato non dovrei più lanciarmi in calcoli arditi quanto complessi, mi basterebbe guardare al prezzo: quanto più dispendiosi saranno i pomodori in termini di emissione di anidride carbonica, tanto più il prezzo tenderà a salire. Non servirebbe più alcuna banca dati centrale, nessuna biblioteca con gli scaffali imbarcati da tomi assurdi. Guardo il prezzo e penso alla mia convenienza. Fine.

Ma i governi insistono sulle “regole” anziché sui prezzi, il frutto di questa scelta è molto spesso maldestro esattamente come il mio comportamento ai tempi in cui ero ambientalista e mi imponevo delle “regole”. Senonché, io imparo dai miei errori, mentre le normative di governo, per loro stessa natura, tendono a essere in qualche modo impermeabili alle opportunità di miglioramento. Gli esempi potrebbero moltiplicarsi.

La soluzione del prezzo ha una natura evolutiva mentre la soluzione delle regole ha una natura progettuale. “L’evoluzione è più intelligente di noi”, diceva un tale, almeno quando i problemi da risolvere sono molto complessi, tipo quello ambientale. Quando un processo evolutivo viene lasciato libero di agire su un problema, spesso troverà soluzioni che nessun progettista in carne e ossa sarebbe in grado di immaginare. L’economia, ovvero il sistema dei prezzi, è per sua natura un ambiente evolutivo, gli imprenditori e gli ingegneri hanno una miriade di idee che aspettano solo il giusto scenario economico per essere applicate, i governi invece sanno molto poco di tutto questo.

Ma perché soluzioni tanto semplici non trovano accoglienza entusiasta da parte dell’ambientalista medio?

Mi sono fatto l’idea che gran parte del mondo ecologista sia disinteressato all’ambiente quanto piuttosto alla ricerca di una pseudoreligione anti-capitalista. E, in questo senso, l’origine ideologica di molti leader non fa che alimentare questo sospetto.

Se le cose stessero così i conti tornerebbero: il vero obiettivo sarebbe quello convertirci a nuovi stili di vita, non di risolvere il problema del global warning. L’ecologismo diverrebbe solo uno strumento nelle mani di chi ha obbiettivi ideologici da perseguire.

Faccio l’esempio che da cattolico mi è più vicino, quello di Papa Francesco. Sua Santità nell’ultima enciclica ha invitato in modo accorato a prendersi cura del creato ma anche a diffidare di quelle “soluzioni che facciano leva sui prezzi”. Ma perché mai? Forse che dopo aver rinunciato  alla conversione cattolica (vedi condanna del proselitismo) si punta su conversioni socialmente più “desiderabili”?

Naturalmente, una soluzione che punti sui prezzi non cambierebbe in nulla il nostro “stile di vita”, continueremmo a scegliere sulla base della nostra “convenienza” anziché sulla base della nostra “coscienza ecologica”. Questo, mi rendo conto,  puo’ andar bene per chi ha come nemico il riscaldamento globale ma non per chi ha come nemico il capitalismo.

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L’ambiente ostile

La legge proibisce i comportamenti illeciti.

Ma anche i comportamenti che sembrano illeciti.

La cosa sembra trascurabile, cessa di esserlo quando parliamo di leggi contro le molestie sessuali sul luogo di lavoro, laddove la seconda categoria di comportamenti è più estesa della prima.

Le misure anti-molestia risultano di fatto un deterrente anche verso la comunicazione più innocente e fruttuosa.

I rischi sono evidenti: colpire le relazioni sociali in azienda. Per come le imprese generano il loro valore, la cosa è tutt’altro che marginale.

La molestia sessuale si distingue per intervenire in uno spazio molto privato. Gli equivoci sono sempre dietro l’angolo: è facile dimostrare che qualcuno vi ha rotto una gamba, molto meno che qualcuno vi ha mancato di rispetto.

Nelle aziende i manager hanno imparato a temere le denunce e su questo rischio tarano le loro scelte. Parliamo di una categoria particolarmente dedita alla scelta razionale.

Naturalmente, i manager sanno bene che una lavoratrice scontenta o di cattivo umore è anche una mina vagante per la loro carriera. Scansarla diventa una priorità.

La molestia è definita come “un approccio fastidioso a sfondo sessuale” realizzato in ambito lavorativo.

Fastidioso? Sì, la dimensione soggettiva predomina. Evidentemente parliamo di qualcosa di molto vago.

Il legislatore, per combattere al meglio lo spiacevole fenomeno, ha responsabilizzato le imprese colpevoli in automatico di creare un “ambiente ostile” laddove la molestia prende corpo.

Si ritiene che la presenza di molestie sia una forma di segregazione sul posto di lavoro.

Nel disperato tentativo di evitare un coinvolgimento giuridico le imprese si son messe ad organizzare corsi per i dipendenti sul tema. È sorta una vera e propria “industria della prevenzione” con la filiera degli avvocati, quella degli psicologi e quella dei sessuologi.

Una reazione del genere, per quanto comprensibile, ha solo peggiorato le cose. Vediamo perché valutando le conseguenze del proibizionismo.

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Sul piano delle conseguenze gli studiosi si dividono, alcuni ritengono che le politiche proibizioniste siano necessarie ed efficienti, altri che il problema si affronti meglio affidandolo alle naturali correzioni del mercato.

Il problema centrale di tutta la faccenda è capire quando siamo di fronte ad una molestia sessuale. La possibilità di incorrere in errori è elevata, questo anche perché lo stesso comportamento puo’ essere molesto oppure no: dipende dal contesto e dai soggetti coinvolti.

Se diamo una scorsa ai casi approdati in aula giudiziaria notiamo molte situazioni che sembrano inoffensivi ai più ma che contestualizzate possono turbare le persone coinvolte.

Per mettersi al sicuro da eventuali denunce molte multinazionali scelgono una policy più stringente di quella prevista dalla legge, a volte sfiorando il ridicolo. Forse è anche un modo per apparire “all’avanguardia” sul fronte dei diritti. Sta di fatto che ne esce un quadretto piuttosto comico.

Sia come sia una cosa è certa: la legge ha sensibilmente diminuito gli incentivi ad interagire in modo spontaneo. Meglio isolarsi dedicandosi al proprio smartphone.

Probabilmente, rischi del genere contribuiscono al cosiddetto “soffitto di vetro”, ovvero quella roba per cui le donne ormai costituiscono la maggioranza della forza lavoro ma sono scarsamente rappresentate al top della piramide gerarchica. Gli uomini vedrebbero come un rischio la loro vicinanza ed evitano finché possono di “promuoverle” al loro livello.

Un altro effetto è il cambio nella composizione della forza lavoro. Diventa molto più conveniente per l’azienda concentrare persone dello stesso sesso negli stessi uffici. Basta con gli uffici “misti”… o gli avvocati ci dissanguano!

A volte sembra si esageri ma la cosa non va sottovalutata: nella scuola la sensibilizzazione al rischio pedofilia ha di fatto generato la scomparsa di un mestiere un tempo onorato: quello del maestro.

D’altro canto le molestie sul lavoro moltiplicano i divorzi, un costo sociale decisamente importante.

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La letteratura empirica ha cercato di pesare gli effetti di una molestia. Le variabili prese in considerazione sono state essenzialmente lo stress sul posto di lavoro, il calo di produttività e le dimissioni.

Le conclusioni raggiunte sono miste: alcuni riscontrano un collegamento tra molestia e soddisfazione lavorativa, altri no.

I secondi criticano le proxy scelte dai primi e rilevano il trascurato problema dell’ “endogenità”: le donne che riferiscono di molestie potrebbero essere anche quelle meno soddisfatte del loro lavoro a prescindere.

Inoltre, il collegamento si dissolve se “controllato” con la “personalità psicologica” delle vittime.

A proposito, ecco un’altra importante scoperta: quel che conta è ciò che la donna sente più che quello che gli accadde. Quel che conta è la percezione dei comportamenti altrui e non i comportamenti in sé.

La percezione è tutto.

Esempio: entrambi i generi sono molto più predisposti a percepire molestia se a relazionarsi con loro è un capo piuttosto che un collega. Dal capo l’abuso è più atteso, e il fatto di essere atteso basta per “vederlo”.

Da un certo punto di vista la cosa ci tranquillizza: all’interno dell’azienda le relazioni con i colleghi sono molto più frequenti ed intense rispetto a quelle con i capi.

Ma c’è di più: la partecipazione a corsi anti-molestia acuisce la sensibilità e il malessere. Chi “frequenta” comincia a vedere abusi ovunque e a star male anche dove prima stava bene.

La partecipazione ai corsi anti molestia è fortemente correlata con l’insoddisfazione lavorativa.

Del resto, abbiamo appena detto che la partecipazione ai corsi fa percepire molestie ovunque e la percezione di molestie e correlata al insoddisfazione lavorativa.

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C’è poi un’osservazione empirica indiretta ma decisiva: la produttività di un ufficio è “interdipendente”. Si basa cioè da come si coordinano le produttività dei singoli.

La fonte principale del circuito virtuoso è lo scambio intenso e continuo di informazioni tra gli appartenenti allo stesso ufficio, qualcosa che la lotta alle molestie mina alla radice.

Questo fatto è estremamente rilevante e sostiene l’importanza di esaminare qualsiasi “politica dei diritti” alla luce dell’ostacolo comunicativo che introduce.

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In generale, gli economisti sottolineano l’inefficienza di qualsiasi proibizione: proibire le molestie significa di fatto proibire un contratto volontario.

In che senso? Un datore di lavoro che intende provarci col suo personale femminile potrebbe pagare alle donne uno stipendio più elevato affinché costoro affrontino il rischio correlato, e per molte – quelle con più pelo sullo stomaco – la cosa si trasformerebbe in un affarone… che il proibizionismo manda in fumo.

Del resto, prima parlavamo di ambiente ostile. Ebbene, ci sono moltissimi casi in cui un premio salariale compensa chi lavora in “ambienti ostili”. L’autista che trasporta esplosivi ha una paga ben più elevata di chi trasporta barbabietole.

Ma alcuni ritengono che il proibizionismo sia efficiente poiché abbiamo a che fare con preferenze malleabili. Il molestatore può essere “curato” e perdere il vizietto. D’altronde, chi tollera la molestia può essere “curata” e rimuovere questa insana tolleranza. Il proibizionismo sarebbe quindi è “dinamicamente efficiente“.

C’è poi chi sottolinea l’asimmetria informativa che renderebbe più difficoltosa l’autocorrezione del mercato. Vale a dire, quando una donna cerca lavoro non sa a priori se l’ambiente in cui andrà a lavorare sarà più o meno ostile, il che non rende l’antiproibizionismo più efficiente a prescindere. Inoltre, le lavoratrici più virtuose sarebbero comunque penalizzate da salari più bassi, e questo va in ogni caso evitato per ragioni etiche.

Ma l’antiproibizionista insiste che si tratta pur sempre di un problema di produttività e in quanto tale può essere trattato efficientemente all’ interno dell’azienda. Perché mai un’ azienda, infatti, dovrebbe accettare che alcune sue lavoratrici siano insoddisfatte e non contribuiscano come possono allo sforzo produttivo? Lavoratrici insoddisfatte e desiderose di andarsene rendono meno e sono quindi un problema innanzitutto per il padrone. E’ il mercato stesso a fare piazza pulita delle imprese meno efficienti che, per quanto detto, sono anche quelle che più tollerano la molestia sessuale.

Sì ribatte che la legge può comunque velocizzare questo processo virtuoso di espulsione.

Altra critica al proibizionismo: le leggi sulle molestie creano degli enormi quanto ingiustificati costi di applicazione (telecamere, processi, interrogatori, divisioni, errori giudiziari…). In questo senso, poiché tali costi vengono poi trasferiti ai consumatori, sono un danno per la collettività intera.

Gli antiproibizionisti fanno anche notare che la presenza di leggi ambigue contro le molestie danneggia innanzitutto il gentil sesso: le donne potrebbero avere più difficoltà ad essere assunte o comunque a godere di salari parificati all’uomo. Si tratta in pratica di una versione estesa a tutte del “soffitto di vetro”.

Ma la critica più ficcante contro il proibizionismo è decisamente quella che punta il dito sul declino delle relazioni sociali.

Facciamo un esempio: l’azienda, insieme all’università, e anche la più efficiente agenzia matrimoniale. Una funzione destinata a subire un duro colpo.

Altro esempio: molto spesso il capitale umano in azienda si forma attraverso una vicinanza al capo chiamato praticamente a fare da chioccia e a instaurare una relazione vicina a quella del mentore. Una procedura destinata a  svanire per i rischi che comporta.

Altro esempio, il valore della diversità. Se persone diverse lavorano insieme probabilmente queste differenze verranno valorizzate in un interscambio. Ma se la vicinanza di uomini e donne (una delle differenze più benefiche) diventa problematica questi benefici collassano.

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Quando una persona sa generare valore costruendo una fruttuosa rete di contatti si dice che possiede un elevato capitale sociale.

In azienda il capitale sociale delle persone è una manna: intense relazioni sociali possono essere sfruttate per realizzare forme di cooperazione produttiva.

In altre parole, l’impresa ha un chiaro incentivo ad impiegare persone che posseggono un alto capitale sociale. Bene, provvedimenti contro le molestie disseccano questa fonte di valore.

Meno relazioni, meno cooperazione, meno diversità, meno socialità, meno interazioni, meno produttività.

Il punto chiave di tutto è quindi il trade-off che esiste tra deterrenza della molestia e deterrenza alla libera comunicazione.

La paura della molestia e la paura dell’equivoco comprimono la produttività dell’impresa.

Abbiamo appena visto che  la percezione e tutto, i fatti oggettivi quasi niente. Per questo l’equivoco si annida ovunque.

Le politiche pubbliche – come le politiche aziendali – che acuiscono la percezione della molestia, acuiscono anche la repressione comunicativa. L’azienda dovrebbe scoraggiare l’ipersensibilità delle donne. Qualora non si agisca efficacemente su questo fronte la donna rischia di essere vista come collega indesiderabile e da evitare: la sua promozione ai ranghi più elevati si trasforma in un costo innanzitutto per chi la promuove, il quale agirà con riluttanza.

Si può concludere dicendo che la molestia sessuale non puo’ essere trascurata per i costi che genera, soprattutto a livello familiare (divorzi). Tuttavia, qualsiasi sia la politica per combatterle, bisognerebbe lasciare un ruolo anche al mercato, ovvero all’istituzione più flessibile e informata a nostra disposizione. Inoltre, la formalizzazione della prostituzione potrebbe attenuare il problema mantenendo la sfera sessuale e quella lavorativa ben distinte.

6 letture

David Laband+Bernard Lentz “The Effects of Sexual Harassment on Job Satisfaction, Earnings, and Turnover among Female Lawyers.”

Heather Antecol+Deborah Cobb-Clark: “Does Sexual Harassment Training Change Attitudes? A View from the Federal Level.”

Kaushik Basu: “The Economics and Law of Sexual Harassment in the Workplace”

John Donohue: “Prohibiting Sex Discrimination in the Workplace: An Economic Perspective.”

Richard Posner: “Employment Discrimination: Age Discrimination and Sexual Harassment.”

Elizabeth Walls: “Sexsual Farassment policy and incentives to social interaction”

molest

Il mito della buona politica

No. Il cancro della povertà non si estirpa con la buona politica.

Le istituzioni non bastano, mi spiace.

Lo hanno creduto in molti studiosi di vaglia, Douglas North e Daron Acemoglu su tutti. Il mio rispetto è massimo ma nel loro resoconto qualcosa non quadra.

Il Medio Oriente – ma anche l’Oriente – tra il 1500 e il 1800 esprimeva società economicamente vitali, le (buone) istituzioni arrivavano ovunque, erano una panoplia estremamente curata. Come mai questa civiltà non si mise a capo nella marcia del mondo verso la ricchezza?

Gengis Khan ottenne la sua supremazia mongola attraverso un’applicazione rigorosa della “rule of law”. Implacabili sanzioni colpivano chi rubava una bestia, e gli animali erano il capitale di allora. Il risultato fu l’assai ammirata pax mongolica del XIII secolo. Pace e certezza del diritto assicurati per tutti. Ma come mai una simile pulizia istituzionale non partorì sviluppo e modernità? Come mai l’idea di “innovazione” sistematica non toccò mai queste linde lande?

I mercanti italiani dopo il 1300 continuarono a battere le rete viaria tra Ungheria e Corea elogiando la sicurezza e il controllo dell’autorità preposta alle comunicazioni.

Ma l’affermazione della legge si diffonde anche nelle società prive di autorità formale, nell’Islanda narrata dalle saghe, per esempio. Il motto dell’antica – e anarchica – Islanda: “solo la legge fa fiorire la vita dell’uomo”. Niente polizia in Islanda, ma una legge certa sì. Quando Gunnar Andersson uccise due membri della famiglia Giuriss, la famiglia fu autorizzata dalla legge ad ucciderlo e alla fine lo fece. Nessuno andò dalla polizia ma la legge parlava chiaro e fu applicata: la vendetta fu vista con favore da tutti. Il diritto trionfò.

I recenti esperimenti da laboratorio del premio Nobel Vernon Smith mostrano che la proprietà privata emerge dall’interazione spontanea anche in mancanza di un’autorità centrale. In compenso la storia ci dice come un’autorità centrale possa ostacolare la nascita del diritto di proprietà: la politica non è tutto, e a volte è molto meglio così.

Per sostenere l’ardita tesi per cui senza un re non c’è legge bisogna prelevare ad hoc campioni estremamente angusti della storia umana.

Le leggi nell’Inghilterra di fine Settecento dipendevano forse della politica? Uno studioso come Joel Mokyr ha dedicato buona parte dei suoi sforzi per negare con forza l’asserto! Non parliamo di uno studioso marginale e velleitario, parliamo di uno dei padri della storia economica contemporanea.

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Soprattutto l’etica, non la politica, teneva insieme le società di allora.

Le regole del gioco non ci fanno giocare bene se noi non vogliamo giocare a quel gioco.

Le regole del gioco non ci fanno essere persone corrette se noi non le sentiamo corrette.

I codici legali dell’antica Mesopotamia, come per esempio il codice Hammurabi di Babilonia, non bastano a proiettare un popolo nella modernità.

Sostenere che la buona legge fa la buona società è come dire che l’incendio nel granaio è causato dal granaio. Magari il granaio lo attizza ma…

Purtroppo, l’economista ha una deformazione professionale, vuole spiegare la storia solo con gli incentivi, e quando non ci riesce non rinuncia, non molla la sua preda nemmeno di fronte all’evidenza. Nell’ economista manca la volontà di prendere l’etica sul serio: lo capisco, vorrebbe dire rinnegare interamente il suo paradigma di riferimento.

Che la corruzione sia illegale è una regola che vale a Stoccolma come a Dehli. Eppure…

La differenza la fa l’etica, inutile girarci attorno.

La cultura italiana per esempio è una cultura di norme ambigue. E’ spesso la cultura del furbetto che salta la coda.  Queste istituzioni informali contano più delle regole scritte.

La legislazione è un conto, la regola interiore un altro. Altrimenti, nel giro di una settimana trasformeremmo l’Africa in un’ immensa Svezia: basterebbe traslare laggiù le leggi di lassù.

Senza una comprensione adeguata della moralità e delle convenzioni sociali, lo storico non può nemmeno comprendere l’influenza reale delle istituzioni formali.

Con l’invenzione della stampa la regola può essere fissata una volta per tutte, ma questo non fa perdere in nulla l’importanza dei costumi.

La legge reale emerge da una dialettica tra l’ethos della popolazione e la legge formale. Qualcuno ha detto che la legge è una “conversazione”. Potremmo anche paragonarla ad una “danza”: una danza non può essere ridotta ad uno schema di passi.

Lo aveva capito Aristotele nell’ Etica Nicomachea, lo aveva capito l’autore dell’ Esodo e lo aveva capito anche l’autore della Mahabharata: la scelta di sottomettersi a una regola è un doloroso esercizio di identità. Non c’è una regola scritta e un soggetto che la osserva; c’è invece un soggetto in cerca della sua identità che si confronta con la regola scritta e delibera nel foro della sua coscienza.

Non c’è solo la l’autorità che verga un codice: c’è la dialettica, la conversazione, la storia, la vergogna, il senso del sacro… tante cose interagiscono. Cio’ che succede è la risultante di tutto questo. Se uno si limita al codice non capirà mai nulla di quello che accade.

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A cosa si deve la resurrezione di San Francisco dopo il terrificante terremoto del 1906?

Non alla politica, la politica in quel frangente fu messa da parte. Un comitato di imprese e leader civici prese in mano la situazione. Grazie alla coscienza e all’opera di queste persone la città si riprese prontamente. La politica ha avuto un ruolo marginale.

Nel 2005 la storia si ripete a New Orleans con Walmart e Home-Depot che si sostituiscono alla politica.

A volte un economista come Oliver Williamson fa finta di prendere l’etica in considerazione ma lo fa riducendola a semplice incentivo.  Non riesce a pensare che in termini di incentivi.

Chi svaluta il ruolo dell’etica dice che muta lentamente, che il suo gradualismo non dà conto dei fenomeni ma li segue pedestremente.

Sbagliato. L’etica che giudicava le donne al lavoro è cambiata repentinamente nel corso degli anni 60 e 70. L’etica presso i romani alla fine del primo secolo è cambiata rapidamente passando dai valori repubblicani e quelli imperiali. L’etica della cristianità tedesca agli inizi del XVI secolo si è trasfusa rapidamente dal rilassato regime delle indulgenze a quello rigoroso del protestantesimo. L’etica con cui gli inglesi giudicavano il commercio e le innovazioni tecnologiche alla fine del 700 è passata dal disprezzo all’ammirazione, e non lo ha fatto gradualmente ma pressoché di colpo.

Un cambio molto più rapido di quello istituzionale!

I tribunali, nel frattempo, hanno continuato a “giudicare” secondo le prolisse procedure precedenti. Il diritto di proprietà non si smuoveva. La legge penale era ancora fortemente sbilanciata contro i poveri. Eppure, il giudizio e la retorica sugli innovatori è cambiata. È bastato quello per realizzare una rivoluzione.

L’etica può svoltare in un attimo. Considera in Italia le vicende di mafia nei primi anni 90 e la sollevazione di popolo a favore di certi giudici: una svolta inattesa quanto repentina che ha cambiato le carte in tavola dopo decenni di omertà. È stato un cambio ideologico, non istituzionale.

L’istituzionalista e l’economista di fronte al mistero delle idee e dell’ideologia restano spiazzati e si oppongono, di solito tendono a ridurre l’idea a puro stimolo biologico. Ci si appella alle scienze neurobiologiche. Tutto deve essere inquadrato come “meccanismo”, l’ umano va espulso.

Ma per comprendere l’azione rivoluzionaria delle idee pesa di più l’approfondimento umanistico che discende dall’abbracciare 2000 anni di storia che l’approfondimento scientifico sul cervello partito negli anni 80.

Chi trascura la cultura e si concentra sulle regole del gioco, non comprende che le regole del gioco sono sempre in discussione.

Quando, tanto per dire, l’economista pensa alla teoria della “broken window” elaborata nel mondo della criminologia da Kelling e Wilson la pensa come mero incentivo e non come “conversazione”, ovvero come messaggio culturale del tipo: “questo posto è carino e ben curato perché chi abita qui trova che valga la pena di averne cura, vuoi unirti a questa comunità civile? Vuoi partecipare anche tu?”. No, l’unica cosa a cui pensa l’economista è la logica law&order: dove c’è ordine, c’è nascosta la pula da qualche parte.

L’economia trascura il linguaggio. L’economia è una scienza prelinguistica. In Marx come in Samuelson la valenza del linguaggio è azzerata.

Ma per avere un obbligazione bisogna sentirsi in obbligo, bisogna riconoscere un dovere, bisogna saperselo rappresentare, bisogna avere le parole giuste per rappresentarselo.

Agli economisti piace molto la teoria dei giochi, che come premessa ha il “taci e gioca”. In quel taci c’è l’azzeramento del linguaggio: tutti giocano capendo il gioco allo stesso modo, lo si dà per scontato. Il gioco, in un certo senso, si oppone al linguaggio.

Se ti prometto di fare qualcosa tu reagirai a seconda di cosa intendi con il termine “promessa”. Io che ricevo la tua promessa farò altrettanto. Dentro questa presunta comprensione scatta un corto circuito che sfugge all’economista ma non è affatto irrilevante.

L’economista dà per scontata l’ inequivocabilità del linguaggio quando l’equivoco è dietro l’angolo ovunque.

Pensiamo al significato della parola “onestà” presso la nostra cultura e presso quella africana del popolo che intendiamo aiutare. Spesso c’è un abisso. Pensiamo poi alla parola “onore”, l’abisso si approfondisce. Con queste premesse aiutare sul serio dando delle indicazioni diventa difficile.

Chiamare una persona disonesta nella società aristocratica implica un duello, per esempio. Chiamare una persona disonesta nella società borghese implica scherno e derisione. I significati cambiano a seconda della cultura e l’equivoco è sempre in agguato.

Nella cultura aristocratica l’innovazione non era testata dal mercato. Inventare una nuova macchina da guerra era di per sè ammirevole anche se la profittabilità dell’innovazione restava dubbia. Il significato del termine muterà radicalmente.

Quando possiamo dire che esiste un accordo tra due parti? Che un patto è stato stipulato? Per l’economista non esistono problemi di questo genere, per lui tutto è scontato: c’è un accordo! Eccolo lì! Per lui un patto è un “fatto bruto”. Ma nella realtà le cose sono assai diverse. La società è tenuta insieme da convenzioni che ci fanno capire quando un accordo esiste, quando un patto è siglato. Queste convenzioni sono sempre sotto pressione, sono sempre in discussione, sono sempre soggette a slittamento.

Come esprimere una preferenza? Anche questo problema affonda le sue radici nel linguaggio. Bart Wilson è uno studioso che ha molto da dire in merito, e non si tratta di banalità. Noi siamo sicuri di ciò che sta nel nostro cuore ma come possiamo esserlo di ciò che sta tra noi e l’altro? Nella decifrazione di questa intercapedine la cultura gioca un ruolo centrale. Nel generare cooperazione, per esempio, la cultura è decisiva. E che cos’è il capitalismo se non cooperazione volontaria?

E’ l’approccio umanistico a gettare luce sulle istituzioni, non viceversa.

L’economista vede l’istituzione come un vincolo esterno, non come qualcosa sempre in discussione che la cultura crea e negozia di continuo. Le cose non possono essere ridotte a “preferenze+vincolo di bilancio”. Troppo facile.

Poi ci chiediamo perché in Africa certe istituzioni palesemente vantaggiose non allignano. Abbiamo smesso di capire cos’è l’uomo, se ci impantaniamo non è sorprendente!

La scienza economica, per capire, ha bisogno di più “significati” e di meno “regole del gioco”!

politicaa

Il defecatore anarchico

Un orco si aggira per l’India, è il defecatore all’aria aperta (DAA). Uccide ogni anno molti bambini, e di quelli che risparmia ne mette a repentaglio la crescita mentale e fisica.

Come combatterlo? A prima vista sembra tutto facile: costruiamogli  una latrina e cesserà di defecare en plein air. Pia illusione.

Ma perché i DAA si concentrano in India? La povertà di quel grande paese spiega assai poco: altri paesi con sistemi sanitari  più precari non conoscono l’ open defecation (OD).

Nel vicino Bangladesh, per esempio, l’uso del gabinetto è pressoché universale, anche nelle zone rurali. In passato l’OD è stata all’origine del colera ma una volta individuato il problema è sfato facile debellarlo. In india le cose sono andate diversamente.

Forse vale la pena di annunciare una realtà sconcertante: il DAA possiede già un bagno dove defecare, a volte anche due, ma quando si giunge al dunque e deve farla, le sue scelte diventano inspiegabili.

Una latrina costa poco, il problema non è la disponibilità. Il governo indiano ne fornisce una montagna ogni anno. Nemmeno il più scannato governo africano sembra aver problemi in questo senso.

Al mondo ci sono 55 paesi più poveri dell’India. Almeno 46 hanno una percentuale di DAA inferiore. Come mai? Mistero.

E se il reddito pro-capite desta sospetti, scegliete voi l’indicatore di povertà che più vi aggrada, la musica non cambia. Una cosa è certa: DDA  e povertà sono scollegati, e la cosa non sorprende chi si è cacciato in testa due concetti chiave: 1) una latrina rudimentale ha costi quasi nulli 2) l’indiano povero è ben più ricco e ben meno numeroso del subsahariano povero.

Altro indizio: in India i musulmani sono mediamente più poveri degli indù ma hanno meno probabilità di praticare l’ OD.

Oltre alla povertà c’è un’altra ipotesi fallace, eccola: l’OD è una pratica peculiare di quei paesi con carenza d’acqua. L’India sarebbe tra questi.

No: l’ India rurale ha più OD che altri paesi con pari o minor accesso all’acqua. Senza dire che occorre veramente poca acqua per l’uso di una latrina economica.

I Tuareg del deserto non sono DAA. Per scavare un fosso non occorre acqua.

Il colpo di grazia all’ipotesi dell’acqua: molte famiglie indiane sono ben collegate agli acquedotti ma continuano imperterriti a defecare nella tradizione dei padri.

Altra ipotesi del menga: l’ OD è un frutto di scarsa educazione e analfabetismo.

Anche qui i confronti internazionali sono impietosi. Senza andar lontano: anche nel vicino Sud Asia ci sono paesi con più analfabetismo e meno DAA.

Altra ipotesi che non regge: il DAA si diffonde perché il governo è inerte.

Credete forse che Afghanistan, Congo, Haiti, Liberia, Myanmar, Pakistan e Sierra Leone siano più solerti nel procurare servizi igienici alla cittadinanza? No, lo sono meno. Eppure non conoscono OD di sorta!

Monty G. Marshall e Ted Robert Gurr sono i due scienziati sociali che si sono incaricati di invalidare l’ipotesi del malgoverno (misurato secondo i criteri della Banca Mondiale).

Come se non bastasse, la mancata correlazione malgoverno numero di DAA si registra anche comparando gli stati indiani.

Altra ipotesi fallace: il DAA si diffonde se mancano i cessi.

Certo, una rudimentale latrina è meno piacevole di un bagno con i marmi, detto questo l’ India è un paese che puo’ permettersi e si permette latrine per tutti.

Il fatto che molti DAA posseggano un bagno taglia la testa al toro.

Giungiamo allora al problema chiave: cosa rende l’uso del cesso così particolare in India? Sono 30 anni che il governo sussidia i bagni ma il problema degli orchi non viene scalfito in modo significativo. Perché?

Qualche numero. Dal 2001 al 2011 l’uso del cesso è aumentato solo di nove punti percentuali ma l’aumento della popolazione ha più che compensato questo leggero miglioramento: oggi esistono più DAA di ieri (8 milioni in più, per la precisione)! Questo mentre le risorse per le fogne aumentavano del 46%.

Sintetizziamo così: se il governo garantisse una latrina per tutti 2/3 della popolazione non la userebbe e i DAA stazionerebbero intorno al 50% della popolazione. Ergo: la costruzione di latrine non è la soluzione.

***

Il tipico defecatore indiano la fa due volte al giorno, la prima intorno alle 5:00 del mattino e la seconda verso le 7:00 della sera. Cammina per circa mezz’ora al fine di cercare un luogo adatto: un campo, un bosco o una piazza isolata. L’unico criterio a guidarlo è il suo sfizio del momento. Mezz’ora andare e mezz’ora a tornare (ne risente anche la sua produttività!). Le donne adottano modalità simili nelle frequenze e nelle durate, il che costituisce probabilmente la principale oasi di libertà femminile concessa ad una sposa indiana. Anche per questo sono soprattutto loro ad osteggiare l’abbandono della pratica.

Il defecatore all’aria aperta afferma tranquillamente che il governo voleva rifornirlo con una latrina ma lui l’ha sdegnosamente rispedita al mittente. Perché? Perché avere un bagno in casa l’avrebbe costretto ad una “convivenza” orribile, non avrebbe potuto neanche più chiudere occhio sapendo di una presenza tanto inquietante a  pochi metri dal suo giaciglio. Un bagno in casa è quanto più disgustoso possa immaginare.

Il defecatore indiano vive in un mondo in cui defecare all’aria aperta è sinonimo di pulizia mentre la presenza di un bagno nelle vicinanze è sinonimo di sporcizia. Ma, attenzione, fa molta fatica a separare i suoi concetti di pulito e sporco dall’idea di bene e male in senso rituale e religioso.

Pulizia fisica non coincide sempre con la pulizia rituale. Alcuni oggetti sono fisicamente puliti ma nonostante ciò sono ritualmente sporchi, come per esempio un canale di scolo perfettamente nettato. La buccia della frutta e gli escrementi di topo per terra sono fisicamente sporchi ma non ritualmente inquinanti. Gli indù credono per esempio che gli escrementi e l’urina della vacca siano addirittura purificanti. Molto spesso persino le loro dimore sono costruite ricorrendo allo stallatico. Il neonato, anche se pulito, nonché la madre che si è appena sgravata, sono considerati temporaneamente inquinati e inquinanti. Bisogna poi evitare anche solo di toccare i membri di una casta inferiore. La mano sinistra è impura perché è quella con cui il defecatore all’aria aperta si pulisce.

Ora, nelle campagne indiane molto spesso si è più preoccupati della purezza rituale rispetto alla pulizia fisica. La dialettica puro/impuro domina la vita di molti indiani.

Il concetto di puro e impuro sono altresì al centro del sistema delle caste. La casta ha molte conseguenze nella vita di tutti i giorni, è ereditata dai genitori alla nascita e non può mai essere cambiata, un po’ come la razza per noi. Le persone che appartengono a caste elevate sono considerate intrinsecamente più pure mentre quelle di caste inferiori sono considerate inquinate e inquinanti. Spesso gli appartenenti alle caste superiori rifiutano il cibo preparato da persone delle caste inferiori.

I vestiti che la partoriente veste in ospedale sono considerati impuri e vengono fatti lavare da personale appartenenti alle caste inferiori. Il sistema domina ancora nelle campagne ma anche in città è tutt’altro che morto.

La regola del puro e dell’ impuro, come tutte le norme religiose, è via via divenuta norma sociale ed è stata impiegata per rinforzare le gerarchie.

Rimuovere le carcasse degli animali morti, pulire le feci e l’immondizia negli spazi pubblici, preparare il corpo dei cadaveri per la cremazione, sono tutti  compiti che spettano esclusivamente alla casta degli Intoccabili. Gli Intoccabili sono sporchi perché fanno lavori sporchi, e i lavori sono sporchi perché sono fatti dagli Intoccabili. Come dicevamo prima, non c’è infatti sempre una concordanza tra la sporcizia fisica e quella rituale: gli intoccabili infatti svolgono anche lavori che non hanno nulla a che fare con la sporcizia fisica, per esempio sono musicisti, oppure calzolai.

Per un indiano l’importanza della pulizia casalinga è massima. Ma il suo concetto di pulizia si ferma sulla soglia della propria abitazione. Una volta liberatosi dallo sporco strettamente casalingo, la pulizia esterna spetta agli intoccabili, dedicarvisi sarebbe una debolezza e soprattutto un segnale di basso status. La piaga della sporcizia che affligge molte città indiane non è solo un problema che deriva dalla scarsa cura per gli spazi pubblici ma anche un problema legato alla politica delle caste. Se l’indiano abbandona la sua spazzatura non è per una questione di pigrizia ma per affermare in pubblico il fatto di non essere un intoccabile. Sono gli intoccabili infatti a dover pulire gli spazi pubblici. Avevamo visto questa dinamica all’opera presso gli zingari, che d’altronde hanno origine indiana.

Si crea poi come una gara tra caste, ciascuna casta cerca di affermare la propria superiorità sull’altra adottando criteri di purezza sempre più stringenti, laddove le caste inferiori imitano il comportamento di quelle superiori le quali vorranno ulteriormente distinguersi.

Si creano anche paradossi curiosi, per esempio: se un Intoccabile anela alla mobilità sociale verso l’alto – almeno nelle apparenze – smetterà di allevare maiali, il che probabilmente lo impoverirà visto che parliamo di un’attività comunque redditizia.

Quanto abbiamo detto ha molto a che fare con il problema dei defecatori all’aria aperta, costoro ritengono che se il bagno verrà collocato nelle loro case ci sarà cattivo odore, i germi si moltiplicheranno: il bagno in casa per un defecatore all’aria aperta è un vero e proprio incubo. Tutta la casa ne sarà inquinata, ripulirla diverrà una missione impossibile, nemmeno le candele purificanti hanno potere contro un simile demonio. I problemi aumenteranno poi se il bagno verrà collocato vicino alla cucina, oppure vicino alla stanza dedicata alla preghiera.

Possiamo quindi dire che le ragioni addotte dal defecatore all’aria aperta hanno a che vedere con le sue credenze, con i suoi valori e con le norme legate al concetto di purezza, inquinamento e intoccabilità. Non sono ragioni legate alla disponibilità.

Purtroppo, l’esposizione a certi ambienti privi di sanitari è molto nociva alla salute, specie a quella dei bambini. Da questo punto di vista l’India è speciale per almeno due ragioni. Primo, possiede un numero di defecatori all’aria aperta molto più elevato rispetto a paesi anche più poveri di lei. Secondo, la grande densità di popolazione tipica dell’India rende particolarmente nociva e infausta la presenza di questa gente.

I microrganismi presenti nelle feci diffondono molte malattie. In India il problema sono gli indù, i musulmani non fanno nessuna difficoltà quando viene proposto loro di accettare un bagno in casa. Questo fatto forse spiega al meglio il cosiddetto paradosso della mortalità musulmana tipico dell’India.

Perché un bambino musulmano ha molte più probabilità di un bambino indiano di sopravvivere durante l’infanzia? La domanda è cruciale, anche perché  i musulmani indiani sono per molti versi una minoranza svantaggiata.

Secondo la teoria dei germi, la defecazione all’aria aperta diffonde molte malattie che possono uccidere o minare un bambino, la diarrea è solo il caso più ovvio. In India, un musulmano ha molte meno probabilità di un indù di defecare all’aria aperta. Inoltre, un musulmano tende a vivere vicino ad altri musulmani mentre un indù tende a vivere vicino ad altri indù. Come se non bastasse, i bambini indù che vivono in villaggi a prevalenza musulmana hanno una speranza di vita pari a quella dei bambini musulmani. L’ ipotesi dei defecatori spiega al meglio tutti questi dati.

Oggi possiamo tranquillamente affermare che probabilmente più di 200.000 bambini sotto i 5 anni, e sicuramente più di 100.000, muoiono a causa dei defecatori all’aria aperta. Adesso avete capito perché  all’inizio parlavo di “orchi”.

Un altro indicatore eloquente della salute di una popolazione è la statura.

Ricchezza e salute vanno insieme, come del resto statura e ricchezza. Le tre variabili, insomma, sono strettamente legate. Ma lasciamo perdere la ricchezza, già ampiamente trattata. E’ logico attendersi che il nesso vada dalla salute alla statura (non si vede come possa essere altrimenti).

Ebbene, gli indiani se paragonati alla popolazione di altri paesi poveri, sono particolarmente bassi. I ricercatori chiamano questa sproporzione “enigma asiatico” ma andrebbe ribattezzato più correttamente “enigma indiano”. Consiste nel fatto che una bambina indiana di 5 anni è mediamente più bassa di 2/3 di centimetro rispetto ad una coetanea subsahariana. Un’entità apparentemente trascurabile ma che gli esperti reputano invece estremamente significativa nello sviluppo successivo.

La statura sembrerebbe un parametro genetico ma la storia è piena di esempi di popolazioni che pensavamo geneticamente basse i cui bambini, non appena le condizioni di vita sono migliorate, hanno cominciato a crescere di brutto guadagnando i “centimetri perduti”. Molti i nativi messicani sembravano decisamente più bassi rispetto ai latini ma non appena è cominciata la migrazione verso gli Stati Uniti i loro figli sono cresciuti al punto da colmare il gap precedente. Alcuni ricercatori hanno tenuto sotto osservazione i bambini indiani adottati in Svezia, i risultati confermano come la statura sia estremamente sensibile all’ambiente. D’altronde, anche gli Europei di oggi sono molto più alti degli Europei di un secolo fa, e i tempi in cui si è prodotta questa differenza non sono certo legati all’evoluzione della specie. Come se non bastasse, nelle stesse regioni indiani esistono differenze, un bambino del Bangladesh è più alto di un bambino del Bengala indiano, e questo a parità di reddito e di condizione sociale. Certo, una donna del Bangladesh ha più probabilità di una donna indiana di scrivere, leggere e avere un lavoro, ma la differenza decisiva è che nel Bangladesh non si pratica ormai più, nemmeno nelle campagne, la defecazione all’aria aperta.

Una donna che appartiene a comunità che defecano all’aria aperta ha molte più probabilità di interrompere l’allattamento quando il bambino è ancora piccolo, la media dei tempi di allattamento è pari a 2 mesi, questo a causa di infezioni come per esempio la mastite. In casi del genere si passa dal latte materno al latte di bufalo mischiato con acqua che a quest’età ha certamente conseguenze negative sui piccoli. Sia il latte di bufalo che quello vaccino non sono particolarmente digeribili, almeno rispetto al latte materno. Inoltre, il latte dato nel biberon viene esposto a molti più germi, spesso contenuti nel latte stesso che non è bollito a regola d’arte. L’allattamento al seno è una barriera contro i germi diffusi dal defecamento all’aria aperta, ma le infezioni, che hanno la medesima origine, spesso ne impediscono l’adozione.

Il defecatore depone le sue feci sul terreno, le mosche si posano acquisendone i germi, oppure un adulto le calpesta, oppure i bambini stessi giocano nelle vicinanze in un ambiente sporco e contaminato. Oltretutto, in India, il ciuccio è poco diffuso e sostituito dalle dita – sporche – della mamma.

La conseguenza più ovvia di questo ambiente insalubre è la diarrea, ma molto diffuse sono anche le disfunzioni enteriche, è in genere tutte le malattie dell’intestino. I parassiti onnipresenti ostacolano la crescita del bambino in vari modi. Primo, si appropriano letteralmente delle sostanze nutritive destinate al piccolo. Secondo, causando una cronica mancanza di appetito, oltre che un intestino butterato e sanguinante che rende sempre più difficile la digestione.

Diversamente rispetto all’India, molte famiglie del Nepal hanno cambiato abitudine passando dalla defecazione all’aria aperta ai bagni e alle latrine, tutto questo nella decade precedente. Nel 2006 circa metà delle famiglie nepalesi defecava all’aria aperta, ma nel 2011 questa frazione è scesa al 35%. Si è subito registrato un miglioramento nei livelli di emoglobina, almeno in quelle regioni dove la defecazione all’aria aperta era collassata.

Ma che dire di quei bambini che in India e nelle regioni subsahariane sono esposti allo stesso ammontare di defecazione all’aria aperta? Ebbene, in questo caso non c’è differenza apprezzabile nella statura. Un altro tassello prezioso per risolvere l’enigma asiatico.

È chiaro che la conclusione è tanto più forte quante più le metodologie di ricerca convergono verso la stessa conclusione. È proprio il nostro caso, un primo metodo mette a confronto gli Stati, un altro mette a confronto le regioni, un altro ancora si basa sul cosiddetto “calcolo delle differenze”. Ebbene, qualsiasi sia la metodologia adottata,  la variabile che misura la defecazione all’aria aperta sembra la principale responsabile nei differenziali di statura.

Certo, l’approccio sperimentale più affidabile resta quello del “random trial”, difficilmente utilizzabile poiché presenta nel nostro caso parecchi problemi pratici. In genere si tratta di mettere a confronto villaggi a cui vengono forniti random dei sanitari con villaggi privi di sanitari, dove quindi l’ open defecation è diffusa. Purtroppo, in molti casi anche i villaggi ben forniti continuano a praticarla, vanificando così l’opera dei ricercatori.

Un altro problema dell’India è la densità della sua popolazione. La stessa frazione di defecatori all’aria aperta è molto più dannosa in India che altrove. Si è calcolato che la stessa esposizione dei bambini alle feci umane causa il doppio dei danni in India rispetto ai paesi africani.

Un altro importante problema è il nutrimento dei neonati. In India, i bambini tendono a nascere da madri molto giovani e di basso status, il che aumenta la probabilità di essere sottopeso. È chiaro che in queste condizioni si è più vulnerabili in partenza ai parassiti.

La defecazione all’aria aperta è, relativamente, un problema sanitario che riguarda tutti. Il denaro non può metterci completamente al riparo se viviamo in un ambiente così ricco di germi letali. Questa, in un certo senso, è una buona notizia: si spera che la riscossa parta dai benestanti desiderosi di migliorare l’ambiente in cui vivono.

Eppure, l’aspetto più rilevante dell’intera vicenda consiste nel fatto che le vittime sono prevalentemente i bambini, ovvero la generazione futura chiamata a compiere, in un paese promettente come l’India, il passo decisivo verso l’uscita definitiva dalla povertà.

***

Chiudo con una curiosità personale: ma se le feci umane lasciate nell’ambiente sono tanto disastrose al punto da minare intere generazioni a venire, quelle canine sono del tutto innocue? No perché nel mio quartiere non si vive più, e non parlo solo delle zone erbose. Ci sono spazi dove ormai l’accesso dei bambini è assolutamente off limits, dove l’adozione del guinzaglio (per i bambini) è consigliabile vista l’attrazione fatale che l’erba esercita sul cucciolo d’uomo.

defecatori

(defecatore anarchico sorpreso ieri in piazzale Oberdan a Milano)

La salute non è tutto

Definire la malattia è impresa improba, in genere siamo di fronte ad una “malattia” quando alcuni tratti distintivi si presentano tutti insieme.

Ne propongo sei.

  1. Il malato presenta un’ alterazione biologica di qualche tipo.

  2. La condizione del malato è involontaria.

  3. La malattia è  rara.

  4. La malattia è spiacevole.

  5. La malattia è “discreta”: l’umanità puo’ essere divisa tra “malati” e “sani”(*).

  6. La malattia si cura con medicine (scoperte o da scoprire).

***

Il cancro sembra avere le carte in regola per essere considerato una malattia, in effetti tutte e sei le condizioni si presentano.

Il nanismo non sembra una malattia poiché manca la quinta condizione

La vecchiaia, con buona pace dei transumanisti, non sembra una malattia poiché manca la terza condizione.

L’omosessualità non sembra una malattia poiché manca la quarta condizione.

L’obesità non sembra una malattia poi che mancano la seconda, la quinta e la terza condizione.

La depressione non sembra una malattia poiché manca la prima e la quinta condizione.

In molte malattie mentali manca la quarta condizione.

****

Quando si discute di questi temi è facile cadere nell’equivoco: molti ritengono che l’argomento sia “medico” quando invece è “etico”.

Non è possibile stabilire cosa sia una malattia se non si possiede un solido paradigma etico di riferimento.

Si consideri che noi abbiamo un moto empatico verso il “malato” mentre stigmatizziamo il “finto malato”. Da ciò si comprende la rilevanza dell’etica nella questione definitoria.

Ipotizziamo che i nostri valori etici di riferimento siano  libertà, responsabilità e benessere.

Ebbene, non ha senso considerare ammalato chi non è disturbato dalla sua malattia. Penso all’omosessuale o al matto che crede di essere Napoleone.

Oppure: non ha senso far accedere alla condizione privilegiata di malato chi è in qualche modo responsabile per la sua condizione. Penso all’alcolizzato, al drogato o allo studente distratto.

A questo punto la “malattia” rischia di diventare un concetto soggettivo. Come definire l’omosessuale non in pace con se stesso?

Uno sbocco del genere atterrisce solo chi vede la società come una “fabbrica” con l’esigenza di uniformare tutto per innescare soluzioni a cura della catena di montaggio burocratica.

(*) La medicina antica batteva vie alternative.

Breast cancer (whole breast removed) #1, pigment print, 60 cm x 40 cm.  From the series Removals 2011-2013 by Maija Tammi.

(Breast cancer (whole breast removed) #1)

“Ma quando tornano i belgi?…”

Il colonialismo non gode di buona stampa, gli storici lo hanno fatto a pezzi.

Eppure, non merita la reputazione che si ritrova. In generale è stato sia benefico che legittimo.

Parlo di quello del XIX secolo, ovvero quello più radicato e duraturo.

I paesi che una volta liberi hanno abbracciato la loro eredità coloniale hanno fatto meglio di chi l’ha ripudiata.

Il vero flagello della storia recente è stata invece l’ideologia anticoloniale, autentico freno pluridecennale allo sviluppo delle ex colonie.

Il colonialismo, per quel che ha messo in mostra, non merita solo l’assoluzione ma anche di essere ripensato e realizzato in forme nuove.

Meriterebbe l’assoluzione… ma non si puo’ impartirla. I tempi non sembrano ancora maturi.

La vicenda Helen Zillen è un chiaro monito; parlo della politica sudafricana che twittò l’ovvio: “gran parte del successo di Singapore va ascritto alla sua capacità di valorizzare il lascito coloniale”.

Fine di una carriera politica. Bye bye. L’ennesima vittima di un’ideologia ottusa e dannosa. E questo nel terzo millennio.

***

La molla principale per ripensare il colonialismo ci viene dal fallimento su tutti i fronti dell’anticolonialismo con il suo ormai secolare pedaggio fatto di fallimenti economici ma anche di vite umane e atrocità sdoganate.

Ma come riprendere la lezione coloniale?

Prima via: chiedere ai governi locali di replicare il più possibile le tipiche istituzioni coloniali.

Lo hanno fatto con paesi di successo come Singapore, Belize e Botswana. Perché gli altri non possono?

Seconda via: ricolonizzare alcuni settori cruciali che oggi continuano a stentare. Per esempio le finanze pubbliche, oppure la sicurezza e l’ordine pubblico. Si tratterebbe di cedere fette di sovranità: un paese maturo e umile non ci penserebbe due volte.

Terza via: costruire nuove colonie partendo da zero.

Quasi dimenticavo: il nuovo colonialismo, sia chiaro, deve fondarsi sul consenso dei colonizzati.

Nonostante la tempesta abbattutasi sulla Zillen, ci sono anche segnali più incoraggianti: i padri nobili del colonialismo – Livingstone in Zambia, Lugard in Nigeria e de Brazza in Congo – godono oggi di crescente rispetto.

A Kinshasa un intercalare consolidato suona così: “ma quando tornano i belgi?”.

***

Una prima critica al colonialismo lo considera oggettivamente dannoso.

Di solito la critica è aneddotica: qualche evento preso a caso qua e là, qualche atrocità considerata fuori contesto e si ritiene di aver assolto al proprio dovere di aver fatto storia.

Si potrebbe rispondere a tono facendo altrettanto: guarda la sorte toccata alle nigeriane nel nord del paese dopo la fuga dei coloni! Fine.

Ma la critica va affrontata in modo razionale chiedendosi quale sarebbe stata l’alternativa e facendo i dovuti confronti.

Misurare un controfattuale richiede di costruire un campione di paesi non colonizzati nel XIX secolo, per esempio: Cina, Etiopia, Liberia, Arabia Saudita, Thailandia, Haiti e Guatemala.

Un esercizio del genere come minimo incrinerebbe definitivamente la boria anticolonialista.

Un approccio alternativo è quello di una specifica storia controfattuale sui singoli episodi. E’ molto problematica ma s’impone.

Esempio, la campagna inglese contro i Mau in Kenya tra il 1952 e il 1960 risulta indifendibile a prima vista. Poi, guardando più da vicino, si capisce che agendo in modo tanto deciso si è evitato il peggio.

Un altro approccio mette in luce i punti deboli delle critiche al colonialismo.

Innanzitutto sono contraddittorie: a volte si sostiene che è stato troppo distruttivo, altre volte troppo poco.

Esempio: i coloni non hanno costruito uno stato solido mantenendo in voga troppe tradizioni barbare. Dopodiché, si denuncia la distruzione delle tradizioni locali.

Altro esempio: i confini dei coloni hanno portato ad un’integrazione forzata. Dopodiché, si denuncia la conservazione del tribalismo autoctono.

Altro esempio: non si è investito abbastanza in sanità e infrastrutture. Dopodiché, si denunciano gli investimenti in questi settori come una forma di sfruttamento della popolazione.

C’è poi un frutto del colonialismo che i critici sono inclini a dimenticare: l’abolizione della schiavitù.

Poi qualcuno se ne ricorda per criticarla: non è avvenuta abbastanza in fretta.

Se si è onesti alla fine bisogna necessariamente concludere che la gran parte degli interventi europei hanno comportato un beneficio netto per i paesi assoggettati.

L’opera di Juan de Pierskalla lo mostra bene.

Ecco alcune aree dove il colonialismo ha fatto tanto per migliorare la situazione: istruzione, sanità, schiavitù, lavoro, amministrazione,  infrastrutture di base, diritti della donna, caste, tassazione (più equa), accesso ai capitali

***

Veniamo alla seconda critica: l’azione dei colonialisti è stata moralmente illegittima.

Molti vedono il colonialismo in modo ingenuo come l’assoggettamento forzoso di una popolazione.

Non fu questo, tanto è vero che a milioni le persone si spostarono spontaneamente verso i territori colonizzati.

Il colonialismo europeo del XIX secolo non conobbe vere forme di resistenza, anche prendendo a riferimento un orizzonte secolare.

Dice Sir Alan Burns, governatore della Costa d’ Oro: “eravamo in quattro gatti, la popolazione avrebbe potuto buttarci a mare in un attimo”. Un classico.

La parte positiva del colonialismo era sotto gli occhi di tutti. Persino un resistente come Patrick Lumumba lodò i belgi nella sua autobiografia del 1962, secondo lui ripristinarono la “dignità dell’uomo”.

Anche negli scritti di Chinua Achebe l’omaggio all’impero non manca mai.

Se i protagonisti della liberazione celebrano il “nemico” forse un briciolo di verità c’è.

No, si derubrica tutto alla voce “falsa coscienza”.

***

Ma il terzomondismo ha prodotto solo ideologia militante, sarebbe tempo perso cercare in esso uno sforzo di accuratezza.

Oggi il terzomondismo s’incarna nel politically correct e non cessa di far danni. Basta guardare al Sudafrica e alle sue continue implosioni: una delle terre più fortunate del pianeta!

L’anti-colonialismo produce ancora oggi danni incalcolabili nella sua inesausta azione per fomentare la rabbia distruttiva dei nazionalisti e  sobillare la parte più ignorante della popolazione contro il mercato e il pluralismo in politica. Tutto viene azzerato e resta solo l’invocazione del Messia, che di solito assume le sembianze di un militare specializzato in fosse comuni.

E ogni volta bisogna partire da capo con l’assunto ben chiaro in testa che “comunque sia è sempre  tutta colpa dell’uomo bianco”.

L’anti-colonialista è il cantore della vendetta e arriva perfino a fare l’apologia dell’atroce. Assurdo.

La Guinea-Bissau è un caso di scuola.

Qui l’eroe degli anti-colonialisti si chiama Amilcar Cabral.

Il suo piano era semplice: distruzione totale dell’esistente.

Si tenga presente che quando i portoghesi arrivarono laggiù la produzione di riso quadruplicò fin da subito. Anche la speranza di vita s’impennò in breve tempo.

Cabral agì raccogliendo l’aiuto degli scontenti? No, di scontenti ce n’erano pochi, tutta colpa della “falsa coscienza”. In cambio però raccolse l’aiuto di Cuba, URSS, Cecoslovacchia e Svezia.

La sua azione di resistenza cominciò e nel 1974 finalmente prese il potere: 30.000 morti e 150.000 profughi.

E il “dopo” liberazione?

Guerra civile, ovvio.

Nel 1980 la produzione di riso era dimezzata rispetto a quella dei portoghesi. La politica era una rissa continua tra guerriglieri.

Una rissa tra alleati perché l’opposizione era tutta nella fossa comune (500 cadaveri rinvenuti nel 1981).

E il lavoro?: problema risolto assumendo 15.000 impiegati pubblici (10 volte quelli dei portoghesi).

E gli storici marxisti? Dopo una breve ma profonda confusione mentale trovarono il colpevole: l’eredità coloniale.

Arrivano poi aiuti dall’occidente: milioni e milioni. Ci si specializza nell’accaparramento della manna anziché nella produzione.

Oggi la produzione di riso è ancora 1/3 rispetto a quella storica portoghese. E intanto sono passati 40 anni. L’unica cosa che non passa, per certi storici, è “l’eredità coloniale”.

Ah, la vita media… è oggi di 55 anni. Non è aumenta dall’indipendenza.

In Guinea tutti hanno sospirato per anni: “ma quando tornano i portoghesi?”.

Vi sembra un caso estremo? No, è un caso qualunque.

Nel terzo mondo la politica dei despoti è sempre stata la stessa: rievocare il fantasma coloniale. E in questo una bella mano l’ha data una storiografia superficiale perché militante.

L’errore di fondo, secondo Isgreja, è stato quello di assumere che gli anti-colonialisti fossero le vittime anziché i carnefici.

Ma agli storici europei i crimini anti-coloniali non interessano, loro hanno nel mirino solo il colonialismo: la fonte di tutti i mali.

Per fortuna c’è stata anche una decolonizzazione più armoniosa: l’ha compiuta chi ha accettato l’eredità coloniale facendola fruttare. Arthur Lewis si riferisce a questi paesi “copia/incolla” come alla parte più creativa del Terzo Mondo.

Purtroppo, la regola generale è stata quella della Guinea-Bissau: secondo la Banca Mondiale l’Africa è stata testimone di un netto regresso nel periodo post-coloniale.

Ma l’anticolonialismo è un tarlo insediato nella testa di molti e che non riesce ad essere sgomberato. Persino grandi paesi come India, Brasile e Sudafrica amano ancora apparire, specie in politica estera, come anti-occidentali.

La strategia di politica estera di molte ex-colonie è ancora trainata dal vittimismo. Più che difendere i propri interessi e accollarsi le proprie responsabilità preferiscono “rivendicare” diritti a destra e a manca, e quando non arriva niente, cominciano a pietire. Sri Lanka, Zimbawe, Venezuela, e gli esempi si potrebbero moltiplicare.

Oggi l’anti-colonialismo è anche la maggior minaccia ai diritti umani. In nome dell’anticolonialismo tutto è concesso.

Le ex colonie devono reagire! Se l’Inghilterra non avesse reagito sarebbe ancora una terra di Druidi lamentosi in cerca di risarcimenti dai romani.

***

Che fare dopo la dipartita degli imperialisti? la cosa migliore è riprendere laddove costoro hanno interrotto la loro opera.

In molti casi virtuosi la vecchia classe burocratica colonialista è stata riassunta in blocco. Lo stesso dicasi per le forze dell’ordine.

Spesso occorre un atto di umiltà: riconoscere la propria incapacità ad autogovernarsi. Non è un atto facile, e i più superbi sono anche i più stupidi (ma va?).

Plamenatz e Barnes vedono in questa mancanza di umiltà il problema centrale.

Un paese umile non teme di appaltare servizi importanti a paesi esteri secondo nuove forme virtuose di colonialismo.

Esempio: nel 1985 il governo indonesiano licenziò 6000 ispettori corrotti e inefficienti all’aeroporto di Jakarta appaltando il servizio alla SGS svizzera. Un successone.

Le multinazionali dovrebbero essere coinvolte anche nella fornitura di servizi pubblici, non anatemizzate come la fonte di tutti i mali. Quando questo avviene a volte va male ma più spesso va bene. E quando va bene va davvero bene…

La seconda via è quella che consiste nel “ricolonizzare” alcune aree del paese, il cosiddetto “statebuilding”.

Il problema dello “statebuilding” è lo scarso coinvolgimento dell’occidente. In altri termini: troppo poco colonialismo, non troppo.

Recentemente l’Australia si è impegnata in uno statebuilding nelle isole Salomone. Lo sforzo e il coinvolgimento necessario sono stati massimi per addivenire ad un successo. E le isole Salomone sono uno sputo nell’oceano.

L’ONU per istituire con qualche garanzia una commissione di giustizia in Guatemala ha dovuto avocare a sé tutte le forze di giustizia e di sicurezza di quel paese per appaltarle poi a poteri esterni. Una manovra complessa e rischiosa… ma necessaria.

E poi, non inventiamo strane parole per cortesia: certe missioni sono missioni coloniali a tutti gli effetti, punto e basta. Già questa paura ad usare in modo preciso i termini fa temere che l’occidente non potrà mai essere coinvolto al 100% in questi progetti.

Ignatieff: l’imperialismo non cessa di essere necessario per il semplice fatto che è politicamente scorretto.

Ma oggi c’è il mito dell’auto-governo: tutti sono per definizione capaci di governarsi. E’ bello crederlo ma è stupido continuare a farlo dopo che i fatti hanno parlato chiaro e in modo contrario.

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I problemi del neocolonialismo sono almeno tre: 1) come farsi accettare dai colonizzati, 2) come motivare i paesi occidentali ad agire, 3) come rendere la colonizzazione una strategia vincente.

Il nuovo colonialismo deve fondarsi sul consenso, sia chiaro. Ma attenzione: di fatto è sempre stato così, lo abbiamo visto più sopra.

E qui i critici si fanno sarcastici: manca sempre un consenso formale, trasparente e rappresentativo.

I critici non colgono l’essenziale: se i paesi colonizzati fossero formalmente puliti, trasparenti e capaci di produrre rappresentanze non avrebbero bisogno dei colonizzatori! Il lavoro di Chesterman è chiaro sul punto.

Il consenso in genere è di fatto. Esempio: il chiaro supporto della Sierra Leone all’azione inglese tra il 1999 e il 2005 per ricostruire le forze di polizia.

Serve un leader locale che sia popolare e al contempo uno sponsor della relazione coloniale.

Il presidente della Liberia Ellen Johnson Sierleaf costituisce un prototipo.

Man mano che il colonizzato si rende autonomo, la legittimità del colonizzatore declina e va continuamente ricalibrata: la exit strategy diventa fondamentale.

Per Darwin si realizza un paradosso tipico: l’uscita coincide con il momento più attivo dello statebuilding. Tutto puo’ essere rovinato da un passo falso.

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C’è poi il problema di motivare l’occidente. L’impresa coloniale è quasi sempre stata in perdita. Richard Hammond ha parlato di “imperialismo diseconomico”.

E’ per questo che i colonizzatori hanno sempre mollato la preda senza resistere granché. Wu fa l’esempio degli olandesi a Taiwan come prototipo.

Il problema dell’imperialismo non è che è cattivo ma che è costoso.

Chiedete quanto è costato all’Australia colonizzare e ricostituire un tessuto istituzionale nelle isole Salomone.

L’ ONU in questo senso è inaffidabile, dominato com’è da paesi imbevuti nell’ideologia anticoloniale.

Soluzione Hechter: creare un mercato transnazionale per la governance.

Un colonialismo in affitto: i colonialisti vengono pagati – con rinegoziazioni periodiche – per i servizi resi.

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Terzo problema: come realizzare progetti coloniali di successo?

Prima lezione: ripartire dalle vecchie istituzioni coloniali, la Cambogia è un buon esempio.

Seconda lezione: mantenere una congruenza tra i valori della comunità e quelli dello stato.

Il vecchio colonialismo conosceva bene il trucchetto: mandato duale,  regola indiretta, staff locale, primato della consuetudine… sono tutte istituzioni che lavorano in parallelo alle riforme di modernizzazione.

C’è poi la visionaria soluzione proposta da Paul Romer: colonizzare integralmente dei nuovi territori disabitati. I paesi ricchi dovrebbero costruire delle charter city nei paesi poveri prendendo in affitto territori desertici o quasi.

Praticamente si tratterebbe di ricreare tante Hong Kong in giro per il mondo.

Il piano nasce da una semplice considerazione: per ridurre la povertà nel mondo la piccola Hong Kong ha fatto di più di tutti i programmi internazionali d’aiuto messi insieme. Che farne di questa informazione?

La legittimazione delle charter city è ovvia: i cittadini verrebbero spontaneamente attirati da istituzioni occidentali. Nessun sospetto di assoggettamento.

Qui il colonizzatore potrebbe evitare gran parte dei problemi che abbiamo visto finora: avrebbe una tabula rasa su cui costruire partendo da zero. Zero path dependence.

Ipotesi: prendete l’isola di Galinhas di fronte alla Guinea-Bissau (10 miglia) e supponete che venga affittata ai portoghesi i quali ne farebbero un Portogallo in miniatura. In teoria, si badi bene, potrebbe ospitare l’intera popolazione della Guinea-Bissau.

Con un pazzo come l’anticolonialista Cabral in continente cosa succederebbe?

Migrazione di massa, ovvio. No stragi, no fosse comuni, no guerra civile… e Cabral a casa quanto prima.

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Provocazione: se la Palestina si facesse colonizzare da Israele tutti i problemi pratici sarebbero risolti per quasi tutti. Fine di un tormentone telegiornalistico.

E se l’Italia si facesse colonizzare dalla Germania?

L’Italia del sud si è fatta colonizzare a suo tempo dai piemontesi e non è andata molto bene, forse con la Germania andrà meglio? 🙂

COLONIEEE

L’avo infoiato

Siamo così sicuri che la famiglia tradizionale sia poi così tradizionale?

Siamo così sicuri che la famiglia targata “Mulino Bianco” si rinvenga in natura?

Direi di no, non ne siamo affatto sicuri.

Anche se  la narrazione tradizionale sembra favorire questa ipotesi, i dubbi in proposito sono consistenti.

Forse la famiglia tradizionale non è altro che una geniale invenzione. Tanto geniale quanto artefatta.

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L’homo sapiens è una delle cinque grandi scimmie sopravvissute insieme a scimpanzé, bonobo, gorilla e orango. In particolare, insieme ai bonobo e agli scimpanzé, siamo gli arrapatissimi discendenti di un avo, sul piano sessuale, decisamente assatanato.

Ci sono solidi motivi per ritenere che le nozioni convenzionali intorno alla monogamia dell’uomo siano come minimo esagerate.

Probabilmente, il cambio di rotta rispetto alla nostra reale sessualità primitiva si è avuto solo 10000 anni fa in seguito alla cosiddetta rivoluzione agricola. Ma 10000 anni sono un’inezia nella storia evolutiva dell’uomo. La nostra vera natura sarebbe da ricercarsi quindi nel periodo precedente.

Una mentalità “complottista” a questo punto farebbe notare come l’approfondimento di questi temi imbarazzanti sia sempre stato silenziato dall’ autorità religiose, patologizzato dalla medicina ufficiale e ingegnosamente eluso dagli scienziati.

Sia come sia, l’ esito istituzionale di questa “trascuratezza” si è concretizzato nella cosiddetta “gabbia del matrimonio”, un’istituzione decisamente efficiente ma sessualmente frustrante e in grado di uccidere qualsiasi libido di partenza. Una soluzione di fatto fonte di tradimenti,  disfunzionalità, confusione e sensi di colpa. Non proprio il massimo. Nemmeno la monogamia seriale compensa, e rimane solo uno sfogo temporaneo ed inefficace.

Il matrimonio dipinto come la tomba del desiderio non è un’esagerazione. Per il maschio vincolarsi in quel modo è un duro colpo,  ma anche la femmina ne subisce un contraccolpo non da poco: chi vorrebbe dividere la sua vita con un uomo che si sente intrappolato e diminuito?

Lo sapevate che il 42% delle donne soffre di disfunzioni sessuali? Difficile pensare ad un “effetto naturale” quando le percentuali raggiungono certi livelli. E perché secondo voi il Viagra batte tutti i record di vendita anno dopo anno? Per tacere della la pornografia, un affare colossale su scala planetaria che rastrella solo in America dai 60 ai 100 miliardi di dollari all’anno. Perché un intrattenimento del genere dovrebbe fruttare tanto se il matrimonio fosse così appagante? Gli americani spendono molto di più negli anonimi locali di striptease che a Broadway. Sembrerebbe più “normale” godersi una sfilata di  donnine nude che qualsiasi altro spettacolo teatrale.

Il matrimonio tradizionale appare sotto attacco ma soprattutto non sembra opporre una grande resistenza. Si ha come l’impressione che la “finzione” non regga. Forse funziona solo per pochi privilegiati.

Prendiamo una categoria di persone al di sopra di ogni sospetto, un gruppo umano moralmente più affidabile della media: i preti cattolici. La Chiesa Cattolica ha pagato nel 2008 436 milioni di dollari in risarcimenti scaturiti dalle cause di pedofilia. Parliamo quindi di cedimento a “perversioni sessuali”, non di sfoghi fisiologici, lì per fortuna non c’è risarcimento da conferire. Forse la condizione del prete celibe non è tra le più conformi alla nostra natura, nemmeno quando ci riferiamo ad un’élite. La vita sessuale è negata ai preti, e, considerando che si tratta pur sempre di individui con una tenuta etica superiore alla media, ne ricaviamo che la tentazione a cui sono sottoposti è molto molto dura da reggere. Insomma, qualcosa che possiamo definire in molti modi ma non “naturale”.

La confusione tra ciò che ci viene detto e ciò che sentiamo dentro di noi crea un conflitto interiore che non fa bene.

Perché tanti divorzi? Perché così tante famiglie composte da un solo membro? Perché la passione evapora in così tanti matrimoni?

La società in cui viviamo spesso risponde solo a suon di “terapie”. C’è una patologia che va curata. Ed ecco allora sorgere la fiorente industria della “terapia di coppia“.

Viene il dubbio ci sia sotto qualcos’altro. Forse l’uomo contemporaneo comincia ad accusare lo sdoppiamento di personalità a cui è stato sottoposto: da un lato prova una spinta insopprimibile verso la  promiscuità sessuale, dall’altro sente di dover recitare in pubblico il ruolo del coniuge fedele a vita. L’industria dello spettacolo e del cinema conosce bene questo sdoppiamento e ci gioca da sempre.

Ci gioca anche Wall Street dove la pornografia, da Larry Flynt in poi, ha un posto d’onore. Che straordinario conflitto tra  proclami pubblici e  desideri privati! Lo constatiamo tutti i giorni, e vale per tutti : sia per l’uomo comune che per l’uomo famoso. L’ipocrisia sessuale sarebbe inspiegabile se il modello tradizionale di sessualità fosse davvero conforme alla nostra natura.

Si continua a dire che la monogamia è naturale e il matrimonio  un’ istituzione universale ma tutto questo non si combina con una serie di altre innegabili realtà

D’altronde, è facile dimostrare che gli esseri umani si sono evoluti in gruppi estremamente coesi, dove praticamente tutto era condiviso: cibo,  protezione,  cura dei bambini, rifugio… non si capisce bene come mai i piaceri sessuali non avrebbero dovuto esserlo.

Oltre a essere dei marxisti nati, probabilmente eravamo anche degli hippy nati.

Del collegamento  sesso-amore potremmo fare tranquillamente a meno, almeno a giudicare quanto accade tra le scimmie più vicine a noi e i popoli selvaggi che ancora oggi possiamo osservare nell’ Amazzonia.

A sostenere questa tesi c’è una montagna di evidenze circostanziate. C’è il confronto con i primati nostri cugini. Ci sono evidenze anatomiche altrimenti inspiegabili. C’è il nostro eccitamento per ogni novità sessuale che ci viene proposta. Ci sono anche taluni segnali  come la vocalizzazione copulatoria femminile, più conforme all’ipotesi della promiscuità.

Ci sono poi i punti deboli della narrazione comunemente accettata, che è bene allora riassumere brevemente.

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Nella narrazione standard uomo e donna si cercano: lui è attento a bellezza e  gioventù. Lei invece è in caccia di ricchezza e prestigio.

Ammesso che i due si piacciano, si mettono insieme in un’unione destinata a durare per sempre, o comunque a lungo.

Nel corso di questa unione non si può escludere che lei cerchi un po’ di divertimento anche altrove, per esempio con maschi geneticamente più dotati del marito.

D’altro canto, anche lui, una volta  garantita la certezza della paternità, non disdegna relazioni adulterine a breve termine.

Ma la narrazione standard non sembra affatto delineare una condizione naturale, quanto piuttosto un adattamento a particolari condizioni sociali emerse con l’avvento delle pratiche agricole e l’istituzione della proprietà privata.

Da un punto di vista evoluzionistico il tempo che ci separa dalla rivoluzione agricola è un istante nella storia dell’uomo, giusto il 5% sul totale.

Considerati i notevoli vantaggi in termini di ricchezza che all’umanità sono derivati da agricoltura e industria, il matrimonio può ben essere descritto come qualcosa di meritevole… ma non di naturale. Paradossalmente, la sua innaturalità lo rende un “sacrificio” ancora più apprezzabile.

Prima vigeva una società organizzata intorno alla divisione in parti uguali di tutto. Non che questo egualitarismo fosse dettato da ideali nobili, era piuttosto una necessità imposta per motivi di efficienza, un modo con cui l’ animale sociale  uomo minimizzava i suoi rischi.

Potremmo chiamarlo “egalitarismo selvaggio”.

Con l’avvento dell’agricoltura e della proprietà privata l’uomo ha cominciato ad organizzarsi intorno a gerarchie ben precise in grado di razionalizzare gli incentivi.

Agricoltura e proprietà privata cominciarono a rendere molto più accentuate le diseguaglianze e quindi anche la sorte della prole: diventava assolutamente necessario identificare la propria con precisione al fine di destinare senza errori i sacrifici di una vita e l’eredità cumulata.

In una società egualitaria, dove tutti i cuccioli della “banda” vengono cresciuti più o meno nella stessa maniera, non ci sono particolari eredità da “indirizzare”; se così stanno le cose,  perché mai gli individui dovrebbero privarsi di molteplici quanto occasionali relazioni sessuali dettate esclusivamente dal piacere del momento? E’ questo, oltretutto, un modo per rinforzare i legami e la coesione sociale.

Il nostro più antico antenato probabilmente era simile a un gorilla-maschio-alfa che scacciava tutti i suoi competitori per tenersi un harem di femmine. Tuttavia, la crescente capacità di cooperare ha messo in crisi il dominio del singolo  aprendo il suo harem anche agli altri maschi. Le gerarchie sono praticamente sparite, e ogni volta che mostravano di riformarsi la coalizione delle potenziali vittime tornava ad azzerarle.

Per la narrazione tradizionale questo è anche il momento in cui si forma la “coppia duratura“. È vero, talvolta si discute se prediligere l’ipotesi della monogamia o quella della poligamia, senza che si prenda mai in seria considerazione l’ipotesi complessivamente più calzante – ma anche più scandalosa – della promiscuità.

Quel che sappiamo è che la società di cacciatori in cui i nostri avi sono vissuti era di piccole dimensioni e altamente egalitaria, pressoché tutto veniva condiviso: dalla carne all’allattamento dei piccoli, si trattava di gruppi  dove praticamente non esisteva privacy. Il comunismo delle società preistoriche non è messo in discussione da nessun studioso serio, da quel che mi risulta.

È plausibile quindi  ipotizzare che la spartizione si estendesse anche all’attività sessuale. Perché escluderla? Perché non prenderla nemmeno in considerazione favorendo invece l’ipotesi della monogamia? Questo non si capisce bene. Ovvero, lo si capisce molto bene alla luce delle trasformazioni sociali originate 10000 anni fa con l’avvento dell’agricoltura e la conseguente necessità di propagandare una gestione della sessualità senz’altro più rispondente a quel contesto.

Oltretutto, esploratori, missionari e antropologi che nell’era moderna hanno avuto contatti con  popolazioni primitive sembrerebbero supportare la visione di un’umanità lussuriosa e sfrenata.

Se passate un po’ di tempo con i primati più vicini a noi noterete le femmine di scimpanzé avere approcci sessuali con dozzine di maschi differenti ogni giorno.

Guardate poi alla diffusione della pornografia, o anche solo a quanto sia faticoso mantenere una relazione sessuale monogama. Ma davvero qualcosa di naturale può risultare tanto innaturale?

Ci sono poi le nostre caratteristiche anatomiche. Il maschio ha testicoli molto più grandi di quanto un primate monogamo  abbisogni, si tratta di organi che penzolano in modo vulnerabile fuori dal suo corpo, laddove, per contro, la temperatura aiuta a preservare uno sperma sempre pronto ad essere eiaculato in modo efficace. Mostra anche un pene enorme se paragonato a quello degli altri primati, sia per lunghezza che per spessore,  oltre all’ imbarazzante tendenza a raggiungere precocemente l’orgasmo. Il seno prominente e pendulo della femmina, non necessario per l’allattamento, è un altro segno ambiguo. Impossibili da ignorare sono anche i gemiti della donna durante il rapporto: probabilmente un invito ai  maschi lontani; anche la capacità di avere orgasmi seriali supporta l’idea di promiscuità sessuale. La ricettività sessuale della donna lungo tutto il ciclo è un ulteriore indizio di sessualità estesa. L’ovulazione latente è una caratteristica spesso presentata a supporto della monogamia umana ma puo’ anche essere vista come un metodo per “confondere” il maschio lasciando ad ognuno dei tanti partner avuti dalla donna una probabilità di essere il padre del nascituro. Sarebbe anche un modo ingegnoso per cementare il gruppo: l’altruismo del maschio adulto aumenta se tutti i cuccioli potrebbero essere suoi figli.

Con la rivoluzione agricola e un’economia più produttiva diventa cruciale poter identificare il proprio erede. Così come i confini terrestri devono essere ben definiti, anche i confini nella prole non devono lasciare adito ad equivoci.

La grande trasformazione lascia sul campo dei perdenti: la donna, che da questo momento diventa una reclusa. Ma anche per l’uomo le cose peggiorano: lo stress del carceriere è talvolta superiore a quello del carcerato. Senza dire che il povero maschio a questo punto deve immolarsi per difendere la sua preda dalle insidie esterne.

Un’altra grana per l’uomo deriva dal doversi procurare uno status sociale adeguato, infatti da ora in poi la donna non lo prenderà più nemmeno in considerazione se poco dotato da quel punto di vista.

La sessualità dell’agricoltore è voyeuristica, repressiva, omofoba e  focalizzata sulla riproduzione. Sembra il motto vetusto di una comune hippy ma è anche l’ipotesi scientifica che fa quadrare molti conti.

La terra deve ora essere posseduta, fatta fruttare e trasmessa alle generazioni future. Ma non alle generazioni future in generale, bensì solo ed unicamente ad una generazione futura ben identificata.

La narrazione standard insiste che la certezza della paternità sia sempre stata della più grande importanza ma francamente i motivi addotti a supporto di questa ipotesi sembrano debolucci.

D’altronde, la ricerca antropologica è ricca di esempi di società dove la paternità biologica è di scarsa o nulla importanza. Chi pensa ad una sessualità promiscua non ha problemi a spiegarselo, ma gli altri?

Possiamo concludere riassumendo così:  il nostro avo era sessualmente molto attivo e libero secondo un canone di promiscuità ribaltato poi nel corso della del periodo “agricolo”; a questo punto la cultura ha agito in modo da introdurre la coppia fissa e il matrimonio, istituzioni più confacenti al nascente regime di proprietà privata. Considerati gli enormi benefici in termini di prosperità e ricchezza per la nostra specie ha ricevuto da questa nuova condizione, specie dopo la rivoluzione industriale, non smetteremo mai di ringraziare quella fetta di umanità che si è sottoposta ad un simile giogo. Tuttavia, non dobbiamo nemmeno rinnegare che  un sacrificio non conforme alla nostra natura profonda sia stato introdotto.

MONOGAM