MEDJUGORJE: PERCEPIRE DIO.

MEDJUGORJE: PERCEPIRE DIO.

Ci sono persone che hanno esperienze spirituali insolite, si tratta di qualcosa che valutano come molto significativo. Tuttavia, per me è difficile interpretarle e collocarle nella vita ordinaria. Personalmente, non ho mai “incontrato Dio”, non mi sono mai trovato faccia a faccia con lui. Come giudicare chi invece riferisce di averlo fatto? Stando alle polemiche infuocate sull’argomento, non sono l’unico a pormi problemi del genere. E’ in gioco la natura stessa della realtà. Le esperienze spirituali sono spesso viste attraverso una lente culturale e mi chiedo come normalizzare il racconto di cio’ che è stato percepito. So anche che non c’è niente di più facile che alterare i ricordi soggettivi. Sia come sia, possiamo imparare collettivamente qualcosa da questi fatti straordinari?

Ma cos’è un’esperienza spirituale? In genere per noi l’esperienza conoscitiva origina dai sensi, la scienza, un sapere su cui facciamo grande affidamento, dice di seguire quella via. Secondo i più fu nell’Inghilterra del 1660, negli incontri della Royal Society di Londra, che la scienza acquisì la forma di indagine empirica che riconosciamo come nostra: una pratica sperimentale aperta e collaborativa, mediata da strumenti appositamente progettati e supportato da un discorso civile e critico che insiste sull’accuratezza e la replicabilità. Tuttavia, l’empirismo è stato reso popolare come concetto filosofico solo nella prima metà del 20esimo secolo da personaggi come AJ Ayer, Rudolf Carnap, Kurt Gödel, Karl Popper e Ludwig Wittgenstein. Da allora, prese varie forme e ci furono molti disaccordi sul suo reale significato. Emerse presto il fatto che l’empirismo è in un rapporto ambiguo con la pura razionalità. È facile riconoscere i limiti e i mille modi in cui l’esperienza umana ci inganna. Tuttavia, per chi ritiene che tutti gli input attendibili della cognizione umana siano di natura sensoriale, la cosa pone un problema. Il razionalismo puo’ allora aiutare postulando che alcune proposizioni possano essere conosciute anche per intuizione e per deduzione. Ma l’ intuizione ha una natura ambigua e non si puo’ certo negare che in essa l’esperienza possa giocare un ruolo, il che riproporrebbe l’instabilità del fondamento. Tuttavia, affiancare l’intuizione ai sensi tradizionali riconcilia il buon senso con la scienza e offre un quadro filosofico promettente. Ecco allora che anche una buona parte dell’empirismo ha cominciato a sganciarsi dai puri sensi naturali.

Quando si tratta di questioni di spiritualità, un materialista respingerebbe tutti gli appelli all’esperienza soggettiva e al metafisico, l’unica causa plausibile sarebbe per lui di natura neurologica / biochimica. D’altro canto, non è quello che farebbe un empirista “intuizionista”. E’ difficile fare un discorso sulla spiritualità eludendo l’esperienza. In questi casi uno parla essenzialmente di sé, delle sue intuizioni, e alla fine resta il tribunale ultimo di tutta la vicenda. Anche se, sia chiaro, parliamo comunque di esperienze universali: la spiritualità può essere teistica, oppure no. Esempi di spiritualità teistica sono facili da trovare. Un esempio di approccio non teistico alla spiritualità si trova in Waking Up di Sam Harris, che sostiene l’uso della meditazione derivata dalle pratiche buddiste per raggiungere stati di coscienza alterati. Oppure ricordo gli incontri su Radio Tre con la spiritualità laica di Luigi Lombardi Vallauri. Forse con questi approcci alternativi si favorisce la conversazione sulla natura empirica dell’esperienza spirituale. I termini religione e spiritualità sono molto simili nel significato, ma quello del primo è più ristretto poiché confinato ad un contesto tradizionale o istituzionale. La spiritualità è qualcosa di più ampio, include anche chi cerca il sacro al di fuori di sistemi socialmente o culturalmente definiti. Ad esempio, la spiritualità di un individuo può includere sentimenti di devozione, ricordi di un’esperienza mistica, ribellione contro certe costrizioni, un senso di unità con tutta la vita senziente. Ci si volge al sacro in tutte le sue forme. Tuttavia, la religiosità, di solito, non è vista come incoerente o un ostacolo alla spiritualità. In effetti, la spiritualità è forse la funzione principale della religione: l’ energia religiosa aiuta molte persone a integrare il sacro in modo più completo nei loro percorsi spirituali.

Ci sono ormai numerosi studi psicologici sull’esperienza spirituale. In genere si riconosce un valore probatorio alle esperienze religiose/spirituali, qualcosa che suggerisce l’esistenza di una realtà trascendente variamente vissuta. I sondaggi disponibili dicono che tra 1/3 e 1/2 della popolazione ha avuto una sorta di esperienza religiosa significativa. Tali esperienze sono correlate al genere, all’istruzione e alla classe sociale, essendo più comuni per le donne, per le persone con un’istruzione superiore e per quelli di classe superiore. In genere sono associate con la buona salute e con il benessere psicologico. Spesso non sono condivise con gli altri, forse è per questo che sono a torto ritenute non comuni. A causa della natura personale delle esperienze spirituali, la raccolta di dati sull’argomento viene spesso realizzata attraverso sondaggi, questionari e interviste. Si ritiene che l’accuratezza sia buona poiché i falsi positivi si bilanciano (i religiosi sbagliano affermando a cuor leggero di avere avuto esperienze spirituali, gli anti-religiosi sbagliano negando a cuor leggero di averne avute). L’innesco dell’esperienza include la preghiera e la meditazione, ma sempre di più anche l’uso di sostanze psicoattive. Visto che l’approccio per auto-segnalazione resta problematico si discute di altri tipi di misurazione, come quelle fisiologiche e comportamentali. Uno studio ha indicato che l’esperienza spirituale (leggendo il Salmo 23) sollecita i lobi frontale e parietale, mentre l’esperienza non religiosa della lettura del Salmo 23 sollecita l’amigdala. Sulla base di questi risultati c’è chi ha proposto che l’esperienza religiosa sia probabilmente un processo cognitivo che utilizza connessioni neurali stabilite tra i lobi frontale e parietale. Sia gli individui normali che quelli psicotici possono avere esperienze mistiche: i mistici psicotici presentano “resistenza e rigidità”, al contrario del mistici normali esibiscono “apertura e fluidità”. Quindi non è semplicemente l’esperienza mistica, ma le reazioni a tale esperienza a distinguere i mistici psicotici dai normali.

Alcuni psicologi evoluzionisti sostengono che l’esperienza religiosa è nata in quanto vantaggio adattivo: si spazia da una difesa contro la paura della morte a altre forme di conforto e riduzione dell’ansia. Ma anche, a livello di gruppo, la promozione della coesione e della solidarietà o la riduzione dei conflitti. Tuttavia, qui manca il consenso necessario, sono ancora molti a vedere queste manifestazioni come sotto-prodotti (sprandel) di altre funzioni. Ad esempio, un meccanismo utile per distinguere gli oggetti animati e inanimati nel mondo, può essere distorto per produrre animismo psicologico e antropomorfismo nei culti, come quando ci troviamo a maledire il nostro computer quando si blocca. Le teorie dello sprandel sono popolari tra gli scettici religiosi; alcuni hanno notato che in un mondo pericoloso sbagliarsi nel percepire una presenza intelligente ha conseguenze meno dannose rispetto a sbagliarsi nel non percepirle.

I neuropsicologi, tuttavia, indicano la presenza di una combinazione di “operatori cognitivi” nel cervello che darebbero origine alla religiosità umana. “Il termine” operatore cognitivo “si riferisce semplicemente ai meccanismi neurofisiologici che sono alla base di alcune grandi categorie di funzioni cognitive. Pertanto, questi operatori non esistono nel senso letterale, ma possono essere utili quando si considera la funzione cerebrale complessiva. Cio’ che mi fa risalire dall’impronta al predatore, mi fa risalire dal mondo a Dio. L’operatore olistico permette alla realtà di essere vista come un tutto.

Ma l’esperienza religiosa è di una tale ricchezza che chi la studia seriamente mette in guardia da ogni riduzionismo: è pericoloso ridurre la ricchezza e la complessità dell’esperienza religiosa al proprio costrutto psicologico preferito. Occorre fare di tutto per evitare che l’esperienza religiosa venga ridotta a specifici processi psicologici. In un certo senso il processo è inevitabile nello studio scientifico. Tuttavia, il riduzionismo è spesso accompagnato da una perdita di informazioni, ad esempio culturali, sociali, familiari, affettive… Sebbene gli scienziati non possano confermare nessuna affermazione ontologica basata sull’esperienza mistica, possono costruire teorie compatibili con l’esistenza di tali realtà. C’ è chi ha sostenuto che il tabù scientifico contro il soprannaturale può essere infranto, purché si possa dimostrare che le ipotesi sul soprannaturale abbiano conseguenze empiriche. Del resto persino la fisica postula l’esistenza di realtà inosservabili (bosone, positrone, elettrone…) ma che sono apprezzabili in virtù delle conseguenze empiriche che discendono dall’averle postulate. La fonte delle previsioni può infatti fare riferimento anche all’inosservabile e all’intangibile. D’altro canto i mistici basano la loro esperienza sullo stesso tipo di processi che utilizzano gli empiristi: l’esperienza diretta. Una persona autorevole è anche un mistico autorevole. Di conseguenza, l’esperienza mistica puo’ essere autorevole anche per chi non l’ha vissuta. Certi scienziati sono spesso troppo frettolosi nel vantarsi di aver minato certe affermazioni mistiche. Se una persona credibile ci parla di una sua esperienza noi siamo tenuti a credergli fino a prova contraria, e questa prova contraria di solito non si trova mai nei dati a cui accede la scienza la quale, anzi, spesso conferma l’esistenza di una tale esperienza interiore.

I dibattiti sull’esistenza di Dio hanno spesso incluso l’ “argomento dell’esperienza religiosa”; i sostenitori dell’esistenza citano le proprie esperienze e ne sottolineano l’universalità. Ma qui non mi interessa la natura teistica di queste esperienze, mi interessa solo sapere come si “percepisce Dio”. Di certo la “percezione di Dio” offre un importante contributo alla credenza. Sono venuto a sapere che molte fedi si fondano sull’esperienza diretta e arrivano a Dio senza presupporlo. E’ incredibile perché personalmente sento questa via molto lontano da me: mai e poi mai ho sentito Dio parlarmi.

In molti sostengono che gli individui dovrebbero scartare razionalmente la propria esperienza personale di natura mistica. Ma non vedo cosa ci sia di razionale in una simile mossa. La razionalità è individuale, non interessa il lato pubblico e persuasivo della faccenda. L’esperienza del divino è una prova che dovrebbe indurre lo sperimentatore razionale ad aggiornare le proprie convinzioni a favore di una maggiore probabilità che il divino esista. Perché no? Non esiste alcuna ragione filosofica per cui dobbiamo pensare che queste percezioni non abbiano un valore probatorio simile da altri tipi di percezioni. Spesso è dato per scontato che “l’esperienza religiosa” sia un fenomeno puramente soggettivo. Ma una simile posizione si puo’ tranquillamente sfidare. Le esperienze religiose, infatti, condividono tutte una dimensione comune all’esperienza ordinaria; la percezione spirituale puo’ essere paragonata alla percezione naturale. C’è anche chi sostiene che non non sorgano internamente e non sino soggettive nel loro inizio. La “consapevolezza diretta” di qualcosa – fisica o mistica – è indipendente dalle credenze, dal giudizio o dai concetti dell’oggetto della consapevolezza. Ciò è in generale in accordo con l’idea di “conoscenza” dei razionalisti come Russell o degli empiristi come Moore. Certo che se invece la percezione è mediata dalla credenza, allora coloro che credono in Dio potrebbero facilmente interpretare un evento non spirituale attraverso i loro presupposti spirituali. Ma anche se il resoconto di un individuo sulla fenomenologia della propria esperienza non è infallibile, deve certamente essere preso sul serio. Chi è in una posizione migliore per determinare se Marija sta vivendo una certa esperienza? Occorrono validi motivi per scavalcare la sua opinione! Di solito chi lo fa ha al più motivi filosofici.

La difesa filosofica del veggente sarebbe di questo tipo: 1) Una convinzione percettiva deriva dal fatto che si sta percependo un oggetto. 2) Questa convinzione deve formarsi principalmente da un’esperienza sensoriale/intuitiva. 3) Una convinzione percettiva non deve mai fondarsi su credenze a priori. 4) Se una credenza ha una base percettiva adeguata, allora è giustificata. Nel veggente 1, 2 e 3 sono soddisfatte? Allora ne discende 4).

E’ inevitabile che ci siano delle credenza precedenti ma tali credenze non devono essere necessarie nella formazione della credenza percettiva. Se Dio mi appare come amore, allora ciò contribuirà a giustificare la convinzione che Dio è amore; se questa percezione è l’unica causa della mia credenza, allora la mia credenza è prima facie giustificata.

Per alcune persone, le esperienze avute in coma sono una forma avvincente di esperienza spirituale che può alterare la vita di chi le prova. C’è chi in quello stato crede di aver incontrato Dio, gli angeli o altri esseri spirituali. In alcuni casi estremi, alcuni hanno affermato di aver ricevuto informazioni che sarebbero obiettivamente confermabili da altri. Alcuni di coloro che hanno avuto esperienze simili hanno scritto libri popolari raccontandole e discutendole. Sebbene i contenuti e le interpretazioni siano diverse, le esperienze pre-morte sono comuni nel mondo moderno. Tra coloro che si avvicinano alla morte, la percentuale di chi ha esperienze va dal 35 al 45%. E ci sono molti punti in comune, le somiglianze sono più sorprendenti delle differenze. Tali esperienze non sono sempre conformi ai desideri o alle aspettative preesistenti dell’individuo, non sono cioè confortanti fantasie. Un altro argomento a supporto dell’autenticità sono i loro effetti duraturi e trasformativi. Età, sesso, razza, residenza, istruzione, occupazione, educazione religiosa, presenza in chiesa, conoscenza scientifica di questi processi, sono tutte variabili con effetti trascurabili sulla probabilità della visione. Le vittime di suicidio in cerca di annientamento, i fondamentalisti che si aspettano di vedere Dio sul tavolo operatorio, gli atei, gli agnostici e i sostenitori del carpe diem trovano un’equa rappresentazione nei ranghi di chi ha avuto esperienze di pre-morte. E le loro risposte alle domande del sondaggio mostrano che, nonostante tutte le implicazioni religiose dell’esperienza di pre-morte, le credenze di una persona su Dio non determina il contenuto delle visioni. Tuttavia, vi sono forti obiezioni nel vedere le esperienze pre-morte come spirituali, si tratta di esperienze che per definizione si verificano in momenti di grande danno e stress, in un momento di funzionamento anomalo del corpo, questo induce a considerarle come effetti collaterali del danno subito, mere allucinazioni del sistema nervoso. Un’altra obiezione suggerisce che la privazione sensoriale porta all’esperienza pre-morte, ciò spiegherebbe i punti in comune di queste esperienze. Un’altra critica al carattere spirituale è il concetto secondo cui la psicologia umana tenterà sempre di negare la morte; la mente ricorrerà a qualsiasi stratagemma per fuggire la prospettiva del proprio annientamento.

Tuttavia, per ogni singola obiezione si possono portare casi non ricompresi, i ricercatori citano statistiche che mostrano una relazione inversa tra esperienza pre-morte e condizioni patologiche che alterano la mente. Ad esempio, l’esperienza pre-morte sembra inibita dagli effetti di droghe e anestetici. Per questo motivo, sembra improbabile che i farmaci siano responsabili dell’insorgenza di alcunché. Sostenuti dalla testimonianza collettiva di centinaia di soggetti, i ricercatori mettono a confronto la felicità e la lucida qualità dell’esperienza di pre-morte con la confusione, l’ansia e le distorsioni percettive che accompagnano i disturbi più vari, ma senza rintracciare correlazioni importanti. Chi insiste su cause indotte non si arrende e ne cita diverse tutte plausibili, tuttavia, se ci fossero diverse cause alla base delle visioni, perché la loro natura è così coerente? In altre parole, diversi processi biochimici non produrrebbero diversi tipi di esperienze? Se la coerenza è una componente sorprendente delle esperienze per-morte, sembra improbabile che ci sia una mancanza di coerenza nelle loro origini. E poi è giusto stare in guardia contro una visione troppo riduzionista quando un simile trattamento non viene riservato all’esperienza comune: dopo tutto, non solo le visioni straordinarie ma anche i normali stati di coscienza sono collegati ad eventi elettrici e chimici nel cervello. Rendere la testimonianza di pre-morte un’arena per mettere in scena vecchie battaglie filosofiche o teologiche non giova, è più fruttuoso considerare le visioni pre-morte come minimo come il frutto di un’immaginazione religiosa. Anche chi non crede a una realtà spirituale oggettiva è meglio che pensi questi fatti come se avessero comunque un significato personale e culturale.

L’uso di sostanze psicoattive è fonte di marcate esperienze spirituali e mistiche. Studiare questi casi aiuta poiché sappiamo tutto di cio’ che sta all’origine. Le tradizioni religiose hanno posizioni ambivalenti sui danni e i benefici del loro impiego, ad ogni modo è sorprendente il fatto che sembrino offrire in modo tanto affidabile la garanzia di “viaggi” spirituali che la maggior parte dei soggetti considera significativi, sebbene il contenuto di queste esperienze vari enormemente. C’è chi testimonia un dissolvimento del “senso di sé”, un’unione a forze soprannaturali, una consapevolezza “vasta, benevola, eterna, pacifica…” che sembra più reale della realtà di tutti i giorni. L’esperienza mistica farmacologica, a quanto pare, ha molte più somiglianze che differenze rispetto all’esperienza mistica non farmacologica; inoltre, un numero incredibile di atei che l’hanno provata si sono successivamente convertiti. Sembra che la sostanze psichedeliche siano la più efficace fonte di conversione! In genere si ha la sensazione di comunicare con qualcosa che possiede gli attributi di un essere cosciente, benevolo, intelligente, sacro, eterno e onnisciente. Chi la prova ne parla come di un’esperienza mistica completa, nonché come una delle cose più importanti della propria vita

Il Venerdì Santo del 1962, un ricercatore (Walter Pahnke) somministrò la psilocibina ad alcuni volontari tra gli studenti di teologia poco prima della Messa, non ricordo più dove ma su Wiki c’è tutto. I risultati furono eclatanti: quasi tutti i soggetti hanno riferito di esperienze profonde che hanno continuato a considerare significative per il resto della loro vita (come confermato dal follow-up decenni dopo). Alcuni hanno descritto l’esperienza come la più potente esperienza spirituale della loro vita, il che è degno di nota perché erano generalmente già credenti che si apprestavano ad intraprendere carriere religiose legate alla loro fede cristiana. I volontari hanno chiaramente capito che gli veniva somministrato un farmaco, ma la cosa non sembrava ridurre l’importanza spirituale attribuita successivamente alla loro esperienza. Un partecipante disse che la sua attenzione si fissò su particolari caratteristiche melodiche e liriche di un inno cantato durante il servizio, sia la sua formazione musicale che l’educazione cristiana sono confluite in quella concentrazione così particolare indotta dalla psilocibina: una progressione musicale di routine veniva trasformata nel più potente ritorno a casa cosmico mai sperimentato. L’esperimento, sempre secondo questo soggetto, “… ha ampliato la mia comprensione di Dio offrendomi l’unica potente esperienza che abbia mai avuto… da sempre credevo che Dio è amore e che nessuna sfumatura dell’amore poteva essere assente dalla sua infinita natura; ma che Dio mi amasse così direttamente non lo avevo mai provato in vita mia… è una modalità di fede che non mi era mai venuta naturale…”

Sam Harris avverte che se esperienze spirituali potenti e importanti possono essere indotte da psicofarmaci dovremmo essere cauti nel prenderle come prove per specifiche affermazioni metafisiche e dottrinali. Cosa significa un’esperienza spirituale? Se sei un cristiano potrebbe significare che Gesù Cristo è sopravvissuto alla sua morte sacrificandosi per te. Se sei un indù ti racconterai una storia completamente diversa. Per Harris questa diversità mina ogni pretesa metafisica specifica, mentre per altri è un incoraggiamento a rintracciare elementi comuni nelle diverse tradizioni di ricerca della verità.

I Misteri Eleusini erano un’antica tradizione greca praticata per migliaia di anni in relazione al culto della dea Demetra e alla storia della discesa agli inferi di sua figlia Persefone. Le cerimonie associate potevano essere praticate solo in un sito specifico vicino alla città di Eleusi. I partecipanti dovevano ricevere una formazione specifica per essere ammessi, occorreva giurare anche di mantenere taluni segreti legati ai riti. Sebbene tornassero poi alla loro vita normale, praticamente tutti prendevano il voto estremamente sul serio, quindi oggi sappiamo ben poco di quello che succedeva esattamente a Eleusi. Molti alludevano a qualche tipo di contatto con la divinità durante l’iniziazione, e alcuni hanno affermato di non aver più paura della morte. I Misteri hanno smesso di essere celebrati con l’ascesa del cristianesimo e nessuno li ha più sperimentati per più di un millennio e mezzo. Ma cosa succedeva durante quel culto? Un fatto interessante è che a tutti gli iniziati veniva data una bevanda chiamata kykeon, la ricetta è andata perduta a causa proprio del voto al silenzio, ma ci si è spesso chiesti come le persone potessero esserne così influenzate. Negli anni ’60, due eminenti studiosi pubblicarono un libro sostenendo che il Kykeon conteneva sostanze derivate dal fungo ergot. Pubblicarono successivamente numerosi altri libri sostenendo che le religioni di tutto il mondo usavano tradizionalmente sostanze psicoattive per facilitare l’esperienza del divino e che le dottrine religiose, le narrazioni e i rituali sono spesso, almeno inizialmente, basati sulla droga. Ma è interessante notare che gli studiosi che sostengono l’impiego di droghe degli iniziati eleusini non intendono sfatare l’autenticità del misticismo sottostante. Questa è una stranezza per molti scettici.

C’è infine il problema del sogno. Il sogno è un’esperienza umana universale che ci rende scettici sull’ esperienza, questo perché i sogni di solito ci sembrano così reali e così importanti. Tuttavia, la cultura occidentale moderna dà per scontato che i sogni non siano veritieri, e che al massimo potrebbero rivelare o rafforzare qualche ricordo. La nostra rappresentazione neuropsicologica del sogno li interpreta come uno sforzi istintivo del cervello per dare un senso al “rumore” casuale, ma si tratta di un’interpretazione molto originale rispetto alla tradizione, in passato veniva regolarmente associato a eventi esterni. Ma tutte le culture hanno dovuto fare i conti con l’effimero dei sogni e il modo in cui il loro contenuto è nella migliore delle ipotesi inaffidabile. Molte esperienze spirituali potrebbero essere sospettate di avere origine in sogni. Oppure, i sogni forniscono semplicemente un’analogia che mostra che le nostre menti sono talvolta in grado di produrre esperienze che sembrano autentiche e importanti. Un contro-argomento è che non dovremmo dubitare delle nostre esperienze semplicemente perché a volte ci sbagliamo nel valutarle, come nel caso dei sogni. Altrimenti, cadremmo nello scetticismo radicale su tutta la nostra conoscenza ed esperienza. Ad esempio, Descartes usa l’esperienza del risveglio da un sogno in cui aveva creduto mentre è durato come una pietra miliare della sua motivazione per impegnarsi a dubitare di tutto. Il filosofo cinese Zhuang Zhou afferma di non sapere se era un uomo che sognava di essere una farfalla o una farfalla che sognava di essere un uomo. Nel film Inception ci sono persone che, abituate all’esperienza del “risveglio” all’interno di un sogno, non sono sicure di quante volte devono ancora svegliarsi per tornare alla realtà del risveglio.

Alla fine di questo viaggio non ci resta che adottare un atteggiamento di grande umiltà verso questi fenomeni: lo scettico dovrebbe andarci con i piedi di piombo prima di “negare”, ma anche il credente deve essere prudente: supponiamo che Dio parli agli uomini, la sua comunicazione potrebbe non essere sempre compresa. In questo senso potrebbe essere utile riflettere sulla storiella dei ciechi e dell’elefante: un certo numero di ciechi si imbatté in un elefante e tutti cominciarono a toccarlo nel tentativo di descriverlo. Il disaccordo imperava perché chi palpava il fianco diceva che era come un muro, mentre un altro palpava la proboscide e lo descriveva come un serpente, un terzo alle prese con le zampe lo vedeva come una colonna. Eccetera, eccetera, eccetera. Che morale trarne? Qui ci si divide perché c’è chi vede ogni cieco credere erroneamente nella verità esclusiva della propria dottrina professata a priori. Tuttavia, altri concludono che le differenze radicali nella percezione non provano affatto l’inesistenza dell’elefante. Le persone soggette ad esperienze spirituali potrebbero vedere qualcosa di reale, ma la loro descrizione potrebbe non essere completa. Anche se siamo tentati di accantonare i resoconti spirituali a causa delle loro incoerenze, non dovremmo scartarli completamente perché potrebbero mantenere comunque un valore probatorio, sebbene in un modo più limitato o complicato di quanto gli autori di chi li fornisce credano.

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