CREDERE DI CREDERE

CREDERE DI CREDERE

Le “persone religiose” sono persone religiose. In sintesi: penso di no.

Ci sono molti modi per accertarlo. Possiamo ascoltare cosa dichiarano, oppure soppesare gli argomenti che portano a sostegno della loro credenza, possiamo anche verificare fino a che punto accettano le implicazioni della loro fede, se sono conseguenti, infine se hanno un atteggiamento emotivo in linea con la loro religiosità.

Secondo me, la maggior parte dei “religiosi” soddisfa solo il criterio della dichiarazione formale. Noi dovremmo essere disposti a considerarle persone religiose solo perché dichiarano di esserlo. Quando agli “argomenti a sostegno”, molti di loro sembrano disinteressati, semplicemente non ne posseggono e chiamano questa mancanza di evidenze “fede”. Altri si appellano alla Bibbia come Parola di Dio, ma così facendo si incartano in un ragionamento circolare. Altri ancora sostengono che se la religiosità è così diffusa non puo’ essere un caso, quando invece puo’ esserlo eccome: tutti noi teniamo la destra guidando, ma trattasi di puro caso, potremmo anche tenere la sinistra e nulla cambierebbe.

Guardando alle implicazioni, purtroppo, le cose non possono che peggiorare: perché non lapidiamo l’adultera? Perché pensiamo che sia ingiusto e quindi interpretiamo la Bibbia in un certo modo, o perché interpretiamo la Bibbia in un certo modo e quindi riteniamo che sia ingiusto? Considerato che la Bibbia è chiarissima su questo punto e che l’interpretazione necessaria per giungere a conclusioni così divergenti è alquanto sofisticata, propenderei per la prima ipotesi. E perché non porgiamo l’altra guancia al nemico che ci percuote? Perché lo riteniamo assurdo e quindi interpretiamo in modo originale le chiarissime parole di Gesù o perché abbiamo rintracciato una sorprendente interpretazione delle solo apparentemente chiare parole di Gesù e quindi siamo giunti a conclusioni tanto differenti se non opposte? Insomma, molto semplicemente noi non seguiamo cio’ che ci dice il Vangelo. Piuttosto, stabiliamo come è giusto agire e poi, con l’aiuto di legulei eruditi, facciamo in modo che lo dica, oltre alla nostra coscienza, anche il Vangelo.

Ancora: se i Vangeli sono parola di Dio li studieremmo alacremente per tutta la vita, non leggeremmo altro sul comodino! Non nego che ci sia chi si avvicini ad un simile comportamento, ma si tratta pur sempre di una minoranza poco rappresentativa. Ormai è poco rappresentativo anche chi va a Messa regolarmente. Anche la reazione emotiva della persona religiosa è alquanto al di sotto di cio’ che ci si aspetterebbe. Persino il prete dal pulpito della Messa a cui vado (ore 20.00 della Domenica sera) ci riprende dicendo provocatoriamente “ma avete visto che facce avete?, chi mai potrebbe considerarvi persone che hanno appena ascoltato la Buona Novella!?”. Alla morte di un nostro caro dovremmo essere felici per lui, considerarlo più vicino alla Casa del padre, io invece ai funerali, anche a quelli cattolici, vedo solo musi lunghi.

Il fatto che le “persone religiose” non sembrino affatto religiose, non vuole dire che siano mendaci, non stanno ordendo una truffa, loro “credono di credere” e vogliono dire innanzitutto a se stesse di essere religiose, tuttavia la loro fede è chiaramente depotenziata, la loro è una “quasi-credenza”. Ma non si pensi che la “quasi-credenza” ci rallenta nel raggiungimento della meta, ci indirizza piuttosto verso una meta differente. Mi spiego meglio, mentre le credenze servono ai cercatori di verità, anche le “quasi-credenze” si prefiggono un obbiettivo: servono a rafforzare la coesione sociale e il senso d’identità. Per creare un legame forte tra più persone non è necessario credere in qualcosa, basta e avanza credere di credere in qualcosa. La fede delle “persone religiose” che non sono religiose, non serve alla Salvezza ma è più che sufficiente per la nostra buona convivenza.

IL PROBLEMA DELL’ANTIRAZZISMO.

IL PROBLEMA DELL’ANTIRAZZISMO.

Essenzialmente consiste nel fatto di fomentare il razzismo. Ma come?

(a) Innanzitutto, le opinioni degli “antirazzisti” sono spesso estremamente razziste. Fondamentalmente pensano che la razza bianca sia inferiore alle altre razze: più infida, più pericolosa, più malvagia. In questo modo gli “antirazzisti” lavorano per preservare il risentimento e l’ostilità nei confronti dei bianchi, e quindi per alimentare le tensioni razziali.

(b) Sospetto che l’ascesa dei movimenti di destra radicale sia, almeno in parte, una reazione alla sinistra “antirazzista” e a tutti i suoi goffi messaggi sulle malefatte dell’ “uomo bianco”. La maggior parte delle persone, quando viene detto che il gruppo umano a cui appartiene è fondamentalmente malvagio, si sentirà chiamata ad una difesa, non ad un’analisi, e la difesa consisterà nell’attaccare il nemico. La goffaggine di certe affermazioni narcisistiche dell’antirazzista finisce per alimentare sia il razzismo anti-bianco che quello anti-nero.

(c) Questa cosa di fissarsi sulla razza delle persone – indipendentemente dal fatto che una razza sia superiore o inferiore – ha l’effetto involontario di rendere centrale questo elemento facendo in modo che le persone pensino alla loro razza come ad un fattore identitario. A me non verrebbe mai in mente di essere un “uomo bianco” ma mi ci fai pensare nel momento in cui abbatti la statua di Cristoforo Colombo come simbolo della malvagità occidentale. L’idea di dividere tutti in razze e di trattare la “razza” di qualcuno come un tratto essenziale, è una delle idee più stupide e distruttive che abbiamo mai avuto, ma è proprio cio’ su cui insiste l’antirazzismo.

BATTAGLIE PER LA DESTRA: PIU’ RISULTATI, MENO PROCEDURE.

BATTAGLIE PER LA DESTRA: PIU’ RISULTATI, MENO PROCEDURE.

Lavori in prevalenza di “destra”: militare, poliziotto, sacerdote, broker, appaltatore (nell’edilizia come nel settore energetico), muratore, concessionario d’ auto, camionista, minatore, benzinaio, scienziato (non docente)…

Cosa li caratterizza? Sembrerebbero lavori in cui raramente capitano gravi inconvenienti ma nemmeno si possono fare grandi expolit. I conservatori sembrano più concentrati sulla stabilità e sulla protezione contro i cigni neri.

Professioni in cui prevalgono i “sinistri”: professore, giornalista, musicista, scrittore…

Sono lavori in cui si crea una massa amorfa con poche star che svettano e si prendono quasi tutto. I progressisti, a quanto pare, sono attratti da lavori che fanno sognare, anche se in genere finisce che ti ritrovi ad elemosinare una commissione.

Eppure i “sinistri” prevalgono anche in altri lavori tipo psichiatra, avvocato, funzionario e insegnante. Qui si sogna un po’ meno a dir la verità. Forse la cosa che pesa di più è la dimestichezza con il linguaggio. Sì, probabilmente è proprio il rapporto con il linguaggio a tracciare il solco tra professioni di destra e professioni di sinistra.

Recentemente, però, la sinistra sembra aver preso il controllo di due professioni tradizionalmente riservate alla destra: medicina e imprenditoria tecnologica. Francamente qui non vedo un particolare rapporto privilegiato con il linguaggio, mi sembra piuttosto che in casi del genere pesi il controllo della sinistra sulle università d’élite, specie negli USA, difficile infatti stare ai vertici di questi settori senza uscire dalle migliori università. Purtroppo, questa slavina potrebbe espandersi, l’accademia rischia di diventare il fulcro di un’irradiazione della sinistra verso tutte le posizioni di comando nella nostra società. Che fare?

IMHO: il meccanismo accademico della peer review (di fatto una sorta di cooptazione) sta nuocendo molto alla presenza della destra nei posti di maggior controllo sociale. Una buona battaglia ideologica potrebbe consistere nel sostituire le valutazioni procedurali con valutazioni su risultati oggettivi, per esempio un record track compilato con gli esiti delle scommesse accademiche vinte o perse dal soggetto da valutare.

https://it.wikipedia.org/wiki/Revisione_paritaria

LE GRANDI DIVISIONI IN TEMA DI GIUSTIZIA.

LE GRANDI DIVISIONI IN TEMA DI GIUSTIZIA.

Se in Italia ti occupi di giustizia devi scegliere tra “garantisti” e “rigoristi” (G/R), il fronte passa su questa linea. Se non fosse per l’antipatia verso un personaggio come Travaglio, resto titubante visto che la mia bussola è sempre stata differente e vede piuttosto contrapposti “beckeriani” e tabarrokiani (B/T).

Per Gary Becker la politica penale ottima combina una bassa probabilità di essere puniti con punizioni dure.

Per Alex Tabarrok il sistema sanzionatorio dovrebbe rifarsi al protocollo del buon genitore, altrimenti noto come sistema delle 3 C: punizioni celeri, coerenti e chiare. In questo modo la pena potrà essere anche mite.

Io mi sento tabarrokiano, ma cio’ significa che sono più vicino ai garantisti o ai rigoristi? Come tradurre G/R in B/T? A me sembra che il garantista debba prediligere un sistema beckeriano, ovvero un sistema dove si condanna poco, ergo solo quando si è certi della colpevolezza. Chi ama dire che preferisce dieci colpevoli fuori piuttosto che un innocente dentro, dovrebbe trovarsi bene con la regola di Becker, lì l’innocente dentro è una rarità assoluta. Eppure resto ancora perplesso, non riesco ad associare il garantista tipico alle “pene esemplari” volute da Becker. Ad ogni modo resto affezionato al paradigma B/T, mi sembra più ricco e problematico, personalmente ho già cambiato idea saltando il fosso 3 (tre) volte nell’ultimo anno, vorrei proprio vedere che tra i rigoristi o i garantisti puo’ dire altrettanto.

PANE E VINO

PANE E VINO

Per noi cattolici, durante la Messa, il pane e il vino si trasformano nel corpo e nel sangue di Cristo. Si chiama transustanziazione. E’ un miracolo. Il problema nel rendere conto di questo processo allo scettico non sta nel dover affrontare il tema dell’esistenza di Dio, e nemmeno nel dover difendere l’esistenza dei miracoli. Ci sono intere biblioteche con autori di prim’ordine disposti a venirci in soccorso. Il problema sta piuttosto quando si deve affrontare il tema dell’esistenza del pane e del vino.

La filosofia che dava “sostanza” al pane e al vino era quella aristotelica, oggi piuttosto fuori moda. Il meccanicismo l’ha rimpiazzata, a quanto pare fa molto bene alla scienza. Tuttavia, purtroppo, sotto questo nuovo paradigma la transustanziazione soffre: il pane e il vino, infatti, non esisterebbero in senso stretto, esiste solo, per esempio, una configurazione di atomi che noi convenzionalmente, tanto per capirci, chiamiamo “pane e vino”. Ma se la sostanza appartiene solo agli atomi, e Cristo muta la sua, l’unica che puo’ acquisire è proprio quella degli atomi, che però, oltre a costituire il pane e il vino, costituiscono l’intero universo. Tutto finirebbe in un orribile quanto amorfo panteismo molto lontano dalla mentalità cattolica. No, qui per salvare la baracca bisogna recuperare in qualche modo Aristotele.

Fortunatamente, non è poi così difficile. Si puo’ partire osservando due cose:

1) per TUTTI il pane e il vino esistono,

2) l’esistenza del pane e del vino è compatibile con l’esistenza degli atomi.

Quando una verità convenzionale calza a pennello la cosa migliore è considerarla una verità punto e basta. Perché mai ripiegare sulla convenzione? Se il giallo è giallo e appare giallo a tutti, meglio dire che il giallo esiste, non che è una convenzione con cui indichiamo certe frequenze d’onda. L’esistenza del pane e del vino è senso comune, cio’ significa che l’onere della prova ricade sulle spalle di chi nega questa evidenza universale. Il negatore, però, non potendo dimostrare un bel nulla ritiene comunque di trovarsi in una posizione di vantaggio appellandosi al rasoio di Occam: postulare la realtà del pane e del vino non è necessario, quindi meglio non farlo, il discorso si semplifica, c’è un parametro in meno nel modello. A questo punto, a noi che ci inchiniamo quando il Sacerdote solleva l’Ostia, non resta che attaccare Occam, e il modo migliore per farlo è sostenere che cio’ che conta è la PROBABILITA’, non la SEMPLICITA’. A volte le due cose vanno insieme, nessuno lo nega: se sul luogo del delitto trovo l’avido erede della vittima con la pistola fumante in mano, posso ipotizzare che sia lui l’assassino, oppure che sia arrivato or ora ed abbia raccolto l’arma del delitto mettendo in fuga il reale assassino, ovvero l’altro erede da sempre generoso e devoto alla vittima. La prima ipotesi è più probabile perché più semplice, ovvio. Ma non sempre è così! Ci sono molte semplificazioni assurde che nessuno sostiene: pensare che i pianeti siano in realtà dei gatti è più semplice ma è anche assurdo, quindi improbabile. Pensare che i miei pensieri o la mia mente non esistano semplificherebbe le cose (e in effetti c’è qualcuno che lo pensa!), ma poiché è evidente il contrario, meglio privilegiare la probabilità piuttosto che la semplicità. Il meccanicista, alla fine della fiera, si ritrova su posizioni nominaliste, si tratta di una posizione scomoda di cui possiamo approfittare. Il nominalismo, d’altra parte, è l’omaggio che il vizio rende alla virtù, lo dico perché il nominalista non puo’ far a meno di parlare come se una cosa esistesse affermando poi che non esiste ma senza riuscire a dire perché, se non facendo l’inconsistente elogio della “semplicità”. Alla fine il nominalista – che spesso nutre una vera e propria venerazione per la scienza – rinuncia alla cosa che dovrebbe essergli più cara: l’evidenza. Ecco, per recuperarla non possiamo che consigliare un recupero di Aristotele, ma senza esagerare.

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TI

TI
 
Non amo le statue e, per quanto in questo momento la compagnia sia imbarazzante, fosse per me le butterei giù tutte. Ma prima di passare all’azione offro un argomento fondato sul cosiddetto Test dell’ Inversione (TI).
 
Prima di tutto lo descrivo: quando si ritiene che un certo cambiamento abbia conseguenze negative, considerare una modifica in senso opposto dovrebbe avere conseguenze positive. Qualora chi condanna il primo effetto neghi i benefici del secondo, occorre che si giustifichi, in caso contrario è ragionevole supporre che sia in preda ad uno status quo bias.
 
Ora, se si ritiene che le statue e i monumenti di personaggi storici imbarazzanti siano comunque necessari per comprendere la storia e il nostro passato, allora perché non metterne altre? Lo capiremo ancora meglio, il nostro passato. Se un “difensore delle statue” si oppone a questa aggiunta, deve giustificarsi. In caso contrario la sua potrebbe non essere una difesa genuina delle statue ma una posizione indotta da distorsioni cognitive. Naturalmente il TI si puo’ applicare anche agli iconoclasti proponendo loro l’abbattimento di più statue rispetto a quelle già buttate giù.

CRITICHE DISONESTE.

CRITICHE DISONESTE.

Il mio temperamento da bamboccione rifatto si accorda bene al lockdown, sento d’istinto il Potere come protettivo, lo cerco, il mio stile di vita si sintonizza facilmente su questa misura e la mia pancia benedice chi la adotta. La mia pancia, ma la mia testa, ahimé, no. La mia testa si dissocia. Perché questa schizofrenia?

Da un lato sono mosso da una paura istintiva del virus, non so che fare, entro nel panico e cerco di deresposabilizzarmi delegando un Padrone. Dall’altro lato, il lato della testa, mantengo una forte presunzione in favore della libertà individuale. Mi dico che non puoi ordinare alle persone di rimanere a casa – di fatto ai domiciliari – come misura “prudenziale”, se lo fai hai l’onere di dimostrare che i benefici così ottenuti superano drasticamente i costi, e quando dico “drasticamente” intendo con un rapporto di almeno 5 a 1. Quasi nessuno ha nemmeno provato a sobbarcarsi questo onere. E, vi prego, non venitemi a parlare di quella pseudo-scienza a base di “modelli predittivi”, fossero anche quelli inutilmente sofisticati dell’Imperial College. Aggiungo subito che questa è la mia filosofia, molti ne fanno volentieri a meno e invocano ogni tre per due il mitico “principio di precauzione”.

Consentire ad un governo di “sbagliare per eccesso di prudenza” significa spianare la strada all’oppressione e/o alla codardia. Fateci caso, il tiranno come il codardo non fanno che invocare “prudenza”, non esiste altro per loro, è l’unica bussola. Purtroppo, non c’è Male sulla Terra che non possa essere giustificato sventolando questo vessillo. Il nostro, per fortuna, è un caso di codardia, di un tale capitato lì per caso che cerca affannosamente qualcuno che gli scriva le leggi affinché possa declamarle in prima serata con tutto il contegno del caso, e naturalmente questo qualcuno lo trova nei soliti tecno-burocrati che fanno quello di mestiere: scrittori di decreti ministeriali ritagliati sulle esigenze dei burocrati stessi e sull’ampliamento del loro arbitrio. Uso parole dure perché il bersaglio è troppo facile, ma sono parole “disoneste”, lo so, chissà quanti altri si sarebbero comportati in modo simile, probabilmente anche i nostri beniamini. E’ la politica ad avere nel suo DNA certi automatismi, non si scappa. Più o meno hanno fatto così tutti, non vedo né colpe né meriti particolari. Per questo i modelli “sc-sc-scientifici” che fanno finta di mettere da parte le dinamiche politiche e la psicologia delle masse con lo scopo dichiarato di isolare la parte sanitaria del fenomeno sono solo complicati giochetti che consentono giusto a qualche professore di mettere per un attimo il naso fuori dalla noiosissima accademia.

E sia chiaro che, se il governo deve difendere i nostri diritti e non le nostre vite, gli individui, al contrario, hanno tutto il diritto di sbagliare per eccesso di prudenza. Se mi chiudo in casa e declino ogni invito, non accetto critiche di incoerenza.

Con la testa, poi, penso ai possibili errori fatti (più o meno da tutti) e mi stupisco di come non si sia sfruttata l’estrema eterogeneità del rischio contagio: le persone sane avrebbero dovuto avere una vita avvertita ma approssimativamente normale, mentre le persone con disturbi di base avrebbero dovuto essere molto più prudenti. Chiudere tutto a prescindere dai soggetti e dai luoghi significa somministrare la stessa medicina a tutti i malati. Ci siamo trasformati in un ospedale con una sola medicina, chi andrebbe a farsi curare in un posto del genere? Oltretutto, una medicina rozza: mia nonna con la terza elementare sa benissimo che senza contatti la malattia non si diffonde. I virologi che hanno studiato mezzo secolo più di lei non hanno davvero nulla da aggiungere? Un intervento governativo, semmai, avrebbe dovuto garantire alla minoranza vulnerabile di potersi isolare, procurare stanze d’albergo o strutture ad hoc disponibile per chi convive con gente attiva in case troppo piccole. Ma noi abbiamo un’ idiosincrasia per i “vestiti su misura” e un amore inquietante per le uniformi. E allor ecco una legge uguale per tutti: ottuagenari, giovanotti, Lombardia, Sardegna… per il grande capo nulla cambia. A proposito, fossi stato un terrone allora sì mi sarei veramente incazzato, da lombardo non posso nemmeno concedermi uno sfogo adeguato: ma come è possibile che regioni con un numero di casi irrisori vengano letteralmente congelate per mesi? Come e più delle regioni letteralmente impestate? Perché non ci si ribella? Al malizioso viene il dubbio che facciano più gola gli appetitosi sussidi che la possibilità di lavorare. Sarò un caso particolare ma non mi offendo affatto se una regione meridionale chiude le porte ai lombardi: in questa vicenda abbiamo avuto un destino differente ed è giusto prendere misure differenti. L’uniformità inefficiente ha invece trionfato, forse anche perché giova alla Santa Alleanza tra burocrazia e politica, evita che politiche diverse entrino in concorrenza e si confrontino, evita che ci siano vincitori e vinti, che ci sia chi ha fatto meglio e chi ha fatto peggio, consente al politico di turno di poter liquidare in modo evasivo le domande e le obiezioni.

Mi tolgo l’ultimo rospo: se un invasore facesse piovere i suoi missili sulle nostre città uccidendo migliaia di persone, reagiremmo, non ci limiteremmo a nasconderci nel buco. Ecco, noi abbiamo speso montagne di soldi in sussidi per far fronte alle conseguenze economiche di COVID-19, ma abbiamo speso relativamente poco a combattere il virus, o anche solo per conoscerlo meglio. Il virus ci attacca ma noi non lo combattiamo. Lasciamo che lo facciano altri per poi salire sul carro del loro vaccino. Quanto abbiamo investito per aumentare la capacità nel fare i vari tipi di test? Quanto abbiamo investito per il vaccino? Come abbiamo organizzato la sperimentazione su esseri umani volontari? Dopo mesi di crisi i soldi spesi per “tener buoni” i reclusi (l’unica cosa che interessa alla politica) sono una montagna che ci indebita a vita, quelli spesi per affrontare le cause del male un’inezia. Oltretutto, le conseguenze economiche della crisi si possono affrontare in due modi: deregolamentando l’economia (meno tasse, meno burocrazia) oppure sussidiandola (coldi a pioggia per tutti). Nel primo modo si libera il cittadino, nel secondo lo si rende dipendente e debitore. Secondo voi qual è stata la via scelta? Senza contare che nelle elemosine mafiose dei sussidi, i furbetti sguazzano. Devo anche spiegarvi il perché? Non ve lo spiego, non c’ho tempo, devo andare sul sito dell’INPS ad inventarmi una nuova babysitter, chiedere il PIN e incassare altri 600 euro di giugno. Se queste cose uno non le capisce, meglio, c’è meno concorrenza.

Lasciate in pace Ibn Harma

Ma a cosa servono i giuristi e gli esperti del diritto in genere?

Se i filosofi morali studiano i principi delle leggi e gli economisti le conseguenze, cos’ hanno da aggiungere i giuristi? Sappiamo quando una legge è giusta, sappiamo quando è utile, cosa vogliono da noi con i loro voluminosi tomi?

Ultimamente il problema mi ha un po’ preso la mano visto che riciclo questo attacco per la terza volta. In passato giungevo a conclusioni anodine ritenendo i giuristi dei filosofi in quarto o degli economisti con la lente di ingrandimento, ora propongo una tesi diversa: il giurista è un virtuoso del linguaggio. Un vero intellettuale quindi, forse il principe degli intellettuali. Cerco di spiegarmi meglio.

PREMESSA: qualsiasi civiltà studiate, vi accorgerete ben presto che esiste un’invariante: l’uomo usa le leggi per facilitare la convivenza ma si accorge ben presto che tali norme, per essere più efficaci, richiedono diverse eccezioni, ovvero dei momenti in cui la loro applicazione possa essere sospesa. Tuttavia, limitarsi a procedere in questo senso squalificherebbe la norma stessa agli occhi della comunità, la quale sospetterebbe l’arbitrio: “perché nel mio caso applichi la norma mentre nel suo la sospendi?”. Che fare? Talvolta si legittimano norme che servono a violare le altre, pensate solo al ruolo della privacy, a che serve? Sostanzialmente a consentire che altre norme vengano violate. Più in generale, occorre sostenere in modo plausibile la tesi che quelle eccezioni non siano da considerare tanto una sospensione della norma quanto una sua imprevista conseguenza. I virtuosi del linguaggio incaricati di spianare questa strada sono i giureconsulti.

Come sempre dei casi concreti aiutano a spiegarsi meglio.

Quando la legge aveva origine divina la si attingeva dai testi sacri e i problemi cominciavano regolarmente allorché ci si imbatteva in errori evidenti, o comunque quando gli uomini erano riluttanti o non disposti a seguire taluni comandi. Prendiamo le istruzione del Deuteronomio in tema di figli ribelli, parlo della prole di “dura cervice”, oppure ghiottone e incline a bere. Il caso e risolto con disarmante chiarezza, gli uomini della città aiuteranno il padre a lapidare il disubbidiente sulla pubblica piazza fino alla sua morte. Ora, si puo’ discettare su chi siano “gli uomini della città”, ma la sostanza del comando mi sembra abbastanza chiara.

Altro esempio: tagliare le mani al ladruncolo – pena prevista dalla legge islamica. Non crediate, era una norma inaccettabile anche per i tempi andati, eppure era di un chiarore cristallino.

Anche il secondo emendamento della costituzione americana sembra un tantino esagerato quando prevede che, per poter vivere in uno stato libero, il diritto delle persone a detenere armi non deve essere violato. Significa forse che posso comprarmi un caccia bombardiere o un’arma nucleare da tenere in giardino? Ovviamente sì, la legge parla chiaro, basta leggere. Occorre però fare in modo che significhi qualcosa di diverso.

La Torah richiede di cancellare tutti i debiti ogni 7 anni. Ah ah ah. Ma c’è poco da ridere, è legge divina – almeno per gli ebrei – e le parole sono inequivocabili.

Il prestito a interesse è proibito sia per gli ebrei che per islamici e cristiani. Non si capisce bene però come mai queste civiltà abbiano il sistema finanziario più sviluppato del mondo.

Alle autorità che vogliono realizzare un buon governo non resta che trovare il modo per aggirare la legge divina, un compito messo nelle mani dei giuristi. L’Islam è stato mastro in questa arte. Maimonide, per esempio, basando la sua opinione sul lavoro delle autorità precedenti, diceva del figlio disobbediente che non è soggetto a lapidazione fino a quando non ruba da suo padre e con il bottino compra carne di maiale e vino che poi mangerà di nascosto fuori dalla proprietà paterna insieme ad amici poco raccomandabili. Ma c’è di più, occorre che la carne oggetto del misfatto sia consumata cruda, ma non completamente cruda, bensì come è nella pratica dei ladri di professione. Il vino poi è consumato colpevolmente solo se diluito secondo il dosaggio usuale presso gli assassini. Il pasto, da tenersi in un’unica seduta, deve poi prevedere una quantità di carne del peso non inferiore ai 50 dinarim e una quantità di vino superiore ai ai 5 litri con almeno un litro a testa. Insomma, ancora oggi nell’Islam c’è dibattito se nella storia ci sia mai stato un figlio lapidato per disobbedienza al padre.

Tutti noi ridiamo delle conclusioni raggiunte da Maimonide. O meglio, rideremmo se le avesse raggiunte chiunque altro. Ma Maimonide è un saggio, conosce tutti i libri scritti, è quasi un dio in terra, difficile che sbagli, merita il nostro rispetto. Sarà per questo che molti giuristi vestono paramenti tanto ridicoli?

Anche per essere considerato “ladro” il candidato deve soddisfare una infinita serie di requisiti. Chi non li centra tutti, anziché avere la mano tagliata si limiterà a risarcire la vittima. la “qualificazione” degli atti è il rifugio di tutti i giuristi, il luogo dove tutti i problemi possono essere aggiustati.

Negli Stati Uniti sono stati usati vari argomenti per limitare l’effetto del Secondo Emendamento. Il riferimento che viene fatto a una milizia potrebbe essere interpretato come una limitazione del diritto di detenere armi ai membri di una fantomatica Guardia Nazionale, che non si sa cosa sia, ma che comunque non sono “tutti i cittadini”. Si potrebbe anche sostenere che, poiché lo scopo era quello di mantenere una milizia composta da cittadini, le armi di cui si parla sono solo quelle di uso militare. Su tale base si è ritenuto che una legge che vietasse i fucili a canne mozze non violasse l’emendamento. Sta di fatto che quando la Corte Suprema favoriva le restrizioni sulla proprietà delle armi, si è sempre trovata una “base giuridica” (o “finzione giuridica”) per giustificarla. Di fatto il diritto è una giungla dove continua a valere la legge del più (politicamente) forte.

Ma il trionfo dei giuristi americano si ebbe con il New Deal di Roosvelt, si trattava di sdoganare piani economici federali ingentissimi laddove il governo federale non poteva intervenire nell’economia degli stati. Missione impossibile direte voi. Nulla è impossibile a un giureconsulto creativo! Esempio, un tipico intervento da giustificare fu quello di imporre restrizioni sulla produzione agricola. Purtroppo, come dicevamo, il governo non puo’ interferire nell’economia di uno stato. Già, ma puo’ regolare il commercio tra stati. Si sostenne allora che un agricoltore che coltivava prodotti per alimentare il proprio bestiame era sostanzialmente coinvolto nel commercio interstatale poiché se non si fosse dedicato a quell’attività avrebbe dovuto acquistare i mangimi per animali altrove influenzando i prezzi sui mercati, compresi quelli praticati nel commercio interstatale, materia su cui il governo federale poteva finalmente intervenire. Con la clausola sul commercio interstatale si arrivò ben presto a giustificare qualsiasi intervento. Si giustificava, per esempio, anche il divieto federale sulla marijuana prodotta e consumata all’interno di un singolo stato. Il decimo emendamento, quello che garantiva l’autonomia statale in materia di organizzazione economica, è stato praticamente smantellato dagli alacri giuristi roosveltiani, e oggi un Presidente con una Corte compiacente, puo’ fare in ambito economico praticamente tutto cio’ che crede aggrappandosi alla formula magica del commercio interstatale.

Un altro meccanismo attraverso il quale si elude la legge considerandola ancora in vigore consiste nel creare dei meccanismi alternativi. A volte basta cambiare delle parole. I debiti si devono cancellare ogni 7 anni? Allora ecco che i rabbini si inventano gli “pseudo-debiti”. Cosa sono? Semplice, debiti che non si cancellano ogni 7 anni.

Un altro meccanismo ancora fu quello di prendere la legge alla lettera trascurandone lo spirito. Il prestito a interesse è vietato? Basta costituire una società in cui c’è chi mette il lavoro e chi mette il capitale, dopodiché l’utile viene ripartito in un certo modo che ricomprenda di fatto gli interessi a favore del primo socio. Oppure stipulare il prestito in una valuta straniera in modo che l’esito del contratto sia incerto, anziché chiamare l’interesse con il suo nome lo si chiamerà “assicurazione sui rischi valutari”. Oppure ancora prestare senza interessi obbligando però il mutuatario a comprare un bene prodotto dal prestatore. Oppure ancora definire l’interesse praticato in regime di concorrenza come “interesse giusto” e non considerarlo interesse.

Durante il Sabato ebraico il credente non puo’ deidcarsi ad alcuna attività fuori dal suo cortile. Poiché la cosa diventava assurda, i giuristi sono stati incaricati di “lavorare” su questa norma, si sono dedicati in particolare alla parola “cortile” e alla fine hanno deciso che si trattava di uno spazio circondato da mura e interrotto da porte. Ecco allora che ben presto il cortile si è trasformato nell’intera città (se ha delle porte). E se le mura non c’erano più fa niente, l’importante è che ci fossero in passato.

In Giappone la compravendita di organi è vietata. Ma se io ti consegno il mio rene e tu metti dei soldi sul tavolo e io li raccolgo uscendo non stiamo realizzando una compravendita, si tratta semplicemente di una doppia donazione: io ti dono il mio rene e tu mi doni i tuoi soldi.

La chiesa cattolica non consente il divorzio. Tuttavia, per chi desidera divorziare basta ottenere l’annullamento alla Sacra Rota. Se un matrimonio è “difettoso” lo decidono essenzialmente dei giuristi costantemente sintonizzati sugli umori del papa. Esempio tratto dal passato: nell’aristocrazia medievale, in cui si era tutti più o meno “cugini”, un espediente comune era quello di rintracciare nella genealogia di una coppia la prova di una consanguineità a rischio di incesto. Nel caos delle genealogie l’impresa era abbastanza semplice, specie per chi aveva il beneplacito implicito di poter procedere. Da sempre il divorzio cattolico ha seguito queste vie, per questo papa Francesco è una figura tanto sospetta: se avesse realmente voluto facilitare la comunione ai risposati avrebbe seguito questa via lineare facilitando l’annullamento dei matrimoni (divorzio cattolico), ma evidentemente, da buon gesuita, aveva ben altri progetti.

Ora il ruolo dei giuristi mi sembra abbastanza chiaro: aggirare le leggi mantenendone costante l’autorevolezza facendo ricorso ad un linguaggio ambiguo. Un’operazione che richiede grande padronanza dello strumento linguistico, anche se la cattiva fama di cui godono verso il grande pubblico è in qualche modo giustificata.

Chiudo con la storiella islamica che ha ispirato questi appunti.

Il poeta Ibn Harma si esibì per il Principe dei Musulmani e il Califfo fu talmente felice della sua performance da dirgli quello che tutti vorrebbero sentirsi dire: “nomina tu la tua ricompensa”.

Il poeta, noto bevitore, rispose: “mio Principe, dovrebbe inviare istruzioni ai suoi ufficiali nella città di Medina, ordinando che quando sarò trovato ubriaco ubriaco sul marciapiede e portato al posto di guardia, mi vengano risparmiate le 80 scudisciate di rito”.

Il Califfo si corrucciò: “ma si tratta di una punizione prevista dalla legge divina, non posso derogare”.

Il poeta si rattristò: “non c’è nient’altro che desidero dal Principe dei Musulmani.”

Al-Mansur ci pensò un po’, poi inviò istruzioni ai suoi ufficiali a Medina ordinando che se qualcuno avesse trovato il poeta Ibn Harma steso ubriaco sul marciapiede e lo avesse condotto al posto di guardia, a ibn Harma sarebbero state inflitte le canoniche 80 scudisciate, mentre al protagonista dell’operazione ne sarebbero state riservate 100.

Da quel momento, quando qualcuno vedeva il poeta disteso ubriaco sui marciapiedi di Medina pensava “cento per ottanta è un cattivissimo affare”, e così tirava dritto lasciandolo smaltire in santa pace la sua sbornia.

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PERCHE’ NON MI FIDO DELLA SCIENZA.

PERCHE’ NON MI FIDO DELLA SCIENZA.

Perché la scienza non parla, solo gli scienziati parlano. Ultimamente, poi, parlano sempre al microfono. Parlano con tutta la loro retorica, i loro bias, le loro ideologie e le loro idiosincrasie. Noi abbiamo con loro, e loro hanno con noi, una relazione sommamente anti-scientifica, per questo non mi fido. Quando sento l’espressione “comunità scientifica” metto mano alla pistola. Mi spiego meglio nella nota che segue.

Gli uomini hanno sempre avuto molte fonti possibili per formarsi delle credenze sul mondo fisico: l’intuizione, le sacre scritture, le tradizioni ereditate, le storie dei viaggiatori, le esperienze indotte dalla droga e le convinzioni degli esperti all’interno di varie professioni. Per molto tempo il prestigio è stato l’indicatore vincente: di fronte all’alto status dell’interlocutore sospendevamo il nostro scetticismo. Cio’ ha incoraggiato la creduloneria, abbiamo creduto a molte stranezze solo perché approvate da sciamani, grandi sacerdoti, imperatori, mistici… insomma, persone molto rispettabili.

Con il tempo la capacità predittiva verificabile comincio’ a rimpiazzare il prestigio. Lo scetticismo si dimostrò l’arma vincente per compiere questo passo che generò la scienza che generò la rivoluzione industriale. Tuttavia, come effetto collaterale di questo sommovimento, si accrebbe il prestigio dello Scienziato, un effetto alquanto ambiguo visto che i due grandi antagonisti di questa storia sono proprio Prestigio e Scienza.

Tesi: questo stesso scetticismo che ha generato la scienza, se esteso alle nostre relazioni sociali, può consentire una salutare prosecuzione della rivoluzione scientifica rendendo la nostra società più ricca ed efficiente. Perché, per esempio, non spostare l’ammirazione dallo Scienziato prestigioso e titolato all’individuo che vince le sue scommesse sul futuro?

Nella vita di tutti i giorni facciamo affidamento su moltissimi esperti che ci consigliano e agiscono per nostro conto: idraulici, cuochi, banchieri, gestori di fondi, produttori, politici, imprenditori, giornalisti, insegnanti, ricercatori, poliziotti, politici, regolatori, sacerdoti, medici, avvocati, scienziati, infermieri e così via. Tutti dichiarano di lavorare al meglio nel nostro interesse, ma se ti permetti di dubitare di tali affermazioni incontrerai una forte disapprovazione se non lo stigma sociale. Lo scetticismo, padre delle scienze, non è ben visto in certi ambienti. Alla fine non ingaggiamo direttamente esperti come i medici o gli avvocati sulla base dei loro risultati passati raccolti su un registro facilmente consultabile, li ingaggiamo per il loro prestigio, esattamente come i nostri antenati si facevano spiegare dallo stregone i misteri del cosmo. Ci viene detto che, a parte qualche mela marcia, possiamo fidarci di loro, e noi, anziché essere scettici, ci crediamo, addirittura ci schieriamo con loro per sentirci un po’ Scienziati anche noi. Un istinto atavico ci spinge all’amicizia con il potente riverito.

Il prestigio è in tali ambiti molto più forte dello scetticismo. Questa gente ha frequentato le scuole giuste, le università più rispettabili, è affiliata con istituzioni riconosciute e ha superato con profitto esami esigenti. Conclusione, dobbiamo fidarci. Dobbiamo farlo anche se il prestigio non porta l’avvocato a vincere la mia causa o il dottore a migliorare la mia salute. Devo fidarmi punto e basta. Ma questa è il tipico atteggiamento pre-scientifico! Proprio come i nostri lontani antenati erano troppo creduloni riguardo alle loro fonti di conoscenza sul mondo fisico che li circonda, oggi siamo troppo creduloni nei confronti dei molti esperti accreditati che parlano, parlano, parlano.

Sì, non è facile sviluppare modi migliori per sostituire il risultato al titolo, la scommessa accademica vinta sul campo all’accreditamento, il track record al curriculum, ma senza un adeguato scetticismo non ci arriveremo mai.

IL CONTRARIO DEL DPCM.

IL CONTRARIO DEL DPCM.

La pandemia ci trasforma in bambini, siamo talmente abituati a veder calare salvagenti (DPCM) dall’alto che l’idea di affrontare diversamente le relazioni umane non ci sfiora. Il “tiranno” democratico ci seduce, la sudditanza è un magnete, chiediamo solo di uniformarci. Il DPCM ci salva dallo stress delle scelte garantendoci diritto di critica, e infatti siamo qui tutti a vituperare “papà governo” con la foga dell’adolescente brufoloso, ma solo per dire che se i genitori fossimo stati noi avremmo fatto tutt’altro. Ci basta brontolare e sentiamo che l’onore è salvo. Eppure, il diritto dei padri ha da secoli forgiato almeno due armi idonee per trasformare il bamboccione in cittadino, il contrario del DPCM è l’endiade PROPRIETA’&RESPONSABILITA’.

Con questi due vecchi arnesi il potere viene delegato agli individui: il primo ci spiega chi decide, il secondo chi paga. Combinandole in modo opportuno possiamo andare lontano anche senza tiranni eletti. Scegliamo e critichiamoci. Per molti una pratica meno soddisfacente ma più matura.

Capisco che senza esempi concreti queste sono parole vuote, faccio ne faccio un paio.

Esempio 1: Prendiamo il rapporto tra padroni e lavoratori. Come andrebbe improntato? Se un lavoratore si ammala chi deve essere ritenuto responsabile? Preferite che pensi a tutto un bel DPCM oppure che il legislatore si limiti ad assegnare in modo opportuno PROPRIETA’ e RESPONSABILITA’?

Nel secondo caso, occorre porsi due domande fondamentali: 1) “chi decide?”, e 2) “chi paga?”. La prima domanda vuole capire chi ha il diritto di prendere le decisioni sui comportamenti da tenere nella relazione, la seconda chi rifonde gli eventuali danni alle vittime.

Tenuto conto che anche i soggetti in campo sono due – Padrone (P) e Lavoratore (L) – vediamo le quattro possibili combinazioni che si creano.

1A: decide P e paga P. Non funziona: P puo’ decidere solo nella relazione lavorativa di L (8 ore per 5 giorni la settimana), un tempo minimo della vita di L. Come puo’ P essere responsabile di un contagio che puo’ verificarsi in tempi e luoghi in cui lui non esercita alcun controllo?

1B: L decide e L paga. Non funziona, L è spesso un soggetto collettivo e le varie preferenze potrebbero entrare in conflitto. E poi, anche guardando a L come soggetto unico, si tratta pur sempre di un soggetto che non partecipa agli utili dell’impresa, le sue decisioni deresponsabilizzate sarebbero inefficienti poiché finirebbero per trascurare variabili cruciali.

1C: decide P e paga L. Potrebbe funzionare. In fondo, anche P è interessato alla buona salute di L, ed L puo’ sempre rivolgersi ad altri P qualora sia scontento del trattamento ricevuto.

1D: decide L e paga P. Non ci siamo. I malfunzionamenti rilevati in 1B e 1C sarebbero ancora più esasperati.

Esempio 2: veniamo ora al rapporto tra commerciante (Co) e cliente (Cl). Le domande sono sempre quelle: “chi decide?”, “Chi paga?”. Ed ecco le quattro combinazioni:

2A: decide Co e paga Co. Non funziona, sarebbe impossibile sapere se Cl si è infettato nel mio negozio o altrove. I difetti visti in 1A si ripropongono amplificati.

2B: decide Cl e paga Cl. Impossibile, le decisioni dei tanti Cl possono entrare facilmente in conflitto tra loro: io, che sono molto prudente, potrei accedere al negozio perché vuoto, nel frattempo un cliente meno prudente di me potrebbe entrare successivamente pregiudicando la mia prudenza.

2C: decide Co e paga Cl. Fattibile, in fondo se Cl è scontento di come si organizza l’accesso al negozio puo’ sempre rivolgersi altrove.

2D: decide Cl e paga Co. I difetti di 2B e 2A sarebbero ancora più macroscopici.

Alla fine penso che 1C e 2C siano le uniche soluzioni sensate.

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