Quarto passo: Dio è misericordioso (e si carica i nostri peccati)

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Un Dio del genere probabilmente ci starà vicino facendosi uomo. Ma cosa farà per alleviare la nostra condizione?

Come reagisce Dio al peccato dell’uomo? Come reagisce nel vederlo combattere con i suoi limiti? Reagisce facendo il suo bene (ovviamente). Cerca di sviscerare le implicazioni dei ragionamenti precedenti su questo tema.

Dio è misericordioso e perdona. Ma cos’è il perdono esattamente?

C’è un male oggettivo e un male soggettivo. Solo il secondo è “colpevole” in senso stretto.

Se non ti pago per un’impossibilità sopravvenuta compio nei tuoi confronti un male ma non ricade su di me una colpa soggettiva.

Se invece non lo faccio perché spero tu ti sia dimenticato del mio debito, compio una mancanza colpevole in senso soggettivo.

La prima situazione comporta un danno oggettivo, questo significa che non sia irrilevante, di solito parliamo di “colpa oggettiva”.

Molti sono irritati dal ragionare in termini di “colpa” e “perdono”: non si sentono affatto “colpevoli” e nemmeno intuiscono la sensatezza della dottrina del “peccato originale”. Dovrebbero ragionare meglio sul concetto di “colpa oggettiva”.

Comunque li capisco, ma questa irritazione non deve essere di ostacolo alla fede. Nei ragionamenti che qui conduco utilizzo la canonica terminologia fondata su “colpa” e “perdono” ma nulla osta a che questo doppio pilastro sia sostituito dalla diade più comprensibile di “limite” e “dono”. In altri termini: la dottrina del “peccato originale” puo’ essere compresa anche come dottrina del “limite originale”. Postulare che l’uomo sia una creatura limitata non dovrebbe irritare nessuno.

Il concetto di “limite” si avvicina molto a quello di “colpa oggettiva”, ovvero di “peccato originale”.

Sia il Dio che ci riscatta dalle nostre colpe che il Dio che ci innalza oltre i nostri limiti è un Dio buono. Chi preferisce la seconda immagine non avrà alcun problema a riconvertire tutto secondo quello schema.

Ma torniamo a noi.

La compensazione di una  mancanza – ora torno al gergo della colpa – ha quattro componenti: pentimento, scuse, risarcimento e penitenza.

Il perdono consiste nel trattare il colpevole (oggettivo o soggettivo) come se non avesse mai commesso la sua colpa.

Il perdono indebito, ovvero esercitato in mancanza di una delle quattro componenti, è a sua volta una mancanza di rispetto verso il peccatore poiché lo degrada implicitamente a bambino. Il perdono indebito attenta alla dignità dell’uomo. Il perdono indebito è un po’ come il dono consegnato a chi lo disprezza.

Tutti noi manchiamo verso Dio direttamente o indirettamente, è nella nostra natura. Nel primo caso lo trattiamo male non rendendogli merito, nel secondo maltrattiamo una delle sue creature. Nessuno di noi conduce una vita perfetta.

Analogia: se colpisco tuo figlio danneggio anche te ed è giusto che mi scusi anche con te.

A cio’ si aggiunge il peccato originale, ovvero un’eredità gravosa che ci mette in ogni caso nella condizione di non avere il diritto di accedere ad una condizione privilegiata rispetto a quella presente.

Il peccato originale ci rende colpevoli in modo “oggettivo”, e questa non è un’ ingiustizia, molto spesso registriamo ed accettiamo condizioni del genere come giuste. L’asse ereditario non è costituito solo da attività e nessuno lamenta questo fatto come “ingiusto”.

Se un ragazzo fuma come una ciminiera prima della pubertà, questo incide sui suoi geni in modo tale che aumenta il rischio di avere bambini obesi. E’ solo uno stupido esempio. Noi dobbiamo la vita ai nostri genitori, e se questa vita non è perfetta non riscontriamo in questo una grande ingiustizia, non è una vicenda in cui ha senso processare un colpevole perché colpevoli in senso soggettivo non ce ne sono. Ereditiamo il buono e il cattivo accettando tutto quel che viene di buon grado. Anche l’eredità materiale ci spetta solo se accettiamo i debito del de cuius.

Dio dunque è generoso e ci perdona facendosi carico dei nostri peccati e delle nostre colpe (oggettive e soggettive).

Ma come è possibile espiare un peccato per conto terzi?

Un’analogia spiega bene il ruolo di Gesù nelle nostre vite.

Supponiamo che dietro pagamento anticipato io mi impegni a pulire la tua casa. Supponiamo poi che abbia speso il compenso ricevuto ma omesso di fare il mio dovere a tempo debito. Ora che mi appresto ad eseguirlo mi capita un incidente che mi impedisce oggettivamente di rimediare al mio ritardo (ipotizzo un misto di colpe oggettive e soggettive). Tu t’incazzi. Giusto. Poi trovi un terzo che adempie gratuitamente ai miei doveri. Quali saranno i tuoi sentimenti nei miei confronti? Qualora io mi penta delle mie mancanze,  qualora io mi scusi, qualora io faccia tutto quanto è nelle mie possibilità per aiutare il terzo e qualora io gli renda onore per la sua generosa offerta, tu potresti anche perdonarmi. O no?

 

E’ dunque una situazione che l’intelletto umano comprende e trova ragionevole: un’aiuto gratuito che innesca una sequela di comportamenti opportuni che potrà poi chiudersi con un perdono divino.

Ma quale forma prende il risarcimento che il Dio Figlio elargisce al Dio Padre?

In generale potremmo ritenere che si manifesti con il vivere una vita perfetta.

E’ di fatto qualcosa di molto vicino alla dottrina della redenzione esposta sia nell’ Epistola agli Ebrei di San Paolo che nel Nuovo Testamento, ma anche da San Tommaso.

Il Credo parla di un Battesimo per il perdono dei nostri peccati. Con il Battesimo noi ci incardiniamo su quella via che – grazie all’azione della Grazia – ci porterà al superamento dei nostri limiti naturali (il cristiano, con San Paolo, direbbe: “al perdono delle nostre colpe attraverso la Croce”).

 

All’uomo non resta che pentirsi, scusarsi e fare penitenza, e per quanto gli è possibile dovrà anche risarcire il suo Salvatore, magari con la stessa moneta con cui è stato riscattato: ovvero vivendo una vita il più possibile ad imitazione di Cristo. Così facendo il cerchio si chiuderà con un perdono ed una chiamata in Paradiso dell’ ex-colpevole (o ex-limitato).

Se parliamo di “misericordia” è proprio perché – pur in presenza di scuse, pentimento e risarcimento conto terzi –  il risarcimento fornito in prima persona è necessariamente insufficiente, cosicché per parificare la bilancia della Giustizia occorre un atto di Misericordia. Tuttavia, come appena visto, si tratta di una misericordia perfettamente sensata, che non ha nulla di scandaloso.

Da notare, quindi, che questo processo di perdono non è un atto dovuto poiché non coincide con un dovere obbligatorio da parte di Dio. In esso si esplicita invece la sua santità, ovvero la sua inclinazione a compiere tutto il bene, anche quello non strettamente dovuto, qualcosa che abbiamo già visto per giustificare la creazione dell’universo. La misericordia divina, insomma, è un atto eroico anche se facilmente comprensibile dall’intelletto umano.

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Terzo passo: Dio è pietoso (quindi incarnato)

Abbiamo visto che probabilmente esiste un Dio, che probabilmente coincide con il Dio cristiano e che è un Dio d’amore. Ora vediamo meglio come ci aspettiamo che agisca un Dio del genere.

Personalmente da una persona buona mi attendo che condivida il dolore di colui che ama. Mi sembra del tutto ragionevole.

Ragionando a priori direi che un Dio innamorato della sua creatura viva una vita umana per starci più vicino .

L’uomo purtroppo soffre, ma è un bene che soffra: la sua libertà vale più del suo dolore. Rinvio al primo passo chi ha ancora dubbi in merito.

Noi, creature di Dio, siamo un po’ come i suoi figli (tanto è vero che lo chiamiamo Padre). Ebbene, un padre a volte è tenuto a tollerare la sofferenza del figlio per giusti motivi.

Esempio: alcuni genitori pretendono che i loro figli frequentino la scuola locale anche se malfamata, questo per contribuire a rinforzare i legami comunitari.

Detto questo, è inevitabile che chi ama l’uomo condivida il suo dolore standogli accanto e aiutandolo finché ritiene giusto farlo.

L’ incarnazione divina rappresenta la condivisione del dolore umano da parte di Dio.

Descritta in questo modo la dottrina dell’Incarnazione appare la più ragionevole, date le premesse, ovvero i “passi” precedenti.

La morte del Dio incarnato per i nostri peccati, poi, rappresenta l’aiuto dato all’uomo nelle giuste forme. Questa è la dottrina della Redenzione, ma procediamo con ordine focalizzandoci sull’Incarnazione.

Ma come puo’ Dio diventare uomo visto che la sua natura non gli consente di smettere di essere Dio? Il concetto di consustanzialità entra in campo a questo punto.

Dio si incarna acquisendo un corpo umano e una modalità umana di pensare, purché tutto cio’ sia un’ aggiunta alla sua natura divina e non una sostituzione.

Il concetto di uomo/dio ci appare contraddittorio. Dio e gli uomini hanno un modo di pensare e di vedere le cose radicalmente diverso: il pensiero umano è condizionato, per esempio, dall’avere un corpo.

L’uomo e razionale, buono e libero, ma lo è in una forma estremamente limitata rispetto a Dio. Come possono due nature convivere in un’unica persona?

Se facciamo attenzione, già la nostra esperienza terrena ci consente di intuire questa strana realtà: almeno dai tempi di Freud noi sappiamo che due menti possono convivere nella stessa persona in modo dissociato.

Una stessa persona puo’ avere due sistemi di credenze distinte e in qualche misura indipendenti tra loro. Sebbene entrambi i sistemi siano accessibili alla medesima mente, di fatto l’accesso viene dissociato.

C’è una “mente” nella Franzoni che sa di aver ucciso suo figlio ma l’altra mente, quella che la Franzoni utilizza di fatto quando interrogata, lo nega in buona fede. Come è possibile? Semplice, due menti convivono nella stessa persona e si auto-ingannano a vicenda.

In una certa misura l’auto-inganno è fisiologico poiché ci aiuta ad operare meglio: se ci credi dai di più. Se sei il primo a crederci mentirai in modo molto più abile, per esempio.

Nel caso della Franzoni l’autoinganno è patologico ma noi dobbiamo limitarci ad osservare che il processo di “convivenza” di due coscienze nella stessa persona è comprensibile anche all’intelletto umano, è un’esperienza comune (anche se in grado limitato): non dobbiamo necessariamente rinunciare ad un sistema di credenze per abbracciarne un altro, i due sistemi possono sussistere contemporaneamente.

La coscienza divina comprende quella umana, che non comprende quella divina. Ed entrambe convivono nella stessa mente.

Tutti i giorni facciamo questa esperienza anche in prima persona: in me c’è quella che vorrebbe mangiare il cioccolatino e quella che – per motivi dietetici – consiglia di evitare per motivi dietetici. Anche qui in nuce c’è uno sdoppiamento.

Ora è più chiaro quanto sia inconsistente l’accusa fatta al Padre di sacrificare il Figlio: sarebbe come rimproverare all’ io-prudente (che consiglia di limitare il consumo di cioccolato) di essere vessatorio nei confronti dell’ io-desiderante (che vorrebbe papparselo). Si tratta della stessa persona!

Il Dio incarnato sarà sottoposto a desideri e sofferenze tipicamente umane: freddo, fame, angoscia.

Questo significa che il Dio incarnato potrà fare anche il male?

Il male puo’ essere oggettivo o soggettivo. Nel secondo caso è intenzionale, per esempio quello che commette il ladro quando ruba. Un Dio incarnato che vive una vita perfetta non cadrà mai in tentazioni di questo tipo, non sceglierà mai di fare il male.

Ma il Dio incarnato è (anche) un uomo perfetto, per cui non sbaglia nei suoi giudizi: perché mai dovrebbe commettere un male soggettivo? No, il suo comportamento è esemplare e l’imitazione di Cristo è una strada sicura per la perfezione.

Detto questo, il Dio incarnato è affetto dai limiti della sua condizione per cui una decisione difficile, per quanto alla fine necessariamente corretta, sarà pur sempre fonte di angoscia e tribolazioni.

Una vita perfetta ma sofferta, quindi. Anche se il suo discernimento e i suoi poteri restano intatti, tutto deve passare attraverso i limiti del suo corpo.

Fin qui il ragionamento a tavolino su come ci attendiamo che Dio reagisca di fronte alla sua creatura che soffre e combatte sulla terra. Ora veniamo alla dottrina cristiana dell’incarnazione.

Nel Credo affermiamo che il Figlio discese dal cielo e si incarnò sulla terra diventando uomo. Sembra proprio che questo individuo – il Cristo – conservi le due nature. Non che la cosa sia stata esente da disaccordi.

Fu il Concilio di Calcedonia a cimentarsi con il problema. La formula ortodossa fu rigettata dei Monofisiti (oggi essenzialmente i Copti), i quali propendevano per un’unica natura del Cristo, e i Nestoriani, che consideravano il Cristo e Dio come persone differenti. Ad ogni modo oggi non ci sono disaccordi sostanziali.

Ma perché acquisire un corpo? Che necessità c’era? Per Platone, tanto per dire, l’essenza dell’uomo è la sua anima, non il suo corpo.

Diciamo allora che con il cristianesimo uscito da Calcedonia vince Aristotele.

Per Aristotele l’anima non è una parte distinguibile della persona ma la forma dei corpi, il modo in cui la persona agisce e pensa. Non puo’ pensarci un’anima completamente svincolata da un corpo. A Calcedonia vince Aristotele, per questo l’acquisizione di un animo umano implica l’acquisizione di un corpo.

Ricapitolando, Gesù è uno di noi, tranne che per il fatto che non puo’ sbagliare: è infallibile! La sua vita è perfetta, ma si tratta di una perfezione che costa sangue. Fu perseguitato, crocifisso e sepolto: tutto questo ha comportato una grande sofferenza per lui.

Gesù nacque da Maria. Perché non ebbe due genitori come tutti noi?

Avere come madre Maria e come padre Dio (e non Giuseppe) è un simbolo potente che rinvia alla natura dell’uomo/Dio.

D’altronde, non è un grande miracolo per Dio derivare due set di cromosomi partendo da un unico ovulo, ovvero quello di Maria.

Anche per questo, forse, Dio è di solito immaginato come maschio.

Gesù non muore ma ascende al cielo. Perché? Anche qui c’è un simbolo potente in azione: come era disceso dal Cielo acquisendo anche una natura umana, allo stesso modo, al termine della sua missione, vi ascende tornando alla sua natura divina.

Gesù ascende al cielo collocandosi alla destra del padre. Anche qui l’espressione presa alla lettera non ha senso poiché Dio non ha una dimensione spaziale, va intesa piuttosto nel senso che Gesù si colloca sul versante della giustizia e della salvezza.

Milano, al Museo Diocesano il Capolavoro per il 2017 è del Perugino: l'Adorazione dei pastori

al Museo Diocesano fino al 28 gennaio L’adorazione dei pastori del Perugino – noi ci siamo andati Domenica scorsa, una figata.

Secondo passo: Dio è amore (e quindi una trinità)

Perché il Dio più probabile – il Dio d’amore – dovrebbe articolarsi su tre persone divine?

A prima vista la cosa appare contro intuitiva.

Rendere conto del Dio-Padre è semplice, tanto è vero che ad esso credono anche ebrei e musulmani.

Ma il cristianesimo va oltre postulando l’esistenza di tra persone che agiscono in modo perfettamente coordinato. E’ questo un pleonasma? E’ questa una debolezza della dottrina?

Cerchiamo di ragionare in astratto immaginandoci Dio-Padre da solo, e ricordiamoci che dalla sua definizione discende che è un amante perfetto:

L’amante perfetto esige un amato.

L’amore più alto è quello tra pari. Per esempio, l’amore sponsale è più nobile di quello dei genitori verso i figli. Quest’ ultimo è naturale, oserei dire che è facile. Il primo invece va costruito sapientemente, esige sacrifici e adattamenti.

Questa pappardella è una verità talmente cruciale che il cristianesimo la esprime postulando l’esistenza di un Dio-Figlio, ovvero di un amato della stessa natura dell’amante.

Per questo si dice che il Figlio non è creato ma generato. Per insistere sulla pari natura dell’amato. Per analogia: noi creiamo dal nulla (o quasi) i Playmobil, che sono oggetti a noi inferiori. Ma generiamo i nostri figli, che sono (o diverranno) soggetti di dignità in tutto pari alla nostra.

Non esiste un momento in cui il Dio-Figlio viene generato, perché se esistesse esisterebbe anche un momento precedente in cui il Dio-Padre non ama un suo pari, il che non è possibile. Da cio’ deriva che il Dio-Padre e il Dio-Figlio si identifichino.

Veniamo ora alla ratio della terza persona.

Due amanti possono anche chiudersi in casa e amarsi in modo “egoistico”, estraniandosi da tutto.

Non di questo tipo l’amore divino.

Ma due amanti possono anche sposarsi, avere figli, partecipare attivamente alla vita comunitaria, essere propulsori di iniziative benefiche, e possono trarre queste energie proprio dal loro amore.

L’amore divino è di questo tipo.

Questo spirito di cooperazione tra Padre e Figlio che diffonde il bene intorno alla coppia è chiamato dalla tradizione Spirito Santo, ed è la terza persona della Trinità.

L’amore cristiano non è solo condivisione ma anche cooperazione per espandere la condivisione. Il concetto si sostanzia nella credenza dello Spirito Santo.

Anche questo ulteriore elemento discende necessariamente dai precedenti, cosicché lo Spirito Santo è elemento integrante della realtà di Dio, non viene generato in un tempo successivo.

Dal fatto che non possano esistere tre esseri onnipotenti che abbiano un qualche contrasto, discende la perfezione del loro coordinamento, pur nelle diverse sfere di competenza.

E’ proprio grazie al perfetto coordinamento delle tre persone che diventa possibile parlare di un unico essere articolato su tre persone.

In sintesi, come distinguere le tre persone?

Il Dio-Padre sta all’inizio della catena descritta, è quindi la persona “in-causata”, solo lui è “ontologicamente necessario”, direbbero i filosofi. Dio-Figlio e Dio-Spirito Santo sono “metafisicamente necessari”. Mentre il Dio-Figlio discende dal Dio-Padre, lo Spirito Santo discende dall’azione combinata di Padre e Figlio.

Perché solo tre?

Perché la storia dell’amore divino è essenzialmente quella che ho raccontato. Finisce così. Non necessita un quarto “step”, è sostanzialmente esaurita.

Notare che la dottrina, per quanto complicata, non pregiudica la semplicità dell’ipotesi teista poiché tutto discende senza ulteriori assunti rispetto a quelli semplici di partenza.

Perché di fronte a tre persone divine non parliamo di politeismo?

Perché le tre persone sono perfettamente coordinate, non discutono, non si confrontano, non confliggono, possiamo considerarle un essere solo e chiamarlo Dio.

La dottrina della Trinità puo’ essere raccontata in modo semplice: 1) una persona che ama veramente, ama nel modo più nobile 2) l’amore più nobile è quello tra eguali, 3) un amore autentico diffonde amore intorno a sé.

In fondo il matrimonio sintetizza abbastanza bene i concetti sottostanti alla Trinità: suggella l’amore più nobile, quello tra eguali (troppo facile amare la mamma, o il figlio). Un matrimonio riuscito desta ammirazione e voglia di imitare amando a nostra volta. Senza dire dei figli: un frutto dell’amore che produce altro amore.

Ma adesso che abbiamo speculato a tavolino, andiamo a vedere cosa dice la dottrina cristiana nel “Credo” niceano in merito alla natura di Dio. Dice forse qualcosa che si avvicina alle nostre conclusioni teoriche?

Il Dio cristiano è effettivamente trinitario e ogni persona ha la sua sfera di competenza

Il Dio-Padre dei cristiani è il facitore dell’universo.

Al Figlio spetta l’esecuzione delle opere. E’ questa Persona che nel cristianesimo si incarna e si fa uomo.

Registriamo quindi una corrispondenza tra teoria a tavolino e dottrina cristiana.

Ricapitolando, la teoria della Trinità sembra complicata ma in fondo si basa su due intuizioni abbastanza semplici e facili da sottoscrivere: 1) l’amore più nobile è quello tra eguali e 2) l’amore autentico si effonde nell’ambiente in cui è presente.

Non ci resta che verificare se nella storia esistono eventi in grado di riconnettersi in modo verosimile alla teoria razionale e alla dottrina cristiana.

God, Philosophy, and Saint Patrick: 3 PERSONS GOD
 FAUER
 Roaming Catholics
 TRINITY
 OLY
 SdN
4th Century: Saint Patrick uses a clover to explain the Trinity
2017:

La responsabilità sociale dell’impresa (RSI)

Sembra quasi che l’alternativa alla RSI sia l’irresponsabilità sociale dell’impresa.

Sembra quasi che chi dissente appoggi l’amoralità dei soggetti economici.

No: la posizione alternativa si chiama “etica degli affari” (EA).

L’ EA sostiene che l’impresa giusta sia tenuta a rispettare le regole di mercato (ed eventualmente a non trarre profitto dalle imperfezioni di mercato).

La RSI lega invece l’impresa alla “società in generale”.

Per l’ EA assumere al minor stipendio possibile o vendere al maggior prezzo possibile non è un misfatto dal punto di vista etico, per RSI sì.

Per l’ EA fare bene il proprio lavoro è cio’ che conta. I fautori di RSI vogliono ben altro dall’impresa.

Chi appartiene al movimento della RSI riconosce che l’impresa produca beni e servizi utili, che dia lavoro, che crei opportunità di investimento, che paghi le tasse, che segue le regole di mercato… detto questo si chiede: “sì, ma cosa fa per la società?”.

Chi si pone una domanda del genere non ha capito bene cosa sia il capitalismo.

Lo scopo dell’impresa non è quello di fornire posti di lavoro ma merci che la società richiede.

E’ il lavoro ad essere funzionale alle merci, non viceversa. Invertire i termini produce alienazione.

L’impresa contribuisce al miglioramento della società perseguendo il suo profitto.

Quando comincia il contributo di Bill Gates alla società in cui vive?

Nel 1994 quando fonda la “Bill & Melinda Gates Foundation” o nel 1975 quando fonda Microsoft?

Mettere la potenza di un PC in ogni casa e ufficio è stato il suo primo – e maggiore – contributo al miglioramento della società in cui vive, questo deve ammetterlo anche chi non è un fan di Microsoft.

Inoltre, i fautori della RSI rischiano di alzare una cortina fumogena.

Se una società falsifica i bilanci cosa mi frega se poi tratta i suoi dipendenti come principini?

Chiedendo all’impresa di perseguire obbiettivi che non sono i suoi, finisce per mischiarli con quelli suoi propri. Finisce per giustificare di fatto forme di compensazione etica improprie.

No: c’è solo un dovere, essere dei concorrenti leali.

Come se non bastasse, il concetto di RSI produce un grande spreco di risorse in termini di attenzione dei manager, del pubblico e dei media.

I manager, anziché focalizzarsi sui profitti onesti, spendono un mucchio di risorse in conferenze, tavole rotonde e cene di lavoro. Il tutto per studiare e pubblicizzare le attività “sociali” dell’impresa.

i giornali, anziché riferire e commentare i successi e i fallimenti commerciali, si concentrano senza costrutto sulle loro attività sociali promosse dal CEO di turno, oppure sulle proteste degli attivisti.

Cosa succederebbe se tutte queste risorse fossero reindirizzate per rendere più efficace il terreno di gioco su cui le imprese si sfidano in concorrenza leale.

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L’istinto artistico

L’uomo fa arte da sempre.

In Europa le prime pitture rintracciate sulle caverne risalgono a 30.000 anni fa.

Le prime incisioni rupestri africane almeno a  40.000 anni fa.

In Sudafrica i corpi umani venivano decorati con colori rosso e ocra già 100.000 anni fa.

Ma l’arte è anche un cosiddetto “universale” dell’uomo: tutte le culture umane del pianeta producono arte. Lo fanno ora e lo hanno sempre fatto.

Si dipinge, si scolpisce il legno, si acconciano i capelli, si tatuano i corpi, si decorano le abitazioni, si fa musica o poesia. Qualcosa si fa sempre e ovunque.

Vale la pena di capire di cosa stiamo parlando quando parliamo d’arte.

Non sappiamo nemmeno bene se la capacità di produrlae sia un adattamento o uno scarto di altri adattamenti.

Che differenza c’è? L’essere bipedi, per esempio, è un adattamento. La capacità di leggere è invece uno scarto residuale (deriva come effetto collaterale della visione, dell’abilità linguistica e della capacità di manipolare strumenti).

Steven Pinker, per esempio, ha sostenuto che l’arte è uno scarto: non serve a niente di utile per la sopravvivenza.

Ma l’arte è universale, e poi è anche “costosa”. Evidentemente ha una funzione sua propria, forse non è proprio uno scarto.

In sintesi, l’arte è sia inutile che costosa (in termini di tempo ed energia). Il fatto che esista in modo tanto pervasivo richiede quindi una spiegazione non banale.

Cosa sia esattamente l’arte è una questione che lascerei da parte, Walter Gallie sostiene che si tratta di un concetto “essenzialmente contestato”. Qui do per assodato che esista e che la gente ne usufruisca.

L’unica lasca definizione che azzardo è quella di arte come “qualcosa di speciale” in grado di calamitare l’attenzione e il godimento dell’uomo.

Dicevamo che l’arte è essenzialmente inutile, uno spreco.

Ma come puo’ la natura tollerare gli “sprechi”?

Non dovremmo migliorare le nostre difese contro l’attacco dei leoni anziché gingillarci scolpendo il legno?

Lo psicologo Geoffrey Miller ci avverte che, mentre la selezione naturale aborre lo spreco, la selezione sessuale lo esalta.

L’animale-uomo, come tutti gli altri animali, preferisce accoppiarsi con chi “”si puo’ permettere di sprecare il suo tempo”.

Il valore non risiede tanto nello spreco in sé, quanto nel segnale noto come “surplus di sopravvivenza”. Chi fa arte in un certo modo segnala un “surplus di sopravvivenza”.

Perché il pavone ha una coda così imponente e appariscente quando quella stessa coda segnala la sua presenza ai predatori e oltretutto lo intralcia quando fugge nel bosco?

Ma il pavone ha una coda simile proprio perché una coda simile lo mette in pericolo.

Sta dicendo alla pavoncella: “vivo nel pericolo eppure sono qui, evidentemente possiedo enormi doti di sopravvivenza, e le trasmetterò ai tuoi figli se sarai così gentile da accoppiarti con me”.

Gli evoluzionisti lo chiamano “principio dell’ handicap”. La produzione di bellezza, negli uccelli, deriva essenzialmente dall’esibizione maschile di un handicap per destare ammirazione e riconoscimento nella femmina.

La femmina, a sua volta, deve possedere la virtù del discernimento. Deve sapere, per esempio, che le splendide macchie blu sulla coda del pavone, depotenziano l’handicap qualora l’uccello viva in un bosco zeppo di fiori blu, questo perché anziché segnalarlo come preda lo mimetizzano. Le macchie rosse, invece, lo potenziano. Diciamo che le macchie rosse sono più belle di quelle blu.

Presso gli uomini le cose sembrano andare un po’ diversamente: l’arte non è un monopolio dei maschi, così come l’apprezzamento dell’arte non è un monopolio delle femmine.

Su altri punti l’analogia regge: anche noi siamo molto attenti nella scelta del partner e le energie investite per farsi scegliere o per scegliere correttamente non sono affatto sprecate.

Ma l’esibizionismo artistico degli uomini va ben oltre il corteggiamento, è un modo per impressionare l’altro in senso lato.

Un esibizionismo generico di buone attitudini: salute, energia, vigore, coordinamento, e molte altre doti che ricadono nei cosiddetti “indicatori di attitudine”.

Sherazad usa la sua arte del racconto per dilazionare la sua esecuzione, ed eventualmente scamparla. Spesso usiamo l’arte per intimidire i nostri avversari. Le gang urbane utilizzano i loro graffiti per marcare il territorio. Il comico utilizza il suo spirito per umiliare il disturbatore. Ci sono molte ragioni per cui impressionare l’altro giovi.

Disclaimer: non è importante che una persona sia conscia di usare l’arte in questo modo, l’unica cosa che conta è che l’arte funzioni se usata in questo modo.

Naturalmente quella di cui sto parlando è solo una funzione dell’arte, ce ne sono anche altre.

Per esempio: l’arte è anche un modo per rappresentare la bellezza inducendo piacere in chi ne fruisce, oppure è un modo per esprimere i propri sentimenti.

Diciamo che l’arte come esibizionismo è l’arte/animale mentre l’arte come rappresentazione della bellezza è l’arte/spirituale.

Le due funzioni non si escludono a vicenda, anzi,  tendono a mescolarsi ma possono essere distinte, tra poco vedremo come.

Sia come sia, l’istinto dell’arte risiede più nell’esibizione mentre la civiltà dell’arte risiede più nella rappresentazione/espressione.

Poniamo che Daniele ami l’arte con un approccio istintuale mentre Roberto privilegi un approccio civile. Daniele è sedotto dal lato animalesco dell’arte mentre Roberto da quello più spirituale.

Daniele e Roberto tenderanno ad apprezzare nell’opera cose differenti. Come individuarle?

L’opera ha proprietà intrinseche legate alla percezione diretta. In un quadro, per esempio, tutto quel che è visibile sulla tela (i colori, il disegno, la tessitura…) costituisce una proprietà intrinseca.

Ma l’opera possiede anche proprietà estrinseche, ovvero tutto cio’ che non percepiamo in modo diretto. Per esempio, la storia dell’artista, quante ore sono state necessarie per realizzare l’opera, se l’opera è un originale, il valore dei materiali utilizzati, gli strumenti impiegati…

Daniele tende ad interessarsi delle proprietà estrinseche mentre Roberto a quelle intrinseche.

Quando Daniele scopre che il pittore suo amico copia pedestremente i quadri di cui si vanta, si mostra sorpreso (negativamente). A Roberto la cosa non interessa, i quadri che ha davanti dopo la “scoperta” sono esattamente quelli di prima.

Daniela sprezza lo scrittore accusato di plagio con prove schiacciati. Roberto è indifferente alla cosa, a lui interessa solo la bellezza, non la fonte.

E’ chiara allora l’analogia tra Daniele e la pavoncella: anche lei sarebbe estremamente interessata qualora scoprisse che la coda del suo corteggiatore fosse posticcia.

Nel mondo dell’arte/animale, nella concezione dell’arte come istinto, nella visione dell’arte-esibizionista le proprietà estrinseche sono importanti: l’arte è essenzialmente un atto dell’artista, una testimonianza delle sue doti, della sua tecnica, delle sue capacità.

Sono queste cose – per Daniele – a fare la differenza.

Se un lavoro è anche aderente allo standard ma troppo “facile” da realizzare (come un dipinto ricalcato da una foto), Daniele tende a svalutarlo, almeno in rapporto ad un lavoro simile realizzato in condizioni che richiedono una tecnica artistica molto più ostica da dominare.

Più o meno consciamente Daniele si chiede sempre quanto sia stato difficoltoso realizzare una certa opera, anche se questa domanda prescinde dalle proprietà intrinseche dell’opera.

Daniele non andrebbe mai a visitare un museo in cui sono esposte i poster dei grandi capolavori, Roberto lo farebbe con entusiasmo.

Ma Roberto è una persona talmente rara che musei del genere non esistono.

Un giorno Letizia – amica comune di Daniele e Roberto, nonché scultrice – invita i due a vedere la sua nuova opera nel suo atelier.

Quando entrano, sul piedistallo principale viene esibita una scultura dal materiale friabile, una presenza delicata, dalla forma avvolgente e sinuosa punteggiata da minuscoli spuntoni uniformemente distribuiti su tutti i profili e dai colori tenui che variano dal rosa all’arancio, e il cui viluppo la fa somigliare  ad una conchiglia.

Bella, dice Daniele, sembra una creatura marina, mi richiama il mondo esoterico delle conchiglie.

Ma infatti è una semplice conchiglia, dice candidamente Letizia, l’ho raccolta Domenica a Varazze quando sono stata giù con Gino, le ho dato giusto una spolverata per togliere i residui di sabbia.

L’ammirazione di Daniele cala, quella di Roberto no. Roberto rimane estasiato e chiede di andare subito a Varazze.

E’ normale che sia così: a Daniele interessa molto la produzione dell’opera, esattamente come alla pavoncella.

La sua è una concezione animalesca dell’arte, non spirituale. Intende andare oltre la semplice percezione.

In Daniele risuona il nostro istinto per l’arte, in Roberto – ancora fisso a rimirare la conchiglia – l’istinto è stato soppiantato dalla civiltà dell’arte.

Daniele apprezza l’originale, non ama l’arte industriale, l’arte troppo derivativa. Usa l’arte per valutare l’artista più che per trarne un piacere estetico. A Daniele piace quel pittore, quel musicista, quello scultore. E’ un fan degli artisti più che dell’arte. Per lui la firma conta.

Per Daniele dall’opera deve emergere l’abilità, la tecnica, le doti dell’artista.

Gli artisti sanno che molto del loro pubblico è costituito da Daniele e dai suoi simili, anche per questo utilizzano spesso tecniche difficili che lasciano tutto sommato inalterata la qualità percettiva dell’opera. Fanno qualcosa che gli altri non riuscirebbero a fare, per loro è importante. Per loro, come per Daniele, l’arte deve essere rara prima ancora che bella.

Daniele, per esempio, preferisce ascoltare la musica in sala di concerto. E’ un evento unico (raro). In camera sua sarebbe più a suo agio: suoni sparati direttamente nel cervello con un’acustica perfetta, zero tossicchiamenti, niente poltroncine scomode, niente vicini molesti, niente abbiocchi, solo esecuzioni iper-selezionate e perfette.

Ma per Daniele l’esperienza originale conta troppo per rinunciare al contatto diretto con l’artista.

Un disco, in teoria, lo puoi ascoltare e riascoltare mille volte, questo toglie la sensazione di unicità.

Ovviamente, quando si tratta di musica, Roberto non si muove da casa sua, non è mai andato ad un concerto. ha una collezione di dischi che ascolta e riascolta.

La persona più simile a Roberto che io conosca è Glenn Gould, un vero docetista. Un giorno si trovava in platea a godersi un magnifico Richard Strauss diretto da Herbert von Karajan… cedo a lui la parola: “… la musica era così bella che ho lasciato la poltrona per andare nell’attiguo studio di registrazione e ascoltarmela in cuffia…”.

Ma c’è un altra ragione per cui la performance dal vivo viene preferita: lì l’artista puo’ sbagliare. Lì si valutano le sue vere capacità.

Questa ragione sorprende Roberto al contrario: “perché mai dovrei ascoltarmi un’esecuzione con possibili errori quando il disco mi garantisce esecuzioni perfette?”. Sarebbe da pazzi.

Il suo ragionamento non fa una piega, ma solo per chi adotta una visione convenzionale dell’arte.

Daniele, poi, non tollera quei cantanti che correggono ai sincronizzatori l’intonazione dei loro acuti. Alcuni addirittura prolungano certe note emesse dalla loro voce.

Roberto, al contrario, benedice i correttori digitali dell’intonazione. Essendo interessato alla bellezza li considera strumenti provvidenziali per ristabilire la perfezione.

Daniele ama i “generi”: dalla sonata al giallo, il genere obbliga l’artista a confrontarsi con dei vincoli esaltandone la genialità delle soluzioni sempre nuove e sempre fresche.

Per Roberto i vincoli sono solo un fastidio: operare senza vincoli è molto più facile! perché mettersi da soli il bastone fra le ruote?

Daniele ama le sculture in marmo. Forse perché il marmo è un banco di prova cruciale: non ci si puo’ correggere, non si puo’ tornare indietro.

Roberto ama le sculture in plastica: la possibilità di correggere le imperfezioni non è la via più facile verso la perfezione? Come dargli torto?

Roberto non vede l’ora che i robot prendano il posto dei pianisti, in modo da ascoltare esecuzioni senza errori.

Daniele maledice quel giorno poiché considera l’imperfezione umana, a volte, come un surplus di bellezza.

Ma Daniele va oltre: per lui la presenza di robot in certi contesti è assurda, non ascolterà mai il concerto di un robot, se non per mera curiosità.

Da un lato ci riconosciamo in Daniele, dall’altro le reazioni di Roberto sono molto più lineari: non è che a Daniele interessa la gara tra pianisti? E che quindi la presenza di un robot sarebbe assurda?

Ma sì che è così: ricordiamoci che la pavoncella si accoppia con i pavoni, non con i pavoni-robot.

Spostiamo leggermente il nostro fuoco pur conservando però l’apparato concettuale fin qui elaborato: la teoria dell’arte come esibizione ha una potenza esplicativa che va oltre l’arte in senso stretto.

Un tempo, almeno in America, l’aragosta era un cibo tipicamente popolare, una specie di pasta e fagioli. Un decreto di stampo umanitario stabiliva addirittura che non poteva essere inflitto ai carcerati più di tre volte la settimana.

Con il passare degli anni l’aragosta si estinse fino a diventare un cibo raro e costoso.

Anche il nostro gusto sembra essersi estinto e rigenerato: oggi consideriamo il suo sapore estremamente raffinato.

Probabilmente Roberto non avrebbe mai cambiato i suoi gusti. Daniele sì: il cibo dei ricchi è necessariamente anche “buono” per chi da peso alle proprietà estrinseche.

Un tempo una pelle nivea era molto considerata: l’abbronzatura era tipica dei contadini che lavoravano nei campi.

Oggi apprezziamo di più i colori scuri, quelli tipici di chi puo’ permettersi vacanze eterne.

Il gusto di Daniele sulle pigmentazioni cutanee è mutato, quello di Roberto è rimasto fisso.

Un tempo, quando tutti gli oggetti erano fatti a mano, la perfezione tecnica era molto apprezzata poiché segnalava grande abilità artigianale.

Oggi la produzione industriale ci fa sembrare addirittura banali simmetria e precisione, ovvero quelle che una volta erano le stimmate della perfezione estetica.

Tutti questi cambi di paradigma estetico sono facilmente spiegabili se ci focalizziamo sulle proprietà estrinseche dell’oggetto. Quanto siano importanti lo si evince dal comportamento di Roberto – ovvero di chi si focalizza solo sulle proprietà intrinseche – che ci appare come un marziano.

Preferite un cucchiaio di argento fatto a mano o un cucchiaio di alluminio?

Il secondo è più leggero, ha forma perfetta e standard ineccepibili, anche il colore è più nitido e uniforme.  Roberto non ha dubbi nel preferirlo, così pure l’abitante dell’Amazzonia a cui viene sottoposta la scelta estetica. Eppure Daniele elegge l’argento. Dice che le sue imperfezioni sono comunque affascinanti… e poi tra argento e alluminio non c’è paragone.

Dopo l’avvento della fotografia i pittori non potevano più pensare di impressionare il prossimo con il loro realismo o il loro dominio sulle forme anatomiche.

Impressionismo, cubismo, espressionismo, astrattismo… sono tutti generi nati per fare i conti con questo semplice fatto.

L’autenticità ha via via preso il posto della maestria.

Se la perfezione diventa facile da ottenere perde valore.

Dietro “ogni” tradizionalista spesso si nasconde un “esibizionista” (ovvero un cultore dell’arte come esibizione “animalesca”): la cosa fatta a mano ci piace perché rinvia ad un’ abilità. La stessa cosa – magari dalle forme ancora più regolari – fatta con uno stampo industriale e con materiali vili, la disprezziamo.

In architettura c’era un movimento – il “brutalismo”, una forma di razionalismo estremo – che si dilettava con il cemento.

Gli edifici che ha lasciato dietro di sé sono oggi visti con orrore dal pubblico più semplice, tutto sembra così freddo e disumano.

Ma sono apprezzati dagli specialisti che sanno perfettamente quanto sia difficile lavorare con il cemento, ovvero con un materiale indomabile che non tollera la minima correzione.

Al pubblico interessa la bellezza, agli specialisti la tecnica. Il pubblico ha un approccio spirituale, gli specialisti animale.

I coltelli che abbiamo in casa sono oggetti perfetti: forme filanti, colori nitidi, profili curatissimi.

Roberto li ammira incantato.

Ma per Daniele – come per tutti noi – non sono arte. Perché?

La teoria dell’arte come esibizionismo lo spiega bene: l’arte deve essere spreco mentre i coltelli sono utili.

Ricordiamolo: solo lo spreco segnala il nostro “surplus di sopravvivenza”.

Dedicando tempo ed energia a cose inutili, l’artista/animale ci sta dicendo: “posso permetterlo, le mie fantastiche doti di sopravvivenza mi consentono cose del genere”.

La differenza tra moda e abbigliamento lo spiega bene: i vestiti “servono”, certe mode assurde sono solo un lusso.

Il costume europeo è pieno di mode assurde: maniche larghissime che toccano il pavimento, parrucche alte mezzo metro, corpetti che strangolano…

E i tacchi? Ti impediscono di camminare e in più ti torturano i piedi. Eppure sono considerati “belli”.

Ora che conosciamo il principio dell’handicap sappiamo anche perché.

Il jeans è molto più pratico e resistente della seta. Forse proprio per questo ci sembra più brutto. Principio dell’handicap.

***

E per voi l’ arte cos’è? Esibizione o rappresentazione/espressione? Tecnica o bellezza’’? Animalità o spiritualità?

Siete più simili a Daniele o a Roberto?

L'immagine può contenere: 1 persona, in piedi e scarpe

 

 

 

Là dove il mondo non finisce

Se domani la civiltà dovesse collassare, vorrei stare in Svizzera.

Se domani i marziani dovessero invaderci, vorrei vivere in Svizzera.

Se domani dovesse esplodere un conflitto nucleare su scala mondiale, io mi rifugio in Svizzera.

La minuscola Svizzera mi appare come il paese più blindato contro ogni collasso sistematico.

Un piccolo esempio: c’è una fontana sorgiva ogni 300 metri.

Solo a Zurigo ce ne sono 1200, alcune bellissime, altre scassatissime (anche se in Svizzera non c’è niente di scassato in senso stretto, lì “scassato” significa al massimo disadorno).

Se piovono bombe su tutti gli acquedotti principali, gli svizzeri continuano a bere alla nostra salute.

Il sistema politico è talmente decentrato che se piove una bomba atomica sulla capitale annientando tutti i palazzi governativi con dentro tutti i politici, gli svizzeri manco se ne accorgono: tirano benissimo avanti con tutti gli altri governi che hanno sparsi sul territorio.

Gli svizzeri sono il popolo più armato sulla terra, anche se vivono perennemente in pace. Forse l’ultima scaramuccia risale al 1815!

Tuttavia, l’eventualità di essere attaccati è una loro ossessione. A 60 anni suonati ti tocca ancora svegliarti di notte per l’esercitazione di rito.

Lo svizzero è sempre “arruolato”, non si congeda mai.

La strategia svizzera in caso di attacco?: “prego, si accomodi”.

Ovvero: lasciare via libera all’invasore (magari marziano) e trincerarsi tutti sulle Alpi.

A proposito, le Alpi le hanno trivellate tutte come un groviera costruendo una “Svizzera ombra” che nessuno conosce, tranne loro.

Sembra che lì dentro ci sia tutto, impianti elettrici, linee di trasporto, scorte d’acqua e di viveri, ma anche le biblioteche. Sì, biblioteche con tutti i classici fino al 1950.

Se un dittatore pazzo dovesse incenerire tutti i libri stampati, la Svizzera salverebbe l’intero patrimonio. Un nuovo Fahrehneit 451 andrebbe ambientato in Svizzera, non su Radio Tre.

Sembra che dentro quei cunicoli alpini possano viverci per anni, per secoli.

Oltre a migliaia di rifugi militari, ci sono poi centinaia di rifugi privati. Ma è roba tosta, roba anti-nucleare.

Sti svizzeri continuano a migliorare la loro già fantastica rete ferroviaria adibendo i vecchi tunnel a rifugi militari.

Gli svizzeri sono ridicolmente preparati per la “catastrofe”. Sono il sistema politico meno fragile che conosca. Piacerebbe a Nassim Taleb.

In Svizzera tutto è ridondante: se fallisce A c’è B, e se fallisce B c’è C. Appena ti giri trovi una rete di sicurezza di penultima istanza, un moschettone aggiuntivo, una cintura ulteriore.

La Svizzera è giustamente famosa per come preserva la ricchezza propria e altrui: un tempo conservavano l’oro nei loro inviolabili caveau, oggi criptano i bitcoin contro ogni attacco cibernetico, Nasa compresa.

Non guardano in faccia nessuno: dal perseguitato al criminale loro assicurano tutti.

Questa ossessione per la sicurezza li rende antipatici. Hanno salvato di gran lunga il maggior numero di ebrei dall’olocausto, dovrebbero essere insigniti della medagli al valore, e invece ancora ci stanno sul culo.

Sia come sia, quando il mondo finisce vorrei starmene in Svizzera, sono abbastanza sicuro che lì non finirà.

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Il primo passo: Dio esiste (probabilmente)

Forse è vero, forse la ragione non è necessaria per credere. Lo hanno sostenuto molti grandi maestri del passato e sarà anche così.

Sia come sia, la ragione è comunque necessaria per discutere. Tra credenti, deisti, atei e agnostici sussiste un unico terreno per un possibile confronto, quello delle argomentazioni logiche.

Poiché oggi i non credenti sono la maggioranza, forse anche tra chi va in Chiesa, diventa pressoché imprescindibile, per un credente, abbinare la ragione alla fede.

E vado oltre: oggi un credente privo di argomentazioni razionali rinforza e rassicura il non credente, il quale, osservandolo, pensa in questi termini: “la fede è un rifugio per i semplici, beati loro. Ad ogni modo non fa certo per me”.

C’è chi ha sostenuto che la logica rappresenta la principale arma dell’ateismo, o addirittura un’invenzione del demonio per confondere la mente del credente. In realtà le regole logiche rappresentano soltanto un metodo per ragionare correttamente e non stanno né di qua né di là, non sono né pro né contro dio.

Nell’alveo del pensiero occidentale, c’è anche chi ha ritenuto inutile qualsiasi tentativo di provare razionalmente l’esistenza di Dio poiché questi risulterebbe di per sé evidente alla mente umana. L’indirizzo di pensiero che teorizza la percezione immediata dell’assoluto è stato chiamato “ontologismo”. Ma è chiaro che se l’esistenza di dio fosse intuitiva come pretende l’ontologismo, non sarebbe necessario ricorrere a nessun tipo di prova. Tuttavia, ormai è generalmente acquisito che  l’idea di Dio non sorga spontaneamente nella mente di ogni individuo ma viene influenzata dall’ambiente esterno, tanto è vero che muta nello spazio e nel tempo. La presenza degli atei, poi, costituisce la migliore prova di come l’esistenza di un ente supremo sia tutt’altro che chiara.

Detto questo, ci sono molti approcci per coniugare fede e ragione.

Sul mercato delle idee contemporanee, quella teologia che alcuni chiamano “personalistica” merita, secondo me, un posto di primo piano. A parità di rigore, la trovo in un certo senso più “fresca” e “comunicativa” rispetto alla Scolastica tradizionale che da sempre domina nel mondo cristiano e cattolico in particolare.

A proposito di cristianesimo, su alcuni punti cederò ad eresie, il principio guida per me qui resta la ragione. Ad ogni modo mi mantengo sulle generali, lo specifico cristiano sarà oggetto di un altro post.

Quel che qui compio è solo il primo passo verso la fede. Si tratta di un atto importante e spesso equivocato. Mi spiego meglio.

Nel discutere con i non credenti a volte sono in imbarazzo. Faccio un esempio, si parla di miracoli e loro trovano la cosa decisamente assurda. Si discute di preghiere e loro trovano le tesi tradizionali campate in aria.

Non mi sorprende: pregare puo’ apparire assurdo se non si è “compiuto il primo passo”.

Guardare con interesse i miracoli puo’ apparire assurdo se non si è compiuto il primo passo.

In generale: è assurdo discutere se il decimo passo sia nella giusta direzione quando non si sa nulla del primo, del secondo e del terzo passo.

Si noti che lo stesso vale per la scienza: l’ipotesi che esistano infiniti universi ci appare assurda. Ma questo solo se non abbiamo compiuto i primi passi nello studio della cosmologia.

Postulare che il comportamento della materia dipenda anche dall’osservatore puo’ apparire assurdo a chi non ha ancora compiuto il primo passo nella fisica quantistica.

Postulare che il tempo possa oggettivamente trascorrere a velocità differenziate sembra assurdo per chi non ha compiuto il primo passo in materia di “relatività”.

Postulare che il corpo umano sia il frutto esclusivo dell’evoluzione biologica puo’ apparirci assurdo se non abbiamo compiuto i primi passi studiando come procede l’evoluzione sulla terra.

Ecco allora che il primo passo – quello che compio qui – diventa cruciale. La “conoscenza di fondo” è tutto quando si parla di miracoli, di tempo, di infiniti universi eccetera. E’ nella conoscenza di fondo che deve risiedere il buon senso, non nella conoscenza finale a cui si giungerà.

Di seguito sosterrò che l’ipotesi teista prevale come spiegazione migliore della realtà globale, almeno se utilizziamo i comuni criteri con cui selezioniamo le ipotesi scientifiche.

Una tesi ardita, mi rendo conto, specie se calata in un mondo accademico che tollera la fede purché non abbia pretese razionali.

Il programmino è all’incirca il seguente.

Dapprima definisco cosa intendo per “Dio”.

Poi difenderò l’ipotesi teista dal punto di vista epistemologico: è l’ipotesi più semplice.

Poi la difenderò dal punto di vista empirico (una volta si diceva “cosmologico”): è l’ipotesi più probabile.

Poi la difenderò dal punto di vista antropologico: è la più adatta nel dar conto dell’esistenza di una creature libera e cosciente come l’uomo.

Infine la difenderò contro le obiezioni più frequenti: quelle legate alla presenza del male e all’assurdità dei miracoli.

Nella mia difesa razionale accantono gli argomenti logici – che mi sembrano piuttosto sofistici – e anche quelli esistenziali legati al senso della vita e alla morale: penso che anche un ateo possa a suo modo dar senso alla propria vita e riconoscere molti precetti morali fondamentali.

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Secondo Edoardo Lombardi Vallauri, Dio è un concetto indefinibile e comunque insensato.

Certo, non lo si puo’ definire in modo completo, ma questa lacuna interessa molte realtà concrete che mai liquideremmo come “indefinibili e insensate”.

Se vogliamo definizioni esaustive, allora dobbiamo ripiegare sulla matematica o sulla geometria, ovvero scienze prive di contenuti. Non mi sembra un bell’affare. Per quanto riguarda Dio, la definizione di cui disponiamo è più che sufficiente per condurre ragionamenti sensati.

Innanzitutto, il Dio dei credenti è una persona che possiede poteri infiniti.

Il teismo afferma che Dio è un essere personale. Per persona intendo un individuo con poteri di base legati all’azione intenzionale. Dio ha dei propositi suoi propri e delle se credenze. L’elemento caratterizzante è che Dio possiede questi poteri in misura infinita.

Come si vede una definizione semplice, che anche un bambino puo’ afferrare.

Ma vediamoli questi poteri: Dio innanzitutto è onnipotente.

L’azione divina non è limitata dalle leggi della natura poiché Dio può mutarle e sospendere a suo piacimento. Per usare il termine tecnico, Dio è onnipotente: può fare qualsiasi cosa.

E’ anche  onnisciente.

Dio dovrebbe essere onnisciente, cioè puo’ conoscere tutto. In altre parole, qualunque cosa sia vera, Dio sa che quella cosa è vera.

Dio è perfettamente libero (non condizionato da alcunché nelle sue scelte).

Le persone umane sono influenzate nel formare i loro propositi dai loro desideri, dalle loro inclinazioni intrinseche, dal contesto, eccetera. Siamo liberi in una certa misura di contrastare i nostri desideri e compiere azioni differenti da quelle che loro ci comandano,  ma tutto cio’  richiede uno sforzo non da poco. Gli esseri umani hanno un libero arbitrio limitato. In Dio, per contro, il libero arbitrio è invece assoluto: Dio è perfettamente libero.

Anche queste ultime descrizioni è facilmente afferrabili da un bambino, basta che pensi ad un Supereroe e il più è fatto.

Certo, andrebbe operataa qualche precisazione sull’onnipotenza divina: Dio puo’ fare “tutto quello che si puo’ fare” e, quindi, non puo’ fare “quel che non si puo’ fare”, In questo senso anche l’onnipotenza divina è limitata dalla logica.

Un essere onnipotente può fare qualsiasi cosa. Ma questo significa forse che possa far esistere l’universo e al contempo non farlo esistere? Oppure che possa fare in modo che 2 + 2 sia uguale a 5? Oppure ideare una forma quadrata e rotonda allo stesso tempo? Oppure cambiare il passato? La tradizione religiosa maggioritaria ha affermato che Dio non può fare queste cose; non perché Dio sia debole, ma perché certe locuzioni – per esempio, “ideare una forma quadrata e rotonda allo stesso tempo” – non descrivono nulla che abbia un senso. Dio non può fare ciò che è logicamente impossibile (ciò che potrebbe essere descritto solo con affermazioni insensate). 

 

Lo stesso deve dirsi della sua onniscienza.

Poiché a Dio non può essere richiesto di fare ciò che è logicamente impossibile da fare, a Dio nemmeno può essere richiesto di sapere cio’ che è logicamente impossibile sapere.

Mi sembra che sia logicamente impossibile sapere (senza possibilità di errore) ciò che qualcuno farà liberamente domani. Almeno se definiamo in modo radicale la libertà. Quindi, nessuno (nemmeno Dio) può sapere oggi (senza possibilità di errore) cosa sceglierò di fare domani. Per questo suggerisco di intendere per onniscienza divina il fatto che Dio sappia in qualsiasi momento tutto ciò che è logicamente possibile sapere in quel momento.

Dio è anche eterno, nel senso che il suo essere non ha né un inizio né una fine.

Dio – persona onnipotente, onnisciente e perfettamente libera – è, secondo il teismo, eterno. Ma ci sono due diversi modi di comprendere questo aggettivo. Possiamo comprenderlo, come chiaramente hanno fatto gli scrittori biblici, come esistente da sempre e per sempre. Io ritengo che questo attributo sia facilmente comprensibile da chiunque, e poiché la comprensibilità è un attributo primario della ragione, direi di imboccare questa via.

Ma c’è un altro modo di intendere “eterno”: possiamo comprendere l’aggettivo “eterno” come “senza tempo”, oppure “fuori dal tempo”.

Dio sarebbe eterno nel senso che esisterebbe al di fuori del tempo. Questo è il modo in cui tutti i grandi teologi e filosofi dal quarto al quattordicesimo secolo dopo Cristo (Agostino, Boezio e San Tommaso d’Aquino, per esempio) hanno compreso l’eternità di Dio.

In questo senso la mia visione si discosta da questa venerabile tradizione. 

Anche se molti insigni teologi hanno abbracciato questo secondo significato, personalmente preferisco accantonarlo, proprio perché difficile se non impossibile da comprendere per la mente umana. E non solo alla mente dei bambini! Come immaginare, infatti, un’azione fuori dal tempo? Impossibile. Un Dio fuori dal tempo è necessariamente impossibile, non riesco ad immaginarmelo come un triangolo. Non riesco a pensare che un triangolo ascolti le mie preghiere. Non posso pensare a Dio come a qualcuno che conosce tutto quanto è accaduto nel 1995 e al contempo pensarlo come un punto o una forma geometrica. Se lo pendo come essere intelligente devo pensarlo nel tempo. Eterno ma nel tempo.

 

Per esempio, non posso vedere che tutto ciò possa essere inteso dicendo che Dio sa (come accadono) gli eventi del 1995, a meno che non significhi che esiste nel 1995 e sa nel 1995 cosa sta succedendo allora … Quindi preferisco la comprensione di Dio essere eterno come il suo essere eterno piuttosto che il suo essere senza tempo. Esiste in ogni momento di un tempo infinito.

Dio, poi, non ha un corpo.

Dio è supposto senza corpo: la sua esistenza, la sua azione e la sua conoscenza non dipende dalla materia. Dio è puro spirito e pura intelligenza.

Anche questo concetto non presenta problemi per un adulto, e non è poi così difficile nemmeno per un bambino che comunque possiede un’idea di spirito.

Basta pensare all’esperienza di svegliarsi in una stanza buia senza sentire il proprio corpo – operazione facile anche per un’immaginazione scadente – per comprendere molto bene cosa significa “puro spirito”.

Dio è onnipresente. Un concetto in sè difficile se la presenza è intesa come estensione spaziale. Tuttavia, tutto diviene più semplice se riconduciamo l’onnipresenza all’onnipotenza: Dio puo’ fare tutto, ovunque e in ogni momento.

Concludiamo dicendo che l’esistenza di una simile persona ha delle conseguenze logiche. Una si impone su tutte.

Dio, essendo onnipotente, avrebbe potuto impedire all’universo di esistere, se solo lo avesse voluto. Quindi l’universo esiste solo perché egli lo consente. In questo senso, quindi, Dio è il creatore dell’universo e, essendo – per lo stesso argomento – ugualmente responsabile della sua esistenza continua, è anche il “sostenitore” dell’universo.

Il fatto che Dio oltre a creare l’universo lo sostenga (lo renda esistente in ogni momento) rende superflua persino la teoria del Big Bang come prova che l’universo abbia un inizio e quindi come indizio di presenza divina.

Per il credente l’universo potrebbe aver iniziato un certo numero di anni fa; le attuali prove scientifiche suggeriscono che l’universo abbia iniziato a esistere con il “Big Bang” circa 15.000 milioni di anni fa. Ma per lui l’universo potrebbe essere esistito per sempre. Il teista in quanto tale non è impegnato in una di queste posizioni.

Anche di fronte ad un universo eterno, infatti, noi dovremmo comunque rispondere alla domanda: “perché qualcosa anziché il nulla?”.

Un’altra conseguenza riguarda le leggi di natura.

 

Dio è responsabile, non solo dell’esistenza di tutti gli oggetti, ma anche delle loro proprietà.

Dio è anche responsabile dell’esistenza degli uomini. Cio’ significa che – non avendo alla nostra origine una radice nella  necessità fisica – la nostra libertà, per quanto minima sia, è molto più facilmente immaginabile.

 

Dio interviene poi nella sua creazione attraverso dei miracoli. Per esempio, cura un cancro attraverso un intervento miracoloso. Ma perché lo fa? Rinvio la risposta all’ultima sezione, qui mi  interessa dare solo un resoconto dell’azione divina.

Ma perché un Dio del genere sarebbe perfettamente buono?

Bè, un Dio perfettamente libero e che puo’ tutto fa sempre la cosa giusta, ed essere buoni è “giusto”. Il suo essere perfettamente buono deriva dal suo essere perfettamente libero e onnisciente. Una persona perfettamente libera farà inevitabilmente ciò che crede di essere (nel complesso) l’azione migliore.

Quale sarà il rapporto tra Dio e la morale? Bè, se ci sono verità morali – verità su ciò che è moralmente buono e cattivo – una persona onnisciente le conoscerà necessariamente.

Tuttavia, le leggi morali fondamentali possano essere colte anche dalla ragione umana indipendentemente dalle indicazioni divine: è sicuramente sbagliato torturare i bambini per divertimento, e questo indipendentemente dal fatto che esista o meno un Dio.

Cio’ non toglie che Dio ponga alcuni doveri strettamente legati alla Rivelazione. Dio, per esempio, è un generoso benefattore. Uno degli obblighi umani è (entro certi limiti) compiacere i nostri maggiori benefattori – dare loro qualcosa in cambio rispetto al grande favore che ci hanno fatto. 

Ma perché a volte Dio ci chiede questo surplus di obbedienza? Un’analogia lo spiega bene.

Quando Dio ci chiede di fare certe cose, diventa nostro dovere farle. Proprio come (entro limiti ristretti) diventa nostro dovere fare certe cose se i nostri genitori (quando siamo bambini) ce le chiedono.  Non sarebbe un dovere dedicare la domenica alla sua adorazione se Dio non avesse fatto sentire la sua voce in tal senso.

 

Ma anche in tema di doveri morali l’onnipotenza di Dio soffre alcuni limiti che oserei definire “logici”. Vediamo meglio di cosa si tratta.

Abbiamo appena visto che Dio è una fonte di obbligo morale: i suoi comandi creano dei doveri. Ma Dio non può esentarci da doveri che sono chiaramente nostri: non può rendere giusto torturare i bambini per divertimento. E’ sbagliato ordinare cio’ che è sbagliato. Mi rendo conto che alcuni lettori potrebbero essere sorpresi nel constatare che un credente possa affermare una tale indipendenza tra alcune verità morali e la volontà di Dio. Questa è, tuttavia, una questione su cui la tradizione filosofica cristiana è stata divisa proprio a metà; e nel dire quello che ho detto mi schiero che con due grandi menti come San Tommaso d’Aquino e il filosofo scozzese del XIV secolo Duns Scoto. Ma, se ci sono verità morali come “è sbagliato torturare i bambini per divertimento” che reggono indipendentemente dalla volontà di Dio, dobbiamo immaginarci che l’ordine divino “tortura i bambini per divertirti” sia insensato, ovvero suoni come il “realizza una forma quadrata che sia anche rotonda” di cui dicevamo prima.

 

Ci sono poi alcune azioni particolarmente lodevoli che meritano l’elogio, anche se chi non le compie non merita condanna:

Si tratta di “buone azioni” che eccedono l’obbligo minimo, sono note come azioni supererogatorie. Nessuna colpa ci viene imputata se non riusciamo a compierle, ma siamo da lodare quando lo facciamo. Non ho alcun obbligo gettarmi su una granata che sta per esplodere per salvare la vita di un amico. Ma se lo faccio merito le più alte lodi. Non ho l’obbligo di sposarmi e avere figli; ma, se ho figli, ho l’obbligo di nutrirli ed educarli. Ciò suggerisce un parallelo con la persona divina: anche Dio non ha l’obbligo di creare l’uomo, questo è un suo atto supererogatorio. Detto questo, con cosa viene a coincidere la bontà umana? Lo vedremo meglio parlando di Gesù (l’uomo perfetto), mi limito ad anticipare che una buona ipotesi è questa: compiere tutti gli atti buoni, questo non è logicamente possibile. Presumibilmente nell’ astenesti dalle cattive azioni adempiendo tutti i propri obblighi contornandoli con alcune azioni “eroiche”.

E’ appena il caso di aggiungere che Dio è unico, ma una conseguenza del genere, dopo la descrizione data, si presenta come necessaria.

Queste, dunque, sono le caratteristiche di Dio, non basta sapere che esistano, bisogna pensarle come proprietà necessarie.

2.

Ora che abbiamo visto cos’è “Dio” (anzi, “chi è”), vediamo cosa deve intendersi col termine “spiegazione”.

Una teoria del tutto deve spiegare la realtà nella sua totalità.

Il mondo è formato da oggetti – scrivanie e alberi, stelle e galassie, atomi ed elettroni, animali e esseri umani – che chiamiamo “sostanze” . Le sostanze posseggono delle proprietà: sono quadrate o hanno una certa carica di massa o elettrica; ma hanno soprattutto relazioni con altre sostanze. Gli eventi sono causati dunque dalle sostanze. Esempio: a dinamite ha causato l’esplosione, una certa palla da biliardo ha causato l’allontanamento di un’altra palla da biliardo e il tiratore ha provocato il movimento del grilletto della pistola.

Ebbene, gli esseri umani hanno da sempre cercato le vere spiegazioni di tutti gli eventi in cui si imbatte.

Le spiegazioni disponibili sono di due tipi.

C’è una causalità inanimata, e c’è una causalità intenzionale.

La prima, quella che si presenta in termini di proprietà meccanicistiche legate agli oggetti, è una spiegazione inanimata. La seconda – che tira in ballo credenze e scopi – è “intenzionale”. 

Eventi diversi hanno spiegazioni di natura diversa anche se alcuni filosofi ritengono che le spiegazioni del primo tipo siano sufficienti alla bisogna:

Alcuni pensatori hanno affermato, cioè, che le persone e i loro scopi non facciano realmente differenza per ciò che accade; gli eventi cerebrali causano e sono causati da altri eventi nervosi e provocano movimenti corporei senza che le persone e gli scopi facciano alcuna differenza. Senonché,  è difficile pensare coerentemente in questo modo. Occorrono molte forzature. La spiegazione inanimata puo’ essere riassunta nella formula: condizioni iniziali + leggi di natura = condizioni finali. Le leggi della natura possono essere universali (per esempio ‘tutte le particelle di luce viaggiano con una velocità di 300.000 km / sec . ‘) o statistiche (‘ tutti gli atomi di radio hanno una probabilità di ½ di decadimento entro 1,620 anni ‘) ..

La bontà di un’ ipotesi esplicativa si misura su quattro parametri: (1) accuratezza, (2) semplicità, (3) coerenza con la conoscenza pregressa e (4) inesistenza di un’ipotesi migliore.

Esempio: le tre leggi del moto di Newton e la sua legge di attrazione gravitazionale sono semplici (criterio 2) – almeno in confronto con alternative che potrebbero essere costruite.

La ‘semplicità’ di una teoria scientifica si realizza quando l’ipotesi postula poche sostanze (oggetti), ognuna delle quali si  mette in relazione con le altre in un modo descrivibile da formule matematiche le più semplici possibili.

Nella storia della scienza, tra i vari criteri, è quello della semplicità ad essersi dimostrato decisivo. Questo per il semplice fatto che non c’è nulla di più facile che costruire una teoria “accurata”, ovvero in grado di rendere conto dei fatti. Quel che è difficile è costruirne una semplice. La teoria di Tolomeo corretta dagli epicicli spiega l’universo al pari della teoria galileiana, ma quest’ultima è più semplice. 

Anche per questo il criterio della semplicità merita di essere approfondito:

Alcune teorie postulano “oggetti” che vanno oltre oltre quelli osservabili (come per esempio gli atomi e gli elettroni, o i quark o i quasar), ebbene il criterio della semplicità ci  impone di limitare questi oggetti, di limitare le loro proprietà: meno sono meglio è!

La regola per cui non dovresti mai postulare un numero di oggetti maggiore di quello strettamente necessario per speigare le tue osservazioni è spesso chiamata “rasoio di Ockham”. Ma come questa regola viene applicata dipende da ciò che si intende per “bisogno”. Ora vedremo meglio la questione.

I quattro criteri con cui giudichiamo un’ipotesi valgono anche per le spiegazioni personali.

Nello spiegare alcuni fenomeni causati da persone, cerchiamo un’ipotesi che sia in grado di predire certe situazioni in modo semplice e plausibile (adattabile alla nostra conoscenza pregressa).

I quattro criteri sono sempre al lavoro in ogni impresa conoscitiva nel selezionare la teoria migliore.

 

3.

Ora vediamo perché l’ipotesi teista è più ragionevole delle concorrenti quando si tratta di fornire una spiegazione ultimativa delle cose.

Cominciamo con l’osservare che a volte, nei nostri resoconti, spiegazioni inanimate e personali si intrecciano.

Le leggi della fisica, per esempio, spiegano perché una palla caduta da una torre a 64 metri da terra impieghi due secondi per raggiungere il suolo. Ma ricorriamo ad una spiegazione personale quando ci viene chiesto perché quel corpo è stato sganciato da una simile altezza.

La spiegazione ultima è quella che conta nel nostro caso.

La ricerca umana è concentrata sulla spiegazione ultimativa di ciò che è osservabile, ovvero quella cosa da cui tutto dipende. Quella cosa che sta in cima alla catena.

Sembrano esserci tre possibili spiegazioni finali disponibili.

La prima è quella materialista: una “spiegazione inanimata” completa.

La seconda è una teoria mista, la chiamerei “umanista”, nella quale si mischiano fattori inanimati e fattori personali.

L’ultima – il teismo – è quella che punta sul fattore personale, dove tra le persone si includono, non solo le persone umane, ma un essere personale di un tipo completamente diverso, Dio.

Questi tre concorrenti dovranno essere valutati sulla base dei criteri forniti nella sezione precedente.

La mia tesi è che il teismo fornisca di gran lunga la spiegazione più semplice disponibile. Il materialismo non è un’ipotesi particolarmente semplice quando si devono spiegare alcune realtà. L’umanesimo, poi, è un’ipotesi ancor più cervellotica del materialismo, qui non la prendo neanche in considerazione.

 

La spiegazione materialista è estremamente complessa, vediamo meglio il perché.

La grande complessità del materialismo deriva dal numero esorbitante di postulati di cui abbisogna per supportare la sua spiegazione, ovvero dal numero esagerato di oggetti e proprietà da premettere alla spiegazione.

Esempio: esiste un pezzo di rame che ha determinate proprietà, per esempio quella di espandersi se sottoposto a certe temperature. Il materialista descrive bene questo fatto. Ma poi?

Purtroppo per lui, tutti pezzi di rame possiedono quelle stesse proprietà osservate prima, eppure lui non è in grado di dire questa cosa.

Questo fatto crea un problema poiché bisogna spiegare come mai pezzi di rame differenti hanno le medesime proprietà.

Per ogni evento, la spiegazione materialista del perché sia accaduto si trova quindi nelle proprietà degli oggetti particolari coinvolti in quell’evento. Ma se è così la spiegazione finale è un coacervo di innumerevoli spiegazioni con innumerevoli postulati. Un gran casino.

La spiegazione finale della velocità a cui cade dalla torre un certo corpo risiede nelle proprietà di quel corpo e della terra. Un corpo simile si comporterà in modo simile ma necessiterà di una sua spiegazione ad hoc poiché è pur sempre un corpo differente dal primo. La spiegazione finale del perché un certo pezzo di rame si espande se riscaldato si trova solo e unicamente nelle proprietà di quel pezzo di rame specifico.

Il materialismo è costretto nei fatti a dare innumerevoli spiegazioni ad hoc per ogni evento poiché è incapace di generalizzare.

Ecco, il materialismo non puo’ generalizzare (e quindi semplificare): se un pezzo di rame ha le stesse proprietà di un altro pezzo di rame questa è una coincidenza da registrare come tale. La coincidenza di certe proprietà è un “fatto bruto” che la teoria deve postulare e poiché le proprietà coincidenti sono innumerevoli, sono tali anche i postulati necessari. Le cause ultime si moltiplicano in una spiegazione del genere.

Il ragionamento puo’ ripetersi anche nella dimensione temporale: perché mai un pezzo di rame di un secolo fa si comporta come un pezzo di rame a noi contemporaneo?

Il materialista non sa rispondere, si limita a dire che il primo pezzo di rame ha certe proprietà e il secondo – per mera coincidenza – ha proprietà simili.

Le due spiegazioni vengono a coincidere ma restano due spiegazioni differenti con postulati differenti per due realtà differenti.

Facciamo un’analogia: i miei genitori hanno causato la mia venuta al mondo ma se ora esisto la cosa non dipende più da loro: io esisto in virtù di qualcosa che riguarda solo me. Non sono più i miei genitori a “sostenere” la mia esistenza, cosicché esisto in virtù di qualcos’altro.

Il materialista si trova in questo blocco: non puo’ risalire ad un’ unica causa iniziale, ad una “singolarità” nel passato, deve continuamente tornare sull’oggetto specifico di cui gli si chiede conto. Ad ogni secondo che passa l’oggetto che deve “”spiegare è differente, e le spiegazioni si moltiplicano. Per questo la sua rimane un’ipotesi molto arruffata: postulare che le cause complete delle cose deve continuamente rifarsi a innumerevoli oggetti separati. la complessità esplode, la sua ipotesi è così tutt’altro che promettente.

E’ appena il caso di ricordare che una spiegazione è tanto più complessa quanto più numerosi e complicati sono gli assunti che richiede.

Il teismo non ha di questa necessità poiché basta assumere la presenza di Dio per spiegare tutto. Un solo oggetto spiega tutti gli oggetti.

Detto con altre parole: perché un certo atomo ha certe caratteristiche oggi che permangono anche domani? Il materialista risponde “boh, è così punto e basta”, che tradotto significa che “postula” che sia così: questa operazione richiede almeno DUE postulati: uno per le caratteristiche dell’atomo oggi, un altro per le caratteristiche dell’atomo di domani. E il discorso che abbiamo fatto nel tempo possiamo ripeterlo nello spazio: perché questo atomo ha le stesse caratteristiche di quello? Anche qui segue il “boh” materialista e il doppio postulato. Al teista, in un caso del genere, basta invece un unico postulato: Dio. Con quello spiega tutto. Puo’ fare a meno del postulato 1, del postulato 2 e di tutti gli altri. Ora, poiché il numero di premesse incide sulla complessità di una teoria, questa considerazione depone decisamente a favore del teismo.

Certo, il teista, rispetto al materialista, deve postulare l’esistenza di Dio. Ma Dio è un “oggetto” semplicissimo poiché le sue proprietà – come abbiamo visto nella definizione – sono presenti senza limiti (infinito).

La quantità “infinita” ci esonera dal dover descrivere dei limiti, a parte quelli logici visti prima.

La spiegazione teista è semplice perché il concetto di Dio è semplice.

Un esempio concreto illustra bene perché il concetto di “infinito” è più semplice rispetto a quello di “limite”.

La teoria della gravità di Newton postulò che la forza gravitazionale viaggiava con velocità infinita, piuttosto che con una velocità finita molto grande. Era più semplice pensare in questi termini. Allo stesso modo nel Medioevo la gente credeva che la luce viaggiasse con una velocità infinita piuttosto che ad una grande velocità finita.  Solo quando nel diciassettesimo secolo Römer  compì delle osservazioni incompatibili con la teoria della velocità infinita fu accettato che la luce avesse una velocità finita.

È un’ipotesi più semplice postulare una quantità infinita piuttosto che “molto grande”.

Per questo il teismo fornisce il tipo più semplice di spiegazione personale dell’universo.

Del limite vanno descritti i confini, un operazione complessa. Nel caso di quantificazione infinità questa necessità decade.

Possiamo concludere che dal punto di vista epistemologico il teismo si fa preferire alle spiegazioni rivali.

4.

E’ abbastanza sorprendente che il nostro mondo sia tanto ordinato. Ma la sorpresa riguarda il materialista più che il teista.

Diamo un’occhiata all’universo e alle straordinarie coincidenze che propone.

Esiste un universo fisico costituito da innumerevoli frammenti variamente articolati tra loro. È già straordinario che debba esistere qualcosa piuttosto che niente.

Sicuramente lo stato di cose più naturale è semplicemente il “niente”: niente universo, niente Dio, niente. Ma c’è qualcosa.

Ma la meraviglia si spinge oltre: ogni oggetto (per esempio il rame), per quanto distante nel tempo e nello spazio, possiede le medesime proprietà. Ma come è possibile? Se cio’ non ha una spiegazione ben precisa, sarebbe una straordinaria coincidenza.

Come dare conto di questa uniformità? Quella che cerchiamo è una Teoria del Tutto.

Supponiamo che esista una teoria del tutto. Ogni atomo e ogni elettrone dell’universo ha le medesimi proprietà. Perché’

Una coincidenza straordinaria per chi si ferma alle spiegazioni scientifiche.

Ma nessun ricercatore razionale accetta “coincidenze straordinarie”.

Se tutte le monete trovate in un sito archeologico hanno gli stessi contrassegni, o tutti i documenti in una stanza sono scritti con la stessa calligrafia, cerchiamo una spiegazione comune che vada al di là della coincidenza straordinaria.

Le apparenti coincidenze richiedono a gran voce una spiegazione: perché mai ogni elettrone con la medesima carica dovrebbe respingere gli elettroni di carica differente?

Perché mai le querce danno tutti ghiande? Perché mai le tigri si comportano come le altre tigri? Perché esistono delle leggi di natura?

Perché tanta inattesa regolarità?

Se gli oggetti materiali si comportassero in modo totalmente erratico, non saremmo in grado di controllare il mondo o le nostre vite in alcun modo. E’ per noi una fortuna che esistano delle regolarità.

Quindi, nel cercare una spiegazione del perché tutti gli oggetti materiali abbiano proprietà comuni, dovremmo cercare un’origine comune che al contempo si coordini con questa nostra “fortuna”.

 

L’ipotesi teista soddisfa questa condizione.

L’ipotesi teista fa sì che la regolarità nel mondo sia da noi attesa come probabile.

Innanzitutto, Dio, essendo onnipotente, è in grado di produrre un mondo ordinato.

Non solo, ha buone ragioni per scegliere di farlo: un mondo che contiene persone umane, innanzitutto, è buona cosa. Le persone hanno esperienze, pensieri e possono fare delle scelte. Queste scelte possono fare la differenza per sé e per gli altri. E’ un bene che sia così. In altri termini: la libertà dell’uomo è un bene e ci attendiamo che un Dio buono la valorizzi.

In un universo ordinato la nostra libertà ha senso: possiamo sforzarci di capirlo senza che questo sforzo appaia assurdo.

Possiamo imparare come funziona il mondo e così imparare quali azioni avranno gli effetti migliori. Capire il mondo è essenziale per valorizzare la nostra libertà.

Possiamo imparare rapidamente quando è probabile che le rocce cadano, quando i predatori attaccano, in che tempi una pianta cresce…

Come un buon genitore, un Dio generoso dosa la nostra conoscenza (la ricerca è infinita) e pretende da noi uno sforzo per ottenerla. E’ una forma di rispetto per la nostra libertà.

Ma il mondo come teatro ideale dell’azione umana non è l’unica ragione per cui Dio lo fa ordinato. Innanzitutto anche gli animali superiori sono coscienti, imparano e pianificano, e la prevedibilità delle cose consente loro di farlo.

Ma oltre a ciò un mondo ordinato è un mondo meraviglioso. La bellezza consiste in una forma sempre misteriosa di ordine, mai completamente afferrata. Il caos completo è brutto.  Dio ha ragione nel creare un mondo bello poiché la bellezza è una buona cosa. Basta che una sola persona la osservi e il bene che produce ripaga la creazione.

Gli uomini  vedono nella comprensibilità e nella bellezza del mondo come indizio di un creatore buono, e questo li rassicura.

Già Tommaso vedeva nell’ordine del mondo l’innesco delle sua quinta via.

Ma c’è anche un ordine nei nostri corpi. Come darne conto?

Il corpo umano è una macchina molto complicata. Già nel XVIII secolo alcuni pensatori sostenevano che non fosse possibile pensarlo come opera del casol’intervento Divino era ritenuto da questi autori come una necessità.

Come si può pensare l’esistenza di un cervello umano senza l’esistenza di un creatore? Si tratta di un organo troppo complesso per essere emerso in modo casuale.

L’autore più noto tra coloro che adottarono questo approccio fu William Paley.

Si badi bene, la sua proposta non implicava che la creazione fosse avvenuta in un momento particolare. Il pensiero di Paley rimaneva compatibile con una forma di “evoluzionismo guidato“.

In realtà il darwinismo ha portato un serio attacco a questa concezione.

  Darwin ci ha insegnato un’altra storia e i biologi contemporanei hanno via via colmato  le sue lacune conservando l’essenza della sua ipotesi di fondo.

L’opera di Richard Dawkins, tanto per dire, ripropone la concezione darwiniana ripulita e corretta in tutta la sua radicalità.

La spiegazione darwiniana dell’esistenza di organismi complessi è sicuramente corretta, e con essa il teologo deve fare i conti, purtuttavia non sembra stare in piedi come spiegazione ultima della realtà umana.

Anche ammesso che esistano delle leggi di natura come quelle isolate da Darwin, perché mai dovrebbero esistere? E perché mai proprio quelle?

Il materialista si limita a dire che una spiegazione per questo fatto non esiste. Punto. Trattasi di “fatto bruto“.

Per il teista, d’altro canto, la spiegazione risulterebbe semplice: Dio ha posto queste leggi affinché il mondo e l’uomo potessero venire gradualmente ad esistenza così come sono. Più sopra abbiamo appena visto perché l’esistenza dell’uomo sia un bene e quindi qualcosa di desiderabile per un essere perfettamente buono come Dio.

Consideriamo poi che un “brodo primordiale” differente nella sua composizione chimica rispetto a quello effettivo avrebbe dato esiti differenti.

In realtà possiamo dire molto di più, e cioè che delle condizioni di partenza differenti non avrebbero portato alla nascita della vita. Le condizioni iniziali favorevoli alla vita sono il frutto di una coincidenza.

Le cose, così come le vediamo, derivano da condizioni di partenza affatto particolari.

Se retrocediamo poi di 15 milioni di anni, ovvero all’epoca in cui l’universo comincio a formarsi, ci rendiamo conto che solo condizioni particolarissime spiegano che la nostra esistenza.

Come reagisce il materialista di fronte a questi fatti. Nell’unico modo che conosce: trattasi di coincidenza straordinaria. Punto.

Se le cose stanno in questi termini è sbagliato pensare che Darwin abbia spiegato il mistero dell’uomo, come sembra a pensare ingenuamente il buon Richard Dawkins quando si improvvisa teologo. Questo per il semplice fatto che esistono eventi antecedenti alla vita sulla terra, e sono questi eventi ad incarnare le “condizioni iniziali” per noi rilevanti.

Darwin, per meglio dire, non prende in considerazione questi fatti, il dominio della sua ricerca è molto più limitato, e quindi non spiega affatto come mai le condizioni iniziali del nostro universo fossero tanto particolari da consentire in ultima analisi la venuta ad esistenza dell’uomo.

  Il principio antropico afferma che se noi esistiamo e siamo qui, e che questa realtà è talmente sorprendente da dover essere spiegata.

E’ chiaro come le implicazioni del principio antropico siano favorevoli all’ipotesi teista.

Visto che nessun ricercatore razionale accetta come spiegazione l’esistenza di uno coincidenza tanto straordinaria, l’unica spiegazione che rimane in campo a disposizione dell’uomo di ragione è quella teista.

In realtà c’è un’obiezione ricorrente a questo schema, e suona all’incirca così: “tutti coloro che vincono la lotteria sono oggetto di una sorprendente coincidenza, che però non va spiegata affatto poiché ovvia”.

Senonché, una simile obiezione sembra equivocare l’argomento.

Si obietta nella sostanza che qualora le cose fossero andate diversamente non ci sarebbe stato nessuno a commentarle come facciamo noi ora qui. Di conseguenza, non c’è nulla di sorprendente se noi ci ritroviamo immersi in un universo ordinato non ne avremmo potuto mai trovare uno diverso.

Un’analogia serve a comprendere come questo ragionamento sia fallace.

Supponete che un uomo malvagio rapisca una vittima, la imbavaglia e la costringe in una stanza dove c’è una macchina che seleziona casualmente delle carte da gioco pescandole 10 mazzi differenti. Il sadico sottopone la sua vittima ad un gioco crudele: la macchina verrà messa in azione e qualora non peschi contemporaneamente 10 assi di cuori innescherà un esplosione letale per il prigioniero.

E’ chiaro che se la probabile conclusione funesta del giochetto si dovesse realizzare, la vittima non potrebbe mai verificare le carte estratte.

Quando si passa all’azione l’imponderabile si verifica, 10 assi di cuori vengono estratti e il sacrificio umano è evitato.

La vittima predestinata è la prima a pensare che un simile ha fatto straordinario debba essere spiegato.

Ma il boia si sorprende di questa esigenza e afferma – pensando di essere rigoroso – che non c’è nulla di sorprendente nel fatto che la macchina abbia selezionato 10 assi di cuori. D’altronde, se fosse andata diversamente, la vittima predestinata non sarebbe sopravvissuta, quindi, perché mai tanta curiosità?

Come si può facilmente constatare è la vittima ad essere dalla parte del buon senso e il sadico a condurre ragionamenti sofistici. La curiosità della prima è più che legittimamente e l’obiezione del secondo campata in aria.

La curiosità del teista non riguarda il fatto che noi percepiamo un ordine piuttosto che un disordine ma il fatto che questo ordine esista.

Può darsi anche che sia banale il fatto che noi percepiamo un ordine, d’altronde possiamo percepire solo quello, ma ciò non rende banale il fatto che questo ordine esista.

Alla luce del principio antropico, la vera ipotesi rivale del teismo diventa allora quella dei mondi infiniti.

Questa ipotesi sostiene che esistono miliardi e miliardi di universi e che il nostro è solo uno dei tanti.

In questa miriade è chiaro che tutte le possibilità si esauriscano, cosicché il fatto che esista un universo come il nostro non sia più una straordinaria coincidenza ma rasenti la necessità.

L’ipotesi ha una sua coerenza interiore, ma francamente non esiste alcun motivo per credere vere le complicate premesse su cui si fonda.

In conclusione possiamo dire che l’ipotesi di Dio è la teoria del tutto più coerente con l’evidenza disponibile.

Si noti che il Dio del teismo di cui sto parlando non ha niente a che  vedere col “dio tappabuchi” di certe fedi.

Il nostro Dio spiega perché la scienza spiega e non spiega ciò che la scienza non spiega.

5.

L’ipotesi teista spiega bene anche il libero arbitrio dell’uomo e la sua coscienza, evidenze che il materialismo, senza alcuna dimostrazione, non puo’ che definire illusorie.

I corpi, infatti, non sono l’unica chiara evidenza che ci sta davanti in questo mondo.

Gli uomini sono esseri coscienti: hanno pensieri e sentimenti. Gli atomi, per contro, non hanno né pensieri né sentimenti.

Il fatto che io abbia dei pensieri per me è ancora più evidente che il fatto di possedere un corpo. Si noti che chi elude le evidenze denuncia un atteggiamento antiscientifico.

Per quanto detto prima, la coscienza non può essere un attributo della materia, deve essere  attributo di qualcosa collegato alla materia.

Questa alterità presente a fianco della materia vorrei chiamarla anima.

La scienza nulla ci dice dell’anima mentre il teismo può spiegare agevolmente della sua presenza.

Il dualismo (esistenza di anima e corpo) sembra la necessaria posizione di partenza per un approccio ragionevole e fedele alle evidenze.

Mentre il corpo possiede una sostanza materiale, l’anima ne possiede una immateriale.

Mentre il corpo esiste in una dimensione pubblica facilmente constatabile da tutti, la mente esiste una dimensione privata facilmente constatabile in modo diretto solo da noi.

Mente e cervello ci appaiono come entità ben distinte anche se senz’altro collegate.

La differenza è abbastanza facile da cogliere. Io, per esempio, posso studiare il il mio cervello grazie ad un sistema di specchi e microscopi, esattamente come può farlo chiunque altro. Ma ho invece un accesso privilegiato per conoscere il mio dolore, i miei pensieri e tutti gli stati della mia mente. Questo perché li provo in prima persona, e nessun altro può sostituirsi a me in questa esperienza solipsista.

Un neurofisiologo non può osservare come la qualità di un colore che si presenta nel mio campo visivo. Solo io posso farlo, poiché si tratta qualità soggettiva.

L’alternativa è quella di sostenere che l’uomo sia composto solo da materia e che tutto il resto sia illusorio e quindi riconducibile alla materia.

In questo caso le mie rappresentazioni mentali, come per esempio il fatto di provare paura, sarebbero visibili al microscopio da un terzo.

Questo modo di vedere le cose è noto come monismo.

Poiché l’anima definisce la nostra identità, il monismo finisce per identificare la nostra identità con la materia. Ma questa posizione puo’ essere confutata con l’esperimento mentale dei trapianti di cervello.

Il cervello può essere rappresentato dai suoi due emisferi. Ora, c’è una buona evidenza che l’uomo possa vivere ed essere cosciente anche se privo di uno dei due emisferi.

Immaginate allora che qualcuno estragga uno dei miei due emisferi e lo trapianti nella scatola cranica di un’altra persona, per esempio un mio fratello gemello a cui è stato rimosso il suo cervello originale.

Alla fine di questa operazione quale corpo tra i due assume la mia identità? Entrambe le persone in questione pensano e si comportano come me. Entrambe hanno i miei stessi ricordi.

Ne consegue che per la domanda precedente non esiste una risposta certa.

E la cosa può divenire ancora più incerta se complico l’esempio. Se, per esempio, ipotizzo che i miei due emisferi vengano trapiantati in due scatole craniche differenti appartenenti a corpi differenti, chi sarò “io”?

L’impossibilità di rispondere con certezza a questa domanda ci dimostra che identità e corpo materiale sono due cose distinte. Io posso non conoscere l’identità di un soggetto anche se conosco tutto della sua realtà materiale.

Se un chirurgo pazzo – che ha intenzione di dividere in due Il mio cervello e di trapiantare i miei  due emisferi in due corpi differenti – mi dicesse che uno dei due soggetti in questione avrà una vita felice mentre l’altro sarà torturato di continuo, io non saprei come reagire. Questo perché non sono nella posizione per sapere alcunché circa la mia identità futura. 

E’ chiaro che l’imprescindibile concetto di identità richieda di andare oltre la materia dei corpi.

Una riflessione attenta su questo esperimento mentale dimostra che, per quanto sappiamo di quello che è successo al mio cervello – potremmo sapere esattamente cosa è successo a ogni atomo in esso – e ad ogni altra parte materiale di me, non sappiamo necessariamente cosa ha mi è successo. Da ciò segue che nelle questioni legate all’identità rilevano fatti che vanno oltre la costituzione del mio corpo. Questi fati riguardano cio’ che comunemente chiamiamo “anima”.

Conclusione: il dualismo sarà anche una posizione filosofica oggi poco popolate, tuttavia a me sembra che gli argomenti presentati in suo favore siano ineludibili.

Quel che si è detto per l’uomo vale in parte anche per gli animali superiori. Anche questi ultimi possono essere visti come dotati di un’anima. Gli stessi problemi prima affrontati sorgono per uno scimpanzé o un gatto come per un essere umano. Quindi possiamo postulare un’anima felina, che è la parte essenziale del gatto. Solo quando arriviamo a considerare animali senza pensieri o sentimenti non sorge più una domanda del genere, e quindi non è necessario postulare una parte immateriale dell’animale.

Il chiaro collegamento tra corpo e anima rende accettabile anche una posizione immanentista. Non voglio infatti negare che gli eventi cerebrali abbiano un ruolo nel condizionare l’anima.

La storia più credibile: a un certo stadio dell’evoluzione animale, un cervello animale è diventato così complesso che ha fatto emergere un’anima. In questo senso è difficile postulare l’esistenza di un’anima non originata da un corpo.

La posizione che collega l’origine dell’anima ad un corpo è detta appunto  “immanentista”.

Ma quale combinazione materiale fa emergere un’anima? Difficile stabilirlo con esattezza.

La mia opinione è che tutti i vertebrati potrebbero avere una vita mentale, per quanto depotenziata. Questo perché hanno tutti un cervello simile al cervello umano, che, sappiamo, provoca una vita mentale, e anche il loro comportamento è spiegato meglio in termini di  sentimenti e credenze. Ma non vedo alcuna ragione per attribuire una vita mentale a virus e batteri, né alle formiche o agli scarafaggi.

L’irrazionalità del filosofo materialista sta nel negare l’esistenza reale di una cosa che sta davanti a lui, nella speranza un domani di poterlo fare in modo argomentato. Ma questa allergia all’evidenza segnala solo una mentalità anti-scientifica.

I tentativi di studiare il cervello per capire il fenomeno della coscienza hanno ben poche speranze di risolvere il problema: si puo’, al limite, scoprire una grammatica ma non una traduzione, si puo’ scoprire una correlazione ma non un nesso casuale. Le diversità qualitative tra fenomeno fisico e fenomeno mentale sembrano irriducibili tra loro e il tentativo materialista votato al fallimento.

Il neurologo puo’ al più stilare una lista di associazioni mente/cervello.

La lista affermerebbe, per esempio, che gli eventi cerebrali di un certo tipo causano immagini blu, e eventi cerebrali di un tipo diverso causano immagini rosse; eventi cerebrali di un tipo causano la convinzione che 36 × 2 = 72, e gli eventi cerebrali di un altro tipo causino un forte desiderio di bere il tè.

Inoltre, gli scienziati, forse, potrebbero giusto elencare quali cervelli  diano origine alla coscienza.

Il problema rimane quello di spiegare queste liste.

Perché la formazione di un cervello in una certa maniera dà origine alla coscienza?

E perché certi eventi cerebrali danno origine a particolari eventi mentali?

Perché un evento cerebrale di questo tipo causa un’immagine blu, e uno di quest’altro tipo causa un’immagine rossa, e non viceversa?

Perché mangiare cioccolato provoca gli eventi cerebrali che causano il gusto che chiamiamo cioccolato?

Una semplice lista di correlazioni sarebbe come un elenco di frasi in una lingua straniera senza però che sia disponibile un dizionario per tradurle correttamente.

La teoria ci permetterebbe di prevedere quali eventi cerebrali di un un certo tipo darebbero origine a eventi mentali di un altro tipo.

La cosa non è molto innovativa. Un legame tra fisico e cervello è persino ovvio. Se do una bastonata in testo a caio è ovvio che proverà qualcosa. Il fatto che tra la bastonata e il dolore si crei qualcosa nel cervello non aggiunge molto alla storia.

Ora, ciò che in passato ha reso possibile ridurre certe teorie nei termini della fisica sta nel fatto che la realtà da spiegare riguardi comunque oggetti materiali dotati di massa, forma, dimensione,e posizione, eccetera. 

Ma le proprietà fisiche degli oggetti materiali sono completamente diverse dalle proprietà mentali del pensiero e del sentimento. Un pensiero non ha “il doppio del significato” di un altro, il desiderio di arrosto non si distingue dal desiderio di cioccolato per avere il “doppio di qualcosa”. Le relazioni tra eventi mentali non sono quantificabili come lo sono gli oggetti. Questa asimmetria rende alquanto dubbio il successo dell’approccio riduzionista.

 

Di certo oggi è molto lontana da questo obbiettivo.

Ma la scienza non potrebbe sorprenderci? Già in passato abbiamo avuto riduzioni inattese.

Esempio: la termodinamica, che si occupa del calore, è stata ridotta alla meccanica statistica, che si occupa di velocità. L’ottica è stata ridotta all’elettromagnetismo…

Ma c’è una differenza cruciale tra questi casi e il nostro.

Ogni precedente integrazione di scienze che si occupano di entità e proprietà apparentemente qualitativamente molto distinte, è stata raggiunta dicendo che alcune di queste entità e proprietà non erano come sembravano. La riduzione si ottiene, per esempio, separando il calore percepito da quello effettivo e dicendo che quest’ultimo è causato da un certo moto molecolare.

Ogni riduzione precedente separa il fenomeno dal fenomeno percepito al fine di “ridurre” il primo fattore.

Ma quando si arriva ad affrontare il problema degli stessi eventi mentali, non si può fare questa operazione, la storia della scienza mostra che il modo per ottenere l’integrazione delle scienze è ignorare il mentale, un’operazione assurda quando il contenuto diventa il mentale stesso.

Con queste premesse è normale che, per esempio, la spiegazione darwiniana della coscienza sia fallimentare: spiegherebbe altrettanto bene l’evoluzione di robot inanimati.

Al contrario, il teismo è a suo agio nello spiegare simili fenomeni.

Innanzitutto, Dio, essendo onnipotente, è in grado di unire le anime ai corpi.

Ha inoltre buone ragioni per farlo: avere una coscienza e un libero arbitrio è buona cosa. Chi lo negherebbe? Poiché Dio è buono è del tutto naturale aspettarsi da lui che faccia il bene.

Potrebbe anche avere una ragione per unire quest’anima particolare a questo particolare corpo, ma questo lo vedremo meglio nella sezione della teodicea.

La libertà è cosa buona e certamente l’uomo ne puo’ godere, almeno in parte.

Se gli uomini sono liberi, cio’ significa forse che violano le leggi scientifiche deterministiche?

Penso di sì, penso che il cervello in questo senso non sia un oggetto scientifico ordinario e che la nostra libertà cambi il corso delle cose. Non ci sono motivi sufficienti, al momento, per negare questa evidenza.

Alcuni si rifugiano nella fisica quantistica – indeterminata – per dire che in realtà le cose non siano tanto radicali. Il fatto che la realtà sia indeterminata rende ancor meno rilevante l’eresia del libero arbitrio ma questo non significa comunque equiparare la nostra libertà ad un evento casuale.

Possiamo concludere che anche su questo fronte l’ipotesi teista sembra distaccare le sue rivali: l‘esistenza di Dio si coniuga al meglio con i fenomeni discussi, che finiscono quindi per avvalorarla.

6.

Molti non riescono a credere per la presenza del male nel mondo: come puo’ un Dio buono aver creato un mondo con tanto male?

Un Dio onnipotente e buono avrebbe potuto prevenire queste sofferenze.

Evidentemente Dio ha barattato la libertà dell’uomo con la presenza del male. Ha fatto in modo che fossimo corresponsabili di come è il mondo.

La libertà senza responsabilità sarebbe una presa in giro. Ogni buon padre responsabilizza il figlio. La libertà che Dio ci concede è qualcosa di serio, non uno scherzetto.

A questo punto, però, entra in campo la canonica distinzione tra male etico e male naturale.

Nel primo caso il baratto male/libertà è evidente: Dio concede libertà di scelta all’uomo limitando la sua onnipotenza.

Nel secondo molto meno: le vittime di un terremoto a chi possono essere imputate? In molti casi a nessuno. Eppure Dio non previene nemmeno questo tipo di male.

Teniamo presente il fatto che il male non è mai una perdita pura: dal male viene il bene, così come dal bene puo’ venire il male.

La sofferenza sarebbe un male puro solo se il piacere fosse l’unico bene della nostra vita. Proprio perché il mondo moderno tende a pensare in questi termini sente in modo così acuto il problema del male.

Gesù sosteneva che è meglio dare che ricevere, e in questa massima sta la distanza con il mondo moderno.

 

Il sacrificio ci nobilita, difficile far passare questo concetto in una società ossessionata dal male fisico.

A volte chi puo’ morire per la libertà è un martire che muore felice, e l’alternativa avrebbe potuto essere quella di strascicare una vita mediocre fino a tarda età.

La mia sofferenza nobilita anche il mio persecutore. Il suo atto diventa rilevante  e la sua scelta decisiva: è una persona responsabile e quindi investita di tutta la dignità che hanno le persone chiamate a rispondere.

Chiediamoci quale sia il mondo migliore: quello piacevole ma senza responsabilità o quello pieno di inconvenienti ma con la responsabilità umana?

Ci sono molte probabilità che la seconda ipotesi prevalga, e che quindi la presenza del male abbia un senso.

Veniamo al male naturale: qual è il suo ruolo?

In genere si presenta come un banco di prova in cui si saggia l’uso che ciascuno di noi fa della propria libertà.

Nel fronteggiare il male compiamo le nostre scelte. Di fronte ad un male fisico posso sopportare con pazienza o lamentarmi: che faccio? Ho l’occasione per dimostrare la mia gratitudine a chi mi soccorre, il che non è poco.

Ma non basta il male morale come banco di prova? Perché si aggiunge il male naturale?

Una volta individuata una funzione del male, la quantità ottima di male è difficile da determinare.

Un mondo senza malattie, senza terremoti, senza disgrazie saprebbe produrre abbastanza coraggio, abbastanza eroi, abbastanza magnanimità?

Preferireste vivere una vita felice ma simulata, magari stando attaccati ai cavi di una macchina che agisce sul vostro cervello o una vita reale fatta di gioie e dolori autentici?

Scegliere la seconda opzione significa giustificare il male, anche quello naturale.

Dio, di regola, non sospende le leggi naturali per evitare un male, questo per facilitare la conoscenza umana dell’universo.

Ma perché non renderci edotti a minor prezzo? Imparare non è un pic nic. La conoscenza costoso ci consente di dispiegare la nostra voglia di conoscere.

C’è infine una terza giustificazione del male naturale, e riguarda la nostra radicale diversità.

Se il male naturale costituisce un banco di prova, perché persone diverse hanno “banchi di prova” diversi?

Perché alcuni sono vittime del terremoto e altri no?

Risposta possibile: la causa è la nostra diversità è radicale, che richiede prove su misura per emettere un giudizio.

Da questa osservazione nasce anche il “non giudicare” cristiano: come posso giudicare dall’esito apparente della prova se i punti di partenza sono diversi per ciascuno di noi?

In conclusione: l’onniscienza di Dio non arriva a conoscere l’uomo, la sua libertà è radicale, la sua anima unica. Per questo deve testarlo senza risparmiargli il dolore. Per questo deve approntare banchi di prova differenti per ciascuno di noi.

Tutto cio’ ci nobilita, oltre a farci soffrire. La nobiltà è superiore alla sofferenza, soprattutto se alla nobiltà si unisce un premio ulteriore.

Non dimentichiamo infatti, che esiste il Paradiso, ovvero una ricompensa per chi supera la prova.

Mi sembra abbastanza naturale che un Dio buono e onnipotente voglia premiare la sua creatura. Ma i regali gratuiti che si fanno ai bambini, e non sarebbe dignitoso trattare un uomo alla stregua di un infante.

Per questo un Dio giusto vuole che la sua creatura, per quanto le è possibile, acquisisca dei meriti. Trovo normale e di buon senso attendermi una prova seguita da un giudizio.

Poiché la libertà umana è radicale, l’onniscienza divina è impotente nel giudicare preventivamente, cosicché la vita si trasforma in un banco di prova necessario in vista del premio.

Poiché la diversità umana è radicale, è necessario che ogni uomo affronti una prova differente.

E la sofferenza animale? Esiste una teodicea anche per loro?

Se anche gli animali hanno pensieri, se anche loro soffrono, se anche loro hanno una coscienza – per quanto depotenziata – probabilmente cio’ che ho detto per gli uomini vale – in misura molto minore – anche per alcuni animali.

Ha senso parlare di coraggio nel caso degli animali? Ha senso parlare di magnanimità nel caso degli animali? Ha senso parlare di dignità nel caso degli animali? Lascio a voi la risposta, mi limito a dire che se la cosa ha senso anche solo in parte, una versione anodina della teodicea delineata può valere anche per loro.

Per approfondire la discussione sul male rinvio comunque a questo link.

7.

 

 

Come giustificare la presenza in questo mondo dei miracoli, della apparizioni e di altre “esperienze religiose”?

Da un Dio che ama la sua creatura mi aspetto che interagisca con lei senza occultarsi.

L’amante cerca sempre un contatto con l’amato.

Senonché, un intervento divino nel mondo troppo frequente rischierebbe – attraverso la sospensione delle leggi naturali – di minare la retta formazione della conoscenza umana.

Come potrei mettermi fiducioso alla ricerca delle leggi naturali se la regolarità degli eventi è continuamente turbata dal l’intervento divino?

Il miracolo – magari in risposta ad una preghiera –  è infatti pur sempre una sospensione delle leggi della fisica.

Qualora ci trovassimo di fronte ad un evento apparentemente miracoloso, la conoscenza razionale pregressa si manifesta in due modi

Primo, la conoscenza che abbiamo delle leggi naturali che governano il mondo.

Secondo, l’adesione all’ipotesi teistica, la quale   afferma che il miracolo divino è possibile.

A questo punto un buon investigatore, di fronte ad un evento all’apparenza miracoloso, comincerebbe a raccogliere elementi e a soppesarli per districare la matassa.

L’osservatore razionale non può trascurare nessun elemento della sua conoscenza di fondo. In questo senso l’approccio di molti storici che intendono dare conto degli eventi miracolosi è scorretto e irrazionale.

Spesso costoro rivendicano la loro obiettività dicendo che si limitano a valutare  le cose a prescindere dalle questioni circa l’esistenza di un Dio.

Ma come è possibile cadere in un simile strafalcione?

Se la credenza è intesa innanzitutto in senso razionale, come la intendiamo qui, che significato può avere l’espressione “a prescindere dalle questioni di fede”?

Nessuno può pensare di avvicinarsi alla verità se prescindendo dalla ragione. Ma è proprio ciò che fanno questi storici maldestri.

Questo comportamento sottende  un altro equivoco ricorrente.

Alcuni pensano infatti che presupporre l’esistenza di Dio per capire se l’evento storico della Resurrezione sia reale, e poi utilizzare l’evento miracoloso per supportare l’esistenza di Dio, sia un argomento fallace poiché circolare. Sbagliato.

Un’analogia mette in luce la natura erronea dell’obiezione.

Ammettiamo che un detective stia indagando su un omicidio e raccolga una serie di prove in grado di incastrare Giovanni.

Dopodiché, salta fuori un certo Matteo a dire che ha visto Giovanni in prossimità della scena del delitto.

Il fatto di sapere che Giovanni sia effettivamente il colpevole avvalora la testimonianza di Matteo, su questo non ci piove.

Ma anche il fatto che alle prove precedenti si aggiunga la testimonianza di Matteo rinforza l’ipotesi della colpevolezza di Giovanni.

Il fatto che due tessere del puzzle si incastrano avvalora l’autenticità di entrambe le tessere.

Non ha senso negare questo rinforzo dicendo che, poiché possediamo già delle prove circa la colpevolezza di Giovanni, l’indizio non contribuisca in nessun modo a modificare le nostre convinzioni.

Allo stesso modo, chi testimonia di un miracolo, indirettamente fornisce un indizio circa l’esistenza di Dio, questo a prescindere dal fatto che abbiamo già accumulato molte ragioni per credere e quindi per sapere che in casi eccezionali le leggi di natura possono essere violate.

Ma perché i miracoli?

Prendiamo il caso della preghiera petitoria: perché Dio dovrebbe ascoltarci?

Non ha già predisposto tutto per il meglio? Se è così pregare per chiedere una deviazione dovrebbe essere inutile.

Si può negare questa conclusione obbligata solo rifacendoci ai limiti dell’onniscienza divina: noi restiamo, almeno in parte, un mistero anche per Dio.

La nostra libertà è tanto radicale da renderci in parte imprevedibili. La nostra coscienza è tanto profonda da renderci in parte misteriosi.

Tutto ciò fa sì che una parte di noi si scopra a Dio solo vivendo, per questo la vita non è la recita di un copione ma qualcosa di sostanziale per scoprire chi siamo e farlo scoprire anche al nostro giudice benevolo.

La profondità di un nostro desiderio o la realtà di una nostra sofferenza può manifestarsi a Dio fino in fondo solo nel rapporto intimo della preghiera.

Con queste nuove scoperte Dio può poi decidere di intervenire attraverso un miracolo per cambiare il corso degli eventi.

Una ragione specifica per i miracoli: Dio intende informarci di qualcosa.

Il caso della Rivelazione rientra in questa categoria.

Noi siamo creature limitate, soggette a bias cognitivi, cosicché un “aiutino” è comprensibile.

Anche il buon genitore che insegna al figlio, ogni tanto, quando si rende conto che è in difficoltà, interviene con alcune facilitazioni.

Ma perché intervenire dopo la creazione?

Anche qui bisogna tornare ai limiti dell’ onniscienza divina. Noi siamo creature libere, la nostra libertà  radicale ci rende imprevedibili.

Persino Dio si accorge solo nel corso della storia della nostra forza e della nostra debolezza. Questa imprevedibilità dell’essere umano fa sì che Dio corregga attraverso i miracoli il suo progetto iniziale: rendendosi conto della nostra debolezza ci viene incontro.

Tutti i grandi monoteismi, del resto, reclamano un intervento divino di stampo informativo.

Come possiamo discernere tra le diverse Rivelazioni?

Gli elementi cruciali sono due: 1) plausibilità dei contenuti dottrinari e 2) “firma” autentica attraverso un miracolo.

Perché la Rivelazione cristiana è da preferire?

Innanzitutto proprio perché è “firmata“, ovvero si fonda su un miracolo storicamente documentato in modo abbastanza serio, o, perlomeno, più serio che in altre religioni.

Anche l‘induismo e le religioni orientali, per esempio, reclamano alcuni interventi divini ma non si preoccupano di documentarli a dovere, non ci sono date da verificare ne luoghi ben precisi ed identificati.

Nella Bibbia ci sono molti interventi divini, specie nel periodo di Mosè e dell’ Esodo dall’Egitto ma si tratta di eventi ricostruiti a grande distanza storica.

Ma le probabilità del miracolo sono influenzate anche dalla plausibilità del messaggio veicolato.

In altri termini, se l’ipotesi teistica è la più razionale nello spiegare il nostro mondo, dobbiamo chiederci in che misura il messaggio cristiano si conforma a tale ipotesi.

Esempio: un Dio che ama la sua creatura (il Dio dell’ipotesi teistica) cerca di stargli vicino, specie nella sofferenza: ecco che la dottrina cristiana dell’Incarnazione ci appare quindi come estremamente plausibile.

E così pure la dottrina del Paradiso.

Un Dio buono vuole beneficare la sua creatura, specie se meritevole. E quale dono  più grande se non quello di una vita oltre la morte, tale vita – proprio per dare dignità alla creatura – sarà conforme ai meriti guadagnati nella vita terrena.

Questa dottrina a me sembra estremamente plausibile e di buon senso, una volta che si ipotizza l’esistenza di un Dio onnipotente,  perfettamente buono e perfettamente giusto.

Alcune persone necessitano di un’ esperienza personale per fortificare la propria fede. In casi del genere, difficile pensare ad un Dio impassibile che non vada incontro a questo bisogno.

Le apparizioni e i vari fenomeni mistici rappresentano un’azione divina in questo senso.

Un’apparizione puo’ essere descritta sia in termini fattuali che in termini fenomenici (percettivi).

Verbi come “sembra” o “appare” possono riferirsi a realtà oggettive come a percezioni soggettive.

Affinché assolva alla sua funzione  basta l’aspetto fenomenico dell’esperienza religiosa.

Del resto, in mancanza di prova contraria, fenomeno e fatto coincidono (principio di credulità).

Ogni apparenza è reale fino a prova contraria. Ma anche quando la prova contraria si presenta, ciò non toglie realtà del fenomeno.

Mentre un oggetto reale è fatto di atomi e sta fuori di me, un oggetto apparente sta dentro di me. È chiaro che Dio può comunicare con noi anche avvalendosi solo della dimensione interiore.

Nel caso delle esperienze religiose, come nel caso di qualsiasi esperienza, le apparenze guidano il giudizio sulla realtà e lo scettico si assume l’onere della prova.

È stato detto che solo le persone religiose hanno esperienze religiose.

A parte il fatto che non è così, in ogni caso la cosa non è sorprendente: solo chi sa cos’è un telefono lo riconosce quando lo vede.

La storia di Samuele nel Tempio è il caso classico di chi vive un’esperienza religiosa senza accorgersene, almeno finché tutto gli viene spiegato.

Secondo me la testimonianza di tanti milioni di persone che occasionalmente hanno avuto un’esperienza religiosa deve, in assenza di confutazione  analitica, essere presa come un ulteriore indizio dell’esistenza di Dio.

8

Ci sono dunque buoni motivi per ritenere che Dio sia la risposta più adeguata alle “domande ultime”.

Ma quale Dio? Forse il Dio cristiano?

E’ necessario comprendere bene la logica per giungere a conclusioni razionali su questi temi.

Dobbiamo metterci nei panni di un detective.

Cio’ significa che, dapprima, bisogna valutare le ragioni a priori, ovvero: come ci aspettiamo che un Dio si presenti a noi? Quali caratteristiche prevediamo che debba avere? Questa prima fase è una riflessione a tavolino, una fase meramente meramente astratta. Il modello è il detective August Dupin, quel tale che risolveva i casi e mandava gli assassini in galera fumando il suo sigaro stando nel suo salotto, comodamente seduto sulla sua sedia a dondolo.

Poi, si va a verificare i fatti: cosa è successo nella storia? In quale contesto emerge la maggiore compatibilità con le nostre attese?

Sosterrò che, data una moderata probabilità a priori in favore dell’esistenza di un certo Dio, e data l’evidenza storica sulla vita e resurrezione del Cristo, nonché sulla storia della Chiesa, le probabilità che la dottrina cristiana sia vera sono buone.

L’evidenza storica costituisce la ragione a posteriori per credere.

Tirando le conclusioni penso di poter assegnare alla verità cristiana circa un 10% di probabilità a posteriori. La ritengo una quantità più che sufficiente per compiere la scommessa pascaliana.

Chi conosce il gioco probabilistico sa che anche una modesta probabilità a priori aumenta poi notevolmente se corroborata da fatti registrati a posteriori.

Se accade esattamente quel che mi aspetto, la probabilità che la mia teoria sia vera esplodono.

Tanto per essere chiari: se l’esame del DNA rende Bossetti colpevole con una certa probabilità (a priori),  il fatto che una telecamera abbia (forse) ripreso il suo furgone vicino alla palestra il giorno del delitto (fatto a posteriori), rende la colpevolezza praticamente certa poiché la probabilità a priori, per quanto modesta, esplode di fronte ad una conferma, per quanto incerta.

Facciamo un altro esempio. E’ stato uccisa la zia ricchissima e il commissario sospetta dell’unico erede: il nipote scapestrato. Il commissario si è posto la solita domanda “a chi giova?”, per questo sospetta il nipote unico erede. Si tratta però di un sospetto a tavolino, non sappiamo niente di lui se non che esiste un movente, dobbiamo ancora iniziare le indagini cosicché possiamo ben definire “modeste” le probabilità della sua colpevolezza. Poi però le indagini ci fanno scoprire che il nipote “tramava”, che era in bolletta e bisognoso di soldi, addirittura che qualcuno l’ha visto entrare nella villa della zia il giorno dell’omicidio. E’ chiaro che questi “fatti” a posteriori sono talmente compatibili con la probabilità a priori che fanno esplodere la probabilità che sia lui il colpevole.

Allo stesso modo: ragionando sui fatti della natura e dell’uomo giungiamo alla conclusione che forse esiste un Dio infinitamente buono e desideroso di condividere da vicino le sofferenze della sua creatura. Si tratta di probabilità minime anche se importanti rispetto alle spiegazioni alternative. Poi veniamo a sapere che nella storia, a quanto pare, si è manifestato un Dio in forma incarnata. Ora, anche se la probabilità a priori è modesta e la probabilità che il “Dio Incarnato” si sia realmente manifestato nella storia non è una certezza ma solo una testimonianza con certe caratteristiche, la combinazione tra i due eventi fa schizzare le probabilità a posteriori ad un livello ragguardevole (10% circa).

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