L’estinzione della privacy

Tutto cominciò in Inghilterra. Diversi anni fa, nella città di King’s Lynn, si installarono per la prima volta sessanta videocamere telecomandate nei noti “punti problematici”, quelli dove i vandali impazzavano ogni notte. Erano collegate direttamente con il quartier generale della polizia. La conseguente riduzione del crimine di strada superò tutte le previsioni. Fantastico!

Le telecamere furono un successone: calo drastico nel crimine e collasso nei costi di sorveglianza. che vuoi di più? Il futuro era tracciato.

L’idea di fondo era quella del vecchio Bentham: sorvegliare tutto da un unico punto d’osservazione. All’inizio del diciannovesimo secolo, Jeremy Bentham, uno dei pensatori inglesi più originali dell’epoca, progettò una prigione in cui ogni prigioniero potesse essere sorvegliato in qualsiasi momento da un’unica guardia opportunamente dislocata. La trovata è stata battezzata Panopticon.

Da allora la storia ha marciato in quella direzione: le telecamere nei posti pubblici o aperti al pubblico sono già da tempo una realtà.

Da noi, le videocamere sono state utilizzate nei grandi magazzini per scoraggiare il taccheggio. Più recentemente hanno iniziato ad essere utilizzate per punire gli automobilisti che passano con il rosso e contro altre violazioni stradali.

Ma si possono immaginare usi ulteriori del  controllo a distanza (e “a tappeto”), facciamo il caso delle emissioni inquinanti delle automobili. Si consideri il problema del controllo delle emissioni inquinanti. Si potrebbe approntare un sistema più funzionale usando la tecnologia moderna. Pensate se esistessero a bordo strada dei rilevatori che misurano le emissioni di ogni singolo veicolo emettendo un fascio di luce attraverso il pennacchio di scarico dell’auto di passaggio e identificando l’automobile fuori norma con un’istantanea della targa. Vi piacerebbe?

Altro esempio: cellulari e traffico. Un’altra applicazione di sorveglianza su larga scala già in fase di sperimentazione sfrutta il fatto che i telefoni cellulari emettono continuamente segnali di posizionamento. Monitorando i segnali dei telefoni dei conducenti, è possibile osservare i flussi di traffico. Si tratta di informazioni molto utili se si desidera consigliare ai conducenti di aggirare un ingorgo o individuare un incidente dal cluster di telefoni risultante. Attualmente si tratta di informazioni anonime, che individuano un telefono ma non ne identificano il proprietario. Con l’evoluzione della tecnologia le cose sono destinate a cambiare.

All’apparenza nessun problema, solo comodità e una quantità di fastidi risolti.

Pochi considererebbero discutibile che un poliziotto gironzoli per il parco tenendo d’occhio i possibili borseggiatori. Le videocamere sui pali, in fondo, sono semplicemente un modo più conveniente per adempiere questa funzione.

L’uso spot della sorveglianza sembra innocuo, ma l’uso pervasivo consentirà di ricostruire l’intera tua vita.

Un poliziotto all’angolo della strada potrebbe vederti, potrebbe persino ricordarsi di te, ma non ha modo di combinare tutto ciò che vede con tutto ciò che vede ogni altro poliziotto e ricostruire così la tua vita quotidiana. Domani, ampie frazioni della tua vita ordinaria saranno un libro aperto per chiunque abbia accesso ai files appropriati.

Si tratta di una potenziale perdita completa della privacy.

Oltretutto, un conto è l’uso limitato e legale della tecnologia di sorveglianza, un altro l’uso pervasivo e illegale, magari da parte di privati.

Un sacco di persone possiedono videocamere e quelle telecamere stanno diventando sempre più piccole. Il proprietario di una batteria di questi aggeggi potrebbe raccogliere molte informazioni sui suoi vicini. Magri vicini facoltosi da ricattare. Magari il Bezos di turno.

Sarà possibile conoscere tutto del vicino. Esempi? Vi ricordate il caso “della  marijuana”. Si trattava di stabilire se fosse o meno un’invasione della privacy dedurre la presenza di marijuana in una casa attraverso l’utilizzo di un rilevatore a infrarossi piazzato all’esterno della stessa.

C’è anche i caso delle conversazioni private. Abbiamo già oggi tecnologie che consentono di ascoltare una conversazione facendo rimbalzare un raggio laser all’interno di un edificio.

La tesi di David Brin: la privacy è destinata a sparire, prendiamo le giuste contromisure.

Assumi, per il momento, che le tecnologie intrusive siano più potenti di quelle difensive, in modo che impedire ad altre persone di spiarti sia impraticabile. Quali opzioni rimangono? David Brin sostiene che la privacy non sarà più un’opzione disponibile.

La soluzione proposta: imporre (o comunque auspicare) la trasparenza totale. L’unica contromossa all’estinzione della privacy è la sua estinzione completa: la società trasparente. La polizia può guardarti – ma tu puoi guardare loro. L’intero sistema di videocamere, comprese le telecamere in ogni stazione di polizia,  sarà accessibile pubblicamente. I genitori potranno tenere d’occhio i loro figli, i figli i loro genitori, il marito la moglie e viceversa, i datori di lavoro i dipendenti e viceversa, i giornalisti i poliziotti e i politici.

Il ragionamento: la privacy è buona cosa, ma siccome il governo e i soggetti più potenti prima o poi si avvarranno della nuova tecnologia “azzera-privacy”, meglio allora rendere libero l’accesso alle info in modo che la “guerra” non sia asimmetrica.

Vediamo cosa c’è di buono nella società della trasparenza ipotizzata da Brin.

Qui custodes ipsos custodiet? “Chi custodirà i guardiani?” La società trasparente offre una possibile soluzione. Considera il caso Rodney King. Un gruppo di poliziotti cattura un sospetto e lo picchia. Sfortunatamente per la polizia, un testimone ha filmato l’accaduto realizzando una videocassetta, con il risultato che diversi ufficiali sono finiti in prigione. Nel mondo di Brin, ogni agente delle forze dell’ordine sa per certo che… è su candid camera!

Ma c’è un problema: la trasparenza selettiva. Difficile pensare che qualcuno non resti in una posizione di controllo. Tutte le informazioni passeranno attraverso una tecnologia sotto il controllo di un qualche livello governativo. Il piano del campo da gioco non sarà mai alla pari.

Se, per esempio, la polizia sta installando delle telecamere nelle stazioni di polizia, può far sì che alcune aree vengano lasciate scoperte… “casualmente”.

La situazione diventerebbe ancora più interessante pensando a un mondo in cui il progresso tecnologico consenta la sorveglianza privata su larga scala, in modo che ogni luogo in cui potrebbero accadere cose “rilevanti”, inclusa ogni stazione di polizia, possa ospitare “mosche spione” che svolazzano inosservate e guardano che succede per riferire poi tutto ai loro padroni. Probabilmente, nascerebbe un mercato privato delle info riservate: una società trasparente non voluta dalla politica ma dalla società.

L’informazione è spesso preziosa e può essere condivisa. Certo, i governi potrebbero cercare di limitare tale condivisione ma in un mondo a forte tecnologia spionistica la sua sarebbe una missione impossibile. Si può immaginare un futuro in cui la società trasparente di Brin non sia prodotta dalla politica  ma dalla sorveglianza privata. Un tale scenario sarà possibile solo se il produttore di info potrà rivenderle. Quindi un requisito fondamentale per una società trasparente generata privatamente è un mercato dell’informazione ben organizzato. La negoziabilità dell’informazione, come vedremo, presenta non pochi problemi.

Ma la trasparenza totale è anche pericolosa.

L’azzeramento della privacy è di fatto un ritorno al passato, quando si viveva tutti insieme. La privacy che la maggior parte di noi dà per scontata è in notevole misura una novità, un prodotto del reddito crescente negli ultimi secoli. In un mondo in cui molte persone condividevano una singola residenza, dove un letto alla locanda poteva essere condiviso da due o tre estranei, le abitudini erano molto diverse.

L’esempio delle isole Samoa. Lì molte famiglie condividono una casa singola – senza stanze appartate. La comunità è abbastanza piccola e i pettegolezzi insistenti. I bambini vengono addestrati presto a giocare in silenzio e gli adulti esprimono raramente ostilità.

In una piccola comunità il pettegolezzo è potente quanto internet oggi. Il bullismo esercitato con il bisbiglio è onnipresente e rappresenta la vera arma di controllo sociale.

In una società del genere si parlerebbe molto meno, il politically correct impererebbe, i caratteri meno conflittuali avrebbero più opportunità ma soprattutto si svilupperebbero lingue e codici esoterici, un po’ come fanno i genitori quando in presenza dei figli parlano una lingua straniera o un gergo comprendibile solo a loro.

La società della trasparenza sarebbe la società dell’ipocrisia all’ennesima potenza. Nella futura società trasparente di Brin, molti di noi diventeranno meno disposti a esprimere le loro opinioni sul capo, sui dipendenti, sull’ex moglie o sul marito. Le persone diventeranno meno espressive esibendo tratti caratteriali autistici, la conversazione  sarà blanda, poco interessante oppure criptica, poco comprensibile.

Ma perché molti di noi considerano la privacy un bene prezioso?

La privacy perfetta la ottengo pensando tra me e me, ma anche in quel caso è possibile immaginare violazioni. Se qualcuno inventasse un modo facile e accurato di leggere le menti, la privacy sarebbe radicalmente ridotta anche in assenza di mutazioni nei miei diritti legali.

Aumentare la privacy è un bene o un male?

La privacy ha dei chiari vantaggi. Il motivo per cui do valore alla mia privacy è semplice: le informazioni su di me nelle mani di persone sbagliate a volte permettono un guadagno a mie spese. Esempio, dei ladri potrebbero organizzare al meglio un furto in casa mia.

Se il ladro sa che mi assento, andrà a colpo sicuro. Certo, io potrei essere il ladro,  ma di solito il vantaggio netto della privacy resta poiché il derubato dà più valore alla refurtiva rispetto al ladro.

Ma le informazioni che mi riguardano nelle mani giuste potrebbero essere la mia fortuna, ad esempio le informazioni sulla mia specchiata onestà e competenza.  Ma la privacy, si noti, non impedisce che tali informazioni siano rese disponibili.

C’è un caso in cui però la privacy è un costo.

Uno dei rischi nella contrattazione di info è il collasso della contrattazione quando un venditore sovrastima il prezzo che un acquirente sarebbe disposto a pagare o un acquirente commette l’errore opposto. L’accordo salta e tutti stanno peggio di come potrebbero stare. Il problema è che non posso vendere un’informazione esponendola affinché il potenziale acquirente possa valutarla accuratamente, altrimenti l’avrei di fatto regalata prima ancora di venderla.

La privacy avvantaggia chi bluffa, e questo potrebbe rappresentare un costo. Per esempio, a causa dei sospetti infondati che ingenera, potrebbe non far chiudere contratti convenienti ad entrambe le parti. Il fatto è che un mercato del genere si riempirebbe di bluffatori, non solo, tutti saprebbero che è così. 

Conclusione: la privacy ci avvantaggia nel prevenire scambi involontari (furti) e ci svantaggia in quelli volontari (commercio).

E la politica? Il rapporto tra governo e cittadini è quasi sempre di natura “involontaria”. I governi si impegnano in transazioni involontarie su vastissima scala.

La privacy, in altri termini, consente al cittadino di proteggersi dal governo, è questa la sua funzione fondamentale. Così come posso proteggermi dai miei concittadini con serrature e antifurti, posso proteggermi dal governo preservando le informazioni che mi riguardano.

La privacy è come la libera circolazione delle armi: un modo per difendersi dagli abusi governativi.

Come giudicare questo scudo? Semplice: è buono se il governo è cattivo, è cattivo se il governo è buono. O meglio, se il governo è l’equivalente moderno del re filosofo di Platone, la privacy individuale rende semplicemente più difficile realizzare il bene. Se, d’altra parte, un governo è semplicemente una banda criminale particolarmente numerosa, ben coordinata e malintenzionata nei tuoi confronti, allora la privacy è un’arma preziosa di cui avvalersi.

Chi ama la privacy implicitamente giudica l’azione di governo. La privacy, per esempio, favorisce l’evasione fiscale.

Torniamo un attimo all’ipotesi di Brin. Difficile che il progetto di società trasparente proposto da Brin possa reggere con un Hitler al potere, ci sarà sempre asimmetria. Quando le SS si confrontano con un privato cittadino, sono le SS ad avere le pistole.

Ma ricordiamoci comunque che la “società trasparente” ipotizzata da Brin non è un “progetto”, nel suo libro la la privacy non è un’opzione: il governo – Di Maio o Hitler – se potrà violare la privacy, prima o poi lo farà (vedi l’accesso nei c/c personali). E’ solo per ristabilire la simmetria che si auspica l’avvento di una tecnologia altamente intrusiva e facilmente disponibile da tutti.

Problema: le info saranno disponibili per tutti ma saranno anche falsificabili. Esempio, prendiamo una causa di divorzio per tradimento. Mia moglie mi ha citato in giudizio perché intende divorziare imputandomi un tradimento. A sostegno della sua contestazione, presenta dei video presi da camere nascoste che mi mostrano in atteggiamenti intimi con donne diverse. Il mio avvocato chiede un rinvio per indagare sulle prove. Quando la corte si aggiorna, invia un video prodotto a mia difesa. Lì c’è mia moglie che se la spassa con con Humphrey Bogart, Napoleone e il giudice della causa in questione. Quando il silenzio è ristabilito in aula, il mio avvocato presenta al giudice l’indirizzo della ditta di effetti speciali che ha prodotto il file video.

L’unica soluzione è affidarsi sempre alla tecnologia. Ci sono modi di utilizzare la crittografia per ricostruire un’immagine firmandola digitalmente dimostrando così da garantire che quella sequenza è stata presa da quella telecamera in quel particolare momento.

Altro argomento correlato: senza privacy sarà molto difficile delinquere. O comunque sarà molto più semplice fare indagini. Ma soprattutto: le indagini potranno essere privatizzate. L’agenzia investigativa si farà consegnare tutti i files e ricostruirà la vicenda risalendo ai colpevoli.

Domanda: il diritto andrebbe quindi totalmente depenalizzato? Oggi abbiamo un codice civile e un codice penale, quest’ultimo, infatti, esiste poiché si ritiene che lo stato debba avere un ruolo prominente nelle indagini. Nel sistema penale odierno l’accusa è controllata e finanziata dallo stato. La legge penale, inoltre, offre una gamma di punizioni leggermente diversa.

Se nella società trasparente non ha più senso che lo stato abbia un ruolo nelle indagini, non ha più senso nemmeno la legge penale con il PM e il suo ufficio.

Un argomento contro la depenalizzazione è che molti reati sono difficili da punire. Una vittima potrebbe concludere che catturare e perseguire penalmente l’autore del reato costi più di quanto si riceverà in cambio, specialmente se l’autore del reato non dispone di risorse sufficienti a pagare poi i danni sostanziali. Alcune categorie di reato potrebbero rimanere sistematicamente sotto-punite e diffondersi. Ma nel mondo della trasparenza radicale una simile difficoltà si dissolverebbe. Ogni aggressione sarebbe registrata su nastro. Il crimine standard diventerebbe molto simile all’illecito standard. Il furto non differirebbe troppo dall’ incidente automobilistico, per esempio, dove (eccetto nel caso dei pirati stradali) l’identità del “colpevole” e molti dei fatti rilevanti sono informazioni pubbliche. Nella società di Brin, se qualcuno ruba la tua auto, controllerai la registrazione video per identificare il ladro, quindi farai causa chiedendo il risarcimento.

E’ un’idea radicale ma lo è solo per noi oggi: nella Gran Bretagna del ‘700, per esempio, le cose funzionavano esattamente così: mentre il sistema legale inglese distingueva tra illeciti e crimini, entrambi erano in pratica perseguiti privatamente, di solito dalla vittima. Le cose cambiarono poiché la società si estese diventando “anonima”, ma potrebbero di nuovo cambiare in seguito all’avvento della trasparenza radicale.

Ma l’ipotesi della società trasparente si scontra col fatto che mai come in questa epoca storica esiste una potenziale privacy telematica in grado di proteggerci da ogni spione: la possibilità di criptare i messaggi li rende completamente inaccessibili a tutti, anche alla NASA. Sono due mondi che collidono: massima privacy nella comunicazione telematica, massima trasparenza nella vita reale.

Chi vince?

A prima vista la trasparenza della realtà sembrerebbe vincente. Non serve a nulla una sofisticata crittografia se una zanzara-con-telecamerina-incorporata svolazza nella mia stanza registrando quello che scrivo sulla tastiera. La privacy in una società trasparente richiede un modo per proteggere l’interfaccia tra il mio corpo nello spazio reale e il cyberspazio.

Si possono immaginare sia soluzioni a bassa tecnologia che ad alta tecnologia. Una soluzione low-tech è quella di digitare sotto un cappuccio. Una soluzione high-tech consiste nel collegare la mente e la macchina in modo che possano comunicare senza produrre eventi esterni.

Le conversazioni faccia a faccia, per sfuggire all’intercettazione, dovranno far ricorso a tecnologia wireless con microfoni in gola e ricettori nelle orecchie.

Probabilmente, potremo ancora assoldare un killer in modo sicuro ma altrettanto probabilmente non lo troveremo mai poiché lui non potrà mai agire impunemente.

Lettura consigliata: The Transparent Society: Will Technology Force Us To Choose Between Privacy And Freedom?, di David Brin.

Risultati immagini per painting spy

 

 

Annunci

L’inflazione vien di notte…

Cara nonna,

visto che mi hai sempre messo in guardia dalle catene di sant’Antonio, penso che tu non abbia problemi a comprendere perché il debito pubblico possa costituire un pericolo (cosa che non sembrano capire nemmeno molti economisti). Ma partiamo dall’inizio.

Negli anni settanta, ricordi,  ho partecipato con mia sorella alla  “catena delle cartoline”: un nostro amico intraprendente ci aveva scritto mandandoci  un elenco di indirizzi e invitandoci a spedire una cartolina al primo nome riportato in elenco, nonché una lettera identica alla sua ad altri amici, modificando l’elenco fornito con l’eliminazione del primo nome e la collocazione del nostro in fondo. Se tutto fosse andato per il verso giusto avremmo ricevuto entro pochi mesi “centinaia di cartoline da tutta Italia”. Tu eri scettica e scuotevi la testa, capivi che in queste genere di affari il “verso giusto” raramente viene imboccato. Avevi ragione, cara nonna, di cartoline ne arrivarono ben poche perché la “catena” si era fatalmente spezzata dopo pochi giri. Pazienza, in fondo erano solo cartoline.

Più tardi, ricordo l’avvento tonitruante del “get money”, che funzionava appunto con tessere da vendere a 10000 lire l’una. Ne comprai una ma, ovviamente, fu un fiasco. Erano proprio gli anni 80. Feci tutto di nascosto, tanto sapevo bene che mi avresti condannato senz’appello: “quella roba è fatta per spillare soldi ai gonzi, è tutto un imbroglio!”. Avevi ragione, fortunatamente i miei danni furono contenuti.

Eppure mia madre partecipò ad una di queste catene di sant’Antonio negli anni ’60. Dice di aver guadagnato diversi soldi e con quei soldi si essersi fatta il set di pentole. Mah. Tu non c’hai mai creduto, lo so. Le consideri leggende famigliari.

Più tardi la mia insaziabile avidità fu tentata dalla catena   “dell’aeroplano”: entravi con una quota in qualità di “passeggero”, poi, se inoltravi due quote, diventavi “steward” e via via risalivi la piramide fino al grado di primo pilota. Ogni primo pilota incassava un milioncino offrendo la cena a tutti (e ti credo!). E così via. Ricordo una mia amica che mi proponeva con insistenza di partecipare, visto che era già avanti con la catena, ma, memore della tua maledizione, declinai l’invito. E feci bene! Lei ci rimise non poco.

Alcuni amici di recente sono incappati in una catena chiamata “Carpe diem” in cui si doveva vendere un tot di quote di multiproprietà per diventare a propria volta proprietari di villette al mare. Personalmente sono fuggito a gambe levate. E, per quel che ho saputo, feci ancora strabene. Grazie nonna!

***

Ma c’è una catena, cara nonna, dalla quale nessuno di noi, né io né te, può fuggire: quella del debito pubblico italiano.

Perché faccio questo ardito parallelo? In fondo con il debito pubblico abbiamo fatto tante belle cose nel nostro paese. Sia io che te ne abbiamo beneficiato. Quando ne senti parlare al telegiornale non scagli la consueta maledizione che di solito riservi alle comuni “catene”. Dove puo’ annidarsi la parentela tra il diavolo e l’acqua santa? In fondo, anche le diaboliche catene hanno fatto del bene (ai primi partecipanti), il che dovrebbe insospettirci. Ma vediamo meglio.

Prima di tutto, occorre farsi un’idea di cosa sia la finanza.

Primo: i debiti sono strumenti finanziare e gli strumenti finanziari sono promesse. Le promesse sono l’architrave su cui si regge la finanza.

Quando uso i soldi, sto usando una promessa costruita socialmente: c’è tra noi una convinzione auto-rinforzante che la figurina di un personaggio famoso defunto (banconota) che ti ho dato in cambio di un biscotto può a sua volta essere utilizzata da te per ricomprarti il biscotto che hai venduto a me.

Quando scambiamo biscotti con biscotti, si chiama baratto.  Nessuna economia altamente sviluppata può funzionare con il baratto.

Quando scambiamo biscotti con  promesse, si chiama attività economica. Gli statistici governativi cercano di catalogare e ordinare questi scambi in modo da ricavarne il famoso PIL.

Quando scambiamo le promesse per altre promesse, si chiama finanza.

Capito nonna cos’è la finanza?

Quello che voglio dire: tutti gli strumenti finanziari sono una costruzione sociale.  Accetto  uno strumento finanziario in pagamento solo perché credo che in futuro lo potrò trasformare in biscotti. Ce lo siamo promessi in società e io mi fido.

Supponiamo che la settimana prossima il nostro pianeta impatterà un asteroide e la sua sorte è segnata. A quel punto, mi piacerebbe godermi un’ultima avventura spendendo tutte le mie risorse finanziarie, ma non sarei in grado di farlo perché nessuno accetterebbe più promesse. Non possono esistere promesse in assenza di futuro. Di conseguenza, tutti gli strumenti finanziari, compresi i soldi, sarebbero inutili. In breve, con lo scenario dell’ asteroide, torneremmo al baratto. Tu nonna, avendo vissuto la guerra, forse sai cos’è il baratto.

Le catene collassano puntualmente di colpo, da un giorno all’altro, da un’ora all’altra, da un secondo all’altro. Esplodono impattando contro un asteroide. Ogni catena ha il suo asteroide, anche se quasi sempre non è un asteroide vero e proprio. L’asteroide fa crollare la fiducia nel futuro e la mancanza di fiducia è contagiosa: in un lampo si diffonde ovunque. Lavora di nette, ti svegli e sei in un altro mondo.

Supponiamo che io  faccia alcune promesse personali in cambio di denaro. Le faccio ad Ahmed e a Barbara. Prendo i loro soldi e li uso per me. Ora, supponiamo che io non possa mantenere le mie promesse. Quando Ahmed e Barbara vengono chiedendomi di onorarle io prendo tempo, chiedo di poterle rinnovare rendendole ancora più appetitose.  Questo fatto rende contento Ahmed, quanto a Barbara la placo dandole i soldi ottenuti da Carlo in cambio di una promessa impegnativa. Nel frattempo faccio altre promesse ad Alberto e Denise prendendomi i loro soldi.

Ecco, posso continuare ad agire così finché trovo nuove persone disposte ad accettare le mie promesse. Questa dinamica è nota nel mondo della finanza come schema di Ponzi, una cosa destinata a crollare con fragore non appena si riducono le persone disposte ad accettare le mie promesse.

Il crollo di uno schema di Ponzi è necessariamente improvviso e imprevedibile. Se tutti avessero capito che dietro a quel debito c’era uno schema Ponzi, allora nessuno avrebbe accettato le mie promesse, lo schema può procedere solo fintantoché posso attingere a persone inconsapevoli, oppure consapevoli che le altre sono inconsapevoli.

Quando il tran tran della finanza è regolare, le promesse di solito vengono onorate. A volte capita qualche intoppo, come il fallimento di un’impresa, qualcuno ci rimette ma non è la fine del mondo. Tuttavia, a volte la finanza degenera in uno schema Ponzi, come nel caso di Bernie Madoff che ha cominciato a rimborsare i vecchi clienti con i soldi ricevuti dai nuovi. Un po’ come fa il governo.

Sì perché, cara nonna, il governo è specialista in promesse; si puo’ dire che il mestiere del politico consista nel fare promesse; più promesse, più biscotti. Le promesse fatte con gli interessi si chiamano titoli di stato, quelle fatte a interesse zero si chiamano soldi.

Alcune promesse molto importanti che il governo fa sono incorporate nei cosiddetti “diritti acquisiti”. Non è possibile avere una promessa scritta per chi andrà in pensione, ma quando è il tuo turno t’incazzi se la promessa non viene mantenuta, e soprattutto potrai contare sull’appoggio di una delle lobby più potenti del mondo, quella del sindacato pensionati, qualcosa che nessun politico oserebbe sfidare tagliandoti i benefici.

Se il governo è in grado di mantenere tutte le sue promesse, allora è impegnato nella finanza ordinaria. Se non è in grado di soddisfare le sue promesse, la finanza pubblica non fallisce semplicemente come farebbe un’attività economica, ma degenera e collassa in uno schema Ponzi che tira giù l’intera civiltà di un paese.

Come siamo messi ora? Le opinioni differiscono. La maggior parte di noi si comporta facendo finta di nulla, ovvero dando fiducia al governo, anche se alcune analisi suggeriscono il contrario. In fondo l’inflazione – ovvero lo scricchiolio che ci avverte che sta venendo giù la casa – è ancora bassa.

Il crollo dello schema Ponzi comporterà una perdita di fiducia negli strumenti finanziari emessi dal governo. Ciò includerebbe una perdita di fiducia nel valore futuro del denaro. Proprio come nello scenario degli asteroidi, le persone cercherebbero di sbarazzarsi dei soldi il più velocemente possibile (una promessa non vale nulla in assenza di futuro). I paesi che hanno sperimentato l’iperinflazione illustrano bene il punto. L’iperinflazione si traduce in un collasso nell’ordinaria attività economica e le persone tornano di fatto al baratto. Certi discorsi di Di Maio, lo ammetto, mi fanno venire in mente l’asteroide.

Come abbiamo visto, la sfiducia è contagiosa, si diffonde in un lampo. Quando il virus parte, ci mette un nano-secondo a contagiare tutti, specie se il mondo è iper-connesso come oggi. Uno va a letto la notte dicendosi “ma sì, l’inflazione è ancora bassa!” e si sveglia con l’iperinflazione che ha azzerato i suoi risparmi. E’ un collasso di civiltà, come dicevo. L’inflazione vien di notte (e parte come le valanghe: da un fiocco di neve che cade di traverso, tutto il resto è già apparecchiato).

Nonna, sono sicuro che hai capito. Posso fidarmi?

Risultati immagini per cy twombly painting

La latitanza delle economiste

IL PROBLEMA. Non vi è consenso sulla penuria di donne economiste. Anche dopo l’ aggiustamento con fattori che rappresentano il background familiare e la produttività, una parte considerevole del divario tra economiste ed economisti rimane inspiegabile.

TESI. Qui mi concentro sulla possibilità che la bassa rappresentazione delle donne in economia sia parzialmente dovuta a differenze genetiche tra i sessi in grado di influenzare gusti e abilità.

CRUCIALE LA VARIANZA. Soprattutto in un campo come quello del mondo accademico, dove essenzialmente tutti i lavoratori presentano abilità ben sopra la media, è probabile che le varianze intorno all’abilità media pesino.

LETTERATURA SCIENTIFICA. Fortunatamente gli studi sulla varianza nelle ablità cognitive separate per sesso abbondano. Tanto per dare qualche riferimento: Munger (2007), Allen e Gorski (2002), Zup e Forger (2002), Pinker (2002), e in particolare Hyde (2005) e Cahill (2006); la più importante confutazione delle opinioni espresse da questi autori è Spelke (2005). La bibliografia dettagliata disponibile su richiesta.

I FATTORI RILEVANTI PER LA CONTROVERSIA. Sono parecchi i fattori che spingono a enfatizzare la componente genetica. Ci sono considerazioni che riguardano le analogie con altri mammiferi. Ci sono gli studi sulle differenze registrate nella prima infanzia. C’è l’impatto documentato degli ormoni sessuali sulla struttura cerebrale maschile e femminile. Infine ci sono i numerosi test che confermano ripetutamente, spesso a parità di media, le varianze più elevate in certe abilità cognitive (specialmente nelle abilità matematiche) da parte maschile, indicano così la possibilità reale che uomini e donne differiscano geneticamente in un modo che puo’ plausibilmente riflettersi sulla carriera accademica in certe materie.

Evoluzione come ragione per una credenza a priori

ADATTAMENTO DIVERSO PER UOMO E DONNA. La sopravvivenza del più adatto – il concetto per cui la selezione naturale filtra il patrimonio genetico più adatto al contesto – è al centro della moderna teoria dell’evoluzione ed è difficile immaginare che gli uomini e le donne abbiano affrontato circostanze identiche nel corso dei millenni. Ovviamente, uomini e donne hanno affrontato sfide sistematicamente diverse che si riflettono nella loro biologia. Se solo si pensa al fatto che una donna puo’ avere al massimo una ventina di figli mentre un uomo ben oltre il migliaio, si capisce bene come i problemi che i due sessi affrontano per massimizzare il passaggio dei loro geni siano molto diversi.

 

IL DILEMMA DELL’ACCADEMICA. In effetti, quando un economista come Brad DeLong (2005) espone in modo neutrale il terribile dilemma che affligge le economiste nel mondo accademico, espone involontariamente anche un dilemma evolutivo. Il processo di scalata verso l’alto della professione è strutturato come un torneo in cui i premi maggiori vanno ai più intelligenti che sono disposti a concentrare i loro sacrifici tra i 25 e i 30 anni. Data la nostra società (e la nostra biologia), un uomo può partecipare a questo torneo senza precludersi molte possibilità di vita [gode di una flessibile sostituibilità intertemporale della paternità]. E’ evidente a tutti che una donna ha molti più problemi.

IL RISCHIO È MASCHIO. Considerato il diverso potenziale di filiazione, gli uomini si trovano così di fronte ad un maggiore guadagno atteso che consente loro di correre grossi rischi nella giovinezza. La cosa è confermata empiricamente: gli uomini hanno maggiori probabilità di intraprendere comportamenti rischiosi rispetto alle donne. Per gli uomini (e per i loro geni), c’è quasi sempre “un altro giorno”, e in ogni caso se l’impresa va in porto il guadagno è stratosferico. Per le donne, il trade-off è molto più crudele.

DIFFERENZE NEL GENOMA. David Page: uomini e donne differiscono dall’1 al 2 per cento nel loro genoma, che è la stessa differenza tra un uomo e uno scimpanzé maschio o tra una donna e uno scimpanzé femmina. Tutti noi recitiamo il mantra che siamo identici al 99 per cento e questo ci conforta da un punto di vista politico, ma la realtà è che la differenza genetica tra maschi e femmine “nanifica” tutte le altre differenze presenti nel genoma umano. Questo, all’incirca, è Page citato da Wade 2003.

 

Anatomia del cervello e differenze sessuali

ORMONI. Le scoperte di Allen e Gorski (2002) sembrano riassumere bene il consenso odierno sugli ormoni: “Per quanto riguarda i mammiferi, alti livelli di ormoni sessuali, siano essi secreti dai testicoli o somministrati da uno scienziato, determinano un peculiare sviluppo del cervello maschile”.

ORMONI E PERFORMANCE. Halpern (2000): “Esistono parecchi studi in cui il testosterone basso per i maschi e l’alto testosterone per le femmine sono associati a prestazioni con meno divari su diversi test spaziali”. Kimura (1999) conclude che “il livello” ottimale “di Testosterone, per affrontare prove legate alla capacità spaziale” è quello associato al maschio tipico con livelli medio/bassi”. Infine, quando uomini anziani e donne anziane hanno ricevuto una terapia ormonale sostitutiva, o quando le persone ricevono la terapia ormonale come parte di un’operazione di cambio di sesso, i “cambiamenti cognitivi attesi si sono puntualmente verificati” (Kimura 1999).

ECONOMISTI E ABILITÀ SPAZIALE. Gli economisti fanno abbondante uso nel loro ragionamento geometrico e topologico delle “abilità spaziali”, quindi queste differenze possono aiutare a spiegare perché la frazione di economiste è così esigua (fino a un 50% in meno).

DIMORFISMI. Il dimorfismo sessuale meglio documentato nei mammiferi si presenta nella zona pre-ottica dell’ipotalamo, situata proprio di fronte al tronco encefalico. Questa parte è circa il doppio nei maschi umani rispetto alle femmine – una differenza visibile ad occhio nudo – e riguarda una parte pesantemente coinvolta nei comportamenti legati alla riproduzione.

HIPPOCAMPUS. Anche l’ippocampo, un sito legato alla memoria e all’organizzazione spaziale, differisce tra i sessi (Cahill 2006); è più grande nelle femmine umane se normalizzato con le dimensioni del cervello, una scoperta relativamente recente. La scoperta non sorprende dal momento che le donne generalmente prevalgono nei test legati alla memoria pura e a quella  spaziale.

ROTAZIONE E MEMORIA SPAZIALE. Quindi, mentre le donne di solito si comportano peggio nelle attività di rotazione spaziale, come ad esempio la valutazione del profilo della lettera “F” quando ruota su tre dimensioni, adempiono meglio i compiti di memoria spaziale, come nel caso in cui si tratta di dover rintracciare le chiavi perse nella macchina (o il burro in frigo).

PESO DEL CERVELLO. Il cervello degli uomini pesa circa il 15 percento in più rispetto a quello delle donne.

DIMENSIONI DEL CERVELLO E IQ. Le scansioni MRI  indicano che all’interno di un determinato sesso esiste una correlazione positiva tra dimensione del cervello e punteggio QI (sono comuni correlazioni pari a 0,3/0,4), vi sono solo prove deboli che uomini e donne differiscano in media sull’intelligenza generale.

DONNE CON EMISFERI PIÙ CONNESSI. Nella letteratura neuroscientifica, si osserva comunemente che il cervello delle donne è “più equilibrato” o “meglio collegato” nei sui due emisferi.

ORMONI E CERVELLO. L’impatto degli ormoni sullo sviluppo cerebrale del feto sono abbastanza chiari e in letteratura c’è poco dibattito sul fatto che alcune differenze strutturali tra il cervello maschile e quello femminile siano dovute alla diversa esposizione ormonale.

PROBLEM SOLVING. Le scansioni MRI mostrano che i cervelli maschili e femminili utilizzano costantemente diverse strutture per risolvere lo stesso tipo di problemi: “ogni volta che esegui una risonanza magnetica mentre la “cavia” è sottoposta a un test cognitivo qualsiasi,  parti diverse del cervello si accendono a seconda che sia uomo o donna”, afferma Florence Haseltine.

I punteggi dei test come indicatore di abilità mentale

VARIANZA NEI PUNTEGGI DEI TEST. Un’osservazione comune è che gli uomini hanno una maggiore variabilità di prestazione rispetto alle donne. Halpern (2000). È stato riscontrato che i maschi sono più “variabili” delle femmine in generale,  in particolare nel ragionamento meccanico, ma anche nelle quantificazioni, nell’ abilità di visualizzazione spaziale e topologica. Le elevate differenze nei test matematici sono  le più rilevanti: sul SAT-Math, Feingold ha trovato che le varianze maschili superavano del 20-25% quelle femminili, mentre nei punteggi SAT-Verbal, le varianze maschili erano più alte del 5%.

ECONOMIA E MATEMATICA. E’ opportuno concentrarsi su quell’ abilità che probabilmente è più rilevante per la professione economica attualmente esistente: l’abilità matematiche. Jonung e Ståhlberg, per esempio, affermano nel loro lavoro: “troviamo l’economia più vicina alla matematica che alle altre scienze sociali”.

DIFFERENZE IN MATEMATICA. L’usuale stereotipo tratto dalla letteratura psicologica è che gli uomini sono più dotati delle donne nelle abilità matematiche e visuli-spaziali, specialmente nella parte superiore della distribuzione statistica. I caveat cruciali a questa generalizzazione sono che le donne sono costantemente migliori (in media) nell’aritmetica e nella computazione.

CONTABILITÀ. Il fatto che le donne siano più brave nel mero calcolo è particolarmente intrigante alla luce dei recenti cambiamenti nella professione contabile: in un campo che era precedentemente dominato dagli uomini, più della metà di tutti i titoli di studio sono ora ora conferiti alle donne (Koretz 1997, Briggs 2007).

MATEMATICA: ATTITUDINE E AVANZAMENTO. Secondo Kimura (1999) i ragazzi fanno meglio nei test attitudinali di matematica (con la solita eccezione nell’abilità contabile), mentre le ragazze fanno meglio nei compiti di matematica durante l’anno. Una distinzione molto interessante. Precisazione di Kimura: poiché la matematica è in questi casi insegnata dalla stessa persona, è improbabile che fattori legati all’insegnamento spieghino molto. Neanche altri fattori più connessi con la “socializzazione”, come il pregiudizio di genere, oppure l’ansia della matematica o l’aspettativa dei genitori e così via, spiegano adeguatamente le profonde differenze.

FORSE IL FRAMING? Gli psicologi hanno effettivamente considerato la possibilità che i test approntati siano di parte: hanno fatto di tutto per formulare quesiti in modo da agevolare la comprensione femminile (ad esempio, “Marta sta facendo biscotti quadrati”, Kimura, 1999) ma i maschi continuano a prevalere.

L’INDIZIO DEI DISORDINI MENTALI. AUTISMO. Una fonte di indizi probanti sulle differenze cognitive tra uomo e donna sono i disturbi neurologici. Molti di questi disturbi sono più comuni tra gli uomini che tra le donne; quello che merita particolare attenzione è l’autismo. Simon BaronCohen e i suoi coautori (2004, 2005) hanno teorizzato che l’autismo può essere ben descritto come una forma di “mente mascolinizzata all’estremo”.

META-STUDI SUI CARATTERI. Un’altra fonte informativa sono i meta-studi (sintesi della produzione scientifica su un certo tema). In una rivista di meta-studi intitolata “L’ipotesi gender”, Hyde (2005) ha raccolto dozzine di meta-studi sulle differenze di genere nelle abilità cognitive e nei tratti della personalità. Ha scoperto che nei test legati alla rotazione tridimensionale, alla visualizzazione spaziale e alla percezione spaziale, i maschi performano costantemente meglio delle femmine, con una stima media di deviazione standard pari a 0,44 al di sopra dell’altro sesso. Il predominio femminile nei test di fluidità verbale, lingua e ortografia sono dello stesso ordine di grandezza. I maschi sono molto più aggressivi delle femmine, e le femmine sono più empatiche e (importante, a mio avviso) più coscienziose per una media di deviazione standard pari a 0,2 punti. Il vantaggio femminile nella coscienziosità è probabilmente di importanza primaria, in particolare nel mondo accademico, dove i docenti di ruolo godono di molta autonomia e possibilità di impostare il loro programma.

QUANTIFICARE LA DIFFERENZA. Se gli uomini hanno effettivamente un vantaggio nella capacità spaziale – un vantaggio, basandosi su Hyde (2005), che aumenta la loro deviazione standard media di 0.5 punti rispetto a quella femminile – e anche assumendo che uomini e donne abbiano la stessa capacità media su queste abilità, allora, a due punti di deviazione standard sopra la media femminile,  il rapporto uomini/donne sarà di 2.4/1; a tre punti sarà di 4/1; a quattro punti di 6.5/1. Insomma, più ci muoviamo verso l’eccellenza, più le sproporzioni si acuiscono (Deary 2003).

Conclusione

POLICY INUTILI. Nell’attuale comprensione scientifica, le differenze maschio-femmina sulle abilità matematiche sembrano persistere anche in presenza di interventi sociali nella didattica, come per esempio i metodi di insegnamento neutrali rispetto al genere. La cosa rappresenta un robusto indizio sulla natura biologica alla base di certe differenze nella varianza.

UNICA VIA: DEVE CAMBIARE LA MATERIA. PIU’ STORIA, MENO ANALISI. Resta comunque una via: l’economia potrebbe cambiare se stessa in modo da valorizzare le competenze più congegnali alle donne. Un’economia più “letteraria” e storica, più orientata all’esposizione narrativa e al lavoro di archivio coscienzioso, sarebbe un’economia in grado di creare più opportunità di lavoro per le donne.

Lettura consigliata: What is the Right Number of Women? Hints and Puzzles from Cognitive Ability Research, di Garett Jones

L'immagine può contenere: una o più persone

FAQ Anarchia

L’anarchismo è la dottrina secondo cui tutte le forme di governo sono oppressive e non necessarie.

Problema: due anarchici potrebbero non concordare su nulla ma mantenere il loro pensiero compatibile con la definizione di anarchismo. Per questo la definizione di cui sopra è corretta ma praticamente inservibile.

Perché dobbiamo prendere sul serio gli anarchici? Bè, solo nel XX secolo, gli stati hanno assassinato ben oltre 100.000.000 di esseri umani, sia in guerra, campi di concentramento o carestie provocate dall’uomo. Una volta sorti, gli stati, permisero a una classe dominante di vivere al di fuori del lavoro della massa della gente comune.

Forse lo stato è un male necessario che non possiamo eliminare. Ma forse è piuttosto un male inutile che accettiamo per inerzia quando un sistema alternativo costituirebbe un grande miglioramento.

Sgombriamo il campo dai soliti equivoci. Gli anarchici si oppongono semplicemente al governo, non all’ordine o alla società. “La libertà è la madre, non la figlia dell’ordine” scrisse Proudhon.  E’ vero, c’è un filone anti-intellettuale nell’anarchismo che favorisce il caos e la distruzione come un fine-in-sé, ma è un filone marginale.

Famiglia, proprietà e religione. Per alcuni anarchici, sono solo altre forme di oppressione e dominazione. Per altri ancora, sono le istituzioni intermedie vitali che ci proteggono dallo stato.

Anarchici di sinistra. Comprende anarco-socialisti, anarco-sindacalisti e anarco-comunisti. Credono che in una società anarchica, le persone o dovrebbero o dovrebbero abbandonare la proprietà privata. Il sistema economico sarebbe organizzato attorno a cooperative di lavoratori. Un valore chiave in questa linea di pensiero anarchico è l’egualitarismo.

Anarchici di destra.  Altrimenti noti come “anarco-capitalismo”. Credono che la proprietà privata sia il criterio per affrontare qualsiasi problema sociale. Nessun anarco-capitalista nega legittimità alle cooperative, purché convivano con altre forme di proprietà. L’anarco-capitalista esalta la giustizia e non dà alcun peso all’eguaglianza.

Gli anarchici socialisti hanno sempre pensato di essere gli unici titolari del pensiero autenticamente anarchico. Carl Landauer: come si puo’ mantenere la proprietà privata senza tribunali o polizia? In realtà, già in quell’epoca (1959), autori come Tucker e Spooner scrivevano sulla capacità del mercato di fornire spontaneamente servizi legali e di protezione.

Libertarismo. In Europa nel diciannovesimo secolo, il libertarismo era un eufemismo popolare per l’anarchismo di sinistra. Dopo la seconda guerra mondiale, specie negli USA, molti intellettuali vicini all’idea del libero mercato ma in opposizione anche al conservatorismo tradizionale cercavano un’etichetta per descrivere la loro posizione e alla fine sceglievano “libertarismo”. Al momento attuale, l’uso americano ha sostanzialmente preso il sopravvento nella teoria politica accademica. Successivamente, alcuni libertari hanno adottato il termine “anarco-capitalismo” per differenziarsi dal libertarismo più moderato.

Anarchici e socialisti.  C’è stata una lunga relazione storica tra i socialisti più ortodossi che sostengono un governo socialista e i socialisti anarchici che desiderano una sorta di socialismo decentrato e volontario. Entrambi i gruppi vogliono limitare o abolire severamente la proprietà privata. I secondi, come ho detto, escludono qualsiasi ruolo di governo.

Marx vs Bakunin.  Gli anarchici socialisti e i socialisti di stato concordano che una società egualitaria è desiderabile, ma si accusano a vicenda di proporre mezzi inefficaci per raggiungerla. Ma c’è anche una questione di valori:  gli anarchici socialisti sottolineano la necessità di autonomia e i mali dell’autoritarismo, mentre i socialisti tradizionali hanno spesso sminuito tali preoccupazioni come “borghesi”.

Anarchismo anti-socialista, qualche nome “storico”. In GB  Auberon Herbert e Herbert Spencer. USA: Josiah Warren, Lysander Spooner e Benjamin Tucker. Come si vede, la parte del leone la fa il milieu anglosassone.

Ma la geografia non è tutto.  L’anarchico francese Proudhon e il tedesco Max Stirner hanno entrambi abbracciato forme modificate di individualismo. Noam Chomsky e Murray Bookchin, due dei più influenti teorici del moderno anarchismo di sinistra, risiedono entrambi negli Stati Uniti.

Anarchici storici della sinistra: Mikhail Bakunin e Peter Kropotkin. Moderni: Emma Goldman, Murray Bookchin e Noam Chomsky. Pierre Proudhon è in una posizione ambigua, specie per la sua difesa dell’eredità  e la sua enfasi sul genuino antagonismo tra potere statale e diritti di proprietà privata.

L’anarco-capitalismo è molto più recente, nasce nella seconda metà del XX secolo. I due nomi principali: Murray Rothbard e David Friedman. Per “padri adottivi” si sono scelti Benjamin Tucker e Lysander Spooner, anche se si tratta di un’adozione contestata a sinistra.

Come funziona l’anarchismo di sinistra? Due visioni. Ci sono alcuni che immaginano di tornare a un modo di organizzazione sociale preindustriale. Altri sembrano intenzionati a mantenere la tecnologia e la civiltà moderne.

Anarco-sindacalismo: trasformare le imprese in cooperative di lavoratori. Non è chiaro come il sindacalista intenda organizzare l’assistenza egualitaria ai bisognosi o la fornitura di beni pubblici. Qualcuno suggerisce che le aziende eleggerebbero rappresentanti per una più ampia organizzazione  di meta-impresa.

Tom Wetzel è di parere diverso. Per lui l’obbiettivo dell’anarco-sindacalismo è la creazione di una struttura democratica dominante, piuttosto che una moltitudine di democrazie non coordinate e centrate sulle imprese.  L’autogestione dei lavoratori richiede strutture di controllo democratico (diretto) sulla produzione sociale e gli affari pubblici in generale. Non deve esserci concorrenza ma coordinamento democratico.

Molti osserverebbero che non c’è nulla di anarchico nel modello Wetzel, si adatta facilmente alla tradizione ortodossa statale-socialista. Probabilmente Bakunin avrebbe ridicolizzato idee come quella di Wetzel come socialismo marxista autoritario sotto mentite spoglie. Ma forse, forzando un po’ la terminologia, quel che gli anarco-sindacalisti storici stavano proponendo non era tanto l’eliminazione del governo ma la sua radicale democratizzazione. In questo senso non erano veri anarchici.

Ronald Fraser, quando descrive l’ideologia degli anarchici spagnoli (storicamente il più grande movimento anarchico europeo), sembra descrivere una realtà differente. L’abolizione del governo era il dogma. Le imprese dovevano essere trasformate in cooperative. La concorrenza veniva smussata dall’imperativo morale e dal fatto che le imprese dovevano essere meno specializzate. Le conseguenze di questa idea si videro nella rivoluzione di Barcellona del 1936; la produzione capitalista e le relazioni di mercato continuarono ad esistere nell’industria collettivizzata. L’economista Roger A. McCain ha esplorato il socialismo di gilda, qualcosa di simile alla Barcellona anarchica.

Kropotkin “Legge e autorità”. La fonte di ispirazione sono le società primitive che vivevano  secondo leggi consuetudinarie sostenute dalla pressione sociale. Per lui  i crimini violenti sono in realtà causati dalla povertà e dalla disuguaglianza create dalla legge imposta dall’alto. Inoltre, gli sforzi per gestirlo attraverso canali legali sono futili. Perché? Perché la punizione non ha alcun effetto sul crimine. Il criminale va curato, non punito.

Restano comunque molti misteri.  I dissidenti che disprezzano tutte le forme di vita comunitaria sono  autorizzati a creare le proprie società separate e inegualitarie? Qualcuno ha detto che i piccoli agricoltori e simili non sarebbero stati collettivamente forzati, ma si è sempre restati sul vago.

Gli anarco-capitalisti sono economisti accademici, quindi nella loro opera i dettagli abbondano. Considerano che la loro visione sia semplicemente una versione leggermente più estrema del libertarismo proposto ad es. da Robert Nozick.

I cosiddetti “minarchi” (Nozick) hanno sostenuto che il governo deve limitarsi alla protezione degli individui e della loro proprietà privata contro l’invasione fisica; di conseguenza fornirà solo polizia, tribunali, un codice legale e difesa nazionale.

Gli anarco-capitalisti tengono in grande considerazione economisti classici come Adam Smith, David Hume e Jean-Baptiste Say, nonché economisti più moderni come Joseph Schumpeter, Ludwig von Mises , FA Hayek, Milton Friedman, George Stigler e James Buchanan. Il problema con questi economisti, affermano gli anarco-capitalisti, non è che difendono il libero mercato, ma semplicemente non applicano le loro idee fino in fondo e in modo coerente.

[… Anche a sinistra non c’è un disprezzo unanime per gli economisti del libero mercato. Noam Chomsky in particolare ha ripetutamente elogiato alcune delle intuizioni politiche di Adam Smith e anche Peter Kropotkin ha avuto cose positive da dire su Smith come scienziato sociale e moralista…]

L’anarco-capitalista immagina che i servizi di polizia potrebbero essere venduti da imprese liberamente competitive; che emergerebbe un sistema giudiziario per arbitrare pacificamente le controversie tra imprese; e un codice giuridico ragionevole potrebbe essere sviluppato attraverso abitudini, precedenti e contratti. Fa notare che una grande quantità di legge moderna (come la legge anglo-americana) ha la sua origine non nei Parlamenti ma nelle decisioni decentralizzate dei giudici.

L’anarco-capitalista di solito si ispira alle guardie di sicurezza private, ai resort recintati, all’arbitrato e alla mediazione, nonché alle altre  dimostrazioni della capacità del mercato libero di fornire servizi normalmente considerati un monopolio del governo. Questi servizi di polizia istituirebbero quindi delle reti per gestire pacificamente le controversie tra i membri delle rispettive agenzie. In alternativa, i servizi di polizia potrebbero essere “raggruppati” con i servizi di alloggio, proprio come i proprietari spesso abbinano acqua e energia con alloggi in affitto. Poiché la guerra è troppo costosa l’accordo diventa l’unica alternativa.

Forse il modo migliore per capire perché l’anarco-capitalismo sarebbe molto più pacifico del nostro attuale sistema è per analogia. Consideriamo il nostro mondo come sarebbe se il costo di trasferirsi da un paese all’altro fosse zero, se tutti vivessero in una casa mobile e parlassero la stessa lingua: un giorno il presidente della Francia annuncia che a causa di problemi con i paesi limitrofi, vengono imposte nuove tasse militari e la coscrizione inizierà a breve. La Francia si troverà presto  a governare un paesaggio pacifico ma vuoto.

Anarco-capitalismo e mafia. La mafia non può che prosperare nella nicchia del mercato artificiale creata dal divieto di alcol, droghe, prostituzione, gioco d’azzardo e altri “crimini senza vittima”. La loro competenza consiste nel vivere nell’illegalità, per questo spesso delinquono. Le bande mafiose a volte si uccidono tra loro ma i proprietari di negozi di liquori generalmente no.

Il modo di rapportarsi al crimine non rappresenta un problema, a differenza di alcuni anarchici di sinistra, l’anarco-capitalista non ha obiezioni a punire i criminali; e trova la tesi del primo che la punizione non scoraggia il crimine come il culmine dell’ingenuità. Un criminale condannato dovrebbe il risarcimento alla vittima, e sarebbe costretto a lavorare fino a quando non ripagherà il suo debito.

Probabilmente la principale divisione tra gli anarco-capitalisti deriva dalle apparenti differenze tra l’anarchismo di Rothbard incentrato sulla legge naturale e l’approccio più economistico di David Friedman. Rothbard pone l’accento sulla necessità di un codice giuridico libertario mentre Friedman si concentra sulla possibilità di pluralismo di sistemi legali coesistenti.

L’anarco-capitalismo “contiene” l’anarco-sindacalismo.  In teoria, una società “anarco-capitalista” potrebbe essere costituita solo di cooperative, purché queste associazioni siano formate volontariamente. L’anarco-capitalista semplicemente dubita, a causa della loro inefficienza, che sarebbero molto diffuse.

Quali sono le critiche rivolete al pensiero anarchico? La critica più comune, condivisa da tutta la gamma di critici (da Thomas Hobbes, a Friedrich Engels e Ludwig von Mises), è fondamentalmente che l’anarchismo degenererebbe rapidamente in una caotica guerra hobbesiana di tutti contro tutti: una società anarchica non è mai esistita se non tra i “selvaggi”.

Gli anarchici di sinistra contro-obietteranno che queste critiche si basano su presupposti culturali contingenti derivanti da un’economia competitiva che fomenta le diseguaglianze. Contesterebbero l’affermazione che la guerra è lo stato naturale degli esseri umani non governati; per l’essere umano, come molte altre specie di animali, la cooperazione è più comune, naturale e probabile.

L’anarco-capitalista direbbe di essere frainteso: lui crede che la polizia e le leggi siano necessarie e desiderabili e si limita a sostenere che potrebbero essere fornite dal libero mercato piuttosto che dal governo. Più fondamentalmente, dubita delle basi teoriche dell’argomento di Hobbes, poiché ignora la probabilità che individui o imprese aggressivi possano tenere conto delle ritorsioni che potrebbero provocare. Nel “gioco” della guerra la pace sarebbe la strategia dominante.

Marx vs Bakunin. Mentre i marxisti-leninisti talvolta collaboravano con gli anarchici durante le prime fasi delle rivoluzioni russa e spagnola, la lotta violenta tra loro era la regola piuttosto che l’eccezione.

Mentre lo sviluppo del socialismo secondo Marx doveva seguire un suo “corso naturale” dal punto di vista storico e avere presupposti ben precisi, gli anarchici credevano erroneamente che potesse essere creato solo con la forza della volontà. Questa differenza, probabilmente, oggi è solo di interesse storico, alla luce della grossolana imprecisione nelle previsioni marxiste.

Marx ha ridicolizzato l’affermazione di Bakunin che un governo socialista sarebbe diventato un nuovo dispotismo da parte degli intellettuali socialisti. Ma qui Bakunin è stato profetico: la “dittatura del proletariato” marxista divenne rapidamente una spietata “dittatura sul proletariato”.

Bakunin sosteneva che che il capitalista ha il suo capitale solo per la grazia dello stato: il capitalismo andrà a fuoco di se stesso una volta abbattuto lo stato. Per i marxisti, al contrario, abolire il capitale, concentrare i mezzi di produzione nelle mani di pochi manderà gambe all’aria lo stato.

Anche la relazione tra miniarchi e anarco-capitalisti degenerò in scontri. Il primo attacco può essere trovato nel saggio di Ayn Rand “The Nature of Government”: il rapporto tra le imprese di polizia anarco-capitaliste si sarebbero trasformato in guerra non appena si fosse aperta una disputa seria.

Altra accusa di Ayn Rand agli anarchici di destra:  l’anarco-capitalismo è l’espressione di un’epistemologia soggettivista  che avrebbe permesso a ciascuna persona di decidere autonomamente se l’uso della forza fisica fosse giustificato o meno.

Risposta di Roy Childs ad Ayn Rand:  un individuo potrebbe essere razionale o irrazionale nel suo giudizio, proprio come potrebbe esserlo un governo.

Critica di Robert Nozick agli anarchici di destra. Nozick sosteneva che la fornitura di servizi di polizia e legali erano un monopolio naturale e che come tali sarebbero emersi dai tipici processi di mano invisibile. Nozick ha affermato che l’agenzia di protezione dominante in una regione potrebbe legittimamente vietare la concorrenza e diventare così uno “stato minimo”. Ma a questo punto, sarebbe obbligata a risarcire in natura i consumatori a cui ha vietato l’acquisto di servizi in concorrenza dando loro accesso gratuito alla propria polizia e ai propri servizi legali. Nessuno di questi passaggi, secondo Nozick, viola i diritti libertari.

Risposta anarco-capitalista: per cominciare, nessuno stato è emerso nel modo descritto da Nozick, quindi tutti gli stati esistenti sono illegittimi e meritano l’abolizione. In secondo luogo, gli anarco-capitalisti contestano l’ipotesi secondo cui la difesa sia un monopolio naturale, osservando che le moderne guardie di sicurezza e le imprese di arbitrato sono estremamente decentralizzate e competitive. Infine, respingono il principio di indennizzo di Nozick come eccezione assurda.

Critiche da destra all’anarchismo. Vedi autori come Edmund Burke, Russell Kirk ed Ernest van den Haag (è interessante notare che gli studiosi di Burke stiano ancora discutendo se il libello quasi anarchico “A Vindication of Natural Society” di Burke sia stato un lavoro serio o una satira sottile).

Burke probabilmente direbbe che gli anarchici attribuiscono troppa fiducia alla loro ragione imperfetta e non abbastanza alla saggezza accumulata della tradizione. Il probabile risultato di ogni tentativo di realizzare i principi anarchici sarebbe un breve periodo di zelo rivoluzionario, seguito dal caos e dalla disgregazione sociale derivanti dall’impraticabilità delle politiche rivoluzionarie, e infine da un brutale dittatore.

Molti anarchici accettano di fatto la critica di Burke alla rivoluzione violenta, motivo per cui favoriscono il gradualismo dell’educazione e la protesta nonviolenta. Bakunin: sono sempre gli individui assetati di potere che favoriscono la rivoluzione violenta come una via pratica al potere assoluto a cui anelano.

Il disaccordo con Burke.  Molte forme di sofferenza derivano dalla cieca adesione alla tradizione; e il pensiero razionale ha innescato innumerevoli miglioramenti nella società umana sin dal declino del dispotismo tradizionale. Inoltre, gli anarchici non propongono di abolire le tradizioni preziose, ma semplicemente richiedono la prova che particolari tradizioni siano preziose. Inoltre, per lo stato difendere la tradizione significa strangolare il processo competitivo che tende a rendere la tradizione ragionevole. Come spiega Vincent Cook: “È proprio perché la saggezza deve essere accumulata in passi incrementali che non può essere pianificata centralmente da nessuna singola autorità politica o religiosa.

La critica di Russell Kirk ai libertari: primo, negano l’esistenza di un “ordine morale trascendente”. Secondo, l’ordine viene prima della libertà, e la libertà è possibile solo dopo che il governo ha stabilito un ordine costituzionale. In terzo luogo, i libertari ritengono che l’interesse personale sia l’unico legame sociale possibile.  Quarto, i libertari presumono erroneamente che gli esseri umani siano naturalmente buoni. In quinto luogo, il libertario attacca scioccamente lo stato in quanto tale, piuttosto che semplicemente i suoi abusi.

Il disaccordo con Kirk. Si sottolineava che c’erano stati anarchici sia religiosi che non religiosi;  inoltre, molti anarchici non religiosi continuano ad abbracciare l’oggettivismo morale (in particolare gli anarchici nella più ampia tradizione della legge naturale). La maggior parte degli anarchici, poi, negherebbe di rendere l’interesse personale l’unico possibile legame sociale. Quanto all’ordine, gli anarco-capitalisti probabilmente indirizzerebbero Kirk ai teorici dell’ “ordine spontaneo” come Hayek, Hume, Smith e persino Edmund Burke stesso.

Un’altra critica all’anarchismo, quella “per assurdo”. Pper molti critici l’anarchismo è assurdo perché viviamo già in un mondo anarchico: i governi governano perché hanno la forza di mantenere il loro potere.

Replica. Una cosa è sostenere che l’anarchia porterebbe alla regola dal più forte; questa è un’affermazione causale sui probabili risultati del tentativo di creare una società anarchica. Un’altra cosa è sostenere che l’anarchia significhi il dominio del più forte.

Una variante della critica “per assurdo” viene rivolta spesso agli anarco-capitalisti: se le agenzie di protezione concorrenti potessero impedire la creazione di un’impresa abusiva e dominante, perché non lo fanno ora? Se la cosa funzionasse, funzionerebbe già ora e non avremmo lo stato.

Risposta 1. Gli anarco-capitalisti stanno pensando a una società in cui la maggior parte delle persone condanni l’esistenza di un tale monopolista. Una cosa è sopprimere una “società criminale” quando è condannata dall’opinione pubblica, un’altra cosa sopprimere lo stato quando l’istituzione gode del sostegno schiacciante della popolazione. Quando una classe dirigente perde la fiducia nella propria legittimità – dall’Ancien Régime in Francia al Partito comunista in Unione Sovietica – diventa vulnerabile e debole.

Risposta 2. La critica ignora la possibilità di equilibri multipli: se tutti guidano sul lato destro della strada, i tentativi isolati di passare a sinistra saranno pericolosi e probabilmente fallimentari. Ma se tutti guidano sul lato sinistro della strada, lo stesso pericolo esiste ma rovesciato.

*** Altri anarchici 

Ci sono anarchici di altro tipo? Sì: per alcuni, “anarchico” è solo una dichiarazione di ribellione contro regole e autorità di qualsiasi tipo. Questa sorta di anarchismo è più un atteggiamento emotivo, un sentimento. C’è poco da spiegare. Max Stirner è un rappresentante di questa corrente “emotiva”.

Per l’anarchico emotivo, l’opposizione allo stato è solo un caso speciale della sua opposizione a quasi tutto: alla famiglia, all’arte tradizionale, alla cultura borghese, alle persone di mezza età, alla monarchia britannica, ecc.

Una sottospecie dell’anarchia emotiva e l’anarchia nichilista. Gli anarco-nichilisti combinano l’opposizione a tutto campo dell’emotivo con una teoria morale ed epistemologica particolare.

C’è poi l’anarchismo morale. L’anarchismo di questo tipo è una sorta di sogno ideale, bello e stimolante da contemplare mentre perseguiamo obiettivi più concreti. Si tratta di un pensiero frammentario che evita i sistemi. Spesso si concentra sull’azione e disapprova la teorizzazione.

Ci sono poi gli “anarchici filosofici”, che vedono poche implicazioni pratiche della loro posizione intellettuale. Per l’anarchico filosofico la persona razionale non può e non deve offrire la cieca obbedienza all’autorità che i governi spesso sembrano esigere; ma questa intuizione non deve scatenare alcuna azione politica se i decreti del proprio governo non sono insolitamente immorali. Esponente: Paul Wolf.

Ci sono poi gli anarco-cristiani alla Leone Tolstoj. Attingendo ai temi dei vangeli della non violenza e dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, questi anarchici condannano il governo come contrario all’insegnamento cristiano. Sono non violenti e contrari alla guerra (Tolstoj: “Patriottismo o Pace”).

Frattaglie anarchiche a sinistra. Esiste una fazione di femministe, che si definisce “anarcofemminista”. I movimenti verdi e ambientalisti hanno ali anarchiche che fondono l’opposizione allo stato e la difesa dell’ambiente. Il loro teorico principale è probabilmente Murray Bookchin.

Ma perché l’anarchismo è giusto? Un argomento popolare a sinistra è che l’anarchismo è l’unico modo per realizzare il vero socialismo. Il socialismo di stato non è in grado di stabilire un’uguaglianza effettiva.

A destra si dice invece che solo sotto l’anarco-capitalismo possono essere pienamente rispettati i diritti di Locke così fortemente sostenuti anche dai libertari più moderati. Per Rothbard l‘affermazione del governo di difendere la proprietà privata è ironica, perché pretende di farlo con la coercizione unilaterale proprio contro la proprietà privata, nota come tassazione. David Frieman, per contro, non ama l’appello ai diritti naturali di Locke, e si assume invece il compito di di dimostrare che il caso pragmatico fatto da Adam Smith regge anche per i “servizi pericolosi” (difesa, polizia, tribunali…).

Lysander Spooner, Benjamin Tucker e Proudhon hanno sostenuto che l’anarchismo azzererebbe gli interessi e la rendita attraverso la libera concorrenza. Dal loro punto di vista, solo il reddito da lavoro è legittimo.

Un’intuizione morale di base che probabilmente gli anarchici di tutte le specie condividono è che nessuno ha il diritto di governare un’altra persona. A sinistra però questa relazione di dominio viene vista anche tra datore di lavoro/lavoratore.

Diatribe tra anarchici. Senza dubbio, il dibattito più ripetuto tra gli anarchici moderni è combattuto tra gli anarchici di sinistra e gli anarco-capitalisti dall’altra. Questi ultimi si dividono tra chi ha un approccio più economicista e chi invece punta sui diritti naturali.

Il dibattito più ozioso è quello che viene tenuto a suon di “non sei veramente un anarchico”, perché gli anarchici devono favorire l’abolizione della proprietà privata, o dell’ateismo, o del cristianesimo, ecc. Spesso il dibattito è viziato anche da gaffe. Esempio, molti “padri riconosciuti”, come l’anticomunista viscerale Proudhon, erano ardentemente a favore di privati proprietà, semplicemente credevano che alcuni tipi di proprietà esistenti fossero illegittimi (monopoli garantiti dallo stato), senza opporsi però alla proprietà privata in quanto tale. La cosa puo’ sorprendere chi si ferma alla famosa dichiarazione “la proprietà è un furto”.

Un dibattito più fruttuoso è quello che affronta chi sostiene che l’anarchismo avversario sarebbe instabile e portare alla rapida riemergenza del governo. Esempio: gli anarchici di sinistra sostengono spesso che le imprese di difesa immaginate dagli anarco-capitalisti sarebbero in guerra tra loro fino a quando non ne uscirà il nuovo governo (Noam Chomsky). Gli anarchici di destra rispondono come già abbiamo visto: 1) chi massimizza il profitto evita la guerra e 2) colludere è difficile.

Gli anarco-capitalisti, da parte loro, accusano gli anarchici di sinistra di voler imporre una visione comunitaria a tutti; poiché non tutti aderiranno volontariamente, sarà necessario un governo autoritario. La sinistra risponde che 1) nascerà l’uomo nuovo, 2) i dissenzienti avrebbero il diritto di non entrare nelle cooperative, purché non sfruttino il loro prossimo 

Altra diatriba. Gli anarchici di sinistra hanno sostenuto che se i lavoratori potessero decidere se andare sotto padrone o in una cooperativa di lavoratori, opterebbero per la seconda alternativa.

Per gli anarco-capitalisti funziona esattamente al contrario: cosa è una cooperativa di lavoratori se non un’impresa di proprietà dei lavoratori in cui gli operai detengono congiuntamente tutte le azioni? Ora questo è un portafoglio particolarmente irrazionale che prima o poi salterà in aria. Avrebbe molto più senso per i lavoratori scambiare le proprie azioni nella propria impresa con azioni in altre imprese al fine di assicurarsi contro il rischio. Pertanto, un lavoratore razionale venderebbe le sue quote della cooperativa per migliorare il suo portafoglio. Il risultato finale sarà probabilmente la forma standard di organizzazione capitalista. Ma c’è di più. I lavoratori considererebbero il loro lavoro come una sorta di diritto di proprietà e si rifiuterebbero di assumere nuovi lavoratori a parità di condizioni, perché così facendo diluirebbero le loro quote nei profitti dell’impresa con i lavoratori entranti. Si creerebbero due o più caste di lavoratori. Esempio, vediamo cosa succede nelle società esistenti “controllate dai lavoratori” come gli studi legali: normalmente consistono in due livelli di lavoratori, uno dei quali lavora e possiede l’impresa (“i partner”), mentre i restanti sono semplicemente dipendenti (“i soci”).

Per l’anarchico di sinistra, la società immaginata dagli anarco-capitalisti spesso sembra molto peggiore di quella che abbiamo ora. Perché è proprio alla disuguaglianza, allo sfruttamento e alla tirannia del capitalismo moderno che si oppongono. Gli anarchici di sinistra identificano spesso l’anarco-capitalismo con il darwinismo sociale e persino con il fascismo, sostenendo che l’idea crudele di “sopravvivenza del più adatto” è alla base di tutto.

L’anarco-capitalista, a sua volta, spesso sospetta che il mondo anarchico di sinistra sarebbe peggiore del mondo di oggi. L’anarco-capitalista sospetta che l’anarchico di sinistra non si accontenti di chiedere libertà per adottare il suo stile di vita (in effeti già lo possiede) ma lo voglia imporre a tutti.

Il problema dei beni pubblici. Il cosiddetto problema dei “beni pubblici” è sicuramente il più frequentemente espresso quando si intende perorare la necessità di un governo. Come rispondono i diversi anarchici?

Gli anarco-capitalisti, che vengono dalla tradizione neo-classica, hanno spesso molta familiarità con questa linea di pensiero e passano molto tempo a cercare di confutarla; gli anarchici di sinistra sono generalmente meno interessati, ma è comunque utile vedere come anche l’anarchico di sinistra ha le sue risposte.

Argomento dei beni pubblici: presumibilmente, esistono servizi importanti, come la difesa nazionale, che va a vantaggio di tutti (non escludibilità). Il risultato è che gli agenti opportunisti potrebbero rifiutarsi di contribuire, portando al disastro. L’unico modo per risolvere questo problema è quello di realizzare una raccolta forzosa di fondi. Affinché questa coercizione funzioni, deve essere monopolizzata da una singola agenzia, lo stato.

Di solito si considerano beni pubblici la difesa nazionale, la polizia, le strade, l’istruzione, la ricerca e lo sviluppo, la ricerca scientifica e molti altri beni e servizi. La caratteristica essenziale dei beni pubblici è la “non escludibilità”; poiché i benefici non possono essere limitati ai contributori, non vi è alcun incentivo a contribuire.

Prima risposta. Semplicemente non è vero che le persone agiscono sempre nel loro stretto interesse personale. La carità esiste, e non c’è motivo di pensare che l’impulso caritatevole non possa essere coltivato per gestire volontariamente i problemi dei beni pubblici. Rinvio a Social Contract, Free Ride di Anthony de Jasay. In breve, gran parte del problema dei beni pubblici nasce da assunzioni irrealistiche degli economisti sulla natura umana. Gli anarchici sarebbero sicuramente in disaccordo tra loro su tale natura, ma quasi tutti sarebbero d’accordo sul fatto che il carattere umano contenga di più dell’ossessione per il proprio interesse personale.

Molti economisti hanno testato sperimentalmente le previsioni della teoria dei beni pubblici. Il risultato quasi universale è che la previsione centrale della teoria dei beni pubblici è totalmente falsa. Mentre il livello dei contributi raramente eguaglia il livello Pareto-ottimale, non si avvicina nemmeno al livello di dalla teoria dei beni pubblici. Ci si attesta su livelli pari al 40/60% (Douglas Davis e Charles Holt).

Seconda risposta. Non è vero che il governo sia l’unico modo per gestire i problemi dei beni pubblici e delle esternalità. Perché una comunità anarchica di sinistra o una compagnia di polizia anarco-capitalista non potrebbe fare altrettanto? Gli anarco-capitalisti sottolineano come il mercato potrebbe prendere il controllo dei servizi governativi – in effetti, i centri commerciali e le comunità chiuse mostrano come le strade, la sicurezza e le esternalità possono essere gestite dal contratto piuttosto che dalla coercizione.

Terza risposta: privatizzare. Gli anarco-capitalisti metterebbero in evidenza che un gran numero di presunti “beni pubblici” ed “esternalità” potrebbero facilmente essere gestiti privatamente da imprese a fini di lucro se solo il governo si limitasse a definire i diritti di proprietà. Se certi allevatori brucano eccessivamente i beni comuni, perché non privatizzare i beni comuni? Se i pescatori spopolano gli oceani, perché non privatizzarlo battendo all’asta il diritto a pescare in certe zone? E perché la scuola dovrebbe creare esternalità maggiori rispetto ad ogni altro tipo di investimento? Eccetera.

A sinistra si sottolinea che molte esternalità sono causate dalle imprese commerciali sostenute dallo stato. Le imprese inquinano perché è più economico che produrre in modo pulito; ma le ditte anarco-sindacaliste potrebbero perseguire scopi diversi oltre al profitto.

Quarta risposta: il problema dei beni pubblici è inevitabile. Se crei un governo per risolvere i tuoi problemi di beni pubblici, crei semplicemente un nuovo problema di beni pubblici: il bene pubblico di frenare e controllare che il governo abusi del suo potere. Dopotutto, il voto intelligente e informato è un bene pubblico; tutti beneficiano se l’elettorato raggiunge giudizi politici saggi, ma non vi è alcun incentivo personale e materiale a “investire” nell’informazione politica. Poiché non vi è alcun incentivo a monitorare il governo, le democrazie devono fare affidamento su donazioni volontarie di intelligenza e virtù. Perché allora un doppio standard?: mentre le esternalità non governative devono essere corrette dallo stato, perché dobbiamo semplicemente sopportare le esternalità inerenti al processo politico.

David Friedman: sotto le istituzioni governative la buona legge è un bene pubblico e la cattiva legge è un bene privato. Cioè, c’è un piccolo incentivo personale diretto a fare lobby per leggi a beneficio di tutti, ma un forte incentivo personale a fare lobby per leggi che beneficiano interessi particolari a scapito di tutti gli altri. Al contrario, sotto le istituzioni anarco-capitaliste, la buona legge è un bene privato: devo spendere tempo e denaro per determinare quale agenzia di protezione mi servirà meglio – ma avendo deciso quello che voglio, ottengo quello per cui pago. Il beneficio del mio saggio acquisto va a me, quindi ho un incentivo ad acquistare con saggezza.

Sono esistite società anarchiche? Gli anarchici di sinistra citano le comuni anarchiche della guerra civile spagnola. Il dibattito è aperto. James Donald sostiene che le organizzazioni e i sindacati anarchici spagnoli, anche se inizialmente furono democratici, rapidamente si trasformarono in oligarchie dittatoriali una volta che la guerra ebbe inizio.

Anche i kibbutzim israeliani sono stati ammirati come esempi di lavoro del socialismo volontario. Kropotkin e Bakunin sostenevano il mir, il tradizionale sistema di agricoltura comunale nella Russia rurale.

L’esempio preferito degli anarco-capitalisti, al contrario, è l’Islanda medievale. David Friedman ha scritto ampiamente sull’offerta competitiva dei servizi di difesa e sul carattere anarchico di quel periodo della storia islandese.

È stato anche affermato che un lungo tratto della storia medievale irlandese ha offerto istituzioni anarco-capitaliste. Altri anarco-capitalisti hanno sostenuto che il “selvaggio West” americano offre un’eccellente illustrazione delle istituzioni anarco-capitaliste che sorgono solo per essere poi soppresse e soffocate dal governo.

Gli anarco-capitalisti spesso osservano anche che, mentre gli Stati Uniti non sono mai stati una società anarchica, si avvicinarono ai loro ideali di puro laissez-faire nel periodo coloniale e rivoluzionario. In particolare viene isolato un breve periodo della storia della Pennsylvania, quando il governo dello stato si dissolse per mancanza di interesse.

Un caso che ha ispirato entrambi i tipi di anarchici è quello delle città libere dell’Europa medievale. Il primo anello debole nella catena del feudalesimo, queste città libere divennero i centri di sviluppo economico, commercio, arte e cultura dell’Europa. Fornivano anche un rifugio per i servi della gleba in fuga, e offrono molti esempi di come le persone possono formare associazioni di mutuo soccorso di protezione e assicurazione sociale.

L’uomo nuovo. Alcuni anarchici di sinistra liquidano molti problemi parlando di “uomo nuovo”. Questa supposizione spiega in parte la frequente mancanza di spiegazioni su come una società anarchica gestisca il crimine, gli individualisti dissenzienti e così via.

Gli anarco-capitalisti hanno un’immagine molto diversa della natura umana. Mentre normalmente credono che le persone abbiano una forte capacità di azione virtuosa, credono comunque che sia saggio e necessario cementare la virtù morale con incentivi materiali.

Come arrivare all’anarchia? La maggior parte degli anarchici moderni concorda pienamente sul fatto che l’istruzione e la persuasione siano il modo più efficace per spostare la società verso la sua destinazione finale. C’è la convinzione che “le idee contano”.

Gli anarco-capitalisti generalmente vedono ogni riduzione del potere e dell’attività del governo come un passo nella giusta direzione. Di conseguenza, di solito supportano qualsiasi misura per deregolamentare, abrogare le leggi e tagliare la tassazione e la spesa.

L’anarchico di sinistra è più in difficoltà: non puo’ “smontare” lo stato pezzo a pezzo. E’ difficile, per esempio, difendere l’abolizione dei programmi di welfare quando sono un importante mezzo di sussistenza per le classi inferiori oppresse della società capitalista.

Gli anarchici erano terroristi? Diversi capi di stato furono assassinati dagli anarchici, insieme a uomini d’affari, industriali, agenti di borsa e così via. Uno dei casi più famosi è stato quando il giovane Alexander Berkman ha cercato di uccidere l’industriale dell’acciaio Henry Frick. In quell’epoca gli anarchici di sinistra erano divisi sulla liceità del terrorismo. Gli anarchici individualisti come Benjamin Tucker vedevano quasi sempre le attività terroristiche come controproducenti e immorali.

Argomento dei terroristi anarchici: il terrorismo anarchico avrebbe provocato i governi inducendoli a ricorrere a misure sempre più dure per ristabilire l’ordine. Con l’aumentare della crudeltà dei governi sarebbe aumentata anche la loro impopolarità, fino al crollo. Ma come ci si potrebbe aspettare, contrariamente alle speranze dei terroristi, era la reputazione dell’anarchismo – anche quello pacifico – che ne risentì.

Il terrorista moderno più famoso nella tradizione della “propaganda dell’azione” è il cosiddetto Unabomber, che si definisce esplicitamente un anarchico ambientalista nel suo ormai famoso manifesto.

Molti anarchici di destra e sinistra sono stati ispirati da personaggi nonviolenti. Per esempio dagli scritti del francese del XVI secolo Etienne de la Boetie, il cui quasi anarchico “Discorso sulla Servitù”” Volontaria” enunciava una teoria dettagliata della rivoluzione nonviolenta. Un altro personaggio fu Henry David Thoreau, che ha influenzato molti movimenti di protesta nonviolenta attraverso il suo saggio “On the Duty of Civil Disobedience”.

Gli anarchici sono pacifisti? L’ispirazione pacifista degli anarchici viene da Leo Tolstoy. Traendo i suoi temi dai Vangeli, Tolstoj ha sostenuto che la violenza è sempre sbagliata, compresa la violenza difensiva. L’appello contro la violenza difensiva sembrerebbe escludere non solo la pena contro i criminali, ma anche l’autodifesa contro un attacco imminente.

L’anarco-capitalista generalmente distingue tra la forza “iniziatica” contro la persona o la proprietà (che considera errata) e la forza di ritorsione (che considera accettabile e possibilmente meritoria). L’anarco-capitalista condanna lo stato proprio perché istituzionalizza l’inizio della violenza.

Quasi tutti gli anarchici, al contrario, sarebbero d’accordo nella loro condanna della guerra, cioè nel conflitto violento tra i governi. Gli anarchici di sinistra e gli anarco-capitalisti considerano le guerre come grottesche lotte tra le élite dominanti, le quali vedono la vita del “loro” popolo come sacrificabile. Gli anarchici di entrambi i fronti accetterebbero prontamente l’osservazione di Randolph Bourne secondo cui “la guerra è la salute dello stato”.

Per gli anarchici di sinistra la guerra è creata dal capitalismo, in particolare dalla lotta per l’accesso ai mercati nel Terzo mondo. Noam Chomsky è quasi certamente il rappresentante più influente dell’approccio anarchico di sinistra alla politica estera.

La visione della guerra degli anarco-capitalista attinge pesantemente sia ai liberali classici contro la guerra del XVIII e XIX secolo, sia alla tradizione isolazionista americana di vecchia data. I primi teorici liberali classici come Adam Smith, Richard Cobden e John Bright sostenevano che la guerra era causata dal mercantilismo, dall’alleanza prevalente tra i governi e le loro élite economiche preferite. La soluzione, a loro parere, era di porre fine alla connessione incestuosa tra imprese e governo. A parte la condanna morale, Il punto contro la guerra dell’ anarco-capitalista è che il suo unico risultato sicuro è quello di aiutare l’espansione interna del potere statale; e prevedibilmente, quando le guerre finiscono, la potenza dello stato non si contrae mai entro i confini originali.

Risultati immagini per art anarchist

 

 

 

 

 

 

 

 

Fare dischi o fare musica?

Parto in quarta con Giovanni Paolo II: “’Tra tutte le cose poco importanti, il calcio è la più importante”. Personalmente sostituisco al calcio la musica pop.

Ciò che affascina in una canzone pop è il nostro rapporto con lei. Non possiamo metterla sotto la lente uscendo di scena, la tradiremmo. Insieme a lei, siamo noi i protagonisti. Non puo’ esserci interesse per il pop disgiunto dall’interesse per il suo lato umano.

E’ possibile prendere la musica sul serio senza espellere la vita che contiene? In genere sì. Ma nel caso del pop la risposta è un sonoro “no”.

Il pop è essenzialmente una colla che attacca alla canzone cose diverse e eterogenee. I Beatles sono stati degli eccellenti produttori di questa singolare colla.

Ascoltando i Beatles rischiamo di perdere molto: il mestiere è stato oscurato dall’ abilità artistica, l’abilità artistica è oscurata dai significati e i significati sono oscurati dalla leggenda. In genere viene  sottovalutato il versante artigianale perché viene sopravvalutato il loro significato.

Il loro merito principale: aver rotto la legge di Menand. Louis Menand: nessuna carriera nello show-business può durare più di tre anni (in realtà Menand l’applicava con una piccola variante anche ai B.: tre anni scanzonati e tre anni psichedelici).

Tesi eretica: il primo periodo fu quello in cui il genio collettivo dei Beatles operò a pieno regime.

La loro umiltà: non si sentivano limitati dal fatto di fare musica per ragazze di quattordici anni.

La falsa opposizione tra rock e pop non era ancora stata inventata. Oggi è l’ultimo rifugio delle “canaglie”.

L’abilità dei B: fare dischi ottimi, non solo canzoni notevoli. Le abilità canore, di composizione, di arrangiamento, di accompagnamento e di produzione confluivano armoniosamente in un’unica abilità: fare dischi. Furono i primi a fare dischi prima ancora di fare musica, e furono i migliori.

Non erano grandi autori: i loro testi del primo periodo erano banali. Tuttavia, le loro canzoni erano eccellenti, e le canzoni sono l’ingrediente vitale dei dischi. Come spiegarlo? Chiedetevi perché.

Un’ipotesi: la loro geniale stenografia musicale. Nessun preambolo in “All My Loving”, “Penny Lane”, “Eight Days A Week” o “No Reply”. “Help”, poi, inizia come un salto da una scogliera.

Conoscevano il segreto di una buona esibizione (vale per i concerti, per i discorsi e anche per i post): inizia da metà e finisci tagliando. In scena suonavano come se dovessero liberare il palco da un momento all’altro. In questo sono precursori del punk.

Tutta una questione di alchimie. Esempio: anche se Ringo non fu il miglior batterista DEI Beatles, fu sicuramente il miglior batterista PER i Beatles. Chiedetevi perché.

Esempio di fusione nucleare: Lennon e McCartney. Due ragazzi “normali” che in qualche modo hanno trasformato le loro differenze nel più grande dividendo creativo di sempre. Erano i contributi dell’uno alle idee dell’altro che faceva scoccare la scintilla.

Lennon e McCatney erano “in gamba”, non preparati. Vi prego di meditare la differenza.

Non violarono solo la “legge di Menand” ma tutta una serie di “leggi”. Iniziarono fin da subito giungendo dalla provincia inglese in un’epoca in cui sembrava impossibile che qualcosa di significativo potesse uscire da lì. La violazione della statistica sparge felicità e speranza ovunque.

Il pop è una scintilla. Una scintilla vitale. Avete presente quel piccolo bagliore che si accende sulla punta del dito di Dio all’atto della creazione? I B accendevano scintille a raffica. Un robot puo’ essere complicatissimo ma non sarà mai vitale quanto un neonato.

Vogliamo usare un termine per descrivere la loro musica degli inizi? Orecchiabile. Una canzone orecchiabile ti entra dentro e ti accompagna vivendo con te la tua vita. E’ questa qualità che aggancia chi ascolta.

La loro musica è zeppa di dettagli – la coda di “Hello Goodbye”, l’intro di “Here, There And Everywhere…” – ciascuno dei quali si dà il cambio e passa qualche giornata con te.

La musica pop è un virus. Il virus non possiede la complessità di un grande animale, le sue virtù sono altre: deve entrare in un organismo e invaderlo moltiplicandosi. Lui c’è ma non lo vedi, mentre a un elefante non ci pensi a meno che ti compaia davanti per farsi ammirare. I B hanno saputo colonizzare il nostro immaginario.

Nei B c’è lo sprezzo dell’inconsapevolezza, la noncuranza di chi vive nell’abbondanza, pensiamo solo alla serie di meravigliose canzoni mai pubblicate come singoli. Ricordiamoci poi che pezzi come “Penny Lane” o “Strawberry Fields Forever” – presenti in molte liste dei migliori singoli di sempre – sono stati lasciati fuori da Sgt. Pepper’s.

Questa noncuranza rinvia ad un altro segreto del pop: la mancanza di riflessione. Tutto si svolge su un unico piano privo di qualsiasi metafisica.

Canzoni semplici ma anche piene di  piccoli misteri: la superficie scintillante di “We Can It It Out” ti incanta, ma alla fine ti soffermi ancora di più su quella sezione centrale deliberatamente sgraziata.

Niente nella musica pop è più potente di un brivido che contiene la promessa di ulteriori brividi. Nessuno formula quella promessa in modo più attendibile dei Fab Four. e faccio presente che la fisiologia del brivido è la medesima, sia che provenga da Bach che dai Beatles.

Il loro marchio di fabbrica egli esordi è la gaiezza. Anche quando la canzone doveva essere l’accorata richiesta di soccorso di un uomo distrutto, come in “Help!”, finisce per suonare tutto come immerso in una gioia contagiosa.

Ancora oggi, se metto un loro disco, le pareti della casa acquistano nuova energia. E’ una musica che ha solo uno scopo: rendere le persone felici. Purtroppo per i critici del rock, tutto questo non è molto complicato.

Una canzone dei B prima maniera ci abbraccia in un amplesso, la corsa precipitosa verso il delirio è segnalata dal sussulto di gioia (con le frangette tremolanti) che annunciava l’interruzione per uno stenografico solo di chitarra (che non ha mai annoiato nessuno sulla faccia della terra).

Oggi la felicità ci imbarazza ma i B sono nati con la guerra, sotto le bombe; la musica dei loro genitori mirava all’evasione, a far dimenticare i guai, la loro ci fornisce un’estasi di 3 minuti (che assapora al meglio chi sa quanto la vita sia dura). Con l’avvento del torpore portato dall’abbondanza siamo tutti più blasé. Oggi nessuno mette più in relazione il pop con la felicità.

La miscela emotiva di un disco “giusto” nasce dall’unicità di una performance particolare in studio di registrazione, ce lo dicono i più grandi session men: “è qualcosa di difficile da catturare”, occorre provare e riprovare.

L’errore dei rocker: pensano che la grandezza del pop riguardi il soul e l’ispirazione, nonché il fatto di “avere cuore”. L’alternativa ce la indicano i B: il segreto stia in quei piccoli dettagli che rendono la melodia “pop”, nel senso di esplosiva. Una piccola esplosione che svanisce portando con sé la promessa di altre piccole esplosioni. Non a caso, per i session man, il termine “pop” è un verbo prima ancora che un nome.

Forse potremmo rendere il concetto parlando di “produzione”, lì dentro c’è tutto quello che deve essere sapientemente miscelato. E forse, nella produzione, c’è anche la vita ancora povera di eventi dell’adolescente che ascolta.

Mi sono sempre chiesto come un adolescente potesse apprezzare la musica. Se la musica è riuscita quando muove nel senso giusto la nostra esperienza, come puo’ goderne chi di esperienza è privo? Colla, virus, scintille, neonati e brividi sono le analogie che mi aiutano a rispondere.

Lettura consigliata: David Hepworth, The Beatles Are Underrated.

Risultati immagini per art beatles

Chi siamo? Da dove veniamo? Dove andiamo?

Vediamo che succede se, anziché appellarci alla tremebonda filosofia, diamo la parola alla scienza, in particolare alla genetica.

Le risposte sono sorprendenti e cambiano di continuo. Almeno dal finire degli anni venti, gli antropologi ci hanno assicurato che la razza è solo un costrutto sociale, che le conquiste ariane in India erano deliri nazisti, che il sistema delle caste è stato imposto a popolazioni egalitarie dai colonialisti britannici e molte altre supposizioni “gradevoli”. Ma la nuova “scienza del passato remoto” demolisce l’irriverente saggezza convenzionale degli antropologi post-Boasiani e li rimpiazza con una visione che a tratti sembra rievocare quella del “cafone impresentabile”. Rischiamo di fare il gioco dei razzisti negando ad oltranza la possibilità di sostanziali differenze biologiche tra le popolazioni, in questo modo ci si trincera su una posizione destinata ad essere  indifendibile. Occorre essere più creativi o ci toccherà realmente bloccare la ricerca mettendo una toppa peggiore del buco.

Di seguito, qualche considerazione per chi intende approfondire.

***

  1. L’ispiratore di questi studi è Luca Cavalli-Sforza che nel 1994 pubblicò la summa del suo lavoro: The History and Geography of Human Genes. L’intento era quello di scoprire il nostro passato affiancando la genetica ad altre materie come l’archeologia, la linguistica e la storia.
  2. La domanda di partenza: perché i popoli del mondo sono come sono oggi? L’ostacolo: la penuria di dati genetici e la loro quasi inutilità rispetto alle informazioni molto più ampie raccolte nel tempo da archeologia e linguistica.
  3. Oggi il lavoro di LCS è venerato come pionieristico ma del tutto accantonato nei contenuti. Le scarse affermazioni fatte dallo studioso nel corso della sua opera sono state sostanzialmente tutte smentite. La sua epoca viene etichettata come “l’era oscura del DNA”.
  4. La scommessa di LCS negli anni sessanta: ricostruire le grandi migrazioni del passato basandosi interamente sulle differenze genetiche dei popoli.
  5. L’unico approssimativo strumento nelle sue mani: valutare la configurazione delle proteine nel sangue. Con i suoi colleghi aveva raccolto dati isolando oltre 100 variazioni proteiche.
  6. Il secondo passo: andare oltre la variazione proteica ed esaminare direttamente il DNA. I risultati corrispondevano incredibilmente bene alle intuizioni che comunemente abbiamo sui nostri antenati.
  7. I gruppi umani più omogenei secondo LCS: eurasiatici occidentali, asiatici orientali, nativi americani, nuovi guineani/africani.
  8. Esempio di un’ipotesi formulata da LCS: l’impronta genetica sembra testimoniare una migrazione di popolazioni agricole dal Vicino Oriente all’Europa nord occidentale (ipotesi della diagonale).
  9. Le ipotesi di LCS: intellettualmente stimolanti ma sostanzialmente sbagliate. Per quanto riguarda l’ipotesi della diagonale, questo fu chiaro a partire dal 2008. John Novembre dimostrò come gradienti del tipo di quelli osservati in Europa possano sorgere senza migrazione.
  10. Il chiodo nella bara di LCS arrivò con la rivoluzione nella capacità di estrarre il DNA dalle ossa antiche. Un’ipotesi come quella di cui sopra fu ribaltata: la migrazione dal Vicino Oriente si ebbe da sud est a sud ovest per poi spostarsi verso nord.
  11. L’intuizione da salvare: ritenere che l’attuale struttura genetica delle popolazioni riecheggi i grandi eventi migratori del passato.
  12. La questione del passato. Il problema non era soltanto che le persone si sono mescolate con i loro vicini, di questo LCS era consapevole ma tenne conto solo di migrazioni molto recenti. Si ipotizzò che il passato remoto fosse un periodo molto meno “movimentato” e che si poteva trascurare senza danno. Ora sappiamo che il passato remoto non era meno incasinato di quello prossimo.
  13. LCS: un visionario, un profeta. Senonché, proprio come un Mosè, fallì nel condurci verso la terra promessa.
  14. In breve: Cavalli-Sforza vide prima di chiunque altro il potenziale della genetica nel rivelare il passato dell’uomo, ma la sua visione precedette la tecnologia necessaria affinché si potesse mettere a punto una ricerca attendibile. Oggi abbiamo una caterva di dati in più.
  15. Esempio. Nel 2010 sono stati pubblicati i genomi neandertaliani arcaici, il genoma arcaico di denisova, e il genoma completo di un individuo di circa quattromila anni fa ritrovato in Groenlandia. Nel 2015 è stato reso disponibile l’intero genoma del DNA arcaico su supporti digitali (hyperdrive). Nell’ agosto 2017 il solo laboratorio di Harvard aveva generato dati sull’intero genoma per oltre tremila campioni antichi. Eccetera, eccetera, eccetera. Un’abbondanza incredibile e tutta nelle nostre mani da poco.
  16. Riconoscimenti. Tanta abbondanza è stata resa possibile dal Plank Institute di Lipsia: il suo direttore Svante Pääbo ha di fatto inventato la tecnologia rivoluzionaria per ricavare il genoma da reperti arcaici.
  17. Un primo problema: quando al Plank, Meyer e Fu estrassero il DNA da ossa antiche scoprirono che solo lo 0,02% di esso proveniva dall’uomo esaminato. Il resto proveniva da microbi che avevano colonizzato le sue ossa dopo la sua morte. Il metodo di “isolamento” elaborato dai due cambierà la disciplina.
  18. Altra rivoluzione: il costo della produzione di dati utili sull’intero genoma è collassato scendendo a meno di cinquecento dollari per campione analizzato.
  19. I continui progressi hanno implicato che lo studio dell’intero genoma del DNA antico non richiedesse più lo screening di un gran numero di resti scheletrici prima di poter trovare alcuni individui con un DNA “utilizzabile”. Ormai si va a colpo sicuro.
  20. Esempio di una scoperta recente: la popolazione del nord Europa è costituita in gran parte da persone migrate in massa 5.000 anni fa dalla steppa orientale.
  21. Altra scoperta: l’agricoltura si sviluppò nel Vicino Oriente più di diecimila anni fa tra molteplici popolazioni altamente differenziate che successivamente migrarono in tutte le direzioni.
  22. Altra scoperta: le popolazioni migrate da 3.000 anni a questa parte nelle remote isole del Pacifico non sono le uniche antenatei degli abitanti odierni.
  23. Una rivoluzione. Prima del 2009 le prove genetiche degli spostamenti umani erano per lo più accessorie agli studi condotti in altri campi. Oggi sono la prova regina e probabilmente molte ricostruzione ante-2010 sono da riformulare completamente, la rivoluzione del DNA sta rapidamente sconvolgendo le nostre supposizioni sul passato.
  24. L‘ortodossia emersa nel secolo scorso – l’idea che le popolazioni umane siano troppo strettamente collegate l’una all’altra perché ci siano sostanziali differenze biologiche tra loro – non è più sostenibile.
  25. L’ambizione del genetista delle popolazioni oggi. Un esempio: la storia della mescolanza di africani occidentali e europei nelle Americhe permetterebbe di risalire ai fattori di rischio che contribuiscono alla disparità di salute per malattie come il cancro alla prostata, che si verifica ad un tasso circa 1,7 volte più elevato negli afroamericani. In casi come questi differenze dietetiche e ambientali sono irrilevanti.
  26. Malattie con origine genetica: cancro alla prostata, fibromi uterini, molte malattie renali, sclerosi multipla, carenza di globuli bianchi, diabete di tipo 2… e un’altra marea.
  27. Il genetista delle popolazioni non è una figura ben vista da tutti gli scienziati. Nella conferenza tipo viene puntualmente apostrofato con rabbia da qualche antropologo in platea, il quale crede che studiando segmenti di DNA “dell’Africa occidentale” o dell’ “Europea” per capire le differenze biologiche tra i gruppi, si flirti con il razzismo.
  28. Il trucco consigliato da molti: fare riferimento alle popolazioni da cui gli afroamericani discendono come “cluster A” e “cluster B”. Un po’ come genitore 1 e genitore 2. Tuttavia, sarebbe disonesto mascherare il modello di fondo oggi adottato dai genetisti, innanzitutto perché è un modello che funziona!
  29. Questo non significa che il pericolo non esista. Il lavoro  di chi esplora le differenze biologiche tra le popolazioni umane si svolge su un crinale insidioso.
  30. Nel 1942 Ashley Montagu scrisse “Man’s Most Dangerous Myth: The Fallacy of Race”, in cui sosteneva che il concetto di “razza” è un costrutto sociale non una realtà biologica.
  31. Nel 1972, quando fu chiaro che una simile posizione non reggeva, Richard Lewontin fissò la nuova ortodossia: esistono differenze biologiche tra le popolazioni umane ma non sono sostanziali. A quell’epoca tali affermazioni si reggevano su studi condotti ancora sulla variazione dei tipi di proteine nel sangue.
  32. Lo studio di Lewontin: L’85 percento della variazione nei tipi di proteine puo’ essere spiegata dalla variazione all’interno delle popolazioni, e solo il 15 percento da variazione tra popolazioni. Per questo la classificazione razziale umana non ha alcun valore sociale ed è anzi pericolosamente distruttiva nei rapporti sociali. Tradotto: le differenze biologiche tra le popolazioni umane sono così modeste che dovrebbero in pratica essere ignorate.
  33. Corollario della nuova ortodossia: l’ignoranza ci protegge! Ovvero, lo studio delle differenze biologiche tra le popolazioni dovrebbe essere evitato, se possibile. Esiste un piano inclinato che in queste materie rende la conoscenza pericolosa.
  34. La proposta di Jacqueline Stevens: la ricerca e anche le e-mail tra accademici con argomento le differenze biologiche tra le popolazioni dovrebbero essere vietate per legge, o per lo meno occorre fermare qualsiasi finanziamento o borsa di studio destinata a questi studi.
  35. I nuovi studi rendono impossibile mantenere l’ortodossia stabilita nell’ultimo mezzo secolo in quanto rivelano prove concrete di differenze sostanziali a livello biologico tra le popolazioni.
  36. Il primo trauma risale al 2002. Marc Feldman ed i suoi colleghi hanno dimostrato che studiando diversi segmenti del genoma – hanno analizzato 377 posizioni variabili – era possibile raggruppare la maggior parte della popolazione umana in cluster che si correlano fortemente con le categorie “popolari” di razza: “Africani”, “Europei”, “Est asiatici “, “Oceaniano” e “Nativi americani”.
  37. Un altro protagonista della ricerca fu Svante Pääbo, direttore del Max Planck Institute for Evolutionary Anthropology di Lipsia, che nasce con l’intento di convalidare l’idea del famoso antropologo Frank Livingston secondo cui “non ci sono razze ma solo gamme”. Si comincia con il vagliare il lavoro di Feldman confermandone però sostanzialmente i risultati.
  38. Un’altra discussione scaturì da un documento del 2003 realizzato da Neil Risch, il quale sosteneva che il raggruppamento razziale è utile nella ricerca medica. L’ispirazione fu fornita da disturbi come l’anemia falciforme, che colpisce molto più spesso gli afro-americani rispetto altre popolazioni. La stessa FDA cominciò ad approvare farmaci selettivi come il BiDil, una combinazione di due farmaci approvati per trattare l’insufficienza cardiaca negli afro-americani poiché i dati suggerivano che fosse più efficace per loro che per gli americani in generale.
  39. Secondo l’antropologa Duana Fullwiley la comunità dei genetisti ha inventato una serie di eufemismi per discutere di argomenti che erano diventati tabù. A volte questa situazione sconfina nel ridicolo.
  40. Occorre superare questo ostacolo se si vuole lavorare in modo proficuo. Ora è innegabile che ci siano differenze genetiche non banali tra le popolazioni in più tratti, così come è vero che un termine come “razza” è ambiguo e troppo carico di un bagaglio storico pesante per essere reso disponibile a cuor leggero.
  41. Si viaggia a tentoni tra Scilla e Cariddi. Da una parte ci sono convinzioni sulla natura delle differenze razziali che sono radicate nel bigottismo e hanno poche basi nella realtà. Dall’altra parte c’è l’idea che ogni differenza biologica tra le popolazioni sia così modesta che, per questioni di politica sociale, possa e debba essere ignorata e dimenticata.
  42. Rischiamo di fare il gioco dei razzisti. Le persone che negano la possibilità di sostanziali differenze biologiche tra le popolazioni su una serie di tratti si stanno trincerando su una posizione destinata ad essere  indifendibile. Negli ultimi due decenni, la maggior parte dei genetisti ha cercato di evitare di contraddire l’ortodossia politicamente corretta ricorrendo ad astruse affermazioni matematiche nello spirito di Richard Lewontin, tuttavia oggi possiamo ben dire che questo sforzo inane ha perso ogni senso. Peggio, il tutto puzza sempre più di ipocrisia deliberata con lo scopo di mascherare le differenze sostanziali medie nei tratti biologici delle popolazioni.
  43. Intanto avanzano nuove figure. Rispetto alla maggior parte degli accademici, la politica dei blogger del genoma tende a “destra” dove c’è molto campo libero. Razib Khan e Dienekes Pontikos, tanto per fare due nomi, postano di continuo sulle differenze razziali nei tratti della personalità, travolgendo così l’inutile prudenza degli scienziati e insinuando nel grande pubblico l’idea non peregrina che costoro non onorino lo spirito della ricerca scientifica e della verità. Il godimento di questi blogger talvolta sta proprio nel sottolineare le contraddizioni tra i messaggi politicamente corretti che gli accademici danno e i risultati delle loro ricerche.
  44. Non possiamo negare l’esistenza di sostanziali differenze genetiche medie tra le popolazioni, non solo nei tratti come il colore della pelle, ma anche nelle dimensioni corporee, nella capacità di digerire efficacemente l’amido o il latte, nella capacità di respirare facilmente ad alta quota e nella predisposizione verso certe malattie particolari. Queste differenze sono solo l’inizio di quella che probabilmente sarà una lunga lista. Prepariamoci.
  45. Joseph L. Graves Jr. ha avanzato un’obiezione: solo i tratti fenotibici che dipendono dal gioco di poche mutazioni genetiche sono soggetti a variazioni significative tra gruppi umani. Ha torto: se la selezione naturale ha esercitato pressioni differenti su due popolazioni separatesi in passato, i tratti influenzati da molte mutazioni genetiche sono altrettanto esposti a differenziarsi tra loro quanto quelli che dipendono da poche mutazioni. Il miglior esempio che abbiamo attualmente di un tratto governato da molte mutazioni è l’altezza. L’altezza è determinata da migliaia di combinazioni genetiche variabili. Joel Hirschhorn: gli europei meridionali sono mediamente più bassi di quelli settentrionali anche e soprattutto per cause genetiche. Jonathan Pritchard ha registrato negli ultimi 2000 anni l’ aumento della dimensione media del cranio del bambino in GB. E’ questo un altro tratto che dipende da mutazioni che interessano moltissimi geni.
  46. Altra obiezione: l’influenza genetica sulle dimensioni corporee è una cosa, ma i tratti cognitivi e comportamentali sono un’altra cosa.
  47. Purtroppo anche questa obiezione è destinata a cadere. Esempio. Dalla compilazione dei moduli di chi si sottopone a test genetici sono state ricavate da Daniel Benjamin informazioni utili sul numero di anni di istruzione. Sono state scoperte settantaquattro variazioni genetiche ciascuna delle quali è più comune nelle persone con più anni di istruzione, anche dopo aver controllato con le classiche “variabili di confusione”. Possiamo ben dire che il potere della genetica nel prevedere il numero di anni di istruzione è tutt’altro che banale. La probabilità di completare dodici anni di istruzione è del 96% per il ventesimo delle persone con la previsione più alta, rispetto al 37% per il ventesimo più basso.
  48. Uno studio che ha coinvolto oltre centomila islandesi ha dimostrato che le variazioni genetiche predicono con buona approssimazione l’età in cui una donna avrà un figlio. Chiaramente questo è un effetto indiretto poiché il completamento della propria istruzione spinge le persone a rinviare la maternità.
  49. Augustine Kong: lo studio islandese ha anche evidenziato come la selezione naturale abbia lavorato a favore di chi studia meno (e quindi ha mediamente più figli). Una cosa del genere puo’ essere motivo di preoccupazioni sociali.
  50. Sempre Benjamin ha isolato più di venti mutazioni genetiche significativamente predittive delle prestazioni nei test di intelligenza.
  51. Ultima disperata difesa: anche se esistono tali differenze, saranno piccole. Argomento collaterale: è passato troppo poco tempo dalla separazione delle popolazioni affinché si producano differenze significative.
  52. Neanche questo argomento puo’ convincere chi conosce come stanno realmente le cose. I tempi nella separazione dei popoli sono  tutt’altro che trascurabili rispetto alla scala temporale dell’evoluzione umana. Se, come abbiamo visto, la selezione su altezza e circonferenza cranica del neonato può verificarsi nel giro di un paio di migliaia di anni, significa che in quel lasso tutto è possibile.
  53. Che fare? Anche se non sappiamo ancora quali siano le differenze, dovremmo preparare la nostra scienza e la nostra società ad affrontare nel migliore dei modi queste notizie visto che sarà impossibile nasconderle. Non possiamo permetterci di stare zitti e far finta di niente, lasceremmo un vuoto che sarà riempito dalla pseudoscienza.
  54. Cosa dobbiamo intendere per razza? Ancora nel 2012 si indicavano categorie immutabili come “asiatici orientali”, “caucasici”, “africani occidentali”, “nativi americani” e “australasiani”, con ciascun gruppo concepito come isolato per decine di migliaia di anni. La storia è più complessa.
  55. E’ vero che Marc Feldman con le sue simulazioni ha prodotto dei cluster che si avvicinano ai gruppi di cui sopra ma l’isolamento prolungato è una forzatura. Gli uomini fuoriusciti dall’Africa e dal Vicino Oriente circa cinquantamila anni fa hanno disseminato la loro discendenza lungo le traiettorie della migrazione, tale discendenza ha fatto altrettanto e le attuali popolazioni sono, almeno in parte, accomunate da questa origine condivisa. Non solo, dopo essersi stabilite, le popolazioni si sono ulteriormente mescolate l’una con l’altra, tanto è vero che la struttura attuale delle popolazioni non riflette quella che esisteva molte migliaia di anni fa.
  56. Ma allora chi siamo? Le attuali popolazioni sono miscele di popolazioni altamente divergenti tra loro che non esistono più in forma “pura”. Se l’ omogeneità biologica è un mito, lo è anche la purezza della razza. Esempio: gli antichi eurasiatici del nord sono una popolazione che si è diluita negli europei e negli americani.
  57. Chi non siamo. Non siamo i discendenti die popolazioni che vivevano negli stessi luoghi dove stiamo noi diecimila anni fa.
  58. Quindi: razze sì ma non stereotipate. La natura delle differenze nella popolazione umana probabilmente non corrisponderà agli stereotipi razziali più comuni.
  59. Consiglio: dovremmo diffidare degli istinti che abbiamo sulle differenze biologiche. Tali differenze esistono ma i loro effetti riserveranno parecchie sorprese.
  60. In questo senso è imprudente sostenere – come a volte sembra fare Nicholas Wade – che esistono basi scientifiche a supporto dei vecchi stereotipi. A meno che per “vecchio” stereotipo ci si limiti ad intendere l’esistenza delle razze senza spingersi oltre.
  61. Non ha nemmeno molto senso suggerire un’alleanza politicamente corretta di antropologi e genetisti per sopprimere la verità. Anche se talvolta certi accademici fanno di tutto per alimentare voci di questo genere tentando di difendere la vecchia indifendibile ortodossia.
  62. Il libro di Nicholas Wade combina contenuti accattivanti e fondati con parti più speculative, presentando il pacchetto senza differenziare abbastanza.
  63. Un esempio è lo studio di Gregory Cochran, Jason Hardy, e Henry Harpending in cui l’elevato quoziente di intelligenza medio (QI) degli ebrei ashkenaziti (più di una deviazione standard superiore alla media mondiale) e la loro sproporzionata quota di premi Nobel (circa cento volte la media mondiale) potrebbero riflettere la selezione naturale dovuta a un millennio di storia in cui le popolazioni ebraiche praticavano il prestito, una professione che richiedeva sia scrittura che calcolo. Questa è una speculazione anche plausibile ma con un fondamento che non puo’ essere rapportato a quello che hanno gli altri studi citati.
  64. Lo stesso dicasi per l’Henry Harpending che teorizza come le origini genetiche sub-sahariane riducano la propensione all’operosità nel tempo libero (“in quelle regioni non ho mai visto nessuno con un hobby”).
  65. Altra speculazione: l’economista Gregory Clark suggerisce che la ragione per cui la rivoluzione industriale decollò in Gran Bretagna prima che altrove è da imputare al tasso di natalità relativamente alto tra le persone benestanti in Gran Bretagna nei precedenti cinque secoli rispetto alle persone meno abbienti. Ipotesi interessante ma tutt’altro che dimostrata in modo definitivo.
  66. Altro elefante nel negozio delle porcellane: James Watson, che nel 1953 ha scoperto la struttura del DNA. Watson era il direttore del Cold Spring Harbor Laboratory quando da lì furono avanzate imbarazzanti proposte eugenetiche  facendo pressione per una legislazione volta a sterilizzare le persone considerate “difettose” e per combattere un degrado del patrimonio genetico nazionale. In un’intervista al Sunday Times si diceva “scoraggiato per le prospettive dell’Africa”, aggiungendo che “tutte le nostre politiche sociali implementate a loro favore si basano sul fatto che la loro intelligenza sia simile alla nostra”. Un’altra sua ipotesi azzardata: gli indiani sarebbero servili  per la selezione naturale realizzatasi attraverso il sistema delle caste. Altre categorie su cui il buon Watson ha la sua teoria: gli studenti asiatici e il loro conformismo.
  67. Una teoria per il caso Watson: la sua ostinazione, la sua eccentricità e la sua provocatorietà hanno probabilmente avuto un ruolo non secondario per il suo successo come scienziato. Ma ora, come uomo di ottantadue anni, il suo rigore intellettuale è sparito e ciò che resta è solo la volontà di sfogare le sue impressioni istintive. Ma l’istinto in queste materie, lo ripeto, non è certo un buon consigliere.
  68. Un esempio di cosa sappiamo veramente: la sproporzionata sovrarappresentazione di persone di origine africana occidentale tra i velocisti d’eccellenza. La cosa è sicuramente dovuta anche a fattori genetici.
  69. Torniamo al problema. Come prepararci alla probabilità che nei prossimi anni, studi genetici mostreranno che i tratti comportamentali o cognitivi sono influenzati dalla genetica? Perché così sarà, a meno di silenziare tutto.
  70. La strategia più sbagliata: negare categoricamente che le differenze possano esistere. E’ la via più sicura per avere 10-100-1000 Watson vociferanti.
  71. Altro vicolo cieco: minimizzare invocando la storia e le ripetute commistioni nel passato umano. Infatti, sarà facile verificare che molti dei lignaggi delle popolazioni hanno goduto di tempi di isolamento più che sufficienti per produrre sostanziali differenze biologiche.
  72. Il modo giusto di reagire: rendersi conto che l’esistenza di differenze non dovrebbe influenzare il modo di attribuire i diritti.
  73. E’ utile anche considerare che le differenze si possono compensare. Per la maggior parte dei tratti, il duro lavoro e l’ambiente giusto sono sufficienti per consentire a qualcuno con una prestazione geneticamente prevista inferiore di colmare lo iato.
  74. La via maestra: impara dall’esempio delle differenze biologiche che esistono tra maschi e femmine, che sono più profonde di quelle razziali. Qui, messi da parte alcune posizioni estreme, tutti riconosciamo l’ esistenza di differenze biologiche, tuttavia non abbiamo problemi nell’ accordare a tutti le stesse libertà e gli stessi diritti.
  75. Nel complesso, la  rivoluzione del genoma conferma alcuni stereotipi ma ne mina altri. È importante agire su un doppio fronte.
  76. Esempio di una credenza distrutta: l’ideologia nazista credeva ad una “pura” razza ariana di lingua indoeuropea con radici profonde in Germania. In realtà il popolo tedesco proviene  da una migrazione di massa dalla steppa russa, un luogo che i nazionalisti tedeschi notoriamente disprezzavano.
  77. Altra credenza distrutta. L’ideologia induista pensava non ci fosse un grande contributo alla cultura indiana da parte dei popoli al di fuori dell’Asia meridionale. In realtà, negli ultimi cinquemila anni si sono susseguite  molteplici ondate migratorie dall’Iran e dalla steppa eurasiatica. Prendi e porta a casa!
  78. Altra credenza nonsense: i Tutsi in Ruanda e Burundi hanno origini euroasiatiche mentre gli Hutu no. Dimostrabilmente falso.
  79. Ma la ricerca genetica può avere un’ altra missione benefica: il recupero delle radici. Chiunque abbia letto l’epopea di Kunta Kinte narrata da Alex Haley sa quanto sia questa una missione importante per un popolo sradicato come quello degli afroamericani. Il professore di letteratura ad Harvard Henry Louis Gates Jr. ha un sogno: usare la genetica per colmare questo vuoto. In effetti, un nuovo settore legato ai “test genealogici personali” è nato per sfruttare in questo senso il potenziale della rivoluzione del genoma. Nel programma di Gates si utilizzano i test  genetici per determinare non solo i continenti in cui vivevano gli antenati di una certa persona, ma anche le regioni.
  80. Il genetista Rick Kittles ha fondato l’African Ancestry con le medesime intenzioni. Dice una persona sottopostasi al test: “la mia linea femminile risale al nord della Nigeria, la terra della tribù degli Hausa. Dopo averlo saputo sono andato in Nigeria e ho parlato con la gente del posto e ho imparato a conoscere la cultura e la tradizione di Hausa… è stata un’esperienza che mi ha cambiato…”.
  81. Conclusione. Per esorcizzare gli spettri che ci fanno adottare linee di difesa implausibili, dobbiamo essere consci della straordinaria diversità umana. La moltitudine di popolazioni interconnesse che hanno contribuito a formare il nostro genoma è l’antidoto migliore ai pericoli che il ritorno delle “razze” reca con sé.

Lettura consigliata: David Reich, The Genomics of Race and Identity.

L'immagine può contenere: disegno

Pseudo-scienza sarai tu!

L’economia è una favola scritta al computer o un’ attendibile mappatura dell’interazione sociale?

La sociobiologia è una fantasia nazista o l’ipotesi migliore su piazza?

L’antropologia è più simile a un tarocco o a un algoritmo?

E la psicologia? Il compagno di banco di Recalcati è il mago Otelma o Richard Feynman?

Perché tutte queste discipline non sembrano “cumulare” conoscenza? Perché non si evolvono nel consenso tipico che regna tra fisici e chimici? Forse perché i loro adepti sono come gli stregoni che nascono e muoiono con incorporata la medesima dotazione?

Cercherò di non perdere troppo tempo con le astrazioni per concentrarmi su alcune “scienze” specifiche, ovvero quelle che ho appena elencato sopra.

Qui non vorrei ricorrere a concetti analitici per rispondere ma ad un metodo “naturale”. Guardiamo cosa fanno gli scienziati e di cosa si occupano per capire chi sono. In un certo senso utilizzo la scienza per capire se certa pseudo-scienza puo’ essere considerata scienza. Lo so, è un serpente che si morde la coda, ma forse è il meglio che abbiamo a disposizione.

Ecco allora 60 spunti di riflessione sul tema.

L'immagine può contenere: 2 persone

  1. E’ legittimo attendersi che la conoscenza sia tanto più deviata quanto più è in grado in questo modo di compiacere chi è in una posizione di potere. La conoscenza che ti occorre per far atterrare un missile, tanto per dire, non dovrebbe essere troppo “distorta”, a nessuno interessa procurare un disastro aereo (terroristi islamici a parte). Ecco, l’enorme successo della scienza pura deriva innanzitutto dal fatto di non toccare interessi sensibili.
  2. Legge generale: tanto maggiore è il contenuto sociale di una disciplina, quanto maggiori saranno i pregiudizi che infestano chi la pratica. Si tratta di pregiudizi in buona fede, sia chiaro. Di autoinganni. La medicina contro gli autoinganni trasforma un sapere in un sapere scientifico. Ma non sempre questa medicina esiste.
  3. Se certi saperi avanzano a passo di lumaca spesso si dà la colpa alla “complessità”. In effetti puo’ anche essere che la complessità intrinseca dei fenomeni sociali impedisca un rapido progresso scientifico, ma la fisica moderna è molto complessa e le sue scoperte vengono alla luce ben più rapidamente e con un consenso esteso.
  4. Un’ alternativa alla complessità: le posizioni ideologiche pregiudiziali degli studiosi influenzano e bloccano le nuove conoscenze.
  5. Chi ha la precedenza tra giustizia e verità? Ortodossia: occorre ricavare una teoria della giustizia dalla migliore teoria della verità a nostra disposizione.
  6. Il rischio sempre in agguato: il pregiudizio inconscio verso una posizione etica solleciterà pregiudizi cognitivi nell’atto di ricerca della verità.
  7. Esempio di oggetti d’indagine sempre a rischio: a livello micro: matrimonio, famiglia, lavoro; a livello macro: società, guerra, ecc.
  8. Tesi: la scienza deve il suo successo al fatto di disporre di espedienti che eliminano la pratica dell’autoinganno.
  9. Esempio, prendiamo il famoso teorema di Godel, inizia con una serie di definizioni precise.
  10. Nelle scienze sociali intere sottodiscipline prosperare negli interstizi creati da espressioni mal definite. Puo’ capitare che si discuta per ore sulle razze senza aver definito in modo preciso il concetto. Chi è razzista? Boh. Chi è sessista? Boh. Eppure ci si accapiglia. Figuriamoci cosa puo’ diventare una discussione sulla “decrescita felice” o sulla “società liquida”.
  11. Un primo espediente utilizzato contro i rischi di autoinganno: ripetere i processi per vedere se l’esito è sempre il medesimo. A questo riguardo si capisce meglio l’importanza della precisione: descrizioni precise consentono di verificare ripetizioni precise.
  12. Quando raddrizzare le antenne. Le bufale – tipo la psicanalisi – aborrono senza motivo apparente i test sperimentali.
  13. Regola convenzionale: quando le ripetizioni fallite eccedono il  5% dei tentativi effettuati la relazione supposta è considerata invalida (in campo medico si scende all’1%).
  14. Un espediente complementare per evitare auto-inganni è quello di “sperimentare” sulle sperimentazioni, ovvero compilare delle meta-analisi sui lavori eseguiti  per verificare quali generalizzazioni statisticamente valide possono ricavarsi.
  15. Il secondo espediente contro l’autoinganno consiste nella capacità di predire il futuro. Esempio, la luce è davvero curvata dalla gravità (secondo quanto predetto da Einstein); si riscontrò che in un’eclissi di sole la posizione apparente delle stelle sullo sfondo più prossimo era realmente alterata dalla gravità del sole.
  16. Naturalmente la predizione non deve essere razionalizzazione. La bellezza della previsione di Einstein sta nel fatto che non potesse assolutamente sapere nulla circa la sua verifica.
  17. Terzo espediente contro l’autoinganno: la scienza propriamente detta richiede che, quando possibile, la conoscenza sia costruita su quella preesistente.
  18. La conoscenza scientifica è unitaria e ha all’incirca questa struttura: La fisica si basa sulla matematica, la chimica sulla fisica, la biologia sulla chimica e, in linea di principio, le scienze sociali sulla biologia. Ok?
  19. L’incastro sarebbe questo: la matematica conferisce rigore alla fisica, la fisica fornisce alla chimica un modello atomico preciso e la chimica fornisce alla biologia un modello molecolare esatto. E la biologia cosa dovrebbe fornire alle scienze sociali? Molto.
  20. In fisica il contenuto sociale è minimo, per questo è difficile autoingannarsi, per questo la fisica  è il prototipo della scienza esatta: che differenza fa per la vita di tutti i giorni se l’effetto gravitazionale del mesone mu è positivo o negativo?
  21. Cio’ non significa che anche i fisici siano soggetti a tentazioni: potrebbero enfatizzare l’importanza e il valore del loro lavoro fantasticando una “teoria del tutto”.
  22. Altra connessione storica: l’utilità sociale della fisica è principalmente connessa alla guerra. Il fisico è spesso un costruttore di bombe. Quando leggo che nove miliardi di euro vengono spesi per un “supercollider” in cui particelle minuscole verranno accelerate a velocità incredibili per poi scontrarsi, io penso alle bombe. Questo interesse, è chiaro, orienta la ricerca e potrebbe anche sbilanciarla.
  23. Una buona legge empirica: maggiore è il contenuto sociale di una disciplina, più lentamente si svilupperà. E’ chiaro che psicologia, sociologia, antropologia ed economia hanno implicazioni dirette sulla nostra concezione di vita e sulla vita sociale ben più pesanti rispetto alla fisica.
  24. E la biologia? Per oltre un secolo la biologia ha visto il mondo al contrario: la selezione naturale avrebbe favorito  ciò che era buono per il gruppo o per la specie, quando in realtà favoriva ciò che è buono per l’individuo!
  25. Dietro l’errore, come sempre, c’era un’ideologia: la teoria sbagliata poteva essere utilizzata per giustificare il comportamento individuale sostenendo che tale comportamento è di fatto utile per l’intera specie.
  26. Prendiamo il classico caso dell’infanticidio maschile, studiato per la prima volta nelle scimmie langure dell’India (ma presente in oltre 100 specie animali). Dapprima, la pratica è stata interpretata come un meccanismo di controllo della popolazione a beneficio di tutti.
  27. L’interpretazione oggi è molto diversa: dal momento che l’accudimento di un piccolo inibisce l’ovulazione della madre, l’omicidio del bambino rende subito pronta la madre per una nuova gravidanza. Ma in alcune popolazioni, ben il 10% di tutti i giovani viene ucciso da maschi adulti. In casi del genere la specie ne risente e il suo interesse non sembra affatto allineato a quello del singolo maschio omicida. Inoltre, queste morti non sono correlate alla densità di popolazione, per cui spiegarle come una forma di controllo demografico è assurdo. Senza dire che il successo dei maschi aggressivi potrebbe diffondere solo aggressività nella specie.
  28. Altro esempio spesso portato a sostegno dell’anti-individualismo: le relazioni intra-familiari, in particolare quelle tra madre e figlio. Eppure sappiamo che anche la relazione più intima fa emergere conflitti: già nella formazione della placenta, l’organismo della madre spesso non aiuta il tessuto fetale dell’ “invasore”. E che dire delle amorevoli coppie di pennuti inseparabili? Diciamo per esempio che le percentuali di paternità adulterine sono superiori al 20%.
  29. Gli antropologi razionalizzarono la guerra stessa come favorita dall’evoluzione perché anch’essa era un dispositivo di regolazione della popolazione. Altro pregiudizio ideologico.
  30. Anche l’individualismo ha i suoi problemi. Esempio: come spiega l’altruismo? Problemi del genere sono superati, non sembra affatto impossibile che emerga in certe condizioni speciali in cui l’altruista viene premiato dal gruppo.
  31. L’economia è una scienza? Risposta veloce: no. L’economista agisce come uno scienziato e pontifica come uno scienziato, ha sviluppato un apparato matematico impressionante e si è riservato anche un premio Nobel, ma l’economia non è una scienza.
  32. Oltre ad aver problemi con il “secondo espediente”, manca del tutto del terzo. Fallisce nel fondarsi sulla conoscenza preesistente (nel suo caso la biologia).
  33. L’economia parte col piede giusto: “l’individuo massimizza”. Sì, ma cosa? E qui entra in circolo: l’utilità. E cos’è l’utilità? Cio’ che l’individuo massimizza. La specificazione empirica di tutte le funzioni di preferenza mediante una misurazione sul campo è senza speranza.
  34. Eppure la biologia ha una risposta ben precisa che l’economia si ostina a trascurare: l’individuo massimizza il numero della sua progenie sopravvissuta più gli effetti (positivi e negativi) sul successo riproduttivo dei parenti… Trascurare la conoscenza preesistente fa perdere all’economia una serie di collegamenti cruciali.
  35. Uno sforzo recente da parte dell’economia per collegarsi con le discipline sottostanti è l’ economia comportamentale che collega psicologia evoluzionista ed economia. Bene? Non sempre, anche questi economisti speso compiono errori marchiani.
  36. Esempio di errore: assumere che il nostro comportamento si sia evoluto in contesti simili a quelli dei  laboratori dove gli scienziati fanno i loro giochetti. Mi spiego meglio, tutti conoscono il gioco dell’ultimatum, un gioco nel quale spesso le persone rifiutano una divisione ingiusta di denaro con altri anonimi (ad esempio, l’80% del proponente e il 20% del destinatario) rimettendoci la loro quota. Interpretazione sbagliata: l’uomo non è egoista. Interpretazione corretta: l’uomo si è evoluto in contesti di giochi ripetuti in cui il rifiuto dosato è una strategie egoisticamente vincente.
  37. L’economista medio lo riconosci subito: l’ infatuazione per la matematica lo attanaglia a discapito dell’attenzione per la realtà. Come potrebbe rimediare? Prestando più attenzione alle scienze, in particolare alla biologia e quindi alla psicologia evoluzionista. La cosa è chiara da 30 anni ma la lentezza della disciplina ad aggiornarsi in senso scientifico è esasperante.
  38. E che dire della capacità predittiva dell’economista? Quando c’è non è molto affidabile visto che quando il politico di turno da lui consigliato fallisce non fa che ripetere: “il nostro consiglio è stato buono, andava applicato più radicalmente”. Tipico dello scienziato senza laboratorio.
  39. Passiamo all’antropologia culturale: la disciplina fece una tragica svolta a sinistra verso la metà degli anni ’70.
  40. Cos’era successo? Nei primi anni ’70, una potente teoria sociale emerse dalla biologia e una varietà di argomenti furono affrontati seriamente per la prima volta: la teoria della parentela, comprese le relazioni genitore / prole, l’investimento genitoriale relativo e l’evoluzione delle differenze sessuali, il rapporto tra i sessi, l’altruismo reciproco, il senso di giustizia e così via.
  41. Il dilemma degli antropologi di allora. Prima opzione: accettare le nuove scoperte, padroneggiarle e rimodellare  la propria disciplina lungo le nuove direttive. Seconda opzione: rifiutare tutto e tirare a campare.
  42. Considera il dilemma da un punto di vista esistenziale: hai investito vent’anni della tua vita nel dominio dell’antropologia sociale e hai anche maturato certe convinzioni genuine, ora che fai, rinunci a tutto? No, la scelta da fare era chiara a tutti e fu fatta da tutti. D’altronde, anche nelle facoltà di fisica è ben noto che il progresso avanza – quando avanza – solo grazie ai funerali!
  43. Gli antropologi sociali hanno raccolto la sfida ribattezzando il loro campo “antropologia culturale” per escludere in modo più esplicito la rilevanza della biologia. Ora non eravamo più organismi sociali ma culturali.
  44. Non solo, la loro scelta fatta fu presentata come morale: dare peso alla biologia avrebbe comportato una forma di determinismo biologico (la genetica avrebbe influenzato la vita quotidiana), i cui effetti ultimi sarebbero stati il fascismo, il razzismo, il sessismo, lo specismo e altri odiosi “ismi”.
  45. Tuttavia, questa è anche una scelta che pone fuori la disciplina dall’ambito scientifico: una volta rimossa la biologia dalla vita sociale umana, che cos’hai? Parole. Neanche un linguaggio, solo parole in libertà. Esito: 35 anni buttati all’aria.
  46. Di conseguenza, la maggior parte dei dipartimenti di antropologia oggi è composta da due sezioni completamente separate, in cui, come ha affermato taluno, il primo pensano che gli altri siano nazisti e gli altri pensano dei primi che siano idioti.
  47. Due parole sulla psicologia. Negli anni ’60, gli psicologi spesso negavano esplicitamente l’importanza della biologia. Ad Harvard non frequentavano neanche un corso su queste materie.
  48. Questo consentì di insistere su teorie senza basi. Esempio, la teoria dell’apprendimento formulava affermazioni di vasta portata e non plausibili sulla capacità del rinforzo di plasmare in modo adattivo ogni comportamento.
  49. Fortunatamente, a psicologia si è sempre concentrata sull’individuo, il che costituisce un punto di contatto con la biologia. Recentemente si è sviluppata una scuola di psicologia evoluzionistica e fa sperare in un approccio scientifico.
  50. Il metodo della psicologia sociale era quello dell’intervista, o della somministrazione di questionari in cui la gente si raccontava. E’ chiaro che in questi casi le forze dell’inganno e dell’auto-inganno – o, come vengono a volte chiamate, dell’ auto-presentazione e dell’auto-percezione – sono gigantesche e sviano tutto il lavoro minandolo alle fondamenta, ovvero consegnandolo all’ideologia degli pseudo-scienziati di turno.
  51. Due parole sulla psicanalisi. Freud intendeva costruire una scienza dell’auto-inganno. Il fondamento empirico per gli sviluppi nel campo era una cosa chiamata “tradizione clinica”, in sostanza ciò che gli psichiatri si raccontavano dopo aver bevuto un drink dopo una giornata di lavoro.
  52. Concetti centrali come “invidia del pene” o “complesso di Edipo” avevano come base le esperienze e le asserzioni condivise tra gli psicoanalisti su ciò che accadeva durante la psicoterapia.
  53. Per carità, la psicoanalisi ha prodotto anche concetti da salvare, esempio: rimozione, proiezione, autodifesa dell’ego… Ma anche molta fuffa, esempio: es, ego, super-ego…
  54. La teoria freudiana dello sviluppo psichico era incentrata sull’attrazione sessuale che i genitori esercitano sui figli nella famiglia nucleare, quando sappiamo ormai che quasi tutte le specie di animali sono selezionate per evitare la consanguineità, che ha reali costi genetici, e che tutte le specie hanno meccanismi evolutivi come l’esposizione precoce tra genitori e fratelli che provoca disinteresse sessuale e minimizza i rischi di incesto.
  55. Se proprio deve esserci attrazione sessuale in famiglia il nesso dovrebbe essere capovolto rispetto a quello freudiano: i padri potrebbero avere un guadagno evoluzionistico avendo un figlio dalla figlia sufficiente a compensare il costo genetico, ma è improbabile che la figlia possa trarre un beneficio sufficiente nella relazione col padre per compensare il suo costo genetico!
  56. Anche l’Edipo ha scarsissimo fondamento biologico: la selezione sarebbe debole nell’accoppiamento del figlio con la madre e ci sono ottime ragioni per mostrare deferenza al genitore (specialmente per i geni materni di un maschio).
  57. L’impostazione di Freud ha un difetto, oltre ad essere scientificamente infondata, finisce per accusare le vittime. Il bambino che magari ha problemi seri li vede ricondotti alla sua attrazione sessuale verso i genitori. Il caso dell’ “uomo-lupo” parla chiaro, uno psicotico con seri problemi a cui Freud somministrò la sua classica diagnosi senza tenere in minimo conto il fatto che da bambino venisse regolarmente bastonato e legato tutte le notti al suo letto dal papà.
  58. Freud stesso era un tipo bizzarro: cocainomane, credeva che il numero ventinove avesse un ruolo decisivo sulle nostre vite, oltre a ritenere che il pensiero potesse viaggiare istantaneamente su grandi distanze senza l’uso di dispositivi elettrici.
  59. L’atteggiamento di Freud nei confronti della verifica sperimentale: “la ricchezza di osservazioni personali attendibili su cui poggiano le mie asserzioni, le rende in qualche modo indipendenti dalla verifica sperimentale”. Le affermazioni di uno scienziato vero (Feynman) sullo stesso tema: “non importa quanto sia bella la tua ipotesi, o quanto sia intelligente la tua formulazione o quanti siano i tuoi meriti passati; se l’esperimento non è d’accordo con te, tu hai torto. Questo è tutto”.
  60. Bottom line. La tentazione tipica che pervade lo pseudo-scienziato: non geni ma individui, non individui ma gruppi, non gruppi ma specie, non specie ma ecosistemi, non ecosistemi ma l’intero universo…

Consiglio di lettura per approfondire: Robert Trivers: Self-Deception and the Structure of the Social Sciences