QUANDO MI MANDANO AFFA…


A volte, scrivendo un post, susciti senza volerlo reazioni stizzite. A me capita spesso. Le ultime in ordine cronologico: “ma che cazzo dici”, “sei fuori di testa”, “non spreco il mio tempo”, “parli come una bestia insensibile…”. Quando l’insulto non mi offende troppo, sono disposto a scusarmi e a chiedere cosa c’è che non va, per me è importante ripristinare relazioni amichevoli con chiunque (ho così pochi amici e le mie intenzioni sono sincere). Di solito però la mia richiesta di chiarimenti resta inevasa. Perché? Faccio qualche ipotesi:
1) le persone immaginano falsamente che le loro emozioni siano facili da cogliere,
2) le persone, a prescindere da tutto il resto, si sentono meglio se insultano chi le ha turbate,
3) la persone sanno che le loro emozioni non sono facili da afferrare per gli altri, ma strategicamente fingono il contrario per punire e affermare una sorta di “dominio”.
4) Chi si arrabbia vuole, prima di tutto, comprensione, non scuse. Come i problemi delle donne: non devi solo risolverli ma anche indovinarli.

COME PUO’ UN PROFANO FARE LE PULCI AD UN ESPERTO?


Fondamentalmente non puo’, ma puo’, se è abile, mettersi a cavalcioni sulle sue spalle e “guardare più lontano”. Questo, fondamentalmente, perché l’esperto è gravato da due pastoie:
1) appartiene ad una comunità, ed è quindi soggetto a tutti i bias di chi pensa “in gruppo”. (link omessi).
2) partecipa ad una concorrenza delle idee, ed è quindi soggetto a tutti i fallimenti di questo mercato delle carriere. (link omessi).
Il profano, in posizione privilegiata (non appartiene alla comunità e non partecipa alla concorrenza), partendo dalle idee dell’esperto, puo’ correggerle in modo opportuno e “guardare più lontano”. Per far questo non servono le virtù dell’esperto ma quelle dello scommettitore. E d’altronde, chiedetevi perché gli esperti, con tutto quello che sanno in più rispetto al profano, non scommettono volentieri. Oppure, detto in altri termini, perché il successo economico non arride agli economisti ma agli imprenditori!

STATO DI DIRITTO

Definisco in negativo lo stato di diritto per capire se l’Italia puo’ rientrare nel novero. Dunque, in uno stato di diritto l’ordinamento giuridico non deve avere:
1) Regole con soluzioni ad hoc.
2) Regole non adeguatamente pubblicizzate.
3) Leggi retroattive.
4) Leggi incomprensibili.
5) Regole contraddittorie.
6) Regole impossibili da rispettare.
7) Regole che cambiano troppo di frequente.
8) Incongruenza tra le regole dichiarate e l’effettiva amministrazione.
Secondo me l’Italia viola platealmente 3-4-6-7-8 e un po’ meno platealmente 1-5. Direi che non passa il test.

PERCHE’ TRUMP POTREBBE AVER VINTO LE ELEZIONI?


Risposta: perché gli esperti non sono chiamati a fare gli esperti ma i “conigli”. Mi spiego meglio.
Le corse di levrieri utilizzano un coniglio meccanico che sfreccia davanti ai cani per dare loro qualcosa da inseguire. Non troppo vicino perché potrebbero prenderlo e fermarsi, non troppo lontano perché potrebbero perdere interesse.
Sulla mia bacheca ho documentato ormai parecchi casi di “esoterismo”, ovvero casi in cui l’esperto di turno deforma la realtà perché “il pubblico non è pronto a recepirla così com’è”. Da Fauci che mente di proposito sulle stime per l’immunità di gregge, a Crisanti che ammette l’obbligo meramente simbolico delle mascherine all’aperto, fino all’OMS che negava efficacia alle mascherine per salvaguardarne la disponibilità laddove erano più utili. Ma se le figure autorevoli non ci dicono la verità cosa ci dicono?
La congettura più plausibile che posso escogitare per spiegare questo atteggiamento ipocrita è che gli esperti non stiano facendo gli esperti ma “i conigli” per tutti noi che saremmo i levrieri. Non ci dicono la verità perché CONOSCERE non ci fa DELIBERARE in modo accorto. La conoscenza ci farebbe male, nonostante due secoli di illuminismo. Che si tratti di vaccinarsi o di indossare maschere, occorre indirizzare i nostri comportamenti mentendo in modo calcolato. Minimizzare pensando che il problema della pandemia sia quasi risolto, porterebbe indurre ognuno di noi a rallentare i suoi sforzi pensando che altri lo risolveranno una volta per tutte; se, d’altro canto, le persone disperano, si è tentati dalla rinuncia e dal “si salvi chi puo'”. La soluzione, come con i levrieri, consiste nel modificare il messaggio (la velocità) in base al contesto. Insomma, l’esperto non è utilizzato come esperto ma come coniglio.
Nel breve periodo questo approccio, come altre versioni del mentire alle persone per il loro bene – dicendo loro, per esempio, che il blocco sarebbe stato solo di alcune settimane, al fine di renderlo più accettabile- sembra attraente, un modo per salvare vite umane. A più lungo termine, rischia di persuadere un numero crescente di persone a non credere a ciò che la figura autorevole dice loro. L’opinione che filtra dai media sarà vista come inaffidabile e molto spesso deliberatamente disonesta. Ma allora, se così stanno le cose, perché mai non dovrei credere che Trump abbia vinto le elezioni? Se non posso fidarmi dell’epidemiologo consigliere del governo o, in altri contesti, del Corriere, perché dovrei fidarmi delle persone autorevoli che mi martellano sul fatto che le elezioni americane si sono svolte regolarmente?

PERCHE’ NON SONO POPULISTA


Il populista:
(1) preferisce prendere personalmente le decisioni anziché delegarle agli esperti.
(2) preferisce – in quanto “voce del popolo” – prenderle anche per conto degli altri.
Mi piace (1). Non mi piace (2), per questo non sono populista.
Il populista vede un esperto sul trono e butta giù l’esperto. Bene. Si dimentica però di gettare via anche il trono. Male. Non solo, pretende di salirci lui. Malissimo!
La differenza tra populisti ed elitari si riduce a chi deve prendere le decisioni per gli altri. L’esperto dovrebbe essere un consulente, non un moralista con lo scettro in pugno, e in questo il populista ha ragione. L’errore è che poi pretende di sostituirsi lui all’esperto, da qui una serie di gaffe decisamente comiche.

L’ACCUSA DI RAZZISMO/SESSISMO


Supponiamo che qualcuno mi accusi di essere un borseggiatore. Rispondo: “non ho mai messo le mani in tasca a nessuno, quindi non sono un borseggiatore”. Il mio accusatore potrebbe ribattere: “… e invece sì, ho un video dove si vede chiaramente che rubi alla stazione in diverse occasioni”. Immagina, se il mio accusatore invece dichiarasse: “ci sono molti borseggi nel mondo, personalmente non hai fatto nulla per fermarli e questo ti rende un borseggiatore!”. Si tratterebbe di un’accusa orwelliana per accusare l’intera umanità di borseggio. Da un lato c’è un minuscolo manipolo di anti-borseggiatori fanatici, dall’altro la grande massa borseggiatrice.
Oggi l’accusa di razzismo/sessismo suona altrettanto assurda. Ma perché? Forse l’idea di fondo è questa: dire a persone innocenti che sono colpevoli è più motivante che dire a persone innocenti che sono innocenti, quindi condannare falsamente le persone le sprona all’azione. Altrimenti non saprei davvero.

PERCHE’ NON SONO MAI RIUSCITO A SPIEGARE AI MIEI FIGLI IL LAVORO CHE FACCIO?


Ho letto un articolo sulla cosiddetta “maledizione della conoscenza”, quella sindrome per cui una volta che sai qualcosa, può essere difficile ricordare com’era prima che tu la sapessi.
La maledizione della conoscenza spiega, per esempio, tanta cattiva divulgazione. Al cattivo scrittore semplicemente non viene in mente che i suoi lettori non sanno quello che sa lui, che non padroneggiano l’argomento, non sanno come colmare i vuoti della spiegazione e nemmeno visualizzano il contesto di riferimento.
Forse è anche il motivo per cui non sono mai riuscito a spiegare ai miei figli il lavoro che faccio.
P.S. non penso che interessi, comunque l’articolo è a questo link

QUANDO “IL BUCO E’ IL VESTITO”


Leggo che c’è un motivo ben preciso per cui il progetto Intelligenza Artificiale arranca: la mente umana è come un oggetto di Escher, metterne insieme i pezzi sembra impossibile.
Abbiamo sprecato un sacco di tempo pensando di sistematizzare e organizzare il pensiero umano al fine di replicarlo e creare macchine che pensassero come le persone. Si riteneva che sotto la superficialità delle nostre espressioni nascondessimo una teoria del mondo o qualcosa del genere, bastava scavare, scoprire e replicare. A poco a poco si è scoperto invece che, tanto per dire, nemmeno i grandi maestri di scacchi, a quanto pare, non sanno davvero spiegare come giocano a scacchi, che i medici non possono spiegare come diagnosticano i pazienti; e nessuno di noi può spiegare come comprende il mondo quotidiano. Conseguenza: non esiste un modo coerente e ragionevole per disporre e organizzare i frammenti della nostra conoscenza. Questo è un compito senza speranza. Non esiste un piano. Le nostre spiegazioni hanno buchi ovunque e le incongruenze abbondano, al punto che non c’è niente da aggiustare e rattoppare visto che “il buco è il vestito”. La coerenza della nostra mente è pari alla coerenza impossibile di un oggetto di Escher, nessun architetto potrebbe replicarlo, siamo dei chiacchieroni dediti all’improvvisazione più che degli esseri razionali, il che rende l’obbiettivo di un’intelligenza artificiale più difficile. Ma c’è un altro problema: se questa fosse una spiegazione della nostra mente, sarebbe come spiegare una fiaba per mezzo di una fiaba.

LA GRANDE SOSTITUZIONE


Leggo i biologi evoluzionisti e apprendo che esistono due strategie di riproduzione opposte: in condizioni di abbondanza la strategia ottimale è quella di produrre il maggior numero possibile di prole, ma dedicare poco sforzo alla sua cura. Al contrario, quando le risorse sono scarse e bisogna competere, la strategia ottimale è quella di produrre meno prole ma prendersene cura coscienziosamente.
Leggo i sociobiologi e apprendo che nelle società moderne le personalità più strutturate competono mentre quelle più fragili e “resistenti al lavoro” sono mantenute dal welfare (o da uno pseudo-lavoro statale che funge da sussidio di disoccupazione mascherato). Non è un caso che, di regola, le prime abbiano pochi figli e le seconde molti. Ergo: il tasso di sostituzione tra personalità strutturate e personalità “resistenti al lavoro” condanna la società moderna al declino. I tempi? Almeno un secolo.

SPERANZA VS OTTIMISMO


L’ammiraglio Stockdale è noto per la sua vita avventurosa e la sua capacità di sopportare la detenzione nei campi e le relative torture. Qual è il suo segreto? A suo dire la speranza. E il suo peggior nemico? L’ottimismo. sempre a suo dire i primi a cedere nei campi erano gli “ottimisti”, quelli che ripetevano di continuo cose tipo: “usciremo di qui entro Natale” (ma anche “andrà tutto bene”). La delusione ripetuta finiva per piegare questa gente. Al contrario, la speranza è un atteggiamento, non ha un contenuto e risorge sempre viva dopo ogni delusione. La speranza, contrariamente all’ottimismo, è impermeabile alle confutazioni e persevera.