Il problema delle vacche grasse

I nostri antenati si barcamenavano tra periodi di vacche grasse e periodi di vacche magre. Nei momenti difficili facevano del loro meglio per sopravvivere, nell’abbondanza si chiedevano: “In che cosa posso investire per non soffrire più quando cominceranno le avversità? La risposta più ovvia: in buone relazioni e reputazione. Per questo facevano tanti bambini, lavoravano alacremente per aumentare il loro status e per assicurarsi alleati potenti.

Questa è la mia spiegazione preferita del perché ancora oggi la quota di reddito investita in istruzione e salute aumenti spropositatamente all’aumentare del nostro reddito senza molti benefici né per la nostra istruzione, né per la nostra salute: cerchiamo prestigio “alleandoci” con scuole prestigiose e medici con  solida reputazione. Il fatto è che oggi siamo straricchi e lo siamo ormai da almeno un paio di secoli, le “vacche magre” sono solo un ricordo lontano ma nella nostra mente restano una fissa incancellabile.

Nel XXI secolo la disparità nei redditi è in larga misura la conseguenza di cio’ che succede nella fornitura di alcuni servizi ben precisi: medicina, istruzione, diritto aziendale (law corporation), consulenza alle imprese, management, gestione del risparmio. E’ qui che si spende MOOOOOLTO di più rispetto a prima… senza ottenere granché di più. Ergo: si spende per acquisire prestigio.

Esempio: dal dopoguerra a oggi i medici/paramedici per paziente sono raddoppiati, la loro retribuzione è triplicata, la frazione del reddito totale speso dal paese in ambito sanitario è aumentata sostanzialmente. Ma gli studi più rigorosi in medicina generale non indicano un miglioramento apprezzabile in termini di salute (la differenza reale la fanno altri fattori, come ad esempio alimentazione e ambiente). Ma in tutti i paesi occidentali si nota una scarsa correlazione tra servizi sanitari e salute, suggerendo così che nella sanità c’è molta cura in eccesso e inefficienza. I pazienti preferiscono sistematicamente trattamenti medici complessi e costosi mentre sospettano di quelli più economici. Tendono poi ad essere più interessati alla reputazione dei dottori a cui si rivolgono che al loro curriculum terapeutico. Spiegazione? Voglia di prestigio e reputazione, voglia di dire o pensare: “io per la salute dei miei cari non bado a spese… che lo si sappia!”.

Nel campo dell’istruzione, abbiamo registrato un forte aumento del numero di studenti, del numero di insegnanti per studente e delle retribuzioni degli insegnanti rispetto al lavoratore medio. Oggi si richiede la laurea perfino alla maestra o a chi si occupa della ginnastica, anche se insegnanti con meno scolarizzazione sembrerebbero parimenti adeguati. E’ chiaro che in questo modo i costi s’impennano senza un corrispettivo in termini di risultati. Gli studenti in realtà non ricordano molto di ciò che viene insegnato e la maggior parte di ciò che imparano non sarà comunque utile in alcun modo. Gli studenti e le loro famiglie sembrano più preoccupate del prestigio dei loro insegnanti che della loro esperienza. Gli studenti universitari preferiscono laurearsi con professori che hanno fatto studi prestigiosi piuttosto che con professori bravi nell’insegnamento.

Nell’ambito della giustizia, abbiamo assistito a un numero crescente di cause giudiziarie. E’ cresciuto anche il numero di avvocati e il loro reddito medio. Solo due secoli fa la maggior parte della gente poteva andare in tribunale senza un avvocato, oggi la legge è molto complessa e ripristinare il vecchio regime non sembra possibile. Tuttavia, non è chiaro come quantificare i benefici di questo sistema legale più complesso e costoso. Il sospetto è che siano alquanto esigui. i clienti s’informano sul prestigio del loro avvocato, molto meno sul suo track record in tribunale.

I consulenti d’impresa sono notevolmente aumentati per numero e retribuzione, mentre cio’ che consigliano è sempre più prevedibile. Tali consulenti sono spesso assunti perché il loro prestigio può intimorire i concorrenti, oppure per sgominare le resistenze ai cambiamenti che si ha in mente di apportare a prescindere da una consulenza strapagata e dall’esito risaputo.

I gestori dei fondi di investimento sono notevolmente aumentati per numero e paga. Ma una volta prese in considerazione le loro commissioni di gestione, tendono a offrire rendimenti inferiori rispetto ai semplici fondi indicizzati (gestiti col pilota automatico). Gli investitori sembrano disposti ad accettare tali rendimenti attesi inferiori pur di avere la possibilità di mostrarsi in associazione a fondi prestigiosi: telefonare al loro “personal consultant”, oppure ricevere la sua visita in casa, li rende felici.

I manager sono aumentati in numero e anche in retribuzione. Una loro funzione chiave è sempre di più quella di dare all’impresa un’immagine prestigiosa, non solo nei confronti dei clienti e degli investitori, ma anche per i dipendenti desiderosi di lavorare sodo e rinunciare alle ferie pur di farlo al servizio di una persona carismatica.

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La cultura dello squalo

Ricordo di aver letto dei tabù della gravidanza nelle isole Figi; alle donne incinte è vietato mangiare carne di squalo. Sembra che in effetti gli squali contengono sostanze chimiche che possono causare difetti al nascituro. Le donne però non sanno perché non mangiano gli squali e quando gli antropologi hanno chiesto loro una ragione, alla fine hanno deciso che era perché i loro bambini sarebbero nati con la pelle di squalo piuttosto che con la pelle umana. Come spiegazione lascia molto a desiderare. Come mai puoi ancora mangiare altri pesci? Una minima familiarità con la biologia dimostra che questo modo di pensare è inaccettabile. Tuttavia, se qualche ragazza Fijiana iconoclasta, intelligente e indipendente intuisse qualcosa del genere, avrebbe magari  infranto il tabù con buone ragioni ma suo figlio sarebbe stato a rischio.

Nel donare la Ragione agli uomini, Dio (o l’evoluzione) ha corso un bel rischio. Deve darcene abbastanza per capire come funziona la tradizione culturale ma non abbastanza da metterla in discussione solo a tempo debito. Non esiste un modo per andare a colpo sicuro. Così, nella sua testa, ogni uomo trasporta una bomba ad orologeria, qualcosa che puo’ consentirgli in ogni momento di avere idee geniali e fatali al contempo.

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La cultura della manioca

Nelle Americhe, dove la manioca è stata coltivata per la prima volta, gli uomini hanno privilegiato le varietà amare per migliaia evitando però ogni forma di avvelenamento cronico da cianuro, un inconveniente che ci attenderemmo conoscendo bene la pianta.

Nell’Amazzonia colombiana, ad esempio, i Tukanoan usano una tecnica di lavorazione multi-fase e assai dispendiosa che comprende il raschiare, il grattugiare e infine il lavare le radici per separare meticolosamente la fibra, l’amido e il liquido. Una volta realizzata la separazione, il liquido viene fatto bollire ottenendo una bevanda, ma la fibra e l’amido devono “riposare” per almeno altri due giorni prima di essere cotti e mangiati. Tali tecniche di lavorazione sono fondamentali per la sopravvivenza di popoli che vivono in posti dove altre colture risultano improduttive.

Tuttavia, nonostante la loro utilità, una persona ragionevole avrebbe difficoltà a capire la tecnica di disintossicazione. Considera la situazione dal punto di vista dei bambini e degli adolescenti che stanno imparando la lavorazione di cui sopra. Parti dall’assunto che non hanno mai visto una persona avvelenata proprio perché la tecnica funziona. E anche qualora il trattamento fosse inefficace, così da generare casi di gozzo o problemi neurologici, sarebbe comunque difficile riconoscere il legame tra questi inconvenienti della salute e il pasto a base di manioca.

Le varietà a basso contenuto di cianuro sono in genere bollite, ma l’ebollizione da sola è insufficiente per prevenire effetti duraturi sulla salute. L’ebollizione, tuttavia, elimina o riduce il gusto amaro e previene i disturbi più visibili (ad es. diarrea, disturbi dello stomaco e vomito). Quindi, se uno ha fatto la cosa apparentemente di buon senso limitandosi a bollire la manioca, il suo compito sembrerebbe finito. Poiché il compito a più fasi dell’elaborazione della manioca è lungo, arduo e noioso, attenersi ad esso è certamente poco intuitivo. Le donne di Tukanoan trascorrono circa un quarto della giornata a trafficare intorno alla manioca, quindi questa è una tecnica decisamente costosa per loro.

Consideriamo ora cosa potrebbe comportare se una madre autodidatta di Tukanoan decidesse di abbandonare qualsiasi passaggio faticoso e apparentemente non necessario. Potrebbe esaminare criticamente la procedura che le è stata trasmessa dalle generazioni precedenti e concludere che l’obiettivo della procedura è rimuovere il gusto amaro. Potrebbe quindi sperimentare procedure alternative riducendo alcuni dei passaggi più laboriosi o lunghi. Avrebbe scoperto che con un processo più breve e molto meno laborioso, poteva rimuovere il sapore amaro e rimuovere gli inconvenienti più visibili. Adottando questo protocollo semplificato, avrebbe avuto più tempo per altre attività, come prendersi cura dei propri figli. Naturalmente, anni o decenni dopo, la sua famiglia avrebbe iniziato a sviluppare i sintomi dell’avvelenamento cronico da cianuro. Pertanto, la riluttanza di questa madre ad accettare per fede le pratiche che le erano state tramandate dalle precedenti generazioni si tradurrebbe in malattia e morte prematura per i membri della sua famiglia. L’apprendimento individuale qui non paga, e le intuizioni personali sono fuorvianti. Il problema è che i passaggi di questa procedura sono opachi: un individuo non può facilmente dedurre le loro funzioni, interrelazioni o importanza. L’opacità causale di molti adattamenti culturali ha avuto un grande impatto sulla nostra psicologia.

All’inizio del diciassettesimo secolo, i portoghesi trasportarono per la prima volta manioca dall’America del Sud all’Africa occidentale. Tuttavia, non hanno trasportato i secolari protocolli di lavorazione indigeni o l’impegno sottostante all’utilizzo di tali tecniche. Poiché è facile da piantare e fornisce alte rese in aree sterili o soggette a siccità, la manioca si diffuse rapidamente in tutta l’Africa e divenne un alimento base per molte popolazioni. Le tecniche di elaborazione, tuttavia, non sono state prontamente rigenerate. Ecco, anche dopo centinaia di anni, l’avvelenamento cronico da cianuro rimane un grave problema di salute in Africa.

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L’eterna lotta tra cultura e ragione.

La Prussia del XVIII secolo non ci ha regalato solo la benedizione di Kant ma anche la maledizione della “silvicultura scientifica”.

I razionalisti illuminati notarono che i contadini, quei coglioni, si limitavano ad abbattere gli alberi della foresta a casaccio o comunque sulla base di criteri oscuri legati a tradizioni poco intellegibili legati alla cultura locale. Così hanno elaborato un piano: eliminare tutte le foreste e sostituirle piantando copie identiche di abete norvegese (l’albero a più alto rendimento di legname nell’unità di tempo) in una griglia rettangolare e uniforme. In questo modo diventava possibile procedere abbattendo centinaia di alberi in poco tempo e massimizzando la produzione di legname. Ma qualcosa andò male. L’ecosistema impoverito non poteva più ospitare gli animali selvatici e le erbe medicinali che sostenevano i villaggi circostanti, causando così il collasso economico di intere regioni. Come se non bastasse, le file interminabili di alberi identici erano un perfetto terreno di diffusione per le malattie delle piante e gli incendi boschivi. Anche i complessi processi ecologici che sostanziavano il suolo smisero di funzionare, così dopo una generazione gli abeti rossi norvegesi cominciarono a crescere rachitici e malnutriti. Eppure, per qualche motivo, tutte le persone coinvolte nel progetto ebbero carriere fulgide e la “silvicoltura scientifica” si è diffusa in Europa e poi nel mondo. Sapete dirmi perché?

Ecco, questo schema si ripete con regolarità sospettosa attraverso la storia, non solo nei sistemi biologici ma anche in quelli sociali.

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Le città organicamente evolute tendevano ad essere composte da vicoli bui, negozi piccoli e strade sovraffollate. Il razionalismo urbano ha avuto un’idea migliore: partendo da una tabula rasa predisporre una griglia rettangolare uniforme su cui allineare brutali palazzi giganteschi e identici separati da ampi viali, il tutto suddiviso in distretti attentamente raggruppati in zone omogene. Ma per qualche ragione, ogni volta che queste nuove città sono state costruite, la gente le odiava e faceva tutto il possibile per trasferirsi in periferie che ancora conservavano i “difetti” delle vecchie città rase al suolo. E ancora, per qualche strano motivo i pianificatori del disastro sono stati regolarmente promossi con tutti gli onori e hanno diffuso le loro tecniche distruttive in tutto il mondo. Alle campagne è stata riservata una sorte simile. I vecchi villaggi contadini, evoluti in modo organico, tendevano a moltiplicare la confusione accumulando allevamenti eterogenei e piccole culture diversificate in modo inefficiente su appezzamenti angusti e scomodi. I moderni razionalisti scientifici hanno avuto un’idea migliore: gigantesche fattorie collettive meccanizzate dedite alla mono-cultura ad alto rendimento appositamente concepite e disposte in spaziose griglie rettangolari equidistanti. Eppure, per qualche ragione, queste gigantesche fattorie collettive avevano rendimenti inferiori per ettaro rispetto ai vecchi metodi tradizionali, e ovunque prendessero forma, la loro presenza era seguita puntualmente da carestie e fame di massa. Ma anche qui, per qualche motivo i governi hanno continuato a sponsorizzare i metodi più “moderni”, sia che si trattasse di collettivi socialisti nell’URSS, di grandi corporation agricole negli Stati Uniti, o di tentacolari piantagioni di banane nel Terzo mondo.

Gli stili di vita tradizionali di molti nativi dell’Africa orientale erano nomadi, e implicavano una strana agricoltura a base di “taglia e brucia” da condurre su intricati appezzamenti nella giungla secondo una sconcertante varietà di regole ad-hoc. I moderni razionalisti scientifici dei governi africani (sia coloniali che post-coloniali) hanno avuto un’idea migliore: reinsediare gli indigeni nei villaggi, dove potevano fruire di servizi moderni come scuole, pozzi, elettricità e griglie rettangolari equidistanti. Eppure per qualche ragione, questi villaggi continuarono a fallire: i raccolti venivano abbandonati, le loro economie crollarono e i loro abitanti scomparivano trovando asilo nella giungla. Ma per qualche motivo i governi africani continuarono a cercare di riportare i nativi e farli rimanere nei villaggi anche con la forza.

Il derby dell’ideologia: Socialismo vs Capitalismo

Non ditemi che semplifico. Se parlo in modo semplice è solo perché la materia è già sufficientemente complessa, se parlo in modo naif è solo perché penso che certe affermazioni ingenue resistano anche alle obiezioni più raffinate che presentare qui sarebbe solo noioso (le trovate nel blog un po’ ovunque).

Come al solito il primo problema è quello delle definizioni. Si potrebbe semplicemente dire che il capitalismo è il sistema economico di paesi come gli Stati Uniti e il socialismo è il sistema economico di paesi come l’ex Unione Sovietica. In tal caso, concluderei che il capitalismo è qualcosa di decente, mentre il socialismo è l’inferno sulla terra. Ma fin qui sono ormai d’accordo tutti, persino i socialisti nostrani!

Passiamo allora ad una definizione alternativa: l’ideale capitalista prevede che il governo abbia un ruolo ridotto nell’economia mentre quello socialista lo metterebbe volentieri al centro di tutto. In tal caso, a me sembra, il capitalismo è fantastico e il socialismo è terribile.

Cosa c’è di così meraviglioso nell’ideale capitalista? Il fatto che sia un sistema basato sulla libertà individuale e sul libero consenso. Il consenso può essere davvero “volontario” se alcune persone hanno molto più da offrire rispetto ad altre? Assolutamente. Analogia: alcune persone sono molto più attraenti di altre, ma questo non pregiudica la validità dei fidanzamenti.

Resta un dubbio che incombe: il capitalismo è uno di quegli ideali che sembra meraviglioso, non è che però funzioni male nella vita reale?

Come possiamo affrontare una domanda così ampia? Per esempio guardando quali sono i paesi più capitalisti del mondo. Secondo le classifiche, i paesi in testa sono Hong Kong e Singapore; altri esempi includono il Regno Unito, la Svizzera, il Canada e gli Stati Uniti. Secondo gli standard mondiali e storici, tutti i paesi citati sono incredibilmente ricchi, nonché posti piacevoli in cui vivere. Questo non era vero per Hong Kong o Singapore nel 1950, ma dopo decenni di posizioni di vertice, sono diventati forse i paesi più ricchi e piacevoli della Terra. In questi paesi ci sono ancora persone relativamente povere, ma c’è pochissima povertà assoluta.

Qual è il segreto del capitalismo? Essenzialmente il fatto che i mercati liberi incanalano il desiderio umano fondamentale di migliorare se stessi, e lo fanno in modo socialmente vantaggioso. Se puoi offrire un prodotto che piace a un prezzo appetibile, ti arricchisci. Questo non porta solo a montagne di prodotti sorprendenti e a basso prezzo, porta anche a una costante innovazione, uno sforzo incessante per fare di più con meno.

Ora passiamo al socialismo: cosa c’è di così terribile nell’ideale socialista? Essenzialmente il fatto che sia basato sull’autorità governativa e quindi sulla coercizione. La democrazia è un modo decente per mitigare le stragi e la schiavitù delle dittature socialiste. Tuttavia, anche sotto il socialismo democratico, l’individuo resta alla mercé dell’opinione pubblica.

Ancora una volta, però, c’è un dubbio che incombe: non è che il socialismo è uno di quegli ideali all’apparenza terribile, ma ma che poi nella vita reale funziona meravigliosamente? Per risolvere questo dubbio, torniamo alla stessa procedura adottata prima, guardiamo ai paesi più socialisti oggi presenti sul pianeta.

Secondo classifiche più accurate, i paesi “più socialisti” del mondo sono la Corea del Nord e il Venezuela, a seguire Cuba. Nessun socialista decente potrebbe avere come ideale anche uno solo di questi stati, e certamente non sono io a insinuare che lo facciano.

Le persone spesso deridono i socialisti per insistere sul fatto che “il vero socialismo” non è mai stato provato. Non lo dirò, perché non penso che sia mai stato provato nemmeno il “vero capitalismo”. Ma se vogliamo prevedere gli effetti della versione reale di entrambi i sistemi, ha comunque senso iniziare con le approssimazioni esistenti più vicine a noi. Il verdetto mi sembra chiaro, e si sposa bene con la teoria.

Ai socialisti piace poi paragonare la loro società ideale a una famiglia. Ma nelle famiglie reali, non devi sostenere i tuoi fratelli se non vuoi. A dirla tutta, non devi nemmeno sostenere i genitori che ti hanno dato la vita (e magari un fracco di botte). Perché mai i tuoi obblighi morali verso degli estranei dovrebbero essere più forti di quelli verso i parenti più stretti?

Al socialista onesto resta comunque una consolazione che sento talvolta riecheggiare nelle parole di Papa Francesco: il sistema capitalistico puo’ essere tollerato giusto poiché fornisce una valvola di sfogo all’avidità predatoria dell’uomo, trattasi di “male minore”. Il sottointeso: domani, quando l’uomo si sarà convertito alla generosità disinteressata del Vangelo, il socialismo sarà il suo destino.

Ecco allora la mia domanda per il Papa: sua Santità, mi permetta, ma qual è il sistema politico ideale in una società composta solo da santi? Risposta (mia): ancora il capitalismo, ovviamente. In un sistema socialista non si puo’ essere capitalisti, ma in un sistema capitalista si puo’ essere buoni, generosi e perfino socialisti fino alla santità! Ecco il suo principale vantaggio.

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Le ragioni del caribù e i pregiudizi della Ragione

Durante la caccia al caribù, i Naskapi del Labrador devono decidere dove andare. Il buonsenso consiglia di andare dove si è già fatta buona caccia, o dove amici e vicini hanno recentemente notato dei caribù. Tuttavia, la situazione in cui si trovano è simile al famoso gioco del “matching pennies”: i caribù non desiderano l’incontro e i cacciatori sì. Se un cacciatore mostra di avere una qualche strategia, tipo tornare dove ha fatto bottino in precedenza, allora per il caribù sarà più facile evitarlo e sopravvivere. In casi come questo la miglior strategia di caccia richiede randomizzazione delle decisioni.

E’ l’evoluzione culturale, non il calcolo, che fa emergere la strategia più efficiente. Tradizionalmente, i cacciatori di Naskapi decidono dove cacciare affidandosi alla cosiddetta “divinazione”: credevano che le ossa della spalla del caribù potessero indicare la via da seguire. Nel loro rituale la scapola veniva riscaldata sui carboni ardenti in un modo che causava la formazione di screpolature e punti bruciati del tutto casuali. Il prodotto finale veniva poi letto come una sorta di mappa con un orientamento  prestabilito. Questi rituali di divinazione possono aver fornito un rozzo dispositivo di randomizzazione che ha aiutato i cacciatori a schivare i loro “pregiudizi razionali”.

Scott Aaronson ha scritto molto su quanto sia facile prevedere le persone che decidono di procedere a casaccio. Poniamo che ti sia chiesto di scegliere più volte “testa o croce”: è molto semplice costruire un programma in grado di prevedere nel 70-80% dei casi cosa sceglierai (in genere il soggetto tende a sottovalutare le ripetizioni tipo testa-testa-testa-testa…). In questi casi, per essere davvero imprevedibili, la cosa migliore è avere una monetina e “delegare” a lei la scelta facendosi sostituire, esempio: se la lancio ed esce testa dirò “testa”. Ecco, i riti legati alla divinizzazione realizzano proprio un appalto del genere.

Mi viene in mente che i romani osservavano il volo degli uccelli per decidere quando e dove attaccare. Questo mi ha sempre colpito: ma davvero i generali rischiavano la vita di migliaia di soldati (nonché la loro reputazione) solo perché avevano notato uno strano uccello spiccare il volo proprio proprio la mattina dell’attacco? Ora posseggo un embrione di risposta: la guerra è un classico esempio in cui la strategia casuale può essere utile. Quando stai decidendo se attaccare il fianco destro o sinistro del nemico, è importante che il nemico non possa predire la tua decisione e inviare lì le sue truppe migliori. Se siete dei tipi prevedibili – e Scott Aaronson ci assicura che lo siete sempre, anche quando decidete di procedere a caso – la cosa migliore è esternalizzare la vostra decisione affidandovi, magari, proprio a quello strano uccello che avete visto stamattina.

CONCLUSIONE

I razionalisti si chiedono sempre: come mai le persone non ragionano di più?

Come mai anche se fatti e logica comprovano ripetutamente che qualcosa non puo’ funzionare, la gente continuerà a farla?

L’antropologia culturale ci fornisce una risposta: praticamente per tutta la storia, l’uso della ragione conduce alla morte. Per questo allora la usiamo poco: per sopravvivere!

Una persona ragionevole avrebbe capito molto presto che le ossa sbruciacchiate di un caribù sono un oracolo inefficiente per prevedere il futuro. Avrebbe quindi abbandonato la divinazione, fallito nella caccia e infine sarebbe morto di fame. E’ lì che troverete i molti razionalisti che mancano nella storia dell’uomo: sottoterra!

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Il Dio dell’universo

INTRODUZIONE

Per quanto ho letto in merito, non solo penso che non esista alcun conflitto tra l’idea di Dio e quanto sappiamo dell’universo, ma arrivo a dire che l’evidenza della cosmologia contemporanea rende in realtà l’esistenza di Dio molto più probabile.

Detto questo sto attento a non cadere nella classica trappola, sarebbe ingenuo affermare che la cosmologia contemporanea “dimostri” l’esistenza di Dio, non vi è alcun ragionamento sul Dio-tappabuchi qui. Ogni discorso scientifico è un discorso intorno alle probabilità.

Gli argomenti sulla base dei quali giungo a queste affermazioni sono essenzialmente due: 1) quello dell’inizio (big bang) e 2) quello della sintonizzazione (fine tuning).

ARGOMENTO DELL’INIZIO

All’incirca funziona così: UNO, se l’universo ha cominciato ad esistere, allora c’è una causa trascendente che l’ ha portato ad esistenza. DUE, l’universo ha cominciato ad esistere. TRE, quindi, c’è una causa trascendente che l’ ha portato ad esistenza.

C’è chi ha contestato la premessa UNO dicendo che il concetto di causa ha senso per spiegare quanto accade nell’universo ma non per spiegare l’universo. Tuttavia, perché mai fare eccezioni ad hoc? L’obiezione appare pretestuosa.

La premessa su cui di solito ci si concentra  è invece DUE. Tuttavia, ciò che è emerso durante il XX secolo è una conferma empirica notevole di questa premessa. In particolare due fatti: l’espansione universale e la seconda legge della termodinamica.

Forse vale ancora una volta la pena di aggiungere che la scienza non prova niente, sto solo parlando di fatti che rendono più probabile l’ipotesi dell’inizio, che a sua volta rende più probabile l’ipotesi teistica. La scienza aggiudica la sua palma sulla base di semplicità, chiarezza, completezza e adattamento ai dati fattuali disponibili. E la cosa più facile da ottenere è proprio l’adattamento ai fatti: puoi sempre inventarti ogni sorta di schemi elaborati per spiegare qualsiasi cosa vedi.

EVIDENZA DELL’ESPANSIONE

Poiché osserviamo un universo che si espande, i modelli più chiari e semplici che lo descrivono finiscono per implicare un inizio. Ma cosa c’era prima di questo inizio? O il nulla o una qualche forma di realtà quantica. Ma anche quest’ultima presenza non può essere estesa indietro all’infinito nel tempo, perché tale stato quantistico non è stabile e quindi prima o poi perde il suo equilibrio che è impossibile immaginare come eterno. È molto difficile escogitare un sistema – soprattutto di tipo quantistico – che se ne stia lì quieto “per sempre”. Uno stato quantico veramente stazionario o periodico, che durerebbe per sempre, non si evolverebbe mai. Quindi, l’era della gravità quantistica ha dovuto avere un inizio per poi generare 13 miliardi di anni fa il nostro universo.

In realtà, il XX secolo è una parata di modelli cervellotici che tentano di evitare l’inizio assoluto del modello standard senza molto successo.

EVIDENZA TERMODINAMICA

Per la seconda legge della termodinamica l’entropia in un sistema chiuso non diminuisce quasi mai, e l’universo è un sistema chiuso. Implicazione: dato un tempo sufficiente, l’universo raggiungerà uno stato di “morte termica”. Domanda ovvia: perché, se l’universo è esistito da sempre come ritengono alcuni, non è ora in uno stato freddo, oscuro, diluito e senza vita?

Certi scienziati cercano di aggirare la difficoltà immaginando un universo-madre come in perenne stato di equilibrio termico (caos) che, oscillando, di tanto in tanto produce degli universi-figli casualmente ordinati e destinati poi a tornare in equilibrio collassando nel caos originario. Il nostro sarebbe proprio uno di questi universi-figli.

Un tale scenario viola la cosiddetta unitarietà della teoria quantistica consentendo la perdita di informazioni dall’universo all’universo figlio, ma esiste un problema ancora più serio: i cervelli di Boltzmann (cdB).

Il cdB è un aggeggio in grado di riprodurre tutte le sensazioni che producono i cervelli veri degli uomini di fronte alla realtà. Noi ci riteniamo uomini “normali” frutto dell’evoluzione biologica ma, se accettiamo lo scenario degli universi-figli, sarebbe molto più ragionevole considerarci dei cdB: la produzione casuale di un cdB è molto più probabile della produzione casuale del nostro universo. Non c’è alcuna spiegazione nel modello per cui esista un vero universo a bassa entropia intorno a noi piuttosto che la semplice “apparizione” di un tale mondo, un’illusione prodotta da cdB.

Aggiungo che per avere un universo-figlio, si deve postulare un’inversione della freccia del tempo (dal caos, all’ordine) in qualche punto nel passato, una violazione gratuita del buon senso.

ARGOMENTO DELLA SINTONIZZAZIONE (O FINE TUNING)

La presenza di vita intelligente nel nostro universo dipende da un complesso e delicato equilibrio di costanti e quantità fondamentali, come la costante gravitazionale e la quantità di entropia nell’universo primordiale, tutte grandezze che sono “sintonizzate” in misura difficile da pensare come casuale.

Di fronte a questa realtà si possono fare tre ipotesi: necessità fisica, caso, disegno.

La prima ipotesi cade subito poiché le costanti di cui parliamo anticipano l’azione delle leggi di natura, non la seguono. L’ipotesi del caso, come dicevo, è letteralmente impossibile da immaginare. Non resta che l’ipotesi di un progetto.

CONCLUSIONE

Qualcuno potrebbe restare impressionato dal fatto che molti cosmologi sono comunque atei: come è possibile visto che dall’universo vengono tanti indizi di una presenza divina? Qui pesa un conflitto di interesse ben noto: i cosmologi restano comunque scienziati e quindi desiderosi di mantenere un monopolio del sapere, di essere la nuova classe sacerdotale. Questo è possibile solo adottando una filosofia “scientista”, e quindi atea.

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