Come litigare senza farsi male

Vent’anni fa le cose erano molto più chiare: gli scrittori scrivevano e i lettori leggevano. Oggi prevale lo scambio sminuzzato, è tutto uno scoppiettante botta e risposta al fulmicotone: il dilettantismo dilaga, tutti fanno di tutto mandando all’aria l’ antica divisione dei compiti. È l’apoteosi della micro-lettura e della micro-scrittura interattiva… in teoria è il trionfo del dialogo. Tuttavia, poiché l’arte del dialogo è contronatura, parlerei più propriamente di trionfo della scaramuccia.

La tecnologia è alla base di questa evoluzione: sui social, per fare un esempio, non c’è niente di più noioso che essere d’accordo. L’accordo è la tomba di tutto. Da un lato la concordia ci rassicura (sindrome della “parrocchietta”) ma dall’altro non ci motiva: se leggi qualcosa che condividi non ti viene nulla da aggiungere, perché mai dovresti dire la tua se corrisponde a quanto hai appena letto? E’ umiliante pensarsi come un pleonasma. Di solito passi oltre, al massimo apponi senza entusiasmo un fugace “mi piace”, al limite lo integri con la malavoglia di chi sa che l’essenziale è già stato chiarito. Il nostro ego, specie quello maschile, resta rattrappito e cerca sfogo altrove. Per esempio in ciò che realmente infervora:  il disaccordo. Lì sì che hai l’occasione di farti leggere, di assumere la sempre redditizia posizione del “ribelle”. Risultato: siamo immersi in un perenne conflitto a bassa tensione, passiamo gran parte del nostro tempo a dissociarci e a litigare, cosicché diventa necessario farlo bene, farlo in modo fruttuoso.

Qui di seguito, sulla scorta degli input forniti da Paul Graham, passo in rassegna le varie manifestazioni del disaccordo, dalla più squallida (da evitare) alla più edificante (da ricercare).

LIVELLO 0

E’ quello più infimo e lo si costruisce a base di improperi: ci si ricopre a vicenda di insulti uscendo dal confronto umiliati e svuotati. Forse c’è addirittura un livello sottozero, quello in cui ci si insulta in modo improprio o indiretto, magari fingendo di parlare con terzi sapendo che l’altro ci legge: gli insulti “per conoscenza”, diciamo così.

LIVELLO 1

Ma l’insulto puo’ essere anche creativo, a volte puo’ suonare persino simpatico, e se la “gara” è alla pari ci si puo’ anche divertire. Molti parlano di “satira”, io preferisco la locuzione “insulto creativo”.

LIVELLO 2

Ci si puo’ dissociare dall’altro ripiegando su argomenti personali (ad hominem). E’ già un passo avanti rispetto agli insulti: se per esempio io sostengo che i commercialisti dovrebbero essere più valorizzati nella nostra società, tu potresti opinare che non ho titolo ad esprimermi in merito poiché sono un commercialista. Potresti anche ricamare sopra la mia uscita ventilando  un’eventuale complotto dei commercialisti per ottenere privilegi. Una risposta del genere puo’ avere qualche merito sebbene eviti di prendere in considerazione gli argomenti proposti. Anche accusare chi parla di non avere i “titoli” (magari accademici) per farlo rientra nei disaccordi di secondo livello, in questo caso l’inconveniente è di tacitare chi magari ha qualcosa di interessante da dire: spesso le buone idee vengono proprio dagli outsider.

LIVELLO 3

Qui si considera inattendibile “chi predica bene e razzola male” denunciando un’incoerenza fattuale. Non nego che l’incoerenza fattuale puo’ avere un certo contenuto informativo anche se non entra mai nel merito restando sempre alla superficie delle cose.

LIVELLO 4

Qui si prendono le distanze da qualcuno per il tono che adotta nell’esprimere la sua opinione, il caso classico è quello di chi si presenta come arrogante o altezzoso. In questo caso si reagisce più alla scrittura che allo scrittore. Spesso, purtroppo, la valutazione fallace dell’interlocutore è dietro l’angolo poiché tendiamo sempre a giudicare “arrogante” chi segnala con chiarezza i nostri punti deboli, questo anche se dalle sue parole è assente ogni acrimonia.

LIVELLO 5

Qui si fa argine alle ragioni altrui segnalando eccezioni che contraddicono la regola esposta. Operazione degna, figuriamoci, ma in molti contesti (quasi tutti quelli interessanti che innescano dibattito) l’eccezione conferma la regola anziché confutarla. Gli aneddoti catturano l’interesse ma non fanno progredire di molto la conoscenza.

LIVELLO 6

Qui si espone una teoria alternativa a quella ascoltata, quasi che il solo fatto di segnalarne l’esistenza sia di per sé sufficiente per far piazza pulita della precedente. In fondo “parlare” è meno impegnativo e più gratificante che “ascoltare”, allo stesso modo proporre un’alternativa è meno impegnativo che confutare quella messa sul tavolo inizialmente. Anche per questo in molte diatribe social la cronologia assume un’importanza spropositata cosicché l’argomento più recente si trasforma in automatico nell’argomento vincente (“sindrome dell’ultima parola”). Spesso le teorie alternative si giustappongono tra loro mettendo sempre più carne al fuoco e senza nemmeno che siano esattamente alternative, ovvero senza che condividano appieno l’oggetto di discussione. Cambiare leggermente il fuoco del dibattito puo’ rendere la discussione più interessante ma altre volte è solo un trucchetto inconsapevole adottato nella speranza di non soccombere ricorrendo alla confusione, in questi casi la discussione si trascina senza un oggetto preciso e gli interlocutori perdono via via in lucidità non sapendo più esattamente nemmeno loro di cosa parlano e quali ragioni difendono, una situazione che di solito avvantaggia chi è più in difficoltà.

LIVELLO 7

Il modo migliore per nutrire un disaccordo resta comunque quello di concentrarsi sull’ ascolto e confutare quando dice l’altro, magari citandolo apertamente punto per punto. Eppure, anche partendo con tutte le buone intenzioni, si può finire facilmente fuori strada con maldestre citazioni decontestualizzate ma soprattutto accanendosi su parti inessenziali del discorso altrui. Il caso classico è quello di chi posto di fronte ad un’analogia, anziché leggerla come tale, entra nel merito del contenuto e riscontrati dei difetti li pensa come riferibili all’argomento principale della discussione.

LIVELLO 8

Per dissentire in modo onesto bisogna concentrare la confutazione sul punto centrale posto dall’interlocutore, anzi, seguendo il “principio caritativo“, qualora si trovi che sia stato esposto in modo carente, trovare una formulazione più adeguata dello stesso e rapportarsi a quella (“forse volevi dire che…”). In questa fase è utile anche far chiarezza sulle proprie intenzioni: si intende essere onesti o essere buoni? Gli onesti cercano la verità, i buoni cercano la felicità. Gli onesti puntano sulla verità a prescindere dalle conseguenze talvolta crudeli di questa ricerca, i buoni antepongono le conseguenze del dialogo alla verità. Ahimè, quante discussioni chilometriche tra chi fondamentalmente è d’accordo nel merito ma non sulla natura da attribuire alla discussione, ovvero tra chi pensa che si debba essere “buoni” di chi pensa si debba essere “onesti”.

LIVELLO 9

Poiché “una teoria si confuta solo con un’ altra teoria“, LIVELLO 8 e LIVELLO 6 devono procedere di pari passo. Infatti, per quanto un pensiero risulti confutato dall’evidenza o dalle sue incoerenze interne, potrebbe comunque rappresentare quanto di meglio abbiamo a disposizione in certi frangenti. Il pensiero religioso, per esempio, con le sue mille lacune puo’ rappresentare la migliore “teoria del tutto” a nostra disposizione, non ha senso criticarlo senza proporre una “teoria del tutto” alternativa.

LIVELLO 10

Non c’è dialogo se non esci  cambiato. Ciò significa che chi dialoga in modo pertinente, oltre a tenere standard da LIVELLO 9, deve comunque concedere qualcosa all’avversario mutando così la sua posizione di partenza, e questo in attesa di un nuovo dialogo e di un nuovo cambiamento. Naturalmente questo vale quando c’è rispetto tra interlocutori. Tuttavia, in caso contrario, è  buona norma astenersi in partenza dall’intervenire.

***

Spero che il decalogo possa essere d’aiuto considerato il fatto che molte disonestà intellettuali non sono volute. Imparare a litigare, poi, non ha tanto l’obbiettivo di rendere la discussione più proficua ma di renderci più soddisfatti. La lite condotta a LIVELLI infimi ci mortifica. La gente non ama pensarsi come disonesta, nemmeno dal punto di vista intellettuale, ma per uscire da questa condizione così diffusa deve pur conoscere la strada da intraprendere.

Risultati immagini per www.thisiscolossal.com conflict

Annunci

Nuovi culti: il clima.

1. Chi ci sprona a lottare contro l’effetto serra lo fa sulla base di un’etica bizzarra: noi saremmo moralmente responsabili di quel che accadrà al pianeta in un futuro lontano. Detto ancora meglio, si chiede ad un gruppo di persone di compiere sacrifici tutt’altro che banali per aiutare un altro gruppo di persone completamente differente con le quali non esiste una connessione tangibile. In realtà questo secondo gruppo di persone nemmeno esiste e non c’è modo di capire cosa desideri realmente da noi.

2. Per rappresentarsi meglio la situazione propongo un’analogia provocatoria: trasferiamoci nella Manhattan del XVII secolo presso la popolazione indigena dei Lenape assumendo che siano consapevoli di quanto accadrà in futuro, la loro piccola isola è infatti destinata ad ospitare uno dei fulcri di civiltà più vivaci del pianeta, qualcosa in grado di fornire gioia, ricchezza e punti di riferimento ad una grande quantità di persone nel mondo intero, senonché questa Mecca culturale potrà sorgere solo se i Lenape oggi accettino di farsi da parte sacrificando l’essenza del loro modus vivendi spirituale e rinunciando di fatto alla loro bella patria. A questo punto scatta la prevedibile domanda, qualora i Lenape si rifiutassero la loro scelta sarebbe moralmente condannabile? Il loro comportamento sarebbe arrogante e da ritenersi un oltraggio verso le “generazioni future”?

3. Qui mi limito ad osservare che la lotta contro i cambiamenti climatici risulta molto popolare  sia necessario avere delle preferenze ben strane per interessarsi ad un futuro tanto distante come quello implicato da queste faccende, le persone normali – lasciamo perdere cio’ che dicono e concentriamoci su cio’ che fanno – non sembrano affatto nutrirne alcuno, almeno giudicandole dalla vita che conducono quotidianamente. Gli economisti, per esempio, quadrano i loro conti temporali postulando un interesse annuo composto del 5%, ma un simile tasso di sconto ha conseguenze devastanti in una prospettiva secolare: a distanza di 200 anni l’intera ricchezza terrestre attuale ammonterebbe a qualche decina di migliaia di euro. Le persone normali che considerano il futuro non si spingono mai oltre qualche anno dal tempo presente per compiere i loro calcoli. L’economista Graciela Chichilnisky ha parlato di “dittatura del presente”, tuttavia si tratta di un fatto non eludibile, noi ci comportiamo così e sarebbe meglio prenderne atto, queste sono le nostre “preferenze rivelate”, facciamocene una ragione. Le persone normali si curano poco persino del LORO futuro: i sistemi pensionistici esistono perché si è  consapevoli della cosa, le assicurazioni obbligatorie idem. Ma se a uno interessa così poco del proprio futuro, come puo’ ritenersi che sia autenticamente interessato ad un futuro ancora più distante che riguarda persone a luiestranee? La domanda esige una risposta.

4. C’è ancora una cosa che non quadra in questa faccenda, per combattere i cambiamenti climatici abbiamo a disposizione due strade: 1) fare lobby sui media e sulla politica affinché inducano o prendano dei provvedimenti collettivi, oppure 2) risparmiare personalmente delle risorse da trasferire alle generazioni future affinché abbiano più mezzi per affrontare i loro bisogni. Tuttavia oggi non sembra ci sia dibattito su quale strada imboccare, la cosa lascia perplessi perché è vero che la prima strategia è consigliabile quando la prevenzione fa premio sull’aggiustamento a posteriori ma la seconda risulta più proficua in condizioni di incertezza, esempio: tra 200 anni il mondo potrebbe essere popolato da emulatori che se ne infischieranno del riscaldamento globale e dei nostri sacrifici per prevenirlo; al contrario, qualora si ritrovassero con un bel gruzzoletto accumulato in loro favore, saprebbero metterlo comunque a frutto ringraziandoci idealmente del gentile pensiero. Man mano che passa il tempo, inoltre, la strategia 2 diventa sempre più conveniente poiché un investimento cresce ad un ritmo esponenziale del 5% mentre i costi di lobbing tipici della prima strategia non sono altro che risorse sottratte a possibili investimenti per le generazioni future. Eppure, nonostante quanto detto, l’interesse è solo ed esclusivamente per la prima strategia, la seconda nemmeno viene presa in considerazione. Perché?

5. La mia conclusione è che la lotta al riscaldamento globale presenta troppe contraddizioni etiche per essere valutata come una preoccupazione genuina, si tratta probabilmente di una cortina fumogena che nasconde un’agenda occulta. A questo punto ognuno avanzi la sua ipotesi, la mia è che ci sia dietro una mistica dell’impegno e questo genere di istanze fungano da sostituti del buon vecchio cristianesimo ormai agonizzante, una specie di parodia della vera religione, un succedaneo dell’antica trascendenza. La psicologia delle religioni, del resto, evidenzia il nostro profondo bisogno di sentirci coinvolti in una nobile causa al fianco di potenti Alleati, non c’è dunque da sorprendersi se ci impegniamo con zelo in assurdi quanto onerosi riciclaggi dell’immondizia: nel farlo vestiamo i panni dei salvatori del pianeta con le potenti burocrazie mondiali alle nostre spalle che plaudono portandoci  ad esempio. E’ il Rosario del nuovo millennio.

Trafficanti di uomini

1. I “trafficanti di carne umana” sono persone che trasportano i  migranti consentendo loro di violare le frontiere politiche ed entrare clandestinamente negli stati più ricchi. In Italia ne sappiamo qualcosa perché con i loro barconi hanno condotto sulle nostre coste parecchia gente, e dopo le primavere arabe il flusso di rifugiati si è ulteriormente intensificato, specialmente dalla Siria. Nel 2011 molti paesi hanno firmato un protocollo ONU che li impegna a criminalizzare e perseguire questo contrabbando, cosicché la UE ha intrapreso diverse operazioni militari nel Mediterraneo al fine di concretizzare l’impegno preso. Nella popolazione europea si è man mano diffuso un generico sentimento di condanna morale verso gli scafisti, da qui l’ appellativo infamante di “trafficanti di carne umana”. Ma la cosa non è una prerogativa europea: il primo ministro Australiano ha definito la loro azione un “commercio demoniaco” e loro come “la feccia della terra”. Per molti questa gente trae un indebito vantaggio da persone in condizioni disperate, lo “sfruttamento” che realizzano sarebbe inqualificabile. Per altri non sono mai difendibili poiché agiscono comunque solo sulla base di una logica di profitto, la loro motivazione di fondo sarebbe quindi inquinata in partenza. Per altri ancora a condannarli basterebbe il solo fatto che violano e aiutano a violare la legge di alcuni paesi.

2. Di parere diverso è il filosofo Javier Hidalgo che nel saggio “The ethics of people smuggling” mette in piedi una difesa morale di questo contrabbando. La sua tesi: lo scafismo è un’attività moralmente lecita, almeno fino a prova contraria. Facciamo il caso di Ibrahim, uno scafista che prende in affitto la sua barca e assume degli uomini per trasportare dei migranti, tra i suoi clienti c’è Khaled, un tale in fuga dalla guerra civile libica. Ibrahim è onesto con Khaled sui rischi del viaggio, tuttavia Khaled insiste per salire a bordo. Una volta partiti, se il viaggio andrà liscio, in prossimità di Lampedusa si spegneranno i motori e si lancerà l’allarme sperando in un sollecito recupero. Quand’anche Ibrahim realizzi un profitto da questa sua attività, sembrerebbe un profitto lecito. Oppure no?

3. Innanzitutto sembrerebbe falso che Ibrahim abbia il dovere morale di trasportare gratuitamente Khaled, poiché ci sono dei costi (la barca, lo stipendio dell’equipaggio) e dei rischi (arresto) sarebbe assurdo chiedere tanto, in casi del genere avere un guadagno è moralmente lecito. Anche noi potremmo acquistare uno smartphone meno costoso e con la differenza aiutare i poveri, farlo sarebbe ammirevole ma probabilmente non è dovuto. Certo, c’è una soglia vaga oltrepassata la quale si passa dall’ammirevole al doveroso, ma c’è comunque una soglia. 

4. C’è poi il chiaro consenso di Khaled, è un ulteriore elemento che legittima Ibrahim, d’altronde si tratta di un consenso ragionevole: i rischi che affronta sono controbilanciati dai benefici che potrebbe avere dal vivere in un paese civile. Anche se si tratta di un consenso espresso da persone disperate cio’ non ne inficia l’autenticità. Facciamo un’analogia: se una persona con una malattia letale si sottomette volontariamente ad un’operazione chirurgica rischiosa, il chirurgo è moralmente autorizzato a procedere.

5. Non sembra nemmeno che in tutta questa faccenda ci siano diritti di terzi violati. Potrebbero esserci quelli dei cittadini dei paesi di destinazione: fornire cibo, casa e lavoro a questi disperati è un’operazione costosa che finirà presumibilmente per gravare su di loro. Inoltre, i migranti saranno dei concorrenti sul mercato del lavoro e abbasseranno gli stipendi in molti settori. Tuttavia, l’opinione generale degli studiosi è che esista, almeno in teoria, un dovere per i paesi più ricchi di ospitare i “rifugiati”, e qui Hidalgo cita dei lavori di Michael Walzer, Christopher Wellman e David Miller. Nelle nostre società la concorrenza è qualcosa di tollerabile: non sono, per esempio, autorizzato a condannare moralmente un istituto scolastico solo perché diploma geometri che poi mi faranno concorrenza sul mercato abbassando le tariffe professionali. Quanto ai costi di accoglienza sono imposti dalla fiscalità, non dagli scafisti, eventuali abusi sono da imputare quindi ai governi.

6. Vediamo meglio il concetto appena espresso grazie ad un’analogia: ammettiamo che un bus urbano trasporti dalle periferie al centro un gruppo di poveri destinati ad un soggiornare in un ospizio e che, a causa di questa nuova presenza sul territorio, la richiesta di servizi welfare del quartiere centrale s’impenni. Poiché, poniamo, i servizi sono finanziati con tasse locali è prevedibile che i residenti pagheranno di più. Ma cio’ non significa che l’autobus ha violato una norma morale nel trasportare della gente dalla periferia in centro. O meglio, da parte dei residenti potrebbe aver senso una recriminazione verso chi ha deciso di garantire servizi tanto generosi (e costosi) ma non una recriminazione contro il trasporto pubblico delle corriere. Il principio generale potrebbe essere questo: se un agente A ha certi doveri e un agente B agisce in modo tale che A sia chiamato ad adempiere ai suoi doveri, B non è  condannabile.

7. Bisognerebbe aggiungere il fatto che la definizione operativa di “rifugiato” è parecchio restrittiva, oggi è tale solo chi fugge da una persecuzione sulla base di razza, sesso, religione, opinioni politiche e nazionalità. E chi fugge dalla guerra, dalle malattie o dalla povertà estrema? Queste ultime minacce non sembrano meno severe. Oggi, poi, le ricche democrazie dell’occidente ospitano un numero esiguo di rifugiati, la maggior parte resta ammassata in paesi poveri come Etiopia, Pakistan e Turchia. I siriani, per esempio, sono per lo più in Libano e Giordania. Nel respingerli il nostro retro-pensiero di solito è questo: si tratta di paesi già nei guai, una calamità in più o in meno non cambia la vita. Ma è questo un pensiero che possiamo chiamare etico? Direi di no. Ebbene, l’azione dei “trafficanti di carne umana” compensa in parte questa ingiustizia distributiva.

8. Ma lo scafista-tipo in concreto potrebbe anche ingannare il migrante con cui lavora, d’altronde si opera su un mercato nero, senza tribunali, e cio’ rende lo scafista sospetto a priori. Ma gli scafisti puntano al grano e sarebbe una pessima strategia di business rovinarsi la reputazione. David Spener ha intervistato molti “passisti” e molti migranti sulla frontiera USA-Messico: in genere il passista viene scelto con il passaparola, la reputazione è quindi fondamentale. Van Liempt, Missbach e Sinanu confermano che queste modalità sono le più comuni anche in Europa e Australia. Veronika Bilger, Martin Hofmann e Michael Jandl hanno lavorato sullo specifico della frontiera orientale dell’ Austria dove gli intervistati hanno negato di sentirsi alla mercé dei contrabbandieri. Aggiungerei che spesso i contrabbandieri sono stati migranti irregolari loro stessi e rivedono in chi accompagnano la loro storia, il che crea una certa solidarietà.

9. Altri ritengono che lo scafista “sfrutti” la povera gente facendo i soldi sulle disgrazie altrui con un’attività di stampo criminale, è questa l’opinione di Dimitris Avramopoulos, per esempio, commissario all’immigrazione per la UE. Ma chiariamo il punto tornando alla nostra analogia, poniamo che Ibrahim sia l’unico scafista sulla piazza, magari perché ha fatto fuori fisicamente la concorrenza che lo disturbava, poniamo anche che possa trasportare a Lampedusa Khaled senza rischi per se stesso al prezzo di 1.000 euro ma ne chieda 5.000 prosciugandolo totalmente dei suoi risparmi. In un caso del genere direi che si potrebbe anche parlare di “sfruttamento”. Ma se Ibrahim è uno dei tanti e il suo comportamento è quello descritto all’inizio allora è ben difficile parlare di sfruttamento. Il fatto che gli scafisti agiscano in un mercato nero e che violino la legge non autorizza di per sé a parlare di sfruttamento. Per vedere come stanno le cose nella realtà la parola passa agli studiosi sul campo. Il mercato del contrabbando, proprio perché illegale, non presenta molte barriere all’entrata, chiunque sia sufficientemente coraggioso puo’ provare a fare un viaggio. Spener parla esplicitamente di “assenza di monopoli” sulla frontiere USA-Messico. Bilger, Hofmann e Jandl parlano di “intensa competizione tra gruppi di scafisti nelle varie rotte del Mediterraneo”. Istituti come quello della restituzione del denaro in caso di viaggio fallito non potrebbero esistere in assenza di competizione. Nemmeno la cura reputazionale avrebbe senso. A me sembra che nel campo dei trasporti la concorrenza sul mercato nero sia addirittura maggiore di quella presente nei mercati ufficiali (rotte aeree, autobus, eccetera).

10. Per molti il contrabbandiere è comunque reo di essere un egoista che aiuta il prossimo mosso esclusivamente dall’avidità. Ma perché mai anche in un caso del genere emettere una condanna a tutto campo? Non è forse meglio distinguere tra azione e motivazione? Uno potrebbe anche concludere che se la motivazione è dubbia l’azione resta pur sempre lodevole! Filosofi importanti come Scanlon utilizzano proprio questo paradigma nell’esprimere un giudizio morale. Molti scafisti, di fatto, considerano il contrabbando come un normale lavoro con cui mantenere la loro famiglia, è questa una motivazione insulsa? E’ probabilmente la motivazione che muove gran parte di noi tutti i giorni. Ammettiamo che un giovane ambizioso intraprenda una carriera di prestigio come quella del chirurgo riuscendo nel suo intento di sfondare. Quando questo chirurgo mi asporterà un tumore salvandomi la vita devo forse considerare la sua azione malvagia? Me ne guarderò bene, e questo a prescindere dalle sue motivazioni. Gabriella Sanchez ha intervistato molti passisti che ostentavano solidarietà con la causa dei clandestini, soprattutto perché – lo dicevamo prima – rivedevano in quella gente la loro stessa storia passata. Puo’ darsi che nelle interviste millantassero ma giungere alla conclusione che siano motivati solo dal profitto vuol dire cadere nell’esagerazione opposta.

11. Infine molte persone pensano che infrangere una legge sia comunque immorale. Qui bisogna distinguere tre posizioni: 1) per alcuni c’è un’identificazione completa tra legge e morale, 2) per altri c’è un collegamento tra legge e morale, 3) per altri ancora legge e morale sono due cose diverse. Possiamo trascurare la prima posizione poiché poco ragionevole. La terza è secondo me la più coerente anche se ammetto che la seconda sia la più diffusa. Tuttavia, anche chi sostiene la seconda posizione giustifica in vari casi la violazione delle leggi: chi non ha mai attraversato una strada con il semaforo rosso? Chi non ha mai violato i limiti di velocità? Chi non ha bevuto un goccio prima di mettersi alla guida? Tutti noi violiamo la legge più volte al giorno. A volte il contrabbando è necessario per tutelare i diritti umani di una persona, in questo senso sembrerebbe rientrare tra le violazioni lecite, anzi, oserei dire doverose.

Immagine correlata

 

Anti-abortisti alla prova

Kevin Williamson è stato assunto qualche tempo fa dalla rivista online “The Atlantic” in quanto opinionista pro-life ed è stato successivamente licenziato per aver esposto la tesi pro-life: l’aborto è la soppressione di una vita umana, ovvero un crimine equiparabile in qualche modo all’infanticidio. Il mandante di questo crimine – la donna incinta – deve pagare per averlo commesso.

E’ curioso che la chiarezza di Kevin Williamson sia stata mal digerita anche da molti ambienti anti-abortisti. In realtà bisogna subito dire che anche laddove l’aborto è o è stato illegale, la donna che abortisce non è mai stata perseguita per aver infranto la legge, si preferisce punire le cliniche abortiste e/o i medici. Perché? Di solito si ritiene che il mandante di un crimine abbia colpe maggiori rispetto al killer che lo commette materialmente.

Come conferma anche la vicenda di Williamson, la discussione politica su un’eventuale legge anti-abortista verte per lo più su “chi” colpire trascurando temi nella sostanza ben più importanti quali l’entità della pena e le modalità di applicazione. Se io fossi un abortista, per esempio, preferirei pene leggere alla donna che pene pesanti ai dottori, sarebbe il modo più efficace per tutelare la libertà di scelta. Perché allora tanta attenzione sul target e così poca su severità e probabilità?

Per rispondere faccio una premessa di carattere generale: le regole che siamo chiamati ad osservare sono a volte giuste, a volte ingiuste, come distinguerle? Un metodo fallibile ma pratico sta nel considerare altamente sospette le regole occulte e invece “giuste” quelle proposte e applicate in modo chiaro e palese. Quando si teme di agire allo scoperto di solito c’è sotto del marcio. Il metodo scelto per occultare le regole consiste generalmente nel renderle indirette, nel fare cioè in modo che siano dei terzi ad esserne colpiti e a dover scaricare poi sul vero obbiettivo le conseguenze. Per esempio, l’ IVA è un’ imposta occulta poiché viene versata dalle imprese e poi ricaricata nei prezzi in modo occulto affinché il consumatore paghi la sua parte. L’IMU è invece un’imposta più “onesta” poiché palese: sono io che devo calcolarla, compilare il bollettino e pagarla. In materia di regole il trucchetto del governo consiste quindi nel concentrarle tutte sul lato del “business”, un soggetto che ai nostri occhi appare “disumano” e quindi non particolarmente meritevole di compassione. Quando un onere colpisce un’entità “disumana” siamo più disposti ad accettarlo, anche se poi, indirettamente, colpirà anche noi in modo occulto: lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Se invece quell’onere colpisse delle persone in carne ed ossa (magari noi) ci apparirebbe subito come brutale, scorretto e sbagliato.

Immaginatevi la polizia irrompere nelle nostre case per arrestare la badante o la baby sitter senza documenti con multe pesanti per la famiglia che si avvale dei loro servizi. Sarebbe uno spettacolo penoso e inaccettabile, molto meglio prendersela con gli “scafisti” che hanno portato di sfroso queste lavoratrici. Immaginate poi se i NAS vi entrassero in casa perquisendo il vostro frigo in cerca di alimenti scaduti! Tutto cio’ ci sembrerebbe un po’ esagerato. Un altro caso eloquente è quello delle ritenute fiscali e previdenziali: lo stato chiede  ai datori di lavoro di trattenere tasse e contributi INPS dalle buste paga dei loro dipendenti in modo tale che costoro – non percependo quanto accade – accettino meglio un trattamento vessatorio.

Ma perché si agisce in questo modo? Per evitare che si attivi la nostra intuizione morale legata al buon senso: se la regola fosse applicata in modo semplice e diretto apparirebbe in tutta la sua portata vessatoria e ingiustificabile. Per questo un governo astuto reindirizza la coercizione verso attori “disumani” come le società commerciali, in questo modo maschera meglio il suo bullismo e lo rende accettabile. Il governo ci impone mille regole opprimenti, ma lo fa indirettamente prendendosela con chi ci vende le cose.

Un paio di obiezioni prima di concludere. Qualcuno fa notare che una regola diretta sarebbe di difficile applicazione. Sbagliato, il metodo delle taglie e delle spie ricompensate (whistleblower) è in sé efficacissimo, l’unico suo grande difetto è che fomenta un preoccupante conflitto sociale; ma questo difetto non fa che confermare la tesi di partenza: il conflitto sociale si genera proprio perché la regola che lo spione o il cacciatore di taglie fa osservare in modo tanto solerte non corrisponde alla nostra intuizione morale, in caso contrario lo spione sarebbe un eroe civico. Altri opinano che sarebbe ingiusto colpire un “soggetto debole” che agisce in stato di bisogno. Si potrebbe rispondere che quanto più scemano le responsabilità del “soggetto debole”, tanto più calano anche quelle dei soggetti (scafisti, mammane…) che di fatto si presentano come l’unico aiuto concreto al soggetto debole.

Conclusione: chi pensa che una regola sia sbagliata dovrebbe insistere affinché sia applicata in modo palese e diretto, in questo modo la sua eventuale ingiustizia emergerebbe in modo altrettanto palese. Questo vale anche per gli anti-abortisti: perché nicchiare di fronte alle uscite di Kevin Williamson? Se l’aborto è davvero un crimine si punisca innanzitutto il criminale numero uno di tutta questa faccenda: la donna mandante. Se la cosa ci disturba dovremmo preoccuparci, forse c’è una discrasia tra le parole e l’intuizione morale di fondo. Oltretutto, il fronte abortista ha fatto della chiarezza un suo punto di forza, ancora recentemente a Roma il Movimento per la Vita ha esposto dei cartelloni giganti affinché sia ben chiaro a tutti chi viene fatto fuori quando si abortisce.

Risultati immagini per antiabortisti roma manifesti

La rimozione del parketto

Il pericolo c’intimorisce e ci attrae allo stesso tempo, sono in molti a ricercarlo attivamente, specie tra i ragazzini. Guardatevi intorno e noterete anche nelle vostre città uno sciame di skaters impegnati in acrobazie tutt’altro che banali. Qualcuno li trova stupidi, e forse è così, ma sono anche coraggiosi, quel che cercano in fondo è solo una bestia da domare, un pericolo da affrontare e superare, vogliono acquisire una “competenza”, applicarla ed esibirla, vogliono essere bravi e capiscono che si diventa bravi rischiando, la loro stessa passione li porta a rischiare. Si deve condannare tutto ciò?

A quanto pare sì, ai nostri tempi gente del genere è mal sopportata, una spia dell’idiosincrasia  latente si è accesa quando abbiamo cominciato a temere in modo quasi comico per l’incolumità dei nostri figli al parketto. Nell’ amministrazione progressista del comune è circolata l’idea di fare tabula rasa dei parchi giochi, meglio non rischiare, da un giorno all’altro nel mio quartiere sono spariti. Un’idea balenga: i bambini annoiati hanno cominciato a salire sui tetti delle case. Qualsiasi genitore sa che quando il parketto è troppo sicuro i bambini si annoiano e smettono di giocare, quel che si cerca è qualcosa di sufficientemente pericoloso e in grado di proporre una sfida: noi non minimizziamo i rischi, li ottimizziamo, e così fanno anche i nostri figli sotto la nostra guida.

Perché rimuovere i giochi del parketto? Sono davvero tanto pericolosi? Il mio dubbio è che dietro ci sia dell’altro, un sentimento in qualche modo disumano che oggi è sdoganato e circola non visto: bisogna eliminare il pericolo perché dove c’è un pericolo da affrontare si consolidano attitudini almeno altrettanto pericolose. In altri termini, la sfida crea il successo e il successo crea vinti e vincitori, quindi risentimento e odio reciproco. 

Sono troppo sospettoso? Forse sì, anzi, in questo caso sicuramente. Tuttavia, ogni fenomeno ha un suo lato oscuro, lo avevano già notato Freud e Jung: il socialista spesso si attiva non per amore dei poveri ma per odio dei ricchi. Per capire meglio una persona non chiedete mai “con chi sta” ma “contro chi sta”. Cio’ che si presenta nelle forme della solidarietà spesso è mosso dall’odio. Gli “abolitori dei parketti” e le amministrazioni progressiste che istallano le barriere “anti-skate” si presentano come dei buoni padri di famiglia intenti a tutelare la sicurezza dei nostri ragazzi ma spesso sono gli esponenti di punta di una cultura effeminata che rifugge le sfide, il pericolo nonché quella competizione che genera vincitori e vinti. Le barriere anti-skate sono un simbolo di una strisciante “guerra contro i maschietti” che la nostra società combatte un po’ ovunque da almeno 20 anni. Ma si tratta di una guerra alle sfide, all’avventura, all’aggressività, al rischio… una guerra per molti versi anti-umana, insomma. L’argomento dell’incolumità non è l’unico che avanza l’ “uomo-preservativo”: devi sentirti colpevole di “fare”, di “osare”, di “rischiare”, altri potrebbero pagare la tua sbruffonaggine, ci sono esternalità ovunque, per cui evita. Di ogni atto ci si concentra solo sulle possibili conseguenze negative, i benefici vengono accantonati. D’altronde, cerchiamo di ampliare i nostri orizzonti e capiremo che il fenomeno è più vasto e ricomprende il giudizio generale a cui viene sottoposta la nostra civiltà iperattiva, ormai contano solo i guai che abbiamo seminato nella storia in giro per il mondo: siamo colpevoli praticamente di tutto! Molto meglio il buddhismo, molto meglio negare il proprio essere, reprimere il proprio entusiasmo, affossare il desiderio. L’odio per il borghese, il disprezzo di chi vive normalmente proviene da questo input: negare, criticare, annichilire, devirilizzare, demascolinizzare.

Chi nega in modo tanto reciso i tentativi e le sfide altrui spesso, fateci caso, comincia ad odiare e a perdere ogni umiltà: se la sfida e la competizione diventano “il male” da scacciare, l’umiltà, ovvero cio’ che ci serve per superare una sconfitta, si fa inutile cosicché nella cultura del pensiero critico l’arroganza diventa la norma. Senza competenze (che servono per gareggiare), senza umiltà (che serve per ripartire dopo una débacle), afflitto da mille sensi di colpa il “pensatore critico” dà di sé l’immagine del miserabile presuntuoso chiamato a giudicare la civiltà occidentale; la felicità delle persone normali lo imbestialisce, tutto deve essere anestetizzato. Non fa che raccontare agli altri quanto è pericoloso il nostro modo di vivere, come sia causa del fatto che oggi ci troviamo sull’orlo dell’apocalisse. L’unica via di uscita che propone consiste nel cessare di essere noi stessi, magari attraverso l’auto-estinzione. La rimozione dei parketti è imparentata con l’anti-umanesimo. L’uomo-preservativo, quando non puo’ predicare l’autoestinzione, predica comunque di fare pochi figli: uno, massimo due. Prudenza!

L’uomo è una minaccia. Molta cultura ambientalista, per esempio, abbraccia questa tesi, chi non ricorda Rachel Carson e il suo best seller “Silent Spring”? Ma si tratta di una cultura recente, recentissima, la “disumana prudenza” ci è sempre stata estranea, abbiamo sempre affrontato coraggiosamente i pericoli anche quando di alternative chiare alla rinuncia non ce n’erano, stare con le mani in mano non era nel nostro DNA, abbiamo sempre accettato la sfida del cambiamento, in poche parole: abbiamo sempre sperato. La vita è breve, solo qualche decade, la malattia onnipresente, il pianeta non ci rispetta, ci fa fuori subito, perché mai dovremmo rispettarlo noi? Non dobbiamo perdere la speranza, l’uomo, del resto, è un animale che non ha paragoni con gli altri, in grado di affrontare e superare ostacoli inimmaginabili. Questo è stato da sempre l’atteggiamento che ci ha condotto qua, questo l’atteggiamento che ora l’uomo-preservativo vuole far fuori.

Vegani, ambientalisti… e serial killer. I due ragazzi che seminarono il panico facendo una strage tra i loro compagni di scuola  a Columbine avevano le idee chiare: l’uomo è un animale corrotto e pericoloso. Un’idea condivisa con molti professori invitati ai TED talk. Per David Attenborough l’uomo è il cancro del pianeta e il Club di Roma ci va giù ancora più pesante. Chi ci salverà? Dove porta il risentimento culturalmente elaborato di certi intellettuali nonché quello ancora grezzo di certi ragazzini adolescenti omicidi? I risentiti non vedono che soluzioni radicali: il mondo sarà migliore senza ebrei, senza mussulmani, senza americani… senza inquinamento, senza maschi. Non si tratta solo di parole, nelle università, specie in quelle americane (ma l’America è sempre un’avanguardia), specie nelle facoltà umanistiche, ci sono studenti per cui i sensi di colpa sono inoculati al punto da procurare un’autentica sofferenza mentale, si sentono i privilegiati della patriarchia e per questo si vorrebbero uccidere, si sentono membri a pieno titolo della “cultura dello stupro” e per questo si  vorrebbero evirare, per loro zero ambizione, solo freni e inibizioni a go go.

Se chiedi a tuo nipote come va a scuola ti sentirai dire: “bene, per un maschio”, lui dà per scontato che le femmine fanno meglio e si meraviglia se cadi dalle nuvole. Qui bisognerebbe fare un piccolo inciso su cosa stia diventando la scuola, ma per capirlo bisogna fare una premessa relativa al mondo dei giochi di maschi e femmine: le ragazze, di solito, partecipano volentieri ai giochi maschili ma i maschi sono riluttanti a fare il contrario. Per una ragazza, infatti, vincere con i maschi è un onore e perdere non è mai un disonore. Al contrario, per un ragazzo, vincere con le ragazze è patetico e perdere ridicolo. I ragazzi sono a disagio nel competere con le ragazze, quando un gioco si volge al femminile il ragazzo abbandona o resta a disagio. Domanda: le nostre scuole (ma anche le università, specie nelle facoltà umanistiche), stanno forse diventando un “gioco” per femminucce? A quanto pare di sì: il ragazzino si annoia, sbuffa, si distrae, e alla fine rinuncia. Ai ragazzi interessa la competizione, l’aggressività, la sfida, non amano obbedire, non amano l’autorità, sono poco inclini alle turbe, alla depressione, poco attenti dall’empatia, privilegiano le cose alle relazioni: viaggiano su un binario ben diverso rispetto a quello dove vorrebbe incanalarli la scuola moderna. Ma perché ci si ostina ad andare “contromano”, a prendere direzioni opposte a quelle “naturali”? Forse perché alla natura non si crede più, si dà per scontato che il genere sessuale sia un costrutto sociale e che la scuola possa plasmarlo in base alle sue esigenze della società.  E all’università questo rapporto asimmetrico maschi/femmine diventa ancora più distorto a favore delle seconde, i maschi resistono ancora in qualche facoltà STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica), il resto è dominio femminile. Eppure il “declino del maschio”, come vedremo, non è una buona notizia nemmeno per le donne.

Una relazione amorosa stabile è un bene soprattutto per le donne, è soprattutto “lei” a cercarla, oggi più di ieri. Un po’ a sorpresa la % di donne che nell’ultimo decennio considera un buon matrimonio una delle cose più importanti della vita è cresciuta e continua a crescere. Negli uomini invece declina, leggermente ma declina. Oggi gli uomini che non intendono sposarsi sono tre volte le donne che dicono altrettanto. Chi mette la carriera sopra la famiglia è una minoranza costituita quasi esclusivamente da uomini. Lo stesso dicasi per chi trova il proprio lavoro “intrinsecamente affascinante”. Anche il denaro, sopra una certa soglia, perde la sua correlazione con la felicità. Un esempio spiega bene questi dati: perché i “top lawyers” newyorkesi sono per l’85% maschi? A colpire è il fatto che la percentuale sia rimasta costante anche se il numero di associate donne negli studi più prestigiosi è cresciuto a dismisura negli ultimi decenni, e questo in conformità a cio’ che dicevamo succedere nelle università. Perché allora tanta asimmetria negli studi ma poi tanta fatica per guadagnare il vertice? Non è un problema di asili o roba del genere, questa gente guadagna €500 all’ ora e ha già appaltato tutti i servizi familiari a terzi. Non è un problema di maschilismo, qualsiasi partecipante al gioco sa bene che a certi livelli le scelte non le fanno “i maschi” ma il mercato. Il problema allora è altrove, è che quando il tuo cliente giapponese ti chiama alle 4:00 di mattina della domenica devi rispondere. Devi rispondere perché da qualche altra parte a New York c’è un tuo collega ambiziosissimo che non vede l’ora di rispondere al tuo posto. Per farlo con entusiasmo il lavoro deve essere la tua vita ma per molte donne rispondere al telefono alle 4:00 della mattina di domenica, magari quando hanno smesso di allattare un’ora prima, non rientra affatto nella vita che sognavano, e ben presto se ne accorgono.

Con questa premessa vediamo ora meglio come funziona il gioco delle coppie, semplifichiamo: le donne scelgono in base al successo, gli uomini alla bellezza. Le donne cercano soprattutto sicurezza, si sentono vulnerabili nel momento in cui hanno i figli piccoli, e chiamale sceme. Hanno perfettamente ragione, nelle nostre società la mamma single è il soggetto più a rischio povertà, i figli senza padri biologici presenti sono più soggetti al rischio droghe, sono mediamente più ansiosi, depressi, criminali e suicidi. Non a caso le donne cercano e sposano chi è più grande di loro e guadagna più di loro. In altri termini: il buon partito per le donne conta di più, ma con il “declino del maschio” i buoni partiti si assottigliano, questo perché lo status femminile si alza e quello maschile si abbassa. Le donne, in condizioni del genere, non troveranno quel che desiderano e desisteranno dallo sposarsi, già oggi registriamo che il matrimonio è diventato affare per privilegiati: ci si sposa solo tra ricchi. Ironia della sorte, l’istituzione più patriarcale ed oppressiva è ora diventata un lusso. I ricchi, a quanto pare, sono rimasti gli ultimi disposti a tirannizzare se stessi :-).

Ma questo andazzo non è piovuto dal cielo, ha una sua base culturale. A peggiorare il quadro della situazione, infatti, ci si sono messe le università dominate in molte aree da un  neo-marxismo postmoderno che vede ovunque il fantasma dell’oppressione, a cominciare da quello della cultura patriarcale. Qui bisogna spendere due parole, innanzitutto per dire che la cultura è qualcosa di necessariamente oppressivo. Cio’ che ci viene dal passato non lo scegliamo, lo subiamo, se sono nato qui anziché in un pacifico matriarcato di 15.000 anni fa non posso farci niente. Ma la cultura offre anche dei vantaggi, per esempio, ogni parola che utilizziamo è un dono del passato, così dicasi del nostro relativamente sano e relativamente incorrotto sistema politico ed economico, della tecnologia disponibile, della ricchezza, della salute, della speranza di vita… si tratta di doni che riceviamo dal passato “subendoli” passivamente. Chi pensa alla cultura in termini esclusivamente oppressivi è un ignorante: le gerarchie che crea la cultura sono plasmate anche e soprattutto in vista di realizzare delle conquiste, di conseguire un successo contro le avversità, non solo per assoggettare e umiliare il prossimo. In questo senso l’egalitarismo è un valore che si mangia tutti gli altri valori, una volta che ci entra in testa non lascia spazio per nulla d’altro, cessa di esistere ogni altra alternativa per cui vale la pena vivere; per chi professa l’eguaglianza tra le persone tutto deve essere equalizzato, nessuna scala di valori ha più senso poiché sarebbe fonte di gerarchie ed oppressione. Le culture ricche, al contrario, propongono molti giochi da giocare, molte sfide, ognuno ricerca quella a lui più congeniale, si puo’ vincere in molti giochi e in molti modi diversi in ciascun gioco. Se ci mettiamo su questa lunghezza d’onda, se accettiamo che possano esistere dei ruoli differenziati anche la cultura patriarcale diventa una creazione dell’umanità più che dell’uomo. Una cultura a cui le donne hanno contribuito crescendo i figli, anche se sono state sacrificate nelle scienze, nelle arti e altrove. Il patriarcato non sarebbe quindi un mero assoggettamento e lo si capisce ancor meglio se si parte da alcuni dati di fatto difficilmente discutibili: la donna è meno forte, ha inconvenienti pratici come il ciclo mestruale, è soggetta a gravidanze indesiderate, ai rischi legati al parto, al carico dei figli piccoli… Tutte queste sono ragioni che giustificano un trattamento differenziato della donna nell’ambito sociale. Il patriarcato, allora, puo’ essere visto come il tentativo di uomini e donne di superare insieme le privazioni, le malattie e le carestie che da sempre affliggono la nostra storia su questo pianeta.

Recentemente, qualcosa è cambiato: il “patriarca” Gregory Goodwin Pincus ha inventato la pillola, per esempio. Bisognerebbe poi a questo punto raccontare la storia di Arunachalam Muruganantham, l’inventore e il diffusore dell’assorbente in India, o quella del Dr. Earle Cleveland Haas, inventore del Tampax in occidente. Ma anche quella di James Young Simpson, che prima con l’etere poi con il cloroformio ha dedicato la sua vita a lenire i dolori del parto. E che dire dell’introduzione degli elettrodomestici? Assorbenti, tampax, etere, cloroformio, elettrodomestici sono tutti doni della cultura patriarcale, doni che hanno cambiato la condizione femminile “emancipandola”. E’ chiaro che nella narrazione del “patriarcato oppressivo” c’è allora qualcosa che non quadra. I patriarchi hanno emancipato la donna?. E come mai se il loro progetto era invece quello di opprimerla e sfruttarla?  Ma non sono certo questi piccoli ostacoli logici che nelle università impediscono che si continua indomiti a raccontare la storia della guerra tra uomini e donne.

La filosofia postmoderna sulla base della quale vengono propinati questi insegnamenti si ritiene erede della filosofia marxista. Marx è la fonte primigenia di certe idee, in particolare Max Horkheimer che nella Francoforte degli anni trenta, insieme al fido Theodor Adorno, sviluppò la cosiddetta “teoria critica” secondo la quale individualismo e libero mercato non sono che la maschera attraverso cui i potenti schiavizzano i deboli. Si tratta quindi di allargare le categorie marxiane mantenendo però inalterata una logica di fondo, che a questo punto non si applica più solo alla diade “ricchi e poveri” ma a tutte quelle che è possibile scovare, a partire da quella “maschio e femmina”. Il ruolo dell’intellettuale cessa di essere legato alla comprensione dei fenomeni per diventare quello di promotore del cambiamento. L’intellettuale è chiamato ad emancipare la società. Più recentemente, negli anni settanta, il bandolo di questa matassa francofortese è stato ripreso in Francia dal filosofo Jacques Derrida, uno che vede se stesso come un marxista radicalizzato. Secondo lui “tutto nella società è una costruzione messa in piedi per opprimere”, l’intellettuale è chiamato quindi a decostruire l’esistente svelandone il contenuto autentico. Se tutto è inganno l’intellettuale non deve lasciarsi ingannare, che spesso significa che non deve cascarci quando viene dimostrato un suo errore. Deve invece insistere in un volontarismo che è tanto più meritevole quanto più insensibile ai dubbi e alle ipotesi alternative: non esiste una realtà alternativa ma solo una costruzione alternativa. Da qui la testardaggine come metodo.

Andrebbe ora ricordato cos’è stata in passato la testardaggine degli intellettuali vicini al comunismo; mi riferisco ora al Marx messo in pratica, e parlo quindi di Unione Sovietica, Cina, Vietnam, Cambogia ed altri esotismi… ovvero decine di milioni di morti. Oggi, per i curiosi che non si fidano della “storia scritta dai vincitori”, ne abbiamo ancora un assaggino in Nord Corea e in forma più edulcorata a Cuba. Ma la cosa più sorprendente è stata l’attrattiva che ha saputo esercitare questa filosofia sugli intellettuali, Khieu Samphan, il boss dei Khmer rossi, era un dottorando alla Sorbona e nella sua tesi poteva scrivere che banchieri e uomini d’affari non aggiungevano nulla alla società; tornato in Cambogia poté applicare le sue teorie evacuando tutte le città in un grande esodo verso le campagne (solo l’agricoltura era autenticamente produttiva), chiuse poi tutte le banche e abolì la moneta (così si risolve il problema se rimanere o uscire dall’Euro). Un quarto della popolazione cambogiana fu messa a morte in quanto dissenziente o “borghese”. Un disastro del genere, uno pensa, fu illuminante per gli intellettuali d’occidente. No, come se nulla fosse accaduto. Questo sia allora da monito per la nostra situazione: se certa gente si mette in testa che bambini e bambine sono uguali è disposto a tutto prima di rinunciare alla sua credenza dogmatica, non cederà mai alla vostra “costruzione del reale”. Nel 1917, infatti, l’adesione all’ideale comunista poteva ancora essere giustificato, era quella una religione di speranza per gli ultimi, l’ordine precedente invitava al cambiamento, eravamo reduci dal mattatoio della guerra, in più l’URSS si era schierato dalla parte “giusta” nella guerra civile spagnola, ovvero con i democratici contro le forze fasciste. Ma poi? Bè, negli anni trenta cominciarono in Russia i massacri dei kulaki inviati in massa verso la Siberia, ma i nostri intellettuali erano distratti dalla Grande Depressione. I kulaki non erano persone qualunque, erano i migliori nelle campagne, i più industriosi, i più intraprendenti, i più capaci… e quindi i più invidiati, quelli politicamente più facili da sacrificare. La conseguenza della persecuzione che subirono fu un collasso nella produzione agricola: sei milioni di ucraini perirono per le carestie indotte (se uscivi a cogliere una spiga dai campi comuni per sfamare tuo figlio ti sparavano). Da noi furono in pochi a coglier l’andazzo e a mettere in dubbio il dogma a cui l’intellighenzia si era consegnata mani e piedi, giusto Malcolm Muggeridge e George Orwell. L’intellettuale tipo – il Jean-Paul Sartre di turno – rimase cieco a tutto. Bisogna aspettare la fine degli anni sessanta e il Solzhenitsyn dell’ “Arcipelago gulag” per avere una piccola scossa, ma non esageratene la portata, Sartre – il prototipo – denunciò fin da subito Soltzhenitsyn come “elemento pericoloso”.

Tuttavia, in molti sentivano ormai che l’edificio marxista presentava una serie di crepe preoccupanti e che, poiché non poteva essere abbandonato, andava come minimo restaurato. E’ da questa esigenza che nasce la filosofia post-moderna e il suo tentativo di radicalizzare Marx sostituendo ai “soldi” (e quindi all’economia) il generico “potere”. Per il filosofo post-moderno il potere inquina tutto, a partire dal linguaggio, che necessita di una bonifica totale. Per un Derrida esiste l’etichetta “donne” solo per poterle meglio escludere, sta a noi smontarla (de-costruirla) e farla fuori. Per il de-costruzionista la politica è fatta per beneficiare i politici, la scienza gli scienziati, l’economia gli uomini d’affari… tutti creano le loro gerarchie e le gerarchie esistono per sottomettere gli altri, ovunque è una lotta di potere tutti contro tutti, un tiro alla fune dove se guadagno io perdi tu. Il motto di Derrida: “non esiste nulla fuori dal testo” potremmo tradurlo con “tutto è interpretazione” e tutto è lotta di potere dove chi costruisce la rappresentazione più efficace domina. Non c’è chi non colga la natura nichilistica di questa filosofia, la scienza, per esempio, è solo un altro ambito dove si tiene la lotta per il potere, la biologia è una forma di oppressione, non ci sono fatti da rispettare ma solo rappresentazioni da costruire. La competenza e l’abilità sono chimere messe su per assoggettare il prossimo.

Per questo stato di cose, oggi in occidente si finanziano lautamente una serie di corsi di studio che in un certo “sputano nel piatto in cui mangiano”, che accusano in modo radicale la struttura grazie alla quale riescono a sopravvivere, ma soprattutto che si propongono un progetto politico di sinistra radicale, lo dicono loro stessi senza vergogna: lotta al potere per l’emancipazione e l’uguaglianza. Sarei curioso della reazione generale qualora finanziamenti del genere confluissero sui progetti della destra radicale :-). La tesi dei post-moderni è chiara: “la società in cui viviamo è patologicamente patriarcale”. A seguire: “l’uomo, e non la natura, ha oppresso e opprime la donna”. Infine: “tutte le gerarchie esistono per imporre un potere dall’alto”. Si tratta di tesi poco convincenti: i crostacei maschi opprimono forse i crostacei femmina? La sicumera con cui si esclude la natura da ogni calcolo fa meditare. Inoltre, nelle società ben funzionanti, le gerarchie sembrano più motivate dalla competenza che dalla sete di potere. Nella società contemporanea bersaglio di tutte le critiche il miglior fattore predittivo del successo di una persona è l’intelligenza. Un caso? E segue la coscienziosità tipica dello scrupoloso e industrioso. Altro caso?

I post-moderni vorrebbero equalizzare tutto, vedono ogni differenza come una distorsione e ogni ambizione come arroganza. L’uguaglianza è la loro stella polare, la giustizia passa in secondo piano. E quando la logica si mette tra i piedi sono pronti ad accusarla di non essere altro che l’ennesima arma forgiata dal potere per soggiogarli. Oltre alla logica esistono altri fattori di intralcio: i bambini. Sì, i bambini, così diversi tra loro e così pronti ad accettare e esibire la loro diversità. Specie i maschi, così vogliosi di primeggiare, di sfoggiare, di esibire un primato. Sono loro i primi a dover essere rifatti, de-costruiti e ricostruiti, in buona sostanza sono da ridurre a cripto-femmine, da castrare grazie ad una Rivoluzione Culturale senza precedenti (solo Mao precede Marx nel Pantheon post-moderno). Per loro il mondo sarebbe un posto migliore se i bambini fossero socializzati alla stregua delle bambine, se l’aggressività fosse conculcata fin da subito. La cosa, del resto, oltre che auspicabile è possibile per chi vede nell’aggressività un comportamento appreso.

Ma forse l’aggressività è con noi dall’inizio, d’altronde ci serve a molte cose come per esempio difendersi e predare, non proprio attività marginali. Se ci immaginiamo il cervello come un albero l’aggressività innerva tutto il tronco centrale. Il bimbo aggressivo non è mai stato “socializzato” educandolo come una femminuccia ma insegnandogli ad incanalare opportunamente questa sua caratteristica: chi non ci riesce viene escluso dal gruppo e destinato a fare una brutta fine. E’ la voglia di primeggiare che pompa l’aggressività, la voglia di competere e vincere. Si tratta di un istinto maledetto ma anche benedetto, serve a molte cose, come minimo a difendersi. Ma serve anche a buttarsi, a provarci, a intraprendere e a realizzare grandi imprese di cui potrà godere l’intera umanità: pensate forse che dietro le grandi invenzioni che hanno migliorato la nostra esistenza ci sia solo un calcolo prudente? No, c’è ambizione, passione, senso della sfida, persino un po’ di sbruffonaggine ed esibizionismo.

Del resto, se la competitività maschile non è solo Male, nemmeno l’empatia e la compassione femminile sono il Paradiso in terra suscettibili come sono di degenerare in vizio. Molte donne entrano in terapia perché “poco aggressive”, con la loro sindrome da crocerossina pensano di fare molto per gli altri, pensano che la cooperazione debba essere alla base di tutte le relazioni sociali finché si scontrano con la dura realtà. Lentamente emerge in questi soggetti un lato oscuro, un risentimento verso il prossimo che non risponde ad una patologica generosità che – solo in apparenza – nulla chiede in cambio. Alcune si rifiutano di crescere e maturare, di avanzare le loro richieste alla contro-parte, di confrontarsi con il boss o il compagno, di avere un conflitto nel rispetto delle regole del gioco. In breve tempo tutta questa empatia sfocia in amarezza e risentimento universale. Un ingestibile bipolarismo si impossessa di loro trascinandole ora alla generosità, ora all’odio. Una patologia che si riscontra anche tra madri e figli: le madri edipiche sono oggi molto diffuse, al loro piccolo lanciano sempre lo stesso messaggio: “vivo solo per te”, il loro metodo è quello di evitare ogni conflitto stabilendo un patto diabolico: “farò tutto per te e tu non mi lascerai mai”. La metafora di questa madre è la strega di Hansel e Gretel, quando i bambini la trovano si dicono “ma tutto questo è troppo bello!”, poi lei costruisce una gabbia dove ingrassarli e loro imparano il trucco per apparire sempre magri e bisognosi, l’unica salvezza a disposizione dei piccoli sarà il matricidio e il ritorno dal padre.

L’eccesso di prudenza è sempre sospetto, ha effetti devastanti su un’ anima che tenta di svilupparsi, la strega è il lato oscuro del sublime femmineo, non è mai esistita una mitica e pacifica civiltà matriarcale, le elucubrazioni dell’antropologo svizzero Johann Jakob Bachofen, o dell’archeologa Marija Gimbutas, o della storica dell’arte Merlin Stone erano solo abbagli, patetici miti, al più “nobili bugie” (vedi in proposito il lavoro di Cynthia Eller), ricordiamocene quando incontriamo le barriere anti-skate, ovvero il simbolo del tentativo in atto di femminilizzare la nostra cultura.

Nono passo: Gesù risorge

La vita di Gesù è molto probabilmente proprio la vita che avrebbe vissuto un Dio incarnato, ma a questo proposito è importante che su quella vita un Dio apponga la sua “firma”, il modo migliore è farlo attraverso un miracolo, ovvero una violazione delle leggi di natura. Tutti noi a questo punto pensiamo alla Resurrezione di Gesù, il miracolo per eccellenza, e qui sosterrò che esistono significative evidenze storiche che questo fatto sia accaduto realmente.

La Resurrezione di Gesù ha dei testimoni più o meno diretti: le persone che hanno visto la tomba vuota e quelle che dicono di aver parlato con lui dopo la sua morte. Matteo, Luca, Giovanni, gli Atti e la prima Lettera ai Corinzi forniscono una lista di testimoni che si sono intrattenuti con Gesù dopo morto, Marco, assieme agli altri Vangeli, si sofferma sulla scoperta del sepolcro vuoto. Stando alla prima Lettera di Paolo ai Corinzi, Gesù apparve prima a Pietro, poi ai Dodici, poi a 500 discepoli, poi a Giacomo, poi di nuovo agli Apostoli riuniti e infine a Paolo stesso. Matteo riporta che Gesù apparve alle due donne – Maria di Magdala e l’ “altra Maria” – che si erano recate al sepolcro la mattina di Pasqua. Luca ci parla della lunga conversazione avuta da un Gesù dapprima non riconosciuto con i due viandanti sulla strada tra Gerusalemme ed Emmaus (evento che ricordiamo nel canto “Resta con noi”). Sempre Luca menziona un’apparizione ai Dodici in quel di Gerusalemme. Matteo invece fa riferimento ad un’apparizione ai Dodici in Galilea. Giovanni ci parla dell’apparizione in Galilea a sette dei dodici Apostoli, tra cui Pietro e Giovanni. Gli Atti ci informano che nei 40 giorni successivi alla sua morte Gesù si presentò ripetutamente vivo in presenza degli Apostoli, fino all’ultima apparizione che culminò nell’Ascensione.

Le liste di testimoni addotti non sono sempre coerenti tra loro ma delle spiegazioni sono disponibili. Nel caso di Paolo vengono menzionati solo testimoni che gli ebrei avrebbero preso seriamente, omettendo quindi le donne: Mosé aveva proibito di dare peso alla loro parola. I due viandanti, inoltre, non erano dei leader della prima Chiesa primitiva, inutile citarli. I Vangeli, scritti successivamente, sono più interessati a una ricostruzione dei fatti piuttosto che al proselitismo presso gli ebrei. Si noti poi che nessuno degli evangelisti avrebbe osato inserire nel suo racconto apparizioni precedenti a quella di Pietro, specie se a beneficio di due donne. In casi del genere, quando si fa cio’ che non si sarebbe mai fatto, la credibilità della testimonianza aumenta.

Ci sono poi problemi sui luoghi: Matteo parla di apparizione ai Dodici in Galilea, in questo è conforme a Marco ma difforme da Luca, che parla di Gerusalemme. Probabilmente risolvono gli Atti sostenendo molteplici apparizioni nei 40 giorni successivi alla morte, gli evangelisti ne citano solo alcune per condensare gli eventi, un’esigenza comune presso gli storici dell’epoca. Aggiungiamoci una memoria più flebile perché sempre più lontana e una difficoltà nella comunicazione tra i vari storici; in questo modo le piccole discrepanze sui luoghi trovano una loro sistemazione. Ricordiamo poi sempre che molti apostoli, nonché molti discepoli, subirono il martirio pur di non rinnegare cio’ che avevano visto, cio’ li rende particolarmente affidabili. C’è la possibilità che i testimoni si auto-ingannassero? Puo’ darsi, ma molte apparizioni avvennero di fronte a parecchie persone, difficile pensare a fenomeni di allucinazione collettiva.

Veniamo ora alla tomba vuota, l’inizio del racconto è comune ai quattro Vangeli: la visita delle due donne nella Domenica di Pasqua al sepolcro che trovarono vuoto. Dubbi: la fonte più antica (prima lettera ai Corinzi) non menziona il fatto, cosicché potrebbe trattarsi di una invenzione successiva. Per Matteo, comunque, anche gli Ebrei riconoscono indirettamente quanto accaduto accusando i cristiani di aver trafugato il corpo. Inoltre, abbiamo già detto perché Paolo ometta certe testimonianze, c’è poi da aggiungere che per gli ebrei resurrezione è resurrezione dei corpi ed è quindi ovvio che dopo la proclamazione di un simile evento come minimo  il sepolcro sia vuoto. C’è da aggiungere che l’usanza più antica del cristianesimo (risale alle lettere di Paolo se non prima) è l’assunzione della Domenica come giorno festivo, a questo punto è lecito chiedersi: ma perché mai un giorno anonimo come la Domenica (il primo giorno della settimana)? Come mai, se non perché proprio in quel giorno il sepolcro è stato trovato vuoto?

Lo studioso scettico puo’ ipotizzare che i cristiani abbiano letto Osea cercando di inventarsi una storia conforme alla sua profezia: “dopo due giorni si sarebbe ravvivata e dopo tre sarebbe risorta” (Osea parlava della nazione di Israele). E guarda caso il terzo giorno dopo la crocifissione cadeva proprio di Domenica. In effetti nel Nuovo Testamento c’è un richiamo al Vecchio e ai “tre giorni” – cercare appoggi nel Vecchio Testamento era ritenuto cruciale – ma di Osea non si parla. Si parla di Giona, che stette tre giorni e tre notti nella pancia del Leviatano, e qui i conti non tornano se facciamo un parallelo con Gesù. Sembra proprio che il riferimento al Vecchio Testamento sia arrangiato alla bisogna, ma questa è la miglior conferma che l’evento cruciale della scoperta del sepolcro vuoto si tenne realmente la mattina di Domenica.

La Resurrezione di Gesù era inattesa, e questo rafforzerebbe l’ipotesi dell’autenticità. Lo studioso ebraico Geza Vermes parla esplicitamente di discepoli sorpresi e spiazzati. Le donne, sia chiaro, andarono al sepolcro per ungere il corpo – usanza consolidata – non per controllarne la presenza. I discepoli furono dapprima increduli, la storia di Tommaso è ben nota e, probabilmente, Tommaso è solo una sineddoche sotto cui vengono raggruppati diversi discepoli. Gesù si è poi lamentato dell’effetto sorpresa prodotto: “Stolti e lenti alla fede…”. Gesù sembra quasi stizzito di dover spiegare ai Dodici quel che avrebbero potuto prevedere: non era forse necessario che il Messia soffrisse la sua pena ed entrasse nel Regno dei Cieli per compiere la sua missione? Non sembra proprio, quindi, che i discepoli si auto-ingannino a conferma di cio’ che si aspettavano avvenisse.

Le ipotesi alternative alla Resurrezione furono almeno cinque. Prima: Gesù non era morto e nel fresco della tomba si riprese. Difficile però che potesse rovesciare il masso. Difficile anche che appaia qua e là senza lasciare traccia dei percorsi seguiti. C’è chi ipotizza che Gesù è ancora nella sua tomba poiché i discepoli si sbagliarono nell’individuarla. Ma tra i discepoli c’era anche Giuseppe d’Arimatea, ovvero il legittimo proprietario che mise a disposizione il suo sepolcro per Gesù, difficile che lui si sbagliasse. Infine si ipotizza un furto perpetrato o dai nemici di Gesù (per non alimentarne il culto), o da ladri o dai discepoli (per architettare una finta Resurrezione). Ma i nemici avrebbero successivamente esibito il corpo per confutare la dottrina della Resurrezione. I ladri poi erano in cerca di averi, non di corpi (tra l’altro gli ebrei non mettevano valori nelle loro tombe). Difficile poi pensare ad inganni orditi per accaparrarsi un potere religioso da parte di persone per lo più morte immediatamente in un martirio subito a causa di quella fede stessa. Naturalmente lo scettico puo’ raffinare la sua ipotesi ma la farebbe diventare più complicata e quindi meno verosimile.

Il miracolo della Resurrezione è la firma divina sulla vita di Gesù, il tipo di miracolo più idoneo ad essere riconosciuto dagli ebrei. L’ Antico Testamento, nel Deuteronomio, fornisce due criteri per riconoscere il buon profeta, innanzitutto deve predicare in nome del Dio d’ Israele (Gesù era un buon ebreo), in secondo luogo le sue previsioni devono avverarsi. La previsione avverata di un miracolo è il massimo che si puo’ pretendere. Nello scontro tra Elia e Baal la previsione di un miracolo avveratosi da parte di Elia decide la disputa. Ma Gesù previde la sua Resurrezione? Per Marco predisse sia la sua Passione che la sua Resurrezione ma mettere in bocca agli eroi gli eventi di cui saranno protagonisti è tipico degli scrittori antichi e risulta quindi poco credibile. Tuttavia, Gesù fece predizioni meno dirette che implicavano però la sua Resurrezione, innanzitutto disse che avrebbe sacrificato la vita per i nostri peccati, ma solo la vita di un Dio (quindi di un essere immortale) puo’ lavare i nostri peccati. In altri termini potremmo dire che solo un miracolo puo’ salvarci dalla morte donandoci la vita eterna. La Resurrezione sembra quindi una componente essenziale di questa operazione di salvezza, la capacità di risorgere è premessa essenziale per garantire che tutti gli uomini risorgeranno. Nelle sue apparizioni Gesù stesso spiegò come la sua Resurrezione fosse stata prevista dai Profeti, il caso più ovvio è quello del Servo sofferente di cui parlano Isaia e i Salmi (specie il 22). L’Antico Testamento chiede poi a più riprese un’ adeguata espiazione dei nostri peccati, e qui torniamo alla necessità di un intervento divino.

Possiamo ritenere sufficiente l’evidenza storica a nostra disposizione? No se pensiamo che debba essere più che solida, sì se ce ne basta poca. Ma quando ce ne basta poca? Quando esistono delle probabilità a priori dell’evento, ne bastano poche per fungere da moltiplicatore delle probabilità a posteriori. Esempio: poniamo che la maggior parte degli uomini sia più bassa di 190 cm., e poniamo che non si siano mai stati avvistati uomini più alti di 270 cm. Qualora mi presentassi di fronte a te dicendo di aver visto un uomo alto 300 cm. a te non basterebbe la mia testimonianza, è del tutto ragionevole che sia così: non esistono probabilità a priori per questo evento. Se invece ti dicessi di aver visto un uomo alto 210 cm. – anche in virtù del Principio di Testimonianza – non richiederesti ulteriori prove: esistono probabilità a priori, sebbene contenute. La situazione del Cristo risorto è analoga: in molti PASSI precedenti di questo catechismo ho portato argomenti per dimostrare che esiste una seppur minima probabilità a priori che questi fatti si sarebbero verificati, in questo modo posso considerare “significativa” anche un’evidenza storica che di per sè non sarebbe sufficiente a convincermi.

Risultati immagini per cristo risorto piero della francesca

Bozza per una riflessione sul libro “Il fascino indiscreto delle parole” di Massimo Baldini

PRIMO SPUNTO DI RIFLESSIONE

Un libro dove ci si chiede chi contribuisca di più a deturpare il linguaggio. Le due ipotesi in campo: 1. chi sbaglia i congiuntivi. 2. Chi pensa “ho fatto” e scrive “ho effettuato”?

  • SECONDO SPUNTO DI RIFLESSIONE

    Il linguaggio può corrompere il pensiero. È un’idea di George Orwell.
    Il linguaggio politico? Un tentativo di dare solidità all’aria fritta.
    Il termine democrazia ha sostituito la parola buono così che possiamo a buon diritto parlare di minestre o di bistecche democratiche.
    La parola Borghese è diventata una rete dalle maglie troppo larghe per pescare ancora qualcosa. Bobbio.
    L’acutezza barocca della prima repubblica. Umberto eco.
    Wittgenstein. Che filosofia è una battaglia contro l’incantamento dell’intelletto per mezzo del linguaggio.

    TERZA SPUNTO DI RIFLESSIONE

    Scrivere difficile puo’ essere anche utile: 1) serve ad oscurare i cattivi argomenti e 2) a dare una parvenza di rigore. Ecco allora le prime 9 regole per imparare a scrivere male:
    Regola 1. Prendete una qualunque frase banale. “Fa freddo”. Oppure, “dove vai?” Procuratevi un dizionario con le definizioni e sostituite le alle parole. Avrete composto una frase nella lingua del difficilese.
    Regola 2. Eliminare tutti i possibili verbi d’azione riducendoli a infiniti sostantivi. Esempio Pippo è andato a casa, diventa, si registra l’avvenuto andamento da parte di Pippo verso la sua casa. Oppure, Cossiga mi sta simpatico. Diventa, ha luogo il fenomeno della simpatia da parte mia per Cossiga.
    Regola 3. Distruggete tutti i pronomi. Per esempio, io diventa colui che sta tenendo il presente discorso, l’estensore di queste righe, l’autore del presente articolo.
    Regola 4. L’informazione non deve essere segnalata dall’ intonazione, da punti interrogativi o esclamativi ma da oscuri giri di parole. Esempio, non dire mai “che fai?”, ma “da parte di chi viene formulando questa frase viene rivolta una interrogazione a chi viene ascoltando circa il verificarsi da parte sua di qualche azione”.
    Regola 5. Dell’ammiccamento grafico. Non scrivete gatto ma g-atto o “gatto”. E non lesinate sull’uso delle sigle.
    Regola 6. Dell’intrusione citativa. Anziché dire “il gatto ha bevuto il latte” molto meglio “il gatto, e penso al Baudelaire, ha bevuto il latte”. Ancora meglio “il gatto, e penso a Karl von Ettmayer, ha bevuto il latte”.
    Regola 7. Esolinguistica. Si prendono alcune parole banali si traducono di peso in qualche super-lingua (latino, greco, inglese o tedesco). Il francese è andato un po’ giù.
    Regola 8. Lasciati andare con aria di ovvietà qualche inciso del tipo “il ben noto”, “come oggi si sente dire”, “come mi è accaduto di chiamarlo”.
    Regola 9. Poliposi. Ripetere ripetere ripetere. Anziché dire “il gatto ha bevuto il latte nel piattino” dite “Il gatto ha bevuto il latte, latte che era nel piattino”.

    QUARTO SPUNTO DI RIFLESSIONE

    Perché il linguaggio accademico è spesso così difficile? Hypotheses (by JB):
    1. Bad writing obscures bad arguments.
    2. Difficult writing creates an appearance of rigor.

  • QUINTO SPUNTO DI RIFLESSIONE

    Filosofi inutilmente difficili: Habermas.

    Habermas: la totalità sociale non conduce affatto una vita propria al di sopra di quella di ciò che essa raccoglie e di cui essa consiste.
    Tradotto: la società consiste di rapporti sociali.
    Habermas: … essa si produce e riproduce attraverso i suoi singoli momenti.
    Tradotto: i diversi rapporti producono in qualche modo la società.
    Habermas: … come quel tutto non deve essere separato dalla vita, dalla cooperazione e dell’antagonismo dei suoi elementi….
    Tradotto: in tali rapporti si hanno cooperazione e antagonismo, e poichè la società consiste in tali rapporti, non può essere separata da essi…
    Habermas: … così, viceversa, nessun elemento può essere compreso neppure limitatamente al suo funzionamento senza considerare il tutto che ha la sua essenza nel movimento del singolo stesso.
    Tradotto: …. ma vale anche il contrario: nessun rapporto può essere compreso senza gli altri.
    Habermas: sistema e singolarità sono reciproci, e possono essere conosciuti solo nella loro reciprocità.
    Tradotto: [si ripete quanto già detto]
    Habermas: Adorno concepisce la società avvalendosi di categorie che non negano di provenire dalla logica hegeliana.
    Tradotto: Adorno usa un modo di esprimersi che ricorda Hegel.
    Habermas: egli intende la società come totalità nel senso rigorosamente dialettico, che vieta di concepire organicamente il tutto secondo la formula: il tutto è più della somma delle sue parti.
    Tradotto: non dice perciò che il tutto è più della somma delle sue parti.
    Habermas: … ma la totalità è altrettanto poco una classe che si possa determinare – secondo la logica estensionale – come l’insieme di tutti gli elementi che essa comprende.
    Tradotto: l’intero è altrettanto poco (sic) una classe di elementi.
    Habermas: le teorie sono schemi ordinatori che costruiamo liberamentre entro una cornice sintatticamente vincolante.
    Tradotto: le teorie non dovrebbero essere formulate senza grammatica altrimenti si può dire ciò che si vuole.
    Habermas: Esse mostrano di poter essere utilizzate per un certo particolare campo di oggetti, quando la molteplicità del reale si accorda con esse.
    Tradotto: sono poi applicabili solo a un ambito particolare, quando sono applicabili.

    SESTO SPUNTO DI RIFLESSIONE

    Il termine “democrazia” ha sostituito la parola “buono” cosicché possiamo a buon diritto parlare di minestre o di bistecche democratiche.