Ubiquità dell’ambiguo

Seguivo ieri sera alla TV un talk politico.

All’inizio mi sembrava di capire, dopo ho cominciato a dubitare e infine non capivo bene nemmeno cosa dovessi capire. Più urlavano, più ero disorientato.

Ne sono uscito con un’unica certezza: la lingua della politica è talmente evanescente che ti spiazza di continuo. Decisamente  frustrante!

Ma perché una comunicazione tanto ambivalente? E, per uscire dal particolare, perché il linguaggio ambiguo sembra così ubiquo?

A questo punto forse è meglio fare qualche precisazione per evitare facili equivoci. La mia non è affatto un’invettiva contro i politici ma una curiosità linguistica! Veniamo ora alle tre precisazioni.

SUPERFICIALITÀ

Siccome sono partito dalla politica e dalla Tv, so cosa potrebbe pensare qualcuno. No, non mi interessa l’ambiguità come effetto collaterale dell’imprecisione e della superficialità. Al contrario, mi interessa come forma particolarmente sofisticata dell’interlocuzione.

ABBREVIAZIONI

Non mi interessano nemmeno le ambiguità linguistiche che emergono da esigenze stenografiche. Certo, capita talvolta che per sintetizzare un concetto complicato si ricorra a formule poco esaustive che finiscono poi per risultare vaghe, un sacrificio che talvolta vale la pena di fare.  Ma questo lo capisco e non mi interessa. Mi interessa invece l’utilizzo di formule ambigue quando potremmo senza costi rilevanti essere più precisi.

MANIPOLAZIONE

Non mi interessano neanche  le ambiguità linguistiche utilizzate per manipolare e confondere il prossimo. Il caso che faccio, sia chiaro, è solo quello di persone che, con interessi allineati, ricorrono a discorsi indeterminati.

***

Al momento le soluzioni per me più convincenti all’enigma sono le tre che espongo di seguito.

LA SOLUZIONE DELL’ INCENDIO

Il cinema va a fuoco,  l’assembramento che si crea all’uscita blocca il deflusso e causa una strage. Oltre il 40% del pubblico, quello più lento nel guadagnare l’uscita, non ce l’ha fatta.

Qualora il deflusso fosse stato ordinato, il sacrificio si sarebbe potuto contenere  al 10% del pubblico in sala.

Qualcuno pensa: “ah se solo l’avessero saputo”.

Errato. il fatto di “sapere” non avrebbe cambiato alcunché. Chi corre più veloce si assicura comunque la salvezza, e poco importa se tutti sanno che evitando di correre sia possibile  limitare i danni… uno si dice: “certo potrei camminare ma se poi gli altri si mettono a correre a tradimento per non rischiare di essere nel 10%? Non è che è meglio anticiparli?”. E via che si parte a correre.

Cosa occorre allora per minimizzare i danni? Non la conoscenza semplice ma la cosiddetta conoscenza “comune”, ovvero un’ignoranza specifica nonché una voce autorevole che con formule ambigue inviti a non correre.

Una voce è autorevole non solo quando siamo disposti a crederle ma quando sappiamo che anche gli altri sono disposti a crederle e sappiamo che gli altri sanno che noi siamo disposte a crederle… e via all’infinito. Se non si raggiunge l’infinito la voce non puo’ definirsi “autorevole”.

inoltre è necessario mantenere una certa ignoranza grazie a messaggi ambigui: se la voce autorevole ricorresse ad una formula precisa del tipo “se non correte morirà solo 1/10 di voi e minimizzeremo i danni”, la gente correrebbe, lo abbiamo visti prima.

D’altro canto, se la voce autorevole sparasse una balla clamorosa del tipo “solo se non correte ci salveremo tutti”, perderà ogni autorevolezza restando inservibile per i bisogni futuri della comunità.

E’ la vaghezza e la reticenza del messaggio dato a salvare capra e cavoli.

Esempio: il saggio esclama: “non correte, per dio!”, oppure “ forse meglio per tutti non correre!”.

In questo modo la gente non corre poiché si fida dell’autorità ma soprattutto perché sa che anche gli altri si fidano eccetera.

Allo stesso tempo, in questo modo l’autorità non perde in autorevolezza poiché giocando con parole vaghe nessuno potrà mai accusarla di aver mentito, tutti constateranno che nel complesso aveva ragione “è stato meglio non correre”.

Avere e coltivare una “voce autorevole” è massimamente richiesto a sacerdoti e politici, entrambi svolgono incarichi pastorali. La vaghezza è un prezioso timone quando si pilotano le greggi.

LA SOLUZIONE MAMMA

Mia mamma è curiosa di quel che mi succede sul lavoro ma non ha la minima idea di cosa io faccia esattamente e nemmeno le competenze per capirlo. Io del resto sono un musone e lei sa che di mia iniziativa non contribuirò mai a soddisfarla.

A volte ripete a pappagallo alcuni termini orecchiati, tipo: “spesometro”, “reverse charge”, “esimente”… ma non sa cosa dice.

Vorrebbe domandare per innescare una discussione ma questa sua ignoranza la frena.

La sua curiosità è legittima, io sono la persona più cara che ha al mondo e passo almeno otto ore al giorno in ufficio, le sembra assurdo non saper nulla di quella dimensione della mia vita.

Qual è allora la sua strategia? Butta lì domande “vaghe” a cui io (il rispondente) sono chiamato a dare un contenuto più specifico.

A volte ci prova con un generico “avete da fare? Siete presi? Avete in ballo delle scadenze? E poi quello là che doveva sposarsi che fine ha fatto? Come va con lo “spesometro”?”

Il più delle volte la mia musonaggine mi porta a reazioni violente: il nostro lavoro è tutto una scadenza, una domanda del tipo “siete presi con le scadenze” segnala incomprensione da parte sua e frustrazione da parte mia che non sentendomi capito aumento lamia ansia.

Ma altre volte, quando sono in vena, mi sbottono e comincio a parlare della vita di ufficio in termini a lei comprensibili. Ha ottenuto il suo obbiettivo. Non solo, capita a volte che io mi sbottoni e si finisce per parlare di qualcosa in cui lei – miracolo! – è competente. Non di rado ottengo anch’io a sorpresa info preziose e consigli da mettere a frutto. 

Ma come si realizza tanto “bene”? Grazie ad una richiesta vaga – che nemmeno il richiedente saprebbe precisare – resa possibile da un linguaggio vago.

Il linguaggio vago, allora, puo’ avere anche questa funzione: favorisce la cooperazione nella ricerca della verità specie quando non sappiamo esattamente cosa stiamo cercando.

SOLUZIONE ONDA VERDE

A volte parliamo di fronte ad una platea avendo l’esigenza di far capire una cosa a certe persone e un’altra ad altre.

In questi casi il linguaggio ambiguo aiuta.

Ho in mente i criminali, dovendo sempre vivere al coperto ricorrono di continuo a codici ambigui.

I mafiosi, in particolare. Il loro linguaggio è talmente spettacolare che c’hanno costruito su un intero filone cinematografico.

Ma penso anche all’ “Onda verde viaggiare informati” quando deve segnalare incidenti e indicare vie alternative.

In presenza di un incidente si formano lunghe code ma dirottare tutti su una via alternativa – magari angusta – peggiorerebbe ulteriormente le cose.

Ammettiamo che la soluzione ideale sia questa: indirizzare nella via alternativa il 60% del traffico e lasciarne il 40% sulla via principale dove si è registrato l’incidente. Ebbene, come dare l’informazione al fine di produrre esattamente questo esito?

E’ necessario che, ascoltando le stesse parole, alcuni automobilisti – il 60% – pensino che sia meglio prendere la via alternativa e altri – 40% – che sia meglio restare sulla via dell’incidente. Probabilmente l’obbiettivo non verrà mai centrato in pieno ma se uno padroneggia le ambiguità del linguaggio puo’ andarci vicino

E’ quello che dicevo prima: comunicare cose differenti a persone differenti usando un unico messaggio. Un’esigenza che si soddisfa grazie al linguaggio ambiguo.

CONCLUSIONE

Perché ritengo tanto importante dare un senso positivo al linguaggio ambiguo?

Forse perché rinforza il senso di alcune attività umane particolarmente focalizzate sul linguaggio ambiguo: penso all’arte.

Cosa significa questo? Cosa significa quello? Nell’arte domande del genere ricorrono. Non sono insensate. Purché si sappia che non esistono e non devono esistere risposte univoche.

Nella musica, in particolare. Il significato a cui rinvia un brano è e deve essere altamente ambiguo: tra tutte le arti la musica è la più astratta.

Per questo la musica “a programma” è spesso considerata di serie B (e lo sarebbe sul serio se fosse davvero vincolata al “programma”).

Sara – che insegna musica ai bimbi – mi riferisce che, personalmente, “osa” attribuire un significato preciso alla musica solo se in origine lo ha fatto l’autore, per esempio il Vivaldi de “Le quattro stagioni”.

La capisco in concreto – la deferenza verso l’autore è garanzia di rigore – ma in astratto ha torto. Perché?

Basta porsi una domanda: “Le quattro stagioni” sono una musica riuscita? Sì, allora non sono meno ambigue di altre musiche in cui l’autore non ha specificato affatto alcun significato.

Il che non significa solo che quest’opera deve conservare la sua ambiguità per conservare la sua bellezza ma che noi ascoltatori – per qualsiasi musica – siamo autorizzati a rintracciare significati completamente alieni dagli intenti originari dell’autore. L’importante è non fissarsi, poiché l’ambiguità sopporta bene l’attribuzione di un significato ma non di un significato univoco.

POSTILLA

Ma se ambiguità e socialità convivono in modo felice, sembra che anche ambiguità e stupidità abbiano un canale comunicativo privilegiato.

Sembra infatti esserci un robusto legame tra l’apprezzamento di vaghi aforismi e la scarsa intelligenza del lettore.

Molta gente – io compreso – posta roba del genere su Facebook.

Quanto più la “profonda sentenza” è vaga, tanto più impressiona chi ha un quoziente intellettivo sotto la media.

Esiste anche un sito per generare frasi ad effetto: voi date le parole giuste e lui le mette insieme in modo random ma sufficientemente enigmatico.

Bisognerebbe forse distinguere tra aforisma e aforisma, tra sentenza e sentenza. Nonostante questo, mi sembra credibile che esistano personalità più inclini a farsi sedurre dallo stile gnòmico.

Chi attribuisce grande valore a certa saggezza in pillole riesce meno di altri a distinguerla dalla saggezza insensata (espressa in frasi sintatticamente corrette che mischiano le parole a casaccio).

Si tratta di persone poco riflessive, con bassa capacità cognitiva, più inclini a vedere cospirazioni, a credere nella medicina alternativa, a nutrire credenze religiose e paranormali.

Se ambiguità e socialità formano una solida coppia, ambiguità e stupidità non sono da meno. A questo punto credo proprio che troppa intelligenza sia all’origine di un eccesso di individualismo.

ambig

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Il riccone del XXI secolo

Dopo aver cercato di capire chi è il classico poveraccio del XXI secolo, perché non guardiamo negli occhi il super-ricco? Perché non cerchiamo di capire chi è il cosiddetto 1% dei privilegiati. In fondo si tratta di gente in carne ed ossa.

***

Scott è il classico riccone newyorkese: ha circa 40 anni, vive in un grande appartamento con sua moglie e i suoi tre bambini, che frequentano una prestigiosa scuola privata.

Parlo di lui perché è un caso esemplare, non perché mi interessi particolarmente.

Ha una seconda casa in Connecticut, dove trascorre le vacanze.

In passato ha anche viaggiato anche col suo aereo privato, specie quando i bambini erano piccoli. Ora preferisce la business class di linea, è più pratica.

Guadagna intorno ai 1.5/2 milioni di dollari all’anno, lavora prevalentemente nella finanza, e ne spende 500/700 mila in consumi personali.

L’impresa di famiglia è stata fondata dal nonno, ampliata dal padre e ora è brillantemente gestita anche da lui, sebbene non vi si dedichi a tempo pieno.

Ce ne sono 50 come lui a NY.

Spesso ricorre alla baby-sitter, ne ha anche una più o meno fissa. In passato ha avuto uno chef personale.

La moglie – Olivia, 39 anni –  è casalinga: supporta molte ONLUS ed è impegnata come rappresentante di classe nella scuola dei figli. Più che casalinga “governa” la casa, un impegno non da poco.

Occasionalmente lavora, d’altronde è laureata e masterizzata nelle più prestigiose università americane (come il marito, visto che lo ha conosciuto lì).

Quando Scott era piccolo per lui la ricchezza era qualcosa da nascondere. All’università è diventato “di sinistra”, forse ricordando lo scherno con cui i compagni alludevano agli abusi verso i lavoratori di cui era accusata all’epoca l’azienda di famiglia.

Olivia viene dalla classe medio-bassa di NY e si è sempre trovata a disagio nell’ aver sposato un ragazzo ricco.

Il loro sentimento predominante va a coloro che hanno meno. Nei figli vorrebbero instillare il senso del lavoro.

Anche la casa troppo grande è diventato un problema. Scott nel 2009 ha comprato senza mutui un appartamento dell’ uptown che è venuto via per 4.5 milioni.  D’altronde desideravano che ogni figlio avesse la sua stanza.

Ma quando si è trattato di trasferirvisi hanno tentennato: troppo grande!

Olivia c’ha pensato su molto: “non è roba per me”.

Alla fine ha deciso di ristrutturarla per renderla meno appariscente. Spesa: un milione di euro.

Il pensiero della casa ha quasi destabilizzato il matrimonio. La ricchezza così ostentata li mette a disagio. Che fare? Vogliono assolutamente evitare di attrarre l’attenzione.

Il loro vero nemico è l’opulenza, specie di fronte a molti conoscenti che descrivono come “normali”. Anche ospitare i compagni dei figli è diventato un problema, molti non ricambiano l’invito.

Vivono in maniera piuttosto goffa il loro benessere.

Altro tipico rovello: come limitare le spese.

Ogni volta che bisogna spendere per sé scatta una specie di blocco: Scott ci ha messo due anni per realizzare l’impianto di condizionamento.

Ovviamente, il freno non sono le disponibilità economiche. C’è qualcos’altro.

C’è la voglia di sentirsi normali, di prendere il treno, di farsi una birretta giù al pub.

E’ interessante comprendere come Scott e Olivia fanno le loro scelte private. Cosa considerano “lusso”?, come vivono il distacco dalle persone “normali”?

La prima cosa che salta all’occhio è il conflitto interiore dietro ogni spesa personale. Il dilemma che si ripropone ogni volta: quanto è accettabile spendere per un certo bisogno specifico? E’ giusto far fuori mezzo milione per una ristrutturazione?

Il problema, lo ripeto, non è la disponibilità ma l’identità: che tipo di persona voglio essere?

E’ giusto che una mamma che non lavora abbia delle baby-sitter?

E’ giusto che una famiglia con un patrimonio di decine di milioni conviva con un divano che odia perché sente che buttarlo sia uno spreco?

Olivia e Scott non fanno che criticare lo scialo  per lodare prudenza e oculatezza.

Altro dilemma: come dare ai propri figli l’istruzione migliore senza collocarli in una campana di vetro?

Altro dilemma, questa volta per Olivia: come puo’ chi non guadagna denaro meritarsi un riconoscimento familiare adeguato?

Questi conflitti interiori sono testimoniati da molti professionisti che lavorano fianco a fianco con i ricconi: hanno dei gran problemi a parlare di denaro e a spenderlo per sé.

Come essere sia ricchi che meritevoli?

D’altronde, negli USA, parlare di diseguaglianze e classi sociali è da sempre un tabu. Si parla solo della classe media, come se esistesse un’unica classe!

L’ideale del lavoro duro e del consumo personale austero è il fondamento dell’etica protestante, non sorprende ritrovarlo più vivo che mai in due quarantenni come Scott e Olivia.

Ma non sorprende nemmeno che vivere questi ideali arrechi un certo turbamento. Nell’immaginario comune, sia ai ricchi che ai poveri si attribuisce un difetto in tal senso.

I pregiudizi sul ricco dilagano: lo si vede sprofondato nel lusso e impegnato in una rincorsa allo status, e quindi all’ostentazione.

Il ricco è persona moralmente sospetta, materialista e sedotta dai demoni del piacere. Chi non ricorda Il Grande Gartsby di Scott Fitzgerald? 

Nel frattempo, i tabloid ci sussurrano tutte le stranezze e i capricci delle celebrità facendoci indignare.

Il ricco è per definizione moralmente deficitario, la sua personalità è corrotta e i suoi comportamenti deprecabili: è snob, avido, narciso, poco generoso, evasore e misantropo.

Il ricco è differente da me e te, è un tipo “esotico” da cui diffidare. Ecco come viene pensato nel luogo comune.

I ritratti positivi sono pochi: Bill Gates, Steve Jobs, Warren Buffett.

Il ricco si fa perdonare con segni di umiltà: il maglioncino a collo alto di Jobs o le anonime t-shirt di Zuckerberg.

Un altro marchio di bontà è l’attività filantropica. Oppure il fatto di avere affetti autentici con abitudini semplici (la birretta con i vecchi amici).

Loro stessi non oserebbero mai chiamarsi “ricchi”, usano piuttosto il termine “benestanti” o “fortunati”.

La caccia al ricco è ciclica: recentemente è tornata con il  movimento Occupy Wall Street e il libro di Thomas Piketty. Ora le acque si stanno calmando ma non illudiamoci, tornerà al primo deflettere degli indici economici.

In realtà, anche se dei ricchi parlano tutti, di loro sappiamo poco. Forse perché i poveri ci interessano di più.

Il fatto è che entrare in contatto con loro non è facile, e anche quando ci si riesce sono riluttanti a parlare di come convivono con la loro ricchezza.

Sono anche meno distinguibili di un tempo: l’istruzione di massa facilita il loro mascheramento. Inoltre, la globalizzazione li ha diversificati mischiando le acque.

Scott e Olivia sono dei prototipi esemplari: credono nella diversità, nell’apertura all’altro, nella meritocrazia: rifuggono dallo status acquisito per nascita. Anche per questo posseggono un curriculum di studio eccellente per qualità e quantità.

Possiedono una cultura notevole e una curiosità sopra la media. Amano le arti e amano viaggiare. Antepongono le esperienze al possesso di oggetti materiali.

Politicamente sono di sinistra moderata, lo sono fin dal college. Ma in economia diventano di destra, sebbene siano sempre attenti ad evitare le prese di posizione nette. Non sono particolarmente religiosi, anche se vengono da famiglie religiose.

Il fulcro della loro vita è la casa, l’hanno pensata per anni. Una casa  con la cucina “aperta”, i muri rivestiti con marmo di Carrara e il tavolo intagliato a mano. Il bagno ha i tubi a vista con sauna e bagno turco. Il soggiorno è decorato in oro e bianco. La camera è con vista sui parchi newyorchesi. La cameretta dei bambini spicca per i colori vivaci.

Bisogna avere una stanza da pranzo separata dalla cucina? Bisogna che ogni bimbo abbia il suo bagno? Bisogna dare alla mamma che non lavora un suo ufficio? Dove mandare i figli a scuola? Dove passare il week-end? Problemoni di questo genere assorbono la famiglia molto più dei suoi investimenti milionari.

L’estetica della casa diventa centrale: è il luogo in cui la coppia esprime il suo stile di vita e forma la sua identità.

Non tutti gli amici di Scott giù al club hanno una seconda casa, chi ha figli piccoli preferisce affittare. Tuttavia, quando i figli diventano grandi, si tende a comprare.

Tutti mandano i figli nelle scuole private, specie dopo le elementari.

Lo sport preferito dalle mamme è quello di ristrutturare casa: lo si fa ogni 8/9 anni.

Ad occuparsi della casa, infatti,  è la moglie: a lei spetta l’ultima parola e il relativo stress (anche etico).

E’ lei che supervisiona e comunica con i vari collaboratori familiari: donna delle pulizie, baby-sitter, chef e assistenti vari.

Poi ci sono i consulenti finanziari, gli architetti, i designer e gli immobiliaristi. Si tratta di professionisti in grado di agevolare il parto sempre problematico delle scelte familiari.

Scott e Olivia non parlano del loro denaro, soffrono visibilmente quando devono farlo. Per loro l’argomento è più “privato” del sesso.

Si ha come la sensazione che riferiscano cifre arrotondate – per così dire – al ribasso. E non di poco. Minimizzano.

Ne parlano poco ma ci pensano molto. Come convivere con tanto denaro è sempre al centro dei loro pensieri.

Ammettono di speculare sul patrimonio degli amici dalle spese che fanno.

Il nonno e il papà di Scott non erano tanto ansiosi. I nati tra il 1900 e il 1940 vivevano molto meglio la loro ricchezza. Si percepivano come dei pilastri della comunità caricandosi in modo più naturale  oneri e onori. La loro partecipazione sociale era un modo per espiare i privilegi. Non nascondevano nemmeno un certo senso di superiorità nei confronti dell’uomo qualunque.

Oggi le cose sono cambiate: è incredibile vedere quanti conflitti sorgono nella coppia quando si tratta di spendere.

L’unica via di fuga che lenisce l’ansia è concentrarsi sui pari: a quel punto lo sconforto della differenza percepita si attenua. Ma non per tutti i ricconi è facile farlo.

Scott e Olivia vivono la loro ricchezza con una preoccupazione morale evidente.

Non vogliono ostentarla di fronte a chi ha meno e vorrebbero giudicare il prossimo senza farsi influenzare dal denaro.

Il loro rovello consiste nel capire come “meritarsi” cio’ che hanno.

Per loro la persona meritevole porta tre stimmate. La prima: è un gran lavoratore.

Poi: è un austero consumatore.

Bisogna ammettere che, rispetto alla tradizione protestante, la prima stimmate oggi prevale sulla seconda.

Tuttavia, Scott e Olivia descrivono i loro desideri come basici e vedono se stessi come gente che potrebbe tranquillamente vivere anche se i loro privilegi cessassero da un momento all’altro. Si vedono come persone normali, non come “ricchi”.

Poi (terzo): restituire parte della fortuna.

Scott e Olivia non pensano di poter mai dire “ce la siamo meritata”.

Sono ossessionati dalla legittimità dei loro desideri: è legittimo per noi ristrutturare ancora la casa?

Vorrebbero poi trasmettere ai figli i loro valori morali e anche, perché no, le loro preoccupazioni. Vorrebbero fare dei figli dei lavoratori, delle persone simpatiche e non materiali.

Se uno guarda Scott e Olivia non vede certo persone in competizione per lo status. Anzi, tutto il contrario: sono persone sempre con la paura di esagerare, con una tensione morale incessante.

Quanto sia autentica non saprei dire, ognuno giudichi da sé. Un fatto è certo, questa tensione esiste e il loro desiderio più impellente è di essere legittimati – soprattutto ai loro stessi occhi – a fare quel che fanno.

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La virtù del contante

Il contante ha parecchi pregi: innanzitutto produce fiducia.

Non devo conoscere nulla di chi mi paga in contanti, non ne ho bisogno. E questo è un gran vantaggio quando tratti con persone anonime.

Poi ti fa risparmiare sulle commissioni. In questo senso è l’ideale per le piccole transazioni.

Ma il vantaggio maggiore consiste nel fatto che protegge la privacy. Il contante non lascia traccia. Questo è positivo non solo per criminali ed evasori ma per chiunque non voglia far sapere quello che fa.

Si tratta di tre pregi fondamentali che vengono amplificati nello spazio virtuale della rete, una dimensione dove incontriamo molti anonimi, dove facciamo molte piccole transazioni e dove la privacy è sempre più al centro.

Inoltre, nel mondo virtuale, possedere contante elettronico  non richiede nemmeno di munirsi di cassaforte, che è un punto debole del contante fisico.

Il contante elettronico risolverebbe molte cose che oggi sulla rete non vanno.

Prendete il problema delle spam, sarebbe azzerato all’istante. Basterebbe far pagare una piccola commissione a chi ci invia una mail (tipo un francobollo). Si selezionano gli amici con accesso gratuito alla nostra mail e gli altri pagano 10 centesimi. Fine delle spam.

Ma perché un soggetto dovrebbe mettere in piedi una moneta elettronica?

Innanzitutto avrebbe delle entrate legate al signoraggio: ovvero gli interessi guadagnati sui depositi nella sua banca virtuale.

Poi ci sarebbero le entrate pubblicitarie: una moneta di successo avrebbe come riferimento siti molto frequentati.

E il problema della falsificazione?

Esiste ormai da un quarto di secolo una tecnologia idonea a superarlo: forse non ci rendiamo conto ma nell’epoca della mancanza di privacy possediamo tecniche di privacy a prova di NASA. Un privato puo’ essere più riservato del ministero delle finanze, volendo.

C’è però un altro problema: la banconota elettronica non è altro che un file. Se io ti invio un file in pagamento, copia di quel file resta comunque anche sul mio pc e, in teoria, potrei spenderlo di nuovo. Si chiama “problema della doppia spesa”. Come aggirarlo?

Potrei numerare le banconote elettroniche facendo in modo che scatti l’allarme nel momento in cui la stessa banconota è in possesso di più soggetti, ma questo le renderebbe tracciabili pregiudicando la privacy, uno dei meriti maggiori dell’ e-cash.

La soluzione migliore è stata escogitata da David Chaum e si chiama “firma cieca”.

La tecnologia impedisce di tracciare le banconote ma non rinuncia alla verifica di doppioni con pseudo-numeri di serie.

Sostanzialmente, grazie alla firma cieca, la banca puo’ firmare un file senza sapere cosa contiene e rinviarlo al cliente, il che significa che puo’ firmare, per esempio, una banconota senza conoscerne il numero abbinato che il cliente gli attribuisce arbitrariamente.

Chi poi riceverà quella banconota in pagamento la sottoporrà alla banca che, a quel punto, sarà in grado di decriptare il numero abbinato provvedendo ad eliminare qualsiasi doppione presente sui conti in rete.

In questo modo la banca firma una banconota a Tizio e ne riceve poi una da Caio procedendo ad eliminare eventuali doppioni tramite codice abbinato, ma non sa che è la stessa, e quindi non sa che Tizio ha comprato da Caio.

Forse non tutti capiranno il funzionamento del contante elettronico, ma già ora utilizziamo moltissime cose senza conoscerne bene il funzionamento!

Pensate che guadagno in privacy se la tecnologia della firma cieca sostituisse il telepass!

La firma cieca consentirebbe anche di avere carte di credito su conti elettronici in modo da conservare la privacy per qualsiasi spesa.

Un conto elettronico potrebbe essere in euro… ma anche no.

Potrebbe essere in Bitcoin, o in qualsiasi altra moneta privata.

Chi ci garantisce la stabilità del cambio Bitcoin? La reputazione dell’emittente.

Alcuni economisti, nel rigettare la moneta privata, segnalano il pericolo di inflazione. A rassicurarci è nientemeno che Adam Smith quando commenta la  moneta privata dei suoi tempi lodandone la stabilità.

L’obbligo del gestore di garantire la convertibilità lo trattiene dal creare inflazione.

D’altronde, il pericolo di svalutazione riguarda anche la moneta governativa. Chi avesse acquistato 100 dollari di Bitcoin nel 2011 avrebbe visto incrementare il suo investimento del 37.735.29%!! Ma anche recentemente il guadagno è a tripla cifra.

Il contante elettronico poi è universale: la moneta di un paese, al contrario, di solito è usata solo in quel paese.

La quantità di contante elettronico in circolazione dipende dal gestore, in caso di solida reputazione la cosa ci garantisce ancor più dell’oro il cui valore dipende anche dal caso: in presenza di una nuova tecnologia per estrarlo il suo valore collassa.

Alcuni teorici della moneta elettronica raccomandano di ancorarla ad un paniere di beni sufficientemente complesso in modo da diversificare i rischi e superare la volatilità dell’oro, per non dire delle monete governative.

Anche il problema delle conversioni sembra obsoleto: con i pc la conversione è istantanea e a costo zero.

Un tempo anche convertire era costoso. In questo senso misuriamo bene la beffa dell’euro: una moneta unica che nasce quando la moneta unica non serve più.

Se i pregi dell’ e-cash sono così tanti, perché il contante elettronico ancora latita?

Innanzitutto, non è facile far partire i cosiddetti “beni di rete”: io non voglio avere Bitcoin se nessuno li ha o li accetta in pagamento.

Ma il vero bastone tra le ruote è un altro: la riluttanza dei governi, ostili da sempre.

I governi temono la moneta elettronica: chi non ricorda la parabola di Paypal? Una banca virtuale stroncata sul nascere dai governi e consegnata alla più ricattabile Ebay.

Immaginatevi se la nostra ricchezza fosse accumulata su server che stanno chissà dove. Magari su una piattaforma oceanica.

Evasione e riciclaggio sarebbero facilitati e per il fisco nazionale sarebbero guai.

Purtroppo il fisco non è un interesse qualsiasi del governo, è praticamente l’unico vero interesse, quello da cui dipendono tutti gli altri (sebbene leggendo i giornali la cosa non si colga).

In condizioni del genere è legittimo essere più che pessimisti sul futuro della moneta elettronica.

Nessun testo alternativo automatico disponibile.

Segretissimo

Paradosso: viviamo in un mondo sempre più a bassa privacy eppure mai come oggi esistono mezzi per secretare la comunicazione.

Tutti noi sappiamo che un messaggio è codificabile e per conoscerlo occorre possedere una chiave che lo decripti.

Da sempre esiste un problema: come faccio a mandarti un messaggio personale attraverso canali con parecchie falle se insieme ad esso devo fornirti anche la chiave che lo decripti?

Mi sembra evidente che nelle falle finirà anche la chiave segreta.

Il problema è stato risolto 25 anni fa utilizzando la cosiddetta tecnica della chiave pubblica.

Con questa tecnica ogni persona può generare una coppia di chiavi (A e B): una pubblica e nota a tutti e una privata.

La coppia ha una caratteristica peculiare: i messaggi criptati con A saranno decriptabili solo con B e viceversa.

Se voglio mandarti un messaggio segreto lo cripterò con B rendendoti disponibile A.

Tu mi risponderai criptando il tuo messaggio con A, e io lo decripterò con B (la chiave privata che possiedo solo io).

Un infiltrato può sfruttare le falle postali impossessandosi di A ma non saprà mai che cosa scrive il tuo amico poiché non potrà mai intercettare B. In altri termini, non potrà mai seguire la vostra conversazione.

Ma come può un soggetto avere la chiave per criptare un messaggio e non avere quella per decriptarlo?

Ma com’è possibile produrre due chiavi in chiara relazione tra loro ma poi non poter derivare l’una dall’altra?

La risposta sta nel fatto che esistono processi matematici facili da svolgere in una direzione ma non nell’altra.

Se io e te vogliamo avere una conversazione privata mi basterà contattarti criptando il messaggio con la tua chiave pubblica (disponibile sulla guida del telefono) e tu farai altrettanto. Il vicino di casa ficcanaso o l’FBI potranno anche intercettare la nostra linea ma non capiranno mai nulla di quel che ci stiamo dicendo!

Anche se possono sapere con chi parlo, e la cosa non è irrilevante. Ma anche questo problema puo’ essere aggirato scrivendo ad un anonimo “re-mailer”, ovvero un sito che – sfruttando la tecnologia della doppia chiave – inoltra le nostre mail facendo perdere le tracce dei soggetti che conversano.

La sicurezza della doppia chiave è tale che viene utilizzata per firmare la moneta elettronica. Se trasferite ad una banca virtuale un euro riceverete in cambio X bitcoin (sono file) firmati in modo autentico (per evitare contraffazioni). La banca li firma con una chiave privata e abbina il file alla chiave pubblica disponibile a tutti (come il suo numero di telefono). A chi li riceve in pagamento basta verificare in modo istantaneo la decriptabilità con la chiave pubblica e la convertibilità con l’ok della banca.

Esempio: chiunque di noi dotato di carta e penna può calcolare 293×751. La cosa è relativamente facile. Ma, per contro, si fa una gran fatica a risalire ai due fattori partendo dal numero 220043.

Avvertenza: quando dico che la nostra privacy nelle comunicazioni è virtualmente fortissima, intendo dire che i costi in tempo e sforzi per romperla sono troppo elevati. In teoria posso ricavare 293 e 751 partendo da 220043!

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Famiglia e capitalismo

Secondo molti non c’è compatibilità tra le due cose.

Il sistema economico moderno vuole individui “atomizzati” e privi di legami forti.

La società liquida odia i legami robusti è ha una vittima designata: la famiglia.

Quando bisogna essere a disposizione dell’azienda come si puo’ esserlo della famiglia? O una o l’altra.

Non sarà un caso se divorzi e convivenze si moltiplicano.

Quante volte abbiamo letto su “Avvenire” le invettive contro questo stato di cose? Quante volte Papa Francesco ha alluso “ad un’economia che uccide la relazione”?

Tutto fila, senonché ecco una pietra d’inciampo: proprio in questo sistema ha più probabilità di successo chi ha dietro o forma una famiglia solida.

Una famiglia armoniosa è il trampolino di lancio ideale per affermarsi in un’economia capitalistica. I guai sentimentali, o addirittura la solitudine, ti fanno annaspare prima e poi affondare.

Non è un caso se tra i ricchi le famiglie sono solide e numerose. Il premio in denaro per chi si sposa è consistente: un solido matrimonio frutta più di una laurea.

Da qui il dubbio: come puo’ il capitalismo avversare qualcosa che poi premia? Come riconciliare questa contraddizione su cui “Avvenire” e il Papa non amano soffermarsi prediligendo un quadretto in bianco e nero?

Ipotesi: il capitalismo premia la famiglia solida ma rende meno naturale ottenerla.

In un’economia come quella moderna: 1) esiste un chiaro incentivo a formare una famiglia solida, 2) non è facile formare una famiglia solida.

L’individuo “atomizzato” o è uno stupido che non comprende la sua convenienza o è un pigro che non la persegue con sufficiente tenacia?

In passato era diverso. Quando si coltivavano i campi non ci si muoveva di casa, si stava tutti insieme tutto l’anno. Formare una famiglia non era solo facile, era una conseguenza naturale del sistema produttivo in auge. Non c’erano alternative. Non occorreva una grande forza di volontà. Anche lo stupido e il pigro mettevano su famiglie che duravano una vita.

Se ieri la famiglia era una necessità, ora è frutto di calcolo e volontà, cio’ la rende meno diffusa ma ancora più preziosa e genuina.

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Riabilitazione dell’avaro

Scrooge, Paperon de’ Paperoni e gli avari in generale mi sono simpatici.

Hanno una fama che è l’esatto contrario della realtà, questo basterebbe a renderli adorabili: li si dipinge come ingenerosi quando di fatto sono i più generosi tra noi.

Cosa c’è di più generoso che tenere il riscaldamento al minimo e il piatto della cena semivuoto?

E’ il modo migliore per lasciare più riscaldamento e più cibo a disposizione dei bisognosi.

L’avaro è un filantropo. Il più equanime tra i filantropi!

L’unica differenza tra le due figure è che la seconda beneficia solo i suoi favoriti mentre l’avaro non fa preferenze di sorta e beneficia tutti in egual misura.

Quando guadagni un dollaro e ti rifiuti di spenderlo, il resto del mondo sarà più ricco di un dollaro.

Metti un dollaro in più in banca e l’interesse bancario si abbasserà a beneficio di tutti coloro che prendono a prestito.

Metti un dollaro in più sotto il materasso e, riducendo l’offerta di moneta, abbasserai i prezzi a beneficio di tutti coloro che fanno la spesa.

Chi più di Ebenezer Scrooge abbassa i tassi di interesse? Chi più di Ebenezer Scrooge abbassa i prezzi delle merci che comprano i poveri? E allora evviva Ebenezer Scrooge, per Dio!

Qualche ingenuo potrebbe pensare che con l’ oro accumulato da Paperon de’ Paperoni si potrebbero sfamare i figli dei poveri.

No! Non si potrebbe fare nulla del genere: l’oro ha pochissime proteine ed è indigesto.

Quel che si potrebbe fare è scambiare oro con cibo, ma per farlo occorre che qualcuno rinunci a mangiare affinché si renda disponibile il secondo termine di scambio.

Ma questo è proprio cio’ che fa l’avaro!: mangia di meno (o con grande parsimonia) e rende così disponibile più cibo per gli altri.

Scrooge e Paperon de Paperoni non sono egoisti, sono avari! E’ questo che sfugge ai loro detrattori.

L’egoista vuole per sé una fetta più grande mentre l’avaro si contenta di una più piccola lasciando il resto della torta al prossimo.

Il risparmio dell’avaro è filantropia pura: esentiamolo dalle tasse!

Si avvicina il santo Natale, la stagione del consumismo sfrenato e dell’edonismo. Non è forse questo il momento più adatto per celebrare l’avarizia nelle sembianze di Ebenezer Scrooge e Paperon de’ Paperoni? Non sono forse loro i campioni dell’ anti-consumismo e dell’anti-edonismo?

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Il paradosso dell’abbondanza

Parlando di consumi, viviamo in un’epoca in cui l’eccellenza è a disposizione di tutti i comuni mortali. Alcuni esempi:

IPhone,

Kindle,

Libri,

Musica,

Giornali (informazione in generale),

Acqua minerale,

Rasoi,

Coca Cola,

Google, Facebook, Twitter…,

Bistecche, dolciumi e cibo (anche esotico) in generale,

Scuole,

Vaccini, antibiotici (e altri servizi sanitari),

Videogame,

Film,

Carta per scrivere e disegnare,

Sport,

eccetera (i contributi sono benvenuti).

La lista è talmente lunga che diventa più interessante porre la domanda complementare: c’è qualche bene di consumo che nella sostanza è disponibile solo ai super-ricchi?

A me viene in mente la casa.

Effettivamente la casa dei super-ricchi è di un altro pianeta.

In questo caso la differenza nei costi rispecchia una differenza sostanziale.

Cosa possiamo aggiungere?

Forse la sicurezza finanziaria?

Può darsi, anche se non sono del tutto convinto: non vedo molte persone normali precipitare nell’indigenza, se non in seguito a divorzi o depressioni.

E ricordiamoci che si tratta di eventi in grado di rovinare la vita anche al super-ricco.

Naturalmente ci sono poi tutte le problematiche legate allo status.

Ma lo status è apparenza più che sostanza, anche se non nego la sua centralità, specie per gli invidiosi.

Lo status però riguarda più la psicologia dei singoli che la diseguaglianza sociale: uno deve curare se stesso più che inveire contro l’altro.

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