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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Le ragioni di una doppia avversione

ROBERTO SAVIANO

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Grazie ai suoi libri di denuncia Roberto Saviano è assurto a grande fama, fama di martire ma anche di scrittore innovativo.

C’ è stato un momento in cui radio e TV facevano a gara per incensarlo. Praticamente viveva in Rai, avanti e indietro come una sentinella tra Fazio e Sinibaldi.

E’ chiaro che quando si esordisce partendo da simili vette non si puo’ che discendere, così oggi non mancano le critiche sia alla sua opera che alla sua persona.

Ne ho lette ormai parecchie ma nessuna mi soddisfa appieno, eppure si tratta di un personaggio che sento molto distante da me, c’ è qualcosa in lui che non digerisco davvero, ma cosa? Si certo, un simile successo lo ha costretto alla “tuttologia” e più di una volta “l’ ha fatta fuori dal vaso”, ma non è questo che mi disturba, è qualcosa di più specifico. Cerco allora di produrre un piccolo sforzo di analisi.

Roberto Saviano non si limita a denunciare il malaffare camorristico, insiste sulla dimensione di multinazionale che ha assunto l’ organizzazione criminosa. E’ sinceramente preoccupato quando descrive la “faccia pulita” dei criminali, quando il boss si presenta in doppiopetto.

Il camorrista per Saviano non è solo un delinquente ma anche un freddo calcolatore che sa condurre il suo business con l’ abilità di un manager scafato, il riciclo dei soldi sporchi viene fatto rendere con insospettate competenze. Cio’ moltiplica i pericoli e la specialità di Saviano sta nell’ enfasi che mette su questo punto.

Per Saviano la Camorra che estorce è “il male” ma la Camorra che investe in affari lucrosi è il Male Assoluto.

E’ qui che si svela la parte per me insopportabile di Saviano: c’ è sempre un non detto per cui la razionalità affaristica è posta sullo stesso piano dell’ atto criminale. I due sono parenti stretti.

Ora, immaginate di essere persone razionali e di avere di fronte un avversario razionale. Domanda: vi ritenete fortunati?

Bè, dipende, posso rappresentarmi due situazioni:

  1. Se devo difendere dei valori assoluti mi riterrò sfortunato: un nemico col sale in zucca mi darà filo da torcere.
  2. Se devo difendere valori relativi mi riterrò fortunato: tra persone ragionevoli ci si mette d’ accordo.

Dietro l’ allarmata denuncia dell’ “affarismo” camorrista io vedo fare capolino la difesa di valori assoluti quali il culto della “legalità così com’ è”, una statua da adorare e per cui sacrificare tutto. Anche solo “comprare la confessione di un pentito” suonerebbe come un atto di resa. Ebbene, chi pensa (come me) che la cosa migliore da fare in certi casi sia “legalizzare” la mafia (legalizzando per esempio il mercato delle droghe o della prostituzione) non puo’ che sentirsi respinto da un approccio che sottende il culto della “legalità così com’è”.

E’ proprio questo l’ elemento maggiore di disturbo che mi fa apparire Saviano come un ideologo prima ancora che come uno scrittore-giornalista. Oltretutto, il martirio e l’ espressione sofferente si sposa molto meglio con l’ ideologia che con il reportage.

Ma se la legalità si trasforma da “strumento” ad “oggetto di culto” io mi sento in pericolo, sento bussare alle porte il nuovo fanatismo.

Diego Gambetta è un criminologo che ha dedicato ponderosi studi alle mafie e alle gang, nei suoi resoconti non viene risparmiata la descrizione di ripugnanti efferatezze, ma è con sollievo che si fa cenno alle strategie razionali dei boss, come a dire: “… con questi tipi una mediazione è sempre possibile… Vogliamo la pace? con gente del genere possiamo sempre comprarla…”. Ecco, Diego Gambetta è per me un fulgido esempio di anti-savianesimo: viva il mercato e abbasso le religioni travestite.

MARCO TRAVAGLIO

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Il giornalista Marco Travaglio è un tipo brillante, una penna sciolta, documentata, espressiva, persino divertente. Averne…

Tuttavia, non sono quasi mai d’ accordo con lui.

E fin qui niente di male, perchè preoccuparsi? In fondo non sono quasi mai d’ accordo con qualsiasi cosa legga sui giornali. Il fatto è che nutro per lui una speciale avversione e sento di doverne dare una ragione. Dal punto di vista ideologico non siamo nemmeno agli antipodi, entrambi alla ricerca di una Destra presentabile. Antipatia di pelle?

Forse. Non vorrei che giochi un ruolo lo stereotipato abbinamento tra spirito malevolo e fisicità segaligna. Cerco di illudermi che le ragioni non siano tanto basse, che ci sia dietro qualcosa di più. Ma cosa?

Con uno sforzo arrivo a dire: è un tipo salace e quando difende la sua causa non puo’ far a meno di deridere e disprezzare il “nemico”, non è un polemista molto corretto, deve sempre buttarla in caricatura, alla fine diventa insopportabile.

Vero, e in questo ha trovato pane per i suoi denti in scrittori altrettanto puntuti come Facci o i ragazzi de “Il Foglio” che spesso lo ripagano con la stessa moneta: gli fanno le pulci armati di un’ acribia degna di miglior causa, senza farsi mancare il contrappasso di quell’acida ironia che il Nostro riserva regolarmente ai suoi “bersagli”.

Eppure, anche qui, mi sento di dire che le bordate di un Facci non mi bastano, che “la grande lacuna” di Travaglio sta altrove. Ma dove?

Con un secondo sforzo introspettivo faccio risalire il tutto ai primi dilemmi filosofici adolescenziali, quelli che nascevano nei lunghi tragitti a piedi che, dopo la campanella, ci riportavano a casa dalla scuola: è lecito o no passare con il semaforo rosso se non sopraggiungono auto?

Non penso alla soluzione pratica – si passava tutti in massa e chiusa lì – ma al dilemma teorico. Si faceva filosofia del diritto senza ancora sapere cosa fosse.

Allora ci si divideva animosamente tra formalisti – “no! le regole vanno pur sempre rispettate” – e sostanzialisti – ” in fondo non si fa del male a nessuno”. Sia la posizione formalista che quella sostanzialista avevano una loro dignità, anche per questo il discorso si trascinava all’ infinito, o almeno finché si incrociava una bella gnocca.

Oggi che ho letto qualche libro in più conosco una risposta soddisfacente a quella domanda, ci viene dalla teoria dei giochi e la si puo’ articolare in tre passi:

  1. Se  si fa del bene a se stessi senza far del male a nessuno allora è lecito agire poichè, così facendo, si costruisce una società migliore. Ergo: è insensato non passare con il rosso quando la strada risulta sgombra, del resto è il semaforo ad essere fatto per noi, non noi per il semaforo.
  2. Ma se l’ inoppugnabile convinzione di cui al punto precedente si diffondesse, ecco allora spuntare le prime vittime: gli automobilisti, per esempio, sapendo cosa pensano i pedoni in materia, riterrebbero prudente rallentare e concentrarsi anche quando per loro splende il verde, d’ altro canto i pedoni allenterebbero ulteriormente la loro attenzione sapendo che i rischi diminuiscono poiché gli automobilisti hanno le antenne particolarmente drizzate; ma questo supplemento di lassismo nei pedoni richiede un supplemento di attenzione negli automobilisti, e così via su un piano inclinato.
  3. Ne discende la soluzione socialmente ottima: passare con il rosso è corretto purché si dica in modo autorevole che non lo è.

Uno dei pilastri della buona società è il “fare e negare”. Spiace un po’ dirlo ma in questa valle di lacrime l’ autorevole reticenza e l’ ipocrisia assurgono spesso a risorsa sociale. Dopo i quindici anni una persona normale comincia a sospettarlo, dopo i venti ne è certo.

Eccoci a noi, il mestiere di Travaglio consiste nel dirci a suo modo che “non si passa con il rosso”. Ma fin qui non c’ è nessun problema, è un bene che lo si dica.

In fondo anche Giorgio Napolitano passa le sue giornate a spiegarci che “non si passa con il rosso”, però tra i due c’ è una certa differenza.

Giorgio Napolitano fa il Presidente della Repubblica (notare le maiuscole), Travaglio fa il giornalista/polemista (notare le minuscole).

Quando il Presidente della Repubblica si rivolge alla cittadinanza nel discorso di fine anno a reti unificate  sta dicendo “non si passa col rosso”. Tutti noi applaudiamo perchè, comunque la si pensi, troviamo corretto che un concetto del genere venga ribadito. La stessa voce del Presidente ha una doverosa impostazione “trombonesca” (che è l’ impostazione contraria a quella adottata nello stridore polemico) tanto da far apparire il sottotitolo “sono un’ istituzione autorevole e ora vi dirò quel che va detto, occhio che arriva, pronti al doveroso applauso”. Noi stessi ci sintonizziamo perché ci piace sentire “cio’ che va detto” (mia mamma va in sollucchero), ci piace applaudire sentendo “cio’ che va detto”.

Magnificare la Costituzione è un modo di dire “non si passa col rosso”. Incitare all’ unità nazionale è un modo di dire “non si passa col rosso”. Esaltare il sentimento di patria è un modo di dire “non si passa col rosso. Il peana alla democrazia è un modo di dire “non si passa col rosso”. Non si tratta di parole velenose, si tratta di parole/alzabandiera.

Questo è il ruolo di Napolitano: fare l’ alzabandiera da mane a sera e da mane a sera disinfestare il Quirinale dalle microspie.

Torniamo a Marco Travaglio, lui non imposta affatto la voce in modo  “trombonesco”, lui non adempie ad un rituale, al contrario,  si presenta a noi come uno “smascheratore” in piena azione, come l’ oracolo senza peli sulla lingua, se ha una bandiera in mano è quella della sua fazione non quella della “concordia universale”. Dopodiché, ci dice fondamentalmente che “non si passa con il rosso” in modo provocatorio, ben sapendo (spero per lui) che l’ altra fazione, se ha un minimo di coscienza civica, non puo’ certo rispondere “hai torto, con il rosso si passa eccome in certi casi”.

Cosa c’è che non va in tutto ciò? Del resto 1) che “non si passa col rosso” è qualcosa che fa pur sempre bene ripetere e 2) è nostro diritto sapere che Tizio o Caio sono stati beccati a passare con il rosso. Quel che non va in un simile atteggiamento è la trasformazione che subisce il valore della legalità (o del semaforo se vogliamo prolungare la metafora): da valore istituzionale a valore cultuale.

Quando il valore del “verde” diventa un culto partono crociate pericolose, non a caso Travaglio è a suo agio nel conflitto, sempre in trincea con l’ elmetto ben calzato. Chi disapprova la sua impostazione, se ha un animo civile, non può farlo in modo compiuto, non può perché l’ atteggiamento “socialmente ottimo” impone di “non dire”, di non contrapporsi dialetticamente all’ affermazione “col rosso non si passa”. A volte Travaglio ha l’ aria di fare il finto tonto, di marciare in modo un po’ vigliacco su questo interdetto imposto dalla coscienza civica, di approfittare dell’ handicap altrui per trarne un profitto in termini d’ immagine integerrima.

Ecco allora cosa lo rende insopportabile ai miei occhi.

La parabola della pedagogia

Scritta unicamente a mio uso e consumo, sia chiaro.

  1. Aristotele: è doveroso formare il carattere morale del ragazzo inculcando un’ etica basilare fatta di: 1) rispetto (dell’ altro e della sua proprietà), 2) lealtà (alla parola data), coraggio (voglia di intraprendere con l’ altro) 3) buone maniere (non approfittarsi del diritto alla libertà) 4) temperanza (self contro e successo sono legati a doppio filo). il bambino, secondo Aristotele, è un “barbaro da civilizzare”. Tra noi e gli animali spicca una differenza: noi possiamo trasmettere la nostra cultura, loro devono ricominciare sempre da capo, tanto è vero che noi andiamo avanti e loro restano fermi.
  2. La pedagogia aristotelica è condivisa un po’ da tutti nella storia: greci, romani, illuministi, romantici, vittoriani. Nel novecento il paradigma muta.
  3. Si realizzano eccessi che trasformano il metodo di Aristotele in un metodo “zero-tollerance”: qui l’ educatore si allontana dal discente  trasformandosi da civilizzatore in punitore distante.
  4. L’ accusa della pedagogia progressista scatta immediata ma non prende di mira la sopravvenuta lontananza del genitore quanto cio’ che viene chiamato indottrinamento se non “lavaggio del cervello”. Tuttavia, “violentare” il carattere di una persona è possibile solo se la persona è autonoma, cosicché viene postulata l’ autonomia del bambino.
  5. L’ alternativa proposta: “value clarification“. Il bambino è competente, autonomo, bisogna solo presentargli dei valori etici e lui procederà alla scelta. Fondamentale mantenere le distanze per non influenzarlo.
  6. Il metodo della “value clarification” crea, implicando la distanza dell’ adulto, ansia e paure. Si cerca di rimediare puntando sull’ autostima: premi per tutti e complimenti continui.
  7. Il metodo dell’ autostima fomenta il narcisismo, si cerca un recupero di Aristotele.
  8. Ma i valori di Aristotele non  soddisfano l’ ideologia progressista, cosicchè si cerca di sostituirli con 1) democrazia 2) tolleranza 3) legalità 4) educazione di genere 5) politically correct…

Catechismo per meta-atei

E se la secolarizzazione del mondo moderno fosse sopravvalutata?

Alcuni autori pensano che la sua forza ci appare irresistibile perché sopravvalutiamo la religiosità nelle società passate (c’ era molta forma) e sottovalutiamo quella presente (nel privato c’ è più sostanza di quanta ne appaia).

Così come esistono i meta-credenti, ovvero coloro che affollano le Chiese senza credere sul serio, può darsi che esistano anche i meta-atei, ovvero dei credenti inconsapevoli, e chissà che anche qualcuno di loro non si salvi.

D’altronde, è detto che esistono “vie speciali” attraverso cui salvarsi pur posizionandosi fuori dalla Chiesa.

L’argomento è delicato in quanto parecchio “indeterminato”, in merito si spende  solo qualche vaga parola a cui è difficile assegnare un contenuto specifico.

Forse quando la dottrina andrà chiarendosi su un punto tanto cruciale avremo uno spiraglio anche per il meta-ateo.

In genere il meta ateo si reputa un tipo moderno, ama vedere se stesso come un erede dei “lumi”, come qualcuno che si affida alla ragione anziché alla superstizione.

Ebbene, chi tra i credenti giudica l’ Illuminismo come una pallida eresia del Cristianesimo – e siamo in tanti – sente anche una certa vicinanza con il meta-ateo, peccato poi che quei capriccetti così fisiologici tra cugini primi finiscano per rovinarne l’ ineluttabile abbraccio scavando un fossato più apparente che reale.

Il cattolico dovrebbe sempre muoversi avendo in mente i due pilastri dell’ evangelizzazione: 1) fare molti figli (sono il nostro futuro e in famiglia l’ ideologia fluidifica senza resistenze), 2) rivolgersi alle élite (l’ ideologia si propaga sempre dal centro alla periferia). Ebbene, meditando sul secondo pilastro  capiamo l’ importanza di un catechismo per meta-atei: gli atei sono sovrarappresentati nell’ élite di un paese avanzato.

D’ altronde, sono gli stessi cattolici che intervenendo sugli  argomenti più dibattuti, di solito in tema di dottrina sociale, amano far precedere le loro parole da espressioni del tipo: “userò solo argomenti laici… qui la fede non c’ entra”, “farò appello unicamente alla ragione dell’ uomo”. Dopodiché, per consolidare le loro tesi, amano citare a sostegno soprattutto autori dalla fede dubbia, meglio ancora se atei o agnostici.

Ebbene, la mia tesi è che il ventaglio di argomenti inerenti alla fede in cui è lecito “usare solo ragioni laiche”, in cui siamo autorizzati a “fare appello alla ragione dell’ uomo” risulta incredibilmente vasto e va molto oltre quelli angusti relativi alla dottrina sociale. Insomma, il dialogo con il meta-ateo puo’ andare ben al di là della discussione sulla natura del feto.

C’ è tutto un territorio  di convergenze possibili semi-inesplorato (o da riscoprire). Immagino che il meta-ateo, per avere concrete opportunità di salvezza, debba per lo meno aderire ad alcune verità che vorrei considerare come il suo Catechismo minimale.

Non voglio con questo dire che il catechismo del meta-ateo debba essere diverso da quello ortodosso ma solo che darà risalto ad alcuni aspetti che sarebbe inutile enfatizzare se a leggere fosse il tipico credente tutto d’un pezzo, in fondo muto solo il gergo senza che cio’ intacchi i concetti di fondo.

Riconoscersi cristiani non è facile, è un impegno che porta via un sacco di tempo: tra il lavoro, la famiglia, gli hobby, lo spazio che concediamo a questa scoperta è talmente limitato che uno rischia di essere potenzialmente un discreto credente senza accorgersene.

Qui cerco di facilitare l’agnizione liberando alcune verità della fede dal gergo teologico in cui sono intrappolate. La mia speranza è di non storpiarle e la mia convinzione è che si possano ricondurre al senso comune e quindi all’adesione di una platea più vasta rispetto a quella dei credenti.

Questa premessa farà suonare molti allarmi visto che di solito un discorso con questi accenti anticipa eresie provocatorie pronunciate con la tipica postura dell’ Autore à la page. Mi auguro vivamente che in questo caso non sia così, d’altronde non mi sento di buttare insieme alle eresie una premessa in sè valida.

Di seguito ho fissato una cinquantina di punti ciascuno dei quali meritevole di ben altro sviluppo, in effetti ho preferito privilegiare la quantità alla qualità. Alcuni non sono nemmeno in linea con l’ortodossia vigente, altri in palese contrasto (vedi quello sul Diavolo). Pazienza, si tratta solo di suggestioni, l’ importante è che sia chiara l’intenzione di fondo, dopodiché le  correzioni di rotta sono sempre possibili.

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  1. Dio. Il discorso è  lungo, e un pezzo è qui. In sintesi: il miglior modo di giungere a Dio è la ragione probabilistica, una strada che sembra spianata apposta per l’ ateo tutto cervello. In seconda battuta, per gli atei allergici ai ragionamenti (e sono parecchi), si propone di tornare alla mentalità infantile: siamo nati per credere, non c’ è niente di più semplice e positivo da fare. Si richiede solo di disincagliarsi da quel sarcasmo che l’ ateo reputa sommamente “adulto” oppure dall’ adorazione, che io credo sommamente infantile, di una Scienza compresa a metà.
  2. Religione: solo pronunciare questa parola fa venire le bolle a molti atei. Si rilassino, sono lecite definizioni dalla disarmante semplicità: è religioso l’ uomo che ordina il suo pensiero in modo che taluni concetti siano più importanti di altri. In questo modo si costruiscono gerarchie concettuali dotate di un vertice. Sono sicuro che alla luce di questa definizione molti atei saranno disposti a definirsi “uomini religiosi”, per esserlo, infatti, non è necessario credere in un dio, il buddismo, per esempio, è una religione ma non ha un dio.

  3. La Scrittura. Il non credente trova decisamente assurdi molti passaggi scritturali, così come trova improponibile la lettura che il fondamentalista ne fa. A costui bisognerebbe ricordare di contestualizzare storicamente la descrizione degli eventi ma soprattutto bisognerebbe ricordare che noi vediamo le verità ultime come attraverso uno specchio; molte descrizioni sono quindi solo un’ immagine del vero. E’ nostro compito interpretare queste immagini per avere un’ idea la più fedele possibile dei concetti legati alla fede cristiana. Molto di cio’ che risulta ostico al non credente si dissolve una volta che si approfondisce la metafora sottostante.
  4. Giudizio universaleLa responsabilità individuale sta alla base dell’ individualismo moderno, anche per questo alla maggioranza di noi non dovrebbe essere difficile accettare un concetto come quello di Giudizio Universale. Oltretutto la fede nel Giudizio Universale ci libera dalla superstizione del Giudizio Terreno che si terrebbe, che ne so, nelle aule di qualche tribunale con piemme superstar.
  5. Provvidenza – Dall’ “ordine spontaneo” alla “mano invisibile”, l’ uomo moderno ha riciclato in vari modi il concetto di “Provvidenza”. Il fatto è che risulta insensato affrontare la complessità del mondo con una programmazione ferrea, qualcosa ci sfuggirà sempre poiché la conoscenza è dispersa e non concentrabile in un unico progetto. Non resta allora che saper trattare l’ imprevisto affidandosi alle poche leggi che governano il caos, inutile opporvisi redigendo progetti meticolosi. L’ “ordine spontaneo” con cui l’ uomo moderno affronta la complessità emerge naturalmente e anonimamente senza un responsabile; superfluo far notare quanto questo processo descritto dai più grandi scienziati sociali della modernità echeggi il concetto di Provvidenza.
  6. Peccato originale – Viviamo in un mondo con risorse limitate, è l’ assunto della modernità. Se l’ aspirante credente si trova a disagio pensando al “senso di colpa”, che accetti almeno i suoi limiti, un riconoscimento in tal senso è più che sufficiente per penetrare il concetto teologico di peccato originale.
  7. Albero della conoscenza… – Nella vulgata liberale l’ abuso della conoscenza è l’ errore più grave anche nel mondo moderno. Le cose sono più complicate di quanto le facciamo e l’ errore più comune è quello di credere di padroneggiare tutto.
  8. Poveri di spirito: la fiducia, merce rara di cui la modernità è assetata, si costruisce anche con l’ apporto di una certa povertà di spirito.
  9. Poveri di spirito – L’ umile del Vangelo – Gesù in primis – non spreca energie per difendere il suo status e la sua immagine e così facendo ne fa risparmiare agli altri; se prendessimo esempio da lui, quanta invidia eviteremo, quante risorse potremo indirizzare verso scopi più fruttuosi.
  10. Fine del mondo. Ascoltando il Santone che proclama l’ imminente fine del mondo con accenni millenaristi scatta l’ ilarità. Eppure le riflessioni più pacate e razionali sul futuro del nostro pianeta confermano – sempre in termini probabilistici – una fine vicina. Insomma il dibattito razionalista sul paradosso di Fermi e il Grande Filtro giunge a conclusioni apocalittiche.
  11. Paradiso/Inferno – Una vivida immagine della nostra responsabilità, ovvero di un’ architrave delle società contemporanee.
  12. Inferno: c’ è chi si è turbato per una pena tanto dura. Esimi giuristi hanno addirittura affermato che non è “costituzionale”. La mia impressione è che in questi casi la profonda comprensione del diritto non sia accompagnata da una altrettanto valida comprensione della teologia. L’ Inferno è un luogo fuori dal tempo nonostante le immagini che ce ne diamo. Se dovessimo davvero trasporlo nel tempo allora dovremmo immaginare i dannati come eterni recidivi. Ecco, una volta tradotto in termini rigorosi l’ Inferno, una volta immaginati i dannati per quel che sono, l’ immagine dell’ Inferno non solleva più obiezioni gravose.
  13. Povertà evangelica. L’ esaltazione della povertà e la condanna della ricchezza che ricorre nei Vangeli crea imbarazzo nella mentalità contemporanea. In realtà crea imbarazzo anche in me e non so come uscirne. Forse il “ricco” dei Vangeli è semplicemente il disonesto, un tempo non ci si arricchiva producendo ma rubando al prossimo. Oppure il ricco è il superbo che si contrappone al “povero di spirito” di cui sopra. Tuttavia puo’ darsi che non ci sia rimedio: la scrittura condanna la ricchezza; in questo caso, se non si vuole cadere nel pauperismo, è la Chiesa chiamata a sovvertire l’ insegnamento, soluzione non nuova (vedi sotto il precetto della “sottomissione ai mariti”). In ogni caso, arduo problema.
  14. Purgatorio. Il Purgatorio fa venire in mente tutti gli aspetti più bizantini della fede cristiana, lo avrà pensato anche chi tra gli uomini di Chiesa non molto tempo fa voleva abolirlo. Eppure a me il Purgatorio sta simpatico, lo trovo consonante con la radicale libertà conferita all’uomo, una libertà che mette in crisi anche l’onniscienza divina e che costringe Dio a farci vivere per poterci giudicare. Ebbene, anche dopo morti Dio potrebbe non essere in grado di capire il bene e il male che ha compiuto una persona sulla terra. A questo punto diventano decisive le esternazioni intercessorie, ovvero le manifestazioni d’affetto, di quei testimoni ancora in vita. E per soppesarle con la dovuta calma un”parcheggio” quale il Purgatorio è l’ideale.
  15. Ascensione. Sottende una verità importante: la nostra salvezza non comporta una rinuncia alle felicità mondane. La prosperità mondana non si contrappone alla redenzione spirituale. In altri termini: noi saliremo al cielo con tutto il nostro corpo, non dobbiamo affatto rinunciarvi o ripudiarlo.
  16. Riti e sacramenti. La mentalità moderna è refrattaria  alla liturgia religiosa, la si vede come uno spreco o al limite come un affascinante arredamento. Eppure non si sottovaluti troppo la funzione che il rito ha giocato nella storia. Mi limiterei a considerare otto punti, chi li ritiene importanti sarà portato a rivalutare i sacramenti.
  17. Riti e sacramenti. Molto spesso sono una connessione potente con la bellezza, chi pensa che la bellezza debba avere un ruolo nella sua vita allora non potrà non coglierne il senso e in una Chiesa cattolica sarà come a casa sua.
  18. Apostoli. Non c’ è motivo di rifiutare il “principio di testimonianza“: se di qualcosa so poco niente mi affido a chi testimonia disinteressatamente, almeno fino a prova contraria. L’ alternativa? Il “principio del bias”: le testimonianze sono spesso fallaci, la psicologia del testimone lo trae in inganno. Che i bias del testimone esistano è fuori di dubbio ma da qui a farne il principio di partenza ce ne corre.
  19. Teodicea: Male e Bene. Molti atei si sono allontanati dalla fede cristiana perché la teologia dà conto del male nel mondo. E in effetti  sul punto puo’ sembrare a qualcuno farraginosa ma non ai temperamenti libertari: è infatti la grande importanza annessa da Dio alla libertà umana che giustifica il Male in questo mondo. Quanto più darai valore alla libertà, tanto più apprezzerai la scelta divina! In sintesi: non solo l’ uomo puo’ “scegliere il male”, e quindi introdurlo nel mondo, ma l’ uomo non puo’ nemmeno essere giudicato se non sottoponendolo a delle prove che contemplano anche la presenza del Male nel mondo: la sua libertà è tale da rendere Dio un giudice ignorante qualora dovesse giudicare a priori. Poiché dal male puo’ uscire anche un bene diremo che a Dio – per poter essere “buono” – non resta che un dovere: fare in modo che tra male e bene complessivo il bilancio sia il migliore possibile.
  20. Ingenuità della fede. C’ è chi denuncia il pensiero dei credenti come ingenuo, si dice: “le cose non sono come sembrano”. Si dice: “la scienza ci ha insegnato che dietro le apparenze si nasconde una realtà più complessa…”. Tutto questo è vero ma cio’ non toglie che ogni pensiero ordinato debba partire da concetti semplici, ovvero dalle intuizioni più immediate. Solo quando saranno confutate saremo autorizzati ad abbandonarle in favore di alternative più coerenti. L’ ipotesi religiosa rientra quindi in un pensiero ordinato e non in un pensiero ingenuo. Principio di Credulità: data l’assenza di un qualsiasi motivo per non crederci, si dovrebbe accettare quello che sembra essere vero (ad esempio, se si vede qualcuno che cammina sull’acqua, si deve credere che stia accadendo)
  21. Anima - La modernità non puo’ prescindere da identità e continuità della persona e delle sue responsabilità, di fatto non ha mai rinunciato alla nozione di anima anche se con trucchetti terminologici fa credere di averlo fatto. Quando mi alzo alla mattina sono la stessa persona che si è coricata la sera, questo non me lo garantisce la scienza, me lo garantisce un’ adeguata filosofia dell’ anima.
  22. Anima. Alcune teorie della mente in voga nel recente passato negano ogni componente estranea alla elaborazione delle informazioni, per loro la mente non è altro che un sofisticato computer. Domanda: ma la forza di volontà (per esempio) da dove deriva? Difficile rispondere per chi difende la teoria della mente/pc, molto più facile per lo psicologo che pensa alla mente come ad un centro energetico.
  23. Anima in attesa di Giudizio. Sembra davvero assurdo che le anime possano vivere distaccate dai corpi, ed invero alcuni teologi lo negano. Eppure a guardar bene la cosa non è così impossibile. Innanzitutto non è impossibile da immaginare: pensate di svegliarvi e farvi delle domande al buio, l’ ipotesi che non abbiate un corpo vi apparirà credibile, di sicuro non impossibile. Ma c’ è di più: attraverso gli esperimenti mentali del teletrasporto e del brain split è possibile constatare che il legame tra corpo ed identità è molto più tenue e problematico di quel che si pensa comunemente.
  24. Trinità – Dio è amore: 1) l’ amore più nobile è quello tra pari e 2) la fiducia è contagiosa (si autoalimenta). Per il punto uno: Dio genera il Figlio per poter amare un suo pari. Per il punto duo: la fiducia è un bene sociale essenziale e lo spirito è la forza che lo moltiplica.
  25. Trinità – Molte persone ritengono il concetto della Trinità cristiana un’ assurdità, eppure tutti noi sperimentiamo di continuo la presenza di più persone in un unico soggetto. Esempio: io non voglio mangiare dolci, eppure, se ora mi trovassi di fronte ad un dolce non potrei fare a meno di divorarlo. È proprio come se in me convivessero più persone. Il fenomeno è noto agli economisti come “incoerenza temporale”. Inoltre, a ben vedere, potrei immaginare che in me c’ è una terza persona che agisce strategicamente affinchè io non possa trovarmi di fronte ad un dolce. Un pò come Ulisse che si fece legare all’ albero per non seguire il canto delle Sirene. Ebbene, qui forse non esiste alcuna analogia nel merito rispetto alla Trinità cristiana, tuttavia balza all’ occhio come anche per l’ uomo moderno la convivenza di più persone nello stesso soggetto sia tutt’altro che assurda
  26. Spirito – Il determinismo materialista non si coniuga bene con la responsabilità personale, concetto chiave della modernità. Dove andremmo senza “responsabilità”? E l’ unico solido fondamento della responsabilità è cio’ che chiamiamo “spirito”. Come se non bastasse persino la scienza contemporanea – ammesso e non concesso che spieghi tutto – smentisce i resoconti meccanicistici in cui la descrizione delle realtà materiali esaurisce ogni resoconto.
  27. A immagine di Dio – L’ uomo è un’ intelligenza, di portata inferiore a quella divina ma pur sempre un’ intelligenza. In questo senso ci distinguiamo dagli altri animali. Una distinzione confermata dalla scienza, in particolare dalla linguistica.
  28. Il dominio sul creato – La concezione proprietaria è tipica delle civiltà più avanzate. Quando denunciamo un abuso di solito lo facciamo perché le vittime sono altre persone, altri esseri umani. Perché, per esempio, si condanna il riscaldamento globale? Perché questi processi rischiano di danneggiare le generazioni future, è più raro che lo si faccia per salvaguardare i ghiacci del Polo presi come valore in sè. Certo, qualcuno lo fa ma difficilmente la sua denuncia ci tocca. L’ uomo, quindi, resta al centro di tutte le nostre preoccupazioni etiche, almeno implicitamente, quindi, ognuno di noi crede che il creato sia solo uno strumento a sua disposizione per consentirgli di prosperare: nel rispetto del prossimo può utilizzarlo come crede.
  29. Maria. Secondo molti un orpello trascurabile, ma forse non è così: il Dio dei cristiani è personale, purtroppo per noi è difficile pensare ad una persona asessuata sebbene Dio lo sia. Ebbene, se per tradizione pensiamo a un Dio padre, ecco che la figura di Maria compensa il bias cognitivo e ci aiuta a pensare il lato femminile di Dio, quello materno. Nessuno negherà che non ha senso sbilanciarsi sul sesso di dio e che dunque il ruolo metaforico che gioca la Madonna è estremamente importante.
  30. Perdono e giustizia. Molti osservatori delle cose della religione cristiana trovano difficoltoso conciliare la misericordia divina con la giustizia. Secondo me questo imbarazzo si ridimensiona se andiamo a vedere cosa richiede il perdono cristiano: innanzitutto il pentimento, poi le scuse ed infine il risarcimento, almeno fin dove si può. A ciò si aggiunga anche un senso di debito perenne verso l’ offeso. Mi sembra che in questa ottica l’ atto del perdono assuma dimensioni molto più umane e prossime al senso comune, ma soprattutto mi sembra possa riconciliarsi con la giustizia. Teniamo poi presente che l’ etica cristiana è virtuistica e mira quindi a comportamenti “perfetti”: come si puo’ non perdonare quando si richiede la perfezione?
  31. Perdono - Una certa tolleranza informa le società più dinamiche; l’ azione è tutelata e si perdona molto a chi opera, spesso a scapito della passività.
  32. Preghiera, obbedienza e clausura – Sembrano un momento antitetico al pensiero critico, ed in effetti alcune hanno il compito di rafforzare la nostra fede e le nostre convinzioni ma altre ci  consentono un esame di coscienza spogliandoci della nostra consueta ipocrisia (penso a quelle prima della confessione). Altre ancora ci facilitano l’ astensione da ogni azione. Spesso l’ astensione è l’ opzione migliore ma noi non sappiamo sceglierla. Questo è vero specie in un mondo complesso, fragile e iper-specializzato dove ci sentiamo chiamati ad agire ma non sappiamo dove mettere le mani fuori dal nostro campo, ovvero nel 95% dei casi. Infine ve ne sono alcune che hanno fini intercessori, e il loro senso è meglio spiegato nel punto che segue.
  33. Preghiera. La preghiera intercessoria sembrerebbe un non-sense per il laico acritico ma a guardar bene le cose non sono proprio così. Se la nostra libertà toglie a Dio parte della sua onniscienza, ha senso allora mostrargli l’intensità dei nostri desideri più reconditi. Forse lui non li conosce esattamente e constatandone la portata può intervenire per mutare le cose secondo le leggi della teodicea.
  34. Gesù e la legge ebraica – Gesù la rispetta, è un buon ebreo, anche se di quando in quando trasgredisce: il Sabato è fatto per l’ uomo e non viceversa. Gesù non è nè un cittadino impeccabile nè un rivoltoso, rappresenta la giusta via di mezzo. Anche per noi moderni il culto della legalità è una perversione, anche per noi esiste ed è giusto che esista un discrimine tra legalità e legittimità. Se non esistesse non saremmo dei liberali.
  35. Santi - La funzione trainante delle élites conta molto anche nelle società moderne.
  36. Vocazione - Sembra un termine tanto antiquato, eppure il concetto sottostante è quanto mai moderno: valorizzare il proprio talento è un imperativo della modernità. Fa bene a se stessi e fa bene alla comunità.
  37. I pani e i pesci - Moltiplicare i beni per distribuirli è l’ obbiettivo di molte società moderne. E si badi bene all’ ordine delle azioni.
  38. Confessione ed esame di coscienza. L’ introspezione è l’ atto da cui parte ogni forma di conoscenza seria, anche del mondo moderno.
  39. Pace – Il pacifismo cristiano a volte puzza d’ ingenuità ma forse merita una riconsiderazione. La guerra è un mostro che raramente l’ uomo è stato in grado di controllare, e se la dottrina della “guerra giusta” è in teoria la più corretta, la professione di un sano pacifismo alla fine dei conti risulta forse l’ opzione più pragmatica: ci sono molte guerre giuste che i governi potrebbero combattere ma poiché i governi sono incompetenti e con interessi disallineati rispetto a quelli del popolo saranno più i danni combinati che i problemi risolti, senza contare che una volta sdoganata l’ interferenza governativa non arretrerà allorchè l” emergenza sarà superata. La legge del “due passi avanti e uno indietro” è tra le più salde delle scienze politiche.
  40. Sacra famiglia – La famiglia monogamica “tradizionale” nasce con l’ agricoltura e la proprietà privata, favorisce da sempre l’ accumulo di capitale ed è quindi funzionale ad ogni società moderna capitalistica. Adorarla nelle Chiese fa bene alla società tutta.
  41. Sacra famiglia. Come formare l’ individuo? Meglio valorizzare la solidarietà familiare o quella statale? Ebbene, la famiglia si fa preferire per tre motivi razionali: 1) La solidarietà familiare è più naturale e quindi puntare su quella è molto meno costoso. 2) Quanto più è piccolo il gruppo di appartenenza quanto più necessitano alleanze esterne. Poiché la solidarietà si ottiene anche con la costruzione del nemico, meglio che il nemico sia qualcuno con cui scendere a patti. Lo stato puo’ permnettersi di non scendere a patti, puo’ permettersi un’ autarchia maggiore e quindi puo’ permettersi di considerare “assoluto” il proprio nemico. 3) La solidarietà si costruisce facendo appello alle motivazioni interiori: mi sento parte del gruppo poiché do’ un mio contributo volontario, se solo mi pagassero mi sentirei un mercenario escluso dall’ intimità di gruppo. Ora, uno stato non puo’ certo rinunciare alle motivazioni esteriori (sanzioni) e poiché queste ultime erodono di fatto le prime il compito di costruire una “fraternità di stato” diviene estremamente dispendioso quando non impossibile. 4) In famiglia le durezze inevitabili della disciplina sono imposte da chi ci ama, è questa la condizione migliore per non fare danni.
  42. Sacro – Premesso che la religione cristiana ha ridotto al minimo il ruolo del “sacro” nel vivere sociale, a volte scordiamo che anche la modernità ammette l’ esistenza di un nucleo oggettivo di realtà  “non negoziabile”. L’ equivoco alligna in chi mescola modernità e post-modernità, quest’ ultima visione propone una narrazione alquanto seduttiva ma, alla resa dei conti, presa sul serio solo da pochi intellettuali barricati nelle loro università.
  43. Legge naturale – Spesso dileggiata non è affatto un concetto strambo, specie per una mentalità liberale. Occorre però un minimo di approfondimento.
  44. Miracolo. L’ importante è ammetterne la possibilità, e una volta che si ammette l’ esistenza di un essere onnipotente la possibilità dei miracoli è una conseguenza necessaria. Non è necessario credere a quelli proclamati tali dalla voce popolare, io per esempio sono scettico e vivo felice. La fede nell’ Incarnazione e nella Resurrezione di Gesù mi bastano e avanzano. A quelli proclamati nei dogmi devo credere per obbedienza – e qui semmai discutiamo del valore che ha l’ umiltà dell’ obbedienza – ma agli altri, io francamente credo ben poco e non sento compromessa la mia fede.
  45. Superstizioni. Ammetto che un contorno molto vasto della fede è costituito da superstizioni ma aggiungo subito due cose: 1) non confondiamo la superstizione con la ritualità: il rito ha una funzione ben precisa e razionalmente esplicabile nelle comunità umane; 2) superstizione non equivale ad irrazionalità, in passato molte di esse erano funzionali all’ ordine sociale. L’ irrazionalità sta nello conservarle ad oltranza anche una volta cessate le condizioni che la rendevano necessaria. Un credente razionale puo’ tranquillamente tralasciare le superstizioni avendo cura di conservare verso chi le coltiva un rispetto umano di fondo che non ne turbi la fede.
  46. Il dono della vita. Per un credente la vita è dono e per questa elargizione è tenuto a ringraziare il Creatore. Un atteggiamento spesso estraneo all’ ateo, specie se misantropo. Eppure l’ assioma delle preferenze rivelate (su cui si basa la scienza economica, forse la più “atea” tra tutte le scienze) prevede che se consegno cento euro a Tizio miglioro – o al limite mantengo stabile – il suo benessere. Se la cosa vale quando conferisco cento euro a maggior ragione vale quando conferisco “la vita”. Se l’ateo misantropo è insensibile alle bellezze della vita che mediti per lo meno sugli assunti fondamentali delle scienze economiche che dominano la civiltà contemporanea.
  47. Laicità – In paradiso non ci sono solo i santi, eppure è un dovere tendere alla santità. Il confine tra diritto al paradiso e santità è un concetto che prefigura quello della laicità: c’ è un minimo a cui siamo tenuti e un massimo a cui tendere. Deontologia e Virtù, in questo spazio si gioca la laicità della società cristiana. La separazione è ancor più visibile se esaminiamo Antico e Nuovo Testamento: nel discorso della montagna Gesù introduce la misericordia ma allo stesso tempo inasprisce gli obblighi: se prima era proibito l’ adulterio ora diventa proibito anche solo pensare alla donna d’ altri; se prima vigevano i limiti della legge de talione ora si è tenuti ad amare il proprio nemico. E così via. Questo “inasprimento” segna il passaggio da una proto-deontologia alla virtù.
  48. Virtù – Ancora oggi per molti un’ etica fondata sulla virtù, per esempio l’ etica cristiana, rappresenta un rischio: chi mira troppo in alto (per esempio alla santità) poi rischia di trasgredire le norme di base dei comuni mortali. Il rischio è reale se si pensa che la nostra scorta etica è limitata. Tuttavia, qui vorrei accennare a tre elementi in favore di un’ etica virtuistica: 1) ci rende più felici 2) ci rende meno proni alle campagne moralistiche (se la moralità è insita nell’ uomo adulto non si puo’ mutare grazie ad una campagna) e 3) facilita la costruzione di una società libera (se esistesse solo un genere di regole dovrebbero essere tutte trasformate in legge per reggere la società)
  49. Extra ecclesia nulla salus. Il precetto extra ecclesia nulla salus non può essere digerito dall’ateo e mette in crisi anche molti cristiani. In effetti, se lo si approfondisce, si coglie una certa indeterminatezza, quasi che i lavori su questo punto siano ancora in corso: Dio salverebbe anche chi si colloca fuori dalla sua Chiesa attraverso “vie speciali”. delle quali sappiamo poco o niente. Lasciamo perdere i bambini morti e le grandi personalità del passato e chiediamoci se esiste una speranza anche per le persone di buona volontà che non militano. Forse, chissà,  l’accettazione delle verità di senso comune espresse in questo dizionario, una volta completato e corretto, è un primo passo verso l’accesso alle cosiddette “vie speciali”.
  50. Valori cristiani. Non penso che la religione sia un’ ideologia moralista. Personalmente, per fare il mio dovere di cittadino e di uomo non sento di avere un gran bisogno della religione, se “non uccido” e “non rubo” questo non dipende dal mio incontro con Gesù Cristo, il retto comportamento mi sarebbe chiaro a prescindere. La morale cristiana vi spaventa? Rilassatevi, non è il centro del messaggio, lasciamo le prediche agli atei e agli agnostici.
  51. Valori cristiani. Molti sembrano del tutto incomprensibili a chi non vive dal di dentro la religione, eppure, a quanto pare sembra proprio che alla chetichella “la parte migliore della popolazione” li comprenda e li pratichi, magari inconsciamente. Prendiamo il valore della verginità: “…  In high school each extra IQ point above average increases chances of male virginity by about 3%. 35% of MIT grad students have never had sex, compared to only 13% of the average high school population. Compared with virgins, men with more sexual experience are likely to drink more alcohol, attend church less, and have a criminal history. A Dr. Beaver (nominative determinism again!) was able to predict number of sexual partners pretty well using a scale with such delightful items as “have you been in a gang”, “have you used a weapon in a fight”, et cetera. An analysis of the psychometric Big Five consistently find that high levels of disagreeableness predict high sexual success in both men and women…”

  52. Demonio e Angeli. A molti l’ idea del Demonio e degli Angeli appare infantile. Devo dire che anch’io, nonostante le chiare affermazioni della Scrittura, non trovo il bisogno di credere all’esistenza di un diavolo personale, e nemmeno di angeli con una loro presenza reale, vedo invece queste figure come metafore. Naturalmente ciò non toglie che esista il Male ma è qualcosa che non esiste a prescindere da noi. Il Male sulla terra non deriva cioè dal pernicioso residuo della battaglia ingaggiata tra Dio e il Diavolo e vinta dal primo solo in parte, il Male è una precisa scelta divina allorchè viene elargita all’uomo la sua libertà, può essere immaginato quindi come una realtà metafisica ma immanente, come il colore “giallo”, per fare un esempio, non mi sembra necessario immaginarlo platonicamente come una realtà a se stante. Quanto ho affermato mi sembra divergere dall’insegnamento ortodosso, che ammette perfino l’ esorcismo,e quindi, ammetto, merita una meditazione ulteriore.
  53. Verità rivelate. Tu dici “rivelazione” e subito si pensa all’irrazionalità, al lato superstizioso della fede. Ma perchè? Anche il discorso del razionalista abbonda di rivelazioni. Lui magari gli chiama assiomi o postulati o premesse. Sta di fatto che sono verità indimostrate – sia fattuali che logiche – utilizzate ad ogni piè sospinto. Magari il razionalista sosterrà che la fonte di tali rivelazione è la dea ragione piuttosto che un qualche altro Dio, ma ciò qui non fa molta differenza visto che il mio intento è solo quelle di indicare come il concetto di rivelazione non sia affatto sparito nel pensiero moderno, si presenta solo in altre forme e neanche tanto velate. E d’altronde, come diavolo avrebbe potuto essere altrimenti?
  54. Sottomissione ai mariti. Le parole di San Paolo sembrano irrecuperabili ma non c’ è da scoraggiarsi, la Chiesa è lì proprio per questo, è lì per mutare anche radicalmente la lettera delle scritture, sempre agendo nello spirito complessivo delle stesse. Il cristianesimo, ricordiamolo, non è la religione del libro ma la religione dell’ uomo, la religione incarnata in un uomo: nel Cristo prima e nella Chiesa (che è corpo di Cristo) poi. La lettera delle scritture non deve mai scoraggiarci bensì ravvivare il nostro impegno per e nella Chiesa.
  55. Sottomissione ai mariti. La parola “sottomissione” turba la mente moderna. Ebbene, possiamo sempre tradurla con “umiltà”, parola più presentabile. Ma le traduzioni non sono ancora finite, cosa intendere per umiltà cristiana? Facile: agire rettamente senza curarsi del proprio status. Ci sono molte cose buone che noi evitiamo di fare per questioni di orgoglio. Quanti guai e quanti sprechi derivano dall’ attenzione al proprio status, si affrontano persino vacanze stressanti pur di poterle poi raccontare ad amici e colleghi. E i primi ad ingannarci siamo proprio noi. Ebbene, l’ umiltà cristiana ci toglie questo fardello. Diciamo che per noi lo status passa in secondo piano solo quando amiamo, solo allora siamo disposti anche a “zerbinarci”. E che felicità proviamo in quei momenti! Tutto cio’ non deve farci abbandonare un sano realismo: la cura dello status è insita nell’ uomo, non è un suo capriccio, sarebbe ingenuo pensare di disporne liberamente. Lo scienziato evoluzionista ci spiega poi che è insita in particolare nel maschio. Per il maschio l’ armatura dello status è essenziale allorché agisce in società. Sarà per questo che San Paolo richiede umiltà (sottomissione) soprattutto alla donna, è su di lei che ha più senso puntare per una società più efficiente in termini di risparmio sulla difesa dello status. D’ altro canto all’ uomo ha senso chiedere sacrifici non meno onerosi, per esempio morire per il coniuge, ed è proprio quello che fa san Paolo: con la prospettiva di un monumento equestre possiamo aspettarci molto dal maschio e quindi possiamo chiedergli molto. Anzi, tutto.
  56. Padre nostro. Molti atei hanno difficoltà a pregare, non trovano un senso chiaro nelle parole che pronunciano, eppure ci sono alcune preghiere cristalline, penso al Padre Nostro. Padre nostro –    Dio è un Dio che crea amorevolmente (gratuitamente) come un padre.

    Che sei nei cieli    –   Che sei onnopotente, onnisciente ed eterno. Che abiti la dimensione infinita dei supereroi.

    Sia fatta la tua volontà, così in Cielo, così in Terra -   In modo ci sia dato di abitare il migliore dei mondi possibili.

    Sia fatta la tua volontà, così in cielo, così in terra   –   In praise of passivity. Per una passività partecipata. E’ il concetto di provvidenza che fa capolino.

    Dacci oggi il nostro pane quotidiano   –    Ispira la nostra ragione affinché organizzi una convivenza fruttuosa che generi anche una ricchezza materiale.

    Rimetti a noi i nostri debiti  -   Perdonaci attraverso la Grazia.

    Come noi li rimettiamo ai nostri debitori   –   Nel nostro sforzo di imitare il tuo modello di perdono compatibile con la giustizia.

    E non ci indurre in tentazione   –   Mettici alla prova secondo le nostre capacità in modo da giudicarci rettamente.

    Ma liberaci dal Male   –   Dona la Vita Nuova a chi giudichi meritevole.

  57. Ave Maria   –    Il saluto con cui il divino incontra l’ uomo

    Piena di Grazia   –   Dall’ esistenza contrassegnata dai miracoli (verginità, ascensione…)

    Il Signore sia con te   –   Unita a Dio nella generazione del Figlio

    Sia benedetto il tuo nome e benedetto il frutto del tuo seno   –   Destinato a grandi cose nel bene

    Santa Maria   –   Dall’ umanità esemplare

    Madre di Dio  –   Destinata a partorire il figlio di Dio

    Prega per noi peccatori   –   Intercedi presso Dio invocando il suo perdono

    Adesso e nell’ ora della nostra morte   –  Ora e finché dura il tempo utile per decidere il nostro destino.

  58. Essenze. Credere a verità soprannaturali implica una fede nelle essenze. L’ uomo moderno sembra disturbato dalla parola stessa. Ma per riconciliarlo basta tornare all’ eterna questione degli universali. Esistono gli universali? Esempio: sappiamo che esistono i gatti bianchi, che esistono i cavalli bianchi… ma esiste la “bianchezza”? Ha senso parlarne come di qualcosa in sé? I nominalisti negano tale esistenza, i realisti immanenti la ammettono ma non “in sè” (essenza) bensì sempre legata indissolubilmente ai “particolari”. I platonisti invece sostengono che gli universali esistono e sono autonomi. La posizione nominalista mi sembra assurda mentre quella “immanentista” è più vicina al senso comune. Il platonismo è una posizione spesso non necessaria, specie quando si ragiona su concetti che non siano quelli di Dio o della persona umana (vedi anima). Perché spingersi dunque a tanto? Il realismo degli universali, però, è accettabile, innanzitutto perché un certo platonismo (temperato) facilita la grammatica delle dimostrazioni. Faccio un esempio: 1) il giallo è un colore, 2) l’ affermazione precedente è vera, quindi 3) il giallo esiste. Semplice no? Ma è facile dimostrare anche la falsità del nominalismo (l’ idea per cui “giallo” è solo una comoda parola di cui ci serviamo per indicare certi fenomeni): 1) il giallo è un colore e i limoni lo posseggono 2) non esistono parole che sono colori e che sono possedute dai limoni, quindi 3) giallo non è solo una parola. Facile no? Perché allora cercarsi rogne? Direi che oggi il nominalista rinuncia a queste comodità servite sul vassoio d’ argento solo perché ha dei secondi fini, per esempio è un empirista radicale e certe forme di platonismo gli romperebbero le uova nel paniere. La filosofia moderna, anche quella di genealogia empirista, per esempio con Putnam e Kripke, recupera un certo essenzialismo che sembrava morto e sepolto.
  59. Filistei. Chi sta fuori dalla Chiesa è titubante nel compiere il grande passo, pensa: chi me lo fa fare, è un posto zeppo di filistei, meglio starne alla larga e pregare per conto mio. Qui vorrei allora riabilitare la figura del filisteo, per quanto ripetutamente fustigata da Gesù Cristo in persona: in molti di loro, è vero, la fede si è spenta e tuttavia sentono che continuare a sottoporsi e ad apprezzare la disciplina morale a cui costringe un’ adesione anche solo formale puo’ fare del bene, fosse anche solo al loro carattere. E così è in effetti, la religione edifica i cuori ma anche la volontà, chi vede sfumare la prima formazione non è detto debba rinunciare anche alla seconda, la volontà di conformarsi e di aderire alla regola formale è un allenamento che ci renderà comunque migliori..
  60. Salute.  Dice: ok, capisco, ora so che POTREI convertirmi, quel che non ho capito è perché DOVREI farlo. Risposta: perché fede e felicità sono connesse e la felicità è anche un valore ateo. Dice: non mi fido di chi quantifica la felicità. Risposta: allora diciamo che la fede è connessa alla salute, almeno quella si potrà quantificare!
    Le pubblicità progresso, nel tentativo di formare una cittadinanza migliore, ci indirizzano a fin di bene verso diete salubri, graveremo meno sul servizio sanitario, purtroppo non invitano alla conversione, eppure gli effetti sulla salute non sono da meno: chi crede campa cent’ anni. Mi rendo conto, è solo un modo di dire, di sicuro però, e qui non è più una formula idiomatica, campa mediamente qualche anno in più dell’ ateo medio.
  61. Chiesa. Alcuni atei sembrano particolarmente insofferenti alla Chiesa più che alla Religione. La storia di questa istituzione è per loro imperdonabile. Qui il discorso è lungo, anzi è infinito, ma delle buone letture possono aiutare contro i pregiudizi, io consiglio: Science and Christianity in Pulpit and Pew di Ronald L. Numbers oppure The Victory of Reason: How Christianity Led to Freedom, Capitalism, and Western Success
    di Rodney Stark.
  62. continua…

Una teoria dello sculaccione

Perché i nostri nonni trovavano del tutto naturale assestare uno sculaccione al marmocchio mentre noi ci ritraiamo inorriditi da un simile atteggiamento e quando ci capita di fare altrettanto consideriamo tutto cio’ un miserrimo fallimento del genitore che è in noi?

I tradizionalisti dicono che abbiamo ricevuto un lavaggio del cervello e siamo diventati tutti matti.

Non ci sto, non mi faccio lavare il cervello da nessuno io! :-)

I progressisti adottano la canonica impostazione volterriana: la Ragione ha illuminato la Modernità sulle brutture del passato facendoci capire che è doveroso tracciare una linea di confine, fare tabula rasa dell’ eredità e fondare qui ed ora  un Nuovo Mondo improntato alla reale Giustizia.

Ma nella risposta volterriana ci sono troppe maiuscole, non mi soddisfa.

child

Preferirei qualcosa che, pur tenendo nel dovuto conto i progressi dovuti all’ esperienza passata, non consideri mio nonno un marziano troglodita che abitava una galassia così distante dalla mia.

Mi piace allora concentrarmi su cosa unisce me e mio nonno.

Entrambi consideriamo che la disciplina abbia un ruolo nell’ educazione di un bambino. Lui, in realtà, nemmeno lo pensava, si limitava ad esercitare il senso comune, io invece cerco di affidarmi alla scienza moderna.

E’ la scienza a dirmi che Intelligenza e Volontà sono gli ingredienti principali per il Successo di una persona nel mondo moderno come in quello di ieri, e poiché l’ intelligenza è rigida e specifica la cosa migliore, quando si educa, è puntare sulla volontà.

So anche che la volontà si puo’ allenare.

So anche che gli effetti dell’ “allenamento” svaniscono abbastanza rapidamente e che per farli durare bisogna fornire solide motivazioni.

Ora, questo affare della motivazione è forse la questione centrale in ambito educativo,  trasmettere una passione è decisivo, tuttavia anche disciplinare la volontà ha un ruolo tutt’ altro che marginale.

In altri termini, la disciplina non è un ferrovecchio, oltre a fare degli spazi domestici un posto vivibile, plasma in qualche misura la forza di volontà dei figli.

Sia io che mio nonno sappiamo che in una casa alcune regole ci vogliono. Finché si puo’ se ne fa a meno ma ad un certo punto entrano in scena loro.

L’ esempio fornito dai genitori puo’ stimolare i comportamenti più appropriati ma non è sempre un toccasana: hai voglia a mangiar frutta e minestra affinché la Marghe ne assaggi a sua volta, hai voglia a fare i suoi compiti perché infine sia lei a mettersi di buzzo buono: vieni colto da allucinazioni e, mentre fai la prova del nove, ti appare la tua immagine mentre compili la sua tesi di laurea. Quando per l’ ennesima volta sono io a riordinare la stanza per fornire un buon esempio ho come la sgradevole sensazione che l’ incentivo sia scambiato dai marmocchi come la soluzione ottimale: ok, ecco chi sistema, non si capisce perché tanti strepiti, fine del problema, possiamo proseguire con i Lego.

I bambini sono dei miracoli della natura ed è la natura stessa che li indirizza verso un retto comportamento, l’ obbedienza spontanea, poi, è davvero un dono prezioso, quando il bambino obbedisce spontaneamente lo fa perché sente che così facendo si allea con il genitore, sente di avere un ruolo nella famiglia e sarebbe un vero danno spiazzare questi incentivi interiori con degli incentivi esteriori nocivi. Se pago mia figlia per lavare i piatti potrei umiliarla, specie se ci tiene a farlo spontaneamente.

Tuttavia, ci sono alcuni compiti che restano per lui faticosi e qui entrano in ballo regole, premi e castighi, ovvero gli incentivi esterni. Sul punto non c’ è Voltaire che tenga, sia la saggezza dei tempi andati che la scienza educativa più avanzata ci dicono che la regole conservano un loro ruolo, che la forza di volontà dei bimbi nel rispettarle conta molto e conterà anche nella vita futura, che questa energia è variabile da bambino a bambino e che si puo’ allenare.

So allora che la disciplina consiste anche nel rispetto di una regola.

So anche che una regola per essere ben costruita deve attenersi alla legge delle tre C:

Chiarezza: deve essere formulata in anticipo, in tempi di calma e concordia, magari con la partecipazione del bambino stesso.

Coerenza: l’ applicazione sporadica è dannosa, deve essere applicata sempre, anche per questo le regole devono essere poche.

Conseguenze: al mancato rispetto deve seguire una punizione, la celerità della punizione è cruciale affinchè sia ben chiaro il legame tra violazione e castigo.

Nell’ elenco brilla per la sua assenza la severità: se c’ è qualcosa che conta poco è la severità che, anzi, puo’ essere controproducente.

Fin qui sia io che mio nonno restiamo piuttosto compatti, perlomeno nel nome del buon senso. Perché allora in una famiglia volano le sberle e nell’ altra sono tabù?

Cerco di rispondere introducendo un elemento di novità e lo faccio concentrandomi sulla terza C, ovvero sulle punizioni (sia chiaro che lo stesso vale per i premi).

Io e mio nonno abitiamo due mondi molto diversi tra loro, penso per un attimo al mio: è un mondo in cui le mie bambine sono esposte a mille stimoli e a mille “tentazioni”: tv, giochi e giochini di tutti i tipi, youtube, facebook, film, cartoni, sms, cellulari, vetrine sberlucicanti, pubblicità mirate a tutte l’ ore… e chi più ne ha più ne metta. Una montagna di possibilità che incombe a una spanna da loro. Tutto cio’ da un lato mi crea mille problemi: devo dire molti no, ma dall’ altro mi facilita in modo sorprendente: posso dire molti no. “Posso” nel senso che ho una scelta ricca e variegata di punizioni (o premi) a mia disposizione.

Il fatto che ci siano tentazioni di ogni ordine e grado significa che posso scegliere in modo oculato la punizione più idonea alla bisogna: abbastanza dura da distinguersi da un premio e abbastanza “dolce” da non incorrere in una severità gratuita.

Il fatto che le tentazioni fiocchino in ogni momento del giorno e della notte mi consente di averne sempre a disposizione, di essere “veloce” nel punire, ovvero di stabilire una chiara connessione con la mancanza commessa. Posso, per esempio, proibire la sessione serale sui cuccioli di youtube se non si mangia la minestra: i due eventi sono distanti giusto una ventina di minuti tra loro.

“Dolcezza” e “celerità” sono proprio elementi fondamentali per la “terza C” e io ho la fortuna di averli sempre a disposizione.

Penso adesso al mondo di mio nonno: miseria serena ma nera, stimoli vicini allo zero se si tolgono i mandarini ricevuti in dono a Natale. Persino le marce del Sabato Fascista erano un diversivo eccitante, almeno si andava i paese e si vestivano strani indumenti. Come punire? Certo, si potrebbe dire ai figli che “… niente minestra, niente cinema…” ma siccome al cinematografo si andava due volte l’ anno a soffrirne leggermente era la celerità, senza contare la severità insita nel distruggere per una sciocchezza un sogno cullato da mesi. A pensarci bene, dato il contesto ambientale, forse quello sculaccione poco più che accennato restava la punizione ottima, anche secondo i criteri della pedagogia moderna. Se guardasse le cose da vicino chissà che neanche Voltaire abbia nulla da ridire, magari si accorgerebbe che i nostri “no” sono solo la “riconversione” di quello sculaccione e non un bando inorridito.

Riepilogo della teoria:

  1. La disciplina svolge pur sempre un ruolo nell’ educazione di un bambino
  2. La celerità nel punire chi viola una regola è essenziale
  3. La severità della punizione è controproducente
  4. In un mondo che offre ai bimbi continue tentazioni di ogni ordine e grado le punizioni dolci e celeri sono di facile reperimento.
  5. In un mondo povero scevro da tentazioni il mix di dolcezza e celerità offerto dallo sculaccione era ottimale.

Tre argomenti in favore della virtù

In questa post vorrei abbozzare una difesa della cosiddetta “etica della virtù” presentando tre argomenti a suo favore ma capisco che prima bisognerebbe capire meglio cosa sia.

In etica l’ approccio legato alle “virtù” si contrappone all’ approccio “deontologico” e per individuare con chiarezza dove risieda il discrimine discuto di un tema ricorrente nel dibattito contemporaneo: il “relativismo etico”.

1. RELATIVISMO ETICO

Il “relativismo etico” è spesso chiamato sul banco degli imputati, gli ultimi Papi ne hanno fatto la sentina di tutti i mali della modernità.

Personalmente, ho sempre faticato a capire fino in fondo il significato dell’ espressione.

Forse perché tra i “relativisti” fanno bella mostra di sé alcuni tra i “moralisti” più petulanti che sia dato ascoltare oggigiorno.

Ma come è possibile essere “relativisti” e al contempo mostrarsi infervorati come tanti Savonarola? (*)

Ma come è possibile puntare tutto sulla denuncia del degrado morale è poi indignarsi con chi accenna al concetto di valore non-negoziabile?

Ecco allora qui di seguito un modo per appianare il paradosso.

Assolutisti e Relativisti si scambiano accuse reciproche in un dialogo tra sordi, la mia ipotesi è che i primi lo facciano avendo in testa l’ “etica come virtù”, i secondi, per contro, pensano all’ etica come deontologia.

Vediamo di chiarire meglio i termini.

Se l’ etica è deontologica, allora tenere un comportamento etico equivale a ubbidire ad una regola o a un set di regole.

Se invece l’ etica è una virtù, allora tenere un retto comportamento è la conseguenza naturale di chi da sempre, a cominciare dall’infanzia, coltiva sane abitudini. Per il virtuoso l’ abitudine prevale sulla regola, i costumi sull’acutezza morale.

Per la deontologia il problema etico si consuma qui ed ora: che fare? Qual è la regola corretta da applicare al problema che mi viene sottoposto? Come “calcolarla”?

Per il virtuista, invece, il problema etico coinvolge una vita: l’ educazione ci instilla delle attitudini che poi, nella vita,  ci faranno propendere verso il comportamento più corretto.

Prendiamo adesso una virtù specifica: il coraggio. Anche nel linguaggio comune è del tutto normale definire il “coraggio” come un valore assoluto.

Avere poco coraggio non è mai degno di lode, così come è impossibile averne “troppo”. Infatti, non appena si esagera, non parleremo più di coraggio ma di temerarietà incosciente, che è ben altra cosa.

Tuttavia, fateci caso, se pensassimo in termini di “regole” non varrebbe niente del genere. Non esistono regole “assolute”, nemmeno per l’ “assolutista” che si batte contro il “relativismo etico”.

Anche se pensassimo alla regola più ovvia: “non uccidere l’ innocente”, possiamo raffigurarci delle valide obiezioni.

Per esempio, se il sacrificio dell’ innocente, magari un vecchio prossimo alla morte, ci consentisse di salvare 10 innocenti, magari bambini, potremmo anche ritenere sensata una trasgressione. Nessuno griderebbe al relativismo. (E se 10 vi sembrano pochi potete provare con 100 o 1000 finché raggiungerete di sicuro un numero a voi consono).

Insomma, la virtù è assoluta, la regola mai. Ecco allora dove si ingenerano equivoci. Il discrimine non passa tra assolutismo e relativismo ma tra deontologia e virtuismo.

Assolutisti e Relativisti se ne dicono di tutti i colori ma forse solo perché i primi hanno in mente un’ etica fatta di virtù, i secondi di regole.

2. MORALITA’ E MORALISMO

Una volta precisata la distinzione tra etica virtuistica ed etica deontologica, ipotizzo un vantaggio che la prima potrebbe avere sulla seconda, ovvero promuovere la moralità senza moralismi.

Anche qui attingo alla mia esperienza personale partendo dall’ assunto difficilmente confutabile che il mondo religioso sia più sensibile alla virtù mentre quello ateo/laico alla deontologia.

Ebbene, nella mia esperienza riscontro molto più moralismo nel secondo! Qui le prediche sono continue e non manca mai nemmeno l’ ateo che ti fa le pulci in quanto credente (“perché non aiuti di più i poveri tu che vai a messa?”, “perchè non fai volontariato tu che frequenti l’ oratorio?”, “perché non difendi la legalità tu che sei così pronto alla sottomissione papale?”, “perchè voti quel partito tu che dovresti essere il più solidale tra i solidali?”, eccetera). Taccio poi di quella schiera di intellettuali non credenti che sembra abbiano una sola passione nella vita: insegnare al Papa come si fa il Papa. Il moralismo laico tende a vedere nel credente un ipocrita in pectore proprio perché nella religione non vede altro che precetti morali, non sa capirla in altri termini, per lui la fede è solo un modo per fondare stabilmente quei precetti e nel momento in cui il credente “manca” diventa per definizione un ipocrita.

Riconosco che in passato forse non era così, il perbenismo moralista allignava per lo più tra i credenti, ma ora ho la sensazione che le cose siano radicalmente cambiate. Di certo non viviamo nel paese del bengodi, sta di fatto che da noi crisi, mafia, corruzione, evasione, illegalità hanno trasformato in “pretonzoli” molti osservatori che, a corto si soluzioni, vedono come unica via di scampo l’ avvento della “bontà universale”, cosicché cercano di propagarla a suon di prediche (chi al bar e chi sui giornali più prestigiosi).

Qui voglio sostenere che questa percezione, ovvero il moralismo pervasivo del mondo laico, ha una spiegazione razionale, ovvero che è in un certo senso è il portato necessario di un’ etica deontologica. Ecco allora il primo argomento di cui al titolo: l’ etica delle virtù ci salva dal moralismo.

 

Dimostro la tesi con un esempio.

Giovanni è persona morale, Giuseppe è un moralista.

Qual è la differenza tra “morale”? e “moralismo”?

Giovanni vede nel comportamento morale una virtù. Il comportamento morale ha in sé qualcosa di spontaneo, non lo si inculca. E al limite, se lo si inculca, lo si inculca da subito, da bambini, la virtù , lo dicevo nel paragrafo precedente, poi cresce con noi. Se non è innata, è per lo meno un’ abitudine radicata.

Giuseppe, invece, vede nel comportamento morale l’ osservazione di una regola (deontologica). La regola sta lì davanti a noi, ci viene calata dall’ alto e noi siamo chiamati ad osservarla. La nostra libertà, poi, ci fa decidere pro o contro.

Giovanni è un “evoluzionista“: la regola morale “emerge” in noi e fa parte di noi, è consustanziale alla nostra natura e all’ educazione ricevuta.

Giuseppe è un “riformatore“: per lui l’ autorità morale stabilisce la regola ottima e la propone alla nostra intelligenza. Gli altri ne prendono atto e scelgono se ubbidire. Quando l’ autorità muta, cambierà i calcoli e riformerà la regola ottima e gli altri si adegueranno obbedendo.

Per Giovanni i precetti etici sono assimilabili ad una legge naturale, per Giuseppe il concetto di etica converge con quello di legalità.

 

Per Giovanni il passato ha un valore importante visto che le virtù si dimostrano tali nella prova con il tempo e reggono il vaglio evolutivo. Per Giuseppe il tempo ha meno importanza, se i nostri calcoli ci dicono che le vecchie regole sono sbagliate la cosa migliore è fare tabula tabula rasa e ricominciare da zero.

Per Giovanni le prediche e le crociate hanno poco senso. Le regole morali sono in buona parte innate nella nostra persona, e se anche non lo fossero, vengono comunque interiorizzate dal soggetto solo grazie ad abitudini che si radicano in una vita intera. Non ha senso “esportare” la morale a terzi, a meno che si ritenga che un certo comando morale appartenga già alla natura del “terzo”. Gli uomini, o perlomeno gli uomini adulti, sono “irriformabili”, non ha senso convincerli con una predica o una crociata. Cio’ non significa che siano immorali ma che possiedono una loro sostanza morale che magari è differente dalla nostra.

Per Giuseppe le prediche e le crociate hanno invece senso. Se c’ è un comando che Tizio non rispetta, noi possiamo convincerlo o costringerlo a rispettarlo. L’ uomo immorale puo’ essere “riformato” perché la sua scelta è un’ opinione e tutte le opinioni possono cambiate. L’ uomo immorale puo’ essere convertito poiché la regola morale deriva da un “calcolo” e i “calcoli”, se sbagliati, devono e possono essere corretti.

Certo, ad un discorso del genere non mancano le obiezioni, ne vedo emergere almeno un paio obiezioni ficcanti:

1. Sebbene la crociata di “conversione” degli altri adulti sia insensata per chi crede nelle virtù. resta praticabile la crociata di “conversione” dei bambini.

2. Sebbene la crociata di “conversione” dia insensata per chi crede nelle virtù, resta praticabile la crociata di “sterminio”.

La prima, più che un’ obiezione, è un argomento di segno opposto che accetto, i rischi ci sono e se la virtù è caduta in disgrazia lo dobbiamo agli eccessi del passato. La seconda mi sembra poco verosimile, voglio sperare che certe epoche buie appartengano ad un passato irreversibile.

3. LAICITA’

Per quanto sia possibile dividere la deontologia dalla virtù, nessuno di noi aderisce completamente ad un’ opzione piuttosto che all’ altra. Anche il “deontologista” più radicale è disposto ad assegnare un ruolo all’ educazione, così come il virtuista ammetterà sempre l’ esigenza di regole precise.

Chi distingue tra queste due realtà etiche è nelle condizioni ideali per elaborare il concetto di laicità: Il laico distingue tra regole e virtù ammettendo che le prime richiedano un’ applicazione coercitiva mentre per le seconde basta la sanzione della propria coscienza.

4. IL DISCORSO DELLA MONTAGNA

Mentre l’ antico testamento prediligeva un approccio deontologico – il decalogo calato dal Sinai è esemplare – Gesù ci introduce alla virtù: nel discorso della Montagna, da un lato invoca la Misericordia nel giudizio divino sugli uomini, dall’ altro inasprisce i doveri di questi ultimi: non basta evitare l’ adulterio ma si è chiamati a non pensare nemmeno alla donna d’ altri. Non basta andare d’ accordo con la propria sposa, non bisogna nemmeno separarsi da lei (revocata quindi la possibilità di divorziare introdotta da Mosé). Se con Mosé, poi, era illecito uccidere, con Gesù non bisogna nemmeno adirarsi. Se prima vigeva la legge del talione ora bisogna “porgere l’ altra guancia”.

E’ chiaro che in un’ ottica virtuosistica la Misericordia è imprescindibile. Lo è per il semplice che non esiste più il “giusto”, tutt’ al più esiste il “giustificato” e non si puo’ essere giustificati senza un atto di misericordia.

Da sempre i cattolici sono i custodi della virtù contro l’ etica deontologica.

5. LIBERALISMO E VIRTU’

C’ è chi pensa che l’ etica della virtù sia incompatibile con il liberalismo: avere standard troppo elevati ci rilassa sull’ applicazione delle regole minime.

Non mancano gli argomenti a favore di questa ipotesi, a cominciare dalle deludenti performance di molti paesi cattolici. Inoltre, la nostra riserva di moralità sembrerebbe limitata; chi punta in alto rischia di mancare sui fondamentali.

Però esistono anche argomenti che rendono l’ abbinata liberalismo/virtù particolarmente avvincente, e qui vengo al mio secondo argomento.

Dobbiamo riconoscere che l’ esercizio spontaneo della virtù è essenziale affinché una società libera funzioni: non basta non uccidere il nostro prossimo per vivere una vita felice. Voi che ne dite?

La stessa sacrosanta libertà di espressione, se non temperata dalla virtù e dal buon senso, puo’ fare danni irreparabili.

Di fronte a questa realtà ineludibile come si comporterà chi non crede nella virtù o non la tiene in conto? Semplice, non ha che una scelta: stabilire una moltitudine di regole minute e coercitive che rendano la vita sociale accettabile.

Se la libertà di espressione rischia di essere dannosa la restringeremo grazie ad una regolamentazione stringente che vagli caso per caso cosa è lecito e cosa non lo è.

Questa via fatta di proibizionismi non è invece una via obbligata per coloro che credono e promuovono la virtù. Costoro possono pensare: fissiamo alcune regole di base (deontologiche) e per il resto affidiamoci alle virtù che l’ uomo sa sviluppare spontaneamente. In questo modo le regole coercitive di base possono realmente minime, ovvero coerenti con l’ assunto liberale.

Ecco allora emergere il secondo argomento di cui al titolo: l’ etica virtuistica ridimensiona l’ uso della coercizione.

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6. FELICITA’ E VIRTU’

La psicologia mi offre il destro per enunciare il terzo argomento di cui al titolo: chi crede nella virtù e cerca di praticarla è una persona mediamente più felice.

Capisco che il tema della felicità umana sia insidioso, il bulldozer della scienza ha abbattuto molti ostacoli ma forse per addentrarci in questo genere di misteri una novella di Flaubert   è ancora il modo migliore (consiglio: “Un cuore semplice”). Tuttavia, su alcune tesi si riscontra una convergenza tale che mi parrebbe strano  non contengano un grano di vero.

L’ uomo è felice se sente  una certa “nobiltà” nella propria missione, una certa “grandezza”, un significato che vada oltre le preoccupazioni prosaiche della vita quotidiana. L’ obiettivo che persegue deve comportare un sacrificio, essere generosi, per esempio, aiuta a sentirsi bene, il dono di sè a quanto pare è importante innanzitutto per se stessi.

Ebbene, il rispetto della regola deontologica minimale ci massifica, è difficile sentirsi “realizzati” perché abbiamo compilato correttamente un modulo o perché non abbiamo violentato il nostro vicino di casa. Per contro una vita virtuosa ci nobilita: se ci siamo sacrificati, anche oltre il ragionevole, per il bene dei nostri figli il nostro cuore è in pace e possiamo goderci la vecchiaia. Se abbiamo resistito alle lusinghe di un facile amorazzo, che a pensarci bene non avrebbe fatto male a nessuno, torneremo ad amare ancora più felici nostra moglie. Insomma, la vita virtuosa ci proietta nella dimensione ideale per perseguire una realizzazione personale, ci fa sentire partecipi di un progetto ambizioso. La vita virtuosa ha il pregio di essere contemporaneamente elitaria e a disposizione di tutti. Crescere un figlio è “qualcosa di unico che fanno tutti”. C’ è qualcosa di miracoloso in tutto cio’, sarebbe da stupidi lasciarselo scappare.

NOTE

(*) Sia chiaro, il timore del relativismo non è campato in aria, è il frutto di una storia ben precisa del pensiero occidentale, senonché oggi, secondo me, abbiamo superato quello stadio. A titolo esemplificativo redigo una piccola storia della pedagogia che illustra un percorso di andate e ritorno rispetto ai Valori. Qui si vede bene come il pericolo relativista incombesse ma anche come sia ormai alle nostre spalle:

  1. Aristotele: è doveroso formare il carattere morale del ragazzo inculcando un’ etica basilare fatta di: 1) rispetto (dell’ altro e della sua proprietà), 2) lealtà (alla parola data), coraggio (voglia di intraprendere con l’ altro) 3) buone maniere (non approfittarsi del diritto alla libertà) 4) temperanza (self contro e successo sono legati a doppio filo). il bambino, secondo Aristotele, è un “barbaro da civilizzare”. Tra noi e gli animali spicca una differenza: noi possiamo trasmettere la nostra cultura, loro devono ricominciare sempre da capo, tanto è vero che noi andiamo avanti e loro restano fermi.
  2. La pedagogia aristotelica è condivisa un po’ da tutti nella storia: greci, romani, illuministi, romantici, vittoriani. Nel novecento il paradigma muta.
  3. Si realizzano eccessi che trasformano il metodo di Aristotele in un metodo “zero-tollerance”: qui l’ educatore si allontana dal discente  trasformandosi da civilizzatore in punitore distante.
  4. L’ accusa della pedagogia progressista scatta immediata ma non prende di mira la sopravvenuta lontananza del genitore quanto cio’ che viene chiamato indottrinamento se non “lavaggio del cervello”. Tuttavia, “violentare” il carattere di una persona è possibile solo se la persona è autonoma, cosicché viene postulata l’ autonomia del bambino.
  5. L’ alternativa proposta: “value clarification“. Il bambino è competente, autonomo, bisogna solo presentargli dei valori etici e lui procederà alla scelta. Fondamentale mantenere le distanze per non influenzarlo.
  6. Il metodo della “value clarification” crea, implicando la distanza dell’ adulto, ansia e paure. Si cerca di rimediare puntando sull’ autostima: premi per tutti e complimenti continui.
  7. Il metodo dell’ autostima fomenta il narcisismo, si cerca un recupero di Aristotele.
  8. Ma i valori di Aristotele non  soddisfano l’ ideologia progressista, cosicchè si cerca di sostituirli con 1) democrazia 2) tolleranza 3) legalità 4) educazione di genere 5) politically correct…

Violento/a

Gli antropologi ci spiegano che l’ uomo ha sempre trovato la violenza un buon metodo per risolvere i suoi conflitti. Da qui la sua popolarità.

E infatti i violenti sopravvivevano mentre i pacifici soccombevano.

Ancora oggi, presso le tribù amazzoniche che vivono sul pianeta in condizioni simili ai nostri antenati, nel tempo libero non si fa altro che parlare e vantarsi di quanti nemici sono stati stroncati con la forza. Si è praticamente incapaci di pensare se non in termini di “guerra al nemico”.

Sarà per questo che ancora ai nostri giorni – dove la violenza si esprime in modo più obliquo – sia l’ uomo che la donna conservino comunque istinti belluini che tengono faticosamente a freno.

Ci si chiede solo in quali persone allignino meglio, stando sul generale c’ è chi opta per l’ uomo e chi invece, salomonicamente, li vede equi-distribuiti tra i generi.

Penso di appartenere al primo gruppo e cerco di illustrare le mie ragioni partendo da una considerazione presa a prestito dalla psicologia evolutiva:

  1. la violenza dell’ uomo è maggiormente proiettata nell’ ambito sociale;
  2. la violenza della donna è maggiormente proiettata nell’ ambito personale.

Viviamo tempi in cui si denuncia la “violenza in famiglia” e questo ci fa dimenticare l’ ovvio: i nostri nemici stanno soprattutto fuori dalla famiglia.

Ora, poiché i nemici per lo più stanno “là fuori”, è normale che il maschio, per quanto detto prima, sia più pronto a ricorrere all’ aggressione e a sviluppare nel tempo un istinto aggressivo.

Millenni di guerre e conflitti tribali – per lo più ingaggiati dagli uomini – non passano senza lasciare traccia.

Vengo all’ ovvia obiezione: e tutti gli episodi di cronaca in cui “lui” strapazza “lei” all’ interno di una relazione di coppia?

Sembrerebbe che la violenza dell’ uomo sia preponderante anche nella dimensione più intima.

L’ osservazione è imbarazzante, la mia impalcatura è in pericolo.

Vedo solo questa doppia “contromossa” difensiva: non è sempre facile distinguere tra dimensione personale e dimensione sociale. Non è nemmeno sempre facile distinguere tra violenza e violenza.

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Distinguere tra pubblico e privato

Faccio un esempio.

Non penso che la disistima del partner sia un vulnus insopportabile per l’ uomo, almeno finché questo sentimento non assurga ad una dimensione pubblica, finché cioè non viene in qualche modo ufficializzato e reso noto a tutti, magari attraverso la minaccia di un abbandono, mossa non più occultabile e destinata inevitabilmente a condizionare il giudizio sociale sul soggetto in questione.

A questo punto “lui” reagisce, ma reagisce proprio perché si abbandona la dimensione intima per entrare in una dimensione pubblica che pregiudica il suo status.

In caso contrario, quando la disistima è circoscritta nella sfera privata, quando i panni sporchi saranno lavati in famiglia, lui troverà modo di compensare questa mancanza, per esempio grazie agli amici, o grazie all’ amante, oppure anche grazie a un hobby o a qualsiasi interesse da coltivare a latere.

Al contrario, la donna è meno interessata alla sfera pubblica, lei soffre l’ ostilità del partner a prescindere e questo puo’ solleticare la sua aggressività indipendentemente dalla minaccia di essere lasciata.

Distinguere tra violenza e violenza

C’ è poi un’ altra considerazione da fare, parto dall’ aspetto più generale: noi oggi non siamo meno violenti dei nostri predecessori o dei nostri fratelli dell’ Amazzonia, siamo al limite più temprati dall’ esperienza, sappiamo evitare i conflitti inutili anche se la nostra aggressività è tutt’altro che sopita, e lo vediamo bene quando ci viene offerta l’ opportunità di assalire un imbelle senza conseguenze per la nostra persona. Pochi si tirano indietro.

Insomma, il violento s’ impratichisce e diventa più raffinato ma non si libera del suo istinto. Sarà un paradosso ma in certi ambiti la “brutalità” segnala una scarsa abitudine alla pratica violenta, almeno dal punto di vista evolutivo.

Ora, siccome la donna pratica da sempre la violenza nell’ ambito delle relazioni personali, possiede oggi in questo ambito un grado di raffinatezza che l’ uomo non ha e spesso capisce meglio dell’ uomo quanto la violenza bruta sia controproducente per ottimizzare la sua condizione, meglio dare forme alternative alla propria aggressività.

Riferimenti bibliografici

  1. Sulla violenza come fattore evolutivo: Napoleon Chagnon: Tribù pericolose. La mia vita presso gli Yanomamo.
  2. Sulla tipizzazione della violenza maschile e femminile: Roy Baumeister, Is There Anything Good About Men?: How Cultures Flourish by Exploiting Men.
  3. Su come nel tempo si raffini la violenza: Jeffrey Pfeffer, Power: Why Some People Have It and Others Don’t.

Tutto il resto sono mie congetture bisognose di verifica.

Un’ etica per i cambiamenti climatici

PREMESSA

E’ un piacere per me affrontare un tema su cui ho da poco cambiato idea discutendone con altri.

Eppure in materia avevo posizioni piuttosto consolidate, pensavo di stare in una botte di ferro. Insomma, ero tutto tranne che una “tabula rasa”.

Personalmente trovo rincuorante che opinioni professate per anni possano mutare nel breve volgere di una franco scambio di idee. Significa che la ragione esercita ancora una sua forza sui nostri intelletti, significa che non siamo dei pupazzi in balia dei nostri bias cognitivi e che possiamo scampare alla fossilizzazione completa della conoscenza. Il, tutto, sia chiaro, al netto dell’ eventualità sempre possibile che sia passato dalla ragione al torto.

Bene, ora entro subito nel merito con un paio di affermazioni che, quando si parla di etica, introducono una distinzione per me cruciale: quella tra deontologia e virtù.

Parto dal mio caso personale, quello che conosco meglio: personalmente trovo che sia una mancanza non andare a Messa la Domenica. Eppure, ammetto che chi si astiene non procura alcun danno al suo prossimo.

Allo stesso modo il Vegano trova che sia eticamente disdicevole mangiare uova. Eppure, chi divora un cereghino non aggredisce certo “suo fratello”.

Sia io che il Vegano riteniamo che ci siano comportamenti sbagliati a prescindere dal danno arrecato al prossimo. Perché? Siamo forse dei tipi tanto strani?

Entrambi consideriamo che l’ etica abbia a che fare anche con la “purezza”. Siamo tutti e due, chi più e chi meno, un po’ puritani.

Non violentare il prossimo per noi è il minimo, chi punta alla perfezione e alla purezza è tenuto ad andare oltre, l’ uomo virtuoso non coincide con colui che si limita al rispetto pedissequo della regoletta deontologica.

Separare deontologia ed esercizio della virtù è importante anche perché consente di tracciare il confine della laicità: mentre non ha senso imporre agli altri la virtù con la forza, le regolette minimali del vivere civile possono richiedere un’ applicazione coercitiva a cura, per esempio, dello stato.

Sia una persona retriva come me che una persona avanzata e à la page come il Vegano condividono quindi una dimensione puritana dell’ etica.

Ma lo psicologo Johnatan Haidt va oltre: con i suoi esperimenti ci tiene a sottolineare che la dimensione puritana appartiene un po’ a tutti.  Magari nel tempo varia: ieri era più concentrata sul sesso oggi sull’alimentazione, però prima o poi salta fuori in tutti. Diciamo che è una caratteristica umana.

Sembra proprio che io e il Vegano non siamo affatto dei “tipi strani”.

Ebbene, in questo post vorrei mettere da parte proprio la dimensione puritana della faccenda, salvo recuperarla in extremis alla fine. Lo faccio perché tirare in ballo le virtù sarebbe come camminare su un terreno minato, meglio occuparsi di cio’ che tutti condividiamo come rilevante, ovvero la dimensione della violenza e dell’ intromissione indebita negli affari dei nostri simili.

Se chiedo a qualcuno di rispettare l’ ambiente per preservarne l’ aspetto incontaminato  e al contempo per potersi elevare come abitante di questo pianeta, ho paura di non ricevere molto ascolto. Tuttavia, se faccio notare all’interlocutore come l’ inquinamento da noi prodotto procuri anche gravi danni al nostro vicino, la sensibilità alle mie osservazioni si farà subito più acuta.

Sia le mentalità retrive che quelle avanzate, pur non ritrovandosi nei rispettivi precetti puritani, concordano  che sia sbagliato infliggere un danno ingiusto al nostro prossimo.

Fissarsi sul concetto di danno, ecco il rovello dell’ uomo moderno.

Lo psicologo Piaget riteneva che una mente evoluta tendesse a ricondurre il fattore etico alla ferita inflitta al nostro simile mentre il filosofo John Stuart Mill, un padre della modernità, dichiarava che noi siamo liberi finché non danneggiamo l’ altro.

Mentre la prima affermazione è stata successivamente revocata in dubbio, quest’ultima appare piuttosto vuota di senso – a me il filosofo John Stuart Mill sembra un po’ sopravvalutato – sia perché falsa (la dimensione puritana continua a vivere un po’ in tutti nonostante i proclami) sia perché, anche se fosse vera, non fa che spostare i problemi anziché risolverli.

Quando rileva il danno che infliggiamo all’ altro? Quando può dirsi realmente tale? Quando siamo responsabili del danno procurato? Mill tace, e non certo perché la risposta sia scontata.

Poiché professo una meta-etica fondata sul senso comune, il mio modo di procedere sarà il seguente; cercherò di ricavare delle regole etiche da situazioni concrete, cercherò poi di capire come si applicano le regole isolate al caso che ci preme, quello del riscaldamento globale, ed infine cercherò di capire quali eccezioni possano convivere felicemente con la regola emersa. Da ultimo, ma solo di passaggio, abbandonerò l’ asfittico mondo delle regolette morali per aprirmi a quello delle virtù.

Illustrerò cinque casi di “danneggiamento” del prossimo cercando di giudicarli secondo quanto detta il senso comune. Forse, sulla base della soluzione data, potrà emergere una regola da applicare poi al sesto caso, quello del riscaldamento globale.

Negli esempi prefigurati fingerò che esista un’ Autorità – per esempio quella statale – deputata a sanzionare il mancato rispetto della regola, in questo modo le analogie appariranno più vivide, spero.

Qualcuno potrebbe opinare che uno stato non dovrebbe mai dedicarsi a sanzionare precetti etici ma visti i limiti che ci siamo dati, vista la distinzione tra deontologia e virtù che abbiamo introdotto, l’ obiezione si stempera: parlando unicamente di precetti intesi ad evitare danni a terzi è più che plausibile conferire un ruolo alla coercizione statale.

C’ è un’ ulteriore premessa al mio ragionamento: considero che la responsabilità morale sia personale.

Insomma, i figli non sono responsabili per le colpe dei padri così come l’ individuo non è responsabile per le colpe di altri che appartengono al suo gruppo.

In questo senso l’ etica che propongo è di stampo libertario.

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IL LADRO

Giovanni ruba il tablet di Giuseppe.

Cosa ci dice il senso comune? Facile: Giovanni è colpevole e per la sua mancanza merita una sanzione.

Violare platealmente una proprietà reca danno al legittimo proprietario e questo danno va in qualche modo risarcito dal colpevole.

A questo punto dovrei chiedermi il perché, dovrei fornire delle giustificazioni ma per ora prendo questo precetto come ovvio, almeno finché i fatti si presentano preclari come nell’ esempio formulato.

Ciò non significa che manchino le eccezioni alla regola: se, per esempio, Giovanni ruba solo temporaneamente il tablet a Giuseppe per inviare una mail salva-vita che non puo’ essere posposta per nessun motivo, allora per noi sarà doveroso scagionare il ” ladro” pro tempore poiché ricorre un caso di “estrema necessità”.

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L’ORATORE

Giovanni arringa la folla in piazza con discorsi militanti che Giuseppe, un passante, trova stomachevoli.

Senso comune: Giovanni è innocente.

Anche qui il danno esiste ed è ovvio: Giuseppe è fortemente disturbato dalle parole di Giovanni, la sua giornata è rovinata. Non si puo’ nemmeno dire che manchi l’ intenzionalità: Giuseppe, se non l’ ho detto prima lo dico adesso, sa che certamente tra la folla ci saranno anche persone irritate dal suo passionale intervento.

Tuttavia, almeno alle nostre latitudini, esiste quella che chiamiamo “libertà di parola” e si ritiene che Giovanni non sia responsabile di nulla nel momento in cui esprime con franchezza le sue idee.

Ma perché nel primo caso il danno arrecato rende colpevole chi lo infligge mentre nel secondo caso no?

Innanzitutto, nel secondo caso il danno è soggettivo (psicologico).

I danni psicologici, diversamente da quelli oggettivi, sono difficilmente quantificabili. Ogni tentativo rischia di essere arbitrario e per molti opportunisti sarebbe facile fingersi lesi per ottenere un risarcimento. Le parole di Giovanni lusingano alcuni e irritano altri, poiché non esiste un bilancino per pesare costi e benefici si presume un pareggio e si consente all’oratore di tenere il suo comizio.

Ma l’ aspetto decisivo è un altro: nel primo caso Giovanni e Giuseppe avrebbero potuto contrattare la compravendita del tablet, qui no: Giuseppe è un passante casuale sulla pubblica piazza e Giovanni, per quanto sia prevedibile che passanti come Giuseppe possano imbattersi nei suoi discorsi estremisti, non avrebbe mai potuto a priori contrattare con loro, e questo proprio perché sono passanti casuali, ovvero  indeterminati a priori.

La possibilità di contrattare è importante poiché consente di quantificare in modo attendibile i valori soggettivi abbattendo l’ arbitrio e l’ opportunismo che denunciavamo prima. Gli economisti chiamano questo toccasana “preferenza rivelata”, qualcosa che vedremo meglio al punto successivo.

Per capire come la possibilità di contrattare sia decisiva, facciamo il caso di un eretico che dà scandalo “esibendosi” di punto in bianco in Chiesa senza aver interpellato nessuno. La Chiesa non è il bar, costui è colpevole poiché prende di mira persone ben circoscritte col chiaro scopo di scandalizzarle e offenderle. Isolare la “preda” è un gioco da ragazzi, circoscrivere l’ auditorio più adatto per ottenere l’ effetto voluto è facile visto che si raduna in Chiesa per abitudine consolidata. Ma alla stessa maniera, se uno l’ avesse voluto, sarebbe stato facile anche contrattare a priori con loro, se l’ eretico non l’ ha fatto è perché sapeva che avrebbero mandato all’ aria il suo progetto non dandogli la parola. L’ esistenza della possibilità di contrattazione rende colpevole l’ esibizionista, lo trasforma da oratore a provocatore.

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MONICA

Giovanni ubriaca Monica e poi la stupra senza nessuna conseguenza fisica di rilievo per la vittima. Per dire come prosegue la storia faccio due ipotesi alternative, nella prima Monica resta ignara di tutto, nella seconda viene accidentalmente a sapere dell’ accaduto.

Senso comune: Giovanni è colpevole in entrambe le ipotesi.

Anche se un filosofo utilitarista non vedrebbe nulla di male in tutto cio’ ( poiché, almeno nella prima ipotesi, non esiste né un danno fisico né un danno psichico) il senso comune ci impone di condannare in entrambi i casi.

Perché?

Qui non esiste danno, o comunque esiste solo un danno psicologico.

Perché mai dovrei condannare in assenza di un danno?

Perché mai dovrei condannare in presenza di un mero danno psicologico visto che nel caso precedente, quello dell’ oratore, dove il danno era parimenti psicologico, assolvevo? Cosa fa la differenza?

Essenzialmente la possibilità di contrattare a priori.

Monica non è nelle condizioni di Giuseppe, Monica non è un passante qualsiasi non identificabile a priori, Monica è lì davanti a me prima che tutto accada, esiste e con lei si puo’ parlare chiaramente prima di agire. Se Giovanni non lo fa è lecito presupporre che si attenda un rifiuto, ovvero un mancato scambio, il che rende plausibile l’ ipotesi che il danno ricevuto da Monica sia maggiore del godimento di Giovanni.

La prima ipotesi, quella dell’ assenza di danno, è molto particolare e per ora la trascurerei ma la seconda per noi è preziosa poiché ci offre un criterio per capire se e quando l’ atto con cui infliggiamo un danno psicologico sia condannabile: questo criterio è la “contrattabilità a priori”.

Naturalmente, anche qui esistono eccezioni fioccano. Facciamo il caso che degli squatter occupino il mio cottage di montagna liberandolo il mattino successivo senza arrecare danni materiali. Io ricevo solo un danno psicologico (so che degli estranei sono entrati in casa mia). La situazione è formalmente simile a quella di Monica e dovrebbe scattare la condanna. Ebbene,  qualora l’ occupazione sia giustificata da cause di forza maggiore – per esempio: si erano persi nel bosco e la bufera che imperversava li aveva colti alla sprovvista –  gli occupanti sarebbero giustificati.

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IL MIOPE

Giovanni guida la sua auto. Poiché è miope e più spericolato della media impone un rischio agli altri automobilisti, specie dopo il tramonto.

Senso comune: Giovanni è innocente.

Il danno procurato da Giovanni è ovvio ma, per quanto detto prima, una sua responsabilità è da scartare visto che si tratta di un danno soggettivo non “contrattabile” a priori.

In mancanza della “contrattabilità a priori” si è responsabili solo per i danni oggettivi. Ma il danno, in questo caso, diventa oggettivo solo quando si verifica l’ incidente.

Le eccezioni alla regola sono costituite da quei casi che impediscono il rilascio o il rinnovo della patente. E’ chiaro che un ipovedente o un ubriaco non possano guidare poiché esiste un’ incontestabile evidenza della loro pericolosità.

E nel dir questo abbiamo isolato un criterio che rende tollerabile l’ eccezione alla regola: l’ incontestabile evidenza.

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LA FACCIATA

Giovanni guida la sua auto su una via ad alto scorrimento, proprio laddove Giuseppe abita.

Povero Giuseppe, a causa dell’ intenso traffico ogni anno deve ripulire la facciata della sua casa dalle polveri inquinanti che si sono nel frattempo depositate.

Senso comune: Giovanni è colpevole.

Qui il danno esiste ed è oggettivo: chi transita per quella via dovrebbe pagare un pedaggio da girare a Giuseppe – e a chi si trova nelle sue condizioni – affinché possa essere risarcito dei costi che è costretto a sopportare.

Eccezione: qualora la tecnologia atta a rilevare i pedaggi sia eccessivamente onerosa si potrebbe soprassedere con tanti saluti per Giuseppe.

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LA REGOLA

Dai cinque casi trattati rileviamo la seguente regola: se è possibile una contrattazione a priori chi danneggia a posteriori è sempre responsabile, anche quando il danno procurato è soggettivo. In caso contrario chi danneggia è responsabile solo per i danni oggettivi.

 

In altri termini: non si è mai responsabili per i danni soggettivi non contrattabili a priori (vedi il caso dell’ ORATORE).

In presenza di evidenze incontestabili la regola è soggetta ad eccezioni.

Ora ho le domande giuste da pormi per affrontare il caso principale, quello del global warming.

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I PRONIPOTI

Giovanni guidando la sua auto emette dei gas serra, tra 70 anni i pronipoti di Giuseppe potrebbero essere danneggiati da questo evento.

Il senso comune non mi dà una risposta chiara circa la colpevolezza di Giovanni, mi tocca ragionare sulla base della regola individuata in precedenza.

Prima domanda: di che natura è il danno prodotto?

Risposta: essendo un rischio, è di natura soggettiva.

Seconda domanda: danneggiato e danneggiante possono contrattare?

Per amor di discussione ammettiamo pure di essere responsabili verso un prossimo che ancora non esiste, rimane il fatto che difficilmente possiamo contrattare con lui: oltre a non esistere è “disperso”. Nel malstrom dell’ umanità a venire i  “danneggiati” si mescolano agli “avvantaggiati” in modo indeterminato e anche se volessimo eleggere un rappresentante dei “danneggiati” con cui contrattare avremmo problemi.

Ci sono poi ulteriori complicazioni: forse i candidati più credibili al ruolo di vittima sono i paesi poveri africani, ma quei paesi sono anche quelli che traggono il maggior beneficio dal consumo marginale dei carburanti fossili. A questo punto dovremmo esentarli, dovremmo cioè formulare una regola etica di portata non universale, inidonea al test kantiano. Se c’ è qualcosa che ripugna al senso comune quando si fissano i doveri è proprio il ricorso al doppio standard.

Ultima domanda: il caso del riscaldamento globale puo’ costituire un’ eccezione alla regola?

Per affermarlo occorre avere un’ “evidenza incontestabile”. Non si tratta di un’ evidenza dei danni, i danni vanno considerati insieme ai benefici. Perché ci sono anche i benefici: sia quelli che derivano da un riscaldamento del pianeta che quelli che derivano dall’ arricchimento di chi usa l’ energia senza vincoli. E’ l’ analisi costi/benefici che ci deve fornire “evidenze incontestabili”.

Ebbene, i modelli previsionali di cui disponiamo sono sufficientemente curati da poter dire che ci forniscono un’ “evidenza incontestabile”?

Io direi di no.

Si potrà sostenere che sono “modelli molto sofisticati”, che alcuni sono migliori di altri, che alcuni, per esempio quelli elaborati dall’ IPCC, siano i migliori in nostro possesso, che alla elaborazione di questi modelli presiede un personale altamente qualificato, tutto cio’ è legittimo, tuttavia sarebbe temerario affermare che questi modelli siano accurati.

Del resto, le previsioni formulate grazie a quei modelli si sono rilevate finora sbagliate, e fin qui nulla di male. È piuttosto il fatto che si sbagli sempre nello stesso senso  a destare qualche comprensibile sospetto.

Appare giustificato ritenere che non abbiamo ancora capito come la CO2 interagisca con gli altri fattori ambientali nel determinare il riscaldamento del pianeta e nemmeno come i mutamenti ipotizzati possano tradursi in termini di costi e benefici concreti.

Non arrivo a dire che si tratta di “fiabe scritte col computer” ma che si tratti di stime necessariamente (molto) aleatorie, questo mi sembra ragionevole.

[… tanto per dirne una: in questi modelli di solito si pesa l’ ipotesi di “catastrofi” in senso negativo ma non si tiene in alcun conto della possibile “catastrofe” in senso positivo. Faccio un esempio? L’ avvento prossimo venturo dell’ Intelligenza Artificiale  potrebbe costituire una rivoluzione alla stregua di quella agricola o industriale. Mancarla o ritardarla per una lacuna nei modelli sarebbe estremamente costoso, oserei dire “catastrofico”…]

Purtroppo, fare queste considerazioni ci guadagna l’ etichetta di “negazionisti”.

Uno non nega che le temperature si stiano alzando.

Uno non nega che la CO2 riscaldi l’ atmosfera.

Uno non nega che anche la CO2 emessa dall’ uomo abbia un ruolo in questo fenomeno.

Uno, pur non negando le affermazioni fondamentali dell’ attivismo verde, si becca del “negazionista”.

Si tratta del solito artificio retorico del Castello e della Torre: il castellano vive e vuole vivere comodamente nel confortevole Castello ma nel momento in cui è attaccato si rifugia nella Torre, per poi tornare a fare i suoi comodi tra gli arazzi: il militante parte da affermazioni difficilmente contestabili (Torre) per poi farne alcune molto dubbie (Castello), quelle che in realtà gli interessano di più per la loro portata ideologica. Nel momento in cui è sfidato su queste ultime (Castello) si rintana sulle prime (Torre) per poter dire: il mio pensiero è fondato su verità incontestabili, chi lo sfida è uno stupido e un superficiale (ovverosia un “negazionista”).

Far rilevare che i modelli previsionali non sono e non possono essere molto accurati (Castello) per il militante significa negare le verità fondamentali del suo paradigma (Torre). Dopodiché, l’ etichetta di “negazionista” ti resta attaccata e incide nel dibattito pubblico.

Chiudo la digressione per enunciare il verdetto che esce dall’ analisi: Giovanni non ha alcuna responsabilità etica nel momento in cui emette i suoi gas serra.

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CONCLUSIONI GENERALI

Ho cercato di stabilire se esista una regola etica generale che condanni l’ emissione dei gas serra, sembrerebbe che applicando il buon senso a situazioni analoghe non sia possibile ricavarla, oltretutto non sembra nemmeno che il caso specifico possa elevarsi ad eccezione.

Tuttavia, in premessa, ho anche detto che la mia analisi avrebbe trascurato la dimensione “virtuosistica” dell’ etica umana.

Puo’ darsi infatti che il dovere di limitare l’ emissione di gas serra non costituisca il contenuto di alcuna “regola” deontologica ma emerga dall’ esercizio di una virtù.

I cattolici definiscono questi doveri come supererogatori: sono dei doveri che assumiamo per perfezionare la nostra persona. Nessuno è tenuto ad essere un Santo, non c’ è una regola che ce lo imponga, tuttavia dobbiamo tendere in quella direzione.

Ebbene, penso che i precetti ecologisti siano proprio di questo tipo: non si traducono in regole, non richiedono  un’ autorità specifica che li faccia rispettare, sono qualcosa che riguarda la nostra interiorità e il nostro perfezionamento spirituale.

In quest’ ottica ha senso praticare le “virtù verdi” nonché sensibilizzare in merito chi sta intorno a noi. Lo dico a denti stretti visto che d’ istinto le prediche ecologiste mi hanno sempre ammorbato.

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SUBOTTIMO

Il mondo in cui vivo non sembra giungere alle conclusioni di cui sopra, l’ autorità coercitiva per eccellenza – lo stato – sembra freneticamente all’ opera per “risolvere il problema”. Non prende minimamente in considerazione che la cosa possa essere estranea alle sue competenze universali.

Se le cose stanno in questi termini, inutile predicare nel deserto, meglio ripiegare e difendere una soluzione sub-ottima: per esempio una carbon tax da girare alle vittime. Meglio ancora se compensata con una diminuzione delle tasse su profitti e lavoro. Sebbene la misura non sia eticamente difendibile, per lo meno minimizza i danni poiché tratta correttamente il problema delle esternalità: è infatti cento volte più razionale imporre alla popolazione una carbon tax piuttosto che regole sul riciclaggio dei rifiuti o sull’ edificabilità degli edifici.

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INCORAGGIAMENTO AI PERPLESSI

La tesi esposta in questo post lascia freddi i più: sarà anche rigorosa ma ci abbandona in balia della sorte, come possiamo affidarci alle virtù personali senza ricorrere ad un intervento dall’alto? Ecco, nei quattro punti che seguono cercherò di confortare i perplessi.

1) Se davvero le catastrofi paventate incombessero in modo credibile, un’ etica del senso comune non potrebbe trascurarle, proprio perché flessibile e tollera le eccezioni. Ricordiamoci allora che  le previsioni più fosche sono fondate su una modellistica avventata.

2) L’ effetto delle “prediche verdi” non dovrebbe essere poi così inesistente. Perché tanto scetticismo? Quando ci fa comodo attribuiamo tutto ciò che succede alla cultura, quando poi dobbiamo puntare sulla cultura, ecco che ogni fiducia su questo fattore viene meno.

3) L’ utilizzo libero delle fonti energetiche favorisce la crescita economica, e noi sappiamo che la sensibilità ambientale cresce al crescere della ricchezza (effetto di Kuznet), in alcuni casi, nelle società ricche e secolarizzate, l’ ambiente diventa una vera e propria religione sostitutiva.

4) Ma c’ è dell’ altro. Concentratevi sul caso della FACCIATA, lì concludevo per la colpevolezza di Giovanni.  L’ inquinamento prodotto ai danni della casa e dei polmoni di Giuseppe lo costringe al risarcimento. Faccio solo notare che intervenire  nel senso indicato ha una conseguenza pratica evidente anche per il caso del riscaldamento globale: chi paga per risarcire Giuseppe inquinerà meno riducendo al contempo anche il suo contributo all’ effetto serra.

BIBLIOGRAFIA

Premessa: John Stuart Mill, Saggio sulla libertà.

Il ladro: Jerry Gaus, The order of public reason.

L’ oratore: David Friedman, L’ ordine del diritto cap. 15.

Monica: Steven Landsburg, Censorship and Steubenville.

Il miope: David Friedman, L’ ordine del diritto cap.14.

La facciata: Murray Rothbard, L’ etica della libertà.

I pronipoti: George Reisman, ambientalismo di mercato.

Il subottimo: Greg Mankiw, The Pigou club manifesto

ILLUSTRAZIONI

Zaria Forman: Exploring Climate Change through Art – Giant Pastel Oceanscapes and Icebergs

Isaac Cordal:  Politician debating climate change

AGGIUNTE POSTUME

ADD.1 Le motivazioni possono essere interiori o esteriori.

Se pago mia figlia per lavare le stoviglie potrei darmi la zappa sui piedi perché mi appello a motivazioni esteriori (guadagno) anziché a quelle interiori, che in questi casi, di solito, sono più accentuate.

Magari mia figlia ha voglia di sentirsi parte della famiglia e contribuendo volontariamente alle faccende di casa realizzerebbe un suo desiderio di compartecipazione, ecco allora che io ostacolo il suo progetto mettendo un prezzo alla sua opera.

La motivazione interiore ha a che fare con la formazione della personalità: chi sono io? Chi ho voglia di essere? Nella mia lotta per l’ identificazione costruisco le mie motivazioni interiori. Il contributo volontario alle faccende di casa diventa importante qualora intenda identificarmi con la mia famiglia, mentre invece dare un prezzo alla mia opera ostacola il mio desiderio profondo espellendomi di fatto dal nucleo familiare.

Le motivazioni interiori e quelle esteriori, quindi, sono spesso autoescludenti, come per esempio nel caso dei figli pagati per fare i lavori di casa.

Di questa legge va tenuto conto anche quando parliamo di coscienza ambientale: se riciclo i miei rifiuti edifico la mia coscienza ambientale ma nel momento in cui mi sanzionano qualora non lo facessi, ecco che tutto il mio lavoro per formare una coscienza verde viene vanificato.

Giornata internazionale contro la violenza sulle donne. Quel che resta.

Soprattutto uno scoppiettante botta e risposta.

Gramellini si pronuncia all’ alba: occorre subito una “scuola dei sentimenti” a partire dalle elementari.

Risposta delle femministe indignate/depresse (di default): caro Gramellini, sbagli. La via giusta è la “lotta agli stereotipi”.

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“Scuola dei sentimenti”, “lotta agli stereotipi”… devo ammettere il mio scetticismo di fronte a queste alate speculazioni sempre in fuga da una seria verifica.

IMHO: per l’ altruista razionale non sarebbe meglio trascurare completamente il fenomeno e dirigere altrove la sua attenzione?

Diciamo una preghiera per le vittime e lasciamo che il femminicidio si risolva da sé in qualche modo (che non riesco a prevedere), nel frattempo ci sono molte cause degne di nota, magari meno glamour, ma per lo meno con soluzioni efficienti garantite e a portata di mano.

Se rinuncio a cambiare il mio smartphone posso salvare decine di vite umane nel terzo mondo. E’ certo! Non sono speculazioni fondate su un esperimentino californiano messo su alla bell’ e meglio.

Se spingo per la posa di tutor e asfalto drenante in autostrada salvo la vita a diversi automobilisti. E’ certo! Non è una congettura filosofica importata da qualche pseudo-scienziato sociale dedito alla scannerizzazione compulsiva dei nostri cervelli.

Ho fatto solo due esempi a caso, ne potrei fare una sfilza.

Certo, magari per qualcuno la vita di un africano o di un automobilista vale meno di altre vite. Non penso però che la filosofia morale di questo “qualcuno” sia molto solida.

E se proprio vogliamo insegnare qualcosa alle elementari, caro Gramellini, insegniamo il giochetto delle priorità, ovvero che non si puo’ fare una cosa e l’ altra (sento già risuonare la vuota obiezione) visto che viviamo in un mondo di risorse limitate.

In caso contrario facciamo TUTTO (compreso il contrario di TUTTO) e non se ne parli più.

P.S. Naturalmente il mio suggerimento non è serio, visto che chi lotta contro il femminicidio – secondo me – conduce essenzialmente una “battaglia esistenziale”, una specie di crociata che ha come scopo primario quello di riempire la vita di chi la conduce. Lo psicologo parlerebbe di “impegno vitale”. Insomma, qualcosa lontano anni luce dall’ altruismo razionale.

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Una teoria dell’ aborto

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1. Introduzione

Non è facile parlare di aborto, oltre ad essere un argomento delicato in sè, la discussione è continuamente fuorviata da fedi, interessi e ideologie che interferiscono in modo improprio sul ragionamento.  Mi limito a tre esempi per chiarire cosa intendo.

In passato, c’è chi ha messo in luce un collegamento tra calo del crimine e introduzione delle pratiche abortive. Può darsi che le coppie più imprudenti dal punto di vista sessuale siano anche più a rischio per cio’ che riguarda i comportamenti criminali, oppure che un figlio non voluto sviluppi più facilmente certe inclinazioni malsane. Più probabilmente opera una combinazione di questi due fattori. Sebbene la notizia sia rilevante per l’ utilitarista che è in noi, non dovrebbe spostare di molto il giudizio etico che diamo dell’ aborto. Basterebbe riflettere sul fatto che, stilando opportuni protocolli genetici, esistono diversi modi per ottenere una società più linda e progredita, ciononostante seguire una simile via ripugnerebbe anche all’ osservatore più cinico. Evidentemente il tema etico e quello pragmatico sono staccati tra loro ed è opportuno che rimangano tali.

Altro esempio di interferenza: il tema femminile. Certe soluzioni al problema etico dell’ aborto potrebbero penalizzare le donne (sono loro a partorire) e questo fatto, sempre sullo sfondo della discussione, finirebbe per inquinare in molti modi la discussione, pensate solo a come verrebbe turbata la serenità di chi professa un’ ideologia femminista.

Altro esempio di interferenza: la Chiesa Cattolica è da sempre esposta su questo fronte e raggiungere certe conclusioni potrebbe suonare come un attacco al prezioso deposito della fede. Non è così poiché ragione e fede viaggiano pur sempre su binari separati e la pretesa che i due binari procedano appaiati, almeno fino ad un certo punto, va verificata in modo indipendente. Cio’ detto, resta ostico un sereno confronto che coinvolga i cattolici.

Ebbene, qui il mio obbiettivo è di depurare il dibattito da queste indebite interferenze al fine di isolare il mero problema etico. Mi rendo conto che chi non crede nella ragione, troverà a dir poco pretenzioso un simile obiettivo.

Per formulare una teoria completa dell’ aborto bisogna rispondere a due domande: 1) quando inizia la vita umana? e 2) esiste un diritto alla vita per il feto qualora sia riconosciuto come “vita umana”? Per ognuno dei cruciali quesiti si possono formulare diverse ipotesi che, combinate tra loro, danno origine ad una quarantina di teorie sull’ aborto. Probabilmente, il volenteroso che intende approfondire si forma un’ idea sulla faccenda a seconda di come la sua sensibilità viene investita dal cumulo delle ragioni messe in campo da una parte e dall’ altra: è il peso specifico della massa di argomenti a fare la differenza. Qui di seguito, invece, mi concentrerò su quella che ritengo la teoria più solida tra quelle messe a punto e a come riesce a far fronte alle obiezioni più ficcanti.

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2. Quando inizia la vita umana

Se Giovanni entra nel tele-trasportatore (cabina A) che distrugge il suo corpo ricostruendolo altrove (cabina B) identico, l’ identità di Giovanni si sposta dal vecchio corpo (disintegrato in A) al nuovo (copiato in B)

Quello appena descritto è un caso in cui non esiste continuità tra corpo e identità: l’ identità salta da un corpo all’ altro.

Un caso rarissimo e, al momento, fantascientifico. Oltretutto basterebbe variare di poco il caso prospettato affinché l’ effetto non si produca: se il tele-trasportatore non distruggesse il corpo di Giovanni, l’ identità di Giovanni proseguirebbe in abbinata al suo corpo originale, con un gemello perfetto che comincerebbe a vivere in cabina B.

Al momento non mi vengono in mente altre casi di “discontinuità” tra corpo e identità, diciamo pure che sono rarissimi anche ricorrendo all’ immaginazione e che il principio di “continuità” risulta molto solido. La cosa migliore consiste allora nell’ adottare di default la teoria continuista (TC) dell’ identità: la nostra identità inizia e prosegue in stretta relazione con il nostro corpo.

Chi considera che la vita umana cominci “dalla concezione” lo fa applicando a questi problemi bioetici il principio di continuità: la mia identità sorge quando “inizia” il mio corpo e si sviluppa in continuità con esso.

La TC adotta poi il principio di potenza: in presenza di continuità, cio’ che è in potenza mantiene l’ identità di cio’ che è in essere. Oggi sono esattamente la stessa persona che ero ieri, anche se ho cambiato pettinatura, questo perché la pettinatura di oggi esisteva in potenza anche ieri.

Il principio di potenza è vecchio quanto la filosofia, Aristotele lo adottò per neutralizzare i paradossi sul divenire di Parmenide. Il secondo riteneva che  due cose differenti non possono mai essere la stessa cosa e per risolvere i vari assurdi postulava che il cambiamento fosse una mera illusione. Aristotele, con più buon senso, preferì affermare che l’ identità viene conservata allorché, in un processo continuo, si passa dalla potenza all’ attualità.

L’ obiezione più solida al “continuismo” è la seguente: l’ uomo è essenzialmente un essere pensante che sviluppa i suoi desideri nell’ area corticale, finché quest’ area non emerge e non si organizza (25/33 esima settimana dal concepimento), non possiamo dire che l’ essere umano abbia iniziato il suo corso, e questo anche se quella “parte di corpo” emerge e si organizza successivamente in continuità con il corpo dell’ embrione alla data del concepimento.

In questo caso, si noti, sarebbe lecito produrre corpi acefali, magari attraverso clonazione, che forniscano pezzi di ricambio sempre pronti alla bisogna per il clonato. ma non voglio soffermarmi troppo su questo caso poiché molti “corticalisti” sono tranquillamente disposti ad accettare un’ opzione del genere.

Per valutare l’ obiezione, di solito, ci si concentra invece sul caso dell’ uomo in stato comatoso:

… Giovanni giace in coma in un letto di ospedale, le sue funzioni cerebrali sono al momento ko. Fortunatamente, noi sappiamo che si riprenderà, che tornerà a vivere normalmente tra nove mesi. Purtroppo non avrà alcun ricordo della sua vita passata, dovrà riformare da zero le sue esperienze ma potrà farlo con funzioni cerebrali pienamente ristabilite…

Nessuno di noi pensa che sia lecito uccidere Giovanni mentre è in coma, nemmeno il più radicale dei “corticalisti”.

Ma che differenza c’ è tra Giovanni e un feto? Entrambi sono destinati ad acquisire una rete corticale ben funzionante. Entrambi non hanno (o hanno perso per sempre) l’ esperienza di una vita passata.

A questo punto i difensori dell’ “opzione corticale” introducono il concetto filosofico di “desiderio disposizionale” (DD): ci sono desideri che esistono anche a prescindere dalla loro produzione meccanica. In questi casi il funzionamento del cervello è un requisito secondario.

Io voglio una “buona vita” anche se il mio cervello in questo momento non sta affatto lavorando per produrre esplicitamente un simile desiderio. Magari ne sta producendo un altro (desiderio attuale), che consiste nella necessità di consumare al più presto un cappuccino con brioche, ma il desiderio della “buona vita” esiste anche in assenza di attività cerebrale, lo possiamo dare per scontato, aleggia sopra il mio cervello. D’ altro canto è ben difficile immaginare un desiderio del genere in assenza totale di cervello visto che nessuno crede ai fantasmi. Ecco allora cosa differenzia Giovanni dal feto visto che il secondo fino alla 25esima settimana non ha un cervello e quindi nemmeno un DD.

A me la teoria del DD non convince, mi sembra tanto un concetto introdotto ad hoc per distinguere Giovanni dal feto. Al limite potrei accettare come ragionevole l’ inferenza che il cervello di Giovanni, una volta ripristinato, desideri la vita: avendo una vita pregressa fare inferenze statistiche è del tutto lecito. Ma questa inferenza, purtroppo per i “corticalisti”, non basta a differenziare in modo sostanziale Giovanni e il feto: 1) nell’ esempio abbiamo postulato che il nuovo cervello di Giovanni sarà diverso dal vecchio e 2) difficile pensare che anche il cervello futuro del feto sia tale da non desiderare di vivere: è vero, il cervello in questione non ha una vita pregressa ma possiamo pur sempre osservare una quantità praticamente infinita di cervelli simili a lui, l’ inferenza statistica sarebbe anche più attendibile che nel primo caso.

La teoria “dal concepimento“, legata com’ è al solido principio di continuità, mi sembra ancora il candidato più presentabile allo scrutinio della ragione.

A questo punto ci sarebbe da dire che esistono almeno 5/6 teorie etichettabili come “dal concepimento” ma per gli scopi limitati che mi propongo in questo spazio non vale la pena di introdurre ulteriori distinguo.

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3. Esiste un diritto alla vita?

Molti pensatori abortisti ammettono tranquillamente che il feto sia una vita umana completa dal concepimento ma negano che esista per lui un diritto alla vita.

Anche se un diritto del genere ci sembra fondamentale, non dobbiamo meravigliarci, esistono molti casi in cui noi siamo disposti a negare il diritto alla vita: nel caso della legittima difesa, nel caso della pena di morte, nel caso dello stato di necessità…

In fondo tutto puo’ essere ricondotto all’ annoso problema ben conosciuto dai moralisti di tutte le epoche: il fine giustifica i mezzi?

La Chiesa Cattolica di solito affronta queste questioni con la teoria del doppio effetto (TDE).

La TDE ci dice che in certi casi il male prodotto dalla nostra azione è accettabile, e in merito veniamo invitati  a distinguere tra meri “mezzi” ed “effetti collaterali prevedibili” (ECP).

Nella teoria della guerra giusta, per esempio, la Chiesa potrebbe autorizzare un bombardamento anche quando si sa con certezza che ci saranno vittime innocenti. La moralità del bombardamento deriva dal fatto che le vittime sono un ECP e non un mero mezzo per ottenere il nostro obiettivo.

[Inutile aggiungere che in casi del genere deve comunque essere rispettata una certa proporzionalità tra fine ultimo benefico e conseguenze malvagie]

Nel caso dell’ aborto esiste invece l’ intenzione diretta di uccidere il feto, per quanto in vista di un fine benefico (la felicità della donna o di altri). In un caso del genere l’ azione malvagia è un mero mezzo e non un ECP. L’ intenzione del male è “diretta” e non “obliqua”.

La TDE è una teoria rispettabile ma soffre di alcune lacune: non è sempre facile distinguere il “mezzo” dall’ ECP.

I detrattori della TDE illustrano in modo vivido le sue debolezze ricorrendo al caso del “famoso violinista”.

Un “famoso violinista” soffre di una grave malattia che lo condurrà presto alla morte se non verrà reperito un soggetto portatore di sangue e midollo compatibili. Costui dovrà poi prestarsi all’ oneroso sacrificio di giacere nel letto con il famoso violinista affinché i medici possano realizzare la difficile operazione di osmosi tra i due soggetti. Gli adepti della Società della Musica, disperati dall’ idea di perdere un genio unico, individuano in Giovanni il soggetto che puo’ salvare il loro beniamino, lo rapiscono nottetempo narcotizzandolo e lo introducono nell’ ospedale connettendolo con perizia al “famoso violinista” per poi darsi alla fuga. Il mattino dopo Giovanni si sveglia schiena a schiena con il “famoso violinista” e carico di flebo, davanti a lui un’ equipe di medici che gli rivolge questo inquietante discorsetto: “stanotte è successa una cosa incresciosa e siamo molto dispiaciuti per lei, la polizia è già al lavoro per rintracciare i responsabili, sta di fatto che non si puo’ tornare indietro e ora la sua condizione è irreversibile. La persona alle sue spalle è un “famoso violinista” che morirà senz’ altro qualora lei decida di alzarsi dal letto per tornarsene a casa. Per salvarlo da morte certa lei deve restare dove si trova ora per almeno nove mesi (o nove anni). Sta ora alla vostra coscienza decidere, se opta per salvare la vita al “violinista famoso”, tanto di cappello, se invece preferisce tornare dalla sua famiglia, noi, francamente, non riusciamo a biasimarla. Decida in piena libertà”. Non c’ è che dire, ora Giovanni ha davanti un bel problema etico.

Di solito la nostra posizione più naturale è vicina a quella dei medici: ammiriamo Giovanni qualora si presti a sacrificare nove mesi (o nove anni) della sua vita per salvare il “famoso violinista”. D’ altro canto, non riusciamo del tutto a condannarlo qualora stacchi i cavi per tornare alla sua vita e alla sua famiglia.

In assenza di condanna esplicita ammettiamo che non esista un dovere etico a restare in quel letto per nove mesi (o nove anni), eppure la TDE sembrerebbe postulare un simile dovere: staccare i cavi alzandosi dal letto è un omicidio diretto, un mezzo attraverso cui riprendo possesso della mia legittima libertà.

Perché la TDE sembra valere per il feto ma non per il “famoso violinista”?

Ciascuno vede che le disanalogie tra il caso del violinista e quelle del feto abbondano, il problema è se ne esistano di rilevanti.

Innanzitutto, i feti non piovono dal cielo come gli Amici della Musica che irrompono inattesi nella casa dell’ incolpevole Giovanni. Questa osservazione potrebbe essere rilevante circa le responsabilità contrattuali dei genitori.

Cio’ detto, si puo’ sempre rispondere che la coppia imprudente, per il solo fatto essere tale, non si fa carico di alcun impegno verso un soggetto che al momento della loro imprudenza nemmeno esiste. Come si fa ad impegnarsi verso chi non c’ è? Per quanto un contratto possa essere implicito, devono per lo meno esistere le parti. Di sicuro i genitori non sono “innocenti” come lo è Giovanni, ma nemmeno esiste un loro impegno pregresso a prendersi cura del bambino. Non devono nulla al bambino, anche se sarebbe bello che se ne prendessero cura. Insomma, la loro situazione su questo punto non è poi così diversa da quella di Giovanni. Inoltre resterebbe comunque escluso l’ aborto in seguito a violenza.

Altri ritengono invece che esista comunque una responsabilità genitoriale (non contrattuale) ben definita. Mi sembra francamente che si voglia risolvere il caso introducendo un dovere ad hoc. Anche questa disanalogia mi sembra poco pertinente.

Forse dobbiamo vedere più nel dettaglio la condizione di Giovanni: ammettiamo ora che per riguadagnare la sua vecchia vita Giovanni debba, prima di alzarsi dal letto, accoltellare ripetutamente il “famoso violinista”. In un caso del genere saremmo senz’ altro meno propensi a concludere che dopotutto il povero Giovanni ha il pieno diritto di agire in questi termini.

Quanto più l’ azione malvagia richiede un coinvolgimento diretto, tanto meno ci sembra lecita.

Chi è rapito con la forza ha il diritto alla fuga ma ha il diritto a sacrificare un ostaggio innocente rapito con lui?

Forse dipende cosa intendiamo per “sacrificare“: se Giovanni e Giuseppe vengono rapiti in coppia e a Giovanni viene promessa la liberazione qualora uccida a coltellate Giuseppe, probabilmente non esiste un diritto che consenta a Giovanni di procedere in questi termini mantenendosi nel giusto. Ma se ai due ostaggi viene detto che la loro fuga innescherà delle ritorsioni, questo non annulla del tutto il loro diritto morale a scappare qualora si presenti un’ occasione favorevole.

Torniamo al nostro caso. Per abortire bisogna uccidere il feto con un’ operazione complessa chiaramente mirata ad ottenere quell’ obbiettivo, anche se, ovviamente, si tratta di un obbiettivo intermedio meramente strumentale ad altri fini.

Giovanni, invece, provoca la morte del violinista semplicemente alzandosi dal letto e proseguendo la sua vita normale. E’ vero, deve staccare i cavi, ma la cosa viene descritta come un’ operazione talmente semplice da assomigliare più ad un’ omissione che ad un’ azione vera e propria. Tanto è vero che se nell’ esempio noi sostituiamo il semplice distacco dei cavi con le coltellate ripetute, il giudizio morale cambia anche se la sostanza degli eventi non cambia affatto.

La disanalogia fondamentale tra il caso del feto e quello del violinista consiste allora nel fatto che il primo viene ucciso, il secondo viene fatto morire.

Sembra cruciale la distinzione tra “uccidere” e “lasciar morire”, tra fare ed omettere. Un conto è quando noi facciamo il male, un conto è quando lasciamo che il male si compia.

Purtroppo una simile distinzione non è ben vista dalla Chiesa Cattolica che, per ragioni che qui tralascio, non fa una grande differenza tra peccati di omissione e peccati di azione. Per un libertario, invece, introdurre la distinzione fare/omettere (F/O) è invece la cosa più facile del mondo.

Se solo la Chiesa integrasse la TDE con la distinzione F/O rinforzerebbe la sua difesa razionale dei deboli. Purtroppo una simile distinzione introduce elementi di libertarismo che cozzano con la posizione presa in altri campi, per esempio quello attiguo dell’ eutanasia.

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4. Conclusioni

Una teoria razionale dell’ aborto deve rispondere a due domande: 1) quando inizia la vita del feto? 2) esiste per il feto un diritto alla vita?

Sul primo tema, la TC sembrerebbe prevalere sulla TDD, il che mi fa ritenere che la vita umana cominci dal concepimento.

Sul secondo tema, la TDE, opportunamente integrata dalla distinzione F/O, sembra superare l’ obiezione del “violinista” attribuendo al feto un pieno diritto alla vita.

In conclusione vorrei solo dire che le regole etiche di cui ho discusso qui hanno natura deontologica, in quanto tali non penso abbiano valore assoluto. Detto in modo più esplicito, la spinosa questione della proporzionalità resta sempre rilevante: che diremmo di Giovanni se nell’ esempio del violinista avessimo postulato una “connessione” necessaria di 9 anni anziché di 9 mesi? E se postulassimo una connessione per tutta la vita? A quel punto molte conclusioni potrebbero mutare e forse anche l’ opzione delle “coltellate liberanti” diverrebbe plausibile.

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5. Bibliografia

I quattro testi che propongo sono tutti in inglese, purtroppo riscontro solo in quella tradizione di pensiero la volontà di affrontare direttamente i problemi filosofici senza dover necessariamente affiancarli al tipico contorno storico, sociologico e antropologico che appesantisce i testi disponibili in italiano, i quali a volte sembra abbiano l’ obbiettivo di allentare la concentrazione affinchè la sostanza evapori via non vista. Ebbene, quando l’ erudizione è compensata a dovere dalla chiarezza, il gioco vale la candela.

Phillipa Foot:  The Problem of Abortion and the Doctrine of the Double Effect

Francis Beckwith: Defending Life: A Moral and Legal Case Against Abortion Choice

David Boonin: A defence of abortion

Jeff McMahan: The Ethics of Killing: Problems at the Margins of Life

6. Illustrazioni

Nel 2008 l’ artista francese Alexandre Nicolas crea una serie di sculture, si tratta di feti molto particolari che per fortuna hanno visto la luce, almeno nel mondo fantastico dei comics. Titolo della collezione: predestinée. In ordine: l’ Uomo Ragno, Wonder Woman, l’ Incredibile Hulk, Superman e Catwoman.

L’ arte come riciclo

Una teoria in otto punti.

  1. Il linguaggio artistico ricicla uno scarto dell’ evoluzione linguistica.
  2. Da 1 deriva lo specifico del linguaggio artistico: la vaghezza.
  3. La vaghezza linguistica conserva nei linguaggi sofisticati una funzione di ricerca.
  4. La vaghezza linguistica conserva nei linguaggi sofisticati una funzione di legame sociale.
  5. Da 3 e 4 ricavo il fine dell’ arte: verità (ricerca) e comunione (legame).
  6. Una ricerca infinita (pura) è possibile solo se l’ oggetto  è infinito (spirituale).
  7. Una comunione è possibile solo tra coscienze.
  8. Da 6 e 7 deduco che il bello è un’ esperienza cosciente (non una proprietà dell’ opera) e l’ opera un fenomeno che ci sta di fronte (non un oggetto che esiste in sé).

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1. 

Si tratta di un’ ipotesi dibattuta ma che trova il sostegno di molti studiosi. Prendiamo la musica vista dall’ evoluzionista:

“… la musica per l’ uomo non ha nessuna utilità vitale… non mostra segni di avere alcuna attinenza con lo scopo di una lunga vita… non aiuta ad incrementare la prole o a sopravvivere rendendoci più predittivi circa la realtà… Rispetto al linguaggio naturale, al coordinamento motorio, alla razionalità sociale e alle proprietà visive, la musica potrebbe scomparire domani senza conseguenze per la specie umana, il nostro stile di vita non cambierebbe… La musica non ha alcun ruolo nella sopravvivenza della specie… Dal punto di vista evoluzionistico la musica è come un parassita…”

2. 

Data l’ origine spuria, è logico attendersi che l’ arte adempia in modo imperfetto la sua funzione linguistica. Ancora sulla musica:

“… La musica ha le spalle larghe! Con essa tutto quanto appare è plausibile: le ideologie più fantastiche, le ermeneutiche più insondabili… Chi mai ci smentirà?… La musica è ineffabile e vaga nello stabilire un senso…”

art2

3. 

Ma la vaghezza non è solo lacuna, conserva una sua funzione anche nei linguaggi più sofisticati.

Un primo esempio:

“… Immagina di chiedere a qualcuno di prenderti il “libro blu” nell’ altra stanza e immagina che tra voi esista un leggero sfasamento percettivo sul colore blu. Se alla parola “blu” corrispondesse una descrizione precisa, allora il tuo aiutante cercherebbe il libro secondo i suoi parametri percettivi e non trovandolo dovrebbe a quel punto procedere a caso con scarse possibilità di successo… Se invece “blu” è definito in modo vago, il tuo aiutante, pur non trovando il libro cercato, potrebbe comunque restringere la sua ricerca ulteriore aumentando l possibilità di successo rispetto al caso precedente…”

Morale: un linguaggio vago puo’ facilitare la ricerca in condizioni d’ incertezza.

4. 

Altra funzione, altro esempio.

“Pensiamo ad un caso di questo genere. Se la situazione finanziaria peggiora (per esempio se viene approvata una manovra pessima), a tutti conviene mettere in atto comportamenti (per esempio, la svendita di BOT e BTP) che provocano la catastrofe economica planetaria, o perlomeno europea, o italiana. Insomma, qualcosa di brutto e indesiderabile. Non si può farne una colpa, nessuno di noi è un cattivo speculatore con cappello a bombetta: stiamo cercando di salvare i nostri risparmi. È un problema di coordinamento: quando la manovra fa schifo, se tutti svendono, conviene svendere anche a me, ma se nessuno svende, meglio tenersi i BOT. Se la manovra fosse buona, allora non converrebbe mai svendere.

Tutti sanno che la manovra fa schifo, ma non sanno che gli altri lo sanno. Se gli altri non lo sanno, non svendono i BOT. Dunque neanche a me conviene svendere. Io non so che gli altri lo sanno, né loro sanno che io lo so, quindi anche loro si comporteranno allo stesso modo. Ma se Draghi – un’ autorità AFFIDABILE deputata anche a salvaguardare il BENE COMUNE –  annuncia “la manovra fa schifo”, cambia tutto. Ora so che gli altri lo sanno, e loro sanno che io lo so, e so che sanno che io lo so… e così via all’infinito. Si crea quello che in gergo definiamo “common knowledge”. La conseguenza è che tutti svendiamo e il mondo crolla.

Al contrario, quando Draghi dice che la manovra è un “importante passo avanti” [ESPRESSIONE VAGA PROVENIENTE DA PERSONA  AUTOREVOLE], questo non ha alcuna conseguenza indesiderata anche se sappiamo che Draghi è un bravo economista e sta mascherando la verità. Nemmeno se lo sanno tutti, che Draghi è reticente. Perché non so che gli altri sanno che sta mentendo. Questa asimmetria deriva dall’asimmetria iniziale sulle conoscenze: tutti sanno che la manovra fa schifo. Una frase di Draghi che va nello stesso senso crea common knowledge. Una frase in senso contrario, invece, aumenta l’incertezza e consolida la decisione iniziale di attendere avvenimenti chiarificatori.

Come avrete capito, l’argomentazione tiene senza assumere che esistano delle incertezze sulla bontà della manovra. In pratica, le affermazioni da parte delle AUTORITA’ servono anche a spostare le credenze degli incerti, riducendo la probabilità che avvenga il patatrac. È un gioco delicato fra la convenienza, nel breve periodo, a calmare i mercati, e quella, nel lungo, a mantenere una reputazione di competenza e veridicità che deve essere usata nei momenti critici….”

La vaghezza è quindi funzionale a cogliere un duplice obbiettivo: 1) dire una bugia a fin di bene e 2) non mentire spudoratamente giocandosi quell’ autorevolezza tanto preziosa per il bene comune.

art3

5. 

Se il fine della ricerca è la scoperta di una verità e il legame più profondo implica una comunione, allora il linguaggio vago diventa sofisticato quando mira ad “unire nella verità”.

art4

6. 

Una ricerca pura è infinita ma una ricerca del genere necessita di avere un oggetto infinito, purtroppo la realtà materiale è finita.  Non restano che le realtà spirituali.

Ancora un esempio sulla musica.

“… sono persuaso che i suoni non siano proprietà ma eventi… che il suono sia un’ esperienza da vivere e non un’ oggetto da descrivere… che le persone sorde, per quanto intelligenti, non potranno mai sapere cosa sono i suoni… che abbiano poco a che vedere con la loro origine… che il loro scopo non sia quello di informarci della vibrazioni (o delle note) che stanno all’ origine della loro presenza… che possono essere ascoltati separatamente da cio’ che li ha prodotti… che sono “oggetti secondari”… che sono meglio spiegati da una psicologia gestalt… che un computer del futuro potrà anche comporre musica sofisticata ma non potrà mai ascoltarla perché produrre e capire i suoni sono cose distinte… che comprendere la musica significa associare e fondere un’ esperienza di ascolto con un’ esperienza di vita… facendole incontrare in una dimensione interiore che possiamo ben definire  “spirituale”…”

art5

7. 

Classico esempio di solipsismo:

“… potremmo degli stessi oggetti non avere le stesse sensazioni, per esempio vederli con lo stesso colore, ma nonostante questo potremmo comunque concordare, cioè trovare coerenti, lo stesso le diverse sensazioni credendo che siano identiche. Se guardo il sole e affermo che “Il sole è giallo”, e lo indico, non posso sincerarmi che il mio interlocutore lo veda giallo come me, magari lo vede di un colore che io chiamerei blu, ma concorda lo stesso nel chiamarlo giallo, perché per egli quello è il nome del colore che al sole ha dato…”

Ebbene, la comunione è un atto che sconfigge la barriera solipsistica e ci fa dire (per esempio): capisco il tuo dolore.

Per avere comunione tra individui, occorrono innanzitutto degli individui. L’ artista realizza la sua identità tramite lo stile.

art6

8. 

Se l’ uomo non esistesse la bellezza cesserebbe di esistere, anche se continuerebbero ad esistere le cose che chiamiamo belle.

CITAZIONI

PUNTO 1: potpourri di Steven Pinker, Daniel Sperber e John Barrow.

PUNTO 2: Vladimir Jachelevitch.

PUNTO 3: Bart Lippman.

PUNTO 4: Andrea Moro

PUNTO 6: Roger Scruton

PUNTO 7: Moritz Schlick

ILLUSTRAZIONE

Federico Uribe: tappeti assemblati con componenti di pc.

NOTA

 Qui per altri corollari e aggiunte postume.

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