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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La dottrina ballerina

La Chiesa Cattolica è relativista?
 
Sulla pena di morte ha cambiato idea.
 
Sulla schiavitù ha cambiato idea.
 
Sull’usura ha cambiato idea.
 
Sulla libertà religiosa ha cambiato idea.
 
Su Galileo ha cambiato idea.
 
Sulla sottomissione della donna all’uomo ha cambiato idea.
 
Sulla guerra ha cambiato idea.
 
Sull’ “extra ecclesiam…” ha cambiato idea.
 
Ha cambiato idea quasi su tutto. Poi ha ricambiato idea.
 
Ma come può un soggetto infallibile essere relativista?
 
Bè, anche sull’infallibilità ha cambiato idea:-)
 
Una dottrina piuttosto ballerina.
 
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Ma attenzione, non si può dire che c’è “cambiamento“, bisogna dire che c’è “progresso“.
 
Se ci fosse davvero “cambiamento”  una (consistente) scissione conservatrice erediterebbe il titolo di legittima “Chiesa di Cristo”: la continuità si sposa meglio con la conservazione che con il cambiamento.
 
Lo stesso concetto di infallibilità rafforza il rompicapo: condizione necessaria affinchè il Papa possa dirsi infallibile è che non “cambi” l’insegnamento passato. Può aggiornarlo, reinterpretarlo, contestualizzarlo, evolverlo, ampliarlo, incasinarlo, chiosarlo, orientarlo… ma non può “cambiarlo”.
 
Giochi di parole? Viene il dubbio di fronte a rivolgimenti oggettivi.
 
Devo ammettere che la filosofia relativista è più schietta: poiché tutto è interpretazione, cambiare idea equivale a cambiare interpretazione. Se la Chiesa fosse davvero relativista sarebbe in una botte di ferro.
 
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Ma le affinità tra relativisti e cattolici vanno oltre.
 
Il relativista adora il “contesto“. Tuttavia, anche il Cattolico lo tira sempre in ballo: nelle parole di un Papa (non ricordo chi) “… la dottrina va rinnovata nelle sue espressioni… alla luce del contesto pastorale in cui verrà applicata…”.
 
Il relativista va matto per concetti come quello di “esistenza“,  tant’è che a lungo lo abbiamo chiamato “esistenzialista”.
 
Ma il cattolico non è da meno. Papa Francesco: “… la dottrina della Chiesa non va ridotta a qualcosa di meramente regolativo e informativo, espungendone il carattere vissuto e trasformativo…”.
 
Il relativista non crede alla verità, per cui, a suo parere, il linguaggio ha una funzione meramente performativa: un’affermazione è “giusta” sulla base delle conseguenze che produce.
 
L’ “opzione pastorale” del cattolico assomiglia molto al “linguaggio performativo”: quel che dici è giudicato dal bene che sviluppa presso il tuo prossimo.
 
Non lasciatevi ingannare: anche chi proclama di avere dei dogmi immutabili può essere un relativista di fatto, basta non dare loro alcun contenuto concreto.
Se affermo che mi preme “la dignità umana” e poi decido di volta in volta cosa intendo con con quella espressione sono di fatto un relativista.
 
Poi ci sono i dogmi “irrilevanti”: se un relativista nei fatti mi dice poi di credere fermamente nella “triangolarità dei quadrati” devo forse cessare di crederlo un relativista?
 
Ma come si può essere relativisti e allo stesso tempo infallibili?
 
In teoria si puo’: chi è infallibile non è onnisciente, può sempre dire di aver cambiato idea a causa di nuovi saperi venuti alla luce, oppure grazie ad un approfondimento che prima aveva trascurato. Senza contare che ogni  ripensamento può essere contrabbandato come “evoluzione interpretativa”.
 
Oltretutto, il cattolicesimo si ritiene la religione dell’Uomo non della Regola, in questo senso puo’ permettersi di essere “relativista” sulle regole.
Eppure, il cattolico ostenta valori forti, addirittura “non negoziabili”.
 
Bè, secondo me il relativista non gli ostenta quanto il cattolico ma, parlando francamente, se proprio dovessi “negoziare” preferirei farlo con quest’ultimo. Il “relativista” (… animalista, liberista, ambientalista, comunista, decostruttivista…) spesso mi si presenta nelle vesti dell’ invasato incazzoso, sembra decisamente risoluto nelle posizioni che prende.
 
Eppure il cattolico crede ad un Dio con tanto di maiuscola!
 
Mi chiedo cosa impedirebbe al relativista di fare altrettanto. Nietzsche, il padre di tutti i relativisti, per esempio, credeva al superomismo, qualcosa di molto vicino alla divinità. Dio e Io, sotto certe condizioni, sono parenti stretti. Provate a chiedere a Scalfari che ci ha scritto un librone!
 
Ma, al di là della retorica, allora, cosa differenzia  il cattolico dal relativista?
I tradizionalisti dicono appunto la tradizione: l’ onere della prova spetta a chi vuole cambiare, nulla del genere presso i relativisti.
 
Vero ma… alt, calma… “onere della prova“?! Ma allora l’ultimo tribunale è la ragione!
 
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Ecco allora cosa differenzia il cattolico dal relativista: la fede nella ragione.
 
Non c’è solo la militanza, c’è anche e soprattutto la riflessione imparziale. Inoltre: la militanza è innanzitutto discussione e riflessione in compagnia di chi la pensa diversamente.
 
I cambiamenti di cui sopra sono legittimi purché frutto di una riflessione razionale che l’uomo aggiorna in base a cio’ che vede, ed ogni giorno vede cose nuove.
 
Discutere sulla verità con pretese oggettive è sempre sensato. Piano allora a condannare le astrazioni perché ragione e astrazione si implicano necessariamente.
 
Ricordiamocelo allora, detronizzata la ragione ci resta in mano solo un relativismo mascherato sotto formule di circostanza.

Contro il Patriarcato 2.0

Perchè se ripulisco il torrente di fronte a casa mia sono elogiato mentre se ammazzo il ladro che è entrato minaccioso nella mia proprietà sono visto male?

In fondo in entrambi i casi “mi faccio giustizia da solo”!

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La differenza è sfuggente ma penso rimonti ad un bias legato alla virilità.

Un “vero uomo” si offende se qualcuno adombra un’accusa di scarsa virilità.

Questo è vero nei rapporti di coppia: il “vero uomo” mollato dalla compagna puo’ perdere la testa: così facendo è come se dicesse al mondo che lui non è abbastanza virile da soddisfarla.

Ma è vero anche negli affari: molte compagnie si ingrandiscono in modo scellerato solo perché il manager possa avere più dipendenti da supervisionare.

E è vero anche in  politica: molti imperi inefficienti si costituiscono e perdurano solo per manie di grandezza a cui non si vuole rinunciare.

Ma veniamo al nostro problema, ora possiamo ipotizzare una risposta: lo Stato – e il Cittadino Integerrimo suo scudiero fedele – non si offende se lo sostituiamo in compiti effeminati come il “far pulizia” ma diventa una bestia quando revochiamo in dubbio la sua virilità sfidandolo in un compito “da veri uomini” come l’autodifesa.

Si possono fare altri casi, me ne viene in mente uno: se scegli una scuola privata sei trattato alla stregua di un traditore della Patria. Ora sappiamo perché: è grave l’offesa che produce chi si sottrae alla supervisione del “macho” di turno.

Guerre culturali: Garantisti contro Giustizialisti

La Giustizia raccontata dal Garantista

Giustizialismo = Forca

Garantismo = Civiltà

La Giustizia raccontata dal Giustizialista

Garantismo = Lassismo

Giustizialismo = Onestà.

Conclusioni

Entrambi i racconti si riducono ad uno scontro buoni/cattivi che abbassa l’IQ di chi discute, una botta da cui non ci si riprende.

Non c’è qualcosa di meglio? Un Great Divide più interessante, che ti instilli qualche dubbio?

Proposta

La mia proposta: garantista è chi preferisce condanne più certe da abbinare a pene più dure. Il giustizialista tollera invece condanne più frequenti a fronte di pene più  miti.

Voi con chi state?

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La mia posizione

Personalmente, da libertario e da genitore, simpatizzo per il giustizialista.

Nel suo mondo le punizioni possono essere più “rapide e coerenti”. Rapide perché non sono necessari processi molto articolati, coerenti perché facilmente collegabili col  misfatto. Da genitore so che questo è il modo migliore di punire.

L’aumento delle condanne si puo’ ottenere indebolendo le prove necessarie ma anche aumentando i controlli preventivi. Il miglior modo per aumentare i controlli a parità del resto è diminuire i reati depenalizzando certi comportamenti: i poliziotti impegnati a reprimere le bische clandestine o lo spaccio di marjuana, per esempio, potranno concentrarsi sugli scippi. Da libertario vedo la cosa con favore.

Pochi reati significa anche meno leggi e più chiarezza. E allora i conti tornano poiché la pena diventa: “rapida, coerente e anche chiara”. Un genitore sa che questo è il massimo.

La posizione giustizialista forse agevola anche il reinserimento del delinquente: più numerose sono le condanne, meno accentuato è lo stigma sociale.

La posizione giustizialista, forse, è anche più efficiente in senso assoluto: finora ho ipotizzato individui neutrali al rischio ma probabilmente i delinquenti sono propensi al rischio, altrimenti si auto-infliggerebbero delle mini-punizioni preventive come facciamo tutti noi onesti lavoratori. E’ normale che individui propensi al rischio temano di più la soluzione giustizialista rispetto a quella garantista.

 

La paga del manager come scommessa di Pascal

Perché i manager hanno stipendi stratosferici?

Perché probabilmente non contribuiscono in nulla alla creazione di ricchezza.

Chi trova strana l’affermazione  provi a pensare invece a coloro di cui conosciamo esattamente quanta ricchezza producono: i lavoratori a cottimo. Riscontra forse tra costoro miliardari degni di nota?

Ma un’analogia più calzante è quella con lo Stregone della tribù.

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Parliamo del personaggio più prestigioso e ricco della comunità, a costui sono dovuti tributi in quantità, nonché deferente rispetto.

Perché? Perché lo stregone fa piovere. Forse.

In realtà non si sapeva se sapesse davvero far piovere, molto probabilmente questo potere non gli apparteneva affatto. Diciamo che una stima ottimistica si attestava tra i membri della tribù intorno al 50/51. Lui stesso, nei momenti di lucidità, non andava oltre nel valutare i suoi reali poteri.

Ma questo punto entrano in ballo due fatti cruciali:

1) l’importanza della pioggia: senza pioggia, carestia; con la pioggia, cornucopia. La differenza è enorme, ti cambia la vita.

2) la pigrizia naturale dello stregone: quando l’esito dipende tanto poco da te la strategia migliore è prendersela comoda. Danzare con foga per ore è molto stressante, meglio rivelare al popolo che i rituali ortodossi prevedono una pennica prolungata e regolare.

Il primo fatto rende rilevante per la tribù quella minuscola differenza dell’1%, per cui è razionale che la comunità punti tutto sullo Stregone.

Il secondo fatto autorizza compensi lauti per lo Stregone: solo in questo modo non barerà, anche per lui, infatti, diventa rilevante la piccola differenza dell’1%: il rischio di perdere tanta grazia fa svoltare la sua strategia razionale che passa dal fancazzismo all’impegno duro.

Anche il Papa, per dire, è ricchissimo, il Vaticano contiene mille tesori, e la sua persona rispettata ovunque. Perché? Perché forse Lassù non c’è nessuno, ma se c’è qualcuno è meglio per tutti – anche per il Papa – che faccia al meglio il suo stressante mestiere.

Ebbene, ai grandi manager si applica la stessa logica. Molto probabilmente una scimmia che lancia i dadi saprebbe fare altrettanto bene, ma non è detto, si accettano scommesse. Se la quota dello Stregone con la Scimmia è ormai scesa a 50/50 per i manager – la cui missione è di gran lunga meno trasparente rispetto a quella dello Stregone, e forse anche rispetto a quella del Papa – siamo ancora al 50/51. C’è un 1% che fa la differenza.

Ma perché fino a ieri stipendi e buone uscite non erano così da capogiro? Perché con la globalizzazione i grandi manager spostano una massa di ricchezza fino a ieri impensabile. Inoltre il business contemporaneo riguarda spesso le reti, un posto dove la competizione è di tipo “win take all” e una singola decisione puo’ estinguerti o fare la tua fortuna. Insomma, ti cambia la vita, come la pioggia per la tribù.

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C’è poi un altro motivo: la paga motiva chi la prende ma quella del grande manager anche chi non la prende. Motiva innanzitutto i suoi sottoposto.

Più la paga è alta e il boss cazzeggia, più la schiera dei vice (quelli realmente operativi) è motivata a far bene per prendere il suo posto. Insomma, con una paga se ne elargiscono 20.

In politica conosciamo bene i ruoli di rappresentanza. Perchè il Presidente della Repubblica vive nel lusso e tra gli onori quando non fa niente dalla mattina alla sera eccezion fatta per qualche discorsetto bolso e inascoltato qua e là? Ma per motivare al meglio il lavoro condotto in un cono d’ombra sospetto dai molti politici che ambiscono a quella carica tanto privilegiata.

Lettura consigliata per approfondire: Tim Harford, La logica nascosta della vita.

L’ultimo argomento contro l’immigrazione.

Una delle poche politiche che raccolgono il consenso quasi unanime degli studiosi è quella relativa alla libera immigrazione: i benefici per l’immigrato sono enormi, parliamo del programma anti-povertà di gran lunga più efficiente mai escogitato; i vantaggi per la popolazione locale sono apprezzabili: manodopera a basso costo e prezzi più accessibili; i danni, quando esistono, sono invece minimi e riguardano una fetta marginale della popolazione nativa.

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Tuttavia resta in piedi un solido argomento contro l’immigrazione che guarda al lungo periodo.

1) La correlazione tra IQ medio e prosperità nazionale è forte.

2) Gli immigrati abbassano l’IQ medio della nazione dove arrivano.

3) Sul lungo periodo il paese che accoglie molta immigrazione si impoverisce.

Commento a 1. Mentre esistono molti “cretini di successo”, lo stesso non vale per i paesi: se l’intelligenza media del paese è elevata, la prosperità è nei fatti assicurata.

Commento a 2. Gli immigrati vengono da paesi poveri, quasi sempre con abitanti dall’IQ medio inferiore a quello dei paesi di destinazione.

Commento a 3. Ci sono molti modi attraverso i quali un IQ basso rovina la qualità dell’ambiente in cui agisce: per esempio votando male. Tanto per dirne una, il soggetto dall’ IQ basso di solito avversa le politiche pro-market e di libera immigrazione, due tra i principali motori della ricchezza.

Lettura consigliata per approfondire: Hive Mind: How Your Nation’s IQ Matters So Much More Than Your Own – di Garett Jones

 

 

 

 

A che serve la privacy?

Nella discussione pubblica c’è una presunzione a favore della privacy ma nessun argomento a sostegno di questo diritto.

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Qualcuno ha provato a metter su una difesa facendo notare che la privacy evita conflitti inutili: se io sapessi tutto di te probabilmente non vorrei discutere con te; se tu sapessi tutto di me probabilmente non vorresti discutere con me. Tuttavia, poiché questo sapere è filtrato dalla privacy, noi di fatto discutiamo in modo fruttuoso per entrambi. Il diritto alla riservatezza minimizzerebbe i danni prodotti dagli “scheletri nell’armadio”.

Ma l’argomento non gira: cosa mi ripugna della tua condizione? Cosa ti ripugna della mia? Probabilmente il fatto che hai/ho violato delle norme sociali. Se il problema fosse davvero quello sarebbe semplice da risolvere: evitiamo di indignarci per simili violazioni.

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La teoria più convincente è un’altra: la privacy è utile poiché consente la violazione della legge senza dare pubblicità alla cosa.

In molti casi la violazione di una norma sociale migliora la condizione di tutti:

“… nel corso di un incendio il panico potrebbe fare 100 vittime tra il pubblico, solo i primi a correre guadagnerebbero l’uscita in tempo per mettersi in salvo. Un deflusso ordinato, per contro, limiterebbe le vittime a 10. Purtroppo, se questa realtà dei fatti fosse nota a tutti l’esito inevitabile sarebbe il panico e quindi la strage (tutti comincerebbero a correre). Qualora invece una figura autorevole dicesse: “piano, piano, non c’è pericolo…”, il bilancio delle vittime sarebbe minimizzato. Insomma, bisogna dire una bugia per il bene di tutti. Ma attenzione: bisogna dirla senza apparire bugiardi, altrimenti la necessaria autorevolezza per far fronte all’emergenza – se non a questa a quella successiva – si sgretolerebbe… la cosa migliore sarebbe quella di dire una bugia santificando la virtù della sincerità come norma sociale fondamentale…”

Gli antropologi ci spiegano come si costruisce una società degna di questo nome?: si stabiliscono dapprima delle regole di valore assoluto. Poi, si escogitano dei modi per consentire di aggirarle in modo occulto: le “regole assolute” non esistono, anche se non solo non bisogna dirlo ma occorre proclamare a gran voce il contrario. La regola deve essere elusa mentre se ne santifica l’assolutezza. Privi della giusta ipocrisia non potremmo edificare società complesse e saremmo ancora una banda di cacciatori/raccoglitori.

L’uomo è un animale ipocrita, grazie a questo vizio/virtù ha costruito comunità estremamente sofisticate. Il nostro cervello è tanto grande perché dobbiamo esercitare l’ipocrisia, un’ arte niente affatto semplice, che implica diversi piani  di comunicazione e la capacità di auto-ingannarsi: per essere sinceri basterebbe il cervello di un animale qualsiasi.

Torniamo alla privacy: la privacy non è altro che un’ istituzione sociale che rende possibile questa “santa ipocrisia”, uno dei pilastri della nostra convivenza. La privacy consente un coordinamento dietro le quinte affinché si violi la legge in favore di tutti. La privacy ha dunque una sua utilità, un’utilità che tende a crescere quanto più cresce il rapporto leggi sbagliate/leggi giuste. Certo, possiamo anche immaginarci società dove il rapporto citato è talmente basso che il diritto alla privacy diventa dannoso, ma si tratta solo di un’ipotesi teorica, la realtà, specie quella delle nostre società, è ben diversa.

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Chiudo con un esempio. Conoscete il secondo emendamento della Costituzione americana? Quello che sancisce il diritto a portare le armi? Dietro c’è una ratio: poiché gli USA avevano un esercito professionale, con questo emendamento si è ritenuto di facilitare la formazione di milizie private: in caso di attacco dall’esterno avrebbero potuto affiancare l’esercito, in caso di golpe avrebbero potuto combatterlo. Geniale. Ma oggi la disparità di armamenti tra esercito professionale e le milizie private è tale da vanificare questa soluzione. Ecco, il diritto alla privacy si candida a prendere il posto del diritto ad armarsi: in caso di golpe le forze resistenti potrebbero organizzarsi in modo adeguato solo grazie ad un sistema di privacy ben operante e difficile da smantellare. Di fatto la ratio del secondo emendamento è ancora operativa ma riguarda la privacy prima ancora che le armi.

Letture consigliate: Robin Hanson: “What is private virtue” e David Friedman: “Future Imperfect: Technology and Freedom in an Uncertain World”, ch. 3 “A World of Strong Privacy”.

 

Ahi! Ovvero il dio dei nichilisti

Si fa presto a dire “… nichilismo… nichilismo…”, l’uomo contemporaneo un suo dio ce l’ha. Non lo vedi perché non si fa “fotografare”, ma il demonio (che è il negativo di quella foto), lui lo vedi eccome. No, non parlo del denaro, parlo del “dolore fisico”.

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Il dolore fisico ci ossessiona. Viviamo nel mondo più sicuro della storia ma non siamo mai stati tanto ansiosi. Viviamo nell’epoca più pacifica della storia ma non siamo mai stati tanto tremebondi. Praticamente uno stuolo di principesse sul pisello che non riescono a prendere sonno.

A volte penso che i terroristi abbiano una segreta soddisfazione nel risvegliare con le loro turpi azioni questo demone che ci perseguita. La loro indifferenza nel farsi a pezzi scandalizza la nostra società effeminata almeno quanto l’offesa che recano alle vittime.

Presto sarà recepito tra i diritti dell’uomo quello di vivere in un ambiente “contact free”, le costituzioni saranno emendate in questo senso. Già molte scuole all’avanguardia offrono garanzie di simile natura ai propri allievi.

Gli antidolorifici sono uno dei pochi campi in cui la medicina dell’ultimo mezzo secolo ha fatto qualche passo in avanti. Evidentemente era al traino di una domanda impetuosa.

Per vedere un incontro di boxe devi sintonizzarti dopo la mezzanotte su stazioni improbabili, l’esecrazione strisciante per questo sport lo ha relegato ai margini.

Il corpicino straziato del Cristo ligneo appeso alla Croce sopra la cattedra infastidisce l’animo sensibile di molti scolaretti genitori di scolaretti, che ne chiedono a gran voce la rimozione.

Crepare ci frega sempre meno, purché la morte sia dolce e ci colga possibilmente nel sonno. A queste condizioni le obiezioni all’eutanasia ci suonano come astrazioni filosofiche.

Le curve ultras con il loro spettacolo violento sono rimaste l’ultima roccaforte dei virili, l’ultimo fight club in attività, tuttavia subiscono l’attacco quotidiano dei media e ben presto saranno solo un ricordo.

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Ma il tabù del dolore fisico è segnalato da un indizio rivelatore ben più solido: la nostra avversione alle punizioni corporali.

Il Papa o i Radicali vogliono svuotare le carceri?  Perché intavolare dibattiti infiniti su amnistia-sì-amnistia-no quando commutando la pena detentiva in una pena corporale troverebbero la collaborazione anche della destra “dura e pura” senza perdere il compatto appoggio dei carcerati stessi?

Ah, orrore, la pena corporale è il residuato di un’epoca barbarica! Eppure molti, se posti di fronte alla scelta, opterebbero per sottoporvisi. Ci vediamo costretti a condannarla pubblicamente e preferirla privatamente.

Sì, preferirla privatamente. Un esempio? Eccolo: in carcere la probabilità di essere violentati sessualmente centuplica rispetto alla media, mentre la semplice molestia sessuale è praticamente certa (per non parlare di quelle di altra natura). Vi meraviglia sapere che personalmente preferirei di gran lunga quattro scudisciate piuttosto che un anno di carcere? Scommetto che lo stesso vale per voi. E poi, se proprio non volete sponsorizzare il ritorno della tortura, offrite almeno ai protagonisti la possibilità di scegliere (i risultati saranno sorprendenti, ma solo fino ad un certo punto).

La punizione corporale è più economica ma, soprattutto, è più trasparente: con quella tutti sanno esattamente qual è il prezzo da pagare per certe malefatte, con il carcere esiste invece un prezzo occulto che non sappiamo e non vogliamo sapere.

La frustata si può graduare meglio del carcere, cosicché sparirebbe l’impunità di certi soggetti con colpe minime per i quali il carcere sarebbe esagerato. Il criminale frustato appaga la sete di giustizia della vittima, in questo senso la funzione retributiva della pena è soddisfatta. Anche la funzione deterrente della pena resta impregiudicata. E la funzione rieducativa? Forse come rieducazione non è il massimo, bisogna ammetterlo, ma nel tirare le somme direi che per lo meno non fa i danni che fa il carcere, vera scuola del crimine. Il carcere ti indurisce – questo puo’ farlo anche la pena corporale – ma soprattutto ti consente di entrare in un circuito di relazioni criminali. Entri sbandato, esci inquadrato (nella mala); entri soldato semplice riottoso, esci ufficiale in divisa inappuntabile. Il compito più difficile per chi delinque è la ricerca di complici affidabili, la vita carceraria in questo senso è una benedizione del cielo.

E’ vero, ci sono individui che è semplicemente troppo pericoloso lasciar circolare – pedofili, terroristi, psicopatici, mafiosi – ma sono relativamente pochi. Agli altri la pena corporale consente di tornare subito al lavoro e continuare (o rifarsi) la loro vita senza sprecare anni preziosi.

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Dobbiamo concludere che la nostra civiltà non sembra poi così superiore solo perché bandisce le pene corporali quando una violenza ben maggiore è di fatto autorizzata. E’ infatti come bandire gli omicidi con la mano destra elogiando quelli perpetrati con la sinistra. Che senso ha? Nessuno. L’unica spiegazione sta allora nei nostri tabù, in particolare quello che riguarda il dolore fisico: la punizione corporale lo esibisce, e questo non puo’ essere consentito; la galera in qualche modo lo occulta cosicché diventa una soluzione tollerabile.

La banda dei quattro

Viviamo  un’epoca in cui il “bello” è fuoriuscito dall’arte (che lo ha rinnegato) per infilarsi in ogni anfratto della nostra vita, l‘esperienza estetica non è mai stata tanto ipertrofica. In passato non era certo così.

 

Le condizioni ambientali aiutano: la competizione ha spinto i prezzi dei beni  talmente in basso e la  qualità talmente in alto che la differenza alla fine la fa lo stile. 

La ricerca del piacere sensoriale non è mai stata così diffusa. La creazione di un’identità personale attraverso il gusto per le forme è ormai un fenomeno di massa. 

Eppure, nemmeno oggi mancano i nemici (più o meno dichiarati) del “bello”, propongo qui di seguito i quattro “tipi” più tenaci:

 
  1. IL PROFETA: per lui tutto ciò che va oltre la sostanza è “spreco”.
  2. L’IDEOLOGO: per lui tutto ciò che va oltre la sostanza è “manipolazione dei poteri forti”.
  3. L’EVOLUZIONISTA: per lui tutto ciò che va oltre la sostanza è “lotta per lo status”.
  4. IL TOTALITARISTA: per lui tutto ciò che va oltre il suo gusto è “cattivo gusto”.

 

Il primo scambia il “bello” con un lusso, il secondo con un’ illusione, il terzo con un segnale, il quarto con una regola. Tutti e quattro sono restii a riconoscerne il valore intrinseco. 

Meglio però dare un’incarnazione a queste figure astratte, con tutte le forzature che un’operazione del genere comporta.  

PAPA FRANCESCO potrebbe identificarsi col “profeta”: la guerra dichiarata alla “societá dello spreco” lo spinge a propagandare di sè un’immagine sciatta: ventiquattrore, utilitaria e paramenti al minimo. Le bellezze del Vaticano diventano motivo di imbarazzo e occorre prenderne le distanze, magari decentrando la propria residenza. Il sottinteso: meglio sarebbe donare tutto in favore dei poveri!

 

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NAOMI WOLF potrebbe identificarsi con l’ “ideologa”. Nel suo inno  alla bruttezza, incita le donne a “essere come sono”, evitando di “pittarsi” come invece le vorrebbe il patriarcato. La femminista fedele alla causa esibisce con orgoglio un look dimesso e senza orpelli. Per lei rivoluzione fa rima con acqua&sapone.

 

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ROBERT FRANK potrebbe identificarsi con l’ “evoluzionista”. Per lui la nostra ricchezza non è indice di prosperità ma il mero effetto collaterale di una gara nociva “tutti contro tutti” ribattezzata nella sua opera “febbre del lusso”.

 

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VITTORIO SGARBI SALVATORE SETTIS potrebbe identificarsi con il “totalitarista estetico”. La crociata ad alzo zero contro i graffitari, l’appello serrato a piani regolatori più stringenti, l’assalto ai gusti altrui, l’intolleranza per il difforme, la sindrome del sovrintendente alle belle arti in servizio permanente effettivo, la visione museale della società, fanno di lui il direttore in pectore dell’UCES (Ufficio Centrale dell’Estetica di Stato).
 
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Cosa deve succedere per perdere la fede?

Chi ha una fede ortodossa, ispirata ai principi di San Tommaso, difficilmente potrà mai vedere scossi i suoi fondamenti. Appellandosi a verità metafisiche, quanto succede nella realtà non lo tange. La sua fede è per così dire “infalsificabile”.

Per contro, chi ha una fede che parte dai fatti – per esempio io – ha anche una fede “ostaggio” dei fatti, nel senso che quel che accadrà potrebbe azzerare o esaltare la sua fede.

E andrei oltre: in via di principio qualsiasi cosa succeda al mondo fa aumentare o diminuire la mia fede (se solo avessi tempo di meditare su quell’evento). Alla fine di ogni giornata il termometro della mia fede segna una temperatura differente. Quando sono in vena di reminiscenze bibliche chiamo tutto cio’ “la lotta con l’Angelo”

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Provo a redigere sui due piedi un mio elenchino incompleto degli eventi in grado di incidere sulla mia fede quotidiana.
  1. Discutere con un ateo ragionevole indebolisce la mia fede;
  2. il male naturale indebolisce la mia fede;
  3. riscontrare che nell‘élite della società ci sono pochi credenti indebolisce la mia fede.
  4. quanto più tarda la fine del mondo, tanto più la mia fede vacilla;
  5. la teoria evoluzionista indebolisce la mia fede;
  6. Papa Francesco indebolisce la mia fede;
  7. la teoria inflazionistica dell’universo indebolisce la mia fede;
  8. il fatto di essere nato in un paese cattolico indebolisce la mia fede;
  9. la dottrina sociale della Chiesa indebolisce la mia fede;
  10. il potente influsso della genetica indebolisce la mia fede;
  11. constatare quanto sia utile le mia fede, finisce per indebolirla;
  12. scoprire quanto contano gli istinti indebolisce la mia fede;
  13. la prospettiva di una “droga perfetta” indebolisce la mia fede;
  14. la stasi della scienza indebolisce la mia fede;
  15. alcune scoperte scientifiche (per esempio questa) indeboliscono la mia fede, altre (per esempio questa) la rafforzano;
  16. constatare quanto gli animali siano simili a noi indebolisce la mia fede;
  17. continua.

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La Kultura poi ti Kura

1 COMMESTIBILITA’?
 
Il povero Ministro Tremonti passerà alla storia per quella sua sciagurata uscita: “con la Cultura non si mangia”.
 
L’errore è evidente poiché alcuni ci mangiano e ci hanno mangiato per anni, quel che bisognerebbe appurare è se ci mangia qualcosina anche chi paga il conto che i primi hanno lasciato al ristorante. Ne dubito.
 
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2 COMPENSAZIONE

 

La relazione tra lo stato italiano è la Cultura è la storia di una continua compensazione politica e sociale.
 
Dapprima si dovette simulare un Paese inesistente ma soprattutto bisognava garantire a quella borghesia priva di potere politico un posto nella società. All’arte veniva allora affidato il compito di portare a termine ciò che la politica non era riuscita a conseguire: l’unità della nazione.
 
Dalla metà del XX secolo la cultura ha dovuto contribuire a far dimenticare la presunta “violazione di civiltà” del fascismo ma soprattutto a risarcire la sinistra dall’impossibilità di governare, un patto implicito ben accetto poichè in linea con le teorizzazioni gramsciane per cui il potere si scala realizzando dapprima una sorta di “egemonia culturale”.
 
La visione di fondo di questa impostazione è chiara: il cittadino non è un soggetto che prende in mano le sorti della società, bensì qualcuno che, per mezzo dell’arte e della cultura, deve essere salvato, liberato ed educato all’estetica.
 
3 CULTURA PER TUTTI

 

Una visione come quella appena descritta è sempre rimasta più o meno viva trovando la sua apoteosi nel programma “cultura per tutti”, reso possibile grazie alla crescita economica degli anni settanta e ottanta. Ci sono assessori che hanno costruito intere carriere politiche sull’organizzazione di “eventi” culturali.
 
La logica della “cultura per tutti” dava per scontato l’assunto che fosse l’offerta a generare i propri consumatori. Nessuno quindi si è mai peritato di chiedersi quali fossero gli interessi del pubblico non-pagante.
 
4 CULTURA DEMOCRATICA

 

La cultura in mano alla sinistra doveva essere una “cultura democratica”, ma che significato dare a questa espressione? Si è cercato di partire da un postulato che suona senz’altro bene: democrazia = libertà. Ma come tradurlo da un punto di vista estetico?
 
L’ipotesi privilegiata: tutto doveva essere lecito, ogni concetto, e, quando i concetti cominciavano a scarseggiare, ogni forma. La libertà dell’arte veniva vissuta come liberazione dell’ arbitrio dell’artista: i critici coi loro giudizi calati dall’alto dovevano perdere d’autorità e le gerarchie dovevano implodere.
 
5 CHI SOVVENZIONARE?

 

Ma “politica culturale” significa innanzitutto una cosa: sovvenzioni. Ma cosa sovvenzionare quando le gerarchie sono implose e i critici spodestati?
 
Il nocciolo della questione era la definizione di qualità. Per la sinistra d’antan “qualità” era tutto ciò che favoriva una morale nuova e contraria allo sfruttamento.
 
Si è cercato di riprendere in qualche modo di rimanere in quel solco cosicché ben presto ogni “cultura alternativa” è stata elevata al rango di “impegno civico”.
 
Dagli anni settanta, la “qualità” era tutto ciò che criticava la società. La qualità si manifestava nella distruzione dei principi artistici precedenti, cosa evidente nel free jazz, nel punk, nella pittura e nella musica classica contemporanea.
 
Come possono essere riconosciuti i maestri dell’età contemporanea, se fin dal principio ogni allievo che voglia essere preso sul serio può e deve affermare di essere lui stesso un maestro? Imparare dagli altri? Questo avveniva ieri. L’abilità è out, la tradizione ha già perso. La felicità dell’atto creativo e quella dell’esperienza sono affidate al solo individuo.
 
Finiti i tempi delle ideologie non finirono però i tempi dell’anarchia artistica. La promozione culturale del postmoderno privilegia l’eccentrico, l’originale, ciò che è spiccatamente individuale. Si incoraggia esclusivamente l’atto creativo privato e l’esperienza intima. L’arte è semplicemente un mezzo per procurarsi sensazioni straordinarie.
 
La conclusione politica di chi adotta l’estetica postmoderna è imbarazzante ma chiara: se qualcosa viene incentivato, allora tutto deve esserlo, solo così si crea un pluralismo di valori, solo così si elimina il principio di autorità.
 
E quindi, vai con l’innaffiatoio e gli aiuti a pioggia, ciò che conta è il gesto, la somma è secondaria.
 
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6 INCONVENIENTI

 

Ma spesso la conseguenza a livello sociale di questo allargamento è una perdita di significato dell’arte e delle sue opere, che si accompagna al calo della stima di cui godono gli artisti. L’ ubiquità dei prodotti artistici porta alla nausea, l’attenzione non è in grado di focalizzarsi e si perde. L’eccesso caleidoscopico di offerta ha logorato il concetto di “straordinario”. Come con il salmone: trent’anni fa mangiare salmone era il top. Oggi è quasi obbligatorio.
 
Il metodo dell’innaffiatoio crea un senso di appartenenza (sono sovvenzionato = sono riconosciuto) ma non funziona senza che vi sia una demarcazione e quindi un’esclusione di coloro che non ne beneficiano. 
 
Detto in altri termini: per avere una “massificazione della cultura” bisogna pur sempre avere una “cultura alta” che conferisca dignità al fruitore e affinché esista la cultura alta deve esistere anche la non cultura. Le gerarchie scacciate dalla porta rientrano dalla finestra.
 
7 NUOVE GERARCHIE

 

La libertà creativa abbinata al sussidio si risolve in finanziamenti a pioggia facendo emergere un bizzarro principio: siccome noi promuoviamo qualcosa, questo qualcosa è buono. È l’ingegnosa via d’uscita dal dilemma del postmoderno, è il prezzo della libertà.
 
Nella cara vecchia Europa vengono allora relegate nella zona della “non cultura» l’industria culturale d’impronta americana, le forme di cultura amatoriali, il folclore, l’intrattenimento, i videogiochi, ma soprattutto tutta quell’arte che si finanzia da sé.
 
E allora ecco profilarsi la nuova formula della demarcazione: soltanto l’arte sovvenzionata dallo stato è vera arte. Il resto è asservimento al gusto delle masse, per questo non può essere autentico. Se è vero che arte è ciò che beneficia delle sovvenzioni, allora non è arte ciò che ne fa a meno.
 
8 IL NUME

 

La sorprendente mossa ha un nume tutelare di prim’ordine: Theodor W. Adorno. Lo studioso tedesco nell’indagare i nessi tra cultura e nazismo concludeva che i semi dell’imbarbarimento erano  portati da quella che si è soliti definire l’”industria culturale” degli Stati Uniti. In fondo è lui il padre del “tutta colpa del liberismo”.
 
La tesi si sintetizzava così: “ciò che piace ha già perso!”. Guai a godere!: il piacere occulta il demonio anti-democratico. Il divertimento, con l’inevitabile alienazione che reca con sé, non è che il prolungamento del “tempo di lavoro”, ovvero di cio’ a cui dobbiamo la “falsa coscienza” della classe operaia.
 
Dunque, per Adorno i veri nemici non sono il fascismo o il nazionalsocialismo? No, il nemico della cultura è il mercato, perché riduce tutto, perfino la cultura stessa, a merce. L’arte che emerge sul mercato non solo non è arte ma è un anti-arte che distrugge il gusto e la civiltà di un popolo.
 
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9 ESITI

 

Ma torniamo a noi: dopo anni di “innaffiatoio” l’operazione “cultura per tutti” sembra aver avuto successo? Non si direbbe, a parte qualche “pellegrinaggio” (dove vanno tutti si cerca l’esperienza straordinaria), l’interesse delle giovani generazioni per le offerte sovvenzionate di cultura alta, lo sappiamo dalle statistiche, non ha voluto saperne di crescere.
 
Esempio: l’ insistita difesa dell’iper-sussidiata musica contemporanea ha generato una situazione artificiale da cui pubblico e compositori, in Italia, non si sono più rimessi.
 
La cultura non è più un privilegio da tempo  – e questo non è merito di una politica culturale, bensì degli sviluppi avvenuti indipendentemente da essa: globalizzazione, internet, benessere, aumento del tempo libero – eppure non si puo’ dire che sia riuscita ad attirare l’attenzione del pubblico o a livellare le disparità.
 
Cosciente di questi fallimenti, l’infrastruttura culturale di oggi si basa su una visione pedagogica: l’educazione estetica del genere umano. Per questo assistiamo ad un Baricco che dice: “dirottiamo i soldi dalla cultura alla scuola”. Peccato che questo principio provenga dal periodo dell’aristocrazia illuminata, dall’epoca pre-democratica. Si è tornati di fatto a cio’ che si criticava senza poter rinnegare le critiche un tempo espresse.
 
10. CURE

 

Vie d’uscita?
 

Bisognerebbe partire dalla constatazione che difficilmente si forma una vera “cultura alta” se non si coltiva una vera “cultura bassa”, smettiamola di considerarla con spocchia: in passato, quel passato per molti mitologico, questo iato non esisteva o era meno accentuato. Di fatto la cultura popolare crea una base su cui costruisce poi l’artista più ambizioso, in questo senso la sua opera resta in qualche modo collegata con il gusto della massa facilitando il “salto” dal primo ambito al secondo ed evitando quell’estraniamento che invece il sussidio a pioggia ci ha fatto sperimentare.

In questo senso sono da condividere le parole di Steven Erlanger, responsabile della cultura del “New York Times”: “… il più grande handicap dell’Europa è stato quello di non occuparsi abbastanza di cultura popolare, intrattenimento, industrie creative, e mercato dell’arte… questa mi sembra la causa maggiore della stagnazione culturale che sta vivendo…”.

 

11 LETTURA CONSIGLIATA
 

Kulturinfarkt di Dieter Haselbach, Armin Klein, Pius Knusel e Stephan Opitz

 

 

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