La cultura dello squalo

Ricordo di aver letto dei tabù della gravidanza nelle isole Figi; alle donne incinte è vietato mangiare carne di squalo. Sembra che in effetti gli squali contengono sostanze chimiche che possono causare difetti al nascituro. Le donne però non sanno perché non mangiano gli squali e quando gli antropologi hanno chiesto loro una ragione, alla fine hanno deciso che era perché i loro bambini sarebbero nati con la pelle di squalo piuttosto che con la pelle umana. Come spiegazione lascia molto a desiderare. Come mai puoi ancora mangiare altri pesci? Una minima familiarità con la biologia dimostra che questo modo di pensare è inaccettabile. Tuttavia, se qualche ragazza Fijiana iconoclasta, intelligente e indipendente intuisse qualcosa del genere, avrebbe magari  infranto il tabù con buone ragioni ma suo figlio sarebbe stato a rischio.

Nel donare la Ragione agli uomini, Dio (o l’evoluzione) ha corso un bel rischio. Deve darcene abbastanza per capire come funziona la tradizione culturale ma non abbastanza da metterla in discussione solo a tempo debito. Non esiste un modo per andare a colpo sicuro. Così, nella sua testa, ogni uomo trasporta una bomba ad orologeria, qualcosa che puo’ consentirgli in ogni momento di avere idee geniali e fatali al contempo.

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La cultura della manioca

Nelle Americhe, dove la manioca è stata coltivata per la prima volta, gli uomini hanno privilegiato le varietà amare per migliaia evitando però ogni forma di avvelenamento cronico da cianuro, un inconveniente che ci attenderemmo conoscendo bene la pianta.

Nell’Amazzonia colombiana, ad esempio, i Tukanoan usano una tecnica di lavorazione multi-fase e assai dispendiosa che comprende il raschiare, il grattugiare e infine il lavare le radici per separare meticolosamente la fibra, l’amido e il liquido. Una volta realizzata la separazione, il liquido viene fatto bollire ottenendo una bevanda, ma la fibra e l’amido devono “riposare” per almeno altri due giorni prima di essere cotti e mangiati. Tali tecniche di lavorazione sono fondamentali per la sopravvivenza di popoli che vivono in posti dove altre colture risultano improduttive.

Tuttavia, nonostante la loro utilità, una persona ragionevole avrebbe difficoltà a capire la tecnica di disintossicazione. Considera la situazione dal punto di vista dei bambini e degli adolescenti che stanno imparando la lavorazione di cui sopra. Parti dall’assunto che non hanno mai visto una persona avvelenata proprio perché la tecnica funziona. E anche qualora il trattamento fosse inefficace, così da generare casi di gozzo o problemi neurologici, sarebbe comunque difficile riconoscere il legame tra questi inconvenienti della salute e il pasto a base di manioca.

Le varietà a basso contenuto di cianuro sono in genere bollite, ma l’ebollizione da sola è insufficiente per prevenire effetti duraturi sulla salute. L’ebollizione, tuttavia, elimina o riduce il gusto amaro e previene i disturbi più visibili (ad es. diarrea, disturbi dello stomaco e vomito). Quindi, se uno ha fatto la cosa apparentemente di buon senso limitandosi a bollire la manioca, il suo compito sembrerebbe finito. Poiché il compito a più fasi dell’elaborazione della manioca è lungo, arduo e noioso, attenersi ad esso è certamente poco intuitivo. Le donne di Tukanoan trascorrono circa un quarto della giornata a trafficare intorno alla manioca, quindi questa è una tecnica decisamente costosa per loro.

Consideriamo ora cosa potrebbe comportare se una madre autodidatta di Tukanoan decidesse di abbandonare qualsiasi passaggio faticoso e apparentemente non necessario. Potrebbe esaminare criticamente la procedura che le è stata trasmessa dalle generazioni precedenti e concludere che l’obiettivo della procedura è rimuovere il gusto amaro. Potrebbe quindi sperimentare procedure alternative riducendo alcuni dei passaggi più laboriosi o lunghi. Avrebbe scoperto che con un processo più breve e molto meno laborioso, poteva rimuovere il sapore amaro e rimuovere gli inconvenienti più visibili. Adottando questo protocollo semplificato, avrebbe avuto più tempo per altre attività, come prendersi cura dei propri figli. Naturalmente, anni o decenni dopo, la sua famiglia avrebbe iniziato a sviluppare i sintomi dell’avvelenamento cronico da cianuro. Pertanto, la riluttanza di questa madre ad accettare per fede le pratiche che le erano state tramandate dalle precedenti generazioni si tradurrebbe in malattia e morte prematura per i membri della sua famiglia. L’apprendimento individuale qui non paga, e le intuizioni personali sono fuorvianti. Il problema è che i passaggi di questa procedura sono opachi: un individuo non può facilmente dedurre le loro funzioni, interrelazioni o importanza. L’opacità causale di molti adattamenti culturali ha avuto un grande impatto sulla nostra psicologia.

All’inizio del diciassettesimo secolo, i portoghesi trasportarono per la prima volta manioca dall’America del Sud all’Africa occidentale. Tuttavia, non hanno trasportato i secolari protocolli di lavorazione indigeni o l’impegno sottostante all’utilizzo di tali tecniche. Poiché è facile da piantare e fornisce alte rese in aree sterili o soggette a siccità, la manioca si diffuse rapidamente in tutta l’Africa e divenne un alimento base per molte popolazioni. Le tecniche di elaborazione, tuttavia, non sono state prontamente rigenerate. Ecco, anche dopo centinaia di anni, l’avvelenamento cronico da cianuro rimane un grave problema di salute in Africa.

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L’eterna lotta tra cultura e ragione.

La Prussia del XVIII secolo non ci ha regalato solo la benedizione di Kant ma anche la maledizione della “silvicultura scientifica”.

I razionalisti illuminati notarono che i contadini, quei coglioni, si limitavano ad abbattere gli alberi della foresta a casaccio o comunque sulla base di criteri oscuri legati a tradizioni poco intellegibili legati alla cultura locale. Così hanno elaborato un piano: eliminare tutte le foreste e sostituirle piantando copie identiche di abete norvegese (l’albero a più alto rendimento di legname nell’unità di tempo) in una griglia rettangolare e uniforme. In questo modo diventava possibile procedere abbattendo centinaia di alberi in poco tempo e massimizzando la produzione di legname. Ma qualcosa andò male. L’ecosistema impoverito non poteva più ospitare gli animali selvatici e le erbe medicinali che sostenevano i villaggi circostanti, causando così il collasso economico di intere regioni. Come se non bastasse, le file interminabili di alberi identici erano un perfetto terreno di diffusione per le malattie delle piante e gli incendi boschivi. Anche i complessi processi ecologici che sostanziavano il suolo smisero di funzionare, così dopo una generazione gli abeti rossi norvegesi cominciarono a crescere rachitici e malnutriti. Eppure, per qualche motivo, tutte le persone coinvolte nel progetto ebbero carriere fulgide e la “silvicoltura scientifica” si è diffusa in Europa e poi nel mondo. Sapete dirmi perché?

Ecco, questo schema si ripete con regolarità sospettosa attraverso la storia, non solo nei sistemi biologici ma anche in quelli sociali.

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Le città organicamente evolute tendevano ad essere composte da vicoli bui, negozi piccoli e strade sovraffollate. Il razionalismo urbano ha avuto un’idea migliore: partendo da una tabula rasa predisporre una griglia rettangolare uniforme su cui allineare brutali palazzi giganteschi e identici separati da ampi viali, il tutto suddiviso in distretti attentamente raggruppati in zone omogene. Ma per qualche ragione, ogni volta che queste nuove città sono state costruite, la gente le odiava e faceva tutto il possibile per trasferirsi in periferie che ancora conservavano i “difetti” delle vecchie città rase al suolo. E ancora, per qualche strano motivo i pianificatori del disastro sono stati regolarmente promossi con tutti gli onori e hanno diffuso le loro tecniche distruttive in tutto il mondo. Alle campagne è stata riservata una sorte simile. I vecchi villaggi contadini, evoluti in modo organico, tendevano a moltiplicare la confusione accumulando allevamenti eterogenei e piccole culture diversificate in modo inefficiente su appezzamenti angusti e scomodi. I moderni razionalisti scientifici hanno avuto un’idea migliore: gigantesche fattorie collettive meccanizzate dedite alla mono-cultura ad alto rendimento appositamente concepite e disposte in spaziose griglie rettangolari equidistanti. Eppure, per qualche ragione, queste gigantesche fattorie collettive avevano rendimenti inferiori per ettaro rispetto ai vecchi metodi tradizionali, e ovunque prendessero forma, la loro presenza era seguita puntualmente da carestie e fame di massa. Ma anche qui, per qualche motivo i governi hanno continuato a sponsorizzare i metodi più “moderni”, sia che si trattasse di collettivi socialisti nell’URSS, di grandi corporation agricole negli Stati Uniti, o di tentacolari piantagioni di banane nel Terzo mondo.

Gli stili di vita tradizionali di molti nativi dell’Africa orientale erano nomadi, e implicavano una strana agricoltura a base di “taglia e brucia” da condurre su intricati appezzamenti nella giungla secondo una sconcertante varietà di regole ad-hoc. I moderni razionalisti scientifici dei governi africani (sia coloniali che post-coloniali) hanno avuto un’idea migliore: reinsediare gli indigeni nei villaggi, dove potevano fruire di servizi moderni come scuole, pozzi, elettricità e griglie rettangolari equidistanti. Eppure per qualche ragione, questi villaggi continuarono a fallire: i raccolti venivano abbandonati, le loro economie crollarono e i loro abitanti scomparivano trovando asilo nella giungla. Ma per qualche motivo i governi africani continuarono a cercare di riportare i nativi e farli rimanere nei villaggi anche con la forza.

Il derby dell’ideologia: Socialismo vs Capitalismo

Non ditemi che semplifico. Se parlo in modo semplice è solo perché la materia è già sufficientemente complessa, se parlo in modo naif è solo perché penso che certe affermazioni ingenue resistano anche alle obiezioni più raffinate che presentare qui sarebbe solo noioso (le trovate nel blog un po’ ovunque).

Come al solito il primo problema è quello delle definizioni. Si potrebbe semplicemente dire che il capitalismo è il sistema economico di paesi come gli Stati Uniti e il socialismo è il sistema economico di paesi come l’ex Unione Sovietica. In tal caso, concluderei che il capitalismo è qualcosa di decente, mentre il socialismo è l’inferno sulla terra. Ma fin qui sono ormai d’accordo tutti, persino i socialisti nostrani!

Passiamo allora ad una definizione alternativa: l’ideale capitalista prevede che il governo abbia un ruolo ridotto nell’economia mentre quello socialista lo metterebbe volentieri al centro di tutto. In tal caso, a me sembra, il capitalismo è fantastico e il socialismo è terribile.

Cosa c’è di così meraviglioso nell’ideale capitalista? Il fatto che sia un sistema basato sulla libertà individuale e sul libero consenso. Il consenso può essere davvero “volontario” se alcune persone hanno molto più da offrire rispetto ad altre? Assolutamente. Analogia: alcune persone sono molto più attraenti di altre, ma questo non pregiudica la validità dei fidanzamenti.

Resta un dubbio che incombe: il capitalismo è uno di quegli ideali che sembra meraviglioso, non è che però funzioni male nella vita reale?

Come possiamo affrontare una domanda così ampia? Per esempio guardando quali sono i paesi più capitalisti del mondo. Secondo le classifiche, i paesi in testa sono Hong Kong e Singapore; altri esempi includono il Regno Unito, la Svizzera, il Canada e gli Stati Uniti. Secondo gli standard mondiali e storici, tutti i paesi citati sono incredibilmente ricchi, nonché posti piacevoli in cui vivere. Questo non era vero per Hong Kong o Singapore nel 1950, ma dopo decenni di posizioni di vertice, sono diventati forse i paesi più ricchi e piacevoli della Terra. In questi paesi ci sono ancora persone relativamente povere, ma c’è pochissima povertà assoluta.

Qual è il segreto del capitalismo? Essenzialmente il fatto che i mercati liberi incanalano il desiderio umano fondamentale di migliorare se stessi, e lo fanno in modo socialmente vantaggioso. Se puoi offrire un prodotto che piace a un prezzo appetibile, ti arricchisci. Questo non porta solo a montagne di prodotti sorprendenti e a basso prezzo, porta anche a una costante innovazione, uno sforzo incessante per fare di più con meno.

Ora passiamo al socialismo: cosa c’è di così terribile nell’ideale socialista? Essenzialmente il fatto che sia basato sull’autorità governativa e quindi sulla coercizione. La democrazia è un modo decente per mitigare le stragi e la schiavitù delle dittature socialiste. Tuttavia, anche sotto il socialismo democratico, l’individuo resta alla mercé dell’opinione pubblica.

Ancora una volta, però, c’è un dubbio che incombe: non è che il socialismo è uno di quegli ideali all’apparenza terribile, ma ma che poi nella vita reale funziona meravigliosamente? Per risolvere questo dubbio, torniamo alla stessa procedura adottata prima, guardiamo ai paesi più socialisti oggi presenti sul pianeta.

Secondo classifiche più accurate, i paesi “più socialisti” del mondo sono la Corea del Nord e il Venezuela, a seguire Cuba. Nessun socialista decente potrebbe avere come ideale anche uno solo di questi stati, e certamente non sono io a insinuare che lo facciano.

Le persone spesso deridono i socialisti per insistere sul fatto che “il vero socialismo” non è mai stato provato. Non lo dirò, perché non penso che sia mai stato provato nemmeno il “vero capitalismo”. Ma se vogliamo prevedere gli effetti della versione reale di entrambi i sistemi, ha comunque senso iniziare con le approssimazioni esistenti più vicine a noi. Il verdetto mi sembra chiaro, e si sposa bene con la teoria.

Ai socialisti piace poi paragonare la loro società ideale a una famiglia. Ma nelle famiglie reali, non devi sostenere i tuoi fratelli se non vuoi. A dirla tutta, non devi nemmeno sostenere i genitori che ti hanno dato la vita (e magari un fracco di botte). Perché mai i tuoi obblighi morali verso degli estranei dovrebbero essere più forti di quelli verso i parenti più stretti?

Al socialista onesto resta comunque una consolazione che sento talvolta riecheggiare nelle parole di Papa Francesco: il sistema capitalistico puo’ essere tollerato giusto poiché fornisce una valvola di sfogo all’avidità predatoria dell’uomo, trattasi di “male minore”. Il sottointeso: domani, quando l’uomo si sarà convertito alla generosità disinteressata del Vangelo, il socialismo sarà il suo destino.

Ecco allora la mia domanda per il Papa: sua Santità, mi permetta, ma qual è il sistema politico ideale in una società composta solo da santi? Risposta (mia): ancora il capitalismo, ovviamente. In un sistema socialista non si puo’ essere capitalisti, ma in un sistema capitalista si puo’ essere buoni, generosi e perfino socialisti fino alla santità! Ecco il suo principale vantaggio.

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Le ragioni del caribù e i pregiudizi della Ragione

Durante la caccia al caribù, i Naskapi del Labrador devono decidere dove andare. Il buonsenso consiglia di andare dove si è già fatta buona caccia, o dove amici e vicini hanno recentemente notato dei caribù. Tuttavia, la situazione in cui si trovano è simile al famoso gioco del “matching pennies”: i caribù non desiderano l’incontro e i cacciatori sì. Se un cacciatore mostra di avere una qualche strategia, tipo tornare dove ha fatto bottino in precedenza, allora per il caribù sarà più facile evitarlo e sopravvivere. In casi come questo la miglior strategia di caccia richiede randomizzazione delle decisioni.

E’ l’evoluzione culturale, non il calcolo, che fa emergere la strategia più efficiente. Tradizionalmente, i cacciatori di Naskapi decidono dove cacciare affidandosi alla cosiddetta “divinazione”: credevano che le ossa della spalla del caribù potessero indicare la via da seguire. Nel loro rituale la scapola veniva riscaldata sui carboni ardenti in un modo che causava la formazione di screpolature e punti bruciati del tutto casuali. Il prodotto finale veniva poi letto come una sorta di mappa con un orientamento  prestabilito. Questi rituali di divinazione possono aver fornito un rozzo dispositivo di randomizzazione che ha aiutato i cacciatori a schivare i loro “pregiudizi razionali”.

Scott Aaronson ha scritto molto su quanto sia facile prevedere le persone che decidono di procedere a casaccio. Poniamo che ti sia chiesto di scegliere più volte “testa o croce”: è molto semplice costruire un programma in grado di prevedere nel 70-80% dei casi cosa sceglierai (in genere il soggetto tende a sottovalutare le ripetizioni tipo testa-testa-testa-testa…). In questi casi, per essere davvero imprevedibili, la cosa migliore è avere una monetina e “delegare” a lei la scelta facendosi sostituire, esempio: se la lancio ed esce testa dirò “testa”. Ecco, i riti legati alla divinizzazione realizzano proprio un appalto del genere.

Mi viene in mente che i romani osservavano il volo degli uccelli per decidere quando e dove attaccare. Questo mi ha sempre colpito: ma davvero i generali rischiavano la vita di migliaia di soldati (nonché la loro reputazione) solo perché avevano notato uno strano uccello spiccare il volo proprio proprio la mattina dell’attacco? Ora posseggo un embrione di risposta: la guerra è un classico esempio in cui la strategia casuale può essere utile. Quando stai decidendo se attaccare il fianco destro o sinistro del nemico, è importante che il nemico non possa predire la tua decisione e inviare lì le sue truppe migliori. Se siete dei tipi prevedibili – e Scott Aaronson ci assicura che lo siete sempre, anche quando decidete di procedere a caso – la cosa migliore è esternalizzare la vostra decisione affidandovi, magari, proprio a quello strano uccello che avete visto stamattina.

CONCLUSIONE

I razionalisti si chiedono sempre: come mai le persone non ragionano di più?

Come mai anche se fatti e logica comprovano ripetutamente che qualcosa non puo’ funzionare, la gente continuerà a farla?

L’antropologia culturale ci fornisce una risposta: praticamente per tutta la storia, l’uso della ragione conduce alla morte. Per questo allora la usiamo poco: per sopravvivere!

Una persona ragionevole avrebbe capito molto presto che le ossa sbruciacchiate di un caribù sono un oracolo inefficiente per prevedere il futuro. Avrebbe quindi abbandonato la divinazione, fallito nella caccia e infine sarebbe morto di fame. E’ lì che troverete i molti razionalisti che mancano nella storia dell’uomo: sottoterra!

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Il Dio dell’universo

INTRODUZIONE

Per quanto ho letto in merito, non solo penso che non esista alcun conflitto tra l’idea di Dio e quanto sappiamo dell’universo, ma arrivo a dire che l’evidenza della cosmologia contemporanea rende in realtà l’esistenza di Dio molto più probabile.

Detto questo sto attento a non cadere nella classica trappola, sarebbe ingenuo affermare che la cosmologia contemporanea “dimostri” l’esistenza di Dio, non vi è alcun ragionamento sul Dio-tappabuchi qui. Ogni discorso scientifico è un discorso intorno alle probabilità.

Gli argomenti sulla base dei quali giungo a queste affermazioni sono essenzialmente due: 1) quello dell’inizio (big bang) e 2) quello della sintonizzazione (fine tuning).

ARGOMENTO DELL’INIZIO

All’incirca funziona così: UNO, se l’universo ha cominciato ad esistere, allora c’è una causa trascendente che l’ ha portato ad esistenza. DUE, l’universo ha cominciato ad esistere. TRE, quindi, c’è una causa trascendente che l’ ha portato ad esistenza.

C’è chi ha contestato la premessa UNO dicendo che il concetto di causa ha senso per spiegare quanto accade nell’universo ma non per spiegare l’universo. Tuttavia, perché mai fare eccezioni ad hoc? L’obiezione appare pretestuosa.

La premessa su cui di solito ci si concentra  è invece DUE. Tuttavia, ciò che è emerso durante il XX secolo è una conferma empirica notevole di questa premessa. In particolare due fatti: l’espansione universale e la seconda legge della termodinamica.

Forse vale ancora una volta la pena di aggiungere che la scienza non prova niente, sto solo parlando di fatti che rendono più probabile l’ipotesi dell’inizio, che a sua volta rende più probabile l’ipotesi teistica. La scienza aggiudica la sua palma sulla base di semplicità, chiarezza, completezza e adattamento ai dati fattuali disponibili. E la cosa più facile da ottenere è proprio l’adattamento ai fatti: puoi sempre inventarti ogni sorta di schemi elaborati per spiegare qualsiasi cosa vedi.

EVIDENZA DELL’ESPANSIONE

Poiché osserviamo un universo che si espande, i modelli più chiari e semplici che lo descrivono finiscono per implicare un inizio. Ma cosa c’era prima di questo inizio? O il nulla o una qualche forma di realtà quantica. Ma anche quest’ultima presenza non può essere estesa indietro all’infinito nel tempo, perché tale stato quantistico non è stabile e quindi prima o poi perde il suo equilibrio che è impossibile immaginare come eterno. È molto difficile escogitare un sistema – soprattutto di tipo quantistico – che se ne stia lì quieto “per sempre”. Uno stato quantico veramente stazionario o periodico, che durerebbe per sempre, non si evolverebbe mai. Quindi, l’era della gravità quantistica ha dovuto avere un inizio per poi generare 13 miliardi di anni fa il nostro universo.

In realtà, il XX secolo è una parata di modelli cervellotici che tentano di evitare l’inizio assoluto del modello standard senza molto successo.

EVIDENZA TERMODINAMICA

Per la seconda legge della termodinamica l’entropia in un sistema chiuso non diminuisce quasi mai, e l’universo è un sistema chiuso. Implicazione: dato un tempo sufficiente, l’universo raggiungerà uno stato di “morte termica”. Domanda ovvia: perché, se l’universo è esistito da sempre come ritengono alcuni, non è ora in uno stato freddo, oscuro, diluito e senza vita?

Certi scienziati cercano di aggirare la difficoltà immaginando un universo-madre come in perenne stato di equilibrio termico (caos) che, oscillando, di tanto in tanto produce degli universi-figli casualmente ordinati e destinati poi a tornare in equilibrio collassando nel caos originario. Il nostro sarebbe proprio uno di questi universi-figli.

Un tale scenario viola la cosiddetta unitarietà della teoria quantistica consentendo la perdita di informazioni dall’universo all’universo figlio, ma esiste un problema ancora più serio: i cervelli di Boltzmann (cdB).

Il cdB è un aggeggio in grado di riprodurre tutte le sensazioni che producono i cervelli veri degli uomini di fronte alla realtà. Noi ci riteniamo uomini “normali” frutto dell’evoluzione biologica ma, se accettiamo lo scenario degli universi-figli, sarebbe molto più ragionevole considerarci dei cdB: la produzione casuale di un cdB è molto più probabile della produzione casuale del nostro universo. Non c’è alcuna spiegazione nel modello per cui esista un vero universo a bassa entropia intorno a noi piuttosto che la semplice “apparizione” di un tale mondo, un’illusione prodotta da cdB.

Aggiungo che per avere un universo-figlio, si deve postulare un’inversione della freccia del tempo (dal caos, all’ordine) in qualche punto nel passato, una violazione gratuita del buon senso.

ARGOMENTO DELLA SINTONIZZAZIONE (O FINE TUNING)

La presenza di vita intelligente nel nostro universo dipende da un complesso e delicato equilibrio di costanti e quantità fondamentali, come la costante gravitazionale e la quantità di entropia nell’universo primordiale, tutte grandezze che sono “sintonizzate” in misura difficile da pensare come casuale.

Di fronte a questa realtà si possono fare tre ipotesi: necessità fisica, caso, disegno.

La prima ipotesi cade subito poiché le costanti di cui parliamo anticipano l’azione delle leggi di natura, non la seguono. L’ipotesi del caso, come dicevo, è letteralmente impossibile da immaginare. Non resta che l’ipotesi di un progetto.

CONCLUSIONE

Qualcuno potrebbe restare impressionato dal fatto che molti cosmologi sono comunque atei: come è possibile visto che dall’universo vengono tanti indizi di una presenza divina? Qui pesa un conflitto di interesse ben noto: i cosmologi restano comunque scienziati e quindi desiderosi di mantenere un monopolio del sapere, di essere la nuova classe sacerdotale. Questo è possibile solo adottando una filosofia “scientista”, e quindi atea.

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L’estinzione della privacy

Tutto cominciò in Inghilterra. Diversi anni fa, nella città di King’s Lynn, si installarono per la prima volta sessanta videocamere telecomandate nei noti “punti problematici”, quelli dove i vandali impazzavano ogni notte. Erano collegate direttamente con il quartier generale della polizia. La conseguente riduzione del crimine di strada superò tutte le previsioni. Fantastico!

Le telecamere furono un successone: calo drastico nel crimine e collasso nei costi di sorveglianza. che vuoi di più? Il futuro era tracciato.

L’idea di fondo era quella del vecchio Bentham: sorvegliare tutto da un unico punto d’osservazione. All’inizio del diciannovesimo secolo, Jeremy Bentham, uno dei pensatori inglesi più originali dell’epoca, progettò una prigione in cui ogni prigioniero potesse essere sorvegliato in qualsiasi momento da un’unica guardia opportunamente dislocata. La trovata è stata battezzata Panopticon.

Da allora la storia ha marciato in quella direzione: le telecamere nei posti pubblici o aperti al pubblico sono già da tempo una realtà.

Da noi, le videocamere sono state utilizzate nei grandi magazzini per scoraggiare il taccheggio. Più recentemente hanno iniziato ad essere utilizzate per punire gli automobilisti che passano con il rosso e contro altre violazioni stradali.

Ma si possono immaginare usi ulteriori del  controllo a distanza (e “a tappeto”), facciamo il caso delle emissioni inquinanti delle automobili. Si consideri il problema del controllo delle emissioni inquinanti. Si potrebbe approntare un sistema più funzionale usando la tecnologia moderna. Pensate se esistessero a bordo strada dei rilevatori che misurano le emissioni di ogni singolo veicolo emettendo un fascio di luce attraverso il pennacchio di scarico dell’auto di passaggio e identificando l’automobile fuori norma con un’istantanea della targa. Vi piacerebbe?

Altro esempio: cellulari e traffico. Un’altra applicazione di sorveglianza su larga scala già in fase di sperimentazione sfrutta il fatto che i telefoni cellulari emettono continuamente segnali di posizionamento. Monitorando i segnali dei telefoni dei conducenti, è possibile osservare i flussi di traffico. Si tratta di informazioni molto utili se si desidera consigliare ai conducenti di aggirare un ingorgo o individuare un incidente dal cluster di telefoni risultante. Attualmente si tratta di informazioni anonime, che individuano un telefono ma non ne identificano il proprietario. Con l’evoluzione della tecnologia le cose sono destinate a cambiare.

All’apparenza nessun problema, solo comodità e una quantità di fastidi risolti.

Pochi considererebbero discutibile che un poliziotto gironzoli per il parco tenendo d’occhio i possibili borseggiatori. Le videocamere sui pali, in fondo, sono semplicemente un modo più conveniente per adempiere questa funzione.

L’uso spot della sorveglianza sembra innocuo, ma l’uso pervasivo consentirà di ricostruire l’intera tua vita.

Un poliziotto all’angolo della strada potrebbe vederti, potrebbe persino ricordarsi di te, ma non ha modo di combinare tutto ciò che vede con tutto ciò che vede ogni altro poliziotto e ricostruire così la tua vita quotidiana. Domani, ampie frazioni della tua vita ordinaria saranno un libro aperto per chiunque abbia accesso ai files appropriati.

Si tratta di una potenziale perdita completa della privacy.

Oltretutto, un conto è l’uso limitato e legale della tecnologia di sorveglianza, un altro l’uso pervasivo e illegale, magari da parte di privati.

Un sacco di persone possiedono videocamere e quelle telecamere stanno diventando sempre più piccole. Il proprietario di una batteria di questi aggeggi potrebbe raccogliere molte informazioni sui suoi vicini. Magri vicini facoltosi da ricattare. Magari il Bezos di turno.

Sarà possibile conoscere tutto del vicino. Esempi? Vi ricordate il caso “della  marijuana”. Si trattava di stabilire se fosse o meno un’invasione della privacy dedurre la presenza di marijuana in una casa attraverso l’utilizzo di un rilevatore a infrarossi piazzato all’esterno della stessa.

C’è anche i caso delle conversazioni private. Abbiamo già oggi tecnologie che consentono di ascoltare una conversazione facendo rimbalzare un raggio laser all’interno di un edificio.

La tesi di David Brin: la privacy è destinata a sparire, prendiamo le giuste contromisure.

Assumi, per il momento, che le tecnologie intrusive siano più potenti di quelle difensive, in modo che impedire ad altre persone di spiarti sia impraticabile. Quali opzioni rimangono? David Brin sostiene che la privacy non sarà più un’opzione disponibile.

La soluzione proposta: imporre (o comunque auspicare) la trasparenza totale. L’unica contromossa all’estinzione della privacy è la sua estinzione completa: la società trasparente. La polizia può guardarti – ma tu puoi guardare loro. L’intero sistema di videocamere, comprese le telecamere in ogni stazione di polizia,  sarà accessibile pubblicamente. I genitori potranno tenere d’occhio i loro figli, i figli i loro genitori, il marito la moglie e viceversa, i datori di lavoro i dipendenti e viceversa, i giornalisti i poliziotti e i politici.

Il ragionamento: la privacy è buona cosa, ma siccome il governo e i soggetti più potenti prima o poi si avvarranno della nuova tecnologia “azzera-privacy”, meglio allora rendere libero l’accesso alle info in modo che la “guerra” non sia asimmetrica.

Vediamo cosa c’è di buono nella società della trasparenza ipotizzata da Brin.

Qui custodes ipsos custodiet? “Chi custodirà i guardiani?” La società trasparente offre una possibile soluzione. Considera il caso Rodney King. Un gruppo di poliziotti cattura un sospetto e lo picchia. Sfortunatamente per la polizia, un testimone ha filmato l’accaduto realizzando una videocassetta, con il risultato che diversi ufficiali sono finiti in prigione. Nel mondo di Brin, ogni agente delle forze dell’ordine sa per certo che… è su candid camera!

Ma c’è un problema: la trasparenza selettiva. Difficile pensare che qualcuno non resti in una posizione di controllo. Tutte le informazioni passeranno attraverso una tecnologia sotto il controllo di un qualche livello governativo. Il piano del campo da gioco non sarà mai alla pari.

Se, per esempio, la polizia sta installando delle telecamere nelle stazioni di polizia, può far sì che alcune aree vengano lasciate scoperte… “casualmente”.

La situazione diventerebbe ancora più interessante pensando a un mondo in cui il progresso tecnologico consenta la sorveglianza privata su larga scala, in modo che ogni luogo in cui potrebbero accadere cose “rilevanti”, inclusa ogni stazione di polizia, possa ospitare “mosche spione” che svolazzano inosservate e guardano che succede per riferire poi tutto ai loro padroni. Probabilmente, nascerebbe un mercato privato delle info riservate: una società trasparente non voluta dalla politica ma dalla società.

L’informazione è spesso preziosa e può essere condivisa. Certo, i governi potrebbero cercare di limitare tale condivisione ma in un mondo a forte tecnologia spionistica la sua sarebbe una missione impossibile. Si può immaginare un futuro in cui la società trasparente di Brin non sia prodotta dalla politica  ma dalla sorveglianza privata. Un tale scenario sarà possibile solo se il produttore di info potrà rivenderle. Quindi un requisito fondamentale per una società trasparente generata privatamente è un mercato dell’informazione ben organizzato. La negoziabilità dell’informazione, come vedremo, presenta non pochi problemi.

Ma la trasparenza totale è anche pericolosa.

L’azzeramento della privacy è di fatto un ritorno al passato, quando si viveva tutti insieme. La privacy che la maggior parte di noi dà per scontata è in notevole misura una novità, un prodotto del reddito crescente negli ultimi secoli. In un mondo in cui molte persone condividevano una singola residenza, dove un letto alla locanda poteva essere condiviso da due o tre estranei, le abitudini erano molto diverse.

L’esempio delle isole Samoa. Lì molte famiglie condividono una casa singola – senza stanze appartate. La comunità è abbastanza piccola e i pettegolezzi insistenti. I bambini vengono addestrati presto a giocare in silenzio e gli adulti esprimono raramente ostilità.

In una piccola comunità il pettegolezzo è potente quanto internet oggi. Il bullismo esercitato con il bisbiglio è onnipresente e rappresenta la vera arma di controllo sociale.

In una società del genere si parlerebbe molto meno, il politically correct impererebbe, i caratteri meno conflittuali avrebbero più opportunità ma soprattutto si svilupperebbero lingue e codici esoterici, un po’ come fanno i genitori quando in presenza dei figli parlano una lingua straniera o un gergo comprendibile solo a loro.

La società della trasparenza sarebbe la società dell’ipocrisia all’ennesima potenza. Nella futura società trasparente di Brin, molti di noi diventeranno meno disposti a esprimere le loro opinioni sul capo, sui dipendenti, sull’ex moglie o sul marito. Le persone diventeranno meno espressive esibendo tratti caratteriali autistici, la conversazione  sarà blanda, poco interessante oppure criptica, poco comprensibile.

Ma perché molti di noi considerano la privacy un bene prezioso?

La privacy perfetta la ottengo pensando tra me e me, ma anche in quel caso è possibile immaginare violazioni. Se qualcuno inventasse un modo facile e accurato di leggere le menti, la privacy sarebbe radicalmente ridotta anche in assenza di mutazioni nei miei diritti legali.

Aumentare la privacy è un bene o un male?

La privacy ha dei chiari vantaggi. Il motivo per cui do valore alla mia privacy è semplice: le informazioni su di me nelle mani di persone sbagliate a volte permettono un guadagno a mie spese. Esempio, dei ladri potrebbero organizzare al meglio un furto in casa mia.

Se il ladro sa che mi assento, andrà a colpo sicuro. Certo, io potrei essere il ladro,  ma di solito il vantaggio netto della privacy resta poiché il derubato dà più valore alla refurtiva rispetto al ladro.

Ma le informazioni che mi riguardano nelle mani giuste potrebbero essere la mia fortuna, ad esempio le informazioni sulla mia specchiata onestà e competenza.  Ma la privacy, si noti, non impedisce che tali informazioni siano rese disponibili.

C’è un caso in cui però la privacy è un costo.

Uno dei rischi nella contrattazione di info è il collasso della contrattazione quando un venditore sovrastima il prezzo che un acquirente sarebbe disposto a pagare o un acquirente commette l’errore opposto. L’accordo salta e tutti stanno peggio di come potrebbero stare. Il problema è che non posso vendere un’informazione esponendola affinché il potenziale acquirente possa valutarla accuratamente, altrimenti l’avrei di fatto regalata prima ancora di venderla.

La privacy avvantaggia chi bluffa, e questo potrebbe rappresentare un costo. Per esempio, a causa dei sospetti infondati che ingenera, potrebbe non far chiudere contratti convenienti ad entrambe le parti. Il fatto è che un mercato del genere si riempirebbe di bluffatori, non solo, tutti saprebbero che è così. 

Conclusione: la privacy ci avvantaggia nel prevenire scambi involontari (furti) e ci svantaggia in quelli volontari (commercio).

E la politica? Il rapporto tra governo e cittadini è quasi sempre di natura “involontaria”. I governi si impegnano in transazioni involontarie su vastissima scala.

La privacy, in altri termini, consente al cittadino di proteggersi dal governo, è questa la sua funzione fondamentale. Così come posso proteggermi dai miei concittadini con serrature e antifurti, posso proteggermi dal governo preservando le informazioni che mi riguardano.

La privacy è come la libera circolazione delle armi: un modo per difendersi dagli abusi governativi.

Come giudicare questo scudo? Semplice: è buono se il governo è cattivo, è cattivo se il governo è buono. O meglio, se il governo è l’equivalente moderno del re filosofo di Platone, la privacy individuale rende semplicemente più difficile realizzare il bene. Se, d’altra parte, un governo è semplicemente una banda criminale particolarmente numerosa, ben coordinata e malintenzionata nei tuoi confronti, allora la privacy è un’arma preziosa di cui avvalersi.

Chi ama la privacy implicitamente giudica l’azione di governo. La privacy, per esempio, favorisce l’evasione fiscale.

Torniamo un attimo all’ipotesi di Brin. Difficile che il progetto di società trasparente proposto da Brin possa reggere con un Hitler al potere, ci sarà sempre asimmetria. Quando le SS si confrontano con un privato cittadino, sono le SS ad avere le pistole.

Ma ricordiamoci comunque che la “società trasparente” ipotizzata da Brin non è un “progetto”, nel suo libro la la privacy non è un’opzione: il governo – Di Maio o Hitler – se potrà violare la privacy, prima o poi lo farà (vedi l’accesso nei c/c personali). E’ solo per ristabilire la simmetria che si auspica l’avvento di una tecnologia altamente intrusiva e facilmente disponibile da tutti.

Problema: le info saranno disponibili per tutti ma saranno anche falsificabili. Esempio, prendiamo una causa di divorzio per tradimento. Mia moglie mi ha citato in giudizio perché intende divorziare imputandomi un tradimento. A sostegno della sua contestazione, presenta dei video presi da camere nascoste che mi mostrano in atteggiamenti intimi con donne diverse. Il mio avvocato chiede un rinvio per indagare sulle prove. Quando la corte si aggiorna, invia un video prodotto a mia difesa. Lì c’è mia moglie che se la spassa con con Humphrey Bogart, Napoleone e il giudice della causa in questione. Quando il silenzio è ristabilito in aula, il mio avvocato presenta al giudice l’indirizzo della ditta di effetti speciali che ha prodotto il file video.

L’unica soluzione è affidarsi sempre alla tecnologia. Ci sono modi di utilizzare la crittografia per ricostruire un’immagine firmandola digitalmente dimostrando così da garantire che quella sequenza è stata presa da quella telecamera in quel particolare momento.

Altro argomento correlato: senza privacy sarà molto difficile delinquere. O comunque sarà molto più semplice fare indagini. Ma soprattutto: le indagini potranno essere privatizzate. L’agenzia investigativa si farà consegnare tutti i files e ricostruirà la vicenda risalendo ai colpevoli.

Domanda: il diritto andrebbe quindi totalmente depenalizzato? Oggi abbiamo un codice civile e un codice penale, quest’ultimo, infatti, esiste poiché si ritiene che lo stato debba avere un ruolo prominente nelle indagini. Nel sistema penale odierno l’accusa è controllata e finanziata dallo stato. La legge penale, inoltre, offre una gamma di punizioni leggermente diversa.

Se nella società trasparente non ha più senso che lo stato abbia un ruolo nelle indagini, non ha più senso nemmeno la legge penale con il PM e il suo ufficio.

Un argomento contro la depenalizzazione è che molti reati sono difficili da punire. Una vittima potrebbe concludere che catturare e perseguire penalmente l’autore del reato costi più di quanto si riceverà in cambio, specialmente se l’autore del reato non dispone di risorse sufficienti a pagare poi i danni sostanziali. Alcune categorie di reato potrebbero rimanere sistematicamente sotto-punite e diffondersi. Ma nel mondo della trasparenza radicale una simile difficoltà si dissolverebbe. Ogni aggressione sarebbe registrata su nastro. Il crimine standard diventerebbe molto simile all’illecito standard. Il furto non differirebbe troppo dall’ incidente automobilistico, per esempio, dove (eccetto nel caso dei pirati stradali) l’identità del “colpevole” e molti dei fatti rilevanti sono informazioni pubbliche. Nella società di Brin, se qualcuno ruba la tua auto, controllerai la registrazione video per identificare il ladro, quindi farai causa chiedendo il risarcimento.

E’ un’idea radicale ma lo è solo per noi oggi: nella Gran Bretagna del ‘700, per esempio, le cose funzionavano esattamente così: mentre il sistema legale inglese distingueva tra illeciti e crimini, entrambi erano in pratica perseguiti privatamente, di solito dalla vittima. Le cose cambiarono poiché la società si estese diventando “anonima”, ma potrebbero di nuovo cambiare in seguito all’avvento della trasparenza radicale.

Ma l’ipotesi della società trasparente si scontra col fatto che mai come in questa epoca storica esiste una potenziale privacy telematica in grado di proteggerci da ogni spione: la possibilità di criptare i messaggi li rende completamente inaccessibili a tutti, anche alla NASA. Sono due mondi che collidono: massima privacy nella comunicazione telematica, massima trasparenza nella vita reale.

Chi vince?

A prima vista la trasparenza della realtà sembrerebbe vincente. Non serve a nulla una sofisticata crittografia se una zanzara-con-telecamerina-incorporata svolazza nella mia stanza registrando quello che scrivo sulla tastiera. La privacy in una società trasparente richiede un modo per proteggere l’interfaccia tra il mio corpo nello spazio reale e il cyberspazio.

Si possono immaginare sia soluzioni a bassa tecnologia che ad alta tecnologia. Una soluzione low-tech è quella di digitare sotto un cappuccio. Una soluzione high-tech consiste nel collegare la mente e la macchina in modo che possano comunicare senza produrre eventi esterni.

Le conversazioni faccia a faccia, per sfuggire all’intercettazione, dovranno far ricorso a tecnologia wireless con microfoni in gola e ricettori nelle orecchie.

Probabilmente, potremo ancora assoldare un killer in modo sicuro ma altrettanto probabilmente non lo troveremo mai poiché lui non potrà mai agire impunemente.

Lettura consigliata: The Transparent Society: Will Technology Force Us To Choose Between Privacy And Freedom?, di David Brin.

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