fahreunblog

I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Anche negli USA passa il matrimonio omosessuale

Il matrimonio omosessuale è legalizzato a ritmo crescente un po’ in tutto il mondo, i cattolici stanno perdendo la loro “battaglia persa”, spero che non si demoralizzino e si concentrino invece sul bicchiere mezzo pieno: di fronte a loro ci sono almeno due sfide stimolanti.

  • Ora finalmente potranno dimostrare nei fatti e non a parole che la Famiglia Tradizionale funziona davvero meglio, che in essa il bambino cresce mediamente più equilibrato e felice. Nella società ci sarà una concorrenza effettiva che faciliterà i confronti su questo punto. S’impegnino anche per favorire una conoscenza reale in materia battendosi contro i veli del politically correct che affliggono molta ricerca accademica.

Ma a me interessa soprattutto la seconda:

  • Chi ora beneficia di pari diritti presto si lamenterà che l’uguaglianza effettiva fatica ad affermarsi, che sono necessari dei privilegi (quote, bonus, diritti ulteriori…) a compensazione di una pervasiva cultura omofoba che ancora opprime la minoranza indipendentemente da quanto già formalmente concesso. Un copione già visto. Ebbene, i cattolici hanno l’occasione di condurre una battaglia libertaria tesa ad ostacolare questo genere di ingegneria sociale.

supreme-court-gay-marriage-for-favorible-ruling

Infinite Jest di David Foster Wallace. Pt.1

  • Tiri liberi: …riesco quasi a vederli deLint e White, seduti con i gomiti sulle ginocchia nella posizione defecatoria tipica degli atleti a riposo…
  • Una spruzzatina proustiana ci sta sempre bene: … Orin si ricorda che nel bel mezzo del trasloco io uscii di casa di corsa piangendo come una fontana e mi presentai in cortile con una tutina rossa e pelosa tipo orso, e urlavo e tenevo nel palmo della mano qualcosa di davvero sgradevole a vedersi. Dice che avevo piú o meno cinque anni e piangevo ed ero tutto rosso nell’aria fredda della primavera. Continuavo a ripetere qualcosa che non capiva, finché mia madre non mi ha visto, ha spento il Rototiller e si è avvicinata per vedere cosa avevo in mano. Era un grosso pezzo di muffa – Orin pensa venisse fuori da qualche angolo buio della cantina della casa di Weston, che era sempre calda per via della caldaia e ogni primavera si allagava. Per come lo descrive lui, quel pezzo di muffa era orripilante: verde scuro, viscido, a tratti irsuto, punteggiato qua e là di chiazze fungiformi gialle, arancioni e rosse. Ma quel che è peggio, videro che quell’affare appariva stranamente incompleto, come fosse stato morsicato; e c’era un po’ di quella roba nauseante intorno alla mia bocca aperta. Stavo dicendo: «Ho mangiato quest’affare»…
  • Mamme dopo l’incidente:… dice che a questo punto i suoi ricordi si confondono, forse a causa dell’ansia. Ci sono due versioni. Nella prima la Mami comincia a girare per il cortile in ampi cerchi di pura isteria: «Dio!» esclama.
  • Giornate nere:… le mattine peggiori, coi pavimenti freddi e le finestre calde e la luce senza pietà – la certezza dell’anima che il giorno non dovrà essere traversato ma scalato verticalmente, e andare a dormire alla fine della giornata sarà come cadere da un punto molto in alto, a strapiombo…
  • E adesso un po’ di teologia:… “mi sembra che Dio abbia un modo piuttosto disinvolto di gestire le cose, e questo non mi piace per nulla. Io sono decisamente antimorte. Dio sembra essere sotto ogni profilo promorte. Non vedo come potremmo andare d’accordo sulla questione, lui e io, Boo”.
  • James Struck: … e quel James Struck che sembra sempre lasciarsi dietro la scia come le lumache…
  • Il capo-allenatore: Schtitt, a quasi settant’anni si è ammorbidito fino a diventare una sorta di anziano uomo di Stato che comunica astrazioni piú che disciplina, un filosofo anziché un re. La sua funzione piú importante è quella verbale; in tutti e nove gli anni di Schtitt all’Eta la bacchetta da meteorologo non ha avuto contatti correttivi con un solo sedere d’atleta…
  • Privilegi dell’handicap: Mario piú che altro ascolta. Si può dire che Mario è un ascoltatore nato. Una delle cose positive dell’essere visibilmente menomato è che la gente a volte può dimenticarsi che ci sei, perfino quando interagisce con te. È un po’ come origliare. È un po’ come se dicessero: Se in realtà non c’è nessuno là dentro allora non c’è ragione di essere timidi. Ecco perché le cazzate cadono a pioggia quando c’è nei paraggi un ascoltatore menomato, le convinzioni profonde vengono rivelate e ci si abbandona ad alta voce a ricordi privati tipo diario;
  • Problemi con le vie aeree:… quando Schtitt espira fa dei piccoli suoni che variano in esplosività fra la P e la B.
  • Narciso social: Schtitt poi sprofonda nel tipo di silenzio di chi si diverte a riavvolgere e riascoltare mentalmente ciò che ha appena detto.
  • Ecco, il solito canadese:… come la maggior parte dei canadesi, John Wayne solleva leggermente una gamba per scoreggiare, come se la scoreggia fosse una cosa che richiede impegno.
  • Il vero giocatore di tennis: Ortho Stice e John («N.R.») Wayne appaiono piú distaccati che affaticati; hanno quella capacità da vero giocatore di spegnere per brevi periodi la loro intera rete neurale; fissano lo spazio che occupano, avvolti nel silenzio, distanti per un momento dalla correlazione degli eventi.
  • Tassonomia da spogliatoio: John Wayne è della scuola calzino-scarpa, calzino-scarpa…
  • I colori del tennista:… gambe e braccia color terra di Siena carico tipo guantone da baseball e piedi e caviglie di un bianco pancia-di-rana, il bianco della tomba, mentre i busti, le spalle e le parti superiori delle braccia tendono piú al bianco sporco – ai tornei i giocatori possono sedere in tribuna senza maglietta, cosí prendono almeno un po’ di colorito al torace. Le facce sono la cosa peggiore, forse, la maggior parte rosse e lucenti con in piú qualche residua spellatura profonda data dalle tre settimane di fila di tornei all’aperto in agosto-settembre.
  • Lezione di teoria agli under 14:… “Mettiamo che devi scoreggiare… sai che è una di quelle puzzolentissime, pressurizzate»… mormorii enfatici adesso, scambio di occhiate. Josh Gopnik annuisce con calore… “per cautela non la fai”, dice Josh…”ma cosí hai trattenuto una scoreggia urgente, e corri per il campo cercando di vincere con una terribile impellente puzzolentissima scoreggia che a sua volta corre per il campo dentro di te”.
  • Le fatiche dei match in trasferta:… neppure i tappi per orecchie in polistirolo espanso Flents modello industriale possono risolvere il problema di un compagno di stanza che russa se il compagno in questione è cosí gigantesco e adenoideo che le sue russate creano vibrazioni subsoniche che arpeggiano lungo tutto il vostro corpo e la vostra branda tremola.
  • Cose scoperte in comunità:

… che certe prostitute tossicodipendenti hanno piú difficoltà a smettere con la prostituzione che con la droga, fornendo poi una spiegazione che riguarda l’opposta direzione del flusso di denaro nelle due attività…

… che la solitudine non è una funzione dell’isolamento.

… che le attività noiose diventano perversamente molto meno noiose se ci si concentra molto su di esse.

… che la vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.

… che esiste una cosa come la cruda, incontaminata, immotivata gentilezza.

… che è possibile addormentarsi di botto durante un attacco d’ansia.

… che quando vi si vuole convincere che si tratta di un disagio, l’addetto [una specie di Cacciari] vi fa sedere a guardarlo mentre scrive DISAGIO su un pezzo di carta poi divide la parola con un trattino cosí da farla diventare DIS-AGIO, poi vi fissa come se si aspettassero di vedervi colpiti da un’accecante consapevolezza epifanica.

… che il novantanove per cento dei pensieri di chi soffre di pensiero compulsivo è rivolto a se stessi.

… che il novantanove per cento dei pensieri di chi soffre di pensiero compulsivo è rivolto a se stessi.

… che il novantanove per cento dell’attività del pensiero consiste nel cercare di terrorizzarsi a morte.

… che provare a ballare da sobri è tutto un altro paio di maniche.

… che Dio potrebbe inserire la questione se crediate nell’esistenza di un dio o meno piuttosto in basso nella lista delle cose sul vostro conto che a lui/lei/esso interessano.

… che farsi togliere un tatuaggio vuol dire solo passare da una forma di deturpazione a un’altra.

… che un’esibizione semovente di tatuaggi ad alto pentimento induce alla malinconia.

  • Vita sociale tra gli esclusi: Don Gately ha sviluppato l’abitudine di fissare freddamente Ewell fino a quando il minuscolo avvocato si cheta; in parte fa cosí perché spesso Gately non riesce a seguire ciò che dice Ewell, e non sa se questo accade perché lui non è abbastanza sveglio o colto per capirlo o se invece è perché Ewell è completamente fuori di testa…
  • Cose che peggiorano col tempo: Michael Pemulis ha l’abitudine di guardare da un lato e dall’altro prima di dire qualcosa… questa cosa peggiora quando ha preso un paio di indrine.
  • Esaminando “la roba”:… il profilo contorto dal monocolo che tiene nell’orbita…
  • Camerata… coi letti a pelle di tamburo…
  • I pusher: due ex ribelli canadesi che portavano avanti progetti insurrezionali pateticamente obsoleti…
  • Premulis frega il negro che spaccia nella sesta strada… sentendosi come doveva essersi sentito William Penn nel suo cappello da quacchero quando intorno al XVI secolo aveva barattato della chincaglieria in cambio del New Jersey trattando con i tonti nativi del luogo…
  • Il siriano appena giunto al campus: … per questa giovane promessa due settimane pagate di allenamenti per rettificare una dinamica del servizio che gli sta erodendo il capitello radiale.
  • Post-allenamento, pre-doccia:… col sudore nei capelli sul punto di solidificarsi e congelare.
  • Spettatori dietro le reti metalliche:… le dita orribilmente aracnodattiliche…
  • Uno dei momenti più tristi in assoluto:... quell’invisibile svolta alla fine di una festa – anche di una brutta festa – quel momento di tacito accordo quando tutti cominciano a raccogliere l’accendino e la partner…
  • Il pre-suicidio: uno dei miti piú pericolosi è quello secondo il quale chi sta per suicidarsi diventa sempre positivo e generoso e altruista. La verità è che le ore prima di un suicidio sono fatte di enorme presunzione ed egocentrismo.
  • Arriva la figa… accompagnata dallo staccato dei fragili tacchi a spillo.
  • Spacciatori downtown:… ragazzetti tanto neri da essere blu, orrendamente giovani e scheletrici, poco piú che ombre viventi coi berretti di maglia e le felpe lunghe fino al ginocchio e le scarpe da basket bianchissime; spostano il peso da un piede all’altro e si soffiano nelle mani a coppa alludendo alla disponibilità di un certo Materiale, vi alludono appena, con la postura e lo sguardo annoiato, vuoto e arrogante.
  • Funzioni continue:… c’era poi A.Y. («Campo Vettoriale») Rickey della Brandeis University, che entusiasmava Hal e Mario a Weston sfilandosi il gilet senza prima togliersi la giacca del vestito, cosa che anni piú tardi M. Pemulis ha denunciato come mero trucchetto da prestigiatore da quattro soldi, una misera applicazione di certe caratteristiche basilari delle funzioni continue, rivelazione che è dispiaciuta a Hal nel modo tipo Babbo-Natale-non-esiste mentre Mario ha semplicemente ignorato il tutto e ha preferito considerare pura magia la faccenda del gilet.

 

  • David Foster Wallace<br />
world copyright Giovanni Giovannetti/effigie

Considerazioni sull’ Enciclica Laudato sì’

Ho cercato di leggere il documento papale con il sussidio di alcuni commentatori di diversa estrazione. Ecco l’idea che me ne sono fatto.

Francesco ci ricorda che il mondo è la nostra casa comune e ad essa dobbiamo portare rispetto in nome di quella fratellanza che ci lega con tutti i suoi abitanti.

E’ tutt’altro che un’osservazione innocente poiché pone l’uomo al centro del creato distanziandosi da gran parte dell’ambientalismo militante: non esistono valori ambientali che non possano essere ricondotti alla dignità dell’uomo. Non esiste un dovere di rispettare l’ambiente ma solo un dovere di rispettare nostro fratello.

La concezione dell’ambiente che propone Francesco è molto ampia: anche una parola gentile crea la giusta atmosfera migliorando l’ambiente in cui tutti siamo immersi. Così come la gentilezza perderebbe di senso senza un destinatario, così pure le cure ambientali sarebbero vuote senza un “prossimo” su cui tenere fisso il nostro pensiero.

Ma come preservare e valorizzare questa ricchezza? Francesco intende farlo mettendo al centro “gli ultimi”, e anche per questo spende parole dure per le soluzioni adottate dalla società capitalista.

Francesco non sembra riconoscere i successi ottenuti sul fronte della povertà, implicitamente respinge anche possibili soluzioni di mercato al problema ambientale visto che si mostra ripetutamente simpatetico con alcune “idee pericolose“:

  1. il mercato crea instabilità;
  2. il mercato distorce i valori;
  3. il mercato spreca e produce alienazione;
  4. la politica è la soluzione a tutti questi “fallimenti del mercato”.

Si tratta di affermazioni problematiche poiché innescano subito una raffica di domande: quanta “instabilità” è da imputare ad un sano adeguamento alla realtà? quanto “spreco” è dovuto solo ad una crescita della ricchezza disponibile? quali alternative si propongono al classico “valore di mercato”? perché mai i “fallimenti della politica” sarebbero da preferirsi ai “fallimenti del mercato”?

Ma la “pericolosità” del modello “marxista-keynesiano” prescelto non sta tanto nella sua validità, quanto nel fatto che il Papa si schiera in modo esplicito su questioni istituzionali in cui la Chiesa si dichiara incompetente.

Ma il Papa è davvero consapevole della sua “militanza”?

Secondo me no, non fino in fondo. A me sembra prevalere l’ingenuità (e anche un pizzico di ignoranza sui temi specifici), come se il Papa si rivolgesse ad un pubblico privo di qualsiasi strumento.

Propongo un’analogia per spiegarmi meglio: è un po’ come se il Papa, considerando il nostro universo un “disegno intelligente”, proponesse questa idea autenticamente cristiana adottando il linguaggio e gli schemi concettuali di quei “creazionisti” che negano alla radice l’evoluzione.

Cosa penserà un pubblico che oggi, almeno alle nostre latitudini, è per lo più “acculturato”? Ad un’ingenuità o ad un “creazionismo” militante?

Personalmente propendo per la prima ipotesi. Il vocabolario del “creazionismo militante” ha comunque un potere seduttivo maggiore sul credente “delle periferie” più incline alla reazione emotiva e avulso dalle polemiche creazionismo/evoluzionismo.

Lo stesso dicasi per le questioni istituzionali: l’ idea ingenua di un Politico-Compassionevole che sistemi le cose dall’alto facendo combaciare tutti i pezzi seduce il credente ingenuo che, estraneo al conflitto socialismo/capitalismo, d’istinto è portato a pensare alla figura del Creatore Misericordioso.

Per ora, comunque, di questa Enciclica prendiamoci il buono, perché di buono ce n’è comunque molto.

enciclica_laudato_si_1416538

Tomas Tranströmer: i ricordi mi riguardano

  1. Il primo ricordo:… ho appena compiuto tre anni e mi hanno detto che è qualcosa di molto importante, che adesso sono diventato grande…
  2. Papà:… i suoi scoppi d’ira non venivano mai presi veramente sul serio… L’aggressività a lungo termine gli era del tutto estranea… Voleva essere in buoni rapporti anche con gli assenti di cui capitava di parlar male in una normale conversazione. “Ma papà, devi almeno essere d’accordo sul fatto che X è un mascalzone!” “Senti, io non ne so proprio niente.”
  3. Il mistero dei vicini: … le risate omeriche e il saltare di tappi, non sembravano accordarsi a quell’ometto di un pallore spettrale che ogni tanto incontravo in ascensore…
  4. Fasi: … dopo qualche tempo le visite al museo cessarono. Ero entrato in una fase in cui avevo una paura inaudita degli scheletri…
  5. Maestri: … intavolammo subito una conversazione sui molluschi. Era così distratto o privo di pregiudizi che mi trattava come un adulto…
  6. A caccia di farfalle: ero sempre fuori in perenni spedizioni. Una vita all’aria aperta senza il minimo interesse salutistico…
  7. La maestra: una signorina nubile e molto curata che cambiava vestito ogni giorno…
  8. Didattica: … fioccavano spesso tirate di capelli e sberle, anche se mai a me che ero figlio di una maestra.
  9. Scuola fabbrica del conformismo:… Il mio compito principale nel primo trimestre fu di starmene zitto e fermo nel mio banco… Non si dovevano avere difficoltà inattese nell’imparare qualcosa. In generale non si doveva fare niente di inatteso. Una bambina che se la faceva addosso per la paura e la vergogna non poteva aspettarsi nessuna pietà…
  10. Strategie anti-bullismo: Hasse, un ragazzo scuro e alto che era cinque volte più forte di me, aveva l’abitudine di buttarmi a terra a ogni intervallo, il primo anno di scuola. All’inizio opponevo una fiera resistenza, ma non serviva a niente, lui mi atterrava comunque e trionfava. Alla fine trovai il modo di frustrarlo: una totale rilassatezza. Quando si avvicinava, fingevo che il mio io se ne fosse volato via e avesse lasciato soltanto un cadavere, uno straccio senza vita che lui poteva calpestare quanto voleva. Si stufò. Penso a quanto possa avere significato per me, più avanti nella vita, il metodo di trasformarsi in uno straccio senza vita. L’arte di lasciarsi calpestare senza perdere l’autostima. Non l’ho usata troppo spesso? A volte funziona, a volte no.
  11. L’offensiva nazista sui giornali… era raffigurata con frecce nere. Le frecce penetravano nel cuore della Francia e vivevano come parassiti anche nel nostro corpo di nemici di Hitler. Io mi includevo realmente nel numero. Non mi sono mai più impegnato con tanta passione in politica!
  12. Definizione di “comunista”: chi teneva per la Russia.
  13. Destra: la si votava se si era ricchi…
  14. I ricchi… possedevano giocattoli di  incredibili dimensioni…
  15. I poveri: dovevano fare pipì in una casseruola di fortuna che la mamma vuotava nell’acquaio in cucina. Era un dettaglio pittoresco.
  16. Inconvenienti della militanza: quando scoprivo che qualcuno che mi piaceva in effetti era «filotedesco», sentivo immediatamente un terribile peso sul petto. Tutto era rovinato.
  17. Radio Londra: …la voce calma dello speaker, con un lieve accento straniero, si rivolgeva direttamente a me da un mondo di simpatici eroi che continuavano a dedicarsi tranquillamente alle loro occupazioni benché piovessero bombe.
  18. I professori… dei divi collerici che potevano dedicare la maggior parte della lezione a costruire una torre di indignazione isterica soltanto per poter sfogare la loro rabbia… Facevano sempre un’entrata drammatica in classe, gettavano la cartella sulla cattedra e già dopo qualche secondo era chiaro se l’umore era buono o cattivo.
  19. Il Preside: è possibile che le sue grandi esplosioni non si verificassero più di tre o quattro volte al mese. Ma era soprattutto su quei momenti che si fondava la sua grande autorità… il fulmine si muoveva avanti e indietro sopra il paesaggio. Si sapeva che doveva cadere, ma non dove.
  20. Cooperazione genitori-insegnanti?… per tutto il mio periodo scolastico mi sforzai di tenere separati il mondo della scuola e il mondo di casa. Se i due mondi cominciavano a filtrare uno nell’altro, la casa sarebbe stata contaminata. Non avrei più avuto un vero rifugio.
  21. Extramoenia: non sapevamo quasi nulla della vita privata dei nostri insegnanti, sebbene la maggior parte di loro abitasse nei dintorni della scuola… Un giorno d’autunno Målle era arrivato in classe con una rossola in mano. Mise il fungo sulla cattedra. Liberatorio e scioccante – si era intravisto uno scorcio della sua vita privata! Målle dunque raccoglieva funghi…
  22. L’allegria dei vent’anni: … allora la dimensione più importante dell’esistenza era la Malattia. Il mondo era un immenso ospedale… Vedevo davanti a me persone sfigurate nel corpo e nell’anima. La lampada era accesa e cercava di tenere lontani quei volti spaventosi, ma ogni tanto mi assopivo, le palpebre si abbassavano e i volti spaventosi mi erano improvvisamente addosso… ogni tanto il silenzio era rotto da uno schiocco nelle pareti. Provocato da cosa? Da me? Le pareti risuonavano perché lo volevano i miei pensieri malati!
  23. La scoperta della poesia nelle parafrasi dei somari interrogati dal prof. di  latino:… questa alternanza tra una sgangherata banalità e un icastico sublime mi insegnò molto. Erano i presupposti della poesia. Attraverso la forma (la Forma!) si poteva elevare qualcosa. Le zampette del bruco erano sparite, si aprivano le ali.

tomas-transtromer-wins-nobel-literature-prize-2011-10-06l

Una teoria del cazzeggio

L’uomo, come  molte altre specie animali, dedica molto tempo al gioco, ovvero ad un’attività in cui, in un ambiente sicuro, impara a muoversi nel rispetto di regole date. E’ un allenamento quanto mai prezioso per affrontare preparati la vita adulta, ovvero quella che si svolgerà all’esterno del “recinto sicuro”.

Ora, si può giocare a scacchi, a nascondino ma si può anche “giocare a parlare“, ovvero a cazzeggiare.

Il cazzeggiatore dimostra di dominare le regole del linguaggio e per lo più a questo fine si cimenta su tematiche poco serie.

Tuttavia, capita spesso – spessissimo – che eserciti le sue abilità acrobatiche su argomenti seri, e qui la funzione del gioco cambia leggermente, in questi casi ci si allena a “violare” con classe una regola sociale prevalente.

Mi spiego meglio: cazzeggiando su argomenti “seri” si è autorizzati a dire cose che in un contesto serioso ci attirerebbero mille guai. In un certo senso si è sempre giustificati poichè possiamo sempre far passare per ottuso chi ci critica nel merito. Il critico, in questi casi, molto semplicemente “non capisce” l’aria di cazzeggio che pervade la conversazione in corso. Non c’arriva, è limitato, non è brillante (come noi cazzeggiatori).

L’abilità del cazzeggiatore consiste nel barcamenarsi tra i diversi livelli del linguaggio affinché l’opinione espressa sia sempre messo al riparo da ogni critica grazie alla produzione di un abile tono semiserio che pur facendo passare un messaggio squalifichi in anticipo ogni possibile obiezione. In questo modo puo’ “partecipare al dibattito” restandone fuori.

L’umorismo è l’esito inevitabile del cazzeggio.

L’umorismo allena alla comunicazione indiretta, al messaggio obliquo, alla creazione di codici personali, alla creazione di un meta-linguaggio comprensibile solo agli “amici”. I “nemici”, quando intervengono nel merito per difendersi perché magari si sentono chiamati in causa, intervengono per definizione fuori luogo: dimostrano di non avere senso dell’umorismo.

I nerd, per esempio, sono le classiche vittime degli umoristi: la  tendenza autistica conferisce loro un solo livello di comunicazione, un po’ come i robot, e ciò li rende facili prede di chi invece è abile nell’esprimersi su molteplici livelli.

Forse esagerando si puo’ dire che l’umorismo è un residuo del dogmatismo passato. Se ieri chi criticava un dogma commetteva  peccato, oggi chi si attarda a criticare l’idea sottesa ad una “battuta” viene additato come “privo di senso dell’umorismo”, il che è la massima scomunica del nostro tempo. Cosicché nei talk show della TV capita spesso di vedere il povero politico beota di schieramento avverso a quello per cui simpatizza il conduttore costretto a primi piani col riso forzato mentre viene messo alla berlina dal “satiro” di turno ingaggiato dagli autori e fatto esibire a pochi metri da lui. In questa morra l’umorismo è sempre vincente e la capacità di infliggere danni asimmetrica.

Non voglio con questo dire che non esistano sedi dove “l’idea sottesa ad una battuta” non possa essere discussa apertamente e in modo serio, tuttavia il momento umoristico resta un limbo corazzato per definizione, impenetrabile ad ogni dissenso, monologante nella sua essenza. Proprio come i dogmi: criticarli si puo’, chi dice il contrario sbaglia, purché lo si faccia nelle sedi opportune. Per esempio nelle segrete stanze del Concistoro o dei tinelli di casa propria.

L’ipocrita è particolarmente simpatetico all’umorismo. E si capisce, il mondo della comunicazione polisemica, il mondo dalle mille uscite di sicurezza è l’acqua in cui nuota da sempre. Ed sono le stesse acque in cui si esercita l’umorista.

Nell’umorismo l’uomo si allena ed esibisce le sue potenzialità nel produrre ipocrisie (esercizio quanto mai fruttuoso allorché si tratterà di cavarsela nella “seria”). In entrambe le attività è preziosa la capacità di creare un linguaggio ellittico, multistrato, dove tutti i livelli si mescolino in modo apparentemente incongruo. Una matassa che solo gli adepti sanno sbrogliare. Dobbiamo saper tenere un discorso che in realtà sono più discorsi contemporanei con destinatari diversi.

Il riso è la palestra principale dove si allena l’ Homo Hypocritus.

Siamo molto legati a chi ci fa ridere perchè sentiamo che con lui si apre un canale di comunicazione privilegiata fatta con un codice esclusivo, intimo. Con chi condivide il nostro senso dell’umorismo possiamo “cospirare” al sicuro. Vuoi far innamorare una donna? Falla ridere!

La buona fama del riso è recente, nella storia è sempre stato visto con sospetto dai moralisti; a partire da Aristotele per lo più lo si considerava prerogativa dell’arrogante, dello sprezzante, del superbo. Ridere in pubblico era esecrabile. Oggi invece viene invece  considerato un appannaggio del “simpatico”. Perchè questa completa inversione di rotta? Forse oggi un bene come quello della “fiducia” è meno prezioso visto che lo garantisce dall’alto lo stato. L’umorismo, infatti, con le sue mille ambiguità, la sua mancanza di trasparenza, mette sempre a rischio la produzione comunitaria di fiducia reciproca.

Chiudo con il dato fondamentale delle ricerche sul riso: l’80% dei nostri sorrisi non si materializzano in contesti comici bensì in contesti socializzanti. Chi parla, per esempio, ride molto di più di chi ascolta (negli spettacoli comici avviene il contrario).  In sintesi: secondo Rod Martin il riso è in prima istanza una vocalizzazione socializzante (ricerca di complici) e non una reazione a situazioni comiche. Le donne ridono molto di più degli uomini (il 126% in più), si ritiene sia un segno di sottomissione; per contro gli uomini sono fonte di riso molto più delle donne, pensate solo a chi era il buffone della classe quando eravate al liceo.

P.S. Per approfondire rinvio alla tag “humor” del blog Overcoming Bias.

 P.S. Teorie alternative:

Luce d’agosto di William Faulkner

Qualche passaggio da rimeditare in vista di una recensione.

  1. Il paesaggio prevalente: butterato di ceppi con rosse forre annegate sotto le lunghe, quiete piogge autunnali.
  2. Lena: la perlina dimenticata di un filo rotto.
  3. Il sugo della storia (padri che se la svignano e madri che restano): “mi sa che una famiglia dovrebbe essere tutta insieme quando arriva un bambino”.
  4. A che servono le zie: … per quasi metà di ogni anno la sorella stava partorendo oppure rimettendosi dal parto…
  5. Segnali dell’adolescenza: stava cambiando forma.
  6. Sosta: con i muli addormentati nelle tirelle…
  7. Skills: solo un negro riesce a capire quand’è che un mulo sta dormendo o è sveglio.
  8. Salita: benché i muli arranchino in una fissa, instancabile ipnosi, il veicolo non sembra progredire.
  9. Aria di casa: per la prima volta i muli vanno rapidi di propria volontà. Fiutano il mais.
  10. Al mercato delle vacche: guardò il sole e offrì il prezzo che aveva deciso di offrire mentre era disteso a letto tre notti prima.
  11. Mogli al termine della parabola: con la sua fredda, dura faccia irascibile, che ha messo al mondo cinque figli in sei anni e li ha fatti crescere fino a diventare uomini e donne… il viso come quello di generali che sono stati sconfitti.
  12. Mogli che anzichè voltarsi a guardare quando entri in cucina… sbatacchiano malevole i fornelli.
  13. Vuoi essere gentile con la consorte?: “l’epoca che avevo bisogno d’una mano è passata da un bel po’».
  14. Donne sole: cammina goffa, con una certa attenzione, attraversa la batteria schierata di occhi d’uomo e entra nell’emporio.
  15. Chiedere info in Alabama: l’interpellato girò il viso e attraverso il fumo calante della sigaretta dette un’occhiata.
  16. È l’uomo per te: parlò in un tono e in un modo che era l’essenza stessa della persona, e che tradiva la sua abitudine al depistaggio… non fosse rimasto di lui neanche quanto bastava per riuscire a far bene lo scansafatiche… cercava, senza molto successo, di darsi un’aria di dissolutezza…
  17. Omelie esagitate: usava la religione come se si trattasse di un sogno… lassù sul pulpito con le mani che gli svolazzavano intorno… piegato in avanti con la mano ancora levata e il viso in delirio o congelato nella forma del tuonante periodo allegorico che non aveva completato…
  18. La donna non è mai colpevole: Dio sapeva benissimo che essere la moglie di qualcuno era già abbastanza complicato.
  19. Mamie: una balia negra che portava lenta a passeggio i bambini bianchi a lei affidati sillabando ad alta voce con la vacua idiozia della sua pigra razza analfabeta.
  20. Atti osceni: … se lo considerava contro Dio e contro natura una negra, doveva essere parecchio brutto…
  21. La creatura alza gli occhi… la faccia bell’e pronta a sorridere, la bocca bell’e pronta a dire il suo nome…
  22. I segni della consunzione: … la faccia è allo stesso tempo scavata e flaccida…
  23. Disturbo della quiete pubblica: … perfino il timbro prolungato di quella voce sembrava puzzare di whisky…
  24. Il disubbidiente: … riprendeva a colpirlo con quei colpi duri, lenti, misurati, come se glieli desse tenendo il conto…
  25. Una sigaretta per riflettere: … poi rimase in attesa del leggero suono da nulla che il fiammifero spento avrebbe fatto quando cadeva sul pavimento; e poi gli sembrò di averlo udito…
  26. Il femminicidio incombe: … se ne stava lì sotto la finestra buia a maledirla con lente, calcolate oscenità…
  27. L’inattendibilità dei testimoni: … la memoria crede prima che il conoscere ricordi. Crede più a lungo di quanto rammenti, più a lungo perfino di quanto il conoscere immagini…
  28. Il bimbetto della prostituta: …pensava senza particolare interesse o attenzione che era un’ora strana per andare a letto.
  29. La scoperta del dentifricio: … contemplò il fresco verme invisibile che gli si svolgeva sul dito e repentino, come di suo, gli strisciava dolce in bocca, imbrattandola…
  30. Vomito: ascoltando le proprie interiora, aspettando con stupefatto fatalismo quello che stava per succedergli. Poi successe.
  31. I bambini ci guardano: con la profonda, intenta aria interrogativa di un animale.
  32. Il bambino frustato: «Vieni» disse. Non si volse a guardare. Il bambino gli andò dietro…. Nelle loro schiene c’era una perfetta affinità di ostinazione, una sorta di somiglianza trasmessa… due schiene che nella loro rigida abiura di ogni compromesso erano più simili di quanto il sangue, in realtà, avrebbe potuto renderle…
  33. Durante la prima vergata: sulla sua faccia vi fu soltanto una smorfia, improvvisa, chiara, repentina, che fece saltar su gli angoli della bocca e mostrare per un istante i denti come se sorridesse. Poi la faccia tornò calma, imperscrutabile.
  34. Dopo la prima vergata: il viso rigido di orgoglio, forse, e di disperazione. O forse era vanità, la stupida vanità di un uomo.
  35. La nana: avevano constatato che la piccolezza non era dovuta a una esilità naturale bensì a una qualche corruzione interiore dello spirito stesso.
  36. Lo straniero entra al pub: lo guardarono  come se il respiro fosse cessato insieme ai discorsi, come se anche il fumo delle sigarette fosse cessato e adesso vagasse a caso, portato dal proprio peso…
  37. Fauna del pub: un grumo di loschi perdigiorno, cappelli e sigarette di sghembo sulle facce contorte nel fumo.
  38. La sveglia suona presto: … era nel corridoio senza avere il ricordo di essere passato dalla porta, e si trovò in un’altra camera mentre ancora sperava forse no credeva di dirigersi verso la cucina a preparare il caffè… guardava le proprie mani armeggiare con i fornelli, cercava di aiutarle, di persuaderle, di controllarle…
  39. L’ albino ha la pelle bianca ma… l’odore scuro, lo scuro e impenetrabile pensare ed essere dei negri.
  40. Vagabondo che non sei altro: Non possedeva nient’altro che il rasoio; una volta che se lo fu messo in tasca, era pronto per un viaggio di un miglio come di mille… E tuttavia, quando si avviò, fu verso la casa. Fu come se, appena scoprì che era là che i suoi piedi intendevano andare, li lasciasse fare, come lasciandosi portare, dandosi per vinto.
  41. Anche gli stupratori hanno una dignità... Andò alla porta della cucina. Si aspettava che anche quella fosse chiusa a chiave. Ma non si rese conto, finché scoprì che non lo era, che avrebbe voluto lo fosse. Quando scoprì che non era chiusa a chiave, fu come un insulto. Fu come se un nemico sul quale aveva riversato la più terribile violenza e le più terribili contumelie se ne stesse lì immobile, illeso e indenne, a contemplarlo con un assorto, insopportabile disprezzo.
  42. L’amore pagato in natura… dopo, in piena notte, nell’oscurità della sua camera, lei insisteva a raccontargli nei minimi, noiosissimi dettagli le cose da nulla della sua giornata e insisteva che anche lui le raccontasse la sua giornata… quell’imperiosa, insaziabile richiesta che i minimi dettagli delle sue giornate vengano messi in parole, senza alcun bisogno di stare ad ascoltare il racconto.
  43. Ferrari parcheggiate… Uomini e ragazzi a capo reclinato vi stavano attaccati con lo stesso stupefacente disprezzo delle leggi fisiche che hanno le mosche.
  44. Discorsi fra ragazze alla moda… punteggiati con un’infinità di duri tacchi sottili…
  45. I curiosi della carreggiata opposta… guardarono l’incendio, con quello stesso ottuso stupore che si erano portati dietro dalle vecchie caverne fetide dove era iniziata la conoscenza, quasi che, come la morte, non avessero mai visto il fuoco prima di allora… dopo un pò il semplice prolungarsi di fiamme vuote aveva cominciato a perdere interesse… Quando la folla si rese conto che lo sceriffo se ne stava andando, ebbe inizio un esodo generale…
  46. Una lezione esemplare: … teneva su Brown con una mano e con l’altra lo prendeva a schiaffi. Non sembravano sventole troppo forti. Ma la gente dice che quando la mano di Joe veniva via fra una sventola e l’altra vedeva il rosso anche attraverso la barba…
  47. Lo sceriffo: un uomo grosso come un cassettone, con l’inerzia totale e granitica di un cassettone.
  48. Voci blues: la voce era rauca, come se di recente avesse fatto un gran parlare o gridare senza essere ascoltato.
  49. Voglia di fare una piazzata: sentiva quelle parole aspre che gli si organizzavano nella mente, appena dietro la bocca.
  50. Nu simme lu sud: la gente dalla quale è sorto e in mezzo alla quale vive, che in questa sua terra e in questa sua storia non riesce mai a trovare un’occasione di piacere o di sofferenza o di fuga senza farne una ragione di rissa. Il piacere, l’estasi, essi non sembrano capaci di sopportarli: ne fuggono attraverso la violenza, bevendo, battagliando, pregando.
  51. La barzelletta del dilettante: si mette a ridere prima di potersi preparare a trattenersi.
  52. I giovani dello struscio: fermi in piedi oppure a parlare fra loro da un angolo della bocca.
  53. Byron Bunch: un uomo smilzo che nessuno guarderebbe mai una seconda volta.
  54. Postura tipica che tra i campagnoli segnala l’importanza del dialogo in corso: accovacciati sui calcagni.
  55. Lena bracca il padre del bimbo che ha in grembo… lo osservava tenere gli occhi fissi nei suoi come due animali sul punto di darsi alla fuga… Riusciva quasi a vedere la mente di lui che si dibatteva in continuazione da un punto all’altro del cranio… finché la sua voce maschile morì da qualche parte dietro gli occhi disperati… finché tutto l’orgoglio che gli rimaneva, quel tanto di misero orgoglio che era il desiderio di giustificarsi, gli fuggì via e lo lasciò nudo. Allora per la prima volta lei parlò. La sua voce era bassa, tranquilla, fredda. «Vieni qui» disse.
  56. Oggettistica d’altri tempi: una pipa di tutolo.
  57. Vecchie nere a spasso nel dì di festa: un essere tozzo e informe con la faccia come pasta poco cotta sotto una piuma bianca sudicia e cascante, in un vestito di seta dalla foggia fuori moda e di un moribondo colore regale.
  58. Quando ti nasce un bimbo… ti cade tutto addosso troppo in fretta. Troppa è la realtà che le mani e gli occhi non possono negare.
  59. La vecchia redingote di papà: la tirò fuori, e distese le pieghe accurate con cui era stata riposta da mani ormai morte.
  60. Manpower: aveva l’aria di un brav’uomo, il tipo che ha un lavoro e lo tiene per un sacco di tempo senza rompere le tasche a nessuno per farsi dare un aumento, basta che lo lascino lavorare in pace. Ecco il tipo che era. Era il tipo che a parte quando è al lavoro, sarebbe solo un qualcosa lì in giro.

faulkner_postcard

Homo Aestheticus

Da un lato ci sono gli “esteti estenuati”, quelli per cui “… la bellezza non s’interroga, regna per diritto divino”. Dall’altro i “modernisti”, quelli per cui il divorzio tra arte e bellezza vanifica ogni discorso su quest’ultima. Tutti si fanno belli tacendo sulla “bellezza”, o guardando male chi ha l’impudicizia di parlarne apertamente. In queste condizioni non è facile essere propositivi sull’argomento, ci vuole un bel coraggio per prendere la parola.

Spero che nessuno si offenda se provo ugualmente a porre 15 domande in merito e a selezionare le risposte che più mi hanno convinto.

  1. Come posso identificare (e valutare) la bellezza artistica? Un buon metodo consiste nel chiedersi se l’opera adempie in modo soddisfacente alla sua funzione.
  2. Grazie, ma il problema si è solo spostato: come posso identificare la funzione dell’opera artistica? Un buon metodo consiste nel chiedersi qual è la sua origine.
  3. Grazie ancora, ma il problema ha solo fatto un ulteriore passettino più in là restando intatto: come posso identificare l’origine dell’attività artistica? Non si è spostato invano visto che qui è già più agevole formulare delle ipotesi. La più attendibile vede l’attività artistica come un riciclo dei linguaggi scartati nel corso di quel processo evolutivo che ha poi selezionato i linguaggi naturali impiegati oggi dall’uomo.
  4. E perchè mai dovremmo “riciclare” dei materiali linguistici di scarto? Poiché  trattasi di linguaggi lacunosi causa la loro approssimazione, rappresentano una palestra ideale per chi intende dedicarsi ad “esercizi di vaghezza”.
  5. Non capisco proprio perchè mai l’uomo dovrebbe sentire la necessetà di applicarsi a questo genere di esercizi. Allora? Perchè la vaghezza, per quanto una sua presenza eccessiva deteriori la comunicazione, conserva pur sempre una funzione cruciale positiva anche nei linguaggi più sofisticati. Dominarla è un’abilità importante per colui che comunica.
  6. E qual è la funzione della vaghezza nei linguaggi naturali? Qui viene la parte difficile, una risposta sintetica è impossibile, mi limito a dire che la funzione è duplice (e ce la spiegano nel dettaglio i teorici dei giochi):1) corrobora la ricerca collettiva della verità e 2) consolida la coesione del gruppo. Ricerca e comunione.
  7. L’opera riuscita è dunque l’opera che scopre una verità? L’emersione della bellezza richiede “ricerca” più che “scoperta”. Richiede una ricerca infinita, un viaggio da scoperta in scoperta: non si risponde a quiz ma a domande esistenziali inesauribili del tipo: “chi sono io?“.
  8. Cos’è allora l’arte? Una ricerca di se stessi (ricerca identitaria) attraverso l’incontro con l’altro, ovvero l’artista.
  9. E la bellezza? L’esperienza di chi vive questo evento. Attenzione, la bellezza è dunque un’esperienza umana più che una proprietà formale dell’oggetto artistico.
  10. Ma queste considerazioni come si concretizzano, quali possono essere dei criteri specifici di giudizio? Qui posso solo fare congetture, non chiedermi di andare oltre. Io, per esempio, do un certo peso a tre elementi: ambiguità dell’opera, originalità e contaminazione.
  11. Perché l’ambiguità? Perché, come dicevo, è lo “specifico” del linguaggio artistico: l’opera non deve lasciarsi “fermare” da un’etichetta, deve invece sgusciare via e rinascere continuamente grazie alla sua vaghezza.
  12. Perché la novità? C’è un legame col punto precedente: se un’opera sfugge alle classificazioni si mantiene sempre fresca e nuova, cosicché quest’ultimo elemento diventa un sintomo della sua forza espressiva. Ma c’è un motivo ancora più importante: poiché l’esperienza artistica è un’esperienza essenzialmente identitaria – aderendo ad un’opera vogliamo dire “chi siamo” – e poiché ci riteniamo “unici”, cercheremo nell’opera qualcosa di “unico”, ovvero di “nuovo”. Cio’ che è vecchio e risaputo ci respinge poiché saremmo chiamati ad aderire a cio’ a cui hanno già aderito le generazioni passate mentre il processo identitario ci chiede uno smarcamento e una distinzione. La bellezza “inaugura”, questo elementare fenomeno è macroscopico nelle esperienze estetiche più “basse”, guarda solo alle classifiche dei dischi o dei libri, se la gente cercasse semplicemente “buona musica” o “buona letteratura” sarebbe assurda la netta prevalenza della novità. Guarda poi alla scuola: difficile sperimentare il bello quando, nel tempio dell’ortodossia consolidata, ti vengono proposte opere col “visto” ufficiale allegato. Ecco, questi sono solo esempi macroscopici (con tutte le eccezioni del caso), quello che mi interessa chiarire è l’interazione tra opera e fruitore: un processo che si realizza a tutti i livelli, sia “bassi” che “alti”.
  13. E perché la contaminazione? Perché la novità prende corpo per lo più con accostamenti inediti.
  14. Quindi cos’è un capolavoro, chi è un grande artista? Chi inaugura una genealogia, chi fa una proposta originale e fertile, una proposta in grado di produrre un seguito nella storia e ispirazioni a catena.
  15. L’arte ha il monopolio della bellezza? No, poiché la bellezza è un’ “esperienza” e non una “forma” particolare, noi possiamo provarla anche ammirando lo spettacolo della natura, per esempio. Ci sono poi alcune esperienze molto vicine all’esperienza estetica, quella religiosa, per esempio: arte e religione sono amiche da sempre, qualcuno arriva a dire che sono due facce della stessa medaglia. Da quanto detto si evince anche che la bellezza non esiste senza un uomo che la esperisca: uno spettacolo naturale, quindi, non potrà mai essere definito “bello” senza l’ammirazione dell’uomo che lo contempla, esattamente come il crocifisso cessa di essere sacro con l’estinzione degli adoratori.
  16. bellezz

EXPO 2015: nutrire il pianeta.

L’ Expo 2015 affronta il tema dell’alimentazione e quindi, indirettamente, anche quello eterno della fame sul pianeta terra. Le prime 15 cose che mi vengono in mente nel merito:

  1. Rallegriamoci: abbiamo vissuto nel periodo storico in cui la fame nel mondo ha raggiunto il picco di minimo, e anche in quello dove la velocità di decremento del fenomeno ha raggiunto il suo picco di massimo. Un filotto niente male, non resta che augurarsi di prolungare il trend.
  2. Tuttavia, la fame nel mondo continua a rappresentare un problema. Anzi, “il problema” per chi ragiona sull’ alimentazione del pianeta (con buona pace degli obesi che reclamano attenzione).
  3. Diffidate di chi a questo punto attacca col refrain della “sovra-popolazione”: le città – più popolose – sono molto meno colpite delle campagne, non a caso la migrazione degli “affamati” va dalle seconde alle prime.
  4. Diffidate di chi attacca la solfa del “colonialismo“: tra i paesi poveri, quelli che hanno conosciuto il colonialismo non sono certo messi peggio degli altri, anzi…
  5. Una causa certa della fame è la guerra, e il miglior vaccino contro la guerra sono i commerci, la rendono costosa. Per i paesi autarchici le guerre sono a buon mercato, avendo tutto in casa rinunciano a poco. Come mai la Francia è diventata l’emblema del pacifismo nel corso dell’invasione irachena per poi trasformarsi in una nazione rapace quando si è trattato di invadere la Libia? Perché con l’ Iraq intratteneva fitti commerci, con la Libia no. Per i paesi affamati, allora, meno sussidi e più commercio: le loro politiche agricole sono disastrose, i sussidi garantiti spesso sono sussidi a inefficienti politiche autarchiche, con l’aggravante che l’autarchia corrobora la bellicosità di governanti desiderosi di stornare l’attenzione dei governati dal crescente impoverimento. Un paese in guerra, oltrettutto, diventa ancora più bisognoso e “meritevole” di sussidi. E’ un circolo vizioso da cui non si esce.
  6. Altra causa delle crisi più recenti: il signor Chang (ex contadino cinese), prima coltivava la terra, oggi si è trasferito in città diventando più ricco. Prima produceva parecchi prodotti alimentari e ne consumava pochi, oggi non ne produce affatto e ne consuma molti di più rispetto a prima. Il mondo è pieno di signori Chang. Al netto delle follie dell’etanolo, la recente impennata dei prezzi si deve all’arricchimento dei più poveri. Speriamo che il buon Dio ci mandi ancora tanti problemi di questo genere. L’ Egitto soffre? Già, soffre i prezzi elevati perché la sua economia è stagnante ma, ricordiamolo sempre, se soffre tanto è perché altri paesi – più aperti – si sono arricchiti e domandano molto più cibo di prima.
  7. La vostra mente è affollata di preoccupazioni e volete trattenerne una sola da rimuginare con calma, magari quella fondamentale su un tema come questo? Allora pensate alla produttività agricola nel mondo e a come migliorarla: dopo la rivoluzione verde di Norman Barlaug a cui dobbiamo i successi di cui al punto 1, le cose si sono un po’ impiantate: è auspicabile una seconda rivoluzione verde, e qui come allora un ruolo centrale sarà necessariamente giocato dall’agro-business e dalle multinazionali di settore. Mettiamo allora la strada in discesa a chi ha già fatto bene e puo’ fare ancora meglio, invochiamo chiarezza nei diritti di proprietà, specie in quei paesi sempre pronti all’”esproprio proletario”.
  8. Altra riforma: più strade. Che i governi si occupino di fare il loro mestiere anziché giocare a Robin Hood, la gente muore di fame non per mancanza di cibo ma per mancanza di strade: non si riesce a scovarla e a raggiungerla prontamente nelle remote contrade dove abita. Un km di strada carrozzabile salva più vite che un kg di mais.
  9. Altra riforma: cassare le soluzioni fallimentari. Per esempio: via i sussidi ai “bisognosi”: sostengono culture inefficienti, anche ambientalmente, culture che richiedono molta irrigazione sottraendo acqua a chi ne ha bisogno per sopravvivere.  Il “bisognoso” ha bisogno in primis che venga valorizzato il suo lavoro: il commercio, per esempio, spinge a concentrarsi sulle culture più adatte al luogo in cui si opera, sostituiamo il libero commercio all’elemosina che fa le piaghe purulente, riprendiamoci il frutto di una generosità pelosa e rinunciamo invece ai dazi: se la destra sapesse i guai che combina la sinistra lo faremmo subito.
  10. Diffidate di chi vede nella democrazia la soluzione di tutti i mali. La democrazia senza capitalismo è zoppa. Ok, la democrazia sensibilizza verso il problema perché “gli affamati” votano, ma poi produce cattive politiche, basta pensare al deleterio controllo dei prezzi durante le carestie. Inoltre, sebbene la democrazia tamponi l’ effetto pernicioso delle carestie non sembra all’ altezza di debellare la fame: l’ India è sempre stata la più grande democrazia del pianeta ma anche il paese più “affamato”. Solo le recenti riforme capitalistiche hanno invertito una tendenza consolidata da decenni.
  11. Altra riforma: largo agli OGM. Non hanno mantenuto tutte le promesse ma restano comunque una soluzione produttiva, nutriente ed economica. Paradosso: dagli anni 90 vengano consumati senza conseguenze dannose negli USA, il paese più ricco del pianeta, e sono invece banditi nei paesi più poveri, dove sarebbero più utili. Motivo? Il capriccetto di un continente invecchiato male: l’Europa. Sì perché se il masochismo europeo colpisse solo i suoi abitanti poco male, purtroppo per vie oblique colpisce anche i derelitti: 1) molte ONG chiudono il rubinetto dei sussidi a chi apre quello degli OGM ma soprattutto 2) perché aprire agli OGM quando una scelta del genere ostruirebbe lo sbocco sui mercati europei?
  12. Allarme: occhio ai fanatici slow food e KM0. Mangiare locale puo’ costare caro, soprattutto a terzi, soprattutto se bisognosi e meritevoli. E’ buona cosa, innanzitutto, rammentare che i trasporti (i “mangiatori locali” si vantano di abbatterli) incidono giusto un 3/10% sul costo del prodotto; inoltre, i trasporti a KM0 esistono comunque, non solo, sono più frequenti e spesso meno efficienti. Ma il vero punto è un altro: poiché la nostra dieta è varia, se la si vuole coprire con cibi a KM0 dobbiamo dedicarci a culture inadatte per il nostro ambiente, inefficienti quanto inquinanti. Tuttavia, questo resta un lusso che possiamo anche permetterci noi occidentali, lo capisco, ci sono anche hobby più costosi. Il fatto è che costringiamo a fare altrettanto anche coloro con cui ci rifiutiamo indirettamente di commerciare, ovvero i paesi poveri; per loro “cultura inefficiente” significa cultura da sussidiare e da irrigare in modo sovrabbondante. Tutta acqua sottratta a chi nel villaggio accanto muore di sete. Ricordatevi che il miglior modo di esportare acqua a buon mercato è attraverso “un pomodoro”: se consentite ad un paese di vendere il prodotto che coltiva in modo più efficiente – e quindi di concentrare i suoi sforzi su quello – consentirete anche di risparmiare quell’acqua che è vita per i derelitti. Ma i KM0 da quell’orecchio non ci sentono. Non è cattiveria, in un certo senso è analfabetismo economico che impedisce di calcolare le conseguenze dannose di un vezzo che magari nasce anche con buone intenzioni. Speriamo che EXPO sia un’occasione per riflettere.
  13. Volete approfondire? Non interpellate missionari e ONG, vedono le cose troppo da vicino. Non interpellate i giornalisti, vedono le cose troppo da lontano. Consultate chi si dedica allo studio del fenomeno da una vita cercando di interpretare la massa di dati che oggi abbiamo a disposizione in abbondanza, chi viene dal mondo accademico, chi ha fama di indipendenza e non lavora per dare titoli ai giornali.

expo

I bamboccioni dell’ Expo

I nostri giovani sono schizzinosi nelle loro scelte lavorative?

L’ argomento è tornato di attualità recentemente:

“Per gli uomini di Expo reclutare le seicento persone da mettere al lavoro durante il periodo dell’esposizione non è stata una passeggiata, in particolare se si guarda alla fascia sotto i 29 anni, giovani ai quali veniva proposto un contratto di apprendistato:parliamo di 1.300-1.500 euro al mese suppergiù, comprensivo di festivi e notturni come da contratto nazionale. Dunque, il 46 per cento dei primi selezionati è sparito al momento alla firma. Sparito anche nel senso letterale del termine: qualcuno non ha neppure mandato una mail per dire «Grazie, ci ho ripensato»”

A queste “insinuazioni” è stato replicato per le rime ma non è certo mia intenzione fare il conticino della serva per verificare se Tizio o Caio siano o meno bamboccioni. Vorrei invece svolgere qualche considerazione generale.

bambo

Probabilmente i ragazzi di oggi sono più “bamboccioni” ma non più stupidi rispetto ai ragazzi di ieri, il loro opportunismo, qualora ci fosse, sarebbe razionale.

Viviamo in un mondo molto più ricco rispetto a quello passato, concedersi qualche vizietto sarebbe naturale.

Inoltre viviamo in un mondo in cui i vecchi hanno redditi superiori ai giovani: i genitori mantengono i figli anziché viceversa, come invece è sempre stato nella storia dell’ uomo. E’ chiaro che qualcuno approfitti di questa situazione per indugiare nel calduccio della propria cameretta.

Ma oltre all’ “opportunismo razionale” c’è anche la “scelta razionale” di attendere, un merito, non un vizio.

Facciamo il caso di un laureato in giurisprudenza che cerca di collocarsi.

Ora, immaginate un mondo dove ogni avvocato è destinato a lavorare per 2000 euro al mese in condizioni che non variano granché da un posto all’ altro. In un mondo simile si accetta la prima proposta ricevuta, perché attendere oltre? Solo il vizio e l’ opportunismo potrebbero giustificare un rifiuto.

Ebbene, il mondo immaginato ha qualche somiglianza col mondo passato ma non c’è nulla di più distante rispetto al mondo attuale.

Guardo solo alla mia città: nella ristrettissima cerchia della classe dirigente gli avvocati sono sovra-rappresentati. D’altro canto, anche il “sottoproletariato” precario e malpagato è zeppo di avvocati che bivaccano in tribunale in cerca di una causa da pietire.

Morale: se parti con una laurea in giurisprudenza non sai ancora nulla del tuo destino: probabilmente entrerai nel sottoproletariato ma non puoi escludere un ruolo ai vertici. In queste condizioni il primo passo deve essere particolarmente oculato, una tattica attendista paga.

Lo sa bene chi organizza le “pesche” in oratorio: se vuoi vendere molti biglietti il montepremi deve essere variegato e andare dalla ciofeca di plastica alla crociera. Premi di buon valore ma omogenei fanno vendere poco: chi con un biglietto è quasi certo di accaparrarsi una torta di ribes non ne compra un altro se in palio ci sono solo torte di ribes o succedanei delle torte di ribes.

Chi rifiuta un lavoro è come se acquistasse un ulteriore biglietto alla pesca: con un montepremi strutturato nella maniera che ho descritto è naturale aspettarsi vendite massicce.

Obliqua difesa di Fabio Volo

Dopo i successi riscossi in radio e in televisione quel simpaticone di Fabio Volo ha cominciato a scrivere libri dominando ben presto le classifiche con oltre 5 milioni di copie vendute.

Il dibattito si è subito aperto: per molti la fama letteraria di Fabio Volo è un chiaro sintomo del degrado culturale in cui è precipitata la nostra editoria, d’altronde non poteva che finire altrimenti quando il dio denaro detta legge anche nel sacro tempio della cultura.

volo

E’ difficile difendere il ragazzone bergamasco, specie se non hai letto i suoi libri, tuttavia si puo’ tentare di farlo in modo obliquo, difendendo quel mondo di cui Fabio Volo rappresenta l’ esito obbligato: la cultura commerciale. Nel mondo della cultura commerciale meriti e fama viaggiano separati, è chiaro che in casi del genere ti becchi tonnellate di Fabio Volo e anche di peggio.

Parto subito con un’ammissione: se il vostro obbiettivo è quello di educare il prossimo la cultura commerciale non è lo strumento ideale. Si tratta di un difetto così grave? Non penso: difficile educare un ventenne che entra in libreria, ormai è tardi. Vale la pena di ricordare il motto dei gesuiti: “dateci un bambino di sei anni e ne tireremo fuori un uomo”. Per loro è tardi anche a sette anni! Se la cultura educa poco vorrà dire che ci penserà la scuola o qualcos’altro, vi sembra davvero una richiesta tanto bizzarra?

Ecco, molti si fermano qui: se la cultura non educa allora che me ne faccio? La scarsa capacità educativa della cultura commerciale è senz’altro un costo ma in un’analisi costi/benefici bisognerebbe dare un’occhiata anche ai secondi.

La cultura commerciale esalta le scelte del consumatore e se hai delle tare nella testa queste si trasferiscono anche nelle tue scelte. Il lato buono della faccenda è che perlomeno sarai più motivato in quel che fai. La motivazione non è cosa da poco, è la premessa necessaria per fare un’esperienza autentica. Così come molti hanno le loro poche ma reali esperienze estetiche guardando la pubblicità, molti avranno le loro uniche sincere emozioni letterarie impugnando un libro di Volo. Meglio che niente, lo deve ammettere anche chi immagina facilmente standard più elevati.

Tra le virtù della “celebrità” c’è quella di convivere bene col “merito”.

La celebrità si limita ad essere celebre, non vuole accollarsi alcun merito, lo lascia volentieri ad altri, anzi, in un mondo complicato le chiare leggi della celebrità ci orientano, e orientano anche chi è ossessionato dai “meriti”. Quando il fine letterato entra in libreria sa già dove trovare i libri di Osip Ėmil’evič Mandel’štam di cui è sempre in caccia: nell’ angolo in fondo a destra (quello con la muffa incipiente) a fianco di Bolano e Sebald, giammai in vetrina o sul bancone centrale, da cui gira debitamente alla larga senza perder tempo. In fondo l’ importante non è dove sta il suo tesoretto ma saperlo reperire alla svelta. Nel mondo dei fan di Volo posso leggere Dante in santa pace, ne posso disporre a poco prezzo, in tempo reale e in quantità elefantiache; nel mondo dei fan di Dante (per esempio la scuola obbligatoria) posso leggere Volo solo sottobanco, anzi, sotto il banco. Il paradosso è che in quel mondo scarseggia persino “Dante”, è razionato con cura ed elargito dall’alto ad un’élite ristretta.

L’esistenza delle celebrità migliora il mondo anche facilitando le relazioni. Se voglio attaccare bottone con una ragazza posso buttar lì qualcosa su Volo, funziona! Funziona sia con l’analfabeta che con l’ esegeta di Paul Celan. Grazie a Volo non dobbiamo sempre ricorrere al tempo atmosferico, è un  gran passo avanti!

Ma la separazione tra fama e merito ha un pregio che s’ impone su tutti: moltiplica la varietà. La varietà ci fa digerire meglio l’ abbondanza.

Nel mondo del merito oggettivo i Sacerdoti vergano  un unico canone letterario con al vertice una ristretta élite: la (ormai) sparuta schiera dei consumatori di libri registra e legge (spesso annoiandosi), quella dei produttori potenziali di libri registra e per una vita si rode  il fegato dall’ invidia.

Nel mondo dove fama e merito convivono, invece, ognuno puo’ cercare la sua nicchia e lì dentro realizzarsi. Ci sono nicchie ovunque.

Andy Warhol disse che c’è un quarto d’ora di celebrità per tutti. Un quarto d’ora dura poco ma di quarti d’ora ce n’è una caterva.

Avete presente quanto è voluminoso Il libro dei Guinness? Trovate il vostro record e primeggiate se ne avete voglia, e così anche in letteratura.

Cercate la vostra specialità! Il mondo è talmente vario che primeggia anche mia nonna: in parrocchia nella gara delle torte di ribes vanta una striscia di successi non indifferente e vive beata nella sua nicchia dove puo’ sfoggiare uno status invidiabile, tutti si scappellano quando passa sul sagrato, anche se la gara delle torte ormai si perde indietro nel tempo.

E allora, basta rosicare! Cercate la vostra nicchia e coltivate lì una vostra rispettabilità. Un mondo vario ci salva dalle umiliazioni della “gerarchia unica” dove avrete inevitabilmente un posto infame.

I libri di volo vi offendono? Chiamateli libroidi e continuate a vivere tranquilli leggendo cio’ che vi esalta, c’è posto per tutti nel grande mondo della cultura commerciale.

Senza contare che la varietà ha anche un valore sperimentale, a volte fai delle scoperte che neanche un pool di critici super-selezionati avrebbe potuto mai preventivare: alcuni videogame sono vere opere d’arte! Chi l’avrebbe detto? In fondo la cultura USA (una delle più commerciali) non ha prodotto solo schifezze, e uso un eufemismo, regge bene il confronto con la cultura sussidiata di stampo europeo (troppo spesso una ridistribuzione di reddito dai poveri ai ricchi). Certo, noi abbiamo un grande passato ma spesso dimentichiamo che persino gran parte di quel passato era “cultura commerciale” sponsorizzata da mecenati.

Per tirare le somme mi sembra proprio che i benefici compensino i costi, scelgo allora il mondo della cultura commerciale, scelgo il mondo che scinde fama e meriti, scelgo il mondo della varietà, scelgo il mondo che consacra Fabio Volo. E’ il mondo migliore, forse, anche per leggere Dante.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.