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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Contro la medicalizzazione della società

Un tale spara sulla folla, viene catturato e messo in cella, che farne?

E’ pazzo? Forse sì: non ha il controllo sulle sue azioni.

O forse no: semplicemente per qualche perverso motivo gli piace l’idea di sparare sulla folla e oggi ha deciso di farlo.

Come scegliere tra le due opzioni? Follia o preferenza estrema?

Il dilemma vale per il pazzo, per il drogato, ma anche per il bambino distratto: medicalizzare o moralizzare?

Lo stragista si realizza uccidendo il prossimo che non conosce? All’alcolizzato piace il vino? Il bambino distratto preferisce fare il lazzarone?

Le ho provate tutte per capire come giudicare in modo rigoroso ma nulla mi soddisfa. Si va a spanne in modo del tutto inaffidabile.

Davvero, non capisco come agiscano i “periti” di un processo che lascia adito a dubbi del genere (e ce ne sono tanti!): secondo me in base a mere convenzioni del tutto arbitrarie. Non mi fido molto di loro.

Del resto, tutti conosciamo la vicenda dell’omosessualità: è stata tolta dal novero delle malattie per alzata di mano nel congresso di psichiatria del 1972  senza che la scienza avesse prodotto nulla di nuovo in materia. Mere convenzioni.

C’è chi la fa facile: poiché non riesco a capire le preferenze dello stragista, allora non le considero “preferenze” ma patologia. Alla faccia del rigore! francamente, non saprei se sia più pericoloso chi pensa in questo modo o lo stragista (che se va al potere giudicherà probabilmente con lo stesso criterio tutti noi che ora ci reputiamo “normali”).

Altri dicono: guarda se si pente. L’assunto: quando una presunta “preferenza estrema” è volatile allora non è una vera preferenza. Ahimé, pentirsi è un atto assai sospetto quando pentirsi conviene. Il drogato che implora il tuo aiuto per “uscire dal tunnel” potrebbe cercare una scusa per ottenere qualcosa a basso prezzo. La medicalizzazione della scuola scusa (e dà privilegi) a chi fornisce basse prestazioni….

D’altronde, l’alcolizzato beve quando potrebbe evitarlo: se gli offri una somma di denaro per non bere quel bicchiere lui si astiene e incassa, chiara dimostrazione che puo’ farlo se solo lo volesse. Gli economisti hanno notato che quando il costo dell’eroina aumenta i consumi decrescono, alla faccia della dipendenza.

Alcuni puntano forte sul ruolo delle medicine: se una preferenza cambia assumendo delle medicine, allora non è una preferenza ma una malattia. Non mi convince: posso essere più disinibito bevendo un bicchierino, ma questo non significa che la vergogna sia una malattia. Così come io bevo un bicchierino per risolvere i miei problemi umorali, nulla vieta al depresso di prendersi il prozac o altre medicine senza per questo dover essere considerato malato.

Sento dire: solo il folle si sbaglia di continuo senza imparare la lezione! Sbagliato, anche molti che reputiamo sani fanno lo stesso, i bias sistematici sono acclarati. Molte convinzioni scientifiche fondate (dall’evoluzione all’età della terra) non sono credute vere da molti, ma non siamo per questo in presenza di folli.

Poi c’è il “chimico”: quando agiamo in virtù di eventi chimici che accadono nel nostro cervello, allora non possiamo parlare di “preferenze”. Ma anche qui giungiamo subito ad un punto morto: gli eventi e i comportamenti possono essere correlati ma sul nesso di causalità la scienza è silente. E poi, anche l’obeso ha un metabolismo strano ma non per questo l’obesità è necessariamente una malattia, mantenere un peso forma è nelle sue possibilità, anche se richiede uno sforzo maggiore.

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Torniamo al dilemma: follia o preferenza? Moralismo o medicalizzazione? Qui mi sa che bisogna prendere posizione senza molti elementi concreti a supporto, facendo prevalere la convenienza sociale. Seguendo le orme di William James o Blaise Pascal: se un problema metafisico non ha una soluzione che s’impone allora è bene soppesare le conseguenze delle soluzioni in concorrenza.

E allora vediamole queste “convenienze”.

L’approccio moralista produce i migliori incentivi: se sei responsabilizzato ti impegnerai di più a prescindere dai tuoi limiti.

L’approccio medico non inficia l’adozione delle migliori terapie: se sei malato verrai curato meglio.

Ora, l’approccio moralista non pregiudica le cure: il fatto di essere responsabile non mi impedisce di prendere una pastiglia d’aiuto.

Al contrario,  l’approccio medico pregiudica gli incentivi: se sono malato ho diritto a corsie preferenziali.

E’ chiaro che il primo approccio s’impone.

Obiezione: ma facendo la scelta moralista non produciamo giudizi sballati?: ok, un ciccione potrebbe astenersi dal mangiare l’ennesimo panino se solo lo volesse ma cio’ non toglie che forse per lui l’operazione è più difficile che per me, giudicarlo è rischioso.

Risposta: ma questo si è sempre saputo e il problema è stato superato: esiste una giustizia umana e una giustizia divina; noi abbiamo diritto ad esprimere un giudizio morale su un comportamento sbagliato ben sapendo che quello definitivo sulla persona lo pronuncerà solo chi puo’ osservare tutte le variabili in campo.

Ma il mondo secolarizzato ha espulso il tribunale divino dal suo orizzonte cosicché la “medicalizzazione” della società avanza a passi da gigante.

La felicità è di sinistra?

In molti si chiedono come si possa studiare a fondo il tema della felicità umana e non essere di sinistra. La cosa risulta inspiegabile.

Migliorare la vita a chi sta già bene – per esempio abbassando le tasse – non fa grande differenza mentre dare a chi non ha nulla fa un’ enorme differenza.

Tutti più uguali, meno invidiosi, più felici…

Solo la sinistra al potere puo’ fare di questo mondo un posto migliore.

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Il ragionamento però non tiene conto di alcune considerazioni che gli studiosi della felicità conoscono bene:

1) gran parte dei poveri è già felice, il cosiddetto “adattamento edonico” li protegge.

2) I beni materiali contano molto meno di un buon matrimonio o di un lavoro che piace.

3) La felicità dipende più dal carattere che dagli eventi esterni (avete presente che fine fa chi vince la lotteria?). Paperone è mediamente più ingrugnato di Paperino, urge forse trasferimento di denaro dal secondo al primo?

4) La chiamano avversione alle perdite: togliere a qualcuno produce più dolore di quanto piacere faccia ricevere.

5) La coercizione è uno strumento problematico, esempio: religione e matrimonio ci rendono mediamente più felici (è un fatto): il progressista è disposto a renderli obbligatori? No? E allora sia coerente.

6) Chi si accontenta gode. La cultura del piagnisteo, tanto caro alla sinistra piazzaiola, sembra ostacolare il godimento anziché favorirlo.

7) Avere un lavoro conta più del reddito in tema di felicità.

8) Uscire dalla povertà assoluta ci rende più felici ma in povertà assoluta vive per lo più il potenziale immigrato dai paesi poveri; la difesa del welfare e della regolamentazione sono due tic della sinistra che ostacolano la sua venuta. Quanta felicità buttata a mare!

9) Il paternalismo ci dà risorse ma ci toglie controllo e responsabilità sulle nostre vite. Ebbene, “controllo & responsabilità” sono due ingredienti importanti nella ricetta per la felicità. Vivere da mantenuti non è uno spasso come si crede.

10) L’ Europa è più a sinistra degli USA ma è anche più infelice.

11) Il Comunismo ha creato miseria spirituale anche a prescindere dal reddito pro-capite.

Come se non bastasse, la politica paternalista sembra incoerente, almeno in democrazia: si assume che le persone commettano errori, da qui la loro infelicità. Ma se è così come puo’ la democrazia fare la scelta (paternalista) corretta per aumentare la felicità di tutti? Una politica impossibile è una politica sbagliata.

Per contro, la ricetta economica della felicità diffusa sembra ben poco di sinistra: meno regole => più lavoro => più immigrazione => più crescita => meno povertà assoluta.

 

 

La rieducazione del criminale

Una società ideale rieduca i condannati? Deve farlo? Perché? Come? Funziona? Per abbozzare una risposta meglio partire dall’inizio.

I cattivi vanno scovati e puniti. In questo modo avremo meno cattivi in circolazione: a nessuno piace essere castigato. Si chiama “effetto deterrenza”, costituisce da sempre la funzione cardine della pena della pena.

Purtroppo, non sempre riusciamo a trovarli. Fortunatamente c’è una soluzione: possiamo inasprire le punizioni in modo da compensare la possibilità di farla franca.

Ma non è tutto: scovare i criminali è costoso. La soluzione ottima è non gettare molte risorse in attività costose: licenziamo la polizia e aumentiamo le pene, l’ “effetto deterrenza” resta garantito e le risorse risparmiate possono essere investite in nobili cause.

Nella società ideale “effetto deterrenza” e “rieducazione” coincidono: il criminale, dopo aver fatto i suoi conti, non pecca più.

Il ragionamento in sé non fa una piega. E certo, non è mio, è di Gary Becker, c’ha preso pure il Nobel.

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Purtroppo, nella realtà le cose non sembrano funzionare in questo modo, i criminali sono un po’ come i bambini: poco interessati al futuro, specie se lontano. E le eventuali pene sono collocate nel futuro, a volte molto lontano.

Chi ha problemi a gestire le emozioni e a frenare gli impulsi calcola male le conseguenze delle sue azioni.

Oltre una certa soglia esacerbare le pene riempie le prigioni piuttosto che creare deterrenza, e le prigioni sono l’ Università del crimine.

I criminali sono come bambini e nessuno di noi adotterebbe la soluzione economicamente ottimale per i bambini: meno controllo (con relativi risparmi) e punizioni più dure. E’ il modo migliore per crescere un criminale!

Di solito l’approccio coi bambini è diverso: regole chiare e coerenti con punizioni immediate a chi sgarra.

L’immediatezza serve a far cogliere l’associazione tra marachella e castigo.

La chiarezza serve a far sapere con certezza cos’è una marachella.

La coerenza serve a massimizzare la conoscenza con il minimo di esperienza (se so perché vengo punito quando rubo i biscotti so anche che verrò punito se rubo la torta, non c’è bisogno di sperimentarlo in prima persona).

I criminali sono bambinoni, per loro contare fino a dieci è decisivo: quando lo fanno i delitti si dimezzano. Ma se sono dei bambinoni forse con loro funziona la soluzione idonea per l’infanzia: punizioni lievi e regole chiare, coerenti e con applicazione immediata.

Ma come si traducono in concreto le considerazioni fatte finora? Per esempio così: leggi ben scritte favoriscono la chiarezza. Più polizia favorisce la coerenza. Migliori tribunali favoriscono l’immediatezza. Contare fino a dieci (terapia comportamentale) contrasta la recidiva.

Potremmo chiamare tutto cio’ “rieducazione” del criminale nella società ideale.

Quando uno pensa alla funzione rieducativa della pena pensa di solito a lezioncine civiche e reinserimenti. In realtà i criminali non sono proprio dei bambini, non trasciniamo troppo oltre la similitudine, sono in realtà dei “bambinoni”: e come si rieduca un “bambinone”? Ripeto:

1) Con leggi più chiare.

2) Con più polizia nelle strade.

3) Con tribunali più celeri.

4) Insegnando a contare fino a dieci.

 

 

Il genitore giardiniere

Don Luigi Giussani è stato un grande educatore ma, mi rendo conto, a volte i suoi testi spaventano il non adepto per il gergalismo esistenzialista che utilizza. Tuttavia, il suo messaggio di fondo è facilmente “traducibile” e, io penso, anche in linea con  il pensiero contemporaneo più rigoroso in materia di educazione.

Si parte da un assunto: i manuali del buon genitore servono a poco perché non si fa i genitori ma si è genitori, e i protocolli ordinati  servono – quando servono – per “fare” non per “essere”.

La parola inglese “parenting” andrebbe bandita poiché rinvia ad un  mestiere. Ma il genitore non fa alcun mestiere, non assolve ad alcuna funzione specifica.

Eppure la superstizione “manualistica” è alquanto radicata, cosicché molti pensano che basti fare la cosa giusta al momento giusto per avere i figli giusti. Sbagliato: in genere la cosa giusta si fa senza saperlo. Poiché un manuale parla solo di cio’ che si conosce è di scarso aiuto.

Puoi giudicare se sei un buon ingegnere constatando se il ponte che hai costruito tiene ma non puoi giudicare se sei un buon genitore dal figlio che hai prodotto. Questo perché un figlio non è un “prodotto” e il genitore non è una funzione.

La manualistica parte invece proprio da questo assunto: così come un lavoratore è buono se ha le competenze, lo stesso dovrebbe valere per il genitore. Non ha senso dare il patentino di genitore.

La scienza sembrerebbe confermare: noi siamo ossessionati dalle tecniche genitoriali e diamo troppa importanza alle piccole cose: devo lasciarlo dormire nel lettone? Quanto devo farlo piangere prima di intervenire? Quanti compiti vanno assegnati? Quando devo puntare la sveglia? Quanto posso lasciarlo davanti alla TV o al PC? Quanta frutta e verdura deve mangiare? Quanto devo insistere per farmi ubbidire? Che importanza dare alle regole di casa? Eccetera. Tranne che in situazioni abnormi non c’è alcuna evidenza chiara che queste cose contino per la buona crescita. Rispondete allora come volete, la polpa sta altrove. 

Per andare alla polpa, allora, niente di meglio che ascoltare la scienza quando ci parla dell’uomo, dei suoi cuccioli e degli altri animali. Cosa ci distingue? Ebbene, i nostri figli sono i piccoli con l’infanzia più lunga perché hanno molto da imparare.

Se l’uomo domina tutti gli ambienti del pianeta è grazie alla sua capacità adattiva e ad un sapere enorme (cultura) che trasmette e affina di generazione in generazione. I nostri figli sono “spugne” fatte per ricevere questo sapere e rielaborarlo in modo personale. La personalizzazione conferisce identità al singolo e varietà al gruppo.

I figli, insomma, sono il nostro portafoglio: tutti diversi tra loro ma soprattutto tutti in grado di fruttificare in modo differente fertilizzati dal medesimo sapere che ricevono. E’ questa diversità che ci ha consentito di conquistare la terra restando praticamente gli stessi ovunque, gli altri animali si adattano giusto ad un ambiente e se li sposti di lì si estinguono all’istante: la loro infanzia è breve, imparano tutti molto poco, tutti la stessa cosa e tutti nella stessa maniera. Quel “molto poco” resta “molto poco” nei secoli dei secoli.

Ma è difficile imparare come comportarsi con un mammuth mentre quello ti sta caricando. Il genitore è allora un “trasmettitore”-“protettore”. Crea un ambiente sicuro e stimolante dove i suoi piccoli s’ “impregnano” standosene al calduccio e incorporando quella fiducia che li spingerà poi a prendere i loro rischi.

Questo “ambiente protettivo e stimolante” si crea instaurando una relazione amorosa con i figli.  Nella relazione amorosa il senso di sicurezza è implicito, non serve soffermarsi.

Ma l’amore è importante anche per la trasmissione: i nostri bambini non sono solo abili nell’apprendere ma anche nel capire da chi apprendere: di solito prediligono colui di cui sono innamorati. Farsi amare è il primo passo, a volte l’unico realmente necessario.

Essere un buon genitore è come essere un buon marito, tu non sei un buon marito se tua moglie ha fatto carriera stando con te, ma semmai se il vostro scambio è stato ricco e soddisfacente al punto da bastarvi. Quando stai con tua moglie non lavori in cerca di un obbiettivo ma molto semplicemente “vivi”: devi poter dire “la vita è adesso”. La vita ha uno scopo ma non un obbiettivo. D’altronde, i manuali per essere un buon marito o un buon amico non sono così numerosi, e ciascuno capisce il perché. Ecco, lo stesso dovrebbe dirsi per i figli: quando sto con loro “la vita è adesso”. Sicurezza e trasmissione – i due ingredienti fondamentali della crescita – si producono vivendo insieme a loro e mostrandosi per quel che si è. Certo, ci sono alcune regole elementari, ma perché scriverci un manuale: quelle che funzionano sono ovvie, le altre sono speculazioni del pedagogo di turno mai saldamente suffragate dalla sperimentazione su vasta scala.

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La metafora migliore è quella del “giardiniere”. Come il giardiniere il genitore prepara il terreno, prepara un ambiente, prepara uno spazio adatto alla fioritura, qualcosa che sia il più ricco possibile di humus. Chissà quale pianta attecchirà meglio tra tutte? Chissà quale talento di nostro figlio fiorirà? Probabilmente un talento di cui noi nemmeno sospettavamo l’esistenza. Ogni giardiniere sa bene che il fiore più sontuoso cresce spesso inatteso, quando magari noi avremmo puntato su altri boccioli. E’ l’inatteso che dobbiamo programmare.

E’ per accogliere l’inatteso che serve la ricchezza del “terreno”, serve per fare in modo che molte cose siano “possibili”, anche e soprattutto quelle non preventivabili. Ebbene, solo una “relazione” regala la “ricchezza” e quindi la sorpresa.

Se educare non significa “fare” ma “vivere”, il compenso che spetta al buon genitore non sono i voti o le medaglie del figlio ma la gioia di stare con lui.

 

Inno all’Occidente

A quanto pare la nostra civiltà occidentale (CO) è estremamente fragile, si continua a ripetere che dobbiamo averne cura quasi fosse un fiore in boccio.

Le troppe libertà che concede la metterebbero in pericolo. La migrazione eccessiva la corroderebbe.

Mantenerla, poi, è costoso: ogni vent’anni dobbiamo educare una nuova generazione che sarà il baluardo dei nostri valori contro gli attacchi esterni. Viaggiamo sul filo del rasoio, un passo sbagliato e siamo fuori gioco.

Voi ci credete? Io no.

Non ha senso dire che la CO è bellissima (ha raddoppiato la speranza di vita regalandoci una ricchezza che nessuno avrebbe osato predire) ma fragile. Sarebbe come dire che la mia auto è il meglio ma si rompe ad ogni viaggio e va continuamente revisionata. Se fosse veramente così la cambierei senza indugi.

Innanzitutto, qualsiasi civiltà ha una sua resistenza interna che deve allo status quo bias: cambiare è costoso, nessuno lo fa senza una prospettiva concreta. Ma a parte questo, la CO ha un’arma segreta: è la migliore. Con buona pace dei relativisti.

D’altro canto, chi puo’ credere alla sincerità di un relativista? Magari di un relativista che si lamenta in questi giorni per il contro-golpe di Erdogan! Ma non si accorge che in quel lamento c’è un’affermazione implicita evidente: “la nostra civiltà è superiore!”.

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La CO sta conquistando il mondo. Magari cede alla forza qua e là ma poi torna e riguadagna terreno, non è mai doma. Perchè? Perché è la migliore!

La gente (a qualsiasi latitudine) la desidera, se solo potesse scegliere. Alla gente in genere piace arricchirsi, consumare, divertirsi, poter scegliere, coltivare un progetto, intraprendere… Alla gente in tutto il mondo piace la CO. Non servono le guerre per vincere, basta farsi guardare. Avete presente l’URSS? La CO fiorisce in tutto il mondo anche nell’ostilità dei governi autocrati.

Lo Stato Islamico ci ha dichiarato guerra? Teniamo sempre presente che lo Stato Islamico come entità politica potrebbe essere spazzato via domani mattina in due ore. Ma il terrorismo? E’ un problemone, fermo restando che con tutti gli islamici che ospitiamo e liberi di girare come sono dovremmo aspettarci una decina di stragi al giorno, invece niente. Il fatto è che all’islamico tipo non interessa “fare stragi” ma vivere meglio, anela solo a “convertirsi”.

La CO ha un segreto: prende il meglio dagli altri. Incontra spesso culture alternative e adotta cio’ che hanno di buono, il che rende la conversione dell’ “infedele” meno traumatica. La CO sa vincere, non chiede resa incondizionata, puoi continuare ad adorare il tuo dio.

La nostra forza e la nostra sicurezza non sono i bimbi da educare ai nostri valori ma la superiorità riconosciuta da tutti (implicitamente o esplicitamente) della nostra civiltà e la voglia matta che tutti hanno di convertirsi ai nostri valori.

 

 

Dopo un secolo di proibizionismo

Il proibizionista crede che se la droga fosse libera i consumi s’impennerebbero, e reputa la cosa poco desiderabile di per sé.

Ma va oltre e individua degli effetti collaterali perniciosi per tutti.

Secondo lui il consumo di droga è un propellente per il crimine.

Secondo lui il consumo di droga fa male alla salute e diminuisce la produttività.

Secondo lui la droga causa incidenti.

Secondo lui la droga inasprisce la povertà.

Secondo lui la droga supporta il terrorismo.

Insomma, droga libera e collasso della civiltà sono un tutt’uno.

Personalmente, penso che a gran parte di questi mali la proibizione contribuisca più dell’uso.

Innanzitutto, è il proibizionismo ad essere un male in sé: diminuisce le libertà civili.

La violenza poi è un portato tipico del proibizionismo: le guerre tra bande per garantirsi lo spaccio sono un classico, ma anche un sistema di giustizia parallelo per punire i cattivi pagatori si rende necessario.

Sul mercato nero la qualità dei prodotti è precaria, e questo va a detrimento della salute dei consumatori.

Ad ogni modo anche andare in montagna nuoce alla salute, così come gettarsi in deltaplano. Insomma, “vivere” non fa bene alla salute. E’ un modo per sottolineare come le scelte personali siano opinabili fino ad un certo punto.

Ma torniamo al mercato nero: sul mercato nero i prezzi sono iperbolici e il consumatore ossessionato finisce per investire tutto lì tagliando i ponti con le altre attività e le relazioni sociali che potrebbero salvarlo dal baratro.

Sul mercato nero è problematico procurarsi la merce e i consumatori  investono mediamente più tempo per procacciarsi la merce, il che inficia la loro produttività sul lavoro.

Dove c’è mercato nero c’è corruzione e nel mondo della droga la corruzione è la regola.

Per quanto riguarda i trasferimenti ai criminali, è chiaro che sono garantiti dai divieti.

Ridurre i consumi potrebbe essere desiderabile, ma proibire è un modo terribile per perseguire l’obbiettivo.

Le domande decisive alla fine sono due: 1) liberalizzare porta ad un aumento notevole o scarso dei consumi? 2) proibire aumenta o diminuisce la violenza?

Per quanto riguarda la prima domanda si potrebbero conteggiare le patologie tipiche del drogato (esempio morte per overdose o cirrosi epatica) in tempi di proibizionismo e di liberalizzazione.

Gli USA hanno avuto un periodo di proibizionismo alcolico, una vera fortuna per il ricercatore che constata come la frequenza delle cirrosi non calò di molto.

La frequenza degli omicidi invece aumenta nei periodi “puritani”, e devo ammettere che la cosa non mi stupisce.

Puo’ darsi che il liberalizzatore non abbia dimostrato i benefici complessivi della sua ricetta ma secondo me ha neutralizzato le “chiare dimostrazioni” della controparte, qualcosa che deve avere in mano chi chiede di ridurre le libertà civili.

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Spesso i proibizionisti fanno notare come certi mercati (scommesse, prostituzione, droga), per quanto legalizzati, restino contigui al mondo della delinquenza. Ma qui il nesso non è affaristico, come nel caso del proibizionismo. Certi beni danno una gratificazione intensa, immediata e di breve periodo, magari facendo correre un rischio al beneficiario. E’ proprio cio’ che cerca una mente incline al crimine, per cui non meravigliamoci se la liberalizzazione delle droghe non trasforma i rivenditori ufficiali in tranquilli commercianti come tutti gli altri.

Altri affermano che la droga libera “disgrega le famiglie”. Puo’ darsi che ci sia un rischio ma… Ma mi chiedo: affidare alle famiglie un compito educativo importante vuol dire “disgregarle”? Forse è più pericoloso farle vivere sotto una campana di vetro, in un mondo artificiale dove appena si presenta un problema la soluzione venga demandata a terzi (anonimi burocrati). A quel punto le famiglie, più che disgregarsi, non sono più nemmeno necessarie. L’epoca contemporanea è l’epoca dei proibizionismi ipertrofici (dai bordi dei giocattoli ai caschetti imbottiti) ma non mi sembra che l’istituto familiare fiorisca come non mai. E’ nella libertà e nel rischio che la protezione della famiglia acquisisce valore.

Mai dire “laico”

Tu. Tu che non vedi nulla di male nel Crocifisso appeso a scuola o rivendichi il diritto ad indossare la catenina del Battesimo nonché il velo anche quando vai all’ Agenzia delle Entrate, ti avviso che se dici “laico” hai già perso la tua battaglia.

Le parole sono importanti, il credente che considera la “laicità” come un valore è destinato a perire lui e la sua fede sempre più irrilevante.

Inutile tentare un recupero in extremis con distinzioni sofistiche tra laicità e laicismo nella speranza di sceverare il grano dal loglio: ripeto, se dici “laico” hai già perso, punto e basta.

Non farlo, e soprattutto non identificare la laicità con la modernità, in quel caso verresti buono giusto per scrivere il  prossimo editoriale di Micromega.

Hai perso perché le parole hanno una storia, non piovono dal cielo (o dalla filosofia fatta a tavolino). E la parola “laicità” è la bandiera di una crociata per rinchiudere le preghiere nelle camerette e le messe nelle catacombe (su cui pagare l’IMU maggiorata).

Non scrollare la testa, credi forse che l’unica alternativa alla laicità sia il clericalismo?

Sbagliato, le alternative anti-clericali alla laicità esistono eccome: non devi batterti per la “laicità” ma per la “libertà religiosa”. Ripeto, le parole hanno una storia e la storia della “laicité” non è certo quella della “religion freedom”.

In certi paesi (perfettamente laici e potentemente religiosi) non sanno nemmeno cosa sia la laicità. Ci sarà un motivo. Forse perché hanno disinnescato il pericolo dei fanatismi attraverso la libertà religiosa e non attraverso quel fantomatico quanto arrogante neutralismo formalizzato che guarda tutti dall’alto e che chiamiamo laicità.

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Sì, lo so, il puntiglioso dedito allo scavo filologico scopre le radici della parolina incriminata nientemeno che nel lessico religioso ma costui è meglio che si svegli, si dà il caso infatti che l’ illuminismo in salsa francese abbia reinventato il termine, sicché da allora più laicità significa meno religione (almeno quella visibile). E’ in nome della laicità che si sono sequestrate scuole e conventi cattolici, non certo in nome della libertà religiosa. Insomma, pensare la laicità come un valore significa far vincere l’ Illuminismo più deteriore, oltre a rendere persino presentabile e difendibile un’ anti-moderna recriminazione clericale.

Non dimentichiamoci mai che la laicità ha avuto i tra i suoi campioni anche Robespierre, Hitler e Mussolini, qualcosa vorrà dire sulle garanzie che offre contro i fanatismi atei o religiosi.

La “religiom freedom” pensa che le religioni possano convivere e trovare un punto pratico di equilibrio se si confrontano in un’arena ben attrezzata come quella che offre una società libera. La “laicità”, invece, crede nell’esistenza di una religione civile neutrale che tutti devono adorare pubblicamente (in privato facciano come credono); grazie al mito della neutralità i problemi di convivenza sono risolti “razionalmente” dall’ Alto (ovvero dalla “Dea Ragione” del grande Architetto).

Un esempio per spiegarmi. Se capita che i “laiconi” perdano un referendum qualsiasi (e recentemente è capitato con la procreazione assistita), cominciano a tremare, parlano di laicità ferita, di laicità minacciata, di laicità in crisi. Ma come è possibile se anche la religione è in crisi? Non stupisce che anche chi dal fronte opposto accetta la loro impostazione creda con entusiasmo di vedere un “risveglio religioso” laddove, al limite, c’è giusto un rallentamento della secolarizzazione in atto. Evidentemente, il campo in cui si realizza l’espressione religiosa non è interamente occupato dal binomio laicità/clericalismo, se fosse così non sarebbe concepibile una crisi contemporanea di entrambi, la ritirata del primo corrisponderebbe all’avanzata del secondo e viceversa.

Ma c’è un problema. Non si butta via la laicità per sostituirla con la libertà religiosa e ripartire, occorre una cultura.

Una cultura che non veda come impossibile la convivenza senza una sovranità assoluta e centralizzata. E’ chiaro che lo statalismo ti condanna al modello della laicità. La Francia, tanto per dire, non poteva essere altro che laica o clericale: la convivenza come intesa tra pari è per loro inconcepibile.

Occorre un diritto. Un diritto di common law, per esempio. Un diritto che giudichi caso per caso e non secondo un criterio centralizzato imposto dall’alto, un diritto che metta le giurisdizioni in concorrenza. L’Italia, tento per dire, non poteva essere altro che laica o clericale: la convivenza come intesa tra pari da raggiungere ogni giorno è per noi inconcepibile.

Occorre una religione. Una religione civile che scaturisca potentemente dalle religioni delle varie Chiese. Non una religione civile che si sostituisca a quella delle altre Chiese, almeno nella sfera pubblica.

I “laiconi” vedono la debolezza del loro impianto, percepiscono la possibile metamorfosi della laicità in religione fanatica con il mito del “neutralismo”, cosicché cercano di rettificare il concetto con modifiche che lo rendono sempre più ambiguo, sfumato, anodino, vago, ineffabile, in poche parole inservibile. Meglio allora assumerlo con tutti i suoi difetti e contrapporlo al modello alternativo della libertà religiosa.

Il segreto della felicità: lo stress

La felicità è voglia di vivere: ci si suicida per noia, mica per stress.

Per molti la pensione è la fine.

Sentiamo in giro che è assurdo darsi tanto da fare per inseguire la propria coda. Ma forse noi siamo fatti proprio per quello.

Sentiamo in giro che è uno spreco  spendere e spandere per acquistare beni che non ci soddisfano mai fino in fondo. Ma forse noi siamo fatti per quello.

Sentiamo in giro che non è bene invidiare l’erba del vicino. Ma forse noi siamo fatti per quello.

Certo che se fossimo fatti davvero per quello, allora il capitalismo sarebbe fatto per noi.

Tutti noi vogliamo essere più ricchi, più magri, più famosi, più tutto… ma, ci viene detto, i beni materiali non danno la felicità.

Oppure sì?

Forse noi siamo fatti per correre, per inseguire la nostra coda, per fare shopping, per competere anche in modo infruttuoso.

La nostra critica ai beni materiali assomiglia molto a quella di quel tale che era stato al ristorante: “il cibo era immangiabile, terribile, poco condito… e le porzioni piccolissime”

Di sicuro non è la critica del vostro maestro di Yoga: per lui le porzioni sono enormi e vanno ridotte.

Il suo atteggiamento assomiglia a quello di chi crede nell’Eldorado: vivevamo di nulla ed eravamo felici, poi l’umanità si è corrotta e ora non ci basta più niente: dobbiamo tornare alle origini.

Henry David Thoreau, lui è tornato veramente alle origini andando a vivere in una capanna sul leggendario lago Walden e scrivendo con una precaria matita auto-costruita. La vita di città era per lui una “quieta disperazione”. Thoreau è un padre della patria, un mistico molto ammirato, senonché a Walden la gente ci va per scattare le foto non per imitarlo.

Eppure l’idea del nobile selvaggio – un tale che non avrebbe mai capito Shakespeare – spopola: Rousseau, Tarzan, Balla coi lupi, Margaret Mead, Franz Boas, Montagu, Veblen, Galbraith, Easterlin, Robert Frank: la nostra è una natura perfettamente plastica e noi l’abbiamo corrotta. Per Carlo Petrini noi dobbiamo rallentare, se ci fermiamo è meglio: tassiamo chi lavora troppo in fretta, o anche solo chi lavora: la felicità è di sinistra, i soldi non danno la felicità e quindi toglierne a chi ne ha non reca danno a nessuno (loro non lo sanno ma noi sì).

Nirvana per tutti”, questo lo slogan dell’ideologia “edenista”. Ma non tutti sono fatti per il nirvana, la soluzione di chiudersi in monastero puo’ funzionare per una persona su 100, gli altri 99 si suicidano. Il monaco è un eroe e chi vorrebbe un popolo di eroi ci consegna ad un’utopia letale.

Meditare 1/4 d’ora va bene ma poi… ci rompiamo i coglioni.

Le pause sono pause dalla sostanza, le vacanze sono vacanze da cio’ che conta veramente: il nostro santo stress quotidiano, l’unica cosa che ci salva. La dopamina non pompa quando siamo in meditazione ma quando ci gettiamo nell’impresa scatenando il nostro attivismo. E’ quando intraprendiamo e ci sottoponiamo a rischi che il nostro cervello si illumina come un semaforo impazzito, chiedere al neuroscienziato. La voglia di fare (e non di entrare in pausa) è la nostra natura, e voglia di fare è anche voglia di sapere. Persino la nobiltà dell’altruismo e della cooperazione deriva dalla voglia di competere, più precisamente dalla competizione tra gruppi. E’ il Buddah ad essere artificioso, siamo noi giù al centro commerciale ad essere in armonia con la natura.

Per il guru l’invidia è un cancro che ci corrode la vita facendola appassire. In Buthan, il paese che ha bandito il PIL per misurare direttamente la felicità, la Coca Cola è fuori legge, si vive in divisa e le case sono tutte uguali per non suscitare invidie. Il buddhismo è la religione di stato per evitare concorrenze e sprechi di energia.

Per molti consumismo uguale spreco: voglio una tele più grande della tua, anche se poi non la guarderò. Ma questa non è tutta la storia, in fondo voglio una casa grande non per perdermi ma per invitare amici, lo stesso dicasi per i barbecue giganteschi o le televisioni spaziali.

Il fatto è che per noi la ricerca del successo è essenziale: il successo “convalida” le nostre vite e le rende degne di essere vissute, altresì ci rende degni dell’amore che gli altri hanno per noi, e in tutto questo giocano la loro parte anche il denaro e i beni materiali: si tratta di segnali attraverso cui intessiamo le nostre relazioni sociali. Preferiamo guadagnare un po’ di più del nostro vicino non perché siamo odiosi ed invidiosi ma perché lui è un ottimo termine di paragone per capire se facciamo bene. Se vivessimo in divisa e in case tutte uguali la nostra mente non riceverebbe alcun segnale su come spendiamo le nostre energie e noi abbiamo bisogno di dimostrare agli altri e a noi stessi che stiamo facendo bene.

La felicità è legata al futuro e alla speranza, nonché ad una sensazione di controllo e di identità. Avere una speranza, un progetto, un’idea e tentare di realizzarla contro le avversità, questo è il segreto della felicità. Il capitalismo lo ha capito e fornisce a esseri siffatti l’arena ideale per giocare la loro partita.

E non è necessariamente un gioco a somma zero! Non è che per uno che vince c’è uno che perde. Le “nicchie” ci proteggono da questo pericolo. Possiamo assumere riferimenti diversi e vincere quasi tutti. Un esempio elementare per rendere meglio l’idea: se nel suo lavoro Giovanni è un pragmatico e Giuseppe uno scrupoloso, Giovanni sarà più ricco e Giuseppe più apprezzato. Anche se fanno la stessa cosa, ognuno vincerà nella sua nicchia, ma soprattutto vincerà la collettività che avrà a disposizione servizi diversificati.

Ecco, in una società libera, per ognuno di noi esiste una nicchia, basta cercarla, e noi siamo particolarmente abili nel farlo (sappiamo distogliere l’attenzione dai nostri fallimenti): quando la troveremo saremo felici e arricchiremo anche gli altri.

Come possiamo combattere il terrorismo?

Sommario: non lo so.

No, davvero, cosa volete che ne sappia io da qui, dalla mia remota tastierina, dalla periferia dell’impero, dalla mia bolla pressurizzata? Il fenomeno mi sfugge, non riesco a decifrarlo: prego come una suorina e lascio volentieri la parola e le decisioni strategiche agli esperti confidando in loro.

Eppure, almeno nel privato, c’è qualcosa che tutti potremmo fare.

Il terrorismo prende di mira le persone qualunque e io, che sono una persona qualunque, posso per lo meno evitare di essere preso di mira.

Sì, posso rifiutarmi di fungere da vittima.

Le vittime del terrorismo non sono solo le persone uccise ma soprattutto le persone terrorizzate.

Il terrorista vuole intimidirci, se non ci facciamo intimidire il terrorista ha già perso. Vista in questi termini il nostro compito è sorprendentemente facile.

Dice chi obbietta: per non farsi terrorizzare occorre coraggio e se uno il coraggio non ce l’ha non so le puo’ dare.

Sbagliato, per non farsi terrorizzare occorre soprattutto testa, e quella ce l’abbiamo tutti, basta farla funzionare. Non si accettano giustificazioni.

Chi cade vittima del terrorismo è come chi ha paura di volare. Un adulto con paure irrazionali vada dallo psicoterapeuta ma gli altri tutti “a bordo”.

Quando mia moglie mi dice che forse “è meglio non andare a Roma in occasione del Giubileo per via dei rischi” la sua intelligenza regredisce a quella di una quindicenne. Per essere coerente non dovrebbe nemmeno andare in piscina, i rischi di annegare non sono certo inferiori.

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Tanto per cominciare noi possiamo ignorare il terrorismo, fare come se non ci fosse.

Più ci pensiamo, più s’ingigantisce nella nostra mente. Lasciamo che se ne occupino le autorità preposte. Basta parlarne, questo è l’ultimo post che scrivo in merito, giuro. D’altronde, “lui” (il terrorismo), collabora e ci facilita le cose, non si prenderà mai la briga di mostrare concretamente di esistere, a meno che uno non sia tanto sprovveduto da sintonizzarsi sul telegiornale o da partecipare ad una discussione con gente “sciagurata” che ha deciso di NON ignorarlo.

Il terrorismo non rappresenta un rischio personale, le probabilità di essere uccisi in un attacco terroristico sono 1/1000000, giusto quelle di precipitare con l’aereo o di vincere alla lotteria.

Pregare, ritirarsi, ignorare… è anche un modo di non provocare. Il che non guasta. L’odio, specie quello irrazionale, fomenta il terrorismo. Agire “contro” in modo efficace (questo lo fanno altri) evitando di provocare (questo possiamo farlo tutti) è una buona strategia collettiva.

Una volta che il terrorismo è fattualmente ridimensionato e psicologicamente ignorato, saremo nella posizione migliore per non rinunciare alle nostre libertà. La qual cosa giudico positivamente, aderendo sul punto a quanto diceva un grande del passato: “chi rinuncia alle libertà per la sicurezza non merita né libertà né sicurezza”.

Perché i bambini servono e perché non ne facciamo più

Segno dei tempi numero 1: le vendite dei pannoloni hanno superato quelle dei pannolini.

Segno dei tempi numero 2: esistono più campi da golf che McDonald.

Insomma, siamo ricchi e vecchissimi.

Il fatto è che probabilmente siamo vecchissimi proprio perché siamo ricchi.

Ma andiamo con calma, poniamoci almeno i due quesiti fondamentali: 1) i bambini ci servono davvero? 2) perchè non ne facciamo più?

Alla prima domanda è facile rispondere in modo corretto con motivazioni sbagliate, per esempio: sì, i giovani servono, altrimenti chi subentra in quelle “catene di sant’Antonio” che sono i sistemi pensionistici?

Ma qui il guaio non è la mancanza di giovani bensì le politiche scellerate di una classe dirigente in cerca di “trucchetti” elettorali del tipo: ora arraffiamo, domani qualcuno pagherà. Se ci siamo affidati a meccanismi truffaldini da cui anche la nonna ci ha sempre messo in guardia, non possiamo certo prendercela con chi non fa figli. Chi è causa del suo male pianga se stesso.

Tuttavia, quel “sì” di risposta è probabilmente corretto: se una popolazione invecchiata vuole mantenere un elevato tenore di vita ha bisogno comunque di lavoratori (giovani) che la servano (e che pagherà con i suoi risparmi).

Ma c’è anche un’altra motivazione a me particolarmente cara: più teste ci sono in giro, più problemi risolveremo. Se ieri una persona era considerato uno “stomaco”, oggi possiamo permetterci di considerarla un “cervello”. Questa è la più grande conquista dell’umanità: sfruttiamola!

Certo, gli immigrati potrebbero essere i bambini che non abbiamo avuto, ma c’è il problema dell’integrazione, la cultura non è uno scherzo, un problema forse arginabile ma chiaramente irrisolvibile se non sulla lunga distanza (si parla di secoli). E una società disgregata è una società sempre a rischio.

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Veniamo alla seconda domanda: perché non facciamo più bambini?

Lo so, ora c’è la pillola. Eppure non penso che il problema stia lì: la tecnologia non sceglie, siamo noi a farlo. Inoltre, oggi, oltre alla pillola abbiamo tecnologie che consentono di avere bambini anche a chi ieri era fuori gioco.

Probabilmente facciamo meno bambini perché siamo ricchi e i ricchi odiano i bambini. Bè, insomma, calma… Vediamo di chiarire meglio: per i ricchi i bambini non sono un investimento remunerativo, bensì un bene di lusso da consumare con estrema moderazione.

Mi spiego meglio.

Un tempo i bambini erano un’ assicurazione per il futuro.

Ma se sei ricco e ti serve un’ assicurazione stipuli una polizza, mica fai un bambino. La polizza non ti sveglia la notte.

I bimbi erano un investimento, il bastone della vecchiaia.

Ma se sei ricco e previdente contrai un piano pensionistico, mica fai un bambino. I piani pensionistici non fanno caciara, e stanno buoni dove li metti.

I bimbi erano braccia a disposizione dei genitori.

Ma se sei ricco e hai bisogno di un collaboratore lo affitti sul mercato del lavoro, mica hai bisogno di un figlio. Inoltre, il collaboratore la sera torna a casa sua e non devi imboccarlo sudando sette camicie.

Un tempo i bimbi morivano come mosche, per questo se ne facevano tanti.

Ma se sei ricco vivrai probabilmente in uno dei posti più sicuri del pianeta.

Un tempo avere molti figli diversificava il rischio: uno era forte, l’altro bello, l’altro generoso, e l’altro tenace…

Ma se sei ricco il rischio te lo diversifica il tuo private banker, certi problemi non li hai.

Un tempo i bimbi “crescevano da soli”: i pochi sforzi richiesti favorivano l’acquisto all’ingrosso.

Ma il ricco non vuole bimbi qualunque, vuole bimbi di alto livello e spesso tra qualità e quantità pensa che ci sia un chiaro trade off (lo pensa a torto, secondo me).

Non voglio dire che avere dei bambini non procuri soddisfazioni, anzi, dico solo che con l’arricchimento della società il pargoletto si è trasformato da imprescindibile bene investimento a bene voluttuario e di lusso.

Oggi i suoi concorrenti sono i cagnolini e i gattini, cosa inammissibile se solo si pensa al figlio come bastone per la vecchiaia.

Da notare che gattini, cagnolini e pesciolini hanno molti vantaggi rispetto al bambino, in sintesi: rompono meno e costano meno. Sarà per questo che se oggi esci di casa a fare un giro ed è più facile trovare un parrucchiere per cani che per bambini. Anche la nuova etica animalista deriva probabilmente dal fatto che i cuccioli siano diventati “i nostri bambini”. Peccato che i cuccioli non risolvano i problemi affrontati nella prima sezione.

Un tempo il buon Camillo Langone ebbe l’ardire di associare istruzione femminile e sterilità. Mal gliene incolse ma diceva una sacrosanta verità: l’istruzione femminile è forse il contraccettivo più potente.

Vuoi diventare ricca? La ricetta è facile: studia a più non posso, magari fino a 25 e rotti anni, poi buttati a capofitto nel lavoro, sfonda, fai carriera e magari arrivi. Alla fine, se sei ancora in tempo, fai un bimbo, massimo due. Educali, ma in fretta, anzi, guarda, delega che fai prima, sì perché poi ti tocca subito tornare al lavoro se non vuoi buttare tutto il tuo “capitale umano” dalla finestra.

E’ chiaro che una ricetta del genere implica pochi figli, meglio se nessuno.

Morale: se per l’uomo i figli si sono trasformati da bene di investimento in bene di consumo, per le donne sono diventati un bene di lusso, ovvero un bene che pagano carissimo in termini di costo-opportunità. E siccome in materia di figli è la donna che comanda (se non te li fa lei non te li fa nessuno), per tutti noi i bambini sono un lusso.

La tesi-Langone dell’università-contraccettivo è stata sommersa da critiche viscerali ma secondo me molti dei suoi critici sono d’accordo con lui, almeno sui punti chiave. L’indignazione veniva dall’oltraggio irrazionale più che da un disaccordo razionale. Per dimostrarlo propongo un esperimento mentale.

Ammettiamo di concordare sulla diagnosi fin qui svolta: i bimbi servono alla società e se non si fanno è perché oggi servono molto meno ai genitori, specie se benestanti e con tanti piccoli svaghi da soddisfare.

Ebbene, in questo caso una policy coerente potrebbe essere quella di elargire un premio a chi fa figli. La mia previsione è che molti si opporrebbero ma nel farlo denuncerebbero la loro adesione implicita alla tesi-Langone.

Per verificarlo ammettiamo che questa somma elargita non sia irrisoria, anzi, a mero scopo sperimentale supponiamo che sia enorme, tanto per ingigantire con una lente i meccanismi sottostanti e vederli in modo nitido. Dunque, poniamo allora 100 mila euro per il terzo figlio, 200 mila euro per il quarto e 500 mila per il quinto. O qualcosa del genere, chi vuole puo’ aumentare a piacimento.

Ebbene, cosa dovremmo aspettarci?: probabilmente un crollo nelle iscrizioni universitarie da parte delle ragazze.  Di sicuro meno donne in carriera. Il fatto è che si aprirebbero “altre carriere” molto interessanti.

Del resto, fateci caso, perché l’urlo di battaglia “asili per le lavoratrici” non viene sostituito con un ben più razionale “soldi alle mamme”? Perché si vuole la mamma al lavoro (e quindi istruita, e quindi al potere). Dio non voglia che se le metti in mano un congruo gruzzoletto possa pensare di fare la mamma a tempo pieno.

L’ultima obiezione riguarda chi sostiene che la donna meno istruita è un impoverimento per l’intera società. Questo è vero, ma resta un osservazione ingenua, il confronto non è da farsi tra una donna istruita e una donna meno istruita bensì tra una donna meno istruita e, per esempio, cinque uomini istruiti che non sarebbero altrimenti mai esistiti.

 

 

 

 

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