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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

La Chiesa Cattolica e il problema dei cleptomani

Il cleptomane è un ladro compulsivo, la sua propensione al furto sembra a volte irrefrenabile.

La Chiesa Cattolica, va da sè, è tenuta a condannare questo genere di comportamenti.

Esistono però dei cleptomani in cui il disdicevole istinto è da considerarsi “innato e incurabile”. Qual è il modo più idoneo di relazionarsi con loro?

In casi del genere la CC si astiene da ogni condanna, per quanto non cessi di ritenere l’atto in sé, ovvero il furto, un atto oggettivamente “disordinato”.

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Giovanni e Giuseppe sono due cleptomani che hanno trovato un modo per limitare i danni prodotti dal loro comportamento “oggettivamente condannabile”: in una specie di “gioco” con regole pre-stabilite, nel corso dell’anno si invitano ripetutamente ciascuno a casa dell’altro e tollerano che nel corso delle rispettive visite potrebbe anche scapparci qualche furtarello. L’inconveniente è noto in anticipo da entrambi ma viene accettato esplicitamente. Ogni tanto Giovanni noterà qualche mancanza nel suo mobilio, così come non ci sarebbe nulla di strano qualora Giuseppe non trovi più il suo orologio laddove lo aveva messo, sono i rischi del mestiere, anzi, del gioco. Questo “gioco” ha un suo pregio: il vizietto che Giovanni e Giuseppe condividono puo’ sfogarsi senza ledere i sacrosanti diritti degli estranei.

La Chiesa Cattolica è disposta a considerare il “gioco” di G&G come, non dico auspicabile, ma per lo meno moralmente neutrale?

Ipotizziamo ora un arricchimento del gioco in questi termini: sia Giovanni che Giuseppe, dopo il furto perpetrato, devono restituire all’altro, entro 24 ore, la refurtiva chiedendo scusa e pentendosi sinceramente di quanto compiuto. Insomma, devono impegnarsi in un gesto lodevole da affiancare al gesto in sè offensivo del furto (quand’anche nel loro caso l’offesa sia stata neutralizzata da un esplicito accordo previo).

Ecco, qualora la CC non considerasse moralmente neutro il “gioco” di G&G nella sua prima versione, sarebbe ora disposta a fare questo passo?

Ultima domanda: è possibile stabilire un’analogia tra cleptomania e omosessualità?

Alcune precisazioni circa l’ipotizzata analogia:

  • il furto è sempre stato condannato poiché rappresenta una minaccia per la proprietà, parallelamente l’omossessualità è stata sempre condannata dalla Chiesa Cattolica poiché rappresenta una minaccia alla famiglia naturale; una condanna contigua a quella dell’adulterio, tanto per essere chiari;
  • non so e non mi interessa sapere se l’istinto cleptomane sia “innato e incurabile”, so solo che la CC stessa definisce l’istinto omosessuale come “innato e incurabile”, almeno in talune persone; la questione non è sempre stata in questi termini, in passato per la CC l’omosessuale era semplicemente un vizioso, così come un ladro era un ladro punto e basta. La CC, ora che riconosce casi “innati e incurabili” è chiamata a riformulare il suo insegnamento conformemente alle nuove informazioni disponibili.
  • La cleptomania esercitata reca un danno a terzi mentre si direbbe che l’omosessualità non abbia inconvenienti del genere quando non implica adulterio. Per questo, al fine di rendere l’analogia più calzante, ho ipotizzato il “gioco” di G&G e nella domanda che pongo non chiedo una condanna della cleptomania ma del “gioco” ideato dai due cleptomani per attenuare il danno a terzi.
  • Alla fine ipotizzo che G&G arricchiscano il loro gioco rendendolo ancor più accettabile con la restituzione della refurtiva e la richiesta di perdono. A cosa corrisponde questa concessione se ci concentriamo sull’altro termine dell’analogia, ovvero l’omosessualità? Probabilmente al riconoscimento e alla pratica dei valori tradizionali legati alla famiglia: impegno a realizzare un legame emotivo stabile che rafforzi la coesione sociale, nonchè lungimiranza e concreta serietà del progetto economico sottostante a detta relazione. In altri termini, impegno a configurare la relazione omosessuale in modo che assomigli il più possibile a quello della famiglia tradizionale.

Islam e terrorismo islamico

Non trovo convincente chi ricerca le radici del terrorismo islamico nella povertà economica. I terroristi provengono in genere dalla classe media o al più medio-bassa. Chi ha ruoli di comando è di solito istruito (soprattutto facoltà scientifiche) e appartiene a famiglie agiate. Molti terroristi, poi, provengono dall’ Arabia Saudita, un paese con un welfare generoso sempre a disposizione dei suoi cittadini più in difficoltà.

Con questo non voglio dire che le condizioni materiali siano irrilevanti, contribuiscono pur sempre ad alimentare una frustrazione di fondo, tuttavia l’elemento spirituale mi sembra pesare molto di più sulla scelta terroristica.

Altri rinvengono nella natura della religione islamica una componente decisiva per spiegare il fenomeno. Anche in questo caso nutro qualche dubbio.

E’ pur vero che Maometto fu a capo di una milizia e che una buona parte del Corano, essendo scritta in quella fase della sua vita (Corano di Medina), pullula di riferimenti alla violenza legittima contro l’infedele. E’ anche vero che il Corano non ha mai conosciuto una riforma paragonabile a cio’ che i Vangeli o il Vaticano II sono stati rispettivamente per l’Antico Testamento e la Chiesa Cattolica. Tuttavia, c’è un elemento che mi lascia perplesso: la gran parte dei terroristi è semplicemente ignorante in materia religiosa. Certo, parliamo pur sempre di musulmani praticanti, ma spesso siamo di fronte a conversioni recenti e a dir poco frettolose, a vite precedenti spese, quando va bene, in un’osservanza superficiale ed estemporanea delle norme religiose. Anche per questo i terroristi sono sempre alla ricerca di Ulema radicali che sappiano predicare la Jihad avendo un’infarinatura accettabile dei sacri testi.

A questo punto è legittimo chiedersi quale sia la relazione tra Islam e terrorismo islamico. Per spiegare meglio l’ ipotesi che privilegio descrivo in astratto e in modo grezzo il processo attraverso cui si diffonde una religione.

Una cerchia ristretta di fedeli comincia a credere a certe Verità e sacrifica molto di sè in loro nome. Il tentativo di metterle a punto in modo ordinato e coerente si ripete nel tempo finché non si raggiunge una certa stabilità soddisfacente. Se le Verità sono plausibili e se il sacrificio dei fondatori desta ammirazione, altri si avvicineranno unendosi a loro o ai loro eredi diretti, poi altri ancora finché verrà a crearsi una vera e propria comunità ben coesa. Il processo puo’ continuare al lungo e la comunità locale trasformarsi in una Comunità universale.

Ora, mettiamoci nei panni di un individuo che, ad uno stadio avanzato del processo, deve decidere se unirsi a quel nutrito gruppo di persone. Cosa prenderà in considerazione per effettuare quella scelta? Molte cose ma essenzialmente due: 1) credo nella Verità che mi viene prospettata? 2) quanto mi giova far parte di una Comunità tanto forte e coesa?

Lasciamo perdere il punto 1) e concentriamoci sul punto 2). Ebbene, per un individuo è decisivo entrare in una comunità, restare soli significa essere spacciati. La Comunità, quindi, assume un valore a se stante, non è semplicemente un effetto collaterale della Verità. Cio’ significa che molti aderiranno piuttosto formalmente alla Verità pur di entrare nella Comunità e non viceversa. Cio’ non significa disinteressarsi alla Verità ma non destinare molte energie per correggerla o indagarla sul serio. 

E’ comunque credibile pensare che molti affiliati alla Chiesa (qualunque chiesa) partecipino per avere una comunità di appartenenza più che per avere una fede doc che vada molto al di là di una semplice intuizione generica dell’esistenza del Dio insegnato dalla dottrina. Francamente, tra i miei conoscenti cattolici, ma qui faccio solo un esempio, non vedo un grande arrovellarsi dietro l’enigma dell’esistenza reale della Trinità, o della presenza reale nella Comunione, si compra tutto il pacchetto e morta lì, specie se rinunciare ad una parte di esso pregiudicasse il tuo diritto ad “appartenere”.

Torniamo allora ai terroristi e al nostro dilemma: come mai persone che sacrificano la vita in nome della religione conoscono tanto poco quella religione? Ora abbiamo un embrione di risposta: perchè sono più interessati alla Comunità che alla Verità, e la cosa non è priva di senso, è quello che, senza i drammi legati del terrorismo, spesso capita anche a noi cattolici. Il senso dei loro gesti estremi lo ricevono dalla condivisione comunitaria prima ancora che dalla Verità che professano. L’Islam è solo una tradizione millenaria autorevole e rispettata che, riciclata in modi più o meno leciti, agevola comunque la tanto agognata aggregazione comunitaria.

Chi è allora il terrorismo islamico? Ora possiamo tracciarne un identikit che è abbastanza in linea con i profili dei terroristi conosciuti. Il terrorista islamico è un frustrato che non ha trovato il suo posto al mondo e deve crearsene uno. Ognuno di noi ha bisogno di una Comunità che lo riconosca in qualche modo, ognuno di noi  deve avere un posto al mondo, l’identità conta: alcuni la trovano facendo e accudendo i figli, altri svolgendo un certo lavoro, altri ancora, come mia nonna, vincendo il concorso dell’oratorio per la migliore torta di mele, altri sentendosi “occidentali”. La maggior parte di noi trova il suo “accreditamento” al mondo mettendo assieme tanti pezzettini di vita simili a quelli appena elencati. Purtroppo, però, c’è anche chi resta fuori, chi il suo posto nel mondo non lo trova, magari perché, e qui ho in mente la seconda generazione degli immigrati, ha creduto troppo nelle “promesse” dell’occidente, magari perché non si è appassionato abbastanza al rap, magari perché a scuola non sei un genio e in molti ti passano davanti. Cosa c’è di male a sentirsi insoddisfatti? Per qualcuno è addirittura un pregio, un segno di maturità. Ecco allora la possibilità data a costoro di diventare nientemeno che “eroi”, di trasformarsi in martiri ammirati, con tanto di Comunità bella e pronta in grado di riconoscerti come tale.

A mio parere la molla che spinge verso il terrorismo islamico non è né economica né religiosa, è una molla spirituale, qualcosa che al fondo abbiamo tutti e tutti possiamo facilmente riconoscere.

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APPENDICE

C’è qualcosa che infastidisce nell’”umanizzazione” del terrorista islamico, bisogna ammetterlo. Qualcuno potrebbe obiettare: ma la crudeltà dei terroristi islamici li rende comunque obbiettivamente diversi, direi radicalmente diversi da noi. Attenzione: il terrorista combatte una guerra asimmetrica, in casi del genere è strategicamente razionale che chi è in posizione di minorità crei una leggenda nera sul suo conto, e per farlo sono necessari gesti che vadano ben al di là della crudeltà reale di chi li compie. Pensiamo solo ai pirati del XVIII secolo: torturavano e sterminavano in modo disumano ma solo per agevolare il perseguimento del loro fine ultimo nelle condizioni date, in particolare perché, propagando la leggenda nera sulla loro crudeltà, le vittime non opponessero grande resistenza prestandosi ad immediata sottomissione senza dispendioso spreco di energie e sangue.

 

 

Figli come conigli

Papa Francesco ha esortato alla procreazione responsabile: “non fate figli come conigli!”.

Gli è stato risposto: “è contraddittorio opporsi a contraccezione ed aborto per poi lamentarsi delle conigliere”.

Ma la pianificazione familiare cattolica è davvero tanto incongrua?

Faccio due conti veloci su una cartolina.

Si stima che nel corso di un ciclo una coppia abbia mediamente il 25% di probabilità di concepire un bambino qualora mantenga una frequenza di un paio di rapporti casuali alla settimana. Una coppia di questo tipo concepirà quindi un bambino ogni quattro mesi (se la cosa fosse possibile).

Una coppia cattolica che utilizza esclusivamente i metodi naturali e non manca un colpo, ammettendo pure un errore all’anno nei calcoli, avrà un figlio ogni quattro anni.

Consideriamo poi che non si puo’ concepire un figlio quando lei è già incinta e che la fertilità cala parecchio anche nel periodo post-parto. E così andiamo ad un figlio ogni cinque anni. Se poi teniamo conto che il 15/20% delle gravidanze si conclude con un aborto naturale avremo una media di un figlio ogni sei anni. Potrei aggiungere che dopo i 35 la fertilità tende a calare ma mi sembra che si possano già trarre conclusioni interessanti: la famiglia cattolica ortodossa che ci dà dentro dai 20 ai 40 anni (di lei) e rifiuta aborto e contraccettivi non-naturali è mediamente composta da circa tre figli.

Perché molte famiglie che di solito inseriamo in questa categoria hanno molti più figli? Due possibilità: 1) perché sbagliano sistematicamente i calcoli o 2) perché li vogliono. Io propendo per la seconda ipotesi.

L’ingegneria sociale cattolica sembrerebbe più che razionale e il richiamo del Papa, quindi, tutt’altro che contraddittorio.

Ora la ciliegina sulla torta: perché la Chiesa si oppone ai contraccettivi? Probabilmente è un modo per disincentivare l’adulterio e quindi i figli nati da genitori senza una relazione stabile.

Finale: famiglie con un carico di figli equilibrato e meno bambini nati da coppie instabili. Cosa vuoi di più?

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Negli anni ‘70 si diceva: legalizziamo l’aborto e diffondiamo i contraccettivi, avremo meno figli indesiderati. La rivoluzione c’è stata ma i figli nati da relazioni instabili anziché sparire  si sono moltiplicati, specie nei paesi nordici dove manca una cultura cattolica.

Demografia da estinzione e una montagna di figli senza famiglia stabile. Forse ad avere qualche problemino è l’ingegneria sociale moderna.

P.S. Meditazione in margine alla lettura del Cap.13 de “L’ordine del diritto” di David Friedman – Il Mulino.

Posso dire che l’ambientalismo è una bufala o si offende qualcuno?

Perché?

Forse perché la temperatura del pianeta non si stia alzando?

Forse perché su questo trend le attività umane non incidano in alcun modo?

No, per altri motivi facili da capire se solo si fa la conoscenza dell’ “Ambientalista Standard” (AS). Una personalità a dir poco illuminante.

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Dio è morto e la persona che più ne ha risentito è proprio lui.  Fortunatamente, dopo un periodo di sbandamento ha trovato Gaia e i computer dell’ IPCC, così la sua vita di misero laico alla deriva è rifiorita acquistando nuovo senso.

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Eschimesi e beduini, ghiaccio e deserto, Toronto e Arizona. La civiltà umana è da sempre fiorita anche in condizioni ambientali estreme, ne abbiamo riprove continue dalla storia. Eppure l’ AS considera l’aumento di due gradi centigradi (tra un secolo) come la porta della Geheenna.

Dall’India all’Europa, dalla Scandinavia alle Americhe, l’uomo è sempre migrato fuggendo da condizioni avverse verso una vita migliore. Eppure l’AS sente incombere l’apocalisse qualora l’aumento di due centimetri del livello marino costringerà qualche riccone a sgombrare con tutta calma la propria villa in Florida (tra un secolo). Ma forse è preoccupato per gli orsi polari, di cui in effetti non si conosce bene la capacità migratoria.

Nucleare, geoengeneering, carbon tax, cape and trade… le soluzioni fattive al riscaldamento globale non mancano. Ma provate solo a vedere la faccia dell’ AS quando vengono messe sul tappeto. Un mix di orrore e disgusto. E’ chiaro che l’AS non tolleri molto le alternative al “vegetarianesimo” o al “fare meno docce” o al “km 0”.

AS vorrebbe tanto salvare l’umanità, ha in grande considerazione l’umanità. Peccato che consideri un po’ meno l’uomo, in particolare le sue capacità di adattamento. AS non ama la storia, che ha il torto di esaltare proprio queste capacità: lui guarda avanti, non indietro. Guarda al futuro, all’ Uomo Nuovo. Quello vecchio lo disturba, troppo poco mistico, troppo poco prevedibile, troppa inventiva, troppa resilienza.

E che atteggiamento mantiene AS nei confronti di “carbone & petrolio”? Odio, repulsa e un senso di degrado. Strano perché chi ama l’uomo dovrebbe alzare un altarino a “carbone & petrolio” visto quanto hanno migliorato le nostre vite, semmai dispiacersi del fatto che il loro utilizzo prolungato potrebbe – forse – comportare qualche inconveniente in un futuro piuttosto lontano.

La materia è complessa, come ama dire chi ritiene di aver domato questa complessità. Anche per questo le poche previsioni verificabili nel merito segnalano non pochi errori, normale. Un po’ meno normale che si tratti di errori sempre nello stesso senso. La cosa non sembra però turbare troppo l’ AS, d’altronde nell’”ambiente” non mancano certo le variabili da reperire per giustificare le precedenti imprecisioni senza alterare le conclusioni a cui è affezionato. I modelli non vanno mai “corretti”, al massimo possono essere “integrati” affinché mantengano fedeli nei secoli sempre la medesima direzione di marcia.

Gli AS sono molto interconnessi tra loro, si vedono, discutono, ma soprattutto si scambiano e-mail dove sottolineano il valore civile del “taroccamento dati” su queste delicate materie.

AS ama le previsioni secolari, quelle in cui è lecito prevedere un po’ di tutto e dove l’irrazionalità religiosa puo’ travestirsi più facilmente da “principio di precauzione”.

Alcuni teologi cristiani hanno teorizzato l’assenza dell’ Inferno. Nella teologia AS manca invece il Paradiso: gli eventi estremi messi sulla bilancia sono solo quelli negativi.

L’ AS affida le soluzioni alla Politica Attiva auspicando una fantomatica “grande riforma”, la Politica a sua volta sottolinea la ragionevolezza degli allarmi AS. AS si sente gratificato da tanta considerazione (e dai fondi per la ricerca che riceve), il Politico si sente rafforzato dai nuovi poteri incassati per far fronte al mandato. Così tutti vissero felici e contenti. Per “tutti” intendo gli AS e i Politici.

AS si concentra sulle “generazioni future”, vuole salvarle costi quel che costi. Il fatto che rischi (eufemismo) di impoverirle non rientra nel suo schema mentale, non rientra nemmeno nel suo lessico che, essendo cripto-teologico, contempla solo il termine “salvare”.

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Ecco, conoscendo meglio la personalità dell’ “Ambientalista Standard” abbiamo più informazioni su come fare la tara al messaggio che passa dai media e dalle accademie.

Bè, fatta la tara mi sembra si possa parlare di quasi-bufala. Perché non preoccuparsi degli asteroidi vaganti (spostando lì qualche fondo)? Compaiono così raramente sulle prime pagine dei giornali, eppure a conti fatti mi sembra una minaccia non meno concreta. 

 

Brevissimissima difesa della libertà

Di seguito sintetizzo la mia biblioteca, per lo meno gli scaffali di economia, politica ed etica (scusate ma in un tweet non ci stavo).

Ecco la domanda chiave: l’economia e la politica sono scienze?

Difficile per me prendere posizione, in entrambi i “partiti” che si fronteggiano sul tema allignano mentalità a cui sono allergico. Purtroppo sono anche le più coerenti.

Tra gli ottimisti, per esempio, ci sono coloro che vorrebbero progettare la società ideale quasi fosse un edificio. Vade retro.

D’altra parte, tra i pessimisti, ci sono coloro a cui non resta che consegnarsi mani e piedi al relativismo o al fideismo. Faccio le corna, in fondo mi piacerebbe tanto che la ragione abbia qualcosa da dire in merito.

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Purtroppo non resta che una vaga via di mezzo: possiamo conoscere qualcosa ma non molto.

E qui s’abbatte la domanda tanto temuta: ma cosa possiamo conoscere grazie alle scienze sociali? Penso a quelli che per me sono i due maggiori insegnamenti:

  • non siamo del tutto indifferenti agli incentivi materiali,
  • per orientarsi in un ambiente complesso meglio sperimentare che elucubrare dalla poltrona.

Ora, la dottrina del liberalismo classico sembra soppesare al meglio queste “verità”: se ognuno sceglie per sé sarà incentivato a far bene; se ognuno sperimenta liberamente sulla sua pelle emergerà una preziosa massa di informazioni disponibili per tutti, generazioni future comprese. Sia chiaro: non esistono scelte o esperimenti realizzati nel vuoto pneumatico, gli altri in qualche modo saranno sempre coinvolti, tuttavia trovo lecito vedere questi principi come una valida “bussola” da affiancare al senso comune.

Infine c’è la questione etica, la Chiesa insiste: fate come credete purché sia tutelata la dignità umana.

Ma consentire all’uomo di “scegliere e sperimentare” non è forse il modo migliore per adempiere a questo compito? Siamo animali creativi e ci realizziamo realizzando la nostra opera. Mi rendo conto: quanto più è facile prevedere scelte sbagliate, tanto più è alta la tentazione di intervenire sopprimendo l’autonomia del prossimo, magari sentendoci paladini della “dignità umana”. A mio avviso, sempre atteso che l’ignorante e lo stupido non vanno abbandonati a se stessi, bisognerebbe resistere alla tentazione paternalista: ha più dignità lo schiavo liberato o lo schiavo ben pasciuto che vive nella capanna dello zio Tom?

Adesso la domanda finale: c’è davvero bisogno di “una biblioteca” per enunciare una visione tanto semplice? Sì, perché una visione del genere dà adito a diecimila obiezioni sensate e occorrono quindi diecimila risposte, la biblioteca contiene essenzialmente quelle domande e quelle risposte.

La Madonna in Via del Corso

Il Papa diserta le vie dello shopping con la papamobile e Feltri accusa: ipocrita! Predichi la povertà ma capeggi una Chiesa ricca.

Gli anti-pauperisti insorgono compatti a difesa della Chiesa ma come spesso capita fanno il lavoro a metà.

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Ci sono infatti almeno due motivi perché chi ama i poveri non debba demonizzare troppo la ricchezza:

  • essere ricchi ci consente di aiutare i poveri direttamente;
  • vivere da ricchi ci consente di aiutare i poveri indirettamente.

Il primo punto è parola di Gesù, il secondo degli “economisti dello sviluppo” (Gesù, da uomo del suo tempo,  in merito ha taciuto come ha taciuto sulla teoria della relatività).

Il primo punto incarna il riflesso condizionato degli anti-pauperisti, ma purtroppo è anche il più superficiale. Il secondo è più pregnante, ma anche il più negletto.

L’ aiuto di cui al primo punto, quando si concretizza nell’elemosina di “pesci”, ha un difetto grave: è piuttosto miope e concentrato sul breve periodo. In caso di emergenze è forse l’unica forma d’intervento sensata, ma deve anche essere chiaro che resta una toppa precaria. Altre volte, quando l’oggetto dell’elemosina sono le “canne da pesca” (ben più costose del pesce), risulta fin troppo presuntuoso: vorrebbe divinare il futuro pianificandolo, magari per costruire scuole – ha l’ossessione delle scuole – mentre sogna un mondo ideale dove quelle scuole un giorno serviranno sul serio. Peccato che quel mondo non c’è e forse non ci sarà mai.

Il vero aiuto è allora il secondo. La storia ci ha fatto fare esperienze costruttive in merito e ora ne sappiamo un po’ di più, qualche esempio: Taiwan e la Corea del Sud (milioni di persone) sono usciti dalla povertà ed entrati nel “primo mondo” non certo grazie alla carità di qualche benefattore che si è messo a costruire scuole a tutto spiano ma perché hanno investito producendo e vendendo beni (molti di lusso) al primo mondo, il quale si peritava di smerciarli nelle demoniache vie dello shopping. Una volta innescato il business sono arrivate scuole (mirate) a valanga, e senza bisogno di tanti amorevoli benefattori.

Libero commercio e libera immigrazione sono la vera mano tesa dei ricchi verso i poveri.

Mentre l’elemosina calata dall’alto crea dipendenza del povero verso il ricco, il libero flusso di persone e merci crea una sana dipendenza reciproca. Poiché non puo’ esserci vero aiuto senza vera “inclusione”, l’aiuto del secondo tipo diventa l’unico su cui la persona generosa e razionale finisce per puntare.

Resta però un ostacolo: molte volte l’aiuto più efficace non è intenzionale. E’ lo scafista onesto a dare una mano concreta ai reietti, ma lo fa per denaro. E’ l’imprenditore (e il consumatore) nostrano a dare un’opportunità agli ultimi del pianeta ma lo fa solo perché ne trae una convenienza.

Puo’ esistere un bene salvifico se compiuto in modo non intenzionale? Ne dubito, ma sviluppare una coscienza retta su questo punto non ha nulla a che vedere con la condanna di una condotta in sé benefica.

In altri termini, ci si puo’ arricchire con una coscienza che danna oppure con una coscienza che salva: se è così lavoriamo sulle coscienze e non sull’atto di arricchirsi, anche e soprattutto perché è un atto materialmente benefico per tutti, poveri in testa. Ecco allora una buona definizione di “pauperismo”: pauperista è chi confonde l’atto con la coscienza, chi confonde negozi e consumismo.

Al buon cristiano interessano i poveri e cerca di aiutarli. Come? Con amore, ma anche efficacemente. Nel momento in cui si accorge che lo strumento adottato è controproducente – magari perché gli viene detto dall’ “economista dello sviluppo” – non insiste oltre su quella via, sa bene che l’amore non giustificherebbe tale ottusità. Cambia via, soprattutto quando la mutata strategia gli consente comunque di conservare il bene più prezioso: il suo amore.  

 

L’orecchio fortunato

Da quando ragazzino ho iniziato ad ascoltare musica il mondo intorno a me è completamente cambiato, mi chiedo qui se in meglio o in peggio.

Mentre l’ascoltatore “conservatore” rimpiange i rituali del bel tempo andato, il “nuovista” si getta avido su tutte le possibilità prima interdette. Con chi stare?

Affondati in una cornucopia dall’abbondanza fin troppo seducente molti non riescono a tracciare un bilancio attendibile, eppure sarebbe un’operazione importante poiché le considerazioni dell’ascoltatore potrebbero poi facilmente essere estese al “consumatore di cultura” sui generis.

Di seguito segnalerò quattro caratteristiche tipiche del nuovo ambiente in cui è immerso l’ascoltatore, alla sensibilità di ciascuno di decidere poi come soppesarle, io mi limiterò a dire la mia.

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1. Moglie o amante?

Oggi la musica, qualsiasi tipo di musica, convive con noi, ci sta vicina, incombe a distanza di un click. E’ un po’ come una moglie: se non si sgomita nella stessa stanza ci si divide giusto con una sottile parete. Ieri la musica era la nostra amante: pochi incontri ad alto rischio e spesso memorabili.

Ognuno ne tragga le conclusioni che crede, personalmente penso che chi si sposa abbia accesso ad una vita interiore più ricca e soddisfacente, se vai a vedere è persona vuota e immatura quella in perenne ricerca di amanti.

2. Australia

Fino a ieri Giovanni – un tipo razionale – comprava per la sua scorta personale 100 bottiglie di vino all’anno: 70 erano di un super doc che adora, nonostante il prezzo piuttosto caro, 30 erano invece di un prodotto più economico ma dignitoso, l’ideale per completare la fornitura nel rispetto dei vincoli di bilancio.

Ma oggi Giovanni si è trasferito in Australia, anche se non vuole rinunciare alla sua scorta annuale deve tener conto dei costi di trasporto. Fortunatamente il suo fornitore gli viene incontro garantendo uno sconto del 50% sul prezzo alla bottiglia affinché  la spesa finale sia esattamente quella di ieri. Come muterà la fornitura ordinata da Giovanni? Semplice, la quota del vino più pregiato aumenterà: es. 90/10.

L’esempio fatto ci dice che se un costo fisso (nel nostro caso il trasporto) si aggiunge ai costi variabili chi sceglie aumenta la qualità dei prodotti che consuma. Si tratta di un teorema dell’economia che trova rispondenza nei fatti: gli italiani all’estero consumano vini italiani mediamente più qualitativi rispetto ai connazionali rimasti a casa.

E questo cosa c’entra con gli ascoltatori di musica del nuovo millennio? Semplice, a fronte di molti costi collassati (vedi il parallelo con lo sconto del fornitore di vino) uno si è decisamente impennato: quello relativo al discernimento. Tanta scelta disponibile significa anche tanto “stress da scelta”. Si tratta di un costo fisso che probabilmente produce le conseguenze di cui parla il teorema.

Personalmente mi ritrovo in questo resoconto: passo più tempo a scegliere (leggiucchiare, orecchiare, occhieggiare…) ma anche a concentrarmi sui prodotti più rispondenti alle mie voglie. Sono definitivamente tramontati i tempi in cui passavo in rassegna gli scaffali di una discoteca (o di una libreria) alla ricerca di un’ispirazione, ormai si va a colpo sicuro e la “scatola chiusa” è un ricordo. Molti si lamentano: ma così manca l’effetto sorpresa! Vero, ma per quello c’è sempre il pulsante “shuffle”.

Il nuovo mondo è tanto più positivo quanto meno soffrite del tipico “stress da scelta” e di solito l’appassionato non vive la scelta come un incubo.

3. Nicchie

Altro teorema dell’economia: più i mercati si allargano, più aumentano specializzazione e nicchie.

Un mio amico faceva ogni anno un presepe con origami complicatissimi, prima questa insolita competenza era nulla più che una curiosità di quartiere, di solito l’inusuale prodotto finito lo regalava oppure gli veniva comprato da un bizzarro collezionista con sede a Grosseto conosciuto per caso ad una fiera dell’Artigianato. Oggi la musica è cambiata, la costruzione di presepi di carta è diventata una vera e propria attività fruttuosa che sotto le feste assorbe il mio amico  – e i suoi collaboratori – a tempo pieno: i clienti “strampalati” in giro per il mondo sono centinaia e tutti desiderosi di spendere, chi lo avrebbe mai sospettato.

Oggi il mercato musicale non ha confini e la specializzazione dei produttori pure. Tuttavia, non è detto a priori che questo sia un fatto positivo, molti lamentano che la varietà dell’offerta potrebbe avere effetti distraenti per i consumatori, specie se neofiti.

Ci sono quindi dei pro e dei contro nella specializzazione spinta dei produttori musicali, diciamo che c’è un prototipo di ascoltatore che ben difficilmente si lamenterà mai di questo stato delle cose: l’ascoltatore curioso.

4. Capolavori

La cucina povera abbonda di piatti unici in cui confluisce di tutto: dalla paella spagnola alla jambalaya texana fino alla rosticciata lombarda. Ebbene, i piatti proposti dalla raffinata nouvelle cuisine difficilmente saranno mai altrettanto completi.

In un’opera di Mozart troverai tutti i sentimenti: dal sublime al grottesco, dalla paura alla frivolezza. Ebbene, la gamma di un compositore contemporaneo è molto più ristretta.

Questo fatto ci priva dei cosiddetti “capolavori”, ovvero di piatti ricchi e completi, ma difficilmente ci priverà mai di pranzi ricchi e completi: l’unica avvertenza è che devi assemblarli da te (e “dentro di te”). La cultura oggi è una colossale playlist che richiede di essere messa insieme. Il capolavoro contemporaneo ha un luogo di elezione ben preciso: la nostra interiorità. Non esisterà mai là fuori ma solo nel cuore di chi ascolta.

Nel panorama contemporaneo l’ascoltatore con un’iteriorità più ricca patirà meno la latitanza di capolavori potendo facilmente reperirli in sé.

Conclusione

Tornando alla domanda iniziale posso solo dire che la risposta dipende da che tipo di persone siete. Se amate la famiglia, se vi piace esprimervi con una scelta, se siete curiosi e se privilegiate l’ interiorità, probabilmente il mondo di oggi è costruito su misura per le vostre orecchie di ascoltatori. Se invece il brivido dell’adulterio vi fa fremere, se scegliere vi stressa, se necessitate di continue rassicurazioni e coltivate la ritualità, probabilmente il vostro destino di ascoltatori sta nel rimpiangere il passato.

N.B. Il punto 2 è un’applicazione del teorema di Alchian/Allen. I punti 1 e 4 sono ispirati dalla lettura di No Crac di Tyler Cowen

Perché il vino non mi piace

Al desco natalizio prima o poi capita sempre che una bellicosa pattuglia di cognati/suoceri – usmando e sorseggiando – attacchi a commentare il vino con un gergo scelto che mi disorienta, e allora fioccano accenni al metodo classico e a quello champenoise, poi saltano fuori rinvii al Merlot e al Cabernet per passare di filato ai distinguo su Nebbiolo e Barbaresco mentre aleggia pressante il misterioso legame tra i vitigni di Barolo e Roero; non manca mai una digressione sul Lambrusco Monte delle Vigne per chiudere con i dissensi sull’acidità del Gregoletto annata 91 o sull’effervescenza del Verdisio 98.

In queste occasioni mi faccio piccolo piccolo e il mio unico contributo consiste nel non rifiutare (lo farei volentieri) il calice che mi viene offerto per accompagnare la lasagna, mi limito a implorare chi mi serve con un “poco, grazie” e ad alzare una mano allarmata non appena la prima goccia del sanguigno liquido impatta sul cristallo del bicchiere. Poi tracanno in evidente sofferenza ma stando ben attento a non prosciugare del tutto il bicchiere al fine di scongiurare l’inevitabile rabbocco in tempo reale.

amelia fais harnas (macchia divino rielaborate da Amelia Fais Arnas)

Ma perché il vino non mi piace? E soprattutto: come è mai possibile che agli altri piaccia così tanto?

Scrivo questo post perché recentemente ho come la sensazione di essere giunto a una risposta esaustiva, una sensazione nata dopo essermi imbattuto nella storia… del peperoncino.

Una storia antichissima e interessante: questa pianta, da sempre preda di bestie buongustaie per il suo gusto appetitoso, sviluppò in tempi remoti delle difese chimiche di prim’ordine basate sulla capsacina (o qualcosa del genere), una sostanza in grado di renderne ripugnante il gusto producendo una sensazione di bruciore.

Fu un successone, la folla di roditori che ne andava ghiotta si dileguò indignata, rimase giusto qualche uccello, ma quelli, disperdendone il seme, più che predatori erano fecondatori e quindi bene accetti.

L’uomo reagì diversamente dai topi, adottò una strategia alternativa: cambiò i suoi gusti e decise così di farsi piacere il peperoncino nella sua nuova versione.

Si dà il caso che l’uomo possieda un’arma che i roditori non hanno: la cultura. Con quella puo’ mutare i suoi gusti. Non che sia una bacchetta magica onnipotente, tuttavia è incredibile la plasticità delle nostre preferenze in mano alla cultura.

Come fa ad operare? Non è facile descriverlo, forse giova guardare ai bambini: a loro il peperoncino ripugna, come è giusto e naturale che sia. Poi crescendo, notano che il supereroe che vive con loro (ovvero il papà) lo mette nella pastasciutta che divora felice. Notano poi che ce n’è un consumo abbondante anche in quelle cene serali piene di ospiti adulti a cui loro non sono ammessi nonostante a quanto pare ci si diverta un sacco, almeno giudicare dalle risa stridule della mamma che giungono fino in cameretta (che strana la mamma, non ride mai così!). Arrivata l’età giusta partecipano sempre più di frequente ad eventi post-carosello, e quando viene servito lo spaghetto di mezzanotte accettano di buon grado il condimento “dei grandi”: stringono i denti, la presenza di una sensazione di schifo è  innegabile ma il piacere di stare in quel posto in quel momento lo sommerge e lo annulla. Coi pari poi se mancasse un adeguato condimento alle spaghettate intorno al fuoco sarebbe come se mancasse l’accenno di barbetta sotto il mento. Man mano che la cosa si ripete la percezione della ripugnanza sfuma e in una metamorfosi misteriosa si fa tutt’uno con il piacere del nuovo status adulto finalmente acquisito in società. Alla fine il peperoncino piace, piace senza più sfumature, piace senza più ambiguità, senza riserve, senza sociologismi di sorta: il peperoncino è buono, oggettivamente buono punto e basta. La cultura umana ha fatto il suo corso sgominando la chimica vegetale.

Le dinamiche del peperoncino si ritrovano un po’ ovunque. Voi non lo crederete ma io conosco addirittura gente a cui piace “correre”. Sì “correre”, avete sentito bene, quella roba che sudi e fai una faticaccia. Ebbene, a loro piace. Non è solo una questione di forma fisica, gli piace proprio, vanno a fare anche le gare sobbarcandosi spostamenti e bruciando week end preziosi. Evidentemente la cultura ha fatto il miracolo di invertire i gusti trasformando il dolore in piacere. E parlo di un piacere autentico.

C’è gente a cui piace andare in palestra per infliggersi delle auto-punizioni, magari sollevando inutilmente dei pesi che trova in quei luoghi di tortura: in loro la cultura ha trasformato il dolore in piacere. E si tratta di un piacere vero, non ho motivo di dubitarne.

Ho conosciuto gente che alla domenica si butta in una piscina e fa 50 vasche. Lo fanno per il piacere di farlo e vi assicuro che non sono folli come sembrerebbe a giudicare dalla semplice descrizione di questo loro comportamento inconsulto. Il loro piacere ha tutta l’aria di essere oggettivo.

Le mie amiche  cattoliche partorienti, tanto per dirne una, non faranno mai l’epidurale, hai voglia a dirle che non c’è rischio: il fatto è che anche in loro la cultura ha trasformato il dolore in piacere. Ed è un piacere vero.

Conosco gente a cui piaceva la musica post-weberniana, quella roba strutturalista sbocciata a Darmstadt che se per caso accostavi due accordi consonanti, apriti cielo, venivi  cacciato tra l’ignominia generale e accompagnato all’uscita dalle forze dell’ordine. Non erano degli ipocriti, erano realmente coinvolti nella cosa. Il potere della cultura aveva trasformato la sofferenza acustica in realizzazione artistica.

Arnold Messner è un tale che ha scalato tutti gli ottomila traendone una gran soddisfazione. Non è un’impresa facile, rischi la vita, ti devi sottoporre ad una disciplina disumana ma in lui tutte queste disgrazie auto-inflitte si sono trasformate magicamente in piacere puro. E questo grazie alla cultura.

Il sesso è un ambito in cui la cultura lavora un casino: quello che per molti è dolore diventa piacere per altri e viceversa.

Io stesso ho una storia personale da raccontare e riguarda il mio rapporto con il caffé.

Il caffé è la tipica bevanda schifosa, qualsiasi persona priva di una cultura adeguata la sorseggia arricciando il volto per il disgusto. Prendete il bambino, per esempio, ovvero il tipico soggetto depurato da ogni influenza culturale, il tipo più dotato nell’osservare le nudità dell’imperatore: una goccia di caffé sulla sua lingua è sufficiente per ottenere facce divertentissime sul leitmotiv degli occhi storti, e lo spettacolo puo’ durare interi minuti.

Ancora a vent’anni il mio interrogativo occulto era: ma perché la gente non si limita a bere Coca Cola come è naturale che sia e butta il caffè nel cesso tirando lo sciacquone? Boh. Nel mio piccolo facevo così orgoglioso della mia coerenza razionalistica (e goloso della zuccherosa prelibatezza).

Poi ho cominciato a lavorare. Nella pausa-caffè la gente consuma prevalentemente… caffè, appunto, e io lì col mio bicchiere di Coca a spiegare in lungo e in largo che la Coca è buonissima, che la “frustata” del caffè al sistema nervoso è un mito da gonzi  eccetera eccetera. Dopo qualche mese, preda di un’evidente crisi di sfiducia nel mio prossimo, ho smesso di dare spiegazioni, ero semplicemente un bambinone con la sua Coca in mezzo a persone serie con i loro caffè ristretti. Dopo qualche mese anch’io avevo il mio caffè in mano e lo bevevo arricciando il naso. Passa qualche altro mese e smetto di arricciare il naso. Alla fine, ecco la metamorfosi: il caffè mi piace. Poi mi piace un casino, non vedo l’ora di scendere a farmene uno, non posso farne a meno, me lo bevo anche senza zucchero. La cultura ha avuto il sopravvento compiendo anche su di me il suo miracolo.

Bene, il mistero del perché non mi piaccia il vino è ora più chiaro: non ho mai incontrato la cultura del vino, cosicché, da barbaro quale sono, è chiaro che una bevanda tanto disgustosa mi disgusti, da soli è impossibile cambiare le proprie preferenze trasformando le schifezze in prelibatezze. Se voglio apprezzare il vino non mi resta che fare il primo passo e unirmi alla pattuglia di cognati/suoceri “approfondendo” la sua conoscenza e lasciando che la cultura compia su di me il suo solito miracolo.

Nel frattempo mi sono chiarito meglio cos’è la “cultura” (che saperlo non fa mai male): un sistema di relazioni fondato sul prestigio sociale in grado di orientare le preferenze in modo che siano condivise.

P.S. La storia del peperoncino l’ho tratta da un libro speciale : The Secret of Our Success: How Culture Is Driving Human Evolution, Domesticating Our Species, and Making Us Smarter di Joseph Henrich.

La scuola del paradiso

L’eleganza dell’uccello del paradiso è ben nota ma forse giova rinfrescarsi la memoria con questa immagine:

paradise-7

La fluente coda dei maschi desta ammirazione in molti, specie nelle femmine.

Non che manchino inconvenienti: una coda tanto ingombrante ostacola i movimenti nel bosco e rende più vulnerabili ai predatori.

Ma forse è proprio questo che attira l’attenzione delle femmine: quanto più la coda è lunga, tanto più chi la porta “se la puo’ permettere”.

Avere una coda imponente segnala intelligenza e prestanza fisica, in caso contrario il “magnifico esemplare” ammirato dalle femmine sarebbe da tempo un “caro estinto”. Guarda caso intelligenza e fisico d’acciaio è proprio cio’ che ogni mamma desidera per i suoi figli.

In passato, al fine di contenere il numero delle vittime, c’è chi ha proposto un taglio della coda ma i soggetti più “dotati” si sono opposti: i vantaggi che traevano dalla lussureggiante appendice nel rapporto con l’altro sesso erano per loro irrinunciabili. Oltretutto, intelligenza e abilità li scudavano dai rischi estremi.

Ma un bel giorno venne avanzata la proposta di dimezzare la coda a tutti i maschi. L’uovo di colombo: i rischi sarebbero diminuiti per tutti e il valore segnaletico della coda sarebbe rimasto intatto, nessuno si sarebbe mai potuto lamentare.

Tra l’entusiasmo generale la proposta venne approvata e vissero tutti felici e contenti.

La storiella potrebbe fornire un’analogia con il nostro sistema educativo.

Gli uccelli del paradiso maschi sono gli studenti.

Gli uccelli del paradiso femmine sono i datori di lavoro.

La coda sono gli anni di studio.

La forbice è la severità nei test di ammissione.

Il “felici e contenti” del finale rappresenta il risparmio di risorse ottenute a costo zero, un risparmio da  restituire ai legittimi proprietari o da usare per una buona causa alternativa.

Problema numero uno: ma la scuola ha solo un valore segnaletico? Forse no ma, negli studi superiori, ormai il valore segnaletico è preponderante, quindi l’analogia, almeno nella sostanza, tiene.

Problema numero due: parlare di scuola non è un po’ generico? Ok, diciamo che l’analogia è ben costruita se riferita agli studi superiori.

 

Tutti sulla stessa barca

Perché “se lo faccio io” è sbagliato mentre “se la fa un politico” è doveroso e commendevole?

La miseria della filosofia politica sta nel fatto di non aver risolto eticamente un problemino come quello del doppio standard.

Naturalmente si possono riempire intere biblioteche tentandone una giustificazione, anche se il rischio di girare a vuoto è grande.

La mia libreria preferita, comunque, si compone di nove scaffali. Li descrivo brevemente aiutandomi con un’analogia consolidata, quella della “barca”.

BOAT

  • Analogia: siamo su una scialuppa che, da una falla, imbarca acqua. Per evitare l’affondamento la gente si prodiga col secchio. Devo contribuire? E perché mai dovrei?
  • Primo scaffale: l’utilitarismo: il mio contributo è doveroso, altrimenti si affonda con grave danno per tutti.
  • Secondo scaffale: obiezioni all’utilitarismo: in realtà il mio contributo sarebbe minimo e astenendomi non procuro alcun danno significativo alla comunità. Le ragioni utilitaristiche sono deboli.
  • Terzo scaffale: l’utilitarismo delle regole: se tutti facessero come te si affonderebbe, quindi sei tenuto a contribuire.
  • Quarto scaffale: obiezioni all’utilitarismo delle regole: la regola del “se tutti facessero come te…” non funziona: “se tutti facessero come me” saremmo tutti su questa maledetta barca, la quale, se mai fosse partita, sarebbe già affondata da un pezzo.
  • Quinto scaffale: teorie dell’equità: contribuire allo sforzo della comunità è un dovere perché solo così si adotta una condotta corretta.
  • Sesto scaffale: obiezione alle teorie dell’equità: ma se anziché darsi da fare col secchio si pregasse il dio Poseidone sarei tenuto a contribuire? Direi di no: quindi la teoria dell’equità fa acqua almeno quanto la scialuppa che vorrebbe tenere a galla.
  • Settimo scaffale: le aggravanti: l’analogia della barca è oltretutto deficitaria, nel senso che è benevola rispetto alla condizione in cui si trova l’autorità politica, la quale, oltre alla pretesa di impormi un dovere, rivendica anche un monopolio su tale pretesa. Perché se l’ordine di svuotare lo dà lei bisogna obbedire mentre se lo do io no?
  • Ottavo scaffale: le conclusione radicali: l’autorità politica è un’illusione, non esiste alcun dovere all’obbedienza.
  • Nono scaffale: le conclusioni moderata: l’autorità politica si giustifica solo come eccezione alla regola (ovvero non si giustifica), se ne faccia quindi un uso omeopatico.

BOA

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