Manifesto per un “paese dinamico”: tassare le cose, non le persone

Ci guadagnerebbe la nostra privacy: gli immobili sono facili da individuare. Niente più indagini, niente più controlli sui conti correnti, niente più limiti all’uso del contante, niente più giustificazioni da dare con inversione della prova. Ma soprattutto niente più controllori: il personale dell’agenzia entrate diminuirebbe di 2/3.

D’altronde, la rendita parassitaria da immobili si insinua ovunque: lo sapevate che un bar in centro guadagna quanto uno in periferia sebbene riceva il quintuplo degli ordini? La differenza, infatti, viene accaparrata dalla rendita, ovvero dall’affitto delle mura. Non si tratta quasi mai di “redditi meritori”; sarebbe decisamente meglio se il sistema premiasse altre ricchezze, come quella immateriale che deriva dalle idee.

Come valutare il valore degli immobili per individuare la base imponibile?

Basterebbe trasformare la tassa sugli immobili in una “Harbenger tax”: il proprietario autovaluta la sua proprietà e contemporaneamente la mette in vendita a quel valore.

Basta con quella ridicola finzione del catasto. A proposito: anche qui 2/3 del personale a trovarsi un vero lavoro.

Gli immobili sarebbero sempre permanentemente in vendita. Tutti gli immobili, non solo i privati.

Una soluzione talmente geniale che oltre al problema fiscale ne risolve un altro ben più importante: come allocare efficacemente gli spazi fisici.

Per farvi un’idea di cosa c’è in gioco immaginatevi solo di possedere un terreno molto esteso e di voler costruire una città: come procedete razionalmente per massimizzare il valore della vostra proprietà?

Con un’asta combinatoria. Ovvero, si propongono per esempio 10 ipotesi di città diverse divise in 100 lotti ciascuna, dopodiché si fa un’asta in cui le immobiliari fanno le loro offerta su ciascun lotto. In base all’esito si costruisce la città con il più alto valore.

Questo metodo è “efficiente”: ognuno finisce per possedere lo spazio a cui dà più valore.

Purtroppo, oggi le cose non stanno in questi termini: quando per esempio si progetta la costruzione di un centro commerciale c’è sempre il proprietario di un pollaio che vende la sua striscia di terra a valori iperbolici speculando sul fatto che da lui dipende la realizzazione dell’intero piano. Per la serie: “la rendita parassitaria si insinua ovunque”. È chiaro che un’ Harbenger tax” risolverebbe brillantemente il caso consegnando gli spazi a chi sa valorizzarli al meglio.

Il pacchetto “Harberger tax+aste combinatorie” opportunamente raffinato sarebbe una svolta che sostituirebbe con soluzioni di mercato molta “democrazia inefficiente”.

Potrebbe sostituire per esempio i piani regolatori, oggi fonte di corruzione, bustarelle e inefficienze.

Ma sarebbe una soluzione anche all’annoso problema degli espropri: pensate alla costruzione di una strada o di un condotto fognario.

Accelererebbe la riqualificazione di aree dismesse: un problema centrale nelle nostre città.

Favorirebbe l’affitto sulla proprietà: che per le famiglie significa ricchezza più diversificata e maggiore flessibilità sul lavoro. Secondo voi l’affitto è più diffuso in Germania o in Italia?

In poche parole: renderebbe più dinamiche le nostre città e il nostro paese.

grata

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Bùn bùn in cujùn

Chi si oppone allo ius solis spesso lo fa adducendo l’argomento per cui in mancanza di una lingua e di una cultura comune l’integrazione diventa difficile se non impossibile.

A costoro si risponde che cultura e lingua non possono essere un ostacolo alla concessione di quello che è solo il diritto di far parte a pieno titolo della comunità alla cui ricchezza si contribuisce, magari pagando le tasse.

Chi si oppone alla secessione della Padania di solito lo fa adducendo l’argomento per cui “la Padania non esiste”, ovvero non ha una sua lingua caratteristica, dei costumi suoi propri e una cultura che la contrassegni (“non è mica la Catalogna”).

Il fatto è che chi dà più peso alla cultura quando parla di secessione è la stessa persona che ne dà meno quando si parla di ius solis. E viceversa.

Miracoli dell’ideologia.

Ci sono argomenti conservatori e argomenti libertari che possono essere applicati sia alla causa dello ius solis che a quella della secessione. Ebbene, chi favorisce l’argomento conservatore per la prima questione di solito favorisce quello libertario nell’altra: mirabile coerenza. Possiamo considerare attendibili questi pareri? No.

Gli argomenti a favore di una secessione, infatti, non si limitano a quelli tipicamente conservatori, ovvero quelli fondati sulla “cultura particolare” di un popolo, ma si estendono a quelli libertari, ovvero quelli fondati sulla volontà di un popolo. Quelli che vedono La nazione come un’unione basata sul consenso più che su una lingua o delle tradizioni.

Che il consenso per la secessione della Padania si formi non è cosa sorprendente, per rendersene conto basterebbe dare un’occhiata a ciò che nella contabilità nazionale va sotto il nome di residuo fiscale regionale.

I residui fiscali delle regioni italiani sono le differenze tra quanto i residenti pagano in tasse e quanto lo stato spende nel loro territorio.

Analizzando questa variabile scopriamo che solo 7 regioni stanno più o meno saldamente in piedi da sole, neanche il Trentino è autonomo.

Piemonte, Veneto, Friuli, Emilia Romagna, Toscana e Marche sono le regioni virtuose. Con la Lombardia che si staglia in alto a destra di tutti i grafici.

[Il Lazio è un caso particolare. Spiega bene Lodovico Pizzati: “capita spesso che, nella ripartizione regionale, le entrate fiscali riconducibili allo stato centrale (vendita di beni, ecc…), a prescindere dalla regione nella quale sono state raccolte, vengano attribuite alla regione Lazio perché nella medesima c’è Roma ed a Roma ci sono i ministeri… Poffarbacco, ma guarda guarda quante più tasse paga il Lazio, rispetto alle altre regioni, su redditi di capitale, vendita di beni e servizi, alienazione di beni patrimoniali, e altre entrate correnti! Pagano forse i cittadini laziali le tasse per i beni e servizi pubblici venduti dalla Puglia al Piemonte? Certo che no. Pagano forse i cittadini laziali le imposte sul reddito da capitale di tutte le grandi imprese (molte controllate dalla mano pubblica, anche se di forma legale privatistica) residenti fiscalmente a Roma? Certo che no. Sono forse a carico dei soli cittadini laziali i proventi che derivano dalle alienazioni di beni patrimoniali dello stato, da Lampedusa a Vipiteno? Certo che no. L’attribuzione, dunque, è spuria]…

L’esito nel dettaglio dipende poi dall’anno considerato, oltre che alle voci di bilancio a cui si intende dare rilevanza. Tuttavia, la storia di un gruppone di regioni stabilmente al traino di altre è veritiera. La sproporzione del carico sembra eticamente problematica.

mucca

Dalla schiera dei “bisognosi sistematici”  lascerei fuori certe regioni a statuto autonomo, ovvero quei territori che sarebbero finiti altrove se non ce li fossimo “comprati” con generose promesse. Di queste regioni si può ben dire che stiamo semplicemente pagando il prezzo concordato a suo tempo, e quindi zitti e mosca.

Certo, quando certe tendenze durano per decenni la cosa può destare sospetto e infastidire ma in un ottica solidarista c’è chi lo accetta di buon grado.

Per questo motivo Luca Ricolfi – noto esponente della sinistra – nel suo libro “Il sacco del nord“, prima di concludere che siamo di fronte ad un’ aberrazione insostenibile, va ben oltre.

Ci sono infatti diversi canali che portano alla formazione del residuo fiscale.

Da un lato il canale fisiologico: alcune regioni sono semplicemente più ricche di altre e finiscono per contribuire di più. Fin qui quindi nulla di particolare, si tratta di semplice redistribuzione della ricchezza, una misura che fa incazzare la destra, più predisposta alla meritocrazia e più sospettosa di parassitismo.

Dall’altro lato però ci sono anche dei canali patologici attraverso cui si accumula il residuo fiscale. Per esempio, il fatto che in alcune regioni l’evasione fiscale sia superiore alla media. È chiaro che se in una regione le tasse non vengono pagate, nemmeno quelle poche richieste a fronte di un reddito esiguo, le risorse dovranno poi arrivare necessariamente dai territori dove le tasse si pagano.

Oppure il fatto che in alcune regioni si realizzi una spesa pubblica inefficiente. Esempio, se una regione ha una spesa pro-capite sanitaria doppia rispetto ad un’altra, è  chiaro che i virtuosi dovranno tappare i buchi dei viziosi. Se in Sicilia i forestali sono più numerosi che in Canada la cosa puo’ legittimamente disturbare i lombardi che di fatto li pagano.

Ora, se il residuo fiscale si forma attraverso il primo canale, almeno a sinistra la cosa risulta tollerabile. Se invece si forma attraverso gli altri due canali si tratta di un fenomeno ingiustificabile, specie se incancrenito.

Luca Ricolfi ha fatto quattro conti giungendo ad una conclusione ben sintetizzabile nell’anno di grazia 2006 dove secondo lui i trasferimenti tra regioni hanno raggiunto quota di 83 miliardi di euro e ben il 66% di questa quota è ingiustificata. Un quadretto che si ripete ogni anno con variazioni minime.

Al lombardo-veneto di destra basterebbe il “primo canale” per mugugnare il suo gutturale “bùn bùn in cujun”, ma dopo la scoperta degli altri due anche il lombardo-veneto di sinistra si unisce al coretto a bocca semi-chiusa.

Poiché il 2006 simboleggia una tendenza quasi secolare possiamo ben capire come il vento della secessione spiri e continuerà a spirare in certe regioni, a prescindere dalla lingua che si parla. E la cosa si rafforza quando chi paga il conto da decenni deve subire, allorché opina,   l’umiliazione di passare per “egoista” poco sensibile agli alti valori  professati con enfasi teatrale a reti unificate dai rappresentanti di quella che di fatto è da sempre la componente parassitaria di un paese al traino.

Medioevo bistrattato

La reazione ad affermazioni esagerate è spesso esagerata.

A chi sostiene che “il medioevo fu un’epoca buia” si reagisce spesso stizziti controribattendo in modo spericolato che il medioevo fu invece un’epoca dinamica e vitale.

Lo si fa con una tale foga ostile che i primi, spaventati, si stanno ormai estinguendo. Resta giusto qualche anziano conduttore televisivo che ancora rispolvera dal suo arsenale  espressioni desuete del tipo: “ma non vorrai mica tornare la medioevo!?”. Tuttavia, si tratta di simpatici gaffeur a cui si perdona volentieri.

Nel medioevo non si bruciavano gli scienziati, non si credeva che la terra fosse piatta, non vigeva lo ius primae nocti, nel medioevo si registra persino una certa prosperità materiale e si gettavano le basi del Rinascimento futuro. Eccetera.

A molti basta controbattere ad alcune “leggende metropolitane” per riabilitare ipso facto un’intera epoca storica e, con qualche riverniciatina, presentarla come un momento di fioritura della nostra civiltà.

In queste reazioni esagerate c’è un “rigore selettivo” che si concentra su singole questioni trascurando il quadro generale.

In realtà nel medioevo si assiste ad un profondo declino economico e intellettuale, almeno se lo confrontiamo con  ciò che viene prima e dopo.

E San Tommaso? E le cattedrali gotiche? E Dante? E i trovatori? E la notazione musicale? E la Canzone di Rolando? E Ruggero Bacone? E fra’ Pacioli patrono di tutti i ragionieri? E questo? E quell’altro?

Ottima obiezione. Ma è tutta roba che viene dopo il 1000 dc. Diciamo allora che consideriamo il periodo 500-1000, e se non volete chiamarlo medioevo inventiamoci pure un nuovo nome.

Dopo l’anno 1000 anche il più accanito detrattore del medioevo dovrà ammettere a denti stretti una fioritura, sebbene la considererà probabilmente un recupero sullo sfascio del periodo precedente.

Ma come stabilire se un’epoca è luminosa oppure buia? Quali criteri adottare?

Questo è un problema talmente serio che se non lo “semplifichiamo” non facciamo un passo avanti. Tanto per dire : l”impero romano al suo apice era zeppo di schiavi, una roba odiosa da cui va esente l’ottenebrato Medioevo.

Direi allora di escludere dalla discussione il lato morale della faccenda.

Alessandro il Grande potrebbe essere “grande” solo per chi conta i morti-ammazzati. Il fatto è che Alessandro potrebbe essere stato anche una “cattiva” persona, di certo le sue imprese sono state “impressionanti”.

Alla fine ciò che conta come “prosperità” è la capacità di impressionare l’osservatore per le realizzazioni compiute.

Se lasciamo cadere questo assunto allora è possibile anche difendere la barbarie contro la civiltà, e lo hanno fatto in modo certosino storici illustri come Jared Diamond o James Scott.

Avete presente la foto satellitare della Corea? Quella con il Sud tutto illuminato e il Nord immerso nel buio? Ecco, magari dentro quel buio chissà quante opere virtuose vengono compiute, tuttavia la palma del paese più “avanzato” la consegno senza indugio laddove la luce mi abbaglia.

Ebbene, le realizzazioni economiche e intellettuali tra il 500 e il 1000 sono meno “impressionanti” rispetto all’epoca precedente e a quella successiva. Difficile negarlo.

Certo che  reperire numeri attendibili per fare i dovuti confronti a supporto della mia tesi è dura. Parliamo di un periodo storico con fonti rarefatte. A pensarci bene già questo dato è sintomo di decadenza.

Sul PIL esiste un doppio lavoro di rilevanza scientifica a cui attingere: quello di Elio Lo Cascio e Paolo Malanima e quello di Angus Maddison. In entrambi i casi il periodo 500-1000 è deludente. Ma tanto!

Ma ci sarà da fidarsi? Per fortuna c’è un parametro più “pulito” del PIL per misurare la ricchezza prodotta, parlo della densità demografica: in epoche malthusiane la ricchezza si traduce in più popolazione cosicché la popolazione è una proxy della ricchezza.

Anche da qui arrivano conferme: l’alto medioevo è un periodo gramo.

Roma vantava 500.000 abitanti, Atene 100.000, durante l’epoca buia non esistono città con più di 50000 abitanti.

Però c’è anche  un’anomalia di cui tener conto nella nostra narrativa:  la forbice temporale “oscura” si trasla sul periodo 300-800.

Anche i riscontri sulle miniere d’argento, di rame e di ferro, le misure dell’inquinamento da piombo e i fenomeni legati al cosiddetto “Rinascimento Carolingio” spingono ulteriormente a racchiudere l’ “era buia” nell’intervallo di cui sopra.

Si noti che nel 300 siamo ancora in epoca romana, e in effetti la rinuncia a difendere le principali città dell’impero dagli attacchi dei barbari contribuisce enormemente allo sfacelo.

E per quanto riguarda le conquiste intellettuali? Su Google è facile stilare una lista dei 100 filosofi più grandi di tutti i tempi. Nel periodo che stiamo considerando non ce n’è neanche uno.
Non sarà un metodo molto rigoroso ma mi sembra efficace per farsi un’idea.

Affidiamoci ad Harold Bloom e al suo Canone Occidentale per avere una lista dei grandi capolavori della letteratura di tutti i tempi. Nel periodo da noi considerato non ce n’è neanche uno. 😦 Alt, fermi tutti,  calma… forse uno ce n’è: Beowulf.

Certo, i monaci hanno lavorato duro sui libri ma non tanto per scriverli quanto per copiarli. E, nonostante questo, l’epoca altomedioevale risulta perdente anche sul fronte quantitativo circa i libri disponibili: non c’è niente di paragonabile alla biblioteca d’Alessandria.

Tuttavia, un verdetto così duro sulla “quantità” non può essere considerato definitivo vista la difficoltà nel confrontare pergamene e cartigli, tipici dell’epoca romana, con i libri nell’accezione medievale. Sembra comunque che l’inferiorità sia ammessa dai protagonisti stessi delle miniature che guardavano al passato come ad un epoca d’oro da preservare.

E per quanto riguarda l’inventiva e il dinamismo sociale?

Non sembra che la bardatura dei buoi, il ferro di cavallo e l’assale anteriore dei carri siano invenzioni in grado di togliere il periodo considerato dalla sua cattiva fama. Ai greci, tanto per dire, dobbiamo la geometria, la storia, la cartografia, le eliche, i mulini ad acqua, i fari, l’equipaggiamento per la pesca, e un’altra valanga di cose.

E gli occhiali? Dopo il 1000.

E i bottoni? Dopo.

E i proto-bottoni? Ok, congedo i proto- bottoni, mettiamoli pure a fianco del ferro di cavallo.

***

Ma dire male del Medioevo non si può, mette il cattolicesimo in una cattiva luce. E con questo siamo già usciti dalla storia per entrare nell’ideologia. È chiaro che un dibattito del genere perde tutto il suo rigore nel momento stesso in cui in bocca questa strada. O meglio, si entra in pieno nella trappola del “rigore selettivo”.

Spero che le precisazioni fatte tolgano, almeno in parte, la patina ideologica che inquina la discussione. Infatti, con quanto detto, il cattolicesimo può essere in buona parte salvato. Ho infatti ridisegnato i confini dell’ “età buia” ricomprendendo la parte finale dell’impero romano ed escludendo un periodo dove la cultura cattolica è stata l’indubbia protagonista. Senza dire che i monasteri possono comunque essere interpretati come fioche luci dentro le tenebre.

Negare che ci sia stata una età buia in Occidente e che questa coincida in gran parte con l’alto medioevo è un esercizio intellettualistico, serve per esibirsi in virtuosismi un po’ cervellotici che “torturano” la logica o applicano standard di rigore solo su casi delimitati.

Sebbene lo schema del bianco e nero sia particolarmente inadatto all’analisi storica, è possibile dire con ragionevole certezza che in quei secoli che vanno dal 300 all’ 800 la civiltà occidentale è stata particolarmente fragile e priva di conquiste “impressionanti”.

medioevo

Contro la civiltà

Il conservatore non ama la politica.

Fa politica solo per ostacolare chi crede nella politica, ovvero il progressista.

È il progressista a credere nella politica, è lui a credere che il progresso venga da lì.

Anzi, il concetto stesso di progresso rinvia ad un miglioramento ottenuto grazie alla politica.

Il conservatore, non credendo nella politica, dubita anche del progresso.

Per lui il progresso è un mito. Anche quello delle idee.

Questa mancata fede nel progresso in politica lo penalizza. A dir la verità  lo pone proprio fuori dai giochi.

L’idea di progresso è talmente scontata che chi la nega non comunica più col prossimo.

***

Ogni civiltà tende a considerarsi la migliore, tranne noi che siamo umili.

Umilissimi.

Tuttavia, anche noi adottiamo dei trucchetti per riferirci indirettamente alla nostra superiorità, penso appunto al concetto che abbiamo elaborato di “progresso”.

Diciamo che noi non siamo “i migliori” ma poi agiamo come se volessimo uniformare gli altri a noi dando per scontato che la nostra condizione è la più avanzata.

Il mito del progresso è il nostro modo per affermare la superiorità del nostro mondo su quello altrui.

C’è qualcosa che ci fa sentire “superiori”. Cosa? Essenzialmente il fatto che non torneremo mai indietro.

Ma questo non significa di per sé che è stato un bene “andare avanti”. Se la cosa sfugge conferiamo un vantaggio non da poco al pensiero progressista.

Il progressista ti dice: “vedi come oggi stiamo meglio?, vedi come sono migliorate le cose?, lo tocchi con mano anche tu considerando il fatto che non torneresti mai e poi mai indietro!”

Il reazionario casca subito nella trappola negando l’evidenza. Rivendicando un ritorno al passato si disconnette in modo palese dalla realtà, perde il contatto con i suoi simili, non riesce ad accettare una realtà chiara a tutti, ovvero che noi non torneremo mai e poi mai indietro!

Il buon conservatore invece sa che il rifiuto di tornare indietro è comunque compatibile con il fatto che sia stato un male “andare avanti”, e su questa compatibilità fonda la sua speculazione.

È un po’ come se ci avessero rapito e portati su una barca in mezzo al mare. Dopodiché il rapitore ci pone una domanda capziosa: “ti piace di più stare qui o tornare a casa tua? Se ti piace di più tornare sei libero di tornarci!”. Ovviamente 1) noi torneremmo volentieri a casa ma 2) sarebbe assurdo farlo visto che annegheremo nell’oceano.

Ma c’è di più. Concentriamoci su coloro che sono rimasti “indietro”. Perché gli zingari, per esempio, sono così restii ad integrarsi?

Ma non vedono come la nostra civiltà sia superiore e garantisca sia una maggiore prosperità che una maggiore libertà?

No, non lo vedono. Sono proprio pazzi.

La loro cecità ci inquieta.

Significa forse che la nostra civiltà non è così superiore come crediamo? Certo che un minimo di dubbio ce l’ho insinuano.

Chissà che la civiltà non sia un regresso rispetto alla barbarie, e questo nonostante sia fuori discussione un nostro ritorno al passato.

Altro esempio: i nativi americani sono stati per molto tempo a stretto contatto con una delle civiltà più prospere ed avanzate del pianeta, ovvero quella americana. Possibile che non si siano convertiti al progresso?

Possibile che non abbiano colto la superiorità del modus vivendi statunitense? Possibile che non abbiano bisogni che la modernità non sia in grado di soddisfare all’istante? Sono forse solo degli orgogliosi testardi che fanno finta di nulla o nel loro rifiuto c’è di più?

È decisamente sconcertante che preferiscano vivere in ghetti ripugnanti come le riserve piuttosto che accomodarsi in città avveniristiche.

E vabbè, peggio per loro. Non sono loro che mi interessano, siamo noi. Il fatto che questi selvaggi preferiscano arrangiarsi altrimenti forse significa che per loro  è meglio così, che sono più felici così.

Forse significa che il loro modo di vivere è migliore del nostro, Il che è decisamente inquietante.

Nel giudizio sul presente il fatto che “noi” non torneremmo mai indietro non può pesare di più rispetto al fatto che “loro” non vogliono “andare avanti”.

Sì noti poi che le cose non vanno sempre in questo modo. I cittadini dell’Unione Sovietica conoscevano da lontano lo stile di vita occidentale e questa conoscenza ha contribuito in modo decisivo a far crollare un impero. In quel caso, evidentemente, quegli uomini, diversamente dagli zingari e dai nativi americani, volevano eccome “andare avanti”. Noi non vorremmo mai trovarci nelle loro condizioni e loro preferiscono cambiare e vivere secondo il nostro stile di vita. In questo caso sì che c’è concordanza, e quindi la superiorità del nostro stile di vita può essere affermata con maggiore sicurezza.

Potrei aggiungere il caso storico della “rivoluzione industriale“: dalle campagne di Londra i contadini affluirono spontaneamente a frotte in città per ingrossare la manodopera. Evidentemente, miglioravano la loro condizione.

Un altro caso è quello dell’immigrazione: l’immigrato parte spontaneamente!

***

Amish, zingari, pellerossa… ma non stiamo parlando di casi marginali? Di situazione scelte ad hoc per giungere alla conclusione desiderata?

Si potrebbe aggiungere benzina sul fuoco affermando che un secolo fa le donne   erano probabilmente più felici e più libere di oggi. Poiché quando parliamo di donne parliamo della metà della popolazione, la cosa comincia ad essere rilevante.

Ma forse ancora non basta, cerchiamo allora di concentrarci sul caso più generale concepibile da uno storico.

Nella storia dell’uomo cosa possiamo contrassegnare come  “progresso” per antonomasia? Quando possiamo dire che è cominciato? E, una volta individuata questa soglia, c’è stata resistenza ad oltrepassarla o tutti sono corsi oltre invidiando chi l’ha fatto per primo?

Certo, che se trovassimo una soglia che tutti ambissero a oltrepassare a che, una volta oltrepassata, non fomentasse nostalgie, l’esistenza del Progresso sarebbe  dimostrata una volta per tutte.

Cerchiamo di fare delle ipotesi.

Progresso fa rima con civiltà, che fa rima con città. La città: un insieme concentrato e ordinato di uomini, cose, animali e piante che convive in modo sedentario e pacifico.

Cosa c’è di più potente sul nostro pianeta che una città umana?

La città umana puo’ avere un solo nemico: un’altra città umana.

Il passaggio dell’uomo dai boschi – dove viveva in bande disperse – alla città puo’ ben definirsi il Progresso con la P maiuscola.

La città umana è qualcosa di relativamente recente, ha circa 6000 anni.

Ma forse anziché di città dovremmo generalizzare parlando di Stato, ovvero quell’istituzione che concentra, scheda e ordina la convivenza umana. Lo stato è il trionfo della ragione. E’ la ragione applicata alle relazioni umane.

La città degli uomini nasce essenzialmente in Mesopotamia, quindi in tempi recentissimi, parliamo dell’ultimo 5% della nostra storia.

Se invece avessimo in mente la città moderna, quella fatta funzionare dell’energia fossile, allora dobbiamo datare il suo inizio a fine Ottocento, ovvero nell’ultimo 0,25% della nostra storia.

Sia come sia lo Stato si è rivelata un’istituzione talmente potente da consentire all’uomo di cambiare l’aspetto dell’ambiente che lo ospita. Un vero e proprio balzo per le sorti dell’umanità.

Lo scienziato del clima Paul Crutzen ha parlato di “Antropocene” per definire l’epoca storica in cui l’uomo diventa decisivo nel modellare l’ecosistema  in cui è immerso.

Ma quando inizia l’ Antropocene? Siamo sicuri che inizia con lo stato? Alcuni propongono come punto di inizio il primo test nucleare.

Altri pensano alla rivoluzione industriale e all’uso massiccio dell’energia fossile.

Altri ancora si rifanno alla disponibilità di alcuni mezzi come per esempio la dinamite o il bulldozer, che hanno facilitato l’opera trasformatrice dell’uomo.

In questi casi l’ Antropocene inizierebbe giusto qualche “minuto” fa.

Alcuni propongono allora di retrodatarlo alla scoperta del fuoco, il primo vero grande “attrezzo” dell’uomo.

In questo caso però torneremmo indietro di 400000 anni, in un periodo ben precedente la comparsa dello stesso homo sapiens. Un po’ troppo.

Dopo il fuoco fu l’agricoltura, apparsa circa 12000 anni fa, a segnare un punto di svolta importantissimo.

Ecco, ci siamo, con l’agricoltura comparve anche la città, o meglio, lo stato.

Un attimo dopo (circa seimila anni dopo) la comparsa dell’agricoltura entra in scena nella Mesopotamia meridionale il primo embrione di stato.

È questa la soglia cruciale! È qui che l’idea di progresso si concretizza nel modo più chiaro. E’ qui che entrano in scena tutti quei cambiamenti ai quali ci riferiamo con i concetti di “civiltà” e “progresso”. È qui che dobbiamo vedere a fondo come sono andate le cose per capire se il progresso dell’uomo è qualcosa di reale.

Come è stato possibile trasformare un cacciatore vagabondo in un cittadino con tutte le proprietà accatastate nei pubblici registri?

Possiamo veramente dire che questo passaggio sia stato un progresso? Che la domanda per un suo compimento esisteva ed era robusta?

Qui il lavoro degli storici è decisamente sviante, vediamo perché.

Da un punto di vista temporale, come dicevamo, la presenza dello stato nella storia umana è anomala: l’ homo sapiens apparve 200000 anni fa, 60000 anni fa usciva dall’Africa, 12000 anni fondava le prime comunità sedentarie e finalmente 6000 anni fa il primo Stato. Lo stato è estraneo al 95% della nostra storia. Un’ organizzazione umana fondata sulla raccolta delle tasse e sull’ innalzamento di mura comparve tra il Tigri e l’Eufrate all’incirca nel 3100 avanti Cristo. Ben quattro millenni dopo i primi segnali di agricoltura e vita sedentaria.
Questa origine recente è un problema per chi considera lo Stato come un’istituzione “naturale”, qualcosa a cui la marcia del progresso ci conduce inevitabilmente. Come mai la marcia del progresso, se è così naturale, ha ritardato tanto?
Nella narrativa degli storici l’agricoltura ha rimpiazzato un mondo selvaggio, primitivo, senza legge e violento, realizzando così il grande balzo dalla barbarie alla civiltà, dalla arretratezza al progresso. E’ da quel momento che inizia anche la Storia dell’uomo, o almeno la parte degna di essere raccontata nel dettaglio.

La superiorità del mondo formatosi “dopo il grande balzo” è sottointesa da un’elaborata mitologia messa in piedi dagli storici.

Per molti è la vita sedentaria stessa ad essere superiore rispetto a quella nomade. Questo è scontato, non se ne parla neanche! I pesci non parlano dell’acqua in cui sono immersi.

Ma c’è qualcosa che turba l’armonia degli storici: non trovano quel che cercano, non trovano gente desiderosa di compiere “il grande balzo”, il desiderio del mondo “arretrato” di progredire.

Quel che trovano è solo un’inesplicabile e pervicace resistenza delle popolazioni primitive a civilizzarsi. Imbarazzante da sorvolare.

La vita sedentaria è sempre stata associata a schiavitù e malattia. E con una montagna di ragioni! Nessuno vuole ammalarsi, nessuno vuole schiavizzarsi.

Ma il mito del progresso è sbocciato nonostante tutto. Ha potuto contare su figure di spicco come Thomas Hobbes, John Locke, Giambattista Vico, Lewis Henry Morgan, Friedrich Engels, Herbert Spencer, Oswald Spengler e altri.

Roma era il bene, l’apice. I Celti e la Germania il regno delle tenebre, l’orrore da cui scappare.

Ma è innanzitutto l’archeologia a mettere in imbarazzo la narrativa degli storici. I popoli “selvatici” non erano certamente gente affamata che arrancava in condizioni disperate come sottointende certo folklore.

Possiamo ben dire che i cacciatori stessero benone in termini di dieta, di salute e di di tempo libero. Un benessere generalizzato.

Passare dai boschi alla città non era consigliabile in termini di analisi costi/benefici. A quanto pare i selvaggi facevano bene i loro conti.

Il mito dell’ Eden avrà un suo perché? Come mai viene collocato “prima”?

Senza contare quel che molti dimenticano, ovvero che parecchie forme di vita “sedentaria” erano già adottate in tempi precedenti all’agricoltura.

L’agricoltura stessa si associava spesso alla mobilità, una mobilità che si arrestava giusto il tempo di un raccolto.

Ancora oggi esistono molte varietà di frumento  selvatico, per esempio in Anatolia. E non dobbiamo stupirci se molti attrezzi agricoli precedono di parecchio l’agricoltura stabilizzatasi nei pressi delle città.

Anche l’addomesticamento delle bestie è rimesso in questione. A quanto pare risale ad epoche parecchio precedenti i primi insediamenti stabili dell’uomo. Si trattava di forme ibride di addomesticamento,  si trattava di animali né interamente selvatici, né interamente addomesticati.

Qualcuno potrebbe vedere queste forme di agricoltura e di allevamento come proto-agricoltura e proto-allevamento, cio’ non toglie che gli uomini le preferivano rigettando l’alternativa della città?

Come riferisce Guillermo Algarve: “l’uomo addomesticò piante e animali, ma le istituzioni che si diede per farlo al meglio addomesticavano l’uomo stesso… e poiché non tutti lo accettavano si dovette ricorrere ad una coercizione di massa”.

Ricordate il lavoro certosino di Robert Fogel?: nel XIX secolo la qualità della vita di un operaio bianco di Detroit era inferiore rispetto a  quella di un nero schiavo in Alabama. Attenzione quindi a non abusare dell’analisi utilitaristica trascurando la volontà reale dei protagonisti.

A noi la presenza di uno stato amministrato appare come una costante ineludibile. A questa illusione contribuisce l’archeologia presa in considerazione dagli storici.

Forse a questo punto è bene soffermarsi un attimo sulla cosiddetta “illusione degli storici”.

Se costruisci i tuoi edifici con il sasso, l’archeologo avrà qualcosa da studiare e lo storico qualcosa di cui scrivere.

Se invece li costruisci con il legno ed il bambù, l’archeologo resterà a mani vuote e lo storico lascerà bianca la pagina che ti spetta.

Ma chi era interessato a costruire mastodontici e duraturi monumenti? Chi se non uno Stato intento a celebrare se stesso?

Ecco di cosa parliamo quando parliamo di bias  degli storici.

Se poi pensiamo alla scrittura il bias diventa ancora più aberrante.

Lo Stato ha bisogno di burocrazia e la burocrazia ha bisogno di infiniti registri. Deve tenere il conto dei suoi schiavi. Ma anche i cittadini comuni sono oggetti da schedare e contabilizzare in modo ordinato. Tributi, catasto, liste genealogiche, tutto deve restare, tutto deve fissarsi in uno scritto, tutto deve essere archiviato! Una coercizione programmata sarebbe impossibile senza un archivio permanente, lo sa bene anche il contribuente italiano del terzo millennio.

Dopodiché, per lo storico concentrato unicamente sui documenti scritti non resterà che una sola realtà da testimoniare, quella dello Stato! L’unica creatura umana degna di nota!

Per lo storico la nostra storia è fatta di stati. Per lo storico il nostro passato è lo stato, e tuttavia i primi stati apparsi nel sud della Mesopotamia, oppure in Egitto o lungo il Fiume Giallo erano affarini minuscoli sia dal punto di vista demografico che da quello geografico.

Delle cagatine, uno sputo sulla carta geografica, piccoli nodi di potere circondati da un vasto territorio abitato dai barbari che rappresentavano il 95% dell’umanità. Un 95% espulso dalla storia studiata alle elementari… ma anche all’università!

E anche se ci limitiamo agli ultimi 400 anni, almeno un terzo della popolazione non ha mai vissuto all’interno di uno Stato.

La stragrande maggioranza dell’umanità non ha mai pagato una tassa, e non sembra affatto leggendo il sussidiario.

Rischiamo tutti i giorni di sorvolare sul fatto decisivo che nella maggior parte del mondo non è mai esistito uno stato, fino a poco tempo fa.

Non solo, i primi stati solo raramente e per tempi brevi erano quei formidabili Leviatani che risultano da alcune esaltate descrizioni.

Disintegrazione, frammentazione, periodi oscuri erano la regola anche laddove sorgeva formalmente uno stato.

Incantati dai documenti che magnificano le dinastie noi pensiamo agli Stati come a blocchi monolitici in grado di controllare il territorio. Altro mito!

I quattro secoli di “periodo oscuro” della Grecia, quando i documenti scritti spariscono, sono praticamente una pagina bianca nei libri di storia, che invece dedicano capitoli interi all’ “era classica”. Già solo il fatto di poterne parlare la promuove automaticamente in “periodo di splendore”.

Per migliaia di anni dopo la sua creazione lo Stato non è mai stato una costante della nostra storia quanto piuttosto una variabile effimera. La storia dell’uomo è essenzialmente la storia di un essere che ha vissuto al di fuori dello Stato.

Niente di più comune, poi, che la “fuga” dallo Stato. Questo è imbarazzante per chi presenta lo Stato come un benefattore che elargisce la luce e la cività ad un’umanità ottenebrata.

Malattie, schiavitù e pulizia etnica erano una deprimente costante della presenza statale.

“Pulizia, pulizia”… lo Stato per nascere deve fare  piazza pulita di ciò che lo precede, nel vero senso della parola. Senza ordine i registri non riescono a fotografare fedelmente la situazione e senza registri il burocrate e paralizzato.

Meglio adeguare i registri alle esigenze dell’uomo o l’umo alle esigenze dei registri? Ma ovviamente la seconda che hai detto!

La cultura delle piante e l’allevamento di animali hanno bisogno di spazi vasti e controllabili. Tutto deve essere riunito, concentrato, schedato.

Il fuoco, con il suo potere distruttivo, aiuta nel fare tabula rasa del paesaggio, aiuta nell’addomesticamento, nella registrazione e nella schedatura, nella contabilizzazione.

Il fuoco consente di cucinare i cibi di rendere digeribili piante prima indigeste, consente di rendere nutrienti alimenti prima non commestibili. Il fuoco, con la sua capacità di eclissare le presenze scomode, è un grande alleato delle mega-amministrazioni.

La vita nello Stato è molto più dura rispetto a quella fuori ma soprattutto è meno salubre. Nessuno, se non spinto dalla fame più nera o dalla coercizione, si sognerebbe mai di abbandonare i boschi, la caccia, la raccolta dei frutti o la pastorizia itinerante per dedicarsi al duro e insalubre lavoro dell’agricoltura. “La tèra l’è bassa!” dice un proverbio dei Celti contemporanei.

Lo Stato è luogo di “addomesticamento” e  di artificio.

Tra gli antropologi si dice: ” non conosciamo in che misura noi abbiamo addomesticato il cane o il cane ha addomesticato noi”. Il senso è chiaro: in un posto dove quasi tutti sono servi non si capisce mai bene chi è il servo di chi.

All’interno dello stato la parola d’ordine è “addomesticare”. Addomesticare la pianta, addomesticare l’animale, addomesticare l’uomo, addomesticare il territorio. Tutto deve essere domato. Uno sforzo che nella sua essenza consiste nel ridurre la varietà all’uniformità affinché si possa contabilizzare, tassare, amministrare, incasellare. Insomma, dominare.

Il nuovo assemblaggio di piante, animali e uomini crea un ambiente artificiale. È naturale pensare alla vita dell’agricoltore come ad una vita angusta dal punto di vista delle esperienze, dal punto di vista culturale e dal punto di vista rituale. Una vita nel complesso più povera rispetto a quella del suo predecessore.

La vita nello Stato è molto dura per chi non fa parte delle élite. Molto più dura di quella condotta fuori dalle sue mura. Coltivare il suolo è più oneroso che cacciare o raccogliere frutti. Non c’è ragione per cui un raccoglitore, se non forzato, debba spontaneamente optare per l’ingresso in quelle mura che sono di fatto le mura di un carcere.

Entrare nello Stato comporta un altro sacrificio, quello di rendersi più esposti alle malattie. Influenza, orecchioni, difteria e altre infezioni ben note a tutti noi. Ma non al cacciatore!

Oggi la medicina ha fatto miracoli. Oggi non esistono più le epidemie di peste che annientavano metà della popolazione! Ma ricordiamoci sempre che questi miracoli sono stati compiuti contro nemici che prima non avevamo.

La peste “inventata” dallo Stato non è solo quella infettiva, è anche quella delle tasse. Una miriade di tributi che assume varie forme: la forma del grano, la forma del lavoro forzato e quella della coscrizione.

I primi stati si sono formati solo in ambienti dove la popolazione poteva essere rinchiusa da un deserto, da montagna o comunque da una periferia ostile. Oggi è rinchiusa dagli altri stati. Sul punto è illuminante il lavoro di Carneiro: “A theory of the origin of the state”.

Ma è l’agricoltura e la coltivazione del frumento il marchio di fabbrica dello Stato. La coltivazione di questa pianta può essere concentrata, è misurabile e quindi tassabile, richiede poi un cospicuo sforzo umano valorizzando così la schiavitù. Concentrazione, misurabilità, tassazione, schiavitù… non c’è stato senza frumento. Sarà un caso?

Tutti gli Stati classici si fondano sul grano. Non  c’è uno stato della manioca, del sego, della palma, della pianta del pane, della patata dolce, o della banana. Tutti gli stati sono stati del grano.

Il grano favorisce la produzione concentrata, favorisce la tassazione pro quota, l’appropriazione proporzionale, l’  immagazzinaggio, il razionamento e la catastizzazione dei territori.

Lo Stato si forma solo laddove mancano  diete alternative a quella basata sul frumento.

L’agricoltura stanziale non inventa né l’irrigazione, né l’addomesticamento delle mandrie, queste sono conquiste che spettano alle popolazioni pre-statuali. Ma l’agricoltura stanziale le perfeziona, le amplifica, le espande, le razionalizza.

I primi stati si sforzano di creare un paesaggio facilmente “leggibile”, misurabile è per lo più uniforme. Questo facilita la tassazione dei raccolti e il controllo di una popolazione che lavora a corvé.

Ma cos’è uno Stato in fondo? Guardiamo alla Mesopotamia: è un continuum istituzionale con uno staff amministrativo specializzato, con un centro monumentale, con delle mura, con un re e con un sistema di raccolta delle tasse. Nasce negli ultimi secoli del IV millennio prima di Cristo nelle valli alluvionali della Mesopotamia meridionale.

Nasce quindi successivamente rispetto alle prime coltivazioni del grano e ai primi allevamenti.

Dopo, lo stato si fa vivo in Egitto, nella Mesopotamia settentrionale e in molte valli indiane. Ma prolifica anche in Cina, a Creta, in Grecia, a Roma e nel nuovo mondo con i Maya.

Cosa serve allo stato per nascere?

Innanzitutto un tipo di ricchezza appropriabile e misurabile: la “rapina” parziale e in misura fissa fatta a tutti è più tollerata dallo schiavo. In questo senso il raccolto di grano è l’ideale. Poi serve una massa di persone (popolo) che lo coltivi su vasta scala. Una popolazione docile, che sopporti la schiavitù o comunque forme severe di servitù, che possa essere facilmente amministrata e spostata laddove ce n’è bisogno. Una popolazione uniforme, che si lasci registrare e schedare.

Varietà e diversità sono nemiche giurate dello Stato. Anche per questo le paludi rappresentano per lo stato un territorio ostile, il rifugio ideale dei transfughi.

E qui veniamo alla questione centrale, il ruolo della coercizione nello stabilire e mantenere gli antichi stati.

Se dimostriamo che la formazione dei primi stati è avvenuta con un largo uso della violenza possiamo confutare  teorici del “contratto” come Hobbes e Locke: per loro la vita fuori dello stato è “breve, violenta e crudele”. In queste condizioni è logico si scenda a patti: sicurezza contro libertà.

Ma nella storia di patti del genere, anche impliciti, non se ne vedono.

Si vedono solo rifiuti e resistenze. Ma soprattutto molte molte fughe.

I primi stati hanno spesso fallito nel tentativo di trattenere la loro popolazione presentandosi come estremamente fragili e soggetti a collasso da frammentazione.

L’istinto alla fuga è invece facilmente spiegato da chi non vede nello stato un progresso ma il regno del lavoro forzato.

La schiavitù era essenziale soprattutto per quel che riguarda i lavori pubblici, la costruzione degli edifici comunali, delle mura e delle strade.

La Grecia classica costituisce sia l’apoteosi della civiltà occidentale che l’apoteosi della schiavitù. La stessa cosa si può dire per Roma.

Che un’ampia fetta della popolazione greca e romana fosse detenuta contro la propria volontà è testimoniato dalle frequenti ribellioni degli schiavi.

Ma non si tratta solo di poche schiavi riottosi, intere popolazioni tentavano la fuga o quantomeno cercavano di nascondersi. Evidentemente la “civiltà” non allettava granché.

Owen Lattimore parlò delle mura cinesi come di un manufatto dalla doppia funzione: “ quella principale… rinchiudere i tartassati… e quella secondaria, scoraggiare gli assalti dei barbari…”.

A proposito di barbari, esistono anche loro. Sono i 4/5 dell’umanità. Per gli storici esistono solo quando attaccano la città.

È molto probabile che nell’epoca in cui lo Stato sorgeva era molto meglio essere barbari. Da barbari si viveva meglio, per questo i barbari non erano affatto allettati dal progresso.

Il territorio dei barbari è molto vario e disordinato, è una zona di caccia, di coltivazione improvvisata, di pesca provvisoria, di raccolta fugace e di pastorizia. Radici, tuberi e ben pochi campi fissi. E’ una zona di mobilità, in poche parole una zona impossibile da trattare amministrativamente, l’incubo di ogni burocrate esattore.

Il barbaro non è una categoria culturale ma una  categoria politica. Barbaro è colui che vive fuori dallo Stato, colui che non ha carta d’identità, che non è schedato, che non è amministrato, che non è accatastato, che “non risulta”. E così come non risulta al burocrate, non risulta nemmeno allo storico burocratizzato.

Il barbaro vive nel mondo del “nero”, del sommerso, non è registrato e non è proporzionato secondo alcuna misura. Nel suo  disordine il povero burocrate non trova punti di riferimento per poterlo incasellare. Il barbaro vive fuori da ogni mappa. Hic sunt leones.

Tra barbari e civilizzati è esistita per molto tempo una relazione tipica: la rapina.

Perché mai un barbaro dovrebbe coltivare un raccolto quando può semplicemente andare a prendersi i frutti coltivati in schiavitù dall’uomo sedentario?

In un certo senso è colpa dei civilizzati se i barbari godono di cattiva fama!

I raid nei confronti dello Stato erano la norma.

I pellerossa si accorsero ben presto che le vacche dei bianchi erano l’animale in assoluto più facile da cacciare!

Intanto, lo Stato che investe in sicurezza aumenta le tasse e abbisogna di più schiavi.

Ma i barbari non rapinavano e basta, commerciavano anche molto con lo stato, erano loro a fornire molti beni necessari come per esempio metalli, legna, minerali, pelli, medicinali, miele, sostanze aromatiche e altro ancora.

L’esito di questi commerci fu una civiltà ibrida molto diversa dalla dicotomia spesso rappresentata nella forma  civiltà/barbarie.

Thomas Barfield ha sostenuto che per ogni civiltà esiste una specie di “gemello barbaro”. L’esempio tipico è offerto dall’ oppida dei celti, una presenza costante alla periferia dell’impero romano.

Possiamo ben dire che l’era dei primi stati fu anche l’epoca d’oro dei barbari.

Ma la merce principale che si scambiavano barbari e civilizzati erano gli schiavi. Lo Stato ne era un insaziabile consumatore!

Seconda merce per importanza: il mercenario. Lo stato era uno stato guerriero e aveva bisogno già allora di quella che poi venne denominata “carne da cannone”. I cittadini erano ancora pochi e non soddisfacevano le esigenze del levitano, cosicché a fornire la “carne da cannone” erano spesso i barbari stessi che vendevano così i loro prigionieri di guerra.

***

Allo stato, per esistere, serve una massa di persone ma non serve la volontà della massa.

Acquisire e controllare una massa di persone è  l’ossessione dei primi stati.

Una popolazione estesa di coltivatori seriali, ecco quello di cui abbisogna.

Lo stato è essenzialmente una macchina produttiva fatta di carne umana: più ce n’è meglio è.

Una massa di uomini addomesticati, un gregge, uno stormo. Questa è l’immagine più fedele dei primi stati.

Un gregge in grado di produrre un surplus a disposizione dell’ élite.

Che la “concentrazione” di carne umana sia il primo obbiettivo lo si vede ovunque. Prendi gli spagnoli nelle Filippine. Cosa sono le “reducciones” se non dei campi di concentramento adibiti a produzione?
Le stesse Missioni cristiane, come prima mossa all’atto dell’insediamento tendono a concentrare la popolazione dispersa.

Il concetto di surplus non è mai esistito fino all’invenzione recente dello stato.
Marshall Sahlins spiega che prima dello stato l’accesso alle risorse era libero per qualsiasi appartenente al gruppo. Ogni forma di coercizione assente. Nessun incentivo a “produrre” oltre al necessario per sopravvivere o per il proprio confort personale. Nulla era “conservabile“, prima.

A. V. Chayanov mostra che quando in un gruppo di cacciatori il rapporto lavoratori/non lavoratori si alza, il lavoro diminuisce.

Per ottenere il surplus che cercano, le élite  puntano sull’agricoltura e inventano lo stato, e con esso una serie infinita di forme del lavoro coercitivo: corvé, consegna forzata, schiavitù, debito vincolato, servitù, eccetera.

Ma c’è il rischio che la gente scappi o si nasconda, specie se i confini non sono ben presidiati. Che fare?

Mura e pene severe. Solo la proprietà della terra riuscirà a sostituire la schiavitù.

Ester Boserup è un autore di riferimento per testimoniare il doppio nesso tra stato e schiavitù.

Ma ogni stato antico aveva un “tasso naturale di fuga”. Veniva tollerato ben sapendo che la guerra era comunque uno strumento fenomenale per ripristinare il livello quantitativo degli schiavi.

Lo stato più potente, anche dal punto di vista militare, era lo stato con più popolazione asservita.

Il vero bottino di guerra erano gli uomini più che i territori.

In linea con quanto detto le guerre senza sosta  in Mesopotamia aveva lo scopo essenziale di assemblare forza lavoro.

La guerra tipica secondo Seth Richardson era quella in cui “pesce grande mangia pesce piccolo“. L’obbiettivo era quello di radunare un gregge, di addomesticare i selvaggi dispersi sul territorio in una continua lotta per compensare gli schiavi fuggiti.

I codici scritti ritrovati e custoditi nei musei iracheni hanno una sola preoccupazione: stabilire pene iperboliche per i fuggitivi e chi li aiutava.

La schiavitù non è stata inventata dagli stati ma, secondo Fernando Santos-Granaros, lo stato ne ha fatto la quintessenza del suo esistere.

Anche presso i pellerossa, per esempio, esisteva una schiavitù dei prigionieri, spesso temperata da una graduale assimilazione dello schiavo.

Il medio oriente ha conosciuto la sua schiavitù pre-statuale documentata da Adam Hochschild. Ma anche lì è con lo stato che esplode il fenomeno.

Ancora alle soglie del XIX secolo 3/4 della popolazione mondiale è schiava.

Nel sud est asiatico l’attività economica più redditizia era quella di mercante di schiavi.

Niente stato senza schiavi. Niente Grecia senza schiavi, a sostenerlo è stato Moses Finley.

Ad Atene 2/3 della popolazione era schiava.

La schiavitù era scontata mai nessuno tra quei saggi sollevò mai la questione della popolazione schiava.

Per Aristotele, una quota della popolazione, quasi tutta, mancando delle necessarie facoltà razionali, era   “naturalmente schiava”.

E Sparta? Peggio mi sento… la quota di popolazione schiava qui cresce.

Sparta schiavizzava sul posto mantenendo gli schiavi “in situ”, venivano chiamati iloti.

Roma trasformò il mediterraneo in un emporio per gli schiavi.

Le guerre in Gallia procurarono un milione di schiavi. Soprattutto a questo Giulio Cesare dovette il suo trionfo.

Gli schiavi a Roma erano 1/3 della popolazione.

La schiavitù era talmente comune che gli schiavi costituivano un’unità di conto.

Gli schiavi erano trattati malissimo, molti sono raffigurati in ceppi e sottomessi fisicamente. Ma perché trattare così male una risorsa così preziosa? Perché era anche una risorsa abbondante.

Il rincorrersi tra popolazioni nomadi e cacciatori di schiavi era un po’ il classico guardia e ladri dell’antichità.

Lo stato schiavista cresce a spese delle società non schiaviste. Lascia che queste ultime si occupino del futuro schiavo finché non è produttivo, poi lo prelevano e lo sfruttano nei suoi anni “migliori”.

Lo schiavo viene “sradicato” e isolato, in questo  modo è più controllabile.

Lo schiavo è una bestia e la sua riproduzione assomiglia a quella delle bestie addomesticate. Ogni gregge ha pochi arieti e molti agnelli. Lo stesso si riscontra nella comunità degli schiavi. Sul mercato le femmine in età riproduttiva sono i pezzi più pregiati.

L’impiego prevalente degli schiavi è nei lavori pubblici. Bertold Brecht si chiedeva retoricamente: “chi costruì  la Tebe dalle sette porte?”. Ora sappiamo la risposta.

CONCLUSIONE

Bene, dopo amish, zingari, pellerossa e donne abbiamo fatto il “caso generale”, abbiamo individuato il “progresso umano per eccellenza”, ovvero il passaggio dalla vita “breve, violenta e brutale” alla vita “sicura” all’interno delle mura statali. Il passaggio dalla barbarie alla civiltà. Ma l’esito non sembra cambiare: nessun “barbaro” ha inteso o intende di fatto “progredire“, non solo, le sue ragioni per resistere sono più che solide e ben comprensibili anche a noi, lo abbiamo appena toccato con mano!

Conclusione: dopo questa passeggiata nella storia i dubbi che il Progresso sia un mito permangono e si rafforzano. Forse siamo stati davvero rapiti e confinati su una barca nell’ oceano, e ci permettiamo di dubitare se qualcuno ci fa notare che l’evento costituisce un progresso per il semplice fatto che non scendiamo da quella barca per tornare a casa di corsa.

civiltà

La libertà delle bisnonne

PREMESSA

1. Giovanni si trova di fronte ad un’ alternativa: bianco o nero? La legge gli consente di scegliere e lui, siccome preferisce il nero, sceglie il nero.

2. Giuseppe si trova di fronte ad un’alternativa: bianco o nero? La legge gli impone di scegliere nero, ovvero proprio ciò che avrebbe scelto senza imposizioni di sorta.

3. Gino si trova davanti ad un’alternativa, bianco o nero? La legge gli impone di scegliere il nero anche se lui avrebbe preferito scegliere bianco.

Nota: la prima legge è liberale, la seconda naturale e la terza coercitiva.

Si noti che Giovanni e Giuseppe sono due individui parimenti liberi grazie a leggi liberali o naturali. L’unica libertà violata dalla legge è quella di Gino.

Applicando alla realtà questi concetti faccio una considerazione: fatte 100 le leggi in vigore nell’epoca contemporanea, 50 sono del primo tipo e 50 del terzo. Fatte 100 le leggi in vigore nel XIX secolo, 50 sono del secondo tipo, 25 del primo e 25 del terzo.

Dal che si evince che nel XIX secolo la libertà era più tutelata di oggi.

In altri termini, il nostro mondo è più “liberale” ma garantisce meno la libertà.

Sembra un paradosso ma è così se si va oltre le parole.

Attraverso lo stesso meccanismo è possibile congetturare che una donna del XIX secolo fosse più libera di una donna contemporanea.

CORPO

Focalizziamoci allora sulla provocatoria questione: la donna dell’800 era più libera di quella contemporanea?

Rispondere è importante, parliamo di un gruppo che costituisce metà della popolazione! Qualora la risposta fosse affermativa potremmo dichiarare che non esiste un collegamento tra libertà e quel che chiamiamo “progresso”.

Certo, un secolo fa la vita era più dura, ma lo era per tutti! Deve essere chiaro che il nostro tema non riguarda le comodità e il benessere materiale, sul quale non c’è confronto.

Passiamo ora al setaccio le varie obiezioni di chi si oppone alla tesi per cui la donna del XIX secolo fosse più libera delle sgallettate di Sex im the City.

Qualcuno potrebbe far notare come nel XIX secolo le donne non votassero.

Vero. Ma questo è irrilevante se poi di fatto erano più libere. Ai nostri fini il voto è un mero strumento per guadagnarsi la libertà. Concentriamoci allora sulla sostanza!

Tuttavia, esiste un’ obiezione ben più cogente: la donna sposata non poteva possedere proprietà, né firmare contratti.

Questo era un grave vulnus alla libertà, bisogna ammetterlo. Tuttavia, il matrimonio rimaneva volontario.

Se non si desiderava  andare “sotto tutela” si poteva evitarlo: la “donna sola” manteneva intatte tutte le sue prerogative.

Ma direi di più, il fatto che praticamente tutte si sposassero segnala che i diritti di cui qui ci preoccupiamo tanto non fossero ritenuti poi così preziosi dalle interessate.

Inoltre, esistevano dettagliati contratti prematrimoniali attraverso i quali porre dei limiti alla tutela. Erano uno strumento largamente utilizzato dai familiari delle spose facoltose.

Alcuni potrebbero pensare che una legislazione del genere costituisca comunque una “spintarella” paternalista verso una certa  organizzazione  della propria vita. Forse sì, ma nemmeno oggi siamo al riparo dal paternalismo. Oserei dire che se la mettiamo su questo piano il presente perde in partenza rispetto al passato. Abbiamo appena conferito il Premio Nobel al “re delle spintarelle” paternaliste.

Forse non cogliamo un punto cruciale: quando una legge ci impone di fare quel che vogliamo fare cessa di essere coercitiva e di conculcare  libertà. È proprio quello che accade con le donne del XIX secolo: molte leggi che le riguardano ci appaiono “coercitive” ma erano di fatto “naturali”.

La famiglia tradizionale oggi ci appare incomprensibile ma ha invece molto senso se vista nel quadro… della tradizione. Specializzarsi in ruoli diversi era vantaggioso per tutti ed era di fatto ciò che tutti volevano.

Aggiungo che all’interno del matrimonio la lettera della legge contava è conta ancora ben poco. Opponiti al volere della moglie e te ne accorgerai! i I modi per rivalersi contro un marito prepotente erano infiniti.

E gli stupri intramoenia? Pochi, e oggi comunque non sono molti di meno. Il fatto rilevante è ancora quello: la legge  incide poco tra le mura domestiche.

La coabitazione era illegale, vero, ma era anche un reato di fatto lasciato impunito anche quando ben noto. Non c’è niente di più libertario che un proibizionismo non attuato.

Si potrebbe pensare che la legge contasse laddove si veniva a realizzare una tensione tra i coniugi. Non è così: nel momento in cui si litiga invocando la legge il matrimonio è già finito, è ben difficile convincere una moglie appellandosi ad un comma! La legge, piuttosto,  pesa laddove si è già separati o divorziati.

E che dire della pressione sociale sulle donne?

La pressione sociale “non violenta” ha un nome preciso, si chiama “cultura“.

Nella cultura di cui parliamo erano immerse anche le donne, che a quanto pare la condividevano appieno. Molto spesso erano proprio loro a realizzare la “pressione” di cui sopra! Inoltre, il mercato, laddove esiste, allenta fino a neutralizzare le pressioni sociali.

A questo punto l’ipotesi che la donna del XIX secolo fosse più libera si rafforza, soprattutto considerato il peso centuplicato oggi assunto da fisco e regole.

Come escludere che questa perdita di libertà sia alla radice della misteriosa infelicità femminile?

CHIUSA

Forse la domanda che ci siamo posti all’inizio potrebbe essere riformulata così: la cultura può mai “violentare” qualcuno?

È evidente che la cultura “violenta” solo chi non la condivide. È altrettanto evidente che nel XIX secolo legge e “cultura condivisa” andavano a braccetto in modo molto più armonioso che oggi.

prospett

Padri sciagurati

La figura del “padre sciagurato” racchiude in sé un duplice messaggio su paternità e  “povertà non meritevole”. Vale la pena di mettere una lente su di lui per vedere cosa passa in quella testa.

La lente a cui accenno sono le 110 interviste a padri sciagurati fatte da Kathryn Edin/Timothy J. Nelson e raccolte nel volume “Doing the Best I Can: Fatherhood in the Inner City”. Una miniera.

***

Il padre sciagurato è giovane, povero, vive nella periferia degradata  e non sposa la donna che gli dà un figlio.

Su di lui corrono molte leggende da cui è bene guardarsi.

In genere è visto come un egoista, un tale che mette incinta la sua ragazza e poi scappa.

L’uomo assente per antonomasia.

Un tale che in modo incurante schiva le sue responsabilità.

L’eterno ragazzo che non cresce mai. Una piaga della società.

Secondo il ritrattino di prammatica questi ragazzi sono interessati solo al sesso. Rifuggono invece paternità e responsabilità.

È gente che semplicemente se ne frega.

Di lui si dice in modo icastico che “colpisce e scappa“. La sua condotta è bollata come rapace.

Lo si pensa come uno che ha 6 figli da 6 donne diverse e che non usa preservativo perché “alle donne non piace“.

Lo stereotipo gli fa dire “quando una donna ha un figlio è lei che se ne deve occupare”.

Si crede che una volta sparito non si faccia più vivo e non contribuisca in nessun modo alla crescita del piccolo: “tanto c’è il welfare”.

Eppure lo stereotipo sembra più una caricatura che la realtà.

Non c’è nessun “cattivo egoista” che pensa solo a se stesso quanto piuttosto uno stupido che non sa vedere lontano.

O ancora meglio una persona senza forza di volontà, uno che quando arrivano le vere sfide soccombe.

Parliamo di una persona con una scarsa istruzione, spesso non è nemmeno diplomato.

Il suo stile di vita è immorale più che obbligato. È un “povero non meritevole” a tutti gli effetti.

Fa danni: il figlio abbandonato andrà male a scuola fino ad abbandonarla presto per lavoretti “di merda”. E’ probabilissimo che delinqua.

Nella sua vita tutto è precario: le  relazioni sentimentali, il  lavoro, e anche il legame con i figli.

La legge che governa la sua vita:  “da cosa nasce cosa“. In fondo a questa catena c’è il suo bambino, nato in quanto “ultima cosa”.

Ogni suo passo è compiuto sulla base del precedente senza che un chiaro percorso sia stato delineato con un minimo di anticipo.

Per lui il bambino non è l’espressione di un impegno preso con la sua ragazza ma è la fonte di un impegno. Non fa parte di una storia condivisa, non è il frutto di un unione, non è un obiettivo comune ma è il punto di partenza per galvanizzare l’unione.

Nella fase iniziale  lavora duro per tenere insieme la “famiglia”, qualcosa di cui è tremendamente orgoglioso.

Si propone di non fare più “cazzate”. E allora giù promesse solenni e commosse. Ma sincere, eh.

Purtroppo il legame “familiare”, tutto incentrato sul bambino, è troppo debole per realizzare la trasformazione richiesta. Manca un pezzo.

Lei comprende tutto molto presto e non ci pensa due volte a lasciarlo indietro. Ci mette una pietra sopra: sa che sarà un ostacolo più che un aiuto.

Ma lui rifiuta il ruolo di bancomat (che del resto nemmeno è in grado di assolvere): vuole “essere padre”! Vuole “esserci”, va fiero del sui nuovo status. Buone intenzioni, ma velleitarie.

Per lui, alla fine, “essere padre” significa di fatto diventare “il migliore amico” del figlio. Il resto è troppo faticoso. E’ un padre alla Disney, un compagnone che schiva i compiti pesanti senza ammetterlo. Più che il padre fa lo  zio preferito

Ma questa definizione del proprio ruolo lascia tutto il lavoro duro  sulle spalle della donna.

Mantenere la famiglia, impartire una disciplina, fornire una guida morale… tutto sulle spalle di lei. Lui è l’amicone che passa ogni tanto di lì a dare buoni consigli quando non puo’ più dare cattivi esempi.

Magari su diversi figli disseminati per la città riesce anche ad essere un buon padre per uno di loro. Questo basta e avanza per sentirsi riabilitato. Scatta l’autassoluzione da tutto.

È orgoglioso di non aver mai declinato esplicitamente le sue responsabilità.

L’impegno che ha in mente è grandioso ma l’ impegno di fatto consiste nel dare una grattatina al pancione della sua donna in attesa.

Quando – durante la gravidanza – pensa al suo futuro è cautamente ottimista. È sempre così infondatamente ottimista!

A qualche mese dal parto la comunicazione con la compagna dà i primi segni di stanca. Lui comincia a vedere “altre persone“.

Non lascia recapiti, si assenta per giorni.

Vede il figlio di rado, solo quando il piccolo visita la nonna paterna. Sì, è’ tornato a vivere con la mamma.

A proposito della famiglia di origine: non era poi malaccio, anche se di bassa estrazione: su di lui c’erano grosse aspettative.

Quando tocca il fondo si pente e vuole ricominciare.

Realizza che sta sprecando la sua vita ed esprime solenni promesse di redenzione. Comincia a battere le strade per cercarsi un nuovo lavoro. Si iscrive alle serali. Addirittura si compra una casa. Non è granché ma è sempre la sua casa. La sua vita è un’altalenasempre un su e giù.

La ragazza che mette  incinta è una sua collega volubile giù al “lavoro di merda”, una che ha mostrato interesse per lui.

Tra i due tutto avviene in modo veloce e senza programmi. “Abbiamo cominciato a parlare e poi ci siamo messi insieme. Dopo un po’ è arrivato anche il bambino”. È naturale che sia così, è come se agisca il destino, non ci sono “decisioni” da prendere in una storia del genere.

Non è un donnaiolo senza scrupoli, questa relazione è la più significativa della sua vita, dopo quella con la mamma.

Nel raccontarla usa un linguaggio burocratico, è succinto, termina in pochi secondi, è piuttosto freddo, non vengono utilizzate parole di amore, non ci si sofferma molto su di lei per descrivere cosa lo aveva colpito in particolare, per menzionare qualche sua qualità. Si sono semplicemente “messi insieme”.

E che sia chiaro che nel periodo del concepimento lui stava “insieme” alla sua donna, non si trattava di un semplice abbordaggio.

D’altronde, chi non usa il preservativo ha tutto il diritto di chiamare “compagna” la donna con cui va. Sono le puttane che che chiedono il preservativo.

Il bambino è concepito all’interno di un legame. Il bambino ha una madre è un padre. Un legame bolso ma un legame. Una roba che non è né casuale né seria.

Non si puo’ escludere che il padre sciagurato abbia un padre sciagurato.

Non si puo’ escludere che disprezzi i suoi genitori, anche se resta attaccato alla mamma.

Il padre sciagurato ha mollato gli studi passando dal tedio della peggiore scuola della città a lavoretti “di merda” con salario minimo.

Arrotonda spacciando erba.

Se gli capita di accumulare un gruzzoletto se lo beve e se lo fuma. Poi passa qualcosa anche a lei… perché è pur sempre un padre con delle responsabilità.

I suoi guai non derivano dal fatto che sia un “gran figlio di puttana”. E’ che i guai più grossi sembra si divertano a finire sulle spalle di chi è meno equipaggiato!

Di solito ruba la ragazza al suo migliore amico. In realtà, esiste un gruppo di ragazzi e ragazze che stanno insieme provvisoriamente turno. Un gioco combinatorio a livello di isolato.

La ragazza da cui ha un bambino non sembra molto diversa da quelle precedenti. Non sembra affatto una “prescelta“. È capitato con lei.

Fa le cose e le nega, fa cazzate e si autoassolve aggrappandosi a un cavillo. Si badi bene a non articolare troppo le accuse nei suoi confronti perché se anche solo una minima parte non regge appieno lui la prende a pretesto per autoassolversi da tutto.

Alla fine si sente come  “incastrato” dalla sua donna. Praticamente una vittima. Per fortuna che lui “sente” di essere “responsabile” e non intende abbandonarla quando potrebbe tranquillamente farlo.

La sua donna non è la donna ideale: avrebbe tanto voluto “innamorarsi” ma qualcosa non è scattato

Quando riferisce a sua mamma del bambino lei lo apostrofa definendolo un “testa di cazzo e cretino”.

Riconosce il figlio orgogliosamente. Altro orgoglio: non aver spinto la sua donna ad abortire. Avrebbe potuto farlo!

Stare insieme” significa passare del tempo insieme che non sia sbaciucchiarsi o scopare. È una condizione più seria dell’abbordaggio: per “finire” occorre che qualcuno molli l’altro. Ci si aspetta fedeltà, almeno in teoria (ma molto in teoria). Ecco, dentro un legame del genere nasce il figlio dei padri sciagurati.

La neo-mamma vive nel suo condominio, è un’amica della sorella oppure la ex di un suo amico. Il legame è breve, tenue… finché accade l’inevitabile.

Il padre sciagurato afferma con orgoglio: “qui i bimbi vengono trattati bene, non ci sono abusi”. Odia con tutto il cuore chi tratta male i bimbi. Un pedofilo se lo mangerebbe vivo.

Rimpiange quel suo insegnante che teneva la classe con pugno di ferro. Rimpianage la scuola militare: “lì ti spaccavano nel culo”, dice con tono di approvazione. Sembra quasi implorare una severità dall’alto che lo tenga in riga. Sente che la sua salvezza può arrivare da una disciplina imposta.

Ricorda che le cose sono cominciate ad andar male quando è arrivato in città. Le mille tentazioni della città.

Si fidanza ma non smette di guardare le altre. Guarda le altre senza essere un Casanova, intendiamoci. E’ uno sfigato.

I due giovani genitori si sono trovati senza grandi sforzi, senza una caccia: non c’è selezione dietro il loro incontro.

Non c’ è voglia di evitare una gravidanza, non c’è pianificazione nella loro vita.

Lui si ricorda esattamente il giorno del concepimento, è un momento significativo. Ha sempre voluto essere padre. Nel momento in cui viene a sapere che lei aspetta lui si trasforma.

La paternità lo rende felice, è come una vacanza da una vita di fallimenti. È un punto di ripartenza.

Non che sia soddisfatto perché desideroso di affermare la sua virilità, piuttosto perché il bambino gli sembra qualcosa di puro e innocente: qualcosa di bello che può essere ricondotto a lui e solo a lui.

Il piccolo è una replica ripulita di se stessi. Qualcosa di bello da cui ripartire. Anche se molti, lo abbiamo visto più sopra, descrivono il padre sciagurato come un cattivo, lui si pensa come un eroe al momento della nascita di suo figlio.

Travolto da troppe aspettative, innanzitutto quelle che nutre lui verso se stesso, dopo le prime difficoltà cade. Ci si è sopravvalutati, come sempre.

Tutta la relazione è incentrata sul bambino, ma quando non funziona tra i due, presto non funzionerà nemmeno tra il padre e il piccolo. E comincerà così il prevedibile allontanamento. Di fatto si rovescia il matrimonio tradizionale, quello in cui la relazione tra i coniugi precede quella filiale.

Sul matrimonio è cinico. Ma capisci subito che è la sua aspirazione segreta.

Dice di cercare una compagna per la vita, un’ anima gemella, e si lamenta del materialismo gretto della mamma di suo figlio. E’ diventata così dura… prima non era una “iena” del genere.

I suoi sogni banalizzano il reale e glielo fanno odiare. A volte sogna amori folli ed esprime un romanticismo patetico. La donna è vista come una puttana per la sua durezza e il suo eccessivo realismo materialista.

Mai direbbe che la madre deve caricarsi tutto quello che riguarda i figli! Non gli passa neanche per l’anticamera del cervello. Tuttavia, se deve precisare i suoi doveri è molto vago e di fatto si limita a contribuire sporadicamente, un po’ qui un po’ lì, ora sì ora no.

La sua ambizione principale è quella di essere un modello per i figli. Piuttosto che niente si propone come modello negativo battendosi il petto e dicendo in modo patetico: “non fate mai come me!”. E’ la strategia dell’esempio negativo, che è pur sempre un esempio. D’altro canto indica la mamma come esempio positivo: “fate come lei”.

Fallisce perché cade in tentazione (alcol, sostanze, donne, crimine…). Viene rimproverato e dopo una serie di umiliazioni c’è un momento in cui rinuncia, in cui si scrolla di dosso ogni responsabilità e sparisce: “andate tutti a quel paese”.

Ma spesso è la mamma che lo scaccia e che gli proibisce di incontrare i bambini, le ragioni di solito sono valide… ma non sempre. Nella rinuncia conta anche la disposizione dei bambini, la fiducia che dimostrano verso di lui.

Il suo principale cruccio, dopo, è che può vedere i bambini solo quando ha qualcosa da offrire, un gelato, un regalino. Ma in genere, purtroppo, ha ben poco da offrire.

Se un altro uomo ha preso il suo posto accanto la mamma soffre come una bestia.

Spesso resta però innamorato dei suoi figli, li aspetto fuori dalla scuola nascosto dietro l’angolo cercando di intercettarne un’occhiata.

A volte precipita in un barbonaggio nel corso del quale continua a fantasticare sui suoi figli come àncora di salvezza.

Solo il 7% dei padri sciagurati mostra una mancanza di interesse verso i propri figli.

Quando fallisce come padre preferisce riprovarci altrove anziché perseverare. Preferisce ricominciare piuttosto che insistere.

Sorpresa: i padri sciagurati non sono sciagurati con tutti i loro figli, prima o poi succede che con uno di essi riescano ad essere dei buoni padri. In poche parole, sono dei “padri seriali” che si fermano finché non riescono. E’ una strategia anche quella.

Un tempo il buon padre nemmeno parlava a suo figlio. Il padre sciagurato è tutto il contrario del padre tradizionale, è sempre proteso verso una “relazione umana” costi quel che costi. In questo senso il padre sciagurato è estremamente moderno. Vede nel figlio la principale fonte di significato e di identità personale, da lì può sorgere quell’ autostima che non ha mai avuto.

Il padre sciagurato ha avuto pochi amici, i suoi figli saranno i suoi amici. Il tempo passato con i propri figli, magari anche solo per insegnare loro a pisciare in un cespuglio, è visto come una ricchezza irrinunciabile. Sono i figli il vero valore al centro delle loro vite, non gli amici.

Per lui la paternità ha un grande fascino, è un modo per proclamare la propria esistenza. Qualcosa per cui non potrà mai essere negato: la presenza di un figlio impedirà a chiunque di negare la sua.

Lo schiaffo più umiliante lo riceve quando il figlio gli dice a muso duro che il compagno attuale della mamma per lui è come un padre. A questo punto risponde alzando la voce che “di padre ce n’è uno solo e lui è suo padre, anche se non ha una lira in tasca e nessun regalino da fare”.

Avere un figlio significa avere una possibilità, e il classico padre sciagurato è un uomo perennemente a corto di possibilità.

Chiedetevi perché tanti figli partoriti da mamme sole vengono in realtà riconosciuti. Il riconoscimento porta solo grane, non è certo la strategia ottimale per chi vuole alleggerire i suoi pesi. Inoltre, non ti dà nemmeno molti diritti, la mamma e comunque riconosciuta come custode primaria del piccolo e mantiene praticamente tutti i diritti su di lui.

La battaglia dei sessi un po’ di questo tipo: da un lato c’è la mamma che si occupa praticamente di tutto, dall’altro c’è un padre spiantato che proclama di non essere solo un bancomat ma di voler “fare il padre”.

I padri sciagurati sono tali anche perché l’asticella per loro si è alzata: dei doveri si sono aggiunti rispetto a prima, non solo loro hanno meno da dare ma le compagne pretendono di più.

La dinamica è percepibile anche nelle classi alte, ci si sposa dopo che si è lanciata la propria carriera, il matrimonio diventa una ciliegina sulla torta ma se la torta non c’è, tutto perde di senso.

Paradossalmente i padri sciagurati sono “padri moderni”, i lavoretti banali da fare in casa sono l’unica cosa che è rimasta loro. Visto che non possono preparare una torta offriranno la ciliegina. Un modo alternativo per sentirsi impegnati con la propria progenie. Ma ovviamente alle mamme non basta questa versione un po’ ridicola di “padre”.

L’impegni di assumersi il 100% della responsabilità finanziaria nella propria famiglia è impossibile, di fatto è stato rimpiazzato con un generico “faccio il meglio che posso” che in individui poco volenterosi si  traduce in un “quando c’ho due euro mi faccio un bicchierino, una pippatina in compagnia e poi, se me ne resta, li passo a quella rompi della mamma”.

Nel complesso possiamo affermare che i padri sciagurati non sono tanto a corto di “valori” quanto di tenacia nel perseguirli.

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Da quanto detto possiamo tracciare in tre fasi una teoria della paternità moderna e della sua crisi.

Fase 1

Nel mondo agricolo la famiglia era unita e si lavorava senza spostarsi da casa. Il padre, capofamiglia, supervisionava tutto ed era sempre presente. Per i figli costituiva un modello da osservare in azione e da imitare. Ricopriva anche un ruolo vocazionale.

Fase 2

Nel mondo industriale il padre si assentava tutto il giorno limitandosi alla funzione di bancomat. I redditi erano modesti ma stabili. L’importanza delle entrate gli conferiva comunque un prestigio che lo manteneva in sella quale capofamiglia. Anzi, a volte l’assenza prolungata ricopriva d’aurea la sua persona.

Fase 3

Nell’era dei servizi la donna entra prepotentemente nel mondo del lavoro. I padri devono collaborare anche in casa. Fuori i lavori si fanno più flessibili e incerti.

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Cominciamo con il dire che la crisi dei “padri” riguarda le classi medio basse, tanto è vero che in alto la famiglia tradizionale resta solida e spesso numerosa.

Ma perché la figura del padre entra in crisi nella fase 3? Due tendenze si incrociano:

1. La donna, imbevuta nella nuova cultura, si aspetta ora un doppio ruolo dal maschio: bancomat + “mammo”. Il mancato aiuto in casa crea dissidi, ma il bancomat crea l’allontanamento. Non c’è simmetria.

2. Molti uomini, obsoleti sul mercato del lavoro, difettano nel ruolo di bancomat e cercano di compensare con quello di “mammo”. Si illudono che i nuovi compiti del maschio possano essere “sostitutivi” anziché “aggiuntivi”. Si tratta dei “padri sciagurati” che le mamme respingono.

3. L’uomo privato della sua paternità è meno motivato a stabilizzare la sua posizione lavorativa, il che peggiora ulteriormente la sua condizione facendolo entrare in un circolo vizioso.

Riassumendo: il ruolo di bancomat si fa più duro e la necessità assoluta di un bancomat meno impellente, il doppio trend indebolisce il ruolo del padre.

In altri termini: rispetto a prima il lavoro flessibile conferisce alla donna più autonomia e all’uomo più precarietà. La mamma precaria sul lavoro è accettabile ma il “mammo” precario sul lavoro no: i padri vengono allontanati da madri sempre più esigenti.

Sembra che il messaggio culturale sul contributo domestico sia passato ma non passi quello per cui il padre debba essere accettato anche come bancomat incerto e spesso fuori uso.

Che fare?

Boh.

Si dovrebbe in qualche modo sfruttare la voglia di “essere padri” dei cosiddetti “padri sciagurati”, ma come?

papaa

Steroidi in libertà

Da genitore apprensivo quale sono preferirei che mio figlio assumesse anabolizzanti, steroidi e ormoni della crescita piuttosto che giocasse a rugby; gli steroidi e gli anabolizzanti sono più sicuri del rugby. O almeno, non conosco nessun caso di quadriplegia causata dagli steroidi.

Julian Savulescu

Tutti sembrano concordare che sia sbagliato per un atleta assumere steroidi, anche se non è ben chiaro il perché.

Gli steroidi migliorano la prestazione, non c’è dubbio, ma si noti che gli atleti utilizzano da sempre espedienti vari per migliorare la loro perfomance: diete, esercizi, allenamenti, sostanze lecite e altro ancora. Come mai questa inveterata tolleranza subisce poi un repentino stop quando si passa a steroidi, anabolizzanti e ormoni della crescita?

Una prima risposta è quella di chi sostiene che gli steroidi, essendo proibiti, assicurano all’atleta che ne fa uso un vantaggio ingiusto, che viola le norme di correttezza sportiva. Ma ciò non spiega perché altri modi di procurarsi un vantaggio non siano proibiti.

Un’altra risposta è quella di chi sostiene che noi temiamo per la salute dei giovani atleti, i quali, non pensano in modo adeguato al loro futuro, lo pregiudicano nel tentativo di vincere ora le gare che contano. Ma così come gli steroidi riducono la speranza di vita, anche guidare una macchina da corsa in pista a 200 km all’ora produce lo stesso identico effetto. Perché mai il nostro paternalismo dovrebbe essere così selettivo?

Per fortuna c’è una risposta ben più cogente delle precedenti: probabilmente ciò che a noi interessa quando assistiamo ad uno spettacolo sportivo è la prestazione “relativa” degli atleti, non quella “assoluta”. Questo fatto ha importanti conseguenze.

Noi desideriamo che la nostra squadra di calcio giochi un po’ meglio di quella avversaria e vinca così la partita. Ci interessa poco il livello assoluto del gioco prodotto poiché se siamo interessati alla vittoria,  siamo cioè interessati solo ed unicamente al livello relativo della nostra peformance.

In un caso del genere, se ci pensate bene, consentire l’uso di steroidi sarebbe un errore: se tutte le squadre avessero accesso agli steroidi, tutti giocherebbero un po’ meglio e il risultato finale non cambierebbe. In altri termini, la condizione dei tifosi non migliorerebbe affatto anche se gli atleti morirebbero tutti un po’ più giovani.

Pensiamo alle prestazioni scolastiche, il Ritalin è una medicina che migliora la nostra concentrazione e quindi la nostra performance scolastica. Ma se tutti lo assumessero il mio miglioramento relativo sarebbe pari a zero mentre le conseguenze negative della sua assunzione rimarrebbero inalterate.

Sì noti che quel che accade nello sport non vale nella vita. Se un avvocato si droga per produrre uno sforzo maggiore nel seguire una causa particolarmente impegnativa, c’è sempre qualcuno che godrà di questo suo sacrificio: i suoi clienti. Senza droga lo sforzo prodotto sarebbe stato inferiore. I clienti dell’avvocato cocainomane non sono come i tifosi, a loro non interessa la performance relativa del loro avvocato bensì quella assoluta.

Per liberalizzare gli steroidi occorrerebbe che gli atleti assomigliassero un po’ di più agli avvocati e i tifosi ai clienti.

Concludiamo allora dicendo che una liberalizzazione degli steroidi e degli anabolizzanti richiede un cambio di cultura sportiva. Quando il pubblico sarà più interessato al gesto sportivo fine a se stesso, al bel gioco, all’eleganza atletica, all’inventiva, alla creatività, al fascino della potenza, al lato estetico della gara, allora avrà senso liberalizzare le droghe. Finché invece il pubblico rimarrà “tifoso”, finché l’unica cosa a contare sarà la vittoria, allora il proibizionismo rimarrà una politica sensata.

steroidi