Il divin rasoio

Per risolvere un problema su cui si hanno poche info a disposizione l’ipotesi più semplice s’impone anche come la più razionale (rasoio di Occam).

Il rasoio di Occam è da sempre l’arma più “tagliente” in mano all’ateismo razionale,  infatti alla domanda “… chi ha creato il mondo?” i credenti dei principali monoteismi rispondono che “… il mondo è stato creato da Dio”, ma non essendoci per sua stessa definizione nulla di più potente di questo dio e quindi nulla che possa averlo creato, ne consegue che Dio, a differenza del mondo, è sempre esistito. A questo punto se è possibile che questo qualcosa sia sempre esistito, perché non anche il mondo? La risposta alla domanda iniziale “Il mondo è stato creato da Dio, che è sempre esistito” si semplifica quindi in “Il mondo è sempre esistito”. In altri termini è superfluo e quindi, secondo il rasoio di Occam, sbagliato in senso metodologico introdurre Dio per spiegare l’esistenza del mondo. Poiché la spiegazione teista postula un ente in più va scartata.

Questo argomento non tiene però conto del fatto che Dio è una persona mentre il mondo una cosa, o meglio, la spiegazione teista è una “spiegazione personale” mentre quella concorrente è una “spiegazione materialista”. Che implicazioni ha questa considerazione? Soprattutto una: la persona è intelligente, la cosa no. La persona puo’ progettare, la cosa puo’ costituire solo una causa bruta. Un’intelligenza puo’, per esempio, comprendere una regola (e un’intelligenza onnipotente puo’ anche crearla). Ora, chi studia la scienza sa bene a che servono le “leggi”: a semplificare. Dominando le leggi di natura possiamo comprimere in una paginetta la descrizione accurata dell’universo! Ma se non esistessero leggi? Se esistessero solo oggetti? Facciamo un caso concreto: assumendo l’esistenza di una “legge” posso spiegare in modo relativamente semplice perché l’acqua ghiaccia a zero gradi centigradi ma senza assumere leggi posso solo spiegare perché quell’acqua in quella pentola ghiaccia a zero gradi, per quanto riguarda quell’altra acqua in quell’altra pentola devo fornire un’altra spiegazione ad hoc, non ho infatti ragioni per assumere che qull’acqua laggiù abbia le medesime proprietà di quest’acqua che sta qua. Senza assumere l’esistenza di leggi non ha senso parlare delle proprietà, per esempio, del rame, posso giusto parlare di come si comporta il pezzo di rame che ho sul tavolo. La spiegazione materialista è costretta quindi a spiegare tutti gli infiniti casi in modo specifico tirando in ballo le proprietà specifiche di certi oggetti specifici, la spiegazione personale puo’ invece generalizzare e quindi semplificare: tutto viene fatto risalire a Dio e alle leggi da lui create. Naturalmente il materialista puo’ dire: “faccio finta che le leggi esistano anche se non esistono; nella mia indagine mi comporto come se esistessero delle leggi anche se non esistono”. Ma tutto questo è una complicazione inutile: perché far finta che una cosa esista anziché assumere che esista? La seconda soluzione è più immediata, il realismo è più semplice del convenzionalismo.

Se la situazione è come l’ho descritta, barattare l’assunzione di un Dio con tutte le cause e proprietà specifiche che necessitano alla spiegazione materialista diventa un affare proprio alla luce del rasoio di Occam! C’è una possibile obiezione: “ok, ripartire sempre da capo  per ogni caso specifico è una colossale complicazione ma anche un essere come Dio è tremendamente complicato da descrivere e tu, se lo assumi, devi poi descriverlo!”. In realtà la descrizione di Dio non è affatto complicata poiché Dio possiede le sue – poche – proprietà in quantità infinita e il concetto di “infinito” è molto semplice: descrivere un limite è più complicato. Esempio: dire che Dio è onnipotente è molto più semplice che dire che Dio puo’ fare certe cose (segue elenco lunghissimo) e non altre (segue elenco altrettanto dettagliato).

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Populismo, Complottismo & Esoterismo

Uno spettro si aggira per l’occidente: lo spettro del populismo. Per relazionarsi con lui in modo adeguato occorre conoscerlo, e magari  capire perché così spesso si accompagna a un fratellino all’apparenza tanto stravagante come il “complottismo”.

Il secchione voglioso di documentarsi a questo punto andrebbe in biblioteca (esistono ancora?) armato di una lista di libri e comincerebbe a compulsarli avidamente. Il furbetto indugerebbe: che noia la storia, chissà perché i libri degli storici sono sempre alti il doppio degli altri. Eppure, se vogliamo davvero imparare l’origine del populismo ci tocca leggerli, si tratta pur sempre di un fenomeno che quei logorroici studiosi sviscerano con destrezza. A prima vista non si puo’ che partire da lì. O no?

Forse no. Forse esistono delle scorciatoie “analitiche” che potrebbero risparmiarci la faticaccia e fornirci un attendibile ritrattino del “populista/complottista” tipo. Qui ne propongo una.

***

Qual è la capitale della Francia?

Parigi.

Bravo.

A quanto pare, almeno in geografia, esiste una conoscenza oggettiva – minimale ma oggettiva – che ci consente di distinguere “chi sa” da “chi non sa”. Tuttavia, la disciplina non è così arida come sembra, anche qui l’approfondimento origina su vari temi diatribe e  ipotesi speculative che si possono più o meno condividere, cio’ non significa che sia lecito mettere in dubbio l’oggettività di un sapere di base.

A quanto dista la terra dal sole?

Circa centocinquantamilioni di chilometri.

Bravino, ci sei quasi. Anche qui, con una cinquantina di domandine ben poste, possiamo formare diversi gruppi di persone sulla base della conoscenza oggettiva che hanno in materia di cosmo, anche se poi ci si divide su altro e ciascuno di questi soggetti elabora la sua congettura preferita sui primi istanti dell’universo.

A dir la verità, in tutte le materie, anche quelle più sfuggenti, è possibile fare un’operazione del genere isolando una conoscenza oggettiva da una conoscenza più speculativa e difficilmente misurabile. Qualche esempio di domandina basica indirettamente legata ai temi che infervorano il dibattito politico: il Pil nominale italiano degli ultimi 5 anni è stato superiore o inferiore all’ X%? Il memorandum d’intesa con la Libia è stato firmato dal governo X o dal governo Y? Il contributo dell’Italia all’ UE è superiore a X euro l’anno? La spesa per alunno nelle scuole secondarie italiane supera gli Z euro? L’inflazione degli ultimi 10 anni in Italia è stata inferiore al W%? In quale decennio la spesa pubblica italiana rispetto al PIL è scresciuta di più?: Settanta, Ottanta, Novanta o Zero? E in valore assoluto? E il debito? La missione italiana in Somalia comprendeva più o meno Tot unita? Quanti immigrati regolari ospitava il nostro paese nel 2015? Più o meno di Tot? Qual è la fertilità media in Italia nel 2010? Supera il tasso T? E in Svezia? e negli USA?… Termino qui l’elenco potenzialmente infinito perché penso che l’idea di conoscenza oggettiva sia ora sufficientemente chiaro.

Imbroccare alcune risposte è questione di fortuna, tuttavia, per la legge dei grandi numeri, se le domande cominciano a essere numerose, per ogni materia possiamo isolare i “conoscitori oggettivi” dagli “ignoranti oggettivi”.

In ogni area in cui il governo politico è chiamato ad operare (economia, ordine pubblico, relazioni internazionali…)  esiste quindi una conoscenza oggettiva verificabile sul campo che ci consente di formare almeno 3 gruppi omogenei: chi sa, chi sa poco e chi non sa praticamente nulla. Chiamiamoli G1, G2 e G3.

Quando dall’oggettività si passa poi alle preferenze soggettive scopriamo con sorpresa esistere una robusta correlazione tra il favore accordato ad alcune politiche specifiche e i tre gruppi. Non solo i gruppi sono uniformi a livello di conoscenza oggettiva ma anche a livello di preferenze di policy specifiche. Ogni gruppo caldeggia cioè certe soluzioni a certi problemi.

Mi permetto qualche esempio solo per far capire cio’ di cui parlo: chi possiede una maggiore conoscenza oggettiva in tema di politica estera è nel complesso più “interventista”, chi possiede una maggiore conoscenza oggettiva sui temi della società civile è più progressista, chi possiede una maggiore conoscenza oggettiva del mondo economico è più liberista. Cio’ non esclude il fatto che molti progressisti, liberisti e interventisti siano dei crassi ignoranti vogliosi solo di affiliarsi e farsi vedere in compagnia di chi possiede una maggiore conoscenza oggettiva, oppure che siano solo dei conformisti che pendolano ora di qua ora di là a seconda di come tira il vento. Questo indebolisce l’ipotesi ma non la invalida.

Veniamo alla mia proposta: propongo di chiamare “populiste” quell’insieme di politiche associate di solito con G3. L’espediente empirico ci consentirebbe di eludere la pesantezza dell’indagine storica giungendo, alla fine, alle medesime conclusioni di fatto. Una serie di studiosi sono arrivati a questa conclusione: Larry Bartel, Philip Converse, Jeffrey Friedman, Bryan Caplan.

Anche se identificare il populismo come “politica degli ignoranti oggettivi” getta un’ombra su quella ricetta, non la squalifica a priori: conoscenza oggettiva e conoscenza intuitiva non sono la stessa roba e spesso quando si passa dalla descrizione all’azione l’intuito pesa più della conoscenza misurabile. Puo’ darsi infatti che l’ “oggettivamente ignorante” abbia poi buone intuizioni nella pratica, così come puo’ darsi che chi non abbia una chiara idea di quanto la terra disti dal sole elabori poi, almeno a livello intuitivo, una visione cosmologica assai più interessante rispetto a quella del pedante scolaretto che ha letto tutti i libri. Quante volte chi si è impegnato tanto a studiare i dati di base poi non riesce nemmeno a vedere che “il Re è nudo”.

Io – che sono un élitista – personalmente non lo penso, ma puo’ darsi

Ora che abbiamo definito il complottismo cerchiamo di capire perché alla demagogia si associa così spesso il complottismo. Anticipo la mia risposta: perché lo confonde con l’esoterismo. Ma procediamo con calma.

Qualcuno potrebbe far notare che il nostro cervello ama le storie. Cosa significa? Che abbiamo delle inclinazioni naturali per cui capiamo meglio le cose se vengono spiegate introducendo nel resoconto l’ “intenzione” anche quando non c’è. Per esempio, ad un bambino conviene dapprima spiegare il tramonto dicendo che il solo “vuole” scendere dall’apice del cielo e nascondersi dietro l’orizzonte. L’arida descrizione dello stato delle cose non attrae il nostro interesse, noi cerchiamo il “dramma” più che il meccanicismo: tendiamo a disinteressarci degli effetti collaterali e a concentrarci su cio’ che è “voluto”. Se i migranti ci assillano ai confini la cosa non puo’ essere la risultante casuale di una serie di forze irrelate che agiscono contemporaneamente nel medesimo campo, ci deve essere “qualcuno” che desidera proprio quell’assedio e trama per realizzarlo.

Ma torniamo ai tre gruppi G1, G2 e G3, ho assunto che il populista tipo sia oggettivamente ignorante ma non che sia uno stupido, probabilmente nutre dei sospetti che non sono campati in aria. In particolare ne ha 4:

1. sospetta di collocarsi in G3,

2. sospetta che chi si colloca in G1 sa che lui si colloca in G3,

3. sospetta che chi si colloca in G1 sia un élitista e ritenga pericolose le preferenze politiche di chi si colloca in G3 poiché sono le classiche preferenze dell’ oggettivamente ignorante,

4. sospetta che chi è in G1 non voglia mai dire esplicitamente che le politiche favorite da G3 siano pericolose in quanto frutto dell’ignoranza oggettiva.

I sospetti del populista sono fondati, l’ élite (che si colloca in G1) cerca sempre di limitare, per esempio,  la scelta democratica al fine di limitare i danni dell’ignoranza, d’altro canto la cosa non puo’ essere detta esplicitamente perché una larga parte dei cittadini si risentirebbe e la situazione precipiterebbe.

Questo “fare senza dire” in passato si chiamava “esoterismo, una pratica politica da sempre presente nella storia che l’illuminismo ha ripudiato ma solo a parole.

 Esoterismo, non complottismo. Il complottista intraprende un’azione nascosta per favorire la sua parte e danneggiare quella altrui, l’esoterista intraprende un’azione nascosta che – solo se rimane occulta – avvantaggerà alla fine tutti. L’azione esoterica ha successo solo se la si compie negandola. 

Tuttavia, questi silenzi abbinati al tentativo di limitare la democrazia  fanno nascere nel populista un sospetto complottista, specie se i buoni frutti tardano ad arrivare. In realtà non c’è alcun complotto, solo un sano esoterismo che cessa però di essere “sano” una volta che, non andando a buon fine, viene subodorato e denunciato come complotto.

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Molte donne, molti diritti

Il buon bilanciamento nel numero di uomini e donne all’interno di una società sembrerebbe cruciale in tema di diritti di genere: una società in cui prevalgono gli uomini sarà conservatrice, una in cui prevalgono le donne sarà progressista. Pauline Grosjean e Rose Khattar hanno esaminato empiricamente il tema sfruttando alcuni “esperimenti naturali” offerti dalla storia, per esempio i casi – per lo più occorsi nel XVIII e XIX secolo – in cui masse di galeotti (in prealenza maschi) venivano forzosamente trasferiti in zone specifiche dell’ Australia. In queste aree soggette a trasferimenti forzosi le comunità sono ancora OGGI molto conservatrici, le donne di quelle lande hanno più possibilità di sposarsi e di non lavorare fuori casa, godono di più tempo libero e hanno meno probabilità di raggiungere vertici dirigenziali. Anche l’attitudine della popolazione verso la donna-lavoratrice è scettica. A quanto pare, quindi, lo sbilanciamento forgia una cultura locale che poi persiste anche nel lungo periodo. Evidentemente, quando la donna diventa una “risorsa rara”, e quindi preziosa,  si cerca di proteggerla attraverso una cultura maschilista più funzionale alla bisogna.

Dal che si puo’ azzardare la congettura per cui le guerre – o i regimi totalitari – facciano bene ai movimenti femministi (in guerra ci vanno gli uomini, così come i martiri del despota sono perlopiù uomini). E la pace a chi fa bene? Probabilmente in tempo di pace le culture conservatrici sono soggette ad un ciclo che le rinforza, quelle progressiste ad un ciclo che le indebolisce.

Nelle culture conservatrici, infatti, aborto selettivo e infanticidio garantirebbero  carenza di donne e quindi un rinforzo della cultura già presente. Bisogna poi aggiungere che in tali società la tipica trasmissione verticale della cultura (dai genitori ai figli) e l’omogamia (matrimoni tra simili) favoriscono ulteriormente la conservazione.

Nelle culture progressiste, invece, gli elementi sacrificati dalla società (carcere, morti sul lavoro, barbonaggio…) vedrebbero un aumento della quota femminile spingendo molte donne fuori dal mercato delle coppie spostando così il “bias sex ratio” in favore degli uomini con un vantaggio relativo sul lungo periodo per la cultura maschilista. Insomma: molte donne, molti diritti… ma molti diritti, molte più donne “bruciate” e quindi meno diritti.

Bisogna però attenuare la forza di questo secondo ciclo facendo notare che anche nelle culture progressiste, superata una certa soglia nelle ricchezza prodotta, il matrimonio tende a diventare omogamico poiché la coppia si trasforma da fattore produttivo a organizzazione consumistica e, come è facile capire, ognuno di noi preferisce “consumare” con persone simili a lui. In questo senso anche la cultura progressista ha una sua robusta cinghia di trasmissione.

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Aldo Savoldelli

Aldo Savoldelli (1935-vivente) fu un brillante imprenditore/innovatore veneziano che trovò il modo di… convertire il grano in automobili!

Sì, avete sentito bene: il grano in automobili. Siamo ai limiti della magia, del resto, prima che la macchina del fango lo investì, fu premiato per questa sua impresa da tutte le accademie e il Presidente della Repubblica Italiana lo insignì del titolo di Cavaliere del Lavoro. Lo ricordo ancora ospite di Piero Angela, additato ad esempio da Severgnini sul Corriere: “… il mondo ha avuto i Norman Barlaug, noi abbiamo avuto ieri Natta, oggi Savoldelli, se il paese avesse anche solo 10 menti di questo calibro vivremmo un nuovo rinascimento…”

Dicevo “Cavaliere del Lavoro”, sì perché Aldo, oltre a essere un innovatore a tutto tondo, era anche un imprenditore lungimirante in grado di valorizzare al meglio le sue scoperte.

A questo fine costruì la sua immensa azienda proprio sul mare mantenendo, come è comprensibile, il massimo riserbo circa i processi produttivi adottati, evidentemente temeva lo spionaggio industriale. Evitò persino di brevettare le sue idee convinto com’era di poterle proteggere da sé.

Per i consumatori fu una pacchia e per la società una rivoluzione: le auto che uscivano dalla “Savoldella” – così venne ribattezzato il polo industriale sorto a Marghera – erano di qualità superiore ma soprattutto avevano prezzi stracciati rispetto a quelli di mercato.

Anche gli agricoltori esultavano: in passato mai ordinativi di grano tanto massicci erano giunti sulle loro scrivanie. Fu un periodo di vacche grasse come non mai.

Ad essere scontenti erano solo i costruttori concorrenti che adottavano il metodo tradizionale: come competere contro un’innovazione tecnologica tanto spinta? In molti meditarono di lasciare il mercato.

In generale, però, si era disposti a riconoscere il fatto che un progresso tecnologico del genere facesse bene alla società intera, la migliorava e quindi non andava frenato. Se castighiamo chi ha una brillante idea che fine faremo? Catechizziamo giorno e notte i nostri giovani affinché studino preparandosi ad affrontare il futuro e poi tarpiamo le ali a chi ce la fa e sfonda proprio raccogliendo quelle sfide? Quando si trova una bacchetta magica non ci si lamenta, quando si vince alla lotterie il piagnisteo è fuori luogo. Con Savoldelli Il paese aveva sia trovato una bacchetta magica che vinto alla lotteria.

Ma un giorno le cose cambiarono. Furono in molti a dire “… e mi sembrava strano”. Il programma televisivo ”Le iene” riuscì a intervistare un operaio risentito licenziato qualche mese prima dalla famosa fabbrica il quale, pungolato a dovere, rivelò un segreto che fece tramare il Palazzo: non esisteva nessuna fabbrica: la “Savoldella” era vuota! Quella che veniva chiamata “fabbrica” non era altro che un grande “buco”, un immenso hangar che dava su una banchina portuale costruita ad hoc dall’imprenditore furbacchione.

L’uomo ribadì la sua versione alla Gabanelli e alla Zanzara. Poi fu la volta di Repubblica e Corriere.

Praticamente cosa succedeva alla “Salvoldella”? Il grano entrava dai portoni della fabbrica e veniva imbarcato su navi che lo portavano a destinazione in paesi esteri i quali saldavano il loro debito con le famose automobili costruite presso di loro dove, come noto, il costo del lavoro è infimo. Ma c’è di più, non pochi di questi produttori stranieri erano società detenute dal Savoldelli stesso che, oltre a speculare sui differenziali di prezzo, evidentemente delocalizzava così la produzione facendo all’estero quel che poteva fare da noi.

Lo choc della rivelazione trasformò in breve tempo l’imprenditore da eroe civile a nemico pubblico numero uno. Da innovatore aperto al futuro a gretto speculatore che rubava il lavoro ai nostri giovani esternalizzando la produzione industriale.

Sull’onda dell’indignazione, con una legge ad hoc – si presero a pretesto dei vincoli ambientali –  la “Savoldella” fu chiusa e furono apposti i sigilli, Savoldelli sparì da tutte le cronache tranne che dalla “nera” e ben presto il Paese, un po’ disorientato per cio’ che gli veniva a mancare ma convinto di aver fatto la cosa giusta, ricominciò il suo tran tran dimenticandosi del “nuovo Natta”.

***SPIEGAZIONE DELLA BARZELLETTA*** 

Per chi non l’avesse capito, L’apologo serve ad evidenziare come noi consideriamo l’innovazione superiore al commercio quando in realtà sono nella sostanza la stessa cosa, o comunque producono gli stessi effetti.

Se un risultato viene ottenuto dalla ricerca applaudiamo, se lo stesso risultato viene ottenuto con il commercio storciamo il naso.

Al progresso conferiamo il Nobel, al liberismo solo colpe, eppure entrambi perseguono il medesimo obbiettivo: l’efficienza. Un obbiettivo che si puo’ raggiungere con un’idea o con uno scambio. Che differenza fa? Nessuna, ma noi sembriamo essere predisposti ad introdurne parecchie e immotivate, per esempio: consideriamo i tassisti dei luddisti che si oppongono alle nuove App mentre solidarizziamo con i lavoratori di Almaviva.

Quando si diventa più efficienti, gli inefficienti si lamentano, è ovvio. Meno ovvio è il fatto che noi diamo peso a queste contestazioni quando scaturiscono dallo scambio mentre non ne diamo molto quando scaturiscono da cio’ che definiamo “progresso”. Limitare l’innovazione ci sembra assurdo mentre limitare le importazioni plausibile. Savoldelli continua a fare esattamente quello che ha sempre fatto ma, senza motivo, si trasforma da un giorno all’altro da santo a peccatore irredimibile.

Forse quando la ricchezza implica una relazione con il “diverso” è sospetta, non ci va più bene. Al contrario, la ricchezza che viene da un’idea è più rassicurante, più “pura”: ci evita la convivenza con l’altro.

(Aldo Savoldelli quando poco più che ventenne sbarcava il lunario con spettacolini di magia)

P.S. La parabola dell’imprenditore che trasformava l’acqua in vino… pardon: il grano in auto, è ripresa da James Ingram, professore presso la North Carolina University.

 

La ciabatta dell’immigrato

Perché quando l’economista parla di immigrazione nessuno lo sta a sentire?

In effetti sentendolo spiegare  al “popolo” i vantaggi dell’immigrazione colgo anch’io una nota stonata che mi fa cadere le braccia. Per quanto sia impeccabile nei suoi ragionamenti non sembra davvero aver colto il problema.

L’idiosincrasia verso lo straniero non si traduce molto bene in termini micro-economici, non è (solo) una questione di chi arriva e ci “ruba il lavoro” ma coinvolge due antitetici paradigmi culturali, per comodità li battezzo come “cosmopolitismo” e “comunitarismo”, ma avrei anche potuto chiamarli “economia di mercato” e “economia morale”. O di qua, o di là.

MORALE CONTRO MERCATO

Il cosmopolitismo affida la propria sostenibilità sociale agli incentivi del mercato, il patrono di riferimento è Sant’ Adam Smith, e con lui la schiera di  pensatori radicali che si sono alternati dalla fine del XVIII secolo: “non è dalla generosità del macellaio, del birraio o del fornaio che noi possiamo sperare di ottenere il nostro pranzo, ma dalla valutazione che essi fanno dei propri interessi”.

Il comunitarismo affida invece la propria sostenibilità e la contenzione delle devianze agli incentivi della morale, il riferimento costante è quello della religione tradizionale: “il timore di Dio rende prospera la città in cui alligna”.

PRO E CONTRO LA COMUNITA’ MORALE

Il punto di forza del comunitarismo (o “economia morale”) sta nel fatto che tiene sotto controllo cio’ che gli economisti chiamano “esternalità”. Esempio: essere cortesi (creando così benessere diffuso) o abbellire la propria casa (abbellendo così anche il quartiere) sono comportamenti ricompensati in termini di status. Nel piccolo villaggio tutti si conoscono e la fama della persona gentile e di buon gusto è valorizzata al massimo.

Al contrario, il fan dei mercati odia la parola “esternalità”, il solo pronunciarla fa comparire orridi eczemi sulla sua pelle, sì perché se ci affidiamo al mercato l’unico modo per arginare le esternalità consiste nel consegnarsi alla morale (e ci risiamo) o alla burocrazia (peggio che peggio), due fattori da cui il liberale ama girare al largo.

Il film di Frank Capra del 1953 “La vita è una cosa meravigliosa” offre un quadretto delizioso del comunitarismo. George Bailey è un banchiere empatico attento ai bisogni della sua comunità, conosce personalmente i suoi compaesani uno per uno e quando puo’ dà loro una mano concedendo generose proroghe sui pagamenti. Allorché sarà lui sull’orlo del fallimento la comunità intera, ricordandosi della sua opera, si mobiliterà fino al più canonico degli Happy End. Bailey è un tipico esponente dell’ “economia morale”, il suo rivale è l’avido e amorale Mr. Potter, un odioso esponente dell’economia di mercato.

Ma non sono tutte rose e fiori nella piccola comunità, la morale è sempre pronta a trasformarsi in moralismo, in pettegolezzo, in maldicenza, in stimmate sociale. L’empatia, poi, spesso distorce le decisioni prese rendendole miopi poiché assunte senza la necessaria freddezza. Per avere un’idea del comunitarismo avariato leggetevi dei classiconi come “La lettera scarlatta”, oppure “Nostra sorella Carrie”, e se invece volete qualcosa di più recente affidatevi al genio della Margaret Atwood del “Racconto dell’ancella”.

PRO E CONTRO IL MERCATO

Il punto di forza del mercato sono invece le economie di scala: man mano che i mercati si allargano la divisione del lavoro spinta crea miracoli. Giusto ora ho in mano una matita dal costo insignificante per costruire la quale hanno prestato la loro opera lavoratori di almeno tre continenti, gente anonima che non conoscerò mai e che non si conoscerà mai, tutti coordinati unicamente dalla mano invisibile che il Santo ci ha spiegato ben bene oltre due secoli fa. E’ chiaro che la società che hanno in mente i comunitaristi non potrebbe mai e poi mai produrre nulla del genere, le matite Amish hanno prezzi doppi e qualità dimezzata, per usare un eufemismo.

Ma questo anonimato in cui si lavora “non si sa per chi” insieme a “non si sa chi” ha delle cotroindicazioni: è difficile viverci dentro, abbiamo un’identità che chiede di essere riconosciuta e quando manca questo riconoscimento la personalità sfiorisce. Probabilmente anche così si spiega il debole collegamento tra denaro e felicità: siamo ricchi e depressi, forse più depressi dei nostri nonni (che erano più poveri) e dei nostri genitori (che oltretutto non erano nemmeno poi così più poveri di noi). Certo, l’avventura imprenditoriale è esaltante, in un’economia libera ci si puo’ sbizzarrire, ma man mano che la società capitalista avanza, avanza anche il gigantismo delle imprese, pochi soggetti “too big to fail” che sanno “connettersi” al meglio con la burocrazia e, di concerto, soffocare ogni dinamismo sociale. Cio’, purtroppo, rende sempre di più il piccolo imprenditore nient’altro che un lavoratore subordinato… senza i diritti del lavoratore subordinato.

AND THE WINNER IS…

Oggi, grazie alle economie di scala garantite dalla globalizzazione, il “cosmopolitismo” ha schiantato il “comunitarismo”; l’ “economia di mercato” ha schiantato l’ “economia morale”. Il segno di questa vittoria è lo straniero che ci “invade”, questo sconosciuto su cui il mercato globale si è sempre retto e che oggi circola da noi in carne ed ossa.

Ieri era uno sconosciuto anonimo, stava dietro la mia matita, scavava nelle miniere di zinco della Pennsylvania l’occorrente per la ghiera o raccoglieva in Brasile il caucciù per il gommino. Magari agiva attraverso le borse e noi lo chiamavamo di volta in volta “speculatore” o “forza del mercato”. Ci faceva un po’ paura perché sentivamo di non avere più tanto controllo del sistema ma ci adattavamo, era la paura di chi viaggia in aereo, si sopporta sapendo che in auto lo stesso viaggio sarebbe un inferno.

Oggi l’ “anonimia” del mercato internazionale ha un’ulteriore incarnazione: è l’immigrato,  lo sconosciuto con la sua faccia estranea. Dall’ “anonimia” all’ “estraneità”, e noi sentiamo ancor di più il “controllo” venir meno. Veder girare (ciabattare) un’ umanità aliena per le nostre strade reca a molti un disagio che non ha nulla di materiale, un disagio che appartiene anche al vecchietto che vive ormai scudato da una più che decente pensione maturata con il retributivo, un disagio che l’economista non esorcizza certo diffondendosi sui “vantaggi comparati”. E’ il disagio di chi tocca con mano la sconfitta del comunitarismo, l’estinzione dei George Bailey, la fine dell’empatia, della morale e della religione. O almeno di questa roba come architrave del vivere comune.

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Teologia in do maggiore

 

L’INTEGRALISTA

La musica di Bach – anche quella strumentale! – appare allo studioso della sua genesi  essenzialmente come un commento alle Scritture, in molti casi una vera e propria interpretazione in senso luterano delle stesse. Senza conoscenza liturgica ma soprattutto senza conoscenza delle basi teologiche sottese nei passi evangelici commentati di volta in volta l’ascolto di Bach risulta irrimediabilmente mutilato. La cosa è tanto vera che ci si chiede se possa accostarsi con profitto alla musica di Bach chi intenda tralasciare questo fattore teologico. Probabilmente sì, ma si tratterebbe però di un accostamento superficiale. Tutta la sterminata produzione bachiana, inoltre, è di stampo religioso e non puo’ quindi essere distinta tra “sacra” e “profana”, piuttosto tra “liturgica” (da eseguire in Chiesa) e “secolare” (da suonare fuori dalla Chiesa). Così come si puo’ pregare sia in Chiesa che fuori, ha senso eseguire Bach sia in Chiesa che fuori. La musica diventa una sorta di scrittura attraverso cui il Maestro medita e chiosa l’ Evangelo in un commentario parallelo a quelli di Lutero, Bach è il musicista-teologo per eccellenza.

BELLEZZA INVOLONTARIA?

La notevole biblioteca di JSB era più orientata alla teologia che alla musica! I commentari biblici e le raccolte dei sermoni di Lutero, nonché dei vari suoi seguaci la facevano da padrone. I volumi ritrovati erano fittamente annotati e le analisi chimiche sugli inchiostri, affiancati dalle perizie calligrafiche condotte da  Hans-Joachim Schulze garantiscono l’autografo, dal cio’ si evince che Bach trattava con grande cura i passi evangelici domenicali che doveva presentare attraverso la sua musica, spesso ne elaborava una sua visione personale (di solito in senso conservatore) che finiva per riflettersi in modo sorprendente quanto meticoloso nella partitura. E’ possibile allora l’ascolto dell’opera disancorandolo da questa densa rete di metafore teologiche su cui la musica è imperniata per volere del suo autore? Sì, è possibile, purché si abbracci un’estetica in grado di marginalizzare l’intenzione dell’autore e il fuoco da lui prescelto, un’estetica, oserei dire, della “bellezza involontaria”, un’estetica cosiddetta “non-intenzionale”, un’estetica in cui le capacità artistiche sono talenti donati da dio che l’artista esercita in modo scarsamente consapevole, quasi fosse un rabdomante con motivazioni arbitrarie. In caso contrario è d’obbligo rispettare il nesso allegorico tra musica e teologia voluto e cercato con tanto accanimento da Bach.

IL PURO PIACERE ESTETICO (NON ESISTE)

Per il biografo Rick Marschall, Johann Sebastian Bach fu l’umile servo a cui Dio concesse per un certo lasso di tempo il privilegio di trascrivere la sua musica.
L’esagerazione è evidente ma una cosa è oggi chiara: l’errore più comune (e non meno grave) è di certo quello opposto, ovvero pensare che la musica di Bach possa essere compresa ed apprezzata per quello che è prescindendo dal robusto riferimento religioso che contiene, quasi che il piacere estetico che procura sia qualcosa in grado di reggersi in modo autonomo, quasi che il maestro tedesco avesse in mente una qualche forma di “musica strumentale pura”, una sorta di estatica melodia delle sfere celesti. No, questo punto di vista non sta in piedi, nemmeno per la musica strumentale di carattere non liturgico. Per scoprirlo basta guardare più da vicino alla genesi delle partiture: Bach sembra avere in mente una sorta di scrittura molto vicina a quella dei linguaggi naturali, ricca di allegorie, metafore e riferimenti teologici ben mirati.

ARTISTA O TEOLOGO?

Bach è una grande figura della cultura, ma è più una figura artistica o religiosa? Chi lo considera essenzialmente un musicista ritiene che si sia limitato a musicare dei testi sacri, chi invece lo vede nelle vesti di teologo ritiene che li abbia anche spiegati e interpretati utilizzando un linguaggio che non è quello della scrittura ma quello della musica vista come una sorta di scrittura. A sostegno della seconda opzione si possono citare gli studiosi del gruppo “Internationale Arbeitsgemeinschaft für theologische Bachforschung” o il musicologo canadese Eric Chafe. La concezione del musicista-teologo è poi più conforme a tempi in cui il musicista di corte (o di cappella) viene visto alla stregua di un “artigiano” da accomunare più al giardiniere o al tessitore di arazzi che all’artista, un concetto moderno che nasce in modo compiuto solo nel XIX secolo quando le opere cessano via via di accogliere una descrizione del reale ma un’espressione personale della propria interiorità.

***

Qualche esempio giova a comprendere meglio cio’ di cui parlo, purché si tenga presente che non si tratta di momenti episodici: tutta l’opera è continuamente costellata da un simile modo di procedere.

Primo esempio. “DIETRO OGNI NO TRASPARE IL SUO SI’”

La prima aria della Cantata “Meine Seufzer, meine Tränen” (BWV 13) è immersa in un’atmosfera sinistra (conformemente al libretto di Georg Christian Lehms) ben resa dal modo minore e dagli insistiti cromatismi. Senonché, sullo sfondo, il fitto contrappunto strumentale guidato dai due flauti e dall’oboe da caccia evoca le atmosfere arcadiane tipiche di un pastorale. Dagli appunti autografi sui commentari biblici che hanno per oggetto il Vangelo della domenica per cui la Cantata è stata scritta veniamo a conoscere il concetto teologico che Bach intende esporre con questi espedienti; nelle parole di Lutero: “dietro ogni no di Dio traspare il suo sì”.

Secondo esempio: GIUSTIFICAZIONE PER FEDE

Il duetto della cantata “Es ist das Heil uns kommen her” (BWV 9) interpreta un concetto teologico centrale nel sistema luterano: la giustificazione per fede. L’argomento – imperniato sulle lettere paoline – è decisamente arido e non offre certo grandi spunti poetici. Bach risolve brillantemente mixando una melodia spensierata ad un canone rigoroso, quest’ultimo rappresenta la Legge così come colto dalla ragione (nella musica di Bach il canone è spesso metafora della legge mosaica che precede l’avvento del Cristo) mentre la prima descrive l’azione all’apparenza capricciosa dello Spirito che riempie i cuori spargendo letizia ovunque. Bach era familiare con la dottrina della giustificazione per fede così come esposta da Lutero nel Libro della Concordia e si incarica di illustrarla in questo movimento colmando una lacuna del libretto su cui qui sorvolo, ovvero: la fede cristiana è un dono dello Spirito che precede e domina la Legge ma spinge ad operare in modo conforme alla Legge stessa. Il rigore delle opere segnala in superficie la felicità ospitata nel cuore di chi nutre una fede pienamente vissuta, la musica mette in scena questa perfetta fusione facendo interagire libere melodie che sembrano dare l’avvio a canoni elaborati.

Terzo esempio. RIBALTONE

L’aria “Wie jammern mich doch die verkehrten Herzen” dalla cantata “Vergnügte Ruh, beliebte Seelenlust” (BWV 170) si apre con un sentimento di gioia paradisiaca seguita subito dopo da un recitativo in cui si condannano le perversioni del male. Il tormento infernale è espresso tramite un tempo lento, una tonalità in minore e una serie inconsueta di dissonanze. L’assenza di un basso continuo in questa fase è intenzionale e tipico di Bach quando intende dar conto di un mondo a cui manca un saldo appoggio. Un simile disancoraggio si presenta anche, per esempio, nell’aria “Wie zittern und wanken der Sünder Gedanken” della cantata “Herr, gehe nicht ins Gericht mit deinem Knecht” (BWV 105). A questa fluttuazione disancorata si unisce un fraseggio particolarmente agile del maestoso organo e una fissità quasi stolida degli archi, violini compresi, in un ribaltamento dei ruoli consueti che lascia sbigottiti: è la metafora del mondo invertito (mundus inversus). Nell’arte pittorica precedente questa metafora biblica è stata espressa da castelli sorti sulle nuvole, da servi che sottomettono i nobili, da pecore che portano al pascolo uomini che si muovono carpone e da topi che inseguono i gatti. Per Lutero: “chiunque esalta se stesso sarà umiliato”: il ribaltamento dello status è un messaggio che ricorre nei Vangeli e per il Riformatore costituiva l’essenza del regno di Dio. Molte immaginette lignee fatte circolare dai seguaci di Lutero per propagandare la Riforma illustravano il “mundus inversus”, laddove il soggetto umiliato era spesso l’augusto Papa di Roma, il caso più famoso è quello del “Adoratur Papa Deus Terrenus” in cui la soldataglia lanzichenecca defeca nella Tiara del Santo Padre. Ebbene, nella musica di Bach i casi di “inversione” si ripetono, un altro, per esempio, è quello del duetto nella cantata “Wer nur den lieben Gott läßt walten” (BWV 93). Molti organisti che eseguono le riduzioni per organo restano sorpresi ascoltando negli originali come la parte della pedaliera sia affidata a violini e soprani mentre la parte della mano destra agli strumenti con i registri più bassi. Ora sappiamo che questa singolare soluzione ha un preciso riferimento teologico comprovato dalle fitte annotazioni con cui Bach riempiva i margini dei commentari biblici della sua biblioteca: un ascolto disinformato su punti tanto cruciali puo’ ben dirsi carente qualora il volere dell’autore dovesse “contare”.

 

MUSICA ANTISEMITA

Chissà se Bach fu un antisemita, la sua musica lo fu di certo: in molte cantate l’ antisemitismo è presente sia nei libretti che nelle note. Come non leggere il chiaro disprezzo per l’ebreo che emerge nella cantata “Schauet doch und sehet” (BVW 46)?

Mentre artisti sospetti come Wagner vengono periodicamente passati al setaccio per la loro più o meno presunta contiguità al nazismo, con altri, per esempio con Bach, si è più indulgenti. Eppure l’antisemitismo infetta l’opera del grande maestro tedesco in modo evidente. Un caso esemplare, come accennavo, è quello della cantata “Schauet doch und sehet, ob irgendein Schmerz sei wie mein Schmerz” (BWV 46), composta per la decima domenica dopo la festa della Trinità, un giorno in cui i luterani meditano sulla distruzione del Tempio attribuendola ad un castigo di Dio contro il popolo ebraico, così duro di cervice nel rigettare ANCORA OGGI conversione e pentimento. Ad ispirare Bach le soluzioni musicali da lui prescelte, oltre alle prediche infuocate di Lutero e dei suoi successori immediati, fu il grandioso quadro anonimo cinquecentesco presente nella chiesa di Lipsia dove lavorava noto come “Gesetz und Gnade” (La Legge e la Grazia), una sequela di coppie contrastanti (tipo/anti-tipo). Per esempio, un atterrito Mosè che riceve le Tavole sull’orlo di un precipizio messo a confronto con una bionda e dolcissima Maria che coccola il suo pupo sorridente; oppure i due tapini scacciati dall’Eden per aver infranto la Legge messi in contrasto con un Gesù sereno e trionfante dalla cui testa si dipartono raggi benefici che investono l’intera umanità; da un lato il serpente che entra sinuoso nell’accampamento ebraico, dall’altro la chiesa di Dio edificata nella ben presidiata Gerusalemme celeste. Il tutto sullo sfondo di tre figure: un arcigno e affannato profeta barbuto vestito in modo bizzarro a cui si affianca un serafico quanto austero Battista che sembra solcare serenamente i nembi, tra loro un orrido uomo-serpe. Sotto il profeta ebreo campeggia l’iscrizione: “Uomo senza Grazia” mentre sotto il Battista: “Proclamatore di Dio”. La narrazione appare chiara: il vecchio profeta rifiuta la nuova alleanza e così facendo si consegna ai veleni del serpente. Davanti a tutto compare un albero per metà lussureggiante e per metà spoglio. Le metafore antisemite sottostanti sono evidenti e vengono tutte riprese nella cantata minuziosamente analizzata nel dettaglio al capitolo 3 del libro. Ultimo dubbio: ma Bach credeva veramente a quel che rappresentava con tanta dovizia allegorica nella sua opera così pedissequa nel seguire la parte più impresentabile di Lutero? Questo lo lasciamo dire ai biografi, qui si dimostra solo l’esistenza di un contenuto inequivocabile.

 

Come litigare senza farsi male

Vent’anni fa le cose erano molto più chiare: gli scrittori scrivevano e i lettori leggevano. Oggi prevale lo scambio sminuzzato, è tutto uno scoppiettante botta e risposta al fulmicotone: il dilettantismo dilaga, tutti fanno di tutto mandando all’aria l’ antica divisione dei compiti. È l’apoteosi della micro-lettura e della micro-scrittura interattiva… in teoria è il trionfo del dialogo. Tuttavia, poiché l’arte del dialogo è contronatura, parlerei più propriamente di trionfo della scaramuccia.

La tecnologia è alla base di questa evoluzione: sui social, per fare un esempio, non c’è niente di più noioso che essere d’accordo. L’accordo è la tomba di tutto. Da un lato la concordia ci rassicura (sindrome della “parrocchietta”) ma dall’altro non ci motiva: se leggi qualcosa che condividi non ti viene nulla da aggiungere, perché mai dovresti dire la tua se corrisponde a quanto hai appena letto? E’ umiliante pensarsi come un pleonasma. Di solito passi oltre, al massimo apponi senza entusiasmo un fugace “mi piace”, al limite lo integri con la malavoglia di chi sa che l’essenziale è già stato chiarito. Il nostro ego, specie quello maschile, resta rattrappito e cerca sfogo altrove. Per esempio in ciò che realmente infervora:  il disaccordo. Lì sì che hai l’occasione di farti leggere, di assumere la sempre redditizia posizione del “ribelle”. Risultato: siamo immersi in un perenne conflitto a bassa tensione, passiamo gran parte del nostro tempo a dissociarci e a litigare, cosicché diventa necessario farlo bene, farlo in modo fruttuoso.

Qui di seguito, sulla scorta degli input forniti da Paul Graham, passo in rassegna le varie manifestazioni del disaccordo, dalla più squallida (da evitare) alla più edificante (da ricercare).

LIVELLO 0

E’ quello più infimo e lo si costruisce a base di improperi: ci si ricopre a vicenda di insulti uscendo dal confronto umiliati e svuotati. Forse c’è addirittura un livello sottozero, quello in cui ci si insulta in modo improprio o indiretto, magari fingendo di parlare con terzi sapendo che l’altro ci legge: gli insulti “per conoscenza”, diciamo così.

LIVELLO 1

Ma l’insulto puo’ essere anche creativo, a volte puo’ suonare persino simpatico, e se la “gara” è alla pari ci si puo’ anche divertire. Molti parlano di “satira”, io preferisco la locuzione “insulto creativo”.

LIVELLO 2

Ci si puo’ dissociare dall’altro ripiegando su argomenti personali (ad hominem). E’ già un passo avanti rispetto agli insulti: se per esempio io sostengo che i commercialisti dovrebbero essere più valorizzati nella nostra società, tu potresti opinare che non ho titolo ad esprimermi in merito poiché sono un commercialista. Potresti anche ricamare sopra la mia uscita ventilando  un’eventuale complotto dei commercialisti per ottenere privilegi. Una risposta del genere puo’ avere qualche merito sebbene eviti di prendere in considerazione gli argomenti proposti. Anche accusare chi parla di non avere i “titoli” (magari accademici) per farlo rientra nei disaccordi di secondo livello, in questo caso l’inconveniente è di tacitare chi magari ha qualcosa di interessante da dire: spesso le buone idee vengono proprio dagli outsider.

LIVELLO 3

Qui si considera inattendibile “chi predica bene e razzola male” denunciando un’incoerenza fattuale. Non nego che l’incoerenza fattuale puo’ avere un certo contenuto informativo anche se non entra mai nel merito restando sempre alla superficie delle cose.

LIVELLO 4

Qui si prendono le distanze da qualcuno per il tono che adotta nell’esprimere la sua opinione, il caso classico è quello di chi si presenta come arrogante o altezzoso. In questo caso si reagisce più alla scrittura che allo scrittore. Spesso, purtroppo, la valutazione fallace dell’interlocutore è dietro l’angolo poiché tendiamo sempre a giudicare “arrogante” chi segnala con chiarezza i nostri punti deboli, questo anche se dalle sue parole è assente ogni acrimonia.

LIVELLO 5

Qui si fa argine alle ragioni altrui segnalando eccezioni che contraddicono la regola esposta. Operazione degna, figuriamoci, ma in molti contesti (quasi tutti quelli interessanti che innescano dibattito) l’eccezione conferma la regola anziché confutarla. Gli aneddoti catturano l’interesse ma non fanno progredire di molto la conoscenza.

LIVELLO 6

Qui si espone una teoria alternativa a quella ascoltata, quasi che il solo fatto di segnalarne l’esistenza sia di per sé sufficiente per far piazza pulita della precedente. In fondo “parlare” è meno impegnativo e più gratificante che “ascoltare”, allo stesso modo proporre un’alternativa è meno impegnativo che confutare quella messa sul tavolo inizialmente. Anche per questo in molte diatribe social la cronologia assume un’importanza spropositata cosicché l’argomento più recente si trasforma in automatico nell’argomento vincente (“sindrome dell’ultima parola”). Spesso le teorie alternative si giustappongono tra loro mettendo sempre più carne al fuoco e senza nemmeno che siano esattamente alternative, ovvero senza che condividano appieno l’oggetto di discussione. Cambiare leggermente il fuoco del dibattito puo’ rendere la discussione più interessante ma altre volte è solo un trucchetto inconsapevole adottato nella speranza di non soccombere ricorrendo alla confusione, in questi casi la discussione si trascina senza un oggetto preciso e gli interlocutori perdono via via in lucidità non sapendo più esattamente nemmeno loro di cosa parlano e quali ragioni difendono, una situazione che di solito avvantaggia chi è più in difficoltà.

LIVELLO 7

Il modo migliore per nutrire un disaccordo resta comunque quello di concentrarsi sull’ ascolto e confutare quando dice l’altro, magari citandolo apertamente punto per punto. Eppure, anche partendo con tutte le buone intenzioni, si può finire facilmente fuori strada con maldestre citazioni decontestualizzate ma soprattutto accanendosi su parti inessenziali del discorso altrui. Il caso classico è quello di chi posto di fronte ad un’analogia, anziché leggerla come tale, entra nel merito del contenuto e riscontrati dei difetti li pensa come riferibili all’argomento principale della discussione.

LIVELLO 8

Per dissentire in modo onesto bisogna concentrare la confutazione sul punto centrale posto dall’interlocutore, anzi, seguendo il “principio caritativo“, qualora si trovi che sia stato esposto in modo carente, trovare una formulazione più adeguata dello stesso e rapportarsi a quella (“forse volevi dire che…”). In questa fase è utile anche far chiarezza sulle proprie intenzioni: si intende essere onesti o essere buoni? Gli onesti cercano la verità, i buoni cercano la felicità. Gli onesti puntano sulla verità a prescindere dalle conseguenze talvolta crudeli di questa ricerca, i buoni antepongono le conseguenze del dialogo alla verità. Ahimè, quante discussioni chilometriche tra chi fondamentalmente è d’accordo nel merito ma non sulla natura da attribuire alla discussione, ovvero tra chi pensa che si debba essere “buoni” di chi pensa si debba essere “onesti”.

LIVELLO 9

Poiché “una teoria si confuta solo con un’ altra teoria“, LIVELLO 8 e LIVELLO 6 devono procedere di pari passo. Infatti, per quanto un pensiero risulti confutato dall’evidenza o dalle sue incoerenze interne, potrebbe comunque rappresentare quanto di meglio abbiamo a disposizione in certi frangenti. Il pensiero religioso, per esempio, con le sue mille lacune puo’ rappresentare la migliore “teoria del tutto” a nostra disposizione, non ha senso criticarlo senza proporre una “teoria del tutto” alternativa.

LIVELLO 10

Non c’è dialogo se non esci  cambiato. Ciò significa che chi dialoga in modo pertinente, oltre a tenere standard da LIVELLO 9, deve comunque concedere qualcosa all’avversario mutando così la sua posizione di partenza, e questo in attesa di un nuovo dialogo e di un nuovo cambiamento. Naturalmente questo vale quando c’è rispetto tra interlocutori. Tuttavia, in caso contrario, è  buona norma astenersi in partenza dall’intervenire.

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Spero che il decalogo possa essere d’aiuto considerato il fatto che molte disonestà intellettuali non sono volute. Imparare a litigare, poi, non ha tanto l’obbiettivo di rendere la discussione più proficua ma di renderci più soddisfatti. La lite condotta a LIVELLI infimi ci mortifica. La gente non ama pensarsi come disonesta, nemmeno dal punto di vista intellettuale, ma per uscire da questa condizione così diffusa deve pur conoscere la strada da intraprendere.

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