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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

A-ve + Ma-ri-a

I robot saranno più religiosi di noi?

Secondo Robin Hanson sì, specie nell’ ipotesi in cui i robot si configureranno come emulatori originati scannerizzando cervelli umani.

In fondo la religione dà parecchi vantaggi a chi la professa:

… Today, religious people tend to be happier, healthier, and more productive. They live longer, smoke less, exercise more, earn more, get and stay married more, commit less crime, use less illegal drugs, have more social connections, donate and volunteer more, and have more children. Intensity of religion and strength of religious belief tends to increase with age, especially on retirement…”

Oggi l’ateo – rifiutando la posizione più lineare – puo’ esibire in pubblico la sua sottile intelligenza, nonché un’immagine da ribelle. In questo senso impressiona il prossimo, e così facendo innalza il suo status; tuttavia, ottiene questo scopo con uno spreco di energie cognitive che potrebbero essere utilmente convogliate altrove.

E’ ragionevole ritenere che i robot non investiranno molto sulle apparenze: non devono impressionare il prossimo poiché per loro seduzione e sesso saranno attività marginali e di mera natura ricreativa (la riproduzione seguirà altri canali).

Meno inclini a coltivare lo status, non cercheranno di distinguersi con sprechi di energia cognitiva; molto meglio uniformarsi a utili e ragionevoli convenzioni sociali, quindi anche alla pratica religiosa.

Vista la natura dei robot – alcuni di loro nemmeno avranno un corpo – è facile comprendere come nuovi problemi teologici si porranno.

Per esempio: la morte diverrà un inconveniente secondario rispetto al “furto della mente” (copie pirata).

Ci saranno poi problemi legati al nesso tra identità e peccato:

… Christians and similar religions must decide if copies share sins, or if an emulator sins when it splits off a spur who then sins, especially if that sin was foreseeable…

In generale possiamo dire che saranno comunque necessarie religioni meglio costruite:

Further doctrinal clarifications may be required because emulators on average are much smarter than ordinary humans, and may not tolerate blatantly illogical or contradictory religious doctrines

Ma questo non è molto preoccupante, in fondo il potere adattivo delle religioni, e in particolare del cristianesimo, è già stato testato dalla storia:

… most of the major religions of today are thousands of years old, and have peacefully accommodated almost all of the vast changes that have appeared since those religions began. Thus religions are clearly capable of adapting to a great many social changes, and so we should expect most of them to adapt comfortably to the emulators world as well.

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Il libro: Robin Hanson: The age of Ems.

Evviva i poveri

Ricchi e poveri hanno sistemi valoriali molto differenti.

Il povero rispetta l’autorità, il genitore, le gerarchie, le convenzioni sociali. Ha un forte senso dell’onore, della parola data e della vergogna. Coltiva il valore del lavoro duro, dell’ industriosità, della forza di volontà, dell’autocontrollo, della frugalità, del risparmio, del denaro. Investe molto sulla famiglia, sul clan, sulle relazioni personali ravvicinate. È religioso, moralista, ha un forte senso  del bene e del male, del merito e della giustizia: in questo senso predilige il rigore all’indulgenza.

Il ricco è individualista, cosmopolita, egalitarista, tollerante, indulgente, modaiolo, ateo, disinteressato, altruista, amante delle discussioni, della partecipazione politica e dell’intrattenimento. Esalta l’autonomia dell’individuo, la libera scelta, la creatività e la curiosità.

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In che rapporto stanno questi valori con la ricchezza?

Ipotesi: i primi servono a costruirla i secondi a godersela. Guai se si invertissero: il gap tra ricchi e poveri andrebbe fuori controllo.

In questa luce acquisisce un senso compiuto la strana espressione evangelica per cui: “gli ultimi saranno i primi“. Non risuona ora molto più chiara?

Anche le sconcertanti parole di Papa Francesco – “fate dei poveri i vostri maestri” – verrebbero ricondotte alla ragione.

Tre letture per saperne di più sui valori dei ricchi e quelli dei poveri.

1) Gert Hofstede e Michael Minkov: “Cultures and Organizations: Software of the Mind”.

2)  Yuriy Gorodnichenko and Gerard Roland: “Which Dimensions of Culture Matter for Long-Run Growth?”.

3) Michael Minkov: “Cross-Cultural Analysis: The Science and Art of Comparing the World’s Modern Societies and Their Cultures”.

Una difesa del darwinismo sociale

La tesi centrale del darwinismo sociale è presto detta: se in una comunità sono i “peggiori” ad essere più fertili, quella comunità andrà in rovina.

Il motto è all’incirca questo questo: “tre generazioni di imbecilli posson bastare”.

Ma chi sono i “peggiori”? Potete metterci chi credete voi: i matti, i meno istruiti, i meno intelligenti, i poveri, i violenti…

Herbert Spencer, il padre della teoria, raccomandava di non aiutare i poveri (tra cui matti, stupidi, violenti e ignoranti abbondano) perché cio’ facilita la loro riproduzione.

Meglio chiarire che Darwin si smarcò da Spencer facendo notare che aiutare il debole è comunque un nostro istinto naturale difficile da reprimere.

Dal darwinismo sociale scaturì poi l’eugenetica: migliorare la razza umana, migliorerà la vita dell’uomo.

Dall’eugenetica si arrivò alla shoah.

Non sorprende che oggi l’epiteto “darwinista sociale” sia un insulto. In un certo senso è facile fare quel paio di passaggi storici ed abbinare la teoria di Spencer ai  lager.

Tuttavia, all’epoca una miriade di luminari e generosi filantropi in buona fede furono coinvolti nel movimento eugenetico, lo stesso Spencer era un intellettuale sopraffino. Le vaccinazioni e la chiusura delle tube meno promettenti procedevano di pari passo: una società avanzata non poteva prescindere da questa profilassi di base. Una gigantesca illusione collettiva?

Quando una mattocca come Carrie Buck fece causa allo stato della Virginia che la voleva sterilizzare, la Suprema Corte sentenziò all’unanimità contro di lei con il civilissimo giudice Holmes a perorare la causa dell’eugenetica come “vaccinazione” essenziale della comunità americana. Solo un bifolco delle praterie avrebbe osato opinare.

Come mai allora tanta intellighenzia schierata a favore?

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Essenzialmente per un motivo: il darwinismo sociale è una teoria corretta.

E’ l’utilitarismo ad essere una teoria etica essenzialmente scorretta.

Il fatto centrale è che l’intelligenza progressista dei paesi più avanzati non poteva permettersi di non essere utilitarista.

Principi, dogmi, e Verità etiche (con la V maiuscola) erano concetti visti come collegati alle superstizioni del passato: l’uomo moderno è pragmatico, guarda alla convenienza sociale e adatta i suoi comportamenti a quella. Se l’eugenetica ci promette una società migliore noi ci rimettiamo a questo giudizio.

In sintesi, perché non dobbiamo sterilizzare Carrie Buck?

Uno puo’ dire: perché il darwinismo sociale è una teoria sbagliata.

Oppure puo’ dire: perché violentare una persona è semplicemente immorale.

La seconda via era inaccessibile all’ uomo moderno poiché a costui ripugna il  concetto stesso di Principio Etico.

Del resto, la prima via era palesemente irragionevole, poiché è ben difficile confutare il darwinismo sociale sul piano dei fatti.

Difficile essere utilitaristi e darwinisti sociali allo stesso tempo senza optare per l’eugenetica.

Ancora oggi l’utilitarismo viene conservato ai danni del darwinismo sociale. In questo senso viene da dire che sebbene le superstizioni del passato convivano male con la scienza, anche l’etica moderna ha i suoi problemini non da poco. Il politically correct è una spia inquietante.

Ancora oggi, quindi, la retorica ripropone un great divide illusorio: darwinisti sociali vs contrari al darwinismo sociale. Ma tra i contrari ci sono sia i pragmatisti che i sostenitori dei principi morali e la differenza tra questi due tipi è molto spesso più grande di quella che li divide dai darwinisti sociali.

Il darwinismo sociale è una teoria corretta, e quindi destinata ad aumentare la conoscenza umana. Tuttavia, solo chi crede nell’ esistenza di solidi Principi Etici puo’ maneggiarla. L’ utilitarista e il pragmatista, per contro, sono costretti a buttare il bambino con l’acqua sporca e a silenziare la scienza scomoda (per esempio quella che studia il genoma e l’esistenza delle razze umane).

Cerca l’intruso

  • 1) Silvana De Mari ha una teoria sulle botte ai bimbi:

“… c’è una precisa motivazione evoluzionistica: se il bambino subisce brutalità, vuol dire che vive in un ambiente aggressivo e violento; se diventa a sua volta feroce aumenta le possibilità di sopravvivere…”

 

  • 2) Napoleon Chagnon ha una teoria sulla violenza:

“… quello che ho scoperto vivendo con gli Yamonamo per tutti questi anni è l’ubiquità del terrore e dell’ansia… il primitivo non coincide con il “nobile selvaggio” che aveva in mente Rousseau… il primitivo è impegnato in una guerra continua dove la forza  bruta stabilisce vincitori e vinti… e dove la vanteria per i soprusi inflitti al nemico sono l’argomento di discussione predominante nei rari momenti di pace…”

  • 3) Silvana De Mari ha anche una teoria sulla fiaba:

“… l’uomo mette nella fiaba l’inconfessabile e così facendo riconosce indirettamente la vittima, ovvero il bambino maltrattato (Biancaneve è il bambino ammazzato, Cenerentola il bambino torturato, Rapuntzel il bambino venduto, Pelle d’Asino il bambino abusato, Hansel e Gretel il bambino mangiato…) … costui  – che non puo’ rompere i ponti con l’adulto visto che dipende in tutto da lui – gode attraverso la fiaba di un riscatto e di una compensazione terapeutica, finalmente i fari sono puntati sull’adulto e sulle sue malefatte e il bambino si presenta nelle vesti dell’eroe chiamato a rimediare … gli eroi bambini delle fiabe sono spesso dei “resilienti” e insegnano il loro innamoramento alla vita  a chi ne ha bisogno per  reagire di fronte a situazioni senza uscita…”

  • 4) Jeffrey Pfeffer ha una teoria sulla neo-violenza:

“… per far “rendere” la violenza bisogna che sia prodotta al momento giusto, contro la giusta persona e nelle giuste dosi. Per produrla occorre la forza, ma per indirizzarla oculatamente occorre intelligenza e cultura. Nelle società moderne il secondo elemento prevale, cosicché il sapere sovrasta la forza…”.

  • 5) Heirich Joseph ha una teoria sulla cultura:

“… i neuroni specchio – che generano invidia ed empatia – ci spingono a imitare e a superare chi ci sta di fronte fungendo da maestro… è grazie a loro che i bambini imparano in un tempo minimo una lingua, come ci si muove, come ci si comporta… imparano cioè una cultura – la vera arma dell’uomo – che contribuiranno poi a migliorare e a trasmettere a loro volta… “

  • 6) Deirdre McColskey ha una teoria sulla ricchezza:

“… cio’ che ci ha reso così spaventosamente ricchi negli ultimi due secoli non è il furto verso i più poveri, come vuole la vulgata marxista, ma nemmeno il capitale accumulato, come vuole la vulgata capitalista, e nemmeno le buone leggi, la spiegazione prediletta dagli istituzionalisti… questo mix si è presentato spesso nel passato  ma non ha mai sortito effetti così esplosivi… certo, il risparmio e la convivenza ordinata sono elementi necessari ma cio’ che fa fruttare il capitale sono poi le idee… quel che è successo negli ultimi due secoli è che “le idee sono diventate sexy”…”.

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Domanda: queste sei teorie sono compatibili tra loro? E come s’incastrano?

1 e 3 si incastrano bene. E lo credo, sono dello stesso autore.

Ma a anche 1 e 2 si sposano meravigliosamente. E questo ci rassicura poiché mentre Silvana De Mari è una geniale dilettante mentre Napoleon Chagnon è un luminare di sicura fama.

4 è convalidata dal senso comune, inoltre è tutt’altro che incompatibile con le teorie precedenti, si limita a storicizzare gli eventi.

5 poi è la prosecuzione naturale di 4 e come 4 si pone in armonia con 1, 2 e 3.

6 è il compimento naturale di tutte le teorie precedenti, poiché il rispetto e l’ammirazione per chi ha delle idee sono il frutto di una cultura ben specifica.

L’unica nota stonata è 3, ma non tanto perché strida con le altre teorie, quanto perché non si allinea bene in una storicizzazione eventuale così come la pone 4. Se proposta insieme alle altre teorie, implica che le narrazioni favolistiche siano in declino: infatti, se la fiaba è una terapia per il bambino maltrattato ma oggi questo soggetto è in via d’estinzione, almeno nelle civiltà superiori, se ne dedurrà che la fiaba sia a sua volta in declino. Ma così non è (o sbaglio?)!

In alternativa, si potrebbe proporre una teoria della fiaba più banale (3bis): la fiaba ci esercita fin da subito nell’atto in sé naturale dell’identificazione, e poiché l’identificazione è alla base dell’imitazione e quindi dell’inclusione in una cultura specifica, una simile teoria si sposa facilmente con le altre cinque qui esposte. In realtà, implica il trend opposto a quello visto prima: poiché oggi la narrazione di storie è ancora più preziosa, ci sarà un incremento della produzione rispetto a ieri. Ma è davvero così così? Penso di sì.

Cara Signora Maestra…

Ci fa bene aver avuto dei buoni insegnanti? Quanto ci migliora?

Rispondere è difficile, meglio rivolgersi a chi ha dedicato la propria vita accademica alla questione. Per esempio gente come:

Dan Goldhaber

Dominic J. Brewer

Barbara Nye

Spyros Konstantopoulos

Larry V. Hedges

Michael C. Mckenna

Raj Chetty

Jesse Rothstein

John N. Friedman

Jonah E. Rockoff

Steven Rivkin

Eric Hanushek

John Kain

William Sanders

June Rivers

Daniel McCaffrey

Gary Rubinstein

Brian A. Jacob

Lars Lefgren

David P. Sims

Thomas J. Kane

Diane Ravitch

Xiaoxia A. Newton

Jennifer Bessolo

Noelle A. Paufler

Audrey Amrein-Beardsley

Derek Briggs

Ben Domingue

Robert Plomin

Emmanuel Saez

Scott Carrell

Moshe Adler

Caroline M. Hoxby

 

La risposta sembra essere: poco. Molto poco. Almeno se ci si limita alle abilità cognitive dell’allievo. Ed è una risposta generosa.

La qualità dell’insegnante puoi misurarla come credi – esperienza, titoli, specializzazioni, punteggi… – ma conta comunque poco sul tuo futuro.

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La storia è all’incirca questa: l’effetto di un buon insegnante sulle prestazioni nei test futuri sfuma dopo un paio d’anni. Lo stesso dicasi sui voti nelle classi a venire.

D’altro canto sembra vero che avere buoni insegnanti ti farà guadagnare di più. C’è dunque un beneficio economico.

Visto che il potere sulle abilità cognitive (facilmente misurabili con i test) è scarso, probabilmente, si è detto, l’influsso benefico si esercita sulle qualità non cognitive (carattere).

Ma c’è un problema: l’ “effetto-stipendio-futuro” sparisce una volta controllato con la qualità della scuola materna frequentata. Sembrerebbe allora che 1) sia la scuola materna ad incidere e 2) incida sul carattere più che sulle abilità cognitive, visto che anche lì i miglioramenti sfumano.

Ricordo che gli studi di genetica comportamentale ci dicono quanto poco contino i genitori sul futuro successo economico del figlio.

Domanda: è credibile che un insegnante di scuola materna con cui un bambino passa solo qualche ora al giorno per pochi anni influenzi il carattere di quest’ultimo più del genitore con cui  passa quasi tutta la vita? A me sembra strano. Forse è più probabile che siano gli amici, la compagnia a contare. Boh.

Nonostante l’immane sforzo statistico siamo ad un punto morto.

Non riusciamo minimamente a capire quanto e se  la qualità degli insegnanti conti sul futuro dei nostri ragazzi. A noi sembra ovvio ma i dati non confessano, per quanto siano stati torturati.

E intanto, nell’impossibilità di misurare, prospera lo status quo, ovvero la scuola di stato. Inamovibile. Se solo ci fosse un obbiettivo misurabile da perseguire è facile prevedere che i privati farebbero meglio, come in tutti settori dove la meta è chiara, gli esiti finali poco discutibili e il premio da incassare assicurato.

Si formino le coppie!

L’egoista pensa solo a sè e ai suoi interessi, è sempre concentrato sulla sua “fettina  di torta”.

L’ egoista gretto la incrementa rosicchiando quella altrui, l’ egoista illuminato  espandendo la torta.

Per contro, l’altruista guarda con empatia  al suo prossimo e si angustia quando la fetta di torta  già minuta che costui possiede si assottiglia ulteriormente.

Per rimpinguarla l’ altruista pauperista la incrementa rosicchiando quelle più ampie; l’ altruista illuminato segue un’altra via: espande la torta.

Una volta definito il quartetto come assortire al meglio le coppie?

coppia

I primi due soggetti sono entrambi egoisti e insieme convivono bene, così come stanno bene tra loro gli altruisti. Ma anche i rosicchiatori hanno molto in comune: pur avendo sentimenti diversi ragionano allo stesso modo.

Tuttavia, la coppia meglio assortita è quella degli “illuminati”: in fondo fanno la stessa cosa. A volte sono talmente indistinguibili da sembrare gemelli. Forse sono addirittura la stessa persona.

 

La raffica di “boh”

QUADRO 1

Cosa vuoi fare da grande? Boh.

Cosa vuoi fare dopo il Liceo? Boh.

Molti ragazzi sono così: “sdraiati”. Come consigliare lo “sdraiato”? Come reagire alla raffica dei suoi “boh”? Come aiutarlo quando le scelte di vita cominciano a fare capolino e il tempo dei selfie è scaduto?

sdraiat

QUADRO 2

Come si diventa ricchi in borsa?

Ortodossia: “chi non risica non rosica”.

In altri termini: alle gente non piace rischiare ma alcuni rischi non sono  eliminabili per cui la gente paga un premio per scrollarseli di dosso: assumiteli tu e diventa ricco incassandone il relativo premio.

QUADRO 3

Quando gioca la Juve mi sale l’ansia: se vince una strana  gioia mi scoppia dentro ma una sconfitta puo’ guastarmi l’intera settimana. Un bel rischio.

Potrei facilmente ridurlo scommettendo contro la Juve la cifra che ritengo più opportuna. Con Winga e Beta&Win posso farlo in tempo reale. Eppure non lo faccio, perché?

CONSIDERAZIONI

Q1 è rilevante per Q2 poiché la Borsa è il regno degli “indifferenti”: l’unica cosa che conta è guadagnare, altri valori non ce ne sono. E l’ ”indifferente” è parente stretto dello “sdraiato”.

Q3 è rilevante per Q2 poiché dimostra che l’ortodossia è sbagliata: non tutti i rischi sono uguali poiché non è sempre vero che che la gente se puo’ lo evita. A volte è normalissimo per noi rischiare, anche quando il rischio sarebbe comprimibile o perfino eliminabile.

STRATEGIA OTTIMA

All’  “indifferente” basta vedere quali rischi piace prendere alla gente e investire altrove: inutile prendere rischi per i quali non esiste alcun premio. D’altronde, se ci sono rischi per cui la gente non paga alcun premio, significa che ci sono rischi che la gente strapaga, oppure scelte relativamente sicure che non vengono penalizzate.

PERCHE’ LA GENTE RISCHIA?

1) MASCHI. Storicamente l’80% delle donne ha figli ma solo il 40% dei maschietti: poiché i maschi possono avere molti più figli delle donne per loro è razionale rischiare nella competizione. Diciamo che sono cablati per rischiare (testosterone?) e quindi non pagano premi in questo settore di loro pertinenza.

2) PRESUNZIONE. Il 93% degli automobilisti crede di essere superiore alla media quanto ad abilità nella guida. E’ chiaro che molti di loro prenderanno dei rischi che non possono permettersi. E credendo di poterseli permettere non pagheranno alcunché per sbarazzarsene.

3) PIACERE. La Juve è il senso della vita, su di lei mi piace prendere rischi. Non pago nessun premio a chi mi propone uno sgravio (per esempio a Winga o Bet&Win).

4) TOP TEN. Solo chi rischia fa notizia e fare notizia ti mette in evidenza. Figo! Pussa via tu che vorresti essere pagato per fare il figo al mio posto.

5) PECORA. Se sono nel gregge non m’importa più del rischio che corro (e non pago premi a chi rischia in mia vece): tanto mal comune mezzo gaudio.

6) INFORMAZIONE. Scegliere in base agli aneddoti ascoltati ci mette a rischio poichè solo gli aneddoti improbabili meritano di girare.

CONSIGLI ALLO “SDRAIATO”

Facciamo il caso che debba scegliere la facoltà universitaria.

1) Se sei maschio scegli una facoltà a prevalenza femminile (e viceversa);

2) Scegli una facoltà facile e sicura;

3) Scegli una facoltà poco attraente.

4) Scegli una facoltà non élitaria.

5) Scegli una facoltà con pochi iscritti.

6) Scegli una facoltà poco alla moda.

Se scegli secondo questi criteri stai puntando su un cavallo che probabilmente è sottovalutato. Fai un affare.

CONCLUSIONE

Se invece non sei uno “sdraiato” (e in fondo nessuno lo è fino in fondo, tranne Oblomov) scegli la facoltà che più ti piace: quella che rende l’hanno già scelta gli altri per cui quando finirai  gli studi non renderà più. Lo dice sempre anche mio cugino medico.

La retorica buonista partorisce il Leviatano

La seconda pagina del Corriere ospita due reazioni cattoliche alla legge sulle unioni civili.

Camillo Ruini sembrerebbe opporsi: rischio di derive!

Gualtiero Bassetti sembrerebbe non opporsi: ora un impegno per le famiglie.

Ma la dichiarazione più interessante è contenuta nell’intervento  del Vescovo di Perugia: non facciamo battaglie “contro”.

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Camillo Ruini e Gualtiero Bassetti non sembrano dunque in disaccordo sulla sostanza: entrambi vogliono un trattamento privilegiato della famiglia tradizionale (FT) rispetto alla famiglia alternativa (FA). Tuttavia, Ruini sembra semplicemente opporsi ai privilegi concessi alla FA mentre Bassetti   sembra dire: concediamo pure dei privilegi alla FA ma aumentiamo quelli della FT; il sottotitolo curiale è evidente: in questo modo manterremo le distanze senza apparire “cattivi”.

Le motivazioni di Bassetti sembrerebbero quindi solo retoriche: la Chiesa persegua i suoi obbiettivi adottando una strategia buonista, ovvero evitando battaglie “contro” che ledano la sua reputazione.

Non ha tutti i torti: viviamo immersi nella “cultura del piagnisteo” e solo con la retorica buonista si fa carriera.

Ma tutto cio’ conduce all’esplosione dei privilegi: quando domani i sostenitori della FA invocheranno un adeguamento, i sostenitori di FT – ala bassettiana – pur di non fare “battaglie contro” risponderanno: “ok, purché i nostri privilegi aumentino ancora di più”.

Se questa è una delle dinamiche retoriche più consolidate, come sorprendersi che nel dopo guerra  la spesa pubblica sia letteralmente esplosa? Gli anni sessanta e la sindacalizzazione della società, d’altronde, segnano l’avvento del grande piagnisteo e il trionfo della retorica vittimista.

Bene, con queste premesse con chi deve stare un liberale? Con Ruini o con Bassetti?

Vivere come se Dio non ci fosse

Non è tanto facile.

Il credente in genere è più felice.

Vive più a lungo.

Fuma meno e fa più esercizi.

Guadagna meglio.

Ha matrimoni più stabili.

Ha una vita sessuale e affettiva più soddisfacente.

Commette meno crimini ed evita più facilmente la trappola delle droghe.

Vanta relazioni sociali più fitte e intense.

E’ più generoso: dona di più e fa più volontariato.

Ha anche più figli.

E’ meno credulone.

Emotivamente è più stabile.

Ha maggior auto-controllo.

Registra un maggior successo scolastico.

E’ meno depresso e più ottimista. E’ meno propenso al suicidio.

E’ più tollerante e meno stressato.

Affronta meglio il dolore.

E’ più propenso a riabilitarsi in seguito ad incidenti.

Possiede maggiore auto-stima.

Ha un atteggiamento maggiormente pro-social.

Gode di una più elevata salute mentale e fisica, nonchè di picchi di benessere più diffusi.

Eccetera.

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Sì, lo so, ci sarebbero parecchi puntini sulle “i” da mettere, ma chi c’ha tempo? So anche che una persona già di per sè ammirevole puo’ essere attratta dalla religione. Detto questo, chi puo’ negare di fronte a certe evidenze che la religione abbia comunque un influsso benefico?

Per questo dico che “vivere come se Dio non ci fosse” è difficile.

Ma la domanda che mi interessa di più è un’altra, ovvero: il fatto che “vivere come se Dio non ci fosse” sia difficile depone a favore o contro la verità religiosa?

Alcuni ritengono che deponga a favore: la fede che ci dona un Dio buono è necessariamente a misura d’uomo.

Altri ritengono che deponga contro: se credere “conviene” il ruolo della verità si svaluta necessariamente.

A prima vista mi sembra più sensata la seconda posizione.

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P.S. Si puo’ anche essere scettici sulla convivenza tra Verità e Convenienza ma cio’ non implica che si sia scettici sull’ipotesi teistica. Qualcuno, infatti, sostiene che l’ipotesi teistica seduca per la sua accattivante semplicità. Insomma, siccome è “a misura d’uomo” proprio come la “religione” di cui si è discusso nel post, allora non è credibile. Ma il parallelo non tiene: la “semplicità” (a parità di capacità esplicative) è un saldo principio epistemologico razionale in base al quale selezionare la teoria scientifica migliore: noi privilegiamo Copernico su Tolomeo per la maggior semplicità del primo.

 

Come dire “sporco negro” in modo educato.

I chili di troppo mettono a rischio la nostra salute, cosicché, per quanto molesti, accettiamo come naturali i pressanti inviti a “mangiar bene” seguendo una dieta bilanciata. Persino il guru che pontificando dai media ci fa sentire in colpa perché non facciamo abbastanza moto è sopportato di buon grado. Siamo praticamente pronti per la soda-tax.

E qui cominciano i dubbi: anche abitare in campagna allunga la vita, tuttavia troveremmo alquanto singolare una propaganda civica che ci spingesse al trasloco facendo apparire come persona trascurata chi insiste a stare in città.

Ma c’è di più: sebbene religione e salute fisica vadano a braccetto, non mi attendo certo una pubblicità progresso tesa ad incrementare le conversioni. E voi?

Ultimo esempio: sembra anche che la vita coniugale sia decisamente più salubre, nonostante cio’ le iniziative del Ministero della Sanità volte a sponsorizzare il  matrimonio latitano. Chissà come mai?

Perchè? Perché tante incongruenze e tanto plateali?

La risposta della sociobiologia è provocatoria ma credibile: abbiamo bisogno di qualcuno da disprezzare, abbiamo bisogno di qualcuno a cui dire più o meno velatamente “sporco negro”.

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Le cose andrebbero all’incirca così: ognuno coltiva la sua immagine pubblica ed esprimere una forma simbolica di “dominio” è un modo per abbellirla. Dire a qualcuno cosa deve fare significa esprimere pubblicamente il nostro “dominio” su di lui.

Oggi non possiamo “dominare” figure come quelle del cittadino metropolitano o dell’ateo o del single, queste persone sono troppo ben piazzate nel’ élite e ci renderebbero pan per focaccia, per contro, nulla osta al disprezzo verso gli obesi poiché sono una buona metafora di povertà, indolenza e scarso auto-controllo. A loro possiamo tranquillamente dire dalla TV – come se non lo sapessero! – quel che devono fare mostrandoci e sentendoci superiori a loro.

Un libro per approfondire queste tematiche: The Obesity Myth di Paul Campos.

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