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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Pagare tutti per pagare meno

E’ uno slogan ricorrente quando si parla di tasse con l’ ansia di mettere nel mirino quel bandito dell’ evasore: se solo lui pagasse, io pagherei meno.

Ma chi lo sostiene dovrebbe rendere conto di almeno due cose.

1. Poiché l’ evasione/elusione riguarda più da vicino i redditi di capitale rispetto a quelli di lavoro, ci si aspetterebbe che le aliquote gravanti sui primi siano maggiori. E’ vero l’ opposto: dove per questioni tecniche è maggiore l’ elusione/evasione, il fisco sembra adeguarsi presentando un conto meno salato.

2. La storia fiscale italiana (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe) parla chiaro: la compliance è cresciuta parallelamente all’ aumento delle aliquote. Ovvero, quanto più cresceva la propensione a battere scontrini, quanto più cresceva la “coscienza fiscale” degli italiani, tanto più lievitava l’ aliquota a cui erano sottoposti i loro redditi.

Correlazione e causalità sono cose diverse e il punto 2 puo’ avere molte spiegazioni, tuttavia una spicca per linearità e merita di essere citata: se una cosa funziona la si usa di più.

Ovvero, se il contribuente paga, perché mai non dovrei “spremerlo” ulteriormente?

Si puo’ sfuggire al primo punto ma è difficile farlo senza ricadere nel secondo.

I due punti non si limitano a revocare in dubbio lo slogan ma addirittura lo ribaltano: “se più gente evadesse, pagheremmo tutti meno”, ovvero: se il mestolo fosse un colabrodo non verrebbe usato tanto alacremente.

Il politico che annuncia nuove tasse non è ben visto: perché rovinarsi l’ immagine se poi si raccoglie tanto poco da distribuire alla propria constituency?

Una specie di parassitismo alla rovescia: l’ evasore come scudo per il tartassato. Guarda caso in tutto il mondo i livelli di tassazione e le pretese del fisco aumentano all’ aumentare della tecnologia in possesso degli accertatori (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe). Si puo’ con fondamento ritenere che se grazia ad una bacchetta magica l’ evasione sparisse, probabilmente le tasse s’ impennerebbero (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe).

Strano ma logico. E soprattutto in linea con i fatti osservati in passato.

obey

***

Altra recriminazione: “l’ evasore fa concorrenza sleale” compromettendo l’ efficienza del sistema.

E’ vero, l’ evasore sopporta meno costi (tributari) rispetto al suo concorrente. Ma, fateci caso, anche l’ impresa olandese e quella svedese sopportano meno costi tributari rispetto a quella italiana, eppure nessuno parlerebbe di “concorrenza sleale” in quel caso. E non si puo’ nemmeno addurre che l’ impresa olandese sia costretta a operare con meno servizi. Al contrario!

Perché allora in quei casi – eccezion fatta per qualche folkloristico protezionista – non si parla di “concorrenza sleale”? Qualora l’ impresa, grazie all’ evasione, si auto-riducesse le imposte a livello “americano”, chi oserebbe accusarla di parassitismo? 

Mmmmm. Mi rendo conto che questo argomento va integrato, da solo non è poi così convincenti per rintuzzare la recriminazione di partenza. In effetti il piatto forte deve ancora arrivare e ve lo servo subito.

Fate bene attenzione: lo slogan recriminatorio che ho messo in grassetto qua sopra, per essere attendibile, necessita che la spesa pubblica sia efficiente. Ma la spesa pubblica che ci ritroviamo presenta queste caratteristiche?

Ovviamente no, dopo gli anni 50/60 del secolo scorso la spesa pubblica è in efficiente un po’ ovunque in Europa (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe).

Troverete chi sostiene che lo stato spende in modo più equo ma non chi sostiene che spende in modo più efficiente. Di sicuro l’ evasore ha una struttura d’ incentivi a spendere in modo efficiente più coerente rispetto a quella che possiede il burocrate.

I fondi sequestrati all’ evasore intercettato sarebbero dunque spesi dalla politica in modo inefficiente. Al contrario, l’ evasore, trattenendo presso di sé quelle somme, le spenderebbe in modo efficiente: se deve farsi una piscina, per esempio, sceglierà la ditta più efficiente per costruirla, e questo per il semplice fatto che premiare il migliore sulla piazza conviene innanzitutto a lui.

L’ inefficienza della concorrenza sleale (oltretutto al netto di quanto si diceva all’ inizio di questa sezione) è più che compensata dall’ efficienza di come vengono successivamente spese le risorse trattenute grazie all’ evasione stessa.

Naturalmente, efficienza ed equità possono divergere: spendere per lavare i fazzoletti-dei-poveretti-della-città sembra più equo che spendere per costruire una piscina olimpionica nella villa dell’ evasore. Ma se spostiamo l’ attenzione sull’ equità allora dovremmo innanzitutto dimostrare l’ equità di una pratica quale l’ esosa tassazione europea. E l’ impresa, credetemi ancora per poco sulla parola, è a dir poco ardua. Specie se ci si affida al buon senso.

***

L’ evasione è eticamente condannabile?

Io sostengo di no per il semplice fatto che ad essere condannabile moralmente è la tassazione. Almeno una certa tassazione. Ironia della sorte in Europa esiste proprio “quel” tipo di tassazione.

Per capirci meglio bisognerebbe tornare alla struttura fondante della tassazione. Ogni tassa è una proposta di Corleone: “tu mi dai la somma X e io ti fornisco il servizio Y. O ci stai con le buone o ci stai con le cattive. O mangi sta minestra o salti dalla finestra. Allora?”.

Non mi sembra un modo di agire molto “etico”. D’ altronde nella storia gli stati emergono come cosche vincenti in una lotta tra “protettori”.

E ha poco senso evocare il metodo (magari democratico) con cui viene scelto chi è poi chiamato a formulare una “proposta di Corleone”. Se Tizio, Caio e Sempronio voglio suonare un quartetto d’ archi non possono coartarmi alla stregua di uno schiavo costringendomi con la minaccia della galera a studiare musica perché “… manca il secondo un violino e devi quindi suonarlo tu”. Nemmeno se si giustificassero dicendo di aver deciso la cosa a maggioranza tre contro uno.

Oltretutto, Corleone offriva servizi di protezione in genere efficienti: il ladruncolo del quartiere che violava la zona del boss disturbando i “protetti” veniva rinvenuto appeso al lampione la notte stessa.

In altri termini, la tassazione per essere giustificata richiede un doppiopesismo morale: ci sono uomini (i rappresentanti del governo) che hanno uno status morale superiore rispetto ai cosiddetti “rappresentati” e quindi possono fare cose che a questi ultimi non sono concesse.

Chi accetterebbe una differenziazione nello status morale dei soggetti? Ormai la si accetta a fatica anche tra uomini e animali!

Ma abbandoniamo pure le buone ragioni del radicalismo e concediamo che tassare il prossimo sia moralmente accettabile quando costituisce uno strumento per fornire beni pubblici alla comunità e per compensare le esternalità che si producono nell’ azione degli individui. Raggiungeremmo un livello di tassazione complessiva eticamente consentita tra il 5 e il 20%, un mondo sideralmente distante da quello in cui opera l’ evasore di cui ci occupiamo qui.

Mi spingo ancora oltre: anche qualora ammettessimo che la tassazione sia legittima, cio’ non ci consentirebbe ancora di dire che l’ evasore è un “ladro”. Prendendo seriamente le parole, mi tocca far osservare che “ladro” è chi si impossessa della proprietà altrui e l’ evasore, almeno in un’ ottica giusnaturalista, è comunque proprietario a tutti gli effetti della ricchezza che ha prodotto. Semplicemente, sarebbe in torto in quanto inadempiente rispetto ad una certa obbligazione tributaria (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe)

E che dire, in conclusione, della lotta tra categorie? “Dipendenti” vs. “Autonomi”. Spesso la contrapposizione è presentata in termini etici.

Francamente trovo che sia una ricostruzione distorta. Come sappiamo l’ occasione fa l’ uomo ladro e non avere occasioni non è certo un merito (a volte è un demerito!).

Ma, come se non bastasse, c’ è di più. Le evidenze empiriche (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe) ci dicono che chi non evade perché non puo’ (esempio il lavoratore dipendente) è anche mediamente più incline ad evadere appena puo’ (il sommerso è più diffuso tra chi ha un “secondo lavoro”  che tra le “partite iva”). Non penso proprio che ci si possa proclamare santi per il solo fatto di non essere mai stati “tentati”. Un’ etica del genere non esiste, bisognerebbe inventarla ad hoc.

***

Siamo sicuri poi che l’ evasore faccia mancare risorse essenziali allo stato?

Sembrerebbe di no. Oggi il condominio Italia langue e il condominio Germania prospera. Si tratta di due condomini in tutto uguali e un confronto è lecito.

Qualcuno è tentato di osservare che i condomini del primo condominio non pagano con solerzia le spese condominiali.

Vero, ma se andiamo a vedere poi ci accorgeremmo che, a parità di condomini, l’ amministratore del condominio Italia ha in cassa e spende esattamente le stesse somme dell’ amministratore del condominio Germania (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe), nonostante il confronto sui risultati sia imbarazzante.

E allora? Allora i condomini dovranno pure pagare le spese ma se le cose vanno come vanno nel loro condominio la causa non sta certo nell’ insolvenza quanto negli amministratori.

***

L’ evasore però, con le sue gesta, viola la legislazione di stato svalutando di fatto tutte le leggi, anche quelle giuste.

Qui l’ evasore è indifendibile: come si puo’ governare uno stato se il valore delle leggi emanate è vicino a zero? Non rispettare una legge rischia di ridurre a carta straccia l’ intero corpo legislativo.

***

Qui sta la vera colpa dell’ evasore ma anche la ricetta della lotta all’ evasione: basta eliminare, sfoltire, attenuare le leggi violate e applicare con più rigore le poche che restano.

Meno tasse e aliquote più basse.

Una volta che le leggi comunemente violate scompaiono (o si attenuano) non saranno più violate (o lo saranno meno) e l’ effetto svalutazione non si riverserà sulle leggi buone.

Che inconvenienti comporta l’ abrogazione (o attenuazione)? Inconvenienti in termini di efficienza? Al contrario, l’ efficienza del pase aumenta, lo abbiamo appena visto (si eliminano costi burocratici, costi del sommerso, costi di pseudo-concorrenza sleale…).

Inconvenienti in termini di equità? Al contrario, l’ equità aumenta, lo abbiamo appena visto (si attenua l’ applicazione di un doppio standard tra i soggetti in campo).

Ma per lo scettico l’ evasore continuerà ad evadere imperterrito. L’ evasore è fatto così, penserà. Non ha una testa, è una macchina. Una macchina per evadere. L’ imposta puo’ essere alta, media, bassa… Il suo mestiere è evadere e lui la evaderà.

Per lo scettico ho due risposte.

Prima: se diminuiscono le aliquote, a parità del resto, evadere diventa molto più costoso e l’ evasore, se agisce razionalmente, rallenta. Se il prezzo sale, si compra meno. Di solito.

Seconda: con meno leggi da far rispettare l’ applicazione delle poche rimaste migliora. Gli accertatori fiscali potranno concentrarsi su pochi e più mirati compiti. Se le cose da fare diminuiscono, si fanno meglio. Di solito.

 

I bambini ci rendono infelici?

Poiché recentemente ho letto parecchio sul tema, mi vengono di getto alcune considerazioni.

1) La risposta più rigorosa alla domanda di cui al titolo è “sì”. Quando nascono i tuoi figli la tua felicità è in pericolo. Troppe ricerche lo confermano in modo concorde, non puo’ essere un caso.

2) Bisogna aggiungere che l’ effetto negativo riscontrato è “tenue”.

3) Talmente “tenue” che la felicità regalataci dal matrimonio (o comunque da un’ unione stabile) lo compensa abbondantemente, Ovvero: un genitore sposato è mediamente più felice di un single, e questo anche se su di lui insiste il gravame che i figli sembrerebbero avere sulla felicità delle persone.

4) Memento: le ricerche sulla felicità restano comunque problematiche poiché i confronti intersoggettivi sono sempre difficili da fare. Mi spiego meglio: posso dire in modo attendibile che su una scala da “uno” a “dieci” mi sento felice “otto” ma non posso dire con certezza che il mio “otto” equivalga al tuo “otto”.

5) L’ infelicità che apportano i figli è chiara in alcune aree specifiche (godimenti puri, vita di società… e te credo, quando ti nasce un figlio la tua vita sociale si azzera o quasi). Lo è meno se consideriamo il “grado di soddisfazione generale” della persona oggetto d’ indagine.

6) Ormai esistono molte banche dati che consentono di seguire un individuo nel corso degli anni. Dalle ricerche che ne fanno uso veniamo a sapere una cosa molto interessante: chi decide di avere figli di solito aumenta il grado della propria felicità (e per le donne è ancora più vero!). Naturalmente lo stesso dicasi per chi decide di non avere figli: anche costui aumenta la propria felicità assecondando la sua propensione. Condizione sufficiente per riscontrare questi effetti è quella di trovarci di fronte ad autentiche scelte di vita personali. In sintesi: le persone sono abbastanza razionali quando scelgono se avere o non avere figli.

7) Il punto 6) ci permette di concludere che, sebbene i figli globalmente abbiano un effetto negativo sulla felicità delle persone, chi ha scelto di averli ha agito razionalmente: senza quei figli sarebbe stato più infelice. E lo stesso, mutatis mutandi, si puo’ dire anche per chi ha scelto di non averne.

8) Se torniamo a considerare il punto 4) dobbiamo concludere che la parte più affidabile delle ricerche (quella che non implica confronti intersoggettivi) mette in luce un “effetto positivo” piuttosto che “negativo”. Questo anche se nelle ricerche globalmente considerate l’ “effetto negativo” – quello più problematico per la natura stessa delle ricerche – prevale su quello “positivo”.

9) E’ bene ricordare anche che un figlio “non voluto” che ci capita tra capo e collo rende molto meno infelici di un figlio voluto che non arriva. Un bambino non voluto in arrivo sembra una tragedia, senonché la tragedia si ridimensiona molto presto, e magari si trasforma in una festa. Il figlio cercato e non ottenuto invece è una spina che ci tormenterà a lungo, forse per sempre.

10) L’ impegno che profondiamo nella cura dei figli è stressante e fonte d’ infelicità ma – fortunatamente – anche eccessivo. Qualora lo razionalizzassimo, ci sono buone speranze di mitigare l’ “effetto negativo” che la prole ha sulla nostra felicità. E magari di ribaltarlo in un “effetto positivo”.

11) La “felicità” non è comunque tutto nella vita di un uomo; c’ è anche la “speranza”, per esempio. In un certo senso potremmo dire che fare un figlio è “conveniente” poiché – rispetto alla “speranza” che ci regala la sua presenza – costa davvero poco in termini d “felicità”.

12) Come distinguere tra “speranza” e “felicità”? nel pormi la domanda penso sempre ad un immigrato che ho conosciuto e che mi raccontava in modo appassionato quanto era felice al suo paese: ok, era più povero, ma anche più felice. Se la felicità fosse tutto quell’ immigrato sarebbe tornato di corsa a casa. Posso ben dirlo visto che lo conosco come persona razionale. Ma lui non lo fa. Non lo fa perché solo stando qui (dove è un po’ più infelice) puo’ coltivare cio’ che evidentemente reputa ancora più prezioso: la sua speranza.

13) Che poi tra figli e “speranza” ci sia un legame inscindibile lo spiega bene il poeta Charles Peguy:

 

Il portico del mistero della seconda virtù


 

La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.

La fede, no, non mi sorprende.
La fede non è sorprendente.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle.
In tutte le mie creature.
Negli astri del firmamento e nei pesci del mare.
Nell’universo delle mie creature.
Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.
Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.
Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle.
Nella calma valle.
Nella quieta valle.
Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.
E nell’uomo.
Mia creatura.

Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli.
Nell’uomo e nella donna sua compagna.
E soprattutto nei bambini.
Mie creature.
Nello sguardo e nella voce dei bambini. Perché i bambini sono più creature mie.
Che gli uomini.
Non sono ancora stati disfatti dalla vita.
Della terra.
E fra tutti sono i miei servitori.
Prima di tutti.
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.
Nella quieta valle.
E lo sguardo dei bambini è più puro dell’azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte.
Ora io risplendo talmente nella mia creazione.
Sulla faccia delle montagne e sulla faccia della pianura.
Nel pane e nel vino e nell’uomo che ara e nell’uomo che semina e nella mietitura e nella vendemmia.
Nella luce e nelle tenebre.
E nel cuore dell’uomo, che è ciò che di più profondo v’è nel mondo.
Creato.
Così profondo da esser impenetrabile a ogni sguardo.
Tranne che al mio sguardo.
Nella tempesta che scuote le onde e nella tempesta che scuote le foglie.
Degli alberi della foresta.
E al contrario nella quiete d’una bella serata.
Nelle sabbie del mare e nelle stelle che son sabbia nel cielo.
Nella pietra della soglia e nella pietra del focolare e nella pietra dell’altare.
Nella preghiera e nei sacramenti.
Nelle case degli uomini e nella chiesa che è la mia casa sulla terra.
Nell’aquila mia creatura che vola sui picchi.
L’aquila reale che ha almeno due metri d’apertura d’ali e fors’anche tre.
E nella formica mia creatura che striscia e che ammassa miseramente.
Nella terra.
Nella formica mio servitore.
E fin nel serpente.
Nella formica mia serva, mia infima serva, che ammassa a fatica, la parsimoniosa.
Che lavora come una disgraziata e non conosce sosta e non conosce riposo.
Se non la morte e il lungo sonno invernale.
(…)

Io risplendo talmente in tutta la mia creazione.
Nell’infima, nella mia creatura infima, nella mia serva infima, nella formica infima.
Che tesaurizza miseramente, come l’uomo.
Come l’uomo infimo.
E che scava gallerie nella terra.
Nel sottosuolo della terra.
Per ammassarvi meschinamente dei tesori.
Temporali.
Poveramente.
E fin nel serpente.
Che ha ingannato la donna e che perciò striscia sul ventre.
E che è mia creatura e che è mio servitore.
il serpente che ha ingannato la donna.
Mia serva.
Che ha ingannato l’uomo mio servitore.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
In tutto ciò che accade agli uomini e ai popoli, e ai poveri.
E anche ai ricchi.
Che non vogliono esser mie creature.
E che si mettono al riparo.
Per non esser miei servitori.
In tutto ciò che l’uomo fa e disfa in male e in bene.
(E io passo sopra a tutto, perché sono il signore, e faccio ciò che lui ha disfatto e disfo quello che lui ha fatto).
E fin nella tentazione del peccato.
Stesso.
E in tutto ciò che è accaduto a mio figlio.
A causa dell’uomo.
Mia creatura.
Che io avevo creato.
Nell’incorporazione, nella nascita e nella vita e nella morte di mio figlio.
E nel santo sacrificio della messa.

In ogni nascita e in ogni vita.
E in ogni morte.
E nella vita eterna che non avrà mai fine.
Che vincerà ogni morte.

Io risplendo talmente nella mia creazione.

Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.

La carità, dice Dio, non mi sorprende.
La carità, no, non è sorprendente.
Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.
Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.
Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.
E da loro mio figlio ha avuto una tale carità.

Mio figlio loro fratello.
Una così grande carità.

Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.
Me stesso.
Questo sì che è sorprendente.

Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.
Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.
Ed io stesso ne son sorpreso.
E dev’esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.
E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale e ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.
Mortale e immortale.
E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue, dal fianco trafitto di mio figlio.
Quale non dev’esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio,
sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.
Che brucia in eterno nella lampada fedele.
Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.
Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.
Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.
Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.
Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.

Una fiamma che non è raggiungibile, una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.

Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina.
Immortale.

Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio.
Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.
E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.
E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.
Perché sono di legno.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.
Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.

Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.

Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.

(…)

Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.
Che è certamente la più difficile, che è forse l’unica difficile, e che probabilmente è la più gradita a Dio.

La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all’inverso. La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico. Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella.

Per non amare il proprio prossimo, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Dinanzi a tanto grido di miseria.

Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.

È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile
(…)

E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.

La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo.
Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.
Avanza.
Fra le due sorelle maggiori.
Quella che è sposata.
E quella che è madre.
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.
La prima e l’ultima.
Che badano alle cose più urgenti.
Al tempo presente.
All’attimo momentaneo che passa.
il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.
Quella a destra e quella a sinistra.
E quasi non vede quella ch’è al centro.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina.
Persa fra le gonne delle sorelle.
E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.
Al centro.
Fra loro due.
Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono a non veder invece
Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne avanti negli anni.
Due donne d’una certa età.
Sciupate dalla vita.

È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.

La Fede vede ciò che è.
Nel Tempo e nell’Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.

Per così dire nel futuro della stessa eternità.
La Carità ama ciò che è.
Nel Tempo e nell’Eternità.
Dio e il prossimo.
Così come la Fede vede.
Dio e la creazione.
Ma la Speranza ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.

Per così dire nel futuro dell’eternità.

La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.

Nel futuro del tempo e dell’eternità.

Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
Che la tengono per mano,
La piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.

E le due grandi camminan solo per la piccola.

Charles Péguy

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La mia filosofia

Non ho mai studiato la filosofia a scuola, cosicché conosco poco la storia e gli eroi di questa disciplina. In un caso come il mio l’ approccio più semplice consiste nell’ affidarsi alla narrativa anglosassone (o “analitica”) che insiste su specifici problemi di facile descrizione, e di accantonare la narrativa continentale più concentrata sui singoli autori (e quindi sulla storia e sugli eroi). In termini provocatori: Platone con i suoi codicilli interessa agli “analitici” quanto Democrito puo’ interessare ai fisici contemporanei, praticamente una lettura da spiaggia, al limite. E questo, come è facile capire, risulta rassicurante per un ragiunat.

Fatta questa premessa si capirà perché l’ esposizione che segue consiste in un semplice elenco dei problemi sul tappeto seguito dalla soluzione che prediligo.

Ci tengo solo a precisare che non si tratta della “mia” soluzione ma della soluzione che ho comprato girando per le bancarelle dei migliori filosofi contemporanei in circolazione. I principi guida di questo shopping sono presto detti: semplicità e buon senso. In genere ci sono sempre soluzioni verso cui il buon senso è attratto; ebbene, le abbandono solo di fronte a critiche devastanti. Naturalmente mi riservo di cambiare idea in qualsiasi momento.

Ancora una cosa prima di partire: per questioni di economia molti dei “problemi” e delle “formule” a cui faccio riferimento non sono specificati a dovere ma chi è interessato basta che visiti in rete Wikipedia per avere una delucidazione sommaria oppure la SEP (Stanford Encyclopedia of Philosophy) per avere una panoramica più completa.

 

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Esiste la conoscenza a priori? Direi di sì. Si possono fare molti esempi, mi limito ad uno: la logica. Noi conosciamo le leggi fondamentali della logica senza sentire l’ esigenza di una conferma empirica. Se dico che Giovanni è più alto di Paolo che è più alto di Nicola, so (a priori) che Giovanni è più alto di Nicola e per saperlo non mi occorre verificarlo empiricamente metro alla mano. Ebbene, di fronte a tanta evidenza del fatto che la conoscenza a priori è possibile, il compito di provare il contrario è piuttosto gravoso, e non mi risulta sia mai stato adempiuto in modo convincente.

Astrazioni: platonismo o nominalismo? Esistono gli universali? Esempio: sappiamo che esistono i gatti bianchi, che esistono i cavalli bianchi… ma esiste la “bianchezza”? Ha senso parlarne come di qualcosa in sé? I nominalisti negano tale esistenza, i realisti immanenti la ammettono ma non “in sè” (essenza) bensì legata indissolubilmente ai “particolari”. I platonisti invece sostengono che gli universali esistono e sono autonomi. La posizione nominalista mi sembra assurda mentre quella “immanentista” un po’ troppo ossequiosa dello spirito dei tempi. Mi ritengo un realista che su alcune realtà (per esempio quella dell’ anima) non esita a rabilitare forme di platonismo. Innanzitutto perché un certo platonismo (temperato) facilita la grammatica delle dimostrazioni. Faccio un esempio: 1) il giallo è un colore, 2) l’ affermazione precedente è vera, quindi 3) il giallo esiste. Semplice no? Ma è facile dimostrare anche la falsità del nominalismo (l’ idea per cui “giallo” è solo una comoda parola di cui ci serviamo per indicare certi fenomeni): 1) il giallo è un colore e i limoni lo posseggono 2) non esistono parole che sono colori e che sono possedute dai limoni, quindi 3) giallo non è solo una parola. Facile no? Perché allora cercarsi rogne? Direi che oggi il nominalista rinuncia a queste comodità servite sul vassoio d’ argento solo perché ha dei secondi fini, per esempio è un empirista radicale e certe forme di platonismo gli romperebbero le uova nel paniere.

Il bello è soggettivo? Francamente penso di no, anche se il punto non è poi così evidente. Qui come non mai è dall’ interazione proficua dei pareri soggettivi che emerge un’ idea di bello oggettivo (dovrei dire “che grazie alla discussione si procede verso la scoperta del bello oggettivo”), e tutto cio’ crea un’ illusione di soggettività.

E’ possibile distinguere tra giudizi analitici e giudizi sintetici? Chiunque è in grado di fornire esempi di giudizi analitici (“il quadrato ha 4 lati”, “il gatto miao è un gatto”, eccetera) così come chiunque è in grado di fornire esempi di giudizi sintetici (il quadrato è blu”, “il gatto miao è feroce” eccetera). E’ forse un caso se possiamo farlo in tanti senza il minimo disaccordo? No, è semplicemente la prova che la distinzione tra giudizi analitici e giudizi sintetici è evidente a tutti e chi la nega deve provare la negazione con altrettanta evidenza. L’ empirismo radicale si trova nella condizione di negarla – e lo ha anche fatto in modo geniale (Quine) – ma questo è un punto debole di quella filosofia, non un punto di forza.

La giustificazione epistemica è di tipo “internalista”? Sì perché la conoscenza si fonda sul senso comune che è una facoltà dell’ uomo, ovvero una facoltà “interiore” attraverso la quale abbiamo un accesso diretto alla realtà esterna grazie all’ intuizione e al tribunale dell’ introspezione. Se parlassi solo della realtà esteriore (esternalismo), come fa il naturalismo, senza specificare nulla sull’ affidabilità di intuizione e/o introspezione, la teoria epistemica sarebbe incompleta e sempre in balia di uno scetticismo “à la” Hume. Questa posizione fondata sul proncipio di conservazione delle apparenze (“se mi sembra “F”, allora è “F”)  supera poi il cosiddetto Gettier problem, la bestia nera degli “internalisti”, poiché non “prova” ma si limita a trasferire l’ “onere della prova” su chi contesta le apparenze. Un argomento “giuridico” che viene buono anche per questioni filosofiche.

Atteggiamento verso il mondo esterno? Scarterei sia l’ ipotesi idealista che quella scettica attestandomi su posizioni realiste. Quel che ho detto finora già basterebbe per far capire come questa scelta sia dovuta.

Libero arbitrio? Scarto sia il negazionismo che il compatibilismo per dirmi favorevole al libero arbitrio. Almeno un pochino noi siamo liberi di scegliere, me lo sento! E’ una delle questioni spesso affrontate nel blog e quindi mi astengo dal menare ulteriormente il torrone.

Dio? Se non si è capito mi dichiaro teista, da un punto di vista filosofico. Ma anche qui vale quanto detto sopra. Ad ogni modo rinvio al post “La mia fede”.

E quanto al relativismo? Non posso certo dichiararmi tale anche se certe varianti “contestualiste” hanno il loro fascino. Credo comunque che esistono delle verità fisse verso cui noi siamo in cammino, magari non le raggiungeremo mai su questa terra ma possiamo avvicinarle e vale la pena crederci e procedere.

Razionalismo o pragmatismo empirista? Penso che la conoscenza parta dalle nostre intuizioni per poi svilupparsi razionalmente, la verifica delle tesi è possibile solo in alcuni ambiti del sapere, dove del resto è doverosa. Chiamerei tutto cio’ “razionalismo intuizionista”. Ad ogni modo rinvio al post “la mia ragione”.

Esiste una legge di natura? Penso di sì e penso che la scienza sia in cammino per scoprirne alcune. In questo senso rigetto lo scetticismo humeniano e la necessità di ricorrere a “finzioni utili”: c’ è qualcosa di più di semplici correlazioni, ci sono vere e proprie cause. Così come rifiuto la soluzione kantiana per aggirare questo scetticismo, ovvero un idealismo che ancori al soggetto e solo al soggetto la verità delle nostre credenze. Inoltre ho dei dubbi anche sulla “legge di Hume”, quella per cui è indebito saltare dai valori alla natura. Sul punto invito sempre a meditare questo passaggio: “… we think that aesthetically better theories should be preferred. There is some irrationality in our position unless we also think that aesthetically better theories are likelier to be true, which implies that there is an explanatory factor here. Therefore, we ought also to believe that aesthetically good theories, when true, are true at least partly because of their aesthetic value”.

L’ origine delle credenze: internalismo o esternalismo? Un individualista non puo’ che essere “internalista”: le credenze originano dall’ individuo prima ancora che dall’ ambiente. Del resto un dualista sostiene agevolmente questa posizione, che imbarazza invece il fisicalista monista. E’ infatti facile immaginare che due gemelli fisicamente uguali abbiano credenze diverse se posti in ambienti anche solo leggermente diversi. L’ olismo dei contenuti mentali (come del resto l’ olismo dei significati) sembra il destino dei fisicalisti.

L’ unica logica valida è quella classica? Non direi, l’ esempio delle scienze parla chiaro: l’ interpretazione standard della fisica delle particelle, per esempio, non sarebbe possibile se avessimo a disposizione solo la logica standard. Così come senza la logica delle relazioni sarebbe difficile dar conto del divenire e senza la logica modale (che interpreta l’ “esistenza reale” come un predicato) dar conto dell’ esistenza di Dio e di mille altri fenomeni che tutti noi crediamo reali. Tuttavia è pur vero che buona parte della logica classica contenga verità a priori. Diciamo allora che esiste un “cuore” logico invariabile e che non ricomprende tutta la logica classica.

Teoria del significato. La teoria descrittiva di Frege (teoria internalista) resta un caposaldo poiché distinguendo tra senso e riferimento consente poi di distinguere tra giudizi analitici e giudizi sintetici. Gli “esternalisti” seguendo Putnam e Kripke hanno elaborato teorie del significato differenti (“teoria del battesimo”) ma gli inconvenienti che segnalano possono essere aggirati con qualche ritocco.

E sul naturalismo? Da teista posso solo dire che…

E sul problema mente/corpo? Mi ritengo un dualista: il “mentale” è chiaramente qualcosa di diverso dal “materiale” e i tentativi di ricondurre il mentale al fisico mi sembrano fallimentari. Il mentale (anima) è essenziale per risolvere il problema dell’ identità: il brain split confuta sia l’ approccio fisicalista che quello psicologista, quindi ci deve essere qualcosa d’ altro che mi consente di dire “chi sono io”. Non mi basta nemmeno il cosiddetto “dualismo delle proprietà”, la mente non è una proprietà del cervello, tanto è vero che puo’ trasferirsi da un corpo all’ altro (vedi teletrasporto); al contrario, non ha senso pensare che che le proprietà del corpo A possano trasferirsi nel corpo B (A e B possono avere la stessa altezza ma non si riesce a concepire come l’ altezza di A possa trasferirsi in B). Non so se esistano menti senza corpo, so però che la mente è concepibile anche senza corpo (dualismo sostanzialista), ovvero so che potrebbero anche esistere menti senza corpo: se mi sveglio privo dei cinque sensi non so se ho ancora un corpo. In altri termini, è possibile che non l’ abbia e devo lasciare aperta questa ipotesi in mancanza di confutazione. Da ultimo, penso che ci sia un’ influenza reciproca tra mente e corpo (dualismo cartesiano), in caso contrario l’ idea di libero arbitrio sarebbe improbabile. In questo modo non resta che la posizione del “dualista-sostanzialista-cartesiano”. Ammetto che non è molto di moda. Poco male, è anche la più naturale per trattare le questioni legate alla Resurrezione. Per una difesa aggiornata del dualismo sostanzialista vedi Richard Swinburne.

Giudizi morali. Penso che esista anche una componente razionale per esprimerli. Ma sul punto rinvio al post “La mia etica” in cui parlo del cosiddetto “intuizionismo etico”. Il desiderio non è l’ unica fonte della moralità. Noi possiamo “predicare bene e razzolare male”, ovvero distinguere il bene dal male con la mente ma poi avere impulsi di segno contrario.

Problema di Newcomb? Faccio un’ eccezione e prima della risposta fornisco un breve riassunto del dilemma: un tipo dalle previsioni infallibile ci convoca dicendoci “potrei aver nascosto 5000 euro sotto una di queste due scatole, per appropriartene puoi scegliere di scoperchiarne una o entrambe ma ti avviso che nel sistemare  “il bottino” ho tenuto conto della scelta che farai e ho voluto castigarti lasciandoti a secco se opterai per la seconda”. Che fai? Personalmente scoperchio entrambe le scatole perché non penso che il futuro possa determinare il passato: è proprio questo che implicherebbe l’ alternativa! La teoria delle scelte razionali è cogente – e imporrebbe di scoperchiare una sola scatola – ma l’ unidirezionalità del tempo lo è ancora di più, a mio avviso.

Etica: deontologia, virtù o utilitarismo? L’ utilitarismo lo scarterei perché propone troppi controesempi confutanti. Per un’ etica laica l’ approccio deontologico è il migliore ma per un credente i principi supererogatori diventano obbligatori, di conseguenza la virtù e la possibilità di migliorarsi sempre diventa essenziale. Se è vero che la laicità è possibile anche senza ripiegare sulla deontologia, allora non c’ è ragione di rinunciare ai molti pregi del “virtuosismo”, ovvero dell’ etica in forma di comando divino. Anche qui rinvio al post “la mia etica”.

Come prendiamo contatto con il mondo esterno? Affidarsi ai sensi apre le porte allo scetticismo di Hume, poiché sappiamo che i sensi tradiscono producendo illusioni e allucinazioni. Del resto affidarsi alle semplici “rappresentazione mentale” è qualcosa che apre le porte al soggettivismo e all’ idealismo. Tra questa Scilla e Cariddi la teoria migliore è il cosiddetto “realismo diretto” nella sua variante “intenzionalista” che vede la percezione come una presa di coscienza diretta degli oggetti attraverso le rappresentazioni mentali.

Chi sono? Il problema dell’ identità. Le sperimentazioni con la macchina del teletrasporto confutano in modo credibile sia la soluzione fisicalista che quella psicologista. Non resta che pensare all’ identità personale come a una forma di trascendenza. L’ esperimento mentale del “brain split” è molto utile in questo senso.

Politica? Rinvio al post “La mia politica”.

Sul problema del teletrasporto? Riassumo: una macchina teletrasportatrice funziona così: noi entriamo nella cabina A, veniamo disintegrati e ricomposti con materia simile (ma non la stessa) nella cabina B situata a migliaia di km di distanza (o nella stanza accanto). Possiamo dire che siamo morti o morti e rinati? La mia risposta è “no”. Ci siamo semplicemente spostati. Il fenomeno ha un solo significato: le teorie psicologiche dell’ identità sopravanzano quelle fisicaliste. E se la prima cabina non distrugge il “teletrasportato”? Evidentemente neanche la psicologia è un mezzo sufficiente per stabilire l’ identità. Conclusione: ci vuole qualcos’altro per “spiegare” le nostre scelte. Magari un concetto trascendente come quello di “anima”.

Teoria del tempo? Non vedo la necessità di abbracciare una B-theory contraria al senso comune (né tantomeno la C-theory). Certo, la relatività speciale pone problemi non da poco che comunque possono essere superati. Inutile dire di più su un punto tanto complesso, rinvio in merito alla trattazione del filosofo Howard Stein, per me convincente.

Problema del trolley? Rinvio al post “La mia etica”.

Teoria della verità? Da realista propendo per la “verità come corrispondenza” rinunciando a relativismo e coerentismo: esiste un mondo esterno e sono vere le credenze che stabiliscono una corretta corrispondenza con questo mondo. “La neve è bianca” è una credenza vera se la neve è bianca.

Il concetto di zombi è concepibile? Ricordo il dilemma: possono essere concepite creature in tutto uguali a noi ma prive di coscienza? La mia risposta: penso di sì perché penso che la coscienza sia in effetti qualcosa di cui la scienza contemporanea non riesce a dar conto in modo soddisfacente, priva com’ è del linguaggio adatto per farlo (su questo punto vedi il recente libro di Thomas Nagel). Non è un caso se per molti scienziati l’ uomo è ormai un “robottone” che procede per scosse elettriche, e tra i vari robottoni che popolano la natura nemmeno il più interessante. Per costoro gli zombi non sono di certo concepibili visto che coincidono in tutto e per tutto con noi, ma io non riesco a seguirli su quella via. Una via che contempla la “scienza naturale” come unico sapere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia etica

Da una combinazione di senso comune e razionalità si forma l’ etica a cui mi sento più vicino.

Come procedere per farla emergere?

1) Prendi un caso concreto in cui s’ imponga come evidente una soluzione etica, chiediti perché proprio quella soluzione sia la più sensata e cerca di trarne un principio etico generale.

2) Dopodiché testa il principio così ricavato applicandolo anche a fattispecie diverse.

3) In caso di inapplicabilità verifica cosa osta, isola le contraddizioni che ti bloccano e stabilisci le priorità ed eccezioni in grado di risolvere il caso.

E’ un’ etica intuitiva poiché i giudizi in 1) e 3) discendono da intuizioni legate al buon senso.

E’ un’ etica razionale perché le valutazioni richieste in 2) e 3) richiedono un “calcolo” delle conseguenze particolarmente rigoroso. In particolare si richiede di non discriminare tra danni astratti e danni concreti.

E’ un’ etica con una componente emozionale visto che disgusto e ripugnanza legittimano il respingimento del principio generale.

E’ un’ etica aperta perché puo’ essere integrata da precetti emotivi (vedi ultimo paragrafo.

E’ un’ etica realista poiché si crede nell’ esistenza reale, e non soggettiva, di principi etici.

E’ un’ etica senza soluzioni precotte e definitive poiché il singolo test puo’ condurci ad abbandonare nel caso specifico il principio generale. Esempio: posso individuare il principio per cui non bisogna interferire nelle scelte altrui qualora non rechino danno ad altri ma se certi comportamenti producono rischi di danno insostenibili a terzi posso intervenire stabilendo un’ eccezione.

Non è comunque un’ etica relativista poiché si crede nell’ esistenza di principi invarianti verso cui tendere. Si tratta di principi difficili da acquisire ma alla cui esistenza, ripeto, si crede. Si crede soprattutto che procedendo nei termini descritti ci si approssimi ad una verità etica.

E’ un’ etica non utilitarista poiché impegna il buon senso. In questo modo si eludono le assurdità utilitariste.

E’ un’ etica non-naturalista, in questo modo si elude il paradigma auto-rimuovente delle etiche naturaliste.

Questa etica – che è stata definita come “intuizionista” – è bersaglio di molte critiche, ma una spicca sulle altre, c’ è infatti chi la ritiene arbitraria: ognuno avrebbe le sue intuizioni.

Ma ne siamo poi così sicuri? Forse non è proprio così quando parliamo delle intuizioni fondamentali. Il fatto che molti siano particolarmente pronti a fare eccezioni e ad applicare un doppio standard non significa che le nostre intuizioni di fondo siano arbitrarie. D’ altronde quando l’ eccezione non è più “eccezione” allora diventa contraddizione e si esce così dall’ etica di cui parliamo.

Certo, l’ introspezione personale (esame di coscienza) giocherebbe un ruolo notevole, ma un’ introspezione autentica porta ad individuare e correggere molti errori derivanti da intuizioni superficiali. Il fatto che esistano errori e che esista la possibilità di correggerli è un buon argomento contro l’ ipotesi dell’ arbitrio diffuso.

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A questo punto devo ammettere di aver descritto finora una meta-etica piuttosto che un’ etica vera e propria, di aver delineato cioé un metodo più che una dottrina. Cerco di rimediare enunciando alcuni principi concreti. Ammetto  di sentirmi vicino alla classica etica borghese, potrei allora parlare del doveroso “rispetto per la proprietà altrui” o della “sincerità” ma forse esiste un principio più sofisticato che definirei meritocratico e sintetizzerei così: “ad ogni individuo spetta un compenso materiale in relazione alla ricchezza che produce nella comunità. Il marginalismo e il sistema dei prezzi sono i metodi più pratici per misurare sia il contributo che il compenso di ciascuno”. Una specie di meritocrazia in cui il ruolo fondamentale per attribuire i meriti spetti al mercato e alla competizione.

Un principio del genere è realista (contro il contrattualismo).

Un principio del genere è compatibile con una società di mercato, anzi, la richiede.

Un principio del genere non si presta a radicalizzazioni (tipiche dei diritti naturali comunemente intesi).

Un principio del genere è compatibile con un ruolo limitato dello stato limitato a produttore di beni pubblici in senso stretto e regolamentatore dei monopoli naturali. Quando parlo di “ruolo limitato dello stato” il lettore impolitico dovrebbe leggere “ruolo limitato della forza”.

Un principio del genere consente di intervenire con la tassazione per riequilibrare eventuali esternalità.

Un principio del genere implica una metafisica  più soddisfacente (per me) rispetto a quella implicata da teorie rivali, ho in mente l’ esperimento mentale di Rawls, autore dal quale non si puo’ prescindere affrontando il tema della giustizia distributiva (qui un appunto critico al suo approccio).

 

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Finora ho parlato di etica in senso strettamente laico ma a un credente tutto cio’ non basta. Esiste tutto un supplemento di verità morali a cui deve attenersi ed esse derivano dalla sua fede in Gesù e nella Chiesa Cattolica. Si tratta di adempimenti che scaturiscono essenzialmente da un’ obbedienza: Gesù è venuto per dirigerci con l’ esempio laddove la nostra ragione vacilla. Come comportarsi nel campo della sessualità? Come regolarci sul fine-vita? Come vivere nel matrimonio? Che regole seguire per l’ alimentazione? Eccetera. Solo l’ esempio di Gesù tradotto dalla Chiesa e vissuto nell’ obbedienza puo’ entrare in questi particolari.

Ebbene, sebbene nella dimensione laica sia giusto definire questi particolari come supererogatori, la dimensione di fede li trasforma in precetti obbligatori.

Per quanto abbia usato il termine “particolari” devo subito aggiungere che parliamo del 90% dei precetti morali a carico di un individuo, molti addirittura con la parola “etica” designano solo questa categoria di precetti, riservando per l’ altra il termine “giustizia”. Oltretutto non si pensi il non-credente sia esentato da questo “fardello”. Tuttaltro! In  genere gli studiosi, specie gli psicologi evoluzionisti, la considerano un’ etica strettamente collegata alle emozioni. Emozioni per il non credente, obbedienza per il credente.

Si tratta in genere di rispettare tabù che se infranti non farebbero comunque vittime. ogni uomo necessita di una dimensione sacrale, e la cosa investe in tutto e per tutto anche gli atei: il “politicamente corretto” è la loro Messa, e la celebrano tutti i giorni, mica solo la domenica. Di solito sono coinvolte la dimensione del rispetto e del disgusto, che uno studioso come Jonatahn Haidt ha studiato a lungo:

“John e Mary adorano il loro Fido, un cagnolino stupendo. Purtroppo Fido viene investito da un auto, i suoi padroni hanno sentito che la carne di cane è deliziosa, così, non visti da nessuno, quella sera stessa sezionano il cadavere di Fido, lo cuociono e lo mangiano. Domanda: pensate che John e Mary abbiano agito rettamente in questa occasione?”

“Un uomo va al supermercato una volta alla settimana e compra un pollo. Tornato a casa, prima di cuocerlo, ha rapporti sessuali con la carcassa del pollo. Poi lo cuoce e lo mangia. Un comportamento del genere è condannabile”

Una cosa è certa: si tratta di comportamenti che non procurano danno a nessuno dei soggetti coinvolti. Eppure noi – credenti e no – sentiamo l’ esigenza di condannarli. In nome di cosa? Se la ragione non è utilizzabile non resta che l’ obbedienza (credente) o l’ emozione  (ateo).

C’ è nell’ uomo, nella sua natura, un disgusto per l’ impuro, un’ attrazione per la purezza e la perfezione. Negarlo sarebbe inutile, e la scienza conferma. Forse perché quel che finora ho chiamato “carico” o “fardello” in realtà non è altro che la possibilità di migliorarsi sempre e di avere una meta. Qualcosa che anziché “gravarci” sulle spalle ci rende felici e ci realizza.

In conclusione, l’ etica come “comando divino” offre poi molti vantaggi e, qualora non pregiudichi la laicità, non c’ è ragione per non sceglierla.

 

 

 

 

La mia politica

Oggi pensare alla politica significa innanzitutto pensare all’ istituzione statuale: cos’ è lo stato? Come nasce? E’ giustificato nel suo agire? Quali sono le sue funzioni?

Il mio approccio a queste materie è realistico, e per sapere cosa sia uno “stato” mi rivolgo alla storia prima ancora che alle teorie formali. Il resoconto che ne traggo è il seguente.

L’ uomo, nel suo rapporto con la ricchezza, ha sempre avuto tre alternative di fronte a sé: produrre, saccheggiare (banditismo transuente) o estorcere (banditismo stazionario). In genere la sua è una scelta di convenienza: come il produttore ha dei concorrenti, così anche saccheggiatore ed estorsore debbono fronteggiare bande e cosche rivali.

Ebbene, lo stato nasce quando si presentano condizioni favorevoli al “banditismo stazionario”. Lo stato non è altro che la “cosca vincente”.

La storia ci dice che ad un certo punto le contingenze rendono particolarmente conveniente il banditismo stazionario e cio’ consente alle cosche di emergere in modo prepotente dominando sia sui produttori che sui saccheggiatori. La guerra tra cosche porterà poi alla consacrazione di una cosca vincente che possiamo chiamare “stato”. Dopodiché, lo stato evolve raffinandosi, in particolare diventa abile nel prendersi cura della sua “gallina dalle uova d’ oro” e nel farla prosperare. Questa cura non disinteressata rende lo stato uno strumento efficiente nonostante la sua chiara origine banditesca.

Ma è ancora oggi lo strumento più efficiente tra quelli a disposizione?

Da un lato il progresso tecnologico sembra rafforzare la posizione del “bandito stazionario” (il controllo sulla “vittima” è sempre più capillare, sempre più inavvertito da chi lo subisce e sempre meno costoso per chi lo realizza), dall’ altro si appalesano le sue inefficienze e si formulano sulla carta ipotesi alternative.

La società più ricca è formata esclusivamente da produttori, e, grazie soprattutto ai contributi moderni delle scienze economiche, è teoricamente possibile pensare in modo realistico ad una società liberale ben funzionante in assenza di stato. In questi casi si parla comunemente di visioni anarco-capitaliste.

Tuttavia sempre la storia s’ incarica di smentire, o quanto meno di ridurre la portata di simili credenze: ogni volta che nella Storia osserviamo una società senza Stato, e gli esempi non mancano, gli esiti finali sono ben lontani da quelli auspicati dall’ ideologo liberale. In casi del genere, infatti, l’ uomo si organizza piuttosto in clan, tribù, famiglie dando vita a contesti comunitari in cui la fiducia reciproca – bene essenziale – emerge da relazioni personali talmente soffocanti che impediscono la nascita di un sano individualismo, tratto tipico della modernità liberale.

C’ è chi apprezza e rimpiange i vecchi tribalismi puntando il dito contro l’ individualismo. Ma secondo me diamo talmente per scontate le virtù dell’ individualismo che a volte ce le dimentichiamo. Per esempio, noi diamo per scontato che le responsabilità penali siano individuali ma così non è affatto nella società clanica, dove l’ individualismo è espunto e la responsabilità di un delitto commesso da Caio ricade piuttosto sulla famiglia di appartenenza. Se poi si va più a fondo si scoprirà che una soluzione del genere, che a noi appare tanto balzana, è del tutto efficiente in assenza di un forte stato centrale in grado di far applicare quella legge che le nostre coscienze reputano più conforme alla giustizia.

Queste ripetute “prove storiografiche” mi hanno convinto a mettere da parte l’ ipotesi anarco-capitalista: uno Stato centrale solido è condizione necessaria per tutelare i diritti individuali. D’ altro canto la sua funzione dovrebbe limitarsi a garantire proprietà e contrattualistica, con in aggiunta un’ efficace regolamentazione sui cosiddetti beni pubblici, ovvero quei beni che non possono essere prodotti in concorrenza (utilities). Andare oltre impoverirebbe la società.

Purtroppo la storia e le statistiche ci dicono anche altro: lo Stato difficilmente riesce a limitare la propria azione nei confini che gli sono propri, la spinta a debordare sembra insita nella sua natura. Una volta istituito si estende andando ben oltre i suoi compiti; così come una volta impegnato nella regolamentazione dei beni pubblici, produce inevitabilmente una congerie di leggi inefficaci che servono gli interessi di minoranze piuttosto che il bene comune.

Come uscire da questa ipertrofia statuale? Si potrebbe tornare radicalmente al mercato: un mercato inefficiente fa meno danni di uno stato inefficiente. Oppure si potrebbe insistere con appelli etici nella speranza che siano i “buoni” a governarci. La prima via mi sembra rischiosa, la seconda, con la sua retorica grondante un misto tra ipocrisia ed ingenuità, mi sembra fastidiosa, oltre che disseminata di trappole.

Propongo a titolo di esempio quattro vie alternative alla democrazia che noi tutti conosciamo:

1) Se la via maestra – meno Stato più Mercato – non è perseguibile, si consideri almeno l’ alternativa: più Mercato nello Stato. Detto in altri termini: più competizione istituzionale. Dal “federalismo” alla “speculocrazia”, le soluzioni istituzionali non mancano. Sarebbe un modo indiretto per spronare la classe politica, la quale, lo so bene, farebbe di tutto per evitarla.. Tuttavia, introducendo concetti come “autogoverno”, “autonomie” e “speculazione” ci si potrebbe alleare con i vari egoismi particolari decentrati con possibilità realistiche di successo.

2) La seconda via è più ambiziosa, parte dall’ assunto che se lo Stato si estende cio’ non è l’ esito esclusivo di una macchinazione complottistica dei governanti ma è anche qualcosa di desiderato dai governati. Bisognerebbe allora prendere coscienza del fatto che questo desiderio ha una natura perversa, ovvero che per lo più è dovuto a una pulsione irrazionale nota agli studiosi di bias cognitivi come “loss aversion” (da non confondere con la salutare avversione al rischio), un istinto in base al quale non avere mai un bene è molto meglio che ottenerlo per poi perderlo: se mi dai qualcosa che rischio di perdere preferisco che tu non mi dia niente. Lo Stato, insomma, ci garantirebbe una sorta di “povertà tranquilla”, senza scossoni, senza gioie ma anche senza traumi. Sarà anche una piscina stagnante quella in cui ci fa nuotare ma per lo meno non corriamo il rischio di essere travolti da onde anomale. Lo Stato, detto in termini più coloriti, puo’ essere anche criminale ma per lo meno è un criminale manifesto, senza maschera, che non si nasconde e non tende agguati proprio perchè non ci molla mai e ci sta sempre alle calcagna: sappiamo che c’ è e sappiamo cosa ci tocca; meglio quindi della criminalità di strada, meno perniciosa a conti fatti ma sempre pronta a spuntare dal nulla inattesa e foriera di danni minimi ma di spaventi altamente traumatici. Ebbene, questo atteggiamento è palesemente irrazionale ed inefficiente. Puo’ darsi che rifletterci sopra ci aiuti a scoprirlo, puo’ darsi che sia possibile una rieducazione al rischio che incida sul nostro atteggiamento in modo da superare le distorsioni cognitive che ci affliggono e che ora come ora ci fanno simpatizzare per politiche miopi.

3) La democrazia tradisce ogni giorno gli ideali liberali. Perché? La diagnosi sembra facile: da un lato l’ elettore è incentivato a mantenersi ignorante, dall’ altro vuole fermamente restare tale. Del resto, nelle più svariate materie, le opinioni della massa divergono sistematicamente rispetto a quelle degli esperti. Ora, a fronte di questa realtà innegabile, non si fa altro che parlare di “diritto al voto” e di “dovere di voto”; perché non parlare piuttosto di “dovere di non votare”? Chi è ignorante dovrebbe sentire questa esigenza di astensione. L’ ignorante combina guai muovendosi come un elefante in cristalleria. Quando poi una sensibilità civile di tal fatta si estenderà, sarà più facile passare alle vie di fatto e restringere il suffragio: il voto spetterebbe solo a soggetti informati selezionati grazie a test. In questo campo non c’ è niente di più facile che verificare l’ ignoranza oggettiva.

4) La democrazia è deturpata dal conflitto d’ interesse, lo sappiamo. Quando questo si presenta nell’ elettorato passivo, il problema non sussiste: chi vota destinerà altrove la sua preferenza, qualora lo ritenga necessario. Ma quando si presenta nell’ elettorato attivo? Ecco allora un altro criterio razionale per limitare il suffragio: sospendere il voto a chiunque riceva flussi diretti di denaro dall’ amministrazione pubblica, a cominciare dagli impiegati statali e regionali: costoro non hanno nessun interesse ad eleggere un buon amministratore poiché sono interessati solo ad avere un “generoso” capo-ufficio.

 

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Il fatto di privilegiare una posizione realista non mi impedisce di pensare allo “stato ideale”, in questo caso è inevitabile che l’ idea di politica si saldi con quella etica. Eppure, pur da credente, prediligo un approccio alla politica strettamente laico. Quando si tratta di organizzare la società, l’ aspetto “ludico” dovrebbe prevalere su quello “moralista”. In altri termini: la legge non dovrebbe somigliare a un decalogo morale ma ispirarsi al mondo dei giochi; la regola dovrebbe essere una “regola del gioco”. In questo senso l’ “astrazione” diventa un attributo decisivo e il principio “la legge è uguale per tutti” un principio guida. Dire che la legge non dovrebbe discriminare tra biondi e bruni, tra bianchi e neri, tra uomini e donne, tra ricchi e poveri non è affatto scontato. Anzi, vi relega su posizioni decisamente eccentriche nel dibattito. In genere i razzisti vorrebbero leggi favorevoli ai bianchi e i razzisti alla rovescia leggi favorevoli ai neri. Le femministe arrabbiate come quelle non arrabbiate (e anche molte non-femministe) inorridiscono in assenza di leggi ad hoc che favoriscano le donne, allo stesso modo i progressisti e i conservatori compassionevoli chiedono incessantemente di privilegiare i poveri. Se mettiamo assieme razzisti, razzisti alla rovescia, sessisti, progressisti e conservatori compassionevoli, abbiamo già accumulato un bel mucchietto di elettori, e potrei facilmente fornire altri esempi per completare l’ opera (e il corpo elettorale). Il gruppetto residuo che continuerebbe imperterrito ad alzare lo striscione “la legge è uguale per tutti” sarebbe davvero sparuto. Giusto i “quattro gatti” liberali di antica memoria, che una volta scremati i “sedicenti” liberali sono davvero una goccia nel mare. Diciamo che con questo andazzo mi aspetto da un momento all’ altro che anche i biondi avanzino le loro rivendicazioni.

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L’ ultima considerazione la riservo alla retorica del dibattito politico. Non parlo di quello in cui si cimentano i “politici” di professione ma quello in cui si impegnano i semplici appassionati al bar o nei social network. Ci sono due o tre cose che ho imparato e che vorrei puntualizzare qui, anche se forse non è la sede ideale. Parlare di politica è molto difficile, dopo pochi scambi partono diatribe infuocate quanto sterili. Escludo dall’ analisi chi ha interessi diretti in gioco nella materia in cui discute, in questi casi immedicabili le orecchie si tappano con il cemento; tuttavia, lo avrete constatato ripetutamente, anche la pura e semplice passione ideologica, per tacere della vanità narcisistica, puo’ trasformare una piacevole discussione in un rabbioso dialogo tra sordi. Un modo per evitare esiti tanto deprimenti consisterebbe nel mettersi nei panni del prossimo e scoprire quanto costui sia molto meno ottuso di quel che crediamo: semplicemente vede le cose da un’ ottica differente rispetto a noi! L’ operazione è piuttosto semplice poiché, a guardar bene, in queste materie la moltitudine dei protagonisti puo’ essere agevolmente incasellata in tre sole tipologie:

LIBERALE: privilegia l’ asse libertà/coercizione;

PROGRESSISTA: privilegia l’ asse forza/debolezza;

CONSERVATORE: privilegia l’ asse civiltà/barbarie.

Ora, i tre hanno obbiettivi differenti: il LIBERALE vorrebbe tutelare le libertà di scelta, il PROGRESSISTA vorrebbe tutelare il debole e il CONSERVATORE vorrebbe tutelare la civiltà. Semplice, no? Eppure di solito si discute dando per scontato che la meta a cui tendere è comune (di solito la nostro) e che l’ altro prende semplicemente una strada sbagliata poiché privo di senso dell’ orientamento.

Partendo dalla premessa che nessuna di queste tre prospettive è “indegna”, proviamo allora ad adottare per un attimo l’ “asse” del nostro interlocutore, ci accorgeremmo ben presto che le sue soluzioni sono tutt’ altro che peregrine. In altri termini, quel che ci differenzia da lui è quasi sempre la prospettiva da cui partire, non l’ intelligenza o l’ ottusità nel giudicare il reale. Ammettiamolo, un riconoscimento del genere non è tutto ma è già molto.

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Appendice: la repubblica ideale. Ovvero, delle riforme istituzionali.

Come dovrà essere l’ assetto del governo?

Premier eletto direttamente dal popolo, non sfiduciabile e con la possibilità di nominare e revocare i ministri.

E quello del potere legislativo?

Una camera eletta direttamente dal popolo in collegi uninominali (magari all’ australiana). Elezioni sfasate rispetto al premier.

E quello del giudiziario?

Elezione tra idonei (ogni foro elegge i suoi giudici e pm).

E la seconda camera?

Ci sarà: un senato delle regioni nominato in buona parte dalle regioni stesse. Legifererà sulle “materie concorrenti” così come designate in Costituzione.

Come si legifererà?

La camera proporrà la legge (anche su impulso del governo) e il premier avrà diritto di veto, a men che sia approvata un’ abrogazione. Il diritto di veto sarà superabile con maggioranze qualificate.

E il presidente della repubblica?

Non ci sarà più.

Corte costituzionale?

Eletta dagli organi precedenti in concorrenza tra loro e con pesi da determinare (prevalenza del senato).

E i numeri?

Sobri: una trentina di senatori e una cinquantina di deputati.

La mia estetica

La mia ragione

Forse non esiste un’ unica concezione di cosa debba intendersi per “ragione”, forse non esiste un senso univoco per il termine “ragionevole”. L’ inattesa vaghezza del concetto di Ragione a volte è causa di fraintendimenti prolungati. Per chiarire meglio l’ ambiguità di fondo prendo in esame una situazione ricorrente e per molti versi illuminante.

Ora, immaginate due persone perfettamente razionali poste di fronte al medesimo dilemma con il dovere di scegliere tra due comportamenti alternativi. C’ è chi si sorprende nel venire a sapere che questi due individui potrebbero prendere decisioni differenti: la razionalità è unica, come possono due decisioni differenti essere entrambe razionali?

In un certo senso anche un bambino comprende che una possibilità del genere esista ma chissà se tutti ne afferrano la portata. D’ altronde basterebbe considerare che un metodo è razionale quando è chiaro e distinto. Ora, come è mai possibile che lo stesso metodo (“chiaro e distinto”) applicato al medesimo problema (formulato in modo altrettanto chiaro e distinto) porti a conclusioni differenti?

decisor

L’ esigenza di precisare cosa debba intendersi per “decisione razionale” è diventata impellente dopo questa discussione. Ne approfitto allora per dare la mia versione dei fatti (e dei concetti).

Innanzitutto il decisore ha sempre delle preferenze, si tratta dei suoi gusti soggettivi.

In gelateria io scelgo il pistacchio e tu il cioccolato, questo mica significa che io sono razionale e tu no! Piuttosto, come amano esprimersi gli economisti, tutti e due “massimizziamo la nostra funzione di utilità”,  cio’ non toglie che la nostra funzione di utilità sia differente, e quindi anche i nostri comportamenti. Semmai, una persone è irrazionale quando agisce senza “massimizzare” la propria utilità.

E questa è la parte che capisce anche un bambino. Fermandoci qui tutto sarebbe banale.

Vediamo allora di rendere più interessante la faccenda introducendo le decisioni prese in condizioni d’ incertezza (sono il 90% delle decisioni che ci riguardano). Qui c’ è un fattore ulteriore da considerare; la decisione in condizioni d’ incertezza si compone infatti di tre elementi: preferenze, intuizioni e calcolo. I primi due sono elementi soggettivi, il terzo è oggettivo. Chi ha voglia di annoiare potrebbe ripetere la tiritera: la preferenza dipende dalla nostra natura, l’ intuizione dal nostro vissuto, il calcolo dalla nostra ragione. Ma lascio subito da parte le definizioni astratte e torno al mio esempio della gelateria. Riassumiamo:

1. Il gusto che sceglierò una volta posto di fronte al bancone della gelateria dipenderà ovviamente dalle mie preferenze (elemento soggettivo).

2. Ma – per amore di discussione e per introdurre l’ elemento aleatorio – poniamo che ci siano gusti che non conosco affatto e che mi vengono descritti a parole utilizzando un lessico vago ed evocativo (è molto difficile descrivere un gusto senza far riferimento ad altri gusti). Sulla base di queste astratte spiegazioni tenterò di intuire se il gelato oggetto della descrizione potrebbe essere di mio gradimento e quanto. Non ho altra via che l’ intuizione per assolvere a questo compito. Importante: poiché le intuizioni sono soggettive, le decisioni di due persone razionali con i medesimi gusti potrebbero anche essere diverse perché diverso potrebbe essere il loro modo di ridurre quelle parole vaghe in termini di sapore al palato!

3. Infine c’ è la parte oggettiva: il calcolo. Poniamo che esistano in merito degli studi ben fatti dai quali emerge, applicando un calcolo statistico rigoroso ad un database accurato, che individui con il mio profilo psicologico posti di fronte alla medesima scelta tendono ad affermare, a posteriori, che il loro gusto prediletto proposto dalla gelateria è il gusto X, dopo viene quello Y eccetera.

Ricapitolando: chi decide razionalmente tiene conto di preferenze personali a cui applica le proprie intuizioni per poi rettificare il tutto sulla base dei calcoli effettuati grazie ai dati oggettivi via via disponibili.

Da una realtà così descritta veniamo spinti a tre considerazioni fondamentali 1) poiché i dati oggettivi disponibili (studi) possono cumularsi nel tempo – vengono prodotti sempre nuovi studi – cosicché io sono chiamato a continue rettifiche nelle conclusioni; 2) poiché le preferenze divergono, l’ esito della decisione muterà a seconda delle preferenze del decisore; 3) quand’ anche le preferenze siano simili, varieranno le intuizioni, ovvero il punto di partenza di ogni decisione razionale in regime d’ incertezza, cio’ implica che anche con preferenze simili due decisori razionali in possesso dei medesimi dati oggettivi ma di esperienze differenti, potrebbero deliberare diversamente; 4) anche le esperienze si cumulano contribuendo a variare di continuo le conclusioni.

Ritengo che il punto 3) sia quello cruciale, e anche quello che si fatica di più a comprendere. Nel gergo “bayesiano” viene sintetizzato con l’ espressione “i decisori possiedono “a-priori” differenti”.

E’ per questo che quando si discute dello studio X o dello studio Y è sempre sottointeso che stiamo discutendo “al margine”. Ovvero, anche qualora lo studio sia valido e fondato su dati oggettivi inappuntabili, l’ interlocutore razionale è chiamato a “rettificare”, magari anche di poco, la propria opinione, mica a “cambiarla di segno” radicalmente. Tutto cio’ ha delle conseguenze perché dove l’ interlocutore si situerà nello spettro delle opinioni possibili su quel tema alla fine della discussione dipenderà unicamente da dove si trovava all’ inizio.

La bottom line potrebbe essere: tutte le discussioni serie si fanno sempre e solo al margine.

Proseguendo al discussione potremmo scoprire che – con alcune assunzioni intorno alla buona fede e alla stima reciproca – due interlocutori razionali, pur potendo attestarsi su posizioni differenti, sono “condannati” a raggiungere un accordo completo su qualsiasi questione (e non parlo di un accordo che abbia per oggetto il loro disaccordo).

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Pensierino finale: la razionalità che ho descritto qui sopra in modo semplicistico è la razionalità bayesiana (ovvero la razionalità scientifica applicata alle scelte incerte). Per una descrizione più rigorosa ma pur sempre intuitiva si puo’ seguire questo link. Chi invece è interessato alla radice soggettivista nel calcolo delle probabilità puo’ seguire quest’ altro link

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La mia fede

Oggi e sempre di più il cristiano si scontra in società con un muro d’ indifferenza quando non di derisione, al più è tollerato se le iniziative a cui dà vita hanno un qualche rilievo sociale, in questo caso si accompagna la pacca sulla spalla con queste parole: “sei un tipo un po’ inquietante ma finché ti comporti bene puoi convivere con noi”. Tutto cio’ lo richiama a una difesa più articolata delle fede e se questo è vero per noi, figuriamoci per i nostri figli domani.

Come portare allora qualche argomento a difesa della fede che suoni sensato anche alla controparte? Come deve spiegare cio’ che è e cio’ che fa a chi sembra vivere su un altro pianeta? Come puo’ parlare della sua fede in modo seducente senza edulcorarla? Come deve impostare la sua apologetica?

fede

 

Di seguito faccio le pulci a quattro figure di credente. Nonostante le mie succinte critiche si tratta di figure per molti versi ammirevoli, e lo voglio dire subito per evitare ogni equivoco. Solo che con le loro modalità non rispondono secondo me al bisogno cui vorrei far fronte: guadagnarsi il rispetto sincero dell’ ateo mantenendo ferma la dottrina.

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La ragione insita nell’ atto di fede è stata a lungo screditata da chi ha puntato su un fideismo talmente semplice da affascinare soprattutto i “semplicioni”. Senonché, oggi, la massa non è composta né da colti né da semplicioni, bensì da un ideal tipo che incute timore: l’ acculturato.

L’ acculturato segue “duci” come Augias, avete presente? Libri sfogliati, rapide infarinature a suon di frasi fatte (con l’ alternativa delle frasi ad effetto), il poster di Giordano Bruno al muro e tanto tifo sugli spalti del dibattito per la testa d’ uovo preferita. L’ acculturato, se da un lato non si beve tutto, dall’ altro non ha nemmeno tempo e voglia di  approfondire sospendendo prudentemente il giudizio.

Nulla va lasciato in sospeso. L’ acculturato dà un senso alle sue prolungate immersioni nel mare dei mass media, delle librerie e dei festival solo se riesce a guardare dall’ alto in basso e punzecchiare i pochi sempliciotti rimasti sulla piazza, e spesso li trova nelle Chiese che ama frequentare con l’ intensità della beghina: Augias, Fo, la Hack, Odifreddi sembrano più ossessionati di Santa Caterina, non parlano d’ altro che di “quello”.

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Altri credenti pietiscono l’ ascolto dell’ “uomo moderno” puntando sull’ etica. Potrei chiamarli eticisti.

In questi casi l’ equivoco è sempre in agguato: l’ etica non è la fede! La morale serve al fedele giusto per rendersi credibile di fronte all’ infedele al fine poi di “evangelizzarlo”.

Chi punta sull’ etica finisce troppo spesso per dimenticare la fede, esita nel compiere il secondo passo, l’ unico che conta. La lusinga che deriva dal sentirsi riconosciuti lo appaga e lo blocca. L’ evangelizzazione, unica meta, è accantonata. Peggio, è sentita quasi come un’ offesa arrecata al prossimo che ci ha concesso un’ ammirazione da non mettere a repentaglio. Molto meglio vestire i confortevoli panni dell’ amico di tutti.

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A mezza strada tra il fideista e l’ eticista si pone l’ esistenzialista, costui sintetizza pregi e difetti dei primi due. Il ciellino-tipo potrebbe rientrare in questa categoria.

Completamente coinvolto in quello che fa, è capace di gesti generosi; si butta a testa bassa nell’ esperienza di fede per viverla fino in fondo senza tralasciare nulla. Tutto cio’ è cosa buona e giusta ma spesso ci si dimentica dell’ altro (dell’ infedele) e della sua diversa sensibilità.

L’ “altro” resta spiazzato di fronte al fervore dell’ “esistenzialista”: com’ è possibile tanta indemoniata energia nel cogitabondo mondo d’ oggi? Comincia a sospettare una qualche forma di “integralismo”, o di “settarismo”, o di “lavaggio del cervello” e scappa tra l’ ammirato e l’ impaurito per tanta sicumera.

La posizione esistenzialista ha un difetto: pretende troppo. Ci si chiede di vivere come se Gesù fosse presente qui ed ora in questa stanza, non è affatto facile vivere così ogni giorno senza assumere qualche droga.

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Veniamo all’ ultimo “tipo” di fedele: il colto ortodosso. Ebbene, in tutta sincerità penso che la ragione sia maltrattata anche da chi si rifugia nell’ ortodossia del razionalismo tomistico. In questi casi la fede è ricavata da un freddo esercizio solipsistico condotto a tavolino, un gioco che lascia sempre più indifferente l’ indifferente.

Costui si chiede: se la fede è un teorema, come mai tanti pareri diversi che provengono da teste tutte stimabili?

Non ricevendo risposta a questa domanda che ritiene centrale, l’ “indifferente” va a fare shopping stabilendo il centro commerciale come sua nuova Chiesa.

Non si puo’ parlare con efficacia all’ infedele ricorrendo solo a concetti atemporali, neanche al più disponibile. Io non riesco a parlare neanche a me stesso con concetti del genere, molto meglio le analogie prese dal nostro mondo (e quindi temporali). Il tomista descrive perfettamente l’ inferno ma chi lo ascolta immagina l’ inferno come una realtà temporale e si scandalizza. E’ normale che sia così.

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Vengo subito alla parte propositiva del post e introduco l’ ultimo tipo di credente, il “probabilista”, è quello che mi convince di più, non lo nego.

Per lui nel discorso sulla fede deve valere né più né meno quel che vale nel discorso sulla vita: ognuno di noi ha delle intuizioni da cui parte e che aggiorna via via a seconda delle informazioni che riceve vivendo. La fede cambia e fedi diverse sono giustificate purché si sappia che si progredisce convergendo: la convergenza degli onesti.

Ecco allora che ci formiamo delle opinioni su Dio nella stessa maniera in cui ci formiamo delle opinioni sul concerto che abbiamo ascoltato o sul campionato di calcio che seguiamo con passione. Utilizziamo le medesime abilità cognitive e siamo minacciati dalle medesime dissonanze.

In altri termini, la fede è un’ espressione del nostro buon senso, basta scegliere le giuste analogie tratte dall’ esperienza quotidiana per comprenderla e farla comprendere.

Il probabilismo è un razionalismo moderato e dialogante poiché rende conto del fatto che io e te possiamo essere entrambi persone ragionevoli anche mantenendo posizioni (al momento) differenti. I nostri “a priori”, che dipendono dalle diverse esperienze da cui proveniamo, spiegano cio’ che ci separa.

Dopo questo riconoscimento comincia un confronto e se c’ è buona fede l’ esito finale segnerà dei cambiamenti.

Tutto cio’ è troppo ottimistico? Non direi, si è posta la condizione della “buona fede”, non mi sembra una condizione da niente, anzi è una condizione molto difficile da realizzare.

Il probabilismo è il metodo che impiegano i commissari della squadra omicidi per restringere la cerchia dei colpevoli. Un metodo molto umano e comprensibile a tutti, di sicuro agli appassionati di film gialli oltre che agli appassionati di teologia naturale. Penso che il probabilismo sia il modo migliore di incamminarsi verso Dio, quatti quatti, come tanti ispettori Clouseau.

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Il probabilismo ha un pregio: consente di esplicitare cosa ci farà cambiare opinione.

E’ un prerequisito importante per chi tiene all’ onestà intellettuale. Esponendo dei fatti per noi rilevanti indirettamente ammettiamo che nuove scoperte intorno a quei fatti potrebbero costringerci a rivedere almeno in parte la nostra posizione.

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In epoca digitale gran parte dei discorsi sulla fede si intrattengono sul web con “amici virtuali”. Ora, la rete è una realtà meravigliosa ma proprio per l’ abbondanza dell’ offerta fomenta atteggiamenti superficiali (come concentrarsi sui duri esercizi Sufi quando ci arrovella il dubbio che gli esercizio ignaziani, a un click da noi, forse si attagliano meglio alla nostra personalità?). Anche per questo è bene che il progresso spirituale resti ancorato alle vie tradizionali incentrate sulle comunità designate dalla tradizione: famiglia, parrocchia, movimento. Tuttavia anche la rete puo’ dare un contributo al nostro progresso spirituale, il miglior modo per sfruttarla consiste nel confrontarsi apertamente con il “diverso” (una risorsa che la vita di “comunità” non offre), ecco allora che proporre il proprio messaggio secondo i dettami dell’ approccio “probabilistico” si dimostra una buona scelta: è un approccio dialogante, è imperniato sulla ragione scientifica, è aperto al confronto e facilmente comprensibile a tutti.

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Il probabilismo resta comunque avversato da molti, a volte con delle ragioni: come è possibile credere in modo sincero sulla base di probabilità e buon senso? Sarà sempre una fede tiepida.

E’ avversato dai tomisti, per esempio, perché non fornisce una giustificazione completa alla fede.

E’ vero, il probabilismo lascia aperto un gap. Ma forse lo si puo’ colmare con un eccesso di fede consapevole, un’ escrescenza irrazionale che ci renda dei credenti in piena regola. Sarà nostra cura liberarci dall’ “eccesso” una volta entrati in dialogo con l’ infedele.

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Questo “eccesso di fede” è forse l’ irrazionalità che rientra dalla finestra dopo essere stata cacciata dalla porta?
 
La risposta è un “no” secco e un’ analogia chiarisce il perché: siete di fronte ad un bivio, ci sono 55 probabilità su cento che la strada di destra sia quella giusta. Il soggetto razionale opta per andare a destra. Una volta che si è deciso puo’ imboccare quella strada con un entusiasmo e un ottimismo che non sono giustificabili in termini razionali, ma questo che vuol dire? La scelta è stata operata razionalmente, vogliamo forse condannare l’ entusiasmo e l’ ottimismo che realizzano e rendono felice quella persona? Ovviamente no.
 

La “passione” non mi sembra un’ anomalia così preoccupante, tutti noi, credenti e no, coltiviamo nella vita almeno un ambito in cui nutriamo una speranza che forse non è del tutto giustificata in termini razionali. In quell’ ambito siamo pronti a gettare il cuore oltre l’ ostacolo.

Potrei esemplificare ricorrendo ai settori più disparati.

Chi si occupa di finanza lo sa e puo’ dirlo numeri alla mano: il rischio dovrebbe avere un prezzo nei corsi di borsa ma così non è, evidentemente ci sono persone che s’ “innamorano” di alcuni titoli per quanto rischiosi essi siano; credono in essi e sono addirittura disposti a pagare pur di addossarsi il rischio che comporta il loro possesso. La loro è una forma di fede in ambiti lontanissimi dalla fede religiosa.

Chi si occupa di cavalli lo sa e puo’ dirlo: ci si innamora di un cavallo, si crede di riconoscere in lui cio’ che gli altri – incompetenti!- non hanno saputo vedere e si fanno puntate irrazionali in omaggio a questa fede che realizza la nostra persona.

Chi si occupa d’ innovazione puo’ dirlo: l’ innovatore non procede calcolando ma credendo in cio’ che fa. Se calcolasse si sarebbe già trovato da tempo un impiego al catasto.

Ma soprattutto puo’ dirlo e approvarlo chi si occupa di felicità: per essere felici dobbiamo sentirci coinvolti in una causa, abbracciarla completamente e crederci. A maggior ragione se questa causa è di ampio respiro, se la reputiamo importante e significativa in assoluto. In questo senso la fede è preferibile ai titoli di borsa e ai cavalli, anche se non manca chi si fa bastare quelli.

Anche la società umana nel suo complesso si giova della presenza di queste persone, sono un po’ come delle avanguardie, dei ricercatori che battono con cura la via per chi verrà, magari anche attraverso un “appassionato” fallimento, perché no?

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Bene, impostato il problema in questi termini, come costruire un’ apologia sensata anche per l’ ateo ma che non faccia sconti sul rigore?

Io procederei in questo modo.

1. Dapprima affronterei una preoccupazione non da poco che blocca molti; constatare che tra gli scienziati e tra le persone colte in generale aumenti il numero degli atei puo’ essere imbarazzante per il credente poiché la cosa corrobora l’ ipotesi per cui “chi pensa non crede”. Eppure ci sono almeno 6 elementi che consentono di eludere questa sconfortante conclusione.

a) molti scienziati, più di quanti non si pensi, non crederanno nel Dio cattolico ma hanno comunque una loro vita spirituale (vedi il lavoro di Elaine Ecklund);

b) poiché lo scientismo (solo la scienza “conosce”) è un buon candidato per sostituire la religione, esisterebbe un conflitto di interessi nel momento in cui uno scienziato è interpellato in materia: gran parte del suo capitale umano è investito proprio nella conoscenza scientifica! Sarebbe come chiedere a un professore se l’ “istruzione” serve, otterremo un autorevole parere ma “leggermente” viziato;

c) per quanto l’ “intensità” di fede sia difficile da misurare, sembra proprio che tra i fedeli aumenti all’ aumentare della cultura (anche scientifica). Inoltre sembra proprio che, una volta tenuto conto dell’ effetto della ricchezza (e quindi dei sussidi all’ educazione) il nesso tra religiosità e intelligenza sia positivo.

d) eliminando alcune domande ambigue su evoluzione e big bang ci accorgiamo che il legame cultura scientifica/fede cessa come d’ incanto di essere negativo.

e) difficile che facendo scienza si perda la fede, molto più facile che facendo scienza ci si converta. Ultimo caso quello del genetista Francis Collins che, dopo aver mappato il genoma umano, ebbe a dire: “ho scoperto il linguaggio di Dio” (vedi Francesco Agnoli: credenti perché scienziati).

f) l’ uomo d’ ingegno è più attrezzato per allontanarsi dal “senso comune” e la credenza in Dio poggia molto sul senso comune. Se aggiungiamo quanto sia “sexy” presentarsi nella società contemporanea esibendo una propria originalità, capiamo bene la lusinga a cui molti intellettuali anche raffinati sono sottoposti. In questi casi la sostanza passa in secondo piano.

g) meglio sempre ricordare che in questi casi l’ asimmetria che ci si presenta tra credenti e non credenti è molto meno accentuata di quel che appare, questo per il noto processo di falsificazione delle preferenze che si attua al fine di socializzare al meglio tra simili. I meccanismi di esclusione non sono diretti ma sono efficaci: non recensiamo il tuo libro perché sappiamo cosa t’ ispira nel tuo intimo.

Un altro imbarazzo coglie il credente quando si sente “psicologizzato”: la fede è la tua droga (Marx); credi perché sei un debole in cerca di sostegni (Nietzsche); credi perché hai bisogno di illuderti per tirare avanti (Freud).

C’ è anche, per esempio, chi sostiene che chi crede lo fa essenzialmente per trovare una casa e una comunità in cui rifugiarsi.

Visto che una componente psicologica è normale che ci sia, il credente spesso si sente “smascherato” da queste accuse. Ma sono accuse che potrebbero essere facilmente ribaltate su chi accusa: non credi per carenza di empatia!

I meccanismi psicologici che conducono alla fede sono stati indagati a fondo e – è vero – conducono anche a molte illusioni ma – ci si dimentica di dire – conducono per lo più a verità (per esempio l’ esistenza di emozioni e desideri nelle persone con cui abbiamo a che fare). I meccanismi psicologici grazie a cui molti si orientano su posizioni atee ricevono molta meno intenzione. Quando li si indaga si scopre che spesso l’ ateismo è molto spesso facilitato da un deficit cognitivo: esiste infatti una correlazione forte tra autismo e ateismo, per esempio.

Tutto cio’ non dimostra nulla sui casi singoli ma implica un consiglio pressante: non psicologizzare l’ avversario. Non farlo perché su quel versante ce n’ è per tutti, e per l’ ateo in particolare.

Sarebbe meglio allora trascurare la psicologia e prendere sul serio – almeno in prima istanza – le parola di chi non la pensa come noi: se uno ci dice che crede lo fa perché crede, se uno ci dice che non crede lo fa perché non crede.

2. Disinnescata così una possibile bomba, inquadrerei il problema della scelta religiosa nella più ampia cornice della scelta razionale (vedi Pascal). L’ argomento della scommessa pascaliana puo’ essere indebolito, lo sappiamo, ma non annullato, L’ argomento, inoltre, funziona con probabilità infinitesimali mentre i punti seguenti provano che le probabilità a disposizione sono di un certo peso, al punto da rendere trascurabili le critiche all’ argomento della scommessa.

3. E’ molto importante a questo punto enfatizzare le relazioni tra buon senso e dimensione soprannaturale. Dire che siamo almeno in parte persone libere e non predeterminate è un’ affermazione di buon senso. Dire che viviamo in un mondo reale e non in un’ allucinazione è un’ affermazione di buon senso. Dire che anche tu hai una mente come la mia è un’ affermazione di buon senso. Eppure si tratta di “credenze” pure.  Ecco, l’ affermazione della credenza in dio ha uno statuto epistemico in tutto simile a quello delle affermazioni precedenti, non puo’ essere definita assurda o bizzarra. Magari siamo esseri predeterminati, magari viviamo in un Matrix, magari tu sei un androide, magari dio non esiste… Magari ci sbagliamo ma cio’ non significa che noi credenti siamo dei tipi bizzarri (vedi Plantinga).

4. La filosofia che più si oppone alla fede religiosa è il naturalismo. Vale la pena di considerare l’ implausibilità della filosofia naturalista, specie se chiamata a sostenere l’ impresa scientifica (anche qui il filosofo di riferimento è Alvin Plantinga e il suo ben noto argomento).

5. Poiché l’ infinitamente piccolo ci parla di Dio, è il caso fare un un excursus in temi gravidi di conseguenze quali l’ incompatibilità tra materialismo e fisica quantistica (Stephen Barr)

6. Fate presente che l’ uomo è una “macchina” costruita per credere. Ce ne si ricorda solo per mettere in luce gli svarioni che questa inclinazione ci fa prendere. Bisognerebbe ricordarsene anche quando si tratta di scegliere tra alternative problematiche: è più facile e razionale, in casi del genere, seguire le proprie predisposizioni naturali anziché ostacolarle! La “semplicità” è la nostra stella polare.  (Justin Barett)

7. Offrite i misteri della matematica come indizio sulla plausibilità della prova teleologica. Eugene Wigner è forse l’ autore che meglio collega le due cose nel suo testo The Unreasonable Effectiveness of Mathematics in the Natural Sciences.

8. Anche l’ infinitamente grande ci parla di Dio. In particolare viene riabilitata l’ analogia dell’ ororlogio. La cosa migliore è rifarsi al concetto di “fine tuning” sviscerato da di John Leslie con la sua secca alternativa: o Dio o molti mondi. Cosa vi sembra più ragionevole?

9. Persino i processi evolutivi portano acqua al mulino del teismo. Le specie animali sono molto diverse tra loro, eppure l’ occhio è qualcosa in che hanno in comune e funziona bene o male in modo sempre uguale. Evidentemente le pressioni di un ambiente condiviso pesano sugli esiti finali, in altri termini, esiste una certa “convergenza evolutiva”. Se fosse così l’ esistenza dell’ uomo non sarebbe del tutto casuale. Non è affatto detto che “riavvolgendo il nastro della vita” rivedremmo un film tanto diverso. Dove c’ è vita, c’ è umanità (altri pianeti compresi). Il fenomeno della convergenza evolutiva è stato indagato a fondo dal paleontologo Simon Conway Morris.

10. Argomentate con la prova cosmologica di Swinburne: se le cose hanno un inizio allora è più semplice ipotizzare un essere onnipotente che non una catena causale infinita e costruita in modo complicatissimo da descrivere.


11. Proseguire con Lane e il suo argomento di Kahlam: un universo che esiste da sempre (ipotesi alternativa all’ universo creato) sarebbe contrario al buon senso e pieno di paradossi.

12. La logica pura la lascerei in fondo, non vale la pena di introdurre le dimostrazioni astratte dell’ esistenza divina; forse il fatto più rilevante è che ingegni sopraffini quali  Leibniz e Godel si siano convinti alla fede attraverso questa via.

13. Lascerei per ultimo l’ argomento etico, almeno quello esposto nella versione dostoveiskiana: senza un Dio tutto è possibile. Non mi convince, anzi, a volte è controproducente, i valori morali sono oggettivi e appartengono a tutti, credenti e no. Meglio allora ripiegare su autori come A. E. Taylor e Robert Adams nella cui opera risaltano bene i vantaggi dell’ obbligazione etica quando deriva da un comando divino. Se questo fosse vero è chiaro che tutto cio’ costituisce un indizio dell’ esistenza di Dio.

14. Accennerei infine a due principi, entrambi di buon senso ed espressi originariamente ancora dal filosofo analitico Richard Swinburne:

- Principio di Credulità – data l’assenza di un qualsiasi motivo per non credere, si dovrebbe accettare quello che sembra essere vero (ad esempio, se si vede qualcuno che cammina sull’acqua, si deve credere che stia accadendo)

- Principio di Testimonianza – data l’assenza di qualsiasi motivo di non credere loro, si dovrebbe accettare il fatto che testimoni oculari o credenti stiano dicendo la verità quando testimoniano di esperienze religiose.

15. Chiuderei ricordando il mio intento (che a questo punto qualcuno potrebbe aver dimenticato): raccogliere qualche indizio concreto sull’ esistenza di dio operando all’ interno di una cornice nella quale un indizio infinitesimale potrebbe già essere sufficiente a dettare la scelta di fede come scelta razionale.

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Bene, giunti in fondo puo’ darsi che nessuno dei quindici punti sia convincente. Poco male perché ha senso solo la forza dell’ insieme e questa forza un piccolo effetto dovrebbe comunque averlo su un interlocutore onestamente appassionato alla verità.

L’ approccio probabilistico mi piace proprio per questa sua caratteristica: è scettico sulla prova regina e fiducioso sull’ effetto cumulo, un effetto che agisce in un contesto di scommessa pascaliana e richiede comunque un supplemento di fede che io non definirei “irrazionale” bensì appassionata”.

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Giunti a questo punto si potrebbero introdurre e discutere le verità del credo niceano: Gesù, la Trinità eccetera. Ma lo farei solo con chi è disposto a considerare la forza dei quindici  punti nel loro complesso, ovvero con chi è disposto a prendere sul serio l’ ipotesi teista. Fare il secondo passo senza aver fatto il primo causa formidabili capitomboli: torneranno ben presto a ridere di voi.

La ragione che non dimostra

Alvin Plantinga – Dio esiste. Perché affermarlo anche senza prove.

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La tesi dell’ autore:

… colui che afferma l’ esistenza di Dio è nel pieno dei propri diritti dal punto di vista epistemologico, anche se non risulta capace di argomentare efficacemente a favore della propria tesi…

AP è autore stimato che ha speso un’ intera vita accademica per conferire dignità intellettuale alla credenza in Dio. “Credere”, per lui, non è un atto razionalmente azzoppato.

… “credenza” è qualsiasi contenuto cognitivo che la mente accoglie in modo “pigro e passivo” e che non risulta confutato…

La “credenza” è un po’ il mobilio della mente. Agostino, nel De utilitate credendi, è il primo a constatarne la natura inevitabile:

… non c’ è assolutamente nulla dell’ umana società che non  risulterebbe gravemente lesionato, qualora avessimo deciso di non credere a niente…

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Ma colui che si ritiene inserito nella comunità dei credenti in Cristo è chiamato a difendere razionalmente la propria fede. E’ questo un mandato evangelico esemplarmente enunciato, per esempio, nella Prima Lettera di Pietro:

… non vi sgomentate per paura di loro, né vi turbate ma adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi…

La necessità di “intellegere” la propria fede è proclamata anche da Agostino:

… se non credete non capirete… ottemperando i precetti del Signore, cerchiamo con insistenza…

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Eppure c’ è una tradizione teologica riformata che oppone fede e ragione, basterà citare due eminenti figure come Kirkegaard e Sestov; è difficile per gli epigoni di quella tradizione dare concretamente corso al mandato evangelico di cui sopra. AP ci prova cercando di navigare tra la Scilla del fideismo e la Cariddi della teologia naturale.

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AP si inserisce in una prospettiva anti-evidenzialista. L’ evidenzialismo è una posizione molto diffusa nel pensiero occidentale:

… secondo gli evidenzialisti, un contenuto cognitivo, per essere asserito e sostenuto con fermezza, va mostrato o come evidente o come fondato su evidenze per il tramite di un processo anch’ esso evidente…

Secondo la visione “evidenzialista”…

… la fede cristiana sarebbe epistemicamente infondata… ovvero razionalmente identificata…

Una conclusione del genere è quanto mai gradita ai vari Sestov e Kirkegaard, i quali prendono fieramente le distanze dalla ragione facendo trionfare la fede.

Oltretutto la conclusione evidenzialista è in buona parte condivisa anche da chi non appartiene in via esclusiva al mondo ateo:

… se ne rinvengono tracce in Aristotele e Tommaso… secondo i quali il fedele rischia di venir meno a obblighi intellettuali qualora manchi di dimostrare la fondatezza della sua fede…

Per un bayesiano come AP le cose stanno in modo diverso:

… non si abbandonano le proprie convinzioni in assenza di adeguate motivazioni…

Agostino:

… ritengo che credere prima di ricorrere ai procedimenti razionali… sia cosa non solo assai salutare ma anche indispensabile…

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AP simpatizza con la teologia negativa ma non nei modi radicali tipici per esempio di un Karl Barth. Arriva a negare il fideismo anche quando si presenta nelle sue forme più moderate.

AP, diversamente da Barth, riabilita la teologia naturale, anche se affida ad essa un ruolo che differisce da quello preteso da Tommaso.

… l’ uso della teologia naturale in difesa della fede attaccata è più che legittimo quando non doveroso… fede e ragione sono compatibili e la seconda si presenta come un prolungamento della prima…

Una volta mutate le circostanze, una volta cioè che la fede venga attaccata, è lecito difenderla con argomenti razionali:

… non solo, è anche lecito porsi dei dubbi e rispondersi padroneggiando l’ arsenale della teologia naturale… La fede è un atto iniziale epistemicamente legittimo ma poi, assalita dai dubbi, deve cedere se non è in grado di farvi fronte con l’ uso della ragione…

Secondo Barth le cose stanno diversamente:

… chi armeggia con la teologia naturale o finge di partire da zero… o  parte realmente da zero… nel primo caso predomina l’ insincerità, nel secondo l’ incredulità…

E’ chiaro che Karl Barth va dritto dritto verso il fideismo, AP vuole evitare proprio quella deriva.

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“Credere” senza l’ appoggio di argomenti è un’ esperienza comune:

… credere nell’ esistenza del mondo… nell’ esistenza degli altri… nell’ esistenza del passato… è un’ esperienza comune… generalmente accettata senza problemi… ovvero senza la necessità di addurre argomenti… e nemmeno l’ atteggiamento fondazionalista esclude verità “basilari” da accogliere anche in assenza di dimostrazioni…

***

Ora, la verità di Dio è vissuta dal credente come una verità “basilare”.

E qui cominciano i problemi perché, in genere, gli “evidenzialsti” moderni ritengono “evidenze” solo i principi logici e i dati dei sensi:

… ma questa posizione è facilmente confutabile poiché l’ affermazione: “le uniche evidenze sono costituite dai principi logici e dai dati dei sensi” è un asserto che non ricade né tra i principi logici né tra i dati sensibili…

Ergo, la “basilarità” della credenza non si esaurisce nella lista fornita dagli “evidenzialisti”:

… le verità di fede possono tranquillamente rientrare nel novero delle verità basilari coltivate dalla mente del credente e in quanto tali è razionalmente legittimo accettarle fino a prova contraria…

***

L’ ateismo del ventesimo secolo ha negato razionalità ai credenti con molti argomenti.

Innanzitutto, da Wittgenstein ai neopositivisti,  la proposizione “Dio esiste” è stata bollata come un nonsenso. Si parla esplicitamente di “asserti cognitivamente privi di contenuto” e, quando va bene, di “problemi di cui si deve solo tacere”:

… oggi questa obiezione è passata nel dimenticatoio perché ci siamo accorti che risulta più semplice accettare come sensate quelle proposizioni che appaiono chiaramente come sensate… inoltre si è costatato che proposizioni analoghe sono accettate senza problemi da tutti e non possono certo essere considerate dei nonsense… quando parlo di “causa”, di “intenzione”, di “realtà”, di “libertà”, di “passato”… non sto utilizzando dei nonsense e nemmeno dei concetti cervellotici… al contrario, mi riferisco a concetti facilmente comprensibili a tutti… eppure il loro contenuto cognitivo è per sua natura analogo a quello a cui ci si riferisce la parola “Dio”…

Altri hanno sostenuto che la credenza in Dio è intrinsecamente incoerente:

… per quanto ne so il concetto di Dio, magari è problematico, ma è perfettamente coerente…

Altri hanno ritenuto che la credenza in Dio è incompatibile con la credenza, che nessuno puo’ rigettare, nell’ esistenza del Male:

… una contraddizione che oggi sembra sanata grazie a buone teorie… tanto che, finanche tra chi avanza l’ argomento del male, c’ è consenso sul fatto che una simile obiezione non possa risultare vittoriosa…

Ma l’ obiezione più corposa è quella “evidenzialista”:

… l’ idea per cui la solidità di una credenza debba sempre risultare proporzionata alla solidità dell’ evidenza che l’ accompagna… chi accetta di credere in Dio lo farebbe sulla base di evidenze insufficienti…

Da John Locke a David Hume, da WK Clifford a Bertrand Russell, il Phanteon degli atei che si concentrano su questo punto è ben nutrito. Anthony Flew (oggi convertito) è stato forse il più eloquente di questa schiera:

… il dibattito intorno all’ esistenza di Dio dovrebbe iniziare con una presunzione di ateismo…

Ma da che cosa iniziano i dibattiti? Cosa significa che un dibattito dovrebbe iniziare così piuttosto che così?

… il dibattito non puo’ iniziare dal presupposto che dio esiste… ma nemmeno dal presupposto che dio non esiste…

Anthony Flew giustifica la presunzione dell’ ateismo nell’ esigenza di motivazioni:

… se si afferma che esiste dio, dobbiamo avere adeguate motivazioni per pensare che sia davvero così…

Flew sta sostenendo che è irrazionale professare una credenza religiosa in assenza di giustificazioni.

Michel Scriven va oltre:

… secondo questo autore se gli argomenti a favore dell’ esistenza di dio falliscono l’ unica posizione razionale non consiste nel non credere in dio ma nel farsi atei, ovvero nel credere che dio non esiste… per essere atei non occorre alcuna prova che dio non esista… l’ ateismo è razionalmente obbligatorio anche se non si puo’ provare l’ inesistenza di dio…

In sintesi potremmo dire che l’ ateismo contemporaneo più consapevole orbita intorno a due tesi di fondo:

… la prima afferma che in assenza di argomenti a favore dell’ esistenza di dio la posizione dell’ ateo è la più ragionevole… la seconda afferma che non possediamo nessuna evidenza e comunque nessuna evidenza sufficiente per affermare l’ esistenza di Dio…

La seconda tesi è a dir poco ingenerosa… che dire allora dei vari argomenti proposti a favore dell’ esistenza di dio? Sia la tradizione che molti filosofi contemporanei (penso a Taylor, Adams, Mascall, Mitchell, Swinburne…) hanno prodotto una mole di lavoro che non puo’ essere liquidata tanto in fretta.

… e si noti che il problema non è quello di stabilire se questi argomenti presi singolarmente o in combinazione costituiscano una prova dell’ esistenza di dio, perché non v’ è dubbio che prove non ne forniscono… il punto invece è credere se qualcuno possa essere razionalmente giustificato nel credere all’ esistenza di dio sulla base delle evidenze da essi offerte, il che è tutt’ altra questione…

Tuttavia in questa sede dobbiamo lasciar cadere un simile discorso visto che AP è uno studioso completamente concentrato sulla confutazione della prima tesi.

***

Cominciamo con l’ osservare che  nell’ ateismo contemporaneo il “razionalismo” si presenta come un’ “etica dell’ intelletto”:

… per l’ ateo razionalista esiste qualcosa come un’ etica generale dell’ intelletto che ci deve spingere ad adeguare l’ assenso al livello dell’ evidenza… Il credente violerebbe ripetutamente questi obblighi intellettuali…

A prima vista la richiesta dell’ ateismo è plausibile, senonché il parallelo tra razionalità ed etica presenta qualche problema:

… che cosa dire di un teista di 14 anni educato a credere in Dio in una comunità in cui tutti credono?… la sua fede viola forse violando un dovere intellettuale?… E che cosa dire di un teista maturo – Tommaso d’ Aquino, ad esempio – il quale ritenga, dopo aver riflettuto a lungo e coscienziosamente, di essere davvero di possedere adeguata evidenza…

Il problema è che a volte la credenza non dipende dal credente:

… se mi ordini di cessare di credere che la terra è molto antica, non c’ è modo per me di attenermi al tuo ordine… allo stesso modo non è possibile per me cessare di credere in Dio…

E siccome non possono esistere “doveri impossibili”…

Eppure questa risposta data all’ ateo è altamente insoddisfacente, il motivo è intuibile:

… noi tutti consideriamo “colpevole” chi nutre certe credenze… pensiamo solo a chi crede nell’ inferiorità della razza ebraica… persino San Paolo in Rm 1 ritiene che “non riuscire a credere” nel vero Dio è colpevole… e allora?…

Inoltre è pur vero che possiamo porre in essere diverse strategie che allentino la nostra credenza fino ad infiacchirla. Forse dovrei cominciare a leggere Voltaire, Bertrand Russell o Thomas Paine evitando come il fuoco Agostino, C.S. Lewis o, vade retro, la Bibbia.

***

Per rispondere all’ ateo dobbiamo allora imboccare una via differente.

… probabilmente l’ ateo non intende spingersi al punto di sostenere che nessuna credenza puo’ essere adottata in assenza di evidenze chiare… sarebbe davvero troppo poiché noi tutti, per mancanza di tempo e modo, finiamo per farlo tutti i giorni più volte al giorno… e allora perché non ritenere che la credenza in Dio non rientri in un caso del genere?…

Domanda imbarazzante a cui l’ ateo tuttavia risponde, ma secondo AP:

… le risposte date non sono per nulla stringenti… e le ragioni fornite per nulla chiare…

***

La domanda chiave suona dunque così: perché la credenza in Dio non puo’ essere annoverata tra le credenze di base? Le credenze di base sono quelle credenze che noi tutti troviamo ragionevole adottare anche in assenza di una dimostrazione compiuta.

… gli atei rispondono dicendo che l’ interdetto è giustificato dal fatto che la credenza in Dio non è auto-evidente né alla ragione né ai sensi… l’ esistenza di Dio non deriva né da un teorema né da una osservazione…

L’ ateo elabora quindi un criterio oggettivo per scremare le credenze accettabili da quelle inaccettabili. Ma è un criterio corretto?

Ma il criterio dell’ ateo presenta dei problemi. Ancora una volta:

… dobbiamo notare che se questo criterio fosse corretto… allora gran parte di cio’ a cui crediamo risulterebbe irrazionale…

Il più delle credenze che ci servono a vivere sarebbe da bollare come infondato:

… si pensi alla credenza per cui esistono delle cose… oppure a cio’ che ci fa credere che esistano anche persone diverse da noi… o che esista il mondo da più di cinque minuti… o che esista il passato… Nessuna di queste credenze puo’ essere dimostrata adeguatamente stando al criterio dell’ ateo…

Poiché molte delle credenze di cui sopra sono “basilari” per chiunque, anche per l’ ateo, se ne deduce che il criterio oggettivo elaborato è fallato.

Ma c’ è un altro vulnus non da poco:

il criterio dell’ ateo non si auto-sostiene… come se non bastasse, infatti, l’ ateo crede a un criterio che non ha affatto le caratteristiche di basilarità enunciate dal criterio stesso…

***

L’ ateo potrebbe emendare il suo criterio tenendo conto del fatto che le eccezioni avanzate sono comunque verità accettate da tutti mentre la credenza in Dio no.

Vediamo se le cose stanno veramente così:

… se affermo che oggi ho pranzato questa è una verità basilare per me ma non per tutti… la gran parte delle persone nemmeno pensa ad un evento del genere…

Inoltre:

… non “quasi tutti” ritengono che sia vero solo cio’ che sostengono “quasi tutti”… io per esempio non lo credo…

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Ma se la credenza in Dio è propriamente basilare, perché non potrebbe essere tale qualsiasi credenza?

Chi rigetta l’ evidenzialismo con gli argomenti di cui sopra deve accettare come razionale anche la credenza nella Grande Zucca?

… e perché mai?… facendo un’ analogia eloquente potremmo dire che chi in passato ha rifiutato il criterio neopositivista considerando sensate espressioni chiaramente sensate anche se non verificabili, non era per questo solo fatto costretto ad accettare come sensate anche espressioni quali: “… al prepario i svacchi marchi tortellavan per il daino…”…

Per qualcuno è un problema constatare che il credente respinga il criterio evidenzialista mostrando di non avere alcuna fretta di sostituirlo con un altro criterio oggettivo.

… penso proprio che tutto cio’ non rappresenti un problema… anche perché non penso proprio che nemmeno esista un criterio deduttivo per distinguere credenze basilari da credenze irrazionali… l’ unico criterio è di tipo induttivo… bisogna derivarlo empiricamente partendo dal basso… partendo da esempi concreti… partendo dai contesti… dai soggetti implicati… dalla loro storia… La credenza in Dio ha una sua storia ben diversa dalla credenza nella Grande Zucca… anche per questo è sensato pensare che la credenza in Dio “probabilmente” è basilare mentre quella nella Grande Zucca “molto probabilmente” è irrazionale…

Il criterio evidenzialista avanzato dagli atei è dunque fallace e va rimpiazzato con qualcosa di meglio, ecco la proposta che emerge dall’ analisi di AP:

… ogni soggetto sincero parte da credenze basilari che sono sue proprie e che si sono mostrate in qualche modo “adatte” alla sua condizione e al suo contesto… entrando in relazione con il prossimo attraverso l’ uso del linguaggio e della ragione, le fa evolvere in funzione degli argomenti che avanzano i terzi e che lui stesso è in grado di produrre… in questo modo si realizzano degli equilibri rilevanti anche se mai completamente stabili… in questi equilibri convivono credenze magari diverse ma tutte razionalmente giustificate…

Vogliamo chiamarla razionalità bayesiana?

Oggi questa concezione della razionalità sembra prevalere anche in molti atei.

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Il criterio bayesiano ci illumina sul legame tra fede e ragione. Chi accetta la sua credenza in Dio come basilare ha messo al sicuro la sua fede? Non ci saranno d’ ora in poi argomenti in grado di scalfirla?

… senz’ altro no. Un buon argomento che faccia leva su altre credenze che il credente reputa vere potrebbero “convertirlo” all’ ateismo… naturalmente vale anche il discorso inverso… la credenza cristiana ha un contenuto dove spesso ricorrono dei dogmi ma la credenza nell’ esistenza di Dio non è un dogma… se riteniamo che esistano buoni argomenti per non credervi è nei nostri diritti epistemici cessare di credere… l’ atto di credere deve essere libero in caso contrario la credenza non potrebbe essere basilare… in assenza di evidenza e in assenza di basilarità sarebbe una credenza irrazionale…

La razionalità della credenza è qualcosa che riguarda la legittimità dei punti di partenza. Una volta che parte la discussione l’ esito è imprevedibile, anzi, sarebbe auspicabile che gli interlocutori s’ impegnino a mutare le proprie posizioni di partenza.

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I Protestanti sono particolarmente propensi ad assumere la credenza in Dio come basilare.

Perché i fratelli Protestanti si sono sempre opposti alla teologia naturale (e alle prove dell’ esistenza di Dio)?

Primo motivo:

… la fede non ha bisogno di dimostrazioni per essere piena…

Secondo motivo:

… l’ intelletto del credente non ha bisogno di dimostrazioni per autorizzare la credenza in Dio… la credenza puo’ essere perfettamente razionale anche in mancanza di argomenti…

Secondo Giovanni Calvino, poi, la disposizione a credere in Dio è radicata in ogni essere umano.

Karl Barth è stato particolarmente duro nel disapprovare la teologia naturale

… secondo Barth trastullarsi con gli argomenti della ragione svaluta la fede autentica allontanandoci da essa…

Ora, AP si pone nel solco dei pensatori riformati, anch’ egli ritiene che l’ atto di fede possa essere razionale anche se compiuto in assenza di prove. Tuttavia si allontana dalle asprezze di Barth per riabilitare la teologia naturale riconsegnandole un ruolo importante:

… pensare troppo a Dio puo’ allontanarci dalla fede autentica… ma se la nostra fede è insidiata dal dubbio… magari da un dubbio instillato dall nostro fratello ateo… allora pensare a Dio facendo fronte a questi dubbi prendendoli sul serio non indebolisce la fede ma la salva e pone le premesse per rafforzarla…

Mi viene da chiosare che poiché oggi il credente vive sprofondato in una società atea, la sua fede è continuamente assediata da dubbi e mai come oggi la necessità di dominare gli argomenti a difesa della fede è una necessità impellente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Poveri ma belli

Daron Acemoglu e James Robinson – Why nations fail: the origins of power, prosperity and poverty.

Il problema è sempre quello, ovvero: perché esistono paesi ricchi e paesi poveri?

Noi cattolici non possiamo girarci dall’ altra, Papa Francesco ci esorta continuamente ad occuparci di questi problemi, anche perché il suo progetto sembra quello di edificare una una “Chiesa povera per i poveri”.

Quando leggendo i testi sacri m’ imbatto in una delle molte maledizioni contro la ricchezza, ogni volta mi rifugio in interpretazioni cervellotiche: per me il termine “ricchezza” equivale a “prepotenza” mentre il termine “povero” indica la vittima del prepotente e dei suoi soprusi. Non riesco proprio a credere che chi si è arricchito onestamente sia predestinato agli inferi. Eppure Papa Francesco mette in crisi chi sceglie questo approccio edulcorato e anche un po’ ipocrita, per lui le cose sono molto più semplici e dirette: poveri sono coloro a cui mancano i mezzi materiali e ricchi sono coloro che ne hanno in sovrappiù. L’ onestà e la disonestà passano in secondo piano.

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I poveri saranno sempre tra noi, dice la Parola; ma se diminuiscono è una buona notizia per tutti, aggiungo io.

Come adoperarsi per raggiungere questo obiettivo?

Ecco allora che puo’ essere utile guardare dove povertà e ricchezza si presentano in contrasto stridente e ravvicinato: Germania est e Germania ovest, Corea del sud e Corea del Nord, Hong Kong e Cina… ma anche Nogales.

Nogales è una città di confine divisa in due da uno steccato, a nord c’ è la parte statunitense (Nogales, appunto), contea dell’ Arizona.

Lì il reddito medio è buono, i ragazzi vanno a scuola, la maggior parte degli adulti possiede un diploma, ricevere l’ assistenza sanitaria è relativamente facile, la speranza di vita è in linea con gli standard occidentali, si circola per le strade senza paura e si investe in sicurezza. Anche i propri risparmi sono relativamente al sicuro.

Girato l’ angolo c’ è Sonora, città messicana. La vita qui è molto più dura: reddito dimezzato, sicurezza di beni e persone sempre a repentaglio, alta mortalità infantile e politica corrotta.

Perché una differenza tanto profonda nell’ arco di qualche chilometro?

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Per dipanare la matassa dobbiamo risalire a qualche secolo fa e ai modelli di colonizzazione.

Il sudamerica fu colonizzato dalla Spagna, ovvero dalla superpotenza dell’ epoca.

La Spagna dominava su terre e mari, dominava ovunque, cosicché poté scegliere le prede più ambite allorché l’ Europa cominciò a soggiogare il mondo intero.

Ma vediamo cosa accadde, in fondo tutti siamo in grado di comprendere certe dinamiche elementari; cominciamo col dire allora che chi entra in una cassaforte ha solo la preoccupazione di come caricare i soldi e portarseli a casa. Ok?

Il modello di colonizzazione spagnolo dovette fronteggiare un problema simile: come sfruttare al meglio risorse e popolazioni indigene? E poi, come traslare in patria i frutti di questo sfruttamento?

La colonizzazione del nordamerica fu affare degli inglesi, che dapprima scopiazzarono il modello spagnolo sognando ad occhi aperti di trovare il loro Eldorado, ma i risultati furono a dir poco deludenti. Tanto è vero che presso le comunità dei coloni, per non andare completamente a picco, fu ben presto introdotta la regola: “chi non lavora non mangia”. Una regola impensabile presso gli spagnoli che avevano fatto tanta strada proprio per evitare l’ umiliazione del lavoro!

Ma per i coloni inglesi non c’ era alternativa, in fondo erano in fuga dai loro governi naturali e non potevano passare dalla padella dell’ emigrazione alla brace del rimpatrio. Gli spagnoli, al contrario, avevano i loro governi naturali come emissari.

Di fronte a esigenze diverse (“estrattiva” e “produttiva”) nacquero istituzioni diverse, poi lasciate in eredità ai popoli colonizzati, da qui le differenze che osserva sgomento chi rivolge la sua attenzione a quei territori.

Ma torniamo a Nogales, la cittadina di confine divisa in due: praticamente tutto unisce la parte alta della città con la parte bassa, tranne la tradizione coloniale a cui furono soggette. Il modello estrattivo (Spagna) caratterizza le istituzioni messicane e quindi anche Sonore, il modello produttivo (Inghilterra) è tipico degli USA, e quindi anche della Nogales propriamente detta.

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In un certo senso la “ricchezza facile” è una maledizione per i popoli.

All’ inizio, nulla di speciale: se ti capita la fortuna d’ incapparci devi solo “estrarre” e godere, se ti capita la sfortuna di non incontrarla mai ti tocca “produrre” e sudare.

Ma l’ estrazione finisce mentre la produzione è infinita, quindi, oltre una certa soglia, i paesi-cassaforte diventano i paesi poveri mentre i paesi-baracca diventano i paesi ricchi.

Ancora oggi la “maledizione” agisce sui paesi medio orientali, se ci fate caso: baciati dall’ apparente fortuna dei giacimenti di petrolio, mantengono istituzioni arretrate.

Ultima considerazione rivelatoria per gli scettici ad oltranza: qual è il continente più ricco di risorse naturali? Probabilmente l’ Africa.

Ok, dirà qualcuno, ma perché quando l’ “estrazione” termina non ci si mette a “produrre”? Ottima domanda, rispondo dopo.

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Parecchie teorie della ricchezza non funzionano quando sono chiamate a spiegare la favola di Nogales.

C’ è chi sostiene che la divisione tra paesi ricchi e paesi poveri dipende dalla geografia del territorio e dal clima.

Ma Nogales e Sonora condividono sia orografia che clima.

Dunque?

Da Montesquieu a Jeffrey Sachs, molti studiosi restano turbati da casi del genere e cominciano a partorire ipotesi ad hoc.

L’ eminente professore Jared Diamond sostiene che l’ origine di tutte le diseguaglianze va ricercata 500 anni fa nella differente dotazione di piante e animali vantata dai vari territori. A me queste non sembrano considerazioni molto importanti per chi studia il mondo moderno. Di sicuro non lo sono per chi studia il caso di Nogales.

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Un’ ipotesi molto gettonata è quella che mette in relazione prosperità e cultura.

Il padre nobile di questo approccio è Max Weber.

Ancora oggi, sebbene la cosa non sia politicamente corretta, Padre Gheddo sostiene che gli africani sono poveri perché sprovvisti di una robusta etica del lavoro. E allora giù scuole e chiese per resettare i cervelli.

Aiutare significa civilizzare.

Ma forse più che pigri, gli africani non hanno grandi incentivi a lavorare.

Anche mio cognato Fabio, da quando è pendolare Varese-Stoccolma, insiste con l’ “ipotesi culturale”: in Svezia nessuno oserebbe mai turbare la tranquillità di una coda ordinatissima.

Ok, ma nel 1992 la Svezia era uno stato fallito e non penso che nel frattempo, ora è un caso di successo, la sua cultura sia cambiata granché.

La cultura conta allora? Sì e no.

La cultura puo’ essere lubrificante o sabbia negli ingranaggi ma difficilmente sarà mai l’ ingranaggio.

Una cosa comunque è certa: gli abitanti di Nogales condividono la loro cultura con quelli di Sonora.

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C’ è poi l’ ipotesi dell’ ignoranza: le diseguaglianze esistono perché chi governa i paesi poveri non sa cosa fare per loro.

Se le cose stessero così la soluzione sarebbe una e una sola: insegnare.

Non date pesci ma insegnate a pescare. Lo dicevano ai miei tempi nelle assemblee di istituto durante gli scioperi “per la fame nel mondo”.

L’ ipotesi spiega una minima parte di realtà, e nemmeno quella la spiega bene: Mugabe non è certo convinto di arricchire lo Zimbawe con le sue politiche ma le implementa lo stesso entusiasta perché consolidano il dominio delle élite (a cui appartiene lui stesso) a spese degli altri. Lo stesso dicasi per i vari caudillos sudamericani.

Per l’ Italia del 2013 vale la stessa cosa, tutti saprebbero cosa ci vorrebbe per arricchire un paese stremato: più competizione e più incentivi a tutti i livelli ma nessuno osa aggredire le rendite consolidate. Tutti dicono “riforme” ma, per paura di spaventare, pochi osano chiamare le cose per nome e cognome: “riforme neoliberiste”.

Il fatto è che molti economisti si concentrano sulla “via giusta”, problema tutto sommato banale, mentre mentre sarebbe più urgente comprendere perché si imbocca sempre la “via sbagliata”.

Si scoprirà che i paesi sono poveri perché chi li governa vuole mantenerli poveri pur di difendere i privilegi di una parte.

***

La “strada maestra” è abbastanza chiara a tutti: occorre un governo forte in grado di garantire sicurezza alla proprietà privata nonché il coordinamento necessario per la produzione di infrastrutture. Occorrono regole astratte da applicare a tutti in modo che in presenza di pari diritti ognuno si giochi le sue possibilità: in questo momento molti Bill Gates e qualche Einstein sta zappando la terra in un paese povero e mal governato.

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Ma perché i paesi non si arricchiscono visto che è tanto facile farlo? Anche al dittatore africano più rapace, del resto, converrebbe mettere all’ ingrasso la gallina dalle uova d’ oro.

Purtroppo l’ arricchimento di un paese procede attraverso “distruzioni creative” che sparigliano le carte in tavola. Chi oggi cavalca l’ onda in una posizione di potere bada bene a che le cose non cambino. Sia il dittatore africano che l’ alto boiardo occidentale amano le “foreste pietrificate”, con una differenza non da poco: il primo ha potere di vita e di morte su tutti i suoi connazionali mentre il secondo deve agire sapientemente nell’ ombra.

***

Il resoconto di A\C è talmente semplice e lineare che diventa difficile obbiettare, eppure qualche dubbio fa capolino, come se mancasse qualcosa.

Primo: ma queste benedette “istituzioni” che sono il motore della crescita, piovono dal cielo?

Praticamente sì, dicono i due studiosi.

La storia produce eventi casuali che amplificano differenze in partenza molto piccole, talmente piccole da poter essere considerate casuali.

Esempio, la peste nera del 1300 dimezzò la popolazione europea facendo mancare le braccia su cui si reggeva l’ economia feudale. Poiché il lavoro divenne più prezioso si produsse sia un incentivo all’ emancipazione dei servi sia un incentivo a rafforzare la schiavizzazione. Il conflitto che seguì ebbe esiti diversi: a ovest fu vinto dai contadini che rovesciarono così il sistema feudale avviandosi verso la modernità, a est dai feudatari che lo rafforzarono. Si noti comunque come le condizioni di partenza dei territori rispetto ad un evento di simile portata fossero praticamente le stesse.

Altra contingenza: la monarchia inglese era più povera di quella spagnola e di quella francese, e quindi più soggetta a contrarre prestiti e a trattare elargendo concessioni che via via si trasformarono nei moderni diritti.

***

Secondo: come si spezza la cosiddetta “ferrea legge delle oligarchie”?

La “ferrea legge delle oligarchie” prevede che  un’ élite venga sopraffatta e rimpiazzata sempre da un’ altra élite.

Anche qui il caso giocherebbe un ruolo decisivo, e il “caso” come spiegazione non è mai granché.

***

Terzo: le condizioni istituzionali in cui si trovò la Gran Bretagna del XVIII secolo non erano poi così originali, diverse volte e in diversi altri posti sulla terra si erano già presentate in passato.

E allora, come la mettiamo?

Per chi si occupa di “ricchezza delle nazioni” la rivoluzione industriale inglese del XVIII secolo non un evento tra i tanti ma il prima e dopo Cristo.

Bè, qui c’ è una battaglia degli storici e A/C non sembrano avere fonti di prima mano.

***

I tre dubbi ci consigliano di affiancare al fattore istituzionale un fattore umano specifico.

In cosa si concretizzerebbe? Possiamo chiamarla ideologia,  etica, cultura, retorica…

Tuttavia la cultura a cui penso non è tanto quella della “coda ordinata” quanto quella che induce ammirazione verso la figura dell’ “innovatore”, ben sapendo che l’ innovatore distrugge i vecchi mondi e ci incalza con cambiamenti continui.

E’ la cultura del rischio e del dinamismo, è la cultura che dà una dignità alla ricchezza, anche quando passa di mano in modo repentino; è la cultura che non si scandalizza di fronte a diseguaglianze sostanziali. E’ la cultura borghese, la cultura capitalista.

Oggi non so se esiste davvero qualcosa del genere, a me vengono piuttosto in mente ideologie antitetiche: quella ambientalista, per esempio. Non perché la protezione dell’ ambiente non sia un problema, quanto perché l’ ambientalismo militante rigetta le soluzioni razionali che vengono proposte rivelando quello che è il suo vero obiettivo: attaccare la mentalità consumista e le diseguaglianze sociali.

***

Vorrei concludere con un’ immagine: direi allora che se le istituzioni sono una macchina potente in grado di proiettarci ad ad alta velocità verso il benessere materiale, allora la mentalità e l’ ideologia predominante sono il motorino di accensione.

Pensando all’ Africa e ad altri paesi poveri spero solo che quest’ auto parta anche a spinta: noi italiani l’ abbiamo ricevuta a suo tempo e forse possiamo fornirla a  chi oggi fa fatica.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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