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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Il sud e la reputazione del contribuente italiano

L’ Italia mostra tassi di evasione fiscale superiori a quelli dei paesi con cui vorrebbe confrontarsi alla pari.

Difficile non saperlo visto che, in tempo di crisi, quando non si sa più dove reperire risorse, il politico demagogico suole indicare proprio il tesoretto dell’ evasione. Si tratta di slogan efficaci che catturano parecchi elettori, specie quelli minacciati dal taglio di sussidi che ormai nella loro mente vedono come diritti scolpiti nella Magna Charta.

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Tuttavia, se si dà un’ occhiata più attenta alla mappa dell’ evasione italica, non si puo’ fare a meno di riscontrare una caratteristica evidentissima: il paese è spaccato in tre. Un nord virtuoso – a livello delle democrazie più avanzate – un centro appena dignitoso e un sud catastrofico.

Tanto per capirci, un artigiano lombardo mediamente non evade più di un artigiano danese, semmai meno.

Anche la dinamica dell’ evasione fiscale italica potrebbe essere una piacevole sorpresa per molti: in costante e rapida decrescita dall’ unità ad oggi. 

E’ dunque il sud a macchiare la reputazione del contribuente italiano? In un certo senso sì.

La cosa non salta spesso all’ occhio visto che la lotta all’ evasione si concentra al nord.

Ma se ci pensate bene, è logico che sia così: un conto è la propensione ad evadere, un conto sono le cifre evase in termini assoluti. Il nord crea più ricchezza ed evade quindi di più in termini assoluti pur avendo una propensione ad evadere piuttosto bassa (sicuramente molto più bassa rispetto al sud).

Cio’ che sfugge è la difficoltà a fare significativi passi avanti su questa frontiera della lotta all’ evasione visto che anche i paesi considerati da noi un “modello” sono fermi al nostro stesso punto. 

Dovremmo avere doti davvero straordinarie per fare ulteriori progressi su questo fronte. Chiunque vede che se la pretesa di non essere i fanalini di coda suona come accettabile, quella di fare molto meglio dei “migliori” suona a dir poco velleitaria.

Ma perché il sud è nelle condizioni appena descritte? Non andiamo di fretta ad attribuire delle “colpe”.

Di seguito formulo l’ ipotesi che ritengo più probabile.

Nel periodo che intendiamo analizzare, il sud, in termini di reddito pro capite, è stato sempre una regione più povera del nord. Non è un caso se l’ emigrazione interna dei lavoratori si è da sempre compiuta sull’ asse sud/nord.

Per combattere la povertà lo stato moderno si è servito di uno strumento di base: il welfare state. Questa è una considerazione generale, non riguarda solo l’ Italia.

Il welfare state nasce addirittura nel XIX secolo ma si è sviluppato soprattutto dopo la seconda guerra mondiale. In un certo senso ci è facile studiarne la dinamica, ce l’ abbiamo ancora sott’ occhio.

La sua estensione ha raggiunto livelli record in Europa. Qui, col tempo, si è sviluppata una dipendenza tale che oggi, per molti europei, la vita senza welfare sarebbe difficilmente immaginabile.

Ed è proprio qui che dobbiamo fermarci a meditare visto che è proprio qui che l’ Italia si distacca dai suoi competitori: il welfare italiano ha puntato sulla previdenza sociale prima ancora che sulla lotta alla povertà vera e propria. 

La spesa sociale nel nostro paese è da sempre concentrata nella spesa pensionistica.

Ma le pensioni sono una rendita garantita ai lavoratori più che ai disoccupati e in genere il povero non lavora poi così tanto, soprattutto non fa lavori sufficientemente redditizi da poter essere svolti “in regola”. 

Conclusione: l’ italia è stata generosa con il ceto medio più che con i meno abbienti.

Come si è pensato di rappezzare questo evidente buco?

In termini ufficiali non si è fatto niente ma, e viene da dire per fortuna, si è fatto molto in termini ufficiosi. Tipico dell’ indole italica che si vergogna di “apparire” in un certo modo molto più che di “essere” in un certo modo. 

In particolare, si è proceduto con uno sconto fiscale artificioso: “… tu, disoccupato, anziché prendere d’ assalto le istituzioni che ti trascurano, cerca di cavartela per conto tuo, un lavoretto qua o là lo trovi sempre se hai voglia di fare, anche in nero… un piccolo reddito riuscirai a raccoglierlo e avrai anche quella sensazione di autonomia e auto-sufficienza che conferisce dignità all’ essere umano… io stato, visto che non ho saputo aiutarti, prometto almeno di non molestarti oltre misura…”.

Chissà che le pensioni di invalidità non siano uno strumento parallelo con la medesima origine.

Si tratta quindi di un patto implicito tra lo stato italiano e i tanti poveracci abbandonati a se stessi da un welfare squilibrato.

Grazie ad una tolleranza verso l’ evasione meridionale si è evitata una conflittualità endemica, il sud ha sopportato stringendo denti e cinghia il suo stato di indigenza e il paese ha potuto tirare a campare in cerca di giorni migliori.

Fare ora la faccia truce contro l’ “evasore italico” è, nella migliore delle ipotesi, quantomeno ipocrita. Nella peggiore è invece solo segno di crassa ignoranza: si ignora la storia particolare dell’ evasione in Italia. 

Ogni lotta all’ evasione deve dunque partire avendo ben chiare queste premesse. 

Spero che ora si capisca un po’ meglio come la demagogia dei politici sopra citati nuoccia alla causa.

Come rimediare, allora?

In tempi di crisi è difficile dirlo, come tocchi sbagli. Immaginiamo quindi di essere in tempi normali.

Non c’ è bisogno di allentare le briglie della fantasia, la soluzione emerge con chiarezza da quanto detto: bisognerebbe imitare i “migliori” in Europa e riposizionare il nostro welfare.

Solo questa mossa preliminare giustificherà una lotta senza quartiere all’ evasione anomala del nostro paese (quella meridionale), il che avrà come naturale conseguenza di riportare i nostri tassi a convergere con quelli “fisiologici” tipici di tutti i paesi più avanzati.

Se poi vogliamo soccorrere la povertà attraverso strumenti più efficaci del welfare tradizionale (ormai agonizzante un po’ in tutta Europa), tanto meglio. Ma vincere certe mentalità saldamente ancorate nel passato è una missione improba.

Siamo davvero tanto stupidi?

Platone reputava l’ uomo un “animale razionale” e considerava ogni attacco alla sua razionalità come un attacco all’ umanità stessa.

Ebbene, ci sono pochi dubbi, viviamo tempi in cui la razionalità umana viene attaccata di continuo e su tutti i fronti.

Tanto per fare i nomi di qualche intellettuale di vaglia.

Daniel Kahneman ritiene che l’ uomo giudichi sia con l’ intuito che con la ragione ma è la prima facoltà a prevalere di gran lunga.

Jonathan Haidt pensa che la nostra ragione sia come un minuscolo omino alla guida di un gigantesco elefante; a volte riesce miracolosamente ad indirizzare la bestia ma quando questa vuole andare da qualche parte non c’ è modo di fermarla.

Daniel Sperber ritiene che la ragione non serva a cercare la verità ma a vincere nelle controversie dialettiche; al limite è una facoltà da esibire per innalzare il proprio status agli occhi altrui.

Secondo molti commentatori del lavoro di Benjamin Libet l’ atto “riflessivo” stesso è un’ illusione, così come pure quella coscienza che dovrebbe ospitare la ragione: le nostre decisioni sono frutto di un mero istinto che precede la coscienza.

Naturalmente, non manca la spiegazione evolutiva di questa “stupidità diffusa”: il cervello dell’ uomo si sarebbe formato 30000 e rotti anni fa rispondendo ad esigenze ben diverse da quelle che abbiamo oggi. Poiché operiamo con la stessa “macchina” in un contesto del tutto differente, non c’ è da stupirsi se andiamo incontro ad una serie di inconvenienti.

Da ultimo, il mio amico virtuale Ettore Panella si mostra scettico sulle prestazioni cognitive dell’ homo sapiens: noi non saremmo in grado di “ragionare”, al limite possiamo giusto “razionalizzare”. Lo cito perché il presente post è anche frutto di una sua fruttuosa provocazione.

La conclusione comunemente accettata stabilisce che l’ uomo medio è zeppo di bias cognitivi e non puo’ farci granché.

C’ è chi ha timidamente notato, nella speranza di salvare la ragione, che gran parte di questi errori si compenserebbero dando origine a forme di razionalità collettiva (“winsdom of the crowd”?. Purtroppo, i nostri errori non sarebbero errori qualsiasi, bensì errori sistematici, ovvero incorreggibili. Noi sbagliamo a senso unico indirizzando male anche il gruppo a cui apparteniamo.

Certo che se tutto cio’ fosse vero non mancherebbero elementi di preoccupazione. Pensate ad un governante consapevole di tutti questi limiti cognitivi a carico dei suoi sudditi. Non vi sembra pericoloso? Le politiche paternalistiche si sprecherebbero, e con tanto di supporto scientifico a giustificazione.

C’ è da chiedersi se è rimasto qualche sparuto elemento a difesa della razionalità.

Facciamo un passo indietro, il discredito è calato sulla razionalità umana allorché si è cominciato a volerne testare la reale consistenza.

Di solito si sottoponeva ad un campione casuale di studenti un problema fornendo in modo chiaro tutti i dati necessari per ricavare la soluzione corretta, dopodiché si verifica  se la presenza di un innocuo  “trucchetto” induceva risposte irrazionali.

La risposta era di solito affermativa. Negli otto punti che seguono cerco di valutare questi esiti in modo eterodosso rispetto all’ interpretazione corrente.

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***1. Il duro mestiere della cavia***

Ci si potrebbe chiedere come mai un individuo posto nelle condizioni sopra descritte dovrebbe rispondere in modo corretto ai quiz che gli vengono sottoposti.

In fondo scovare la risposta giusta implica un calcolo, magari un calcolo faticoso, meglio sparare a caso o quasi e passare alla cassa per intascare il “compenso cavie”.

Per evitare questi inconvenienti sperimentali bisognerebbe fissare una sostanziosa ricompensa per chi risponde correttamente. Ma poiché questi esperimenti hanno senso solo se reclutano le masse, c’ è da chiedersi  quanto sarebbe oneroso un lavoro affidabile? Di sicuro parliamo di costi proibitivi.

No, la cosa è improponibile.

Si potrebbe, in alternativa, interrogare solo dei soggetti esperti , ovvero ferrati nel dominio coperto dalle domandine di laboratorio. Anche costoro soffrono dei noti limiti di ragionamento? In fondo parliamo di gente che si guadagnano da vivere proprio operando nel ramo in cui viene interrogata.

Buona idea, quando si è realizzato un progetto di questo tipo l’ irrazionalità delle cavie è crollata.

L’ economista John List, con l’ aiuto dei suoi amici psicologi, ha dedicato molte energie ad esplicitare questo punto.

***2. Intelligenza vs. Razionalità***

Ma c’ è un’ altra obiezione più profonda e riguarda la natura della nostra razionalità.

La domanda cruciale è questa: intendiamo tutti la stessa cosa quando parliamo di razionalità? Forse no.

Forse cio’ che si mette alla prova nei test convenzionali, più che la razionalità, è l’intelligenza.

Ma che differenza c’ è tra razionalità e intelligenza?

Anziché dilungarci in definizioni astratte forse è meglio fare un esempio proponendo un test classico, il cosiddetto “Linda’s problem”.

L’ esaminatore esordisce raccontandovi una storiella semplice semplice:

…Linda è una giovane donna che lavora in banca; si impegna molto nel suo lavoro ma ha anche una vita sociale attiva, le sono sempre stati a cuore i diritti delle donne, sente come sua questa battaglia e recentemente si è avvicinata ad un’ associazione che si dedica a queste tematiche e bla bla bla….

Dopo aver raccontato la storiella vi propone due affermazioni:

1) Linda è un consulente finanziario di banca;

2) Linda è un consulente finanziario di banca e una femminista.

Vi viene infine chiesto quale ritenete essere l’ affermazione più probabile.

La maggioranza delle persone sceglie “2” ma la risposta esatta è “1”. Infatti, le persone ricomprese da “2” sono solo un sottoinsieme delle persone ricomprese da “1”, di conseguenza “1” sarà per definizione sempre più probabile di “2”.

Da questo errore ripetuto più volte nel tempo si inferirebbe che le persone sono sistematicamente irrazionali.

Chi obbietta dice invece che una lacuna del genere è compatibile con la razionalità.

Evidentemente ci sono concezioni differenti di razionalità.

Di sicuro il problema è ben posto e chi risponde “2” sbaglia; ma sbaglia perché è un soggetto irrazionale?

Per capire cosa potrebbe essere successo dobbiamo mettere in evidenza il “trucco” che ha deviato molte risposte: il quesito ci fornisce una lunga introduzione al personaggio di Linda che ci trae in inganno poiché è del tutto irrilevante per risolvere il quiz proposto alla fine.

Ma nella nostra realtà quotidiana se qualcuno ci parla facendo delle premesse articolate, evidentemente è perché ritiene quelle premesse rilevanti ai fini del discorso che segue. Presumere che le cose stiano in questi termini è del tutto razionale per noi. Eppure,  nel caso del quiz, tutto cio’  ci ha indotto in errore.

Evidentemente, chi ha sbagliato non è riuscito ad astrarsi dal mondo per concentrarsi sul quiz, la sua realtà quotidiana ha continuato a vivere dentro di lui anche mentre veniva testato in laboratorio attraverso quiz semplici e asettici.

In conclusione direi questo: per risolvere correttamente il “Linda’s problem” (così come molti altri esperimenti mentali) noi dobbiamo IMMAGINARE correttamente la situazione che ci viene descritta e poi CALCOLARE la soluzione finale.

I soggetti che rispondono scorrettamente possiedono in modo integro le loro facoltà di CALCOLO, quello che non riescono a fare bene è IMMAGINARE la situazione che viene loro descritta.

Non ci riescono ma del tutto anche se è una situazione particolarmente semplice.

Anzi, forse non ci riescono proprio perché è fin “troppo” semplice, la realtà con cui sono abituati a fare i conti è molto molto più complessa.

I soggetti che rispondono in modo sbagliato dicono di accettare le semplici premesse poste dall’ esaminatore. Che ci vuole? Sono premesse elementari e chiare! Ma in realtà non riescono ad accettarle poiché dentro di loro le ritengono inverosimili (nella realtà non esistono problemi con premesse tanto semplici). E’ questo che li induce in errore, non la supposta irrazionalità.

Personalmente mi sento di avallare questa interpretazione.

Nella mia esperienza capita spesso di proporre “esperimenti mentali“, proprio per la loro semplicità. Ho continue conferme di quanto si diceva: persone che riconosco come più lucide e brillanti di me nel prendere la decisione giusta in mille contesti, faticano poi a calarsi in giochini molto semplici. Mi sono sempre fatto delle domande in proposito.

Ci vuole una buona dose di “autismo” per calarsi in problemi artificiosi, così come ci vuole una grande sensibilità a tutti i fattori per prendere la decisione più corretta nella vita reale. Difficilmente “autismo” e “sensibilità” riescono a convivere nella stessa persona.

Recentemente mi è capitato di proporre il “Linda’ s problem” ad un conoscente che stimo per la sua capacità di riflettere.

Mi ha dato la risposta sbagliata. Niente di strano.

Si è giustificato dicendo: ho scelto “2” perché di solito ritengo più informato colui che su una certa questione mi fornisce più dettagli. E in effetti nella realtà è proprio così, purtroppo nell’ esperimento mentale di Linda un’ assunzione del genere è del tutto gratuita.

Insomma, il mio amico non è riuscito a concentrarsi sul problema facendo piazza pulita della realtà che vive tutti i giorni, ovvero dei meccanismi che adotta comunemente per risolvere i problemi sul lavoro o in famiglia.

Avrebbe dovuto concentrarsi sulla fredda logica deduttiva applicandola ai dati di partenza, ha invece fatto irrompere la tipica logica induttiva con cui soppesa le sue esperienze al fine di metterle a frutto.

La logica induttiva ha disturbato quella deduttiva portandolo all’ errore. Cio’ non toglie che la sua logica deduttiva sia solida, è solo disturbata indebitamente da quella induttiva allorché si ritrova in situazioni artificiose come quelle di laboratorio. Ma nella realtà la logica induttiva non disturba affatto, anzi integra in modo imprescindibile le capacità di calcolo.

In conclusione, il mio amico ha fornito sì la risposta sbagliata ma nella realtà di tutti i giorni è probabilmente molto più razionale dell’ “autistico solutore ideale” del Linda’s problem.

Avete presente quei soggetti molto intelligenti che fanno cose molto stupide”? Sono familiari un po’ a tutti. Ecco, questi tipi rientrano senz’ altro nell’ elenco dei “solutori ideali”.

Il “solutore ideale” deve avere doti di calcolo e capacità di astrazione (immaginazione). A lui non è richiesto né di saper saggiare l’ affidabilità dei dati di partenza né di fissare obbiettivi congrui.

Ma cosa significa tutto cio’? Un esempio lo chiarisce bene.

Se la maestra dice: Pierino va a far la spesa con 10 euro nel portafoglio…” noi non siamo tenuti a questionare sull’ affidabilità di questa informazione. E’ così punto e basta, lo dice la maestra.

Se la maestra poi dice “… quanto ha speso Pierino al mercato?” l’ obbiettivo dello sforzo a cui siamo chiamati è semplice: rispondere a questa domanda. Noi non siamo tenuti a fissare uno scopo, lo fa per noi la maestra e non si discute. Non ci resta che “calcolare”.

Eppure, saggiare l’ attendibilità dei dati ricevuti e fissare obbiettivi congrui sono competenze importanti nella vita reale, sono altresì competenze che impegnano la nostra ragione.

E torniamo allora alla distinzione tra “intelligenza” e “razionalità”. Ora dovrebbe essere più chiara.

Di solito pensiamo che i limiti della persona intelligente con “tratti autistici” siano legati alla sfera emotiva e a quella relazionale.

Le cose non stanno proprio così, tanto è vero che i limiti che sto evidenziando non sono né di natura emotiva, né di natura relazionale. Sono limiti legati alla razionalità, sono limiti cognitivi.

Una persona puo’ essere intelligente ma possedere una razionalità estremamente limitata. Ecco spiegato il caso tanto comune dell’ “intelligentone che fa cose stupide”. Non si tratta di “stupidità emotiva o relazionale”, un concetto del genere sarebbe un ossimoro. Si tratta di stupidità in senso stretto, ovvero di deficienze cognitive.

A volte, quando pensiamo all’ “intelligentone” imbranato pensiamo anche che sia in quelle condizioni per la sua scarsa esperienza di vita: ha una tale passione per i libri che non esce mai dalla sua camera; è chiaro che appena fa un passo fuori inciampa. Sottointeso: ma lascia che si abitui…

Le cose non stanno proprio così poiché, come abbiamo visto, l’ intelligenza puo’ anche non essere collegata con la razionalità: l’ esperienza non aiuta quei soggetti che non hanno gli strumenti cognitivi per soppesarla.

Ci sono casi estremi, per esempio quelli legati alla “lucida follia”.

Di cosa si tratta? Abbiamo detto prima che la persona intelligente ha una grande capacità di astrarsi, sa IMMAGINARE molto bene il problema che gli viene proposto. Ebbene, il “folle lucido” ha una facoltà d’ IMMAGINAZIONE potentissima, al punto che ne ha perso il controllo. Per quanto lucido non potrà mai essere considerato “razionale”, tanto è vero che lo bolliamo come “folle”.

Tuttavia, non vorrei essere frainteso: l’ intelligenza resta una facoltà importantissima anche nella vita di tutti i giorni, specie dei NOSTRI giorni. E il senso comune lo sa bene, tanto è vero che tutti noi in fondo in fondo speriamo che i nostri figli abbiano un IQ elevato piuttosto che ridotto. Non siamo affatto indifferenti alla cosa.

Se devo proprio fare un nome di chi si è occupato di queste faccende, mi spendo per Keith E. Stanovich. Mi è stato molto utile leggere alcuni dei suoi lavori. Per lo sporco lavoro sul campo faccio i nomi di Ralph Hertwig e Gerd Gigerenzer.

***3. Il fascino dell’ irrazionalità***

Discutendo per questioni di lavoro è difficile che l’ altro faccia ammissioni contro il proprio interesse. Non ti sorprendi molto della cosa. In fondo vale anche per te: perché mai dovrei darmi la zappa sui piedi?

Nei forum virtuali capita invece di parlare con gente di cui non sai nulla e non saprai mai nulla. In un caso del genere difficile ipotizzare la presenza di interessi meritevoli di tutela: dici la tua e togli il disturbo. Eppure, anche qui, e forse più ancora che sul lavoro, non è facile trovare gente intellettualmente onesta.

In genere le persone virtuali che incontri hanno le loro fisse. Capisci subito che costoro non cambieranno mai idea. Neanche di fronte a fatti innegabili. Neanche di fronte a dimostrazioni geometriche.

Ti viene subito voglia di solidarizzare con chi definisce l’ uomo un essere fondamentalmente irrazionale e in preda a ideologie. Anzi, le ideologie ti corazzano ancora più che gli interessi.

Ma c’ è una semplice osservazione che manda in crisi l’ ipotesi dell’ uomo irrazionale. Basta infatti osservare che avere un’ ideologia è bello.

E’ bello professare un’ ideologia, avere una fede. Ti riempie la giornata, costruisce la tua identità, ti realizza come persona, ti appaga, ti rende felice e compiaciuto.

Sono tutte cose positive e io potrei (razionalmente) decidere di sacrificare qualcosa pur di ottenerle. Cosa c’ è di più normale che pagare un prezzo per avere un bene? Potrei allora, per esempio, decidere di sacrificare la mia razionalità, perché no?

In questi casi lo psicologo parla di “irrazionalità razionali”. Ma adottare un comportamento del genere è perfettamente razionale. Anche nel senso classico del termine.

Forse dobbiamo rivalutare gli “ottusi” che incontriamo in rete, hanno solo dato via la loro razionalità per avere altri beni, probabilmente più preziosi. facendo questo si dimostrano ancora più razionali di noi. Forse.

Ecco allora un’ altra ipotesi in cui i bias cognitivi dell’ uomo sono solo apparenti.

Ma come si puo’ dimostrare un’ ipotesi del genere?

Un modo ci sarebbe. Visto che parliamo di “dar via” la propria razionalità, allora dovrebbe/potrebbe valere la legge della domanda e dell’ offerta: quanto più si alza il prezzo, quanto meno siamo disposti a “comprare”.

I controlli fatti confermano l’ ipotesi dell’ “irrazionalità razionale”: noi siamo molto più ideologici quando discutiamo di politica o votiamo alle elezioni rispetto a quando facciamo la spesa al supermercato.

Essere ideologici in politica non ci costa niente. Anche votare in modo ideologico ci costa poco (gli eventuali effetti negativi saranno ripartiti su tutti). Ma al supermercato ogni “errore ideologico” lo paghiamo di tasca nostra.

Il concetto dell’ “irrazionalità razionale” spesso pone sotto accusa i fedeli delle religioni: in molti casi credere a cose irrazionali non costa nulla.

In effetti non penso che si creda alle stimmate di Padre Pio adottando la stessa cura che ci mettiamo nell’ analizzare i dati di borsa prima di investire i nostri pochi risparmi.

Anche per questo il nostro impegno nella fede deve essere elevato, il sola fide non converte certo il mondo che continuerà a ridere di noi.

L’ economista Bryan Caplan ha elaborato il concetto di “rational irrationality” applicandolo alla politica, in particolare alle procedure democratiche.

***4. Quando il rischio ci manda in tilt***

Da più parti si ritiene che la nostra mente non sia molto a suo agio nel pensare e decidere in situazioni di rischio. Maurice Allais ha escogitato un paradosso che rende chiari i termini della questione.

La cavia è invitata  ad un doppio gioco, nel primo deve scegliere tra questi due premi a sua disposizione:

1a: 1 milione di euro certi in tasca.

ab: 1 milione di euro all’ 89% – niente all’ 1% – 5 milioni di euro al 10%

Nel secondo gioco deve scegliere invece tra questi due premi a sua disposizione:

2a: niente all’ 89% – 1 milione di euro all’ 11%

2b: niente al 90% – 5 milioni al 10%

Ebbene, la gran parte delle cavie sceglie 1a/2b.

Ma la scelta è incongrua.

La propensione al rischio puo’ variare da persona a persona, cosicché noi non possiamo sapere alcune cose circa la scelta possibile di una persona coerente. Possiamo per esempio dire che sceglierà o la coppia 1a/2a oppure la coppia 1b/2b. Di sicuro non sceglierà la coppia 1a/2b.

Solo una persona incoerente potrà fare quella scelta visto che non si cambia propensione al rischio passando da un gioco all’ altro.

Oltretutto, l’ errore registrato è sistematico. Ovvero, noi sbagliamo sempre scegliendo la coppia 1a/2b, difficilmente sbagliamo scegliendo 1b/2a.

La conclusione è chiara: in certe situazioni, quando siamo chiamati a decidere in condizioni di rischio, l’ uomo si comporta in modo irrazionale.

Tra le ipotesi impliciti che consentono la conclusione di cui sopra c’ è quella per cui l’ uomo è un egoista: cerca cioè di massimizzare i premi ricevuti data la sua propensione al rischio.

In alternativa potremmo postulare che l’ uomo sia un invidioso: data una certa propensione al rischio, cerca di massimizzare il differenziale tra la sua utilità e quella degli altri partecipanti la gioco.

Non mi sembra un’ ipotesi forte. Anzi, mi sembra ancora più plausibile di quella dell’ “uomo egoista”.

Ebbene, postulando l’ ipotesi dell’ “uomo invidioso” prendiamo atto con sorpresa che la coppia 1a/2b, sotto certe ipotesi relative alla forma delle funzioni di utilità,  diventa coerente per molti livelli di propensione al rischio.

L’ uomo non sarebbe quindi né irrazionale né egoista, sarebbe piuttosto invidioso. Un invidioso razionale, però.

La mia esperienza conferma questa ipotesi, spesso noto che gli uomini abbandonano i propri giudizi per conformarsi a quello generale. Questo è sintomo che l’ invidia fa premio sull’ egoismo: si teme, per esempio, di restare isolati nella sventura.

Tipico pensiero distorto: a parità di rendimento, anche se penso che il titolo X sia meno rischioso, compro Y perché lo comprano tutti.

Il fatto è che le statistiche di borsa confermano questa impressione: gli operatori vendono e comprano considerando la diffusione presso il pubblico di un certo titolo quale elemento in grado di abbassarne la rischiosità!

Ma forse, per spiegare casi come questi, non c’ è solo l’ irrazionalità umana. In altri termini, non c’ è nemmeno bisogno di ripiegare sull’ “uomo invidioso”. La massima “mal comune mezzo gaudio” ha una sua verità indipendentemente dal sentimento dell’ invidia: quando un male colpisce tutti è più facile contare su interventi esterni e su salvagenti eccezionali, magari forniti dalla politica democratica. Quando invece un male prende di mira solo voi, attorno constaterete solo disinteresse e abbandono.

Eric Falkenstein ha brillantemente risolto il puzzle di Allais in termini di invidia. In realtà è stato lo stesso Maurice Allais a mettere tutti sull’ avviso affermando che “c’ era qualcosa che non andava nell’ assioma di indipendenza di Von Neumann e Morgenstern” (che postula appunto l’ indipendenza tra le funzioni di utilità dei vari soggetti).

*** 5. Irrazionalità o razionalità occulta?***

Perché alcuni gruppi sociali si rifiutano di credere, nonostante le evidenze, al fenomeno del riscaldamento globale?

Per i teorici dei bias la risposta è chiara: irrazionalità. Un’ irrazionalità dettata dall’ ideologia.

Per quanto riguarda l’ ideologia, ho già detto più sopra: coltivarla non è di per sé sinonimo di irrazionalità. Tuttavia, in questo caso c’ è qualcosa in più che vorrei aggiungere.

Per chi fa parte di un certo gruppo, credere al fenomeno del riscaldamento globale non porta alcun beneficio diretto mentre invece accettarne esplicitamente le evidenze lo pone in urto con persone che frequenta ogni giorno. Nel secondo caso l’ onere da sopportare sarebbe davvero alto.

In queste condizioni come si comporta un soggetto razionale dedito ad una puntuale analisi costi/benefici?

Ovvio, decide di non credere.

Non credere è una scelta obbligata per il soggetto razionale.

Potremmo allora dire che il gruppo ha posizioni irrazionali ma non che i soggetti che lo compongono siano irrazionali. La razionalità individuale è salva.

Per approfondire le vie imprevedibili della razionalità umana, una buona guida potrebbe essere il giurista Dan Kahan.

***6.  Irrazionalità al servizio della razionalità***

Si realizza spesso anche il fenomeno inverso rispetto a quello appena visto: talune nostre irrazionalità servono per conferire razionalità ai comportamenti di gruppo.

Faccio un esempio tratto dalla storia delle idee.

Nel pensiero economico, una delle tappe più importanti è costituita dall’ elaborazione del concetto di equilibrio generale.

L’ esimio economista ginevrino Léon Walras dimostrò matematicamente che un libero mercato, sotto certe condizioni, è in equilibrio allorché ottimizza l’ allocazione delle risorse disponibili. Una fortunata coincidenza!

Successivamente, Kenneth Arrow e Gerard Debreu raffinarono questa dimostrazione.

Tuttavia, cio’ non diceva ancora nulla circa la possibilità o meno che un libero mercato possa raggiungere spontaneamente il suddetto equilibrio.

Anzi, a dirla tutta Herbert Scarf dimostrò che una simile garanzia non poteva essere fornita.

Piccolo particolare: Scarf, come i suoi predecessori, ipotizzava che i prezzi di mercato fossero annunciati urbi et orbi da un banditore d’ asta ad un pubblico di soggetti razionali.

Ebbene, bastò togliere questa condizione artificiosa per raggiungere risultati ben diversi.

Se si ipotizza l’ assenza di un banditore ufficiale e al suo posto si considera invece la presenza di soggetti con razionalità limitata che aggiustano i loro comportamenti secondo strategie alternative, allora è possibile dimostrare che un libero mercato, oltre a possedere un equilibrio in cui viene ottimizzato l’ uso delle risorse, è anche nelle condizioni migliori per raggiungerlo.

Di solito si parla di “strategie markoviane di comportamento”.

La razionalità dei singoli, in questo caso, era un ostacolo al benessere collettivo e le “strategie alternative” che descrivono lo scenario ottimale, se considerate isolatamente, potrebbero anche essere scambiate da molti come “irrazionalità”.

Qui l’ irrazionalità, però, è al servizio di una razionalità più alta. Non mi sembra quindi che sia lecito trattarla quasi fosse un difetto da correggere. Al contrario.

Il matematico Samuel Bowels e l’ economista Herber Gintis sono i due studiosi che, sulle orme di Hayek, si sono dedicati ai temi sfiorati in questo punto.

***7. La riflessione negata***

C’ è chi non si limita a negare la ragione ma nega addirittura l’ atto riflessivo in sè, ovvero, l’ atto da cui dovrebbe scaturire la scelta razionale: noi saremmo dominati dai nostri istinti.

Qui bisogna intendersi: una scelta razionale puo’ essere presa anche d’ istinto ma non c’ è chi non veda un legame forte tra ragione e capacità di vincere l’ istinto immediato grazie ad un’ attività riflessiva che scaturisce dalla coscienza.

Gli esperimenti condotti da Benjamin Libet hanno rilevato un’ attività cerebrale che precede la decisione cosciente, cosicché in molti hanno concluso che la seconda potrebbe essere una mera illusione. La vera scelta è presa prima attraverso delle procedure estranee alla nostra coscienza.

In merito si avanzano di solito tre critiche:

1) Gli esperimenti di Benjamin Libet chiedono alle cavie di compiere scelte che sono ben lontane dalle scelte che compiamo comunemente. Se dobbiamo limitarci a decidere quando apporre un puntino su un foglio bianco siamo chiamati a compiere una scelta semplicissima, senza vincoli di tempo e completamente casuale. Fare una scelta di carriera o decidere se divorziare o meno è un po’ diverso. Difficile pensare che lo studio dei meccanismi decisionali che riguardano il “puntino” possano dirci qualcosa di fondamentale sulle scelte autentiche.

2) Gli esperimenti di Benjamin Libet ci dicono che esiste un’ attività cerebrale prima di assumere una scelta in modo cosciente. Ma da tutto cio’ non si evince che la nostra scelta sia di natura istintiva. E perché mai? Anzi, quell’ attività cerebrale, probabilmente, è necessaria proprio per attivare la coscienza e chiamarla a decidere.

3) C’ è una relazione tra previsione e libertà che a molti sembra ostica. Secondo Libet, l’ attività cerebrale che precede la scelta cosciente ci consente di prevedere quest’ ultima con una probabilità intorno al 60%. In certe particolari condizioni la probabilità si alza.Cio’ potrebbe significare che la nostra libertà di coscienza è condizionata ma mi chiedo chi ritenga che non esistano condizionamenti. Neanche il libertario più radicale arriverebbe a pretendere tanto! La presenza di una libertà – e quindi di una coscienza da cui scaturirebbero le decisioni razionali – deriva dal fatto che io “posso fare diversamente” qualora lo volessi, non dal fatto che la mia scelta sia prevedibile in anticipo. Esempio: è praticamente certo che io da qui ad un’ ora non mi amputerò il braccio destro, tuttavia, se lo volessi fare potrei farlo. Se per esempio mi dicessero che con l’ amputazione potrei salvare la vita in pericolo delle mie figlie procederei.

Alfred Mele è un filosofo da sempre impegnato a spiegare perché la scienza non ha affatto confutato il libero arbitrio e la scelta cosciente delle persone. Penso che saperlo, e quindi sapere che l’ uomo puo’ liberamente riflettere sulle decisioni da prendere, sia una buona notizia per chi crede che la ragione abbia un ruolo da giocare in questi frangenti.

***8. L’ agguato paternalista***

Paternalismo e teorie dell’ irrazionalità umana molto spesso vanno a braccetto. E’ come se il governante dicesse al cittadino: “poiché non sei in grado di scegliere per il tuo bene, sceglierò io per te”.

Dal truce proibizionismo alle subdole “spintarelle”, il paternalismo esercita il suo magnetismo su tutto lo spettro politico, dall’ estrema destra all’ estrema sinistra.

E non parliamo dei cattolici, sempre pronti a far da egida con qualche decreto legge da richiedere alla politica.

La logica non fa una grinza: il cittadino/suddito non sa perseguire in modo coerente la sua felicità, non ha strumenti cognitivi adeguati per “realizzarsi” quindi, in sua vece, interviene il governante.

Ecco, quand’ anche accettassimo le premesse circa l’ irrazionalità sistematica dei cittadini – e nei punti precedenti ho sollevato dubbi in serie – l’ argomento paternalista presenta quantomeno cinque inconvenienti.

Il primo è ovvio:

1) perché mai il tutore dovrebbe essere esente da bias?

Il secondo è legato alla prassi:

2) Il paternalismo implica élitarismo,  e l’ élitarismo nel mondo moderno crea risentimento sociale; condizione tutt’ altro che ideale per implementare con successo certe politiche.

Il terzo è paradossale:

2) tra i bias più comuni c’ è anche quello per cui il soggetto è felice e si realizza solo se sceglie personalmente e sente sotto controllo la situazione.

Il quarto è sgradevole:

3) il paternalismo non cura i nostri bias ma anzi, ci gioca sopra, gli alimenta fino a diventare contro-producente qualora noi riuscissimo a superarli. Il paternalismo non mi educa ma mi spinge lentamente verso una condizione di dipendenza: senza il mio amorevole sorvegliante, sarò perduto.

Il quarto è filosofico:

4) il paternalismo è un attentato alla dignità dell’ uomo messo sotto tutela. Il “protetto”, infatti, è considerato come un eterno minorenne che bisogna far vivere in ambienti falsati e artificiosi, in sua presenza non bisogna accennare alle cose come stanno: non bisogna dire che “solo” il 15/20 dei forti fumatori viene colpito dal cancro ai polmoni, o che gran parte dei drogati esce relativamente presto dalla sua dipendenza, o che il rischio di fare incidenti da ubriachi è dello 0.009%, eccetera. Non bisogna dire niente per evitare che queste informazioni azionino l’ irrazionalità dei soggetti fungendo da incentivo, al fumo, alle droghe, alla guida in stato di ubriachezza, eccetera. Ma questa campana di vetro fatta di reticenze e falsità è compatibile con la dignità dell’ uomo?

Nonostante questi inconvenienti esiste un certo consenso intorno alle politiche paternaliste, è inutile negarlo. Tuttavia, la natura di questo consenso è per me dubbia.

Personalmente ritengo che molti siano favorevoli a politiche di questo tipo, non tanto perché preoccupati della sorte di chi non sa badare a se stesso, quanto perché queste politiche accomunano tutti in un unico destino.

Si torna al “mal comune mezzo gaudio” di cui sopra. Un classico bias che ci spinge a guardare con favore la figura messianica del saggio pastore/governante alla guida di un gregge da uniformare nei comportamenti al fine di essere condotto tutto in un unico ovile. Magari scomodo, magari primitivo ma pur sempre “unico”.

A parte queste considerazioni, chi valuta i cinque problemi di cui come preoccupanti, si chiede poi quali alternative esistano.

Forse un’ alternativa c’ è: favorire la riflessione e l’ introspezione. Chiamiamole pratiche di debiasing.

Se il “debiasing” fosse possibile, costituirebbe una valida alternativa al paternalismo. Non solo: quanto più il debiasing è possibile, quanto più il paternalismo da socialmente benefico diventa socialmente dannoso.

E molti psicologi ci dicono oggi che è possibile, purché si crei attorno al soggetto un ambiente gradualmente responsabilizzante che consenta la transizione dell’ “eterno minorenne” verso la maturità.

Prima, parlando di supermercati e cabine elettorali, ho fatto veder con un esempio come il libero mercato responsabilizza mentre la democrazia de-responsabilizza. Ecco, bisognerebbe trarne qualche conseguenza.

Jeremy Waldron è il giovane e promettente studioso che ha meglio elaborato filosoficamente i legami tra paternalismo e dignità dell’ uomo. Bart Wilson si è invece occupato del “bias da controllo” (quello che ci fa preferire irrazionalmente l’ auto all’ aereo) e della libera scelta come via alla propria realizzazione. Sul “debiasing” vorrei indirizzare verso il lavoro di Keith Stanovich e Jonathan Evans.

***aggiunte***

add1: nella sezione 8, a proposito delle dipendenze sviluppate dal paternalismo, si potrebbe ricordare che l’ abilità a gestirsi nel gioco è inversamente correlata con le proibizioni in materia.

E’ concorrenza sleale quella del Comune che compila gratuitamente i bollettini TASI?

Le considerazioni che seguono sono scritte in patente conflitto d’ interessi, inutile negarlo.

Tuttavia, ritengo che siano talmente cristalline da superare le giustificate remore del lettore. Inoltre, la giovanissima Rita ha girato il coltello nella piaga, e a questo punto non posso trattenermi.

Da ultimo, spero di esporre concetti sufficientemente contro-intuitivi da suscitare un qualche interesse.

tari

Giovanni va dal Giuseppe per compilare il suo bollettino TASI.

Paga la sua brava tassa: 100 euro.

Poi paga l’ onorario di Giuseppe: 30 euro.

Ma non ha finito di pagare!

Deve pagare pro-quota anche l’ impiegato comunale che compila gratuitamente il bollettino a Giacomo previa appuntamento. Giacomo ha ereditato – buon per lui – e la sua situazione non è immediata.

E’ giusto che Giuseppe venga spremuto in questo modo?

Ammettiamo che la tassa sia giusta, quindi va pagata.

L’ onorario a Giuseppe, dal canto suo, è giusto, la gente non lavora per divertimento.

Resta da capire se sia dovuto il pagamento all’ impiegato comunale che compila gratis il bollettino a Giacomo.

Ho sentito molti sostenere che Giovanni avrebbe pagato comunque quell’ impiegato.

Effettivamente, se l’ alternativa alla compilazione del bollettino di Giacomo fosse stata per l’ impiegato quella di starsene con le mani in mano, allora ok.

Ma ammettiamo di vivere in un mondo in cui non si paga la gente per starsene con le mani in mano, ammettiamo che gli impiegati pubblici svolgano un servizio pubblico.

Qualcuno, a questo punto, potrebbe dire che anche compilando il bollettino di Giacomo l’ impiegato svolge un servizio pubblico. 

Alla richiesta di spiegazioni, chi sostiene questa tesi di solito fa notare che anche per Giovanni, qualora volesse usufruire del servizio, le porte sarebbero aperte (e la coda pronta ad accoglierlo).

Un’ affermazione del genere ci sta solo dicendo che il servizio è gratuito per tutti, mica che è pubblico. Grazie, ma questo lo sapevamo già.

Il fatto è che chi risponde in questo modo non ha capito bene cosa sia un “servizio pubblico”.

Un servizio non è pubblico per il fatto di essere gratis.

Se fosse così il Comune potrebbe anche fare i panettoni o le scarpe e regalarle in giro giustificandosi dicendo che svolge in questo bizzarro modo un servizio pubblico. Gli obiettori verrebbero liquidati invitandoli a raccattare un paio di scarpe e a tacere: ce n’ è per tutti! 

Evidentemente un servizio pubblico è altra cosa.

Un servizio è pubblico quando, per esempio, non  puo’ essere fornito a Giacomo senza che ne benefici anche Giovanni.

In altri termini, un servizio è pubblico quando i beneficiari non sono “escludibili”. 

La polizia non puo’ (per la natura del suo servizio) tutelare Giovanni senza tutelare anche il concittadino Giacomo. Per contro, l’ impiegato PUO’ (per la natura del suo servizio) compilare il bollettino di Giovanni senza compilarlo a Giacomo. 

Ergo: il primo, quello della polizia, è un servizio pubblico, il secondo è un servizio privato.

La conseguenza è una sola: l’ impiegato abbandona un servizio pubblico per dedicarsi ad un servizio privato. 

Visto che le cose stanno in questo modo, l’ impiegato (o il suo datore di lavoro) dovrebbe, come minimo, farsi pagare dal privato anziché dal pubblico (che comprende anche il povero Giovanni).

Il fatto che debba essere pagato pro-quota anche da Giovanni non sembra corretto.

Ma si giunge al paradosso se si considera che tra il pubblico rientra anche Giuseppe. 

Ebbene, Giuseppe non deve solo pagare pro-quota l’ impiegato pubblico affinché fornisca un servizio privato a Giacomo. Deve anche subirne la concorrenza.

Una concorrenza che a questo punto dobbiamo chiamare “sleale”.

Pensaci: già subire la concorrenza di chi – senza alcun merito in termini di efficienza – fa un prezzo pari a zero non è cosa da poco. Figuriamoci subire la concorrenza di chi, oltre a fare un prezzo uguale a zero, pretende da te di essere sussidiato nel produrre il danno che ti sta infliggendo.

E tu una roba del genere non vuoi nemmeno chiamarla “concorrenza sleale”?

Dài, almeno i cinesi delle borse Dolci&Gabanna non pretendono un contributo obbligatorio dai due stilisti. Si limitano ad un’ onesta concorrenza sleale senza eccedere troppo nell’ arroganza :-).

p.s. Naturalmente io non penso che al Comune queste cose non le sappiano, penso invece che debbano fare quel che fanno (ovvero garantire servizi privati gratuiti) per lusingare la massa votante, o per lo meno per evitare al sindaco e agli assessori la fine più naturale: il linciaggio per strada.

Quantificando la qualità

“Bella e fantasiosa la tua teoria, peccato che i fatti dicano altro”.

A quasi mezzo millennio da Galileo, una critica del genere la sentiamo come devastante, qualsiasi sia l’ argomento oggetto di dibattito. 

Ormai siamo tutti degli “empiristi dentro” e quando c’ è da “quantificare” non ci fermiamo davanti a niente, nemmeno davanti alla qualità.

Oggi non fai molta strada se non hai i numeri giusti dalla tua parte, i metodi quantitativi sembrano farla da padrone e le “regole d’ ingaggio” della polemica anglosassone sembrano colonizzare anche i forum continentali.

Dovendo rappresentarmi la classica diatriba, immagino  due contendenti che cozzano elegantemente tra loro nella presentazione di ragioni ingegnose con tanto di allusione erudita e retorica frizzante; ad un tratto, quasi a tradimento, uno dei due rovescia ex abrupto una secchiata di “numeretti” che tramortisce l’ avversario dialettico, dopodiché lascia l’ agone alzando le mani in segno di vittoria e ringraziando il pubblico estasiato. Il soccombente, non appena riavutosi, corre su internet o in biblioteca alla ricerca di conforto e torna a alla carica della controparte brandendo la sua brava stringa di cifre in grado di vendicarlo. E allora giù scudisciate sulla schiena dell’ avversario che sta ancora raccogliendo gli allori. 

Difficile poi che i due s’ interessino realmente ai numeretti dell’ altro, l’ importante è possederne una certa scorta da squadernare al momento opportuno.

La ricetta per l’ allocazione temporale del perfetto polemista telematico si è andata via via fissando: il 5% delle risorse cognitive da dedicare all’ ascolto della controparte e il 95% da dedicare alla frenetica consultazione delle proprie banche dati.

Ma i “numeretti” di cui sopra sono infidi. Come diceva quel tale, se opportunamente torturati confessano quasi sempre quel che uno vuol sentirsi dire. Ormai tutti lo sanno e non s’impressionano più di fronte ai grafici che addobbano il “nemico” come un albero di natale.

Anziché rispondere con altri grafici, molto più efficace segnalare le fallacie di quelli che ci vengono sottoposti. Ne converrete.

Ecco allora qualche consiglio che puo’ venir buono quando ci troviamo in simili frangenti.

Il mio riferimento principale è agli studi statistici applicati alle scienze sociali visto che sono loro ad ingorgare le nostre giornate: ci inciampiamo continuamente leggendo il giornale o scorrendo la pagina facebook.

I motivi per circoscrivere il tutto alle scienze sociali sono essenzialmente due: 1) accolgono gli abusi più eclatanti 2) le scienze naturali sono talmente noiose che nessuno se le fila realmente (anche se bisogna far finta di farlo).

Premetto che alcune dritte le salto a piè pari: chi infatti prenderebbe mai alla lettera un titolo di giornale? Spero che non ci sia bisogno di sprecare un’ avvertenza su cose che fanno parte dell’ equipaggiamento minimo di chi vuol sopravvivere nel Terzo Millennio.

Cerco di sfrondare il discorso anche da altri suggerimenti scontati: inutile allora ripetere che “correlazione” e “causa” sono fenomeni differenti, che le prime potrebbero anche essere “spurie”, che se uno studio ci dice che il posto in città dove crepa più gente è l’ Ospedale cio’ non significa necessariamente che sia un posto pericoloso da cui stare alla larga.

Sono consigli utili ma sarebbe come ricordare al chirurgo di lavarsi le mani prima di entrare in sala operatoria.

Veniamo allora a qualcosa che di solito si tralascia.

diagramma

1) Innanzitutto due parole sulla funzione degli studi statistici: non servono a formarsi un’idea sul fenomeno oggetto dello studio. Strano ma vero. 

E’ la stessa teoria delle probabilità a metterci sull’ avviso. Una prima idea sui fenomeni studiati dobbiamo formarcela pensandoci su per conto nostro, a prescindere da qualsiasi studio statistico. Probabilmente non dobbiamo nemmeno pensarci su, ce l’ abbiamo già chiara in testa.

La partenza è sempre soggettiva. La conoscenza comincia sempre da un’ introspezione. Non siamo una tabula rasa, dentro di noi c’ è già un germe di sapere induttivo, analogico, metaforico ecc., dobbiamo tirarlo fuori e chiarificarlo a noi stessi fissando delle credenze a priori

Poi, a posteriori, aggiorneremo queste credenze sulla base degli studi visionati e del peso che decidiamo di attribuire loro. 

Cio’ significa che uno studio che corrobora l’ idea di Giovanni piuttosto che quella di Giuseppe, non sta dando ragione a Giovanni, sta solo chiedendo a Giovanni e Giuseppe di aggiornare le loro credenze in un senso favorevole a Giovanni. 

Tuttavia, tutto cio’ resta perfettamente compatibile col fatto che la ragione stia dalla parte di Giuseppe. 

Il matematico italiano Bruno De Finetti ha dedicato una vita a sondare la base soggettiva di ogni calcolo probabilistico. Il cercatore di verità è uno scommettitore che parte dalle sue sensazioni correggendole con le informazioni oggettive che raccoglie via via.

Thomas_Bayes

2) Se la materia è complessa non soffermatevi mai su un singolo studio. 

E’ bene che il profano si concentri unicamente sui cosiddetti meta-studi, ovvero su quei lavori che passano in rassegna la letteratura scientifica disponibile su un certo tema per trarne, con certe tecniche di uso comune, delle conclusioni generali. 

Penso si tratti di un consiglio utile poiché da solo basta a giustificare l’ accantonamento del 98% di cio’ che riportano i giornali, quasi sempre ossessionati dallo studio singolo.

3) A proposito di “aggregazione” dei risultati. Spesso ci si dimentica che in statistica i risultati sono difficili da “sommare” e anche la proprietà transitiva è alquanto ballerina.

Mi spiego meglio con una storiella:

Un mio amico frequentava un club tre giorni alla settimana. Era alla ricerca di un’ anima gemella, ma la voleva dal carattere dolce. Sapeva che al martedì scegliere una bionda aumentava le possibilità di una compagnia con queste caratteristiche. Il Giovedì i frequentatori cambiavano completamente, ma dalle meticolose indagini fatte, la dolcezza continuava ad essere una prerogativa delle bionde. Il mio amico si comportava di conseguenza.

La domenica sera al club affluivano tutti, sia le clienti abituali del martedì che quelle del giovedì. Il mio amico nei fine settimana è particolarmente malinconico, senta avvicinarsi una nuova serie di giorni lavorativi che lo strazieranno; più che mai ha bisogno di dolcezza. Per non perdere il suo tempo dietro la persona sbagliata consulta i suoi appunti e si accorge con sgomento che per avvicinare il suo obbiettivo è molto meglio che si dedichi alle more.

La situazione di cui sopra illustra un’ illusione statistica molto più comune di quanto si pensi. Ricordo di esperimenti sui farmaci che, separatamente, segnalavano l’ efficacia delle medicine testate. Senonché, riunendo gli esiti si notava come l’ effetto placebo fosse predominante.

L’ inghippo non è immediato ma neanche difficile da cogliere. Ci si mette sulla strada se si considera che la probabilità è una frazione, e sommare numeratori e denominatori non equivale certo a sommare frazioni. Non basta considerare la misura di una probabilità ma anche quanto una probabilità incide sull’ altra qualora si sommino. Una probabilità puo’ essere molto alta ma avere impatto nullo se sommata ad una probabilità bassa ma “solida”.

3) Trascurare gli studi che indagano la relazione isolata tra due variabili.

Molto più serio prestare attenzione a quegli studi a cui è sotteso un modello, e quindi anche un insieme di relazioni che vanno verificate contemporaneamente.

4) Il consiglio che segue lo traggo dalla mia personale esperienza di lettore. 

L’ efficacia educativa dei bambini è un tema che mi è sempre stato caro e che ho sempre cercato di seguire; per una vita i relativi studi in materia hanno evidenziato vari effetti più o meno “robusti”.

Tuttavia, quando si è potuto tenere sotto osservazione i soggetti del campione per periodo più lungo, ci si è accorti che la gran parte di quegli effetti correttivi dell’ educazione svaniva: la nostra natura è “flessibile”, ci pieghiamo ma quando lo stimolo cessa tornano anche le cattive abitudini. 

Evidentemente il tempo di osservazione è decisivo. In talune tematiche, per esempio quelle legate all’ efficacia educativa, i cosiddetti follow up devono essere come minimo decennali. 

Nel caso specifico a cui ho accennato non c’ è stata malafede, si è trattato solo di una scoperta che ha apportato rettifiche devastanti ai risultati pregressi. Ma in altri casi l’ “ingenuità” diventa “trucchetto”, ed ecco che il ricercatore “ferma” l’ esperimento al momento opportuno pur di ottenere l’ esito “desiderato”.

Venn-Diagram

5) Un altro trucco consiste nel dividere in tanti piccoli sottogruppi la popolazione osservata (splitting). Magari la relazione che cercate non si presenta sull’intera popolazione, magari non si presenta nemmeno per la stragrande maggioranza dei piccoli sottogruppi. Difficile però che non si presenti proprio per nessuno, almeno un piccolo sotto-gruppo sperduto nel campione generale reagisce positivamente. 

E’ per questo che talune medicine vengono ritenute inefficaci ma – guarda caso! – funzionano per le…  donne ispaniche obese di mezz’età. 

Meglio che niente, direi. Si puo’ sempre fare il titolo: “Trovata la ricetta contro la sindrome xy nelle “donne ispaniche obese di mezz’età”. Diffidare allora di risultati tanto specifici, probabilmente a monte c’ è uno splitting sospetto.

6) C’ è poi il trucco dei denominatori, tipico quando si misura, per esempio, l’ efficacia delle terapie contro la dipendenza da sostanze. 

Perché le cure serie danno risultati tanto deludenti (20-25% di riabiltazione) mentre alcune comunità miracolose hanno successi che rasentano il 60%? 

Semplice, poiché gran parte delle defezioni si presentano all’ inizio, quando la terapia viene presentata al paziente che l’ abbandona ritenendola troppo onerosa, basta spostare di poco l’ inizio dell’ intervallo convenzionale di osservazione del trattamento, in modo da escludere dal computo i primi rinunciatari.

In questo modo le percentuali miracolose fioccano. Ma una terapia è buona anche e soprattutto se il paziente è invogliato a sottoporvisi!

7) Gran parte degli studi statistici delle scienze sociali vorrebbero dimostrare che esiste un collegamento tra due o più eventi. Per esempio: “se adottate un certo stile educativo, vostro figlio avrà successo nella vita”. 

A questo punto per per dimostrare la tesi bisogna trasformare la “storiella” di questa relazione in numeri, possibilmente in numeri conservati in banche dati da cui poter attingere. Ma, a parte la disponibilità delle banche dati, i veri problemi incominciano ancora prima, nella traduzione della storiella in variabili quantitative. Per farlo bisognerà adottare delle proxy. 

Scegliere le proxy è un’ operazione tutt’ altro che innocente, si parla comunemente di “specificazione“. 

Troppo spesso la specificazione è problematica e difficilmente traduce in modo fedele la storiella che a noi interessa e che finirà sui titoli dei giornali. Cosa significa per esempio “avere successo”? Significa avere un reddito medio tra i 30 e i 60 anni più alto di X? Oppure avere una vita lunga almeno Y e priva di malattie? Oppure rispondere 10 quando ci viene chiesto in un certo momento quanto siamo felici da 1 a 10? 

Il problema della specificazione è tra i più ostici, ma spesso passa inosservato al lettore che si limita a leggere sul giornale o nell’ abstract la “storiella” della relazione ricercata e gli esiti della ricerca accantonando tutti i problemi di “traduzione” della qualità in quantità.

Lo statistico Edward Leamer ha dedicato una vita a lanciare l’ “allarme specificazioni” presso gli economisti raccogliendo molti riconoscimenti e poco ascolto: si è andati avanti esattamente come prima.

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8) Un tipico trucco utilizzato dietro le quinte da ricercatori dalla dubbia deontologia consiste nel moltiplicare le proxy di un fenomeno per poi scegliere quelle che presentano una relazione statistica significativa. 

Vi faccio presente che se uno spende un anno su una ricerca e alla fine non “dimostra” nulla potrebbe anche pagarla in termini di popolarità e di carriera. 

Sono pochi i giornali che pubblicano ricerche prive di relazioni significative. Insomma, l’ onestà costa cara in questo campo, e così in molti si “danno da fare”, magari con la moltiplicazione delle proxy.

9) Tutti i ricercatori hanno un sogno, ovvero poter dire: “… il seguente studio dimostra che esiste una relazione significativa tra X e Y”. 

Ma attenzione, la  “significatività statistica” è solo una convenzione, equivale a dire che la probabilità di ipotesi nulla (inesistenza di alcuna relazione tra X e Y) calcolata sulla base dei dati raccolti è inferiore al 5% (1% in alcuni casi). 

Nel valutare uno studio “significativo” il lettore profano deve allora tenere a mente due cose: 1) cosa vuol dire il termine “significativo” e 2) ricordarsi che ci riferiamo a mere convenzioni. 

Per quanto riguarda il primo punto va detto che la significatività indica solo che esiste (in termini probabilistici e con tutti i limiti di cui ai punti precedenti) una relazione tra le variabili considerate e non invece che esiste la relazione così come la individua lo studio stesso dando un valore ai parametri delle equazioni. 

Per quanto riguarda il secondo punto, va ricordato che “significatività statistica” non significa “significatività sostanziale”. 

Per esempio, molti studi “statisticamente significativi” sono carta straccia per fungere da base a certe decisioni concrete poiché adottarli come base decisionale sarebbe razionalmente troppo costoso in termini di rischio. D’ altro canto alcuni studi statisticamente “insignificanti” possono fornire al decisore utili indicazioni (sul punto si è esercitata Dreidre McCloskey nel classico “The Cult of Statistical Significance: How the Standard Error Costs Us Jobs, Justice, and Lives”).

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10) Esiste uno standard qualitativo minimo per i lavori scientifici che vogliono dire qualcosa nell’ ambito problematico delle scienze sociali, uno standard che via via si aggiorna. 

Sarebbe del tutto inutile prendere in considerazione studi redatti con vecchie metodologie, almeno quando ne esistono di più accurati. 

Oggi lo standard minimo richiede per lo meno l’ impiego dei cosiddetti random trial, una procedura impiegata nei test medici e poi importata anche nelle scienze sociali. Meglio stare all’ erta leggendo lavori privi di “random trial”, io non li prenderei nemmeno in considerazione. 

In poche parole, per vedere se un “trattamento” è efficace lo somministriamo ad alcuni gruppi di persone da confrontare poi con altri gruppi di persone. Tuttavia, molte variabili potrebbero interferire inquinando le valutazioni,  è decisivo allora che i gruppi siano selezionati casualmente, solo in questo modo le interferenze si neutralizzano tra loro. 

Ma non sempre è facile “selezionare a caso”. Se stiamo valutando quanto è efficace sussidiare un villaggio africano in un certo modo, per esempio, noi possiamo controllare gli effetti facendo un confronto con gli altri villaggi ma poiché una selezione casuale è difficile, cio’ puo’ comportare problemi tecnici. 

Inoltre, applicare il random trial conduce anche a problemi etici: perché sussidiare il villaggio X e far languire il villaggio Y? Solo per tracciare una statistica? 

Si tratta di limiti a volte comprensibili ma che minano l’ affidabilità dello studio.

11) Nelle scienze sociali uno studio affidabile dovrebbe sempre essere “cieco”. 

In altri termini, dovrebbe neutralizzare l’ effetto placebo. In medicina tutti sanno cos’ è l’ “effetto placebo” e tutti sanno come neutralizzarlo: qualora sia il paziente trattato col medicinale in prova sia quelli non trattati ignorino la loro condizione, l’ effetto placebo sarà neutralizzato. 

Forse non tutti sanno che l’ effetto placebo disturba pesantemente anche le scienze sociali: se forniamo ai contadini di un certo villaggio un’ attrezzatura moderna che, per fare confronti sull’ efficacia del nostro aiuto, neghiamo ai contadini degli altri villaggi, la produttività dei primi si distaccherà da quella dei secondi spesso anche solo per mere motivazioni psicologiche. Sembra strano ma è così. 

Certo che in casi come il precedente e molti altri nell’ ambito delle scienze sociali è ben difficile “accecare” lo studio. Esistono allora dei “coefficienti placebo” in grado di tarare i vari studi “non-blind”. Meglio che niente. 

In ogni caso, evitare quegli studi che perdono di significatività dopo l’ applicazione del coefficiente. Ed evitare anche quelli che non lo applicano laddove esiste.

12) Il sogno di ogni ricercatore è “pubblicare”. 

Solo che difficilmente una rivista scientifica pubblicherà mai studi con risultati banali. E purtroppo, specie nelle scienze sociali, gli studi seri conducono quasi sempre a risultati banali. Si potrebbe dire che il buon senso anticipa la ricerca, e la cosa è estremamente seccante per un ricercatore con tanta voglia di emergere. 

Ecco allora la tentazione di cestinare i risultati banali per presentare all’ editore solo i risultati singolari. 

Prova e riprova, da qualche parte un risultato originale lo si tira fuori. 

Il cosiddetto “pubblication bias” spiega perché fiocchino a questo modo studi con conclusioni tanto contro intuitive: probabilmente a monte c’ è molto materiale cestinato!  

Chiunque vede che questo non è un modo onesto di agire, un risultato singolare ha valore solo se accostato ai tanti risultati banali ottenuti in precedenza. Solo in questo modo, infatti, noi avremo un’ immagine fedele di come stanno le cose. 

Ebbene, anche qui esistono dei coefficienti di “publication bias” che fanno la tara agli studi, sono necessariamente imperfetti ma sarebbe meglio applicarli. 

Quando leggete uno studio sul rapporto uomo-donna, per esempio, meglio chiedere: i risultati sono al netto del coefficiente di “publication bias” caratteristico degli studi di genere? No? Ah, allora grazie e arrivederci.

13) Dimenticavo, chiedersi sempre: il campione è adeguato?

14) Non dimentichiamo mai la cosiddetta critica di Lucas: nelle scienze umane, specie nell’ economia, l’ individuazione di una regolarità statistica è la premessa affinchè cessi. Almeno se gli operatori sono razionali.

Pensate a cosa succederebbe se si scoprisse che le quotazioni di borsa si alzano sempre al Lunedì mattina

15) Occhio alla cosiddetta “casualità non rilevata”.

Tirando la classica moneta una sequenza CTCTCCTT ci appare come casuale mentre una sequenza CTTTTTTT ci appare come pilotata. Eppure entrambe le sequenze hanno la medesima probabilità estrattiva.

16) Ci sono fatti che reputiamo sorprendenti e sintomatici quando invece sono del tutto normali.

Penso per esempio alle regressioni verso la media. E’ un fenomeno naturalmente sottostimato.

Prendiamo una gara articolata su due manches. I migliori nella prima tornata peggioreranno sicuramente la loro prestazione media nella seconda. Altro esempio, prendiamo delle coppie di coniugi e valutiamo i mariti per la loro preparazione culturale. Isolando i più preparati e passando poi a considerare le mogli ci rendiamo conto che la prestazione di queste ultime non è, nell’ insieme relativo alle mogli, all’ altezza di quella dei corrispondenti mariti nell’ insieme che li riguarda. Ci sorprendiamo di questo fatto nonostante sia del tutto naturale.

17) Sarà banale dirlo ma i conflitti d’ interesse indeboliscono a priori la credibilità di uno studio.

Naturalmente la cosa migliore sarebbe approfondire tutti gli studi per evidenziarne pregi e difetti.

Tuttavia, data l’ abbondanza di ricerche disponibili, io direi di scartare quelli curati da chi si presenta un conflitto d’ interesse materiale ma soprattutto ideologico. 

Da cattolico, per esempio, cerco di evitare gli studi condotti da associazioni cattoliche in materia di, che ne so, aborto o adozioni gay. 

Ma questo principio vale per tutto e per tutti. 

Un conflitto spesso valutato è quello che interessa gli istituti di ricerca statali (Università ecc.). Lo stato è un finanziatore che, come tutti i finanziatori gradisce certi risultati, per esempio quelli che gli consentono di allargare la sua sfera di influenza.

E’ così raro trovare ricerche indipendenti.

18)  Ho tenuto per ultimo il consiglio che ritengo più importante e che puo’ anche essere visto come un affinamento del primo punto. 

Dicevamo che il classico studio statistico pretende di illustrare l’ esistenza di una certa relazione tra due fenomeni; gli esiti vengono poi spesso presentati in termini probabilistici al fine di enfatizzarne la plausibilità. 

Piccolo – e infido – particolare: la probabilità intrinseca nello studio andrebbe ulteriormente pesata (e quindi ridotta) con la probabilità che uno studio del genere sia replicabile ottenendo i medesimi risultati.

[... partiamo da una semplice considerazione: volendo sapere se una moneta è truccata, la lancio due volte in aria ottenendo due volte "testa". Cosa ne deduco? La probabilità di avere un risultato del genere con una moneta regolare è del 25% ma cio' non implica certo che la probabilità di avere in mano una moneta truccata sia del 75%!...una regressione collega un' evidenza disponibile (E) ad un' ipotesi di lavoro (I) stabilendo una relazione (R) tra i due fenomeni. Per convenzione, si dice che questa relazione sia "statisticamente rilevante" quando la probabilità dell' ipotesi nulla (N) è inferiore al 5% (in alcuni casi dell' 1%). L' ipotesi nulla è l' ipotesi per cui non esiste alcuna relazione tra I ed E. Nel caso precedente, se ipotizziamo una moneta truccata, l' ipotesi nulla è che la moneta sia regolare. Diciamo che se p (N dato E) minore di 5, allora la relazione R è rilevante. Ma attenzione, dire che p (N dato E) minore di 5 non significa dire che p(E dato N) sia minore di 5! Le due probabilità non sono affatto collegate in modo così immediato, sono invece messe in relazione dalla probabilità che l' esperimento possa essere ripetuto, ovvero da una probabilità soggettiva espressa di solito con la frazione pE/pN. In ogni lavoro statistico questa probabilità a priori è ineliminabile: noi potremmo anche - in teoria - ripetere l' esperimento ma l' esito andrà di nuovo pesato da un "coefficiente di ripetibilità". Le regressioni, allora, non fissano delle probabilità assolute, come sembrerebbero far capire talune divulgazioni. Per questo motivo il reverendo Thomas Bayes diceva quello che noi abbiamo umilmente tentato di dire al primo punto:  la regressione non stabilisce ma aggiorna delle probabilità a pre-esistenti, che sono sempre soggettive... ]

19) Con uno studio statistico davanti, spesso il nostro cervello soffre e si prende una vacanza. Capita che  sopravvaluti certi aspetti ma altrettanto spesso che ne sottovaluti altri. Alcuni concetti cominciano curiosamente a distorcersi.

Pensiamo al caso del concetto di  “vita umana” e del suo significato. Noi tendiamo a sacralizzare La vita umana e a trascurare Una vita umana.

In certi contesti la vita umana non ha prezzo, in altri contesti (quelli statistici) ci riteniamo curiosamente autorizzati alla sprezzatura.

Lo notava Thomas Schelling quando si chiedeva come mai nella sensibilità sociale sarebbe disumano non sganciare 1 milione di euro per salvare Alfredino Rampi incastrato nel pozzo mentre l’ istallazione di un guard rail sull’ autostrada che salverebbe in media una vita all’ anno, non ci coinvolge per nulla e decliniamo la proposta compiaciuti del risparmio.

Se imparassimo a leggere meglio le statistiche, forse potremmo correggere asimmetrie di questo genere.

20) Dopo la serie di avvertenze fornite, molti saranno tentati dallo scetticismo, dirannolasciamo perdere uno strumento tanto infido”. 

Errore! Innanzitutto prevedo che per molti una conclusione del genere non sia sincera ma solo un pretesto per sdoganare la propria pigrizia: fare le pulci a uno studio statistico è faticoso, liquidarli tutti in blocco per affidare la difesa di una tesi all’ improvvisazione retorica lo è molto meno. 

In secondo luogo, difendo la rilevanza delle piccole probabilità

Quando tutto equivale, anche una tenue quanto problematica correlazione puo’ essere decisiva nel far pendere il piatto della bilancia. Siamo scommettitori razionali e a parità di posta siamo tenuti a seguire anche le indicazioni di una differenza probabilistica invisibile. 

Nell’ ambito delle scienze umane, i saggi più convincenti che ho letto mescolavano abilmente introspezione, senso comune, esperienza personale, statistiche e storia. La statistica non veniva mai schifata; anzi, aveva un posto d’ onore. Volete un esempio? Il mio preferito è quello fornito da  Milton Friedman e Anna Schwartz: A Monetary History of the United States, 1867–1960

 

 

 

Il Comandante

Le virtù dell’ ipocrisia

L’ altro giorno, al ristorante, parlando del più e del meno con Sara, mi è capitato di tessere le lodi dell’ ipocrisia.

Una sua collega poco diplomatica aveva scatenato un putiferio nell’ ambiente lavorativo. Ma perché!? Perché lei non è… non è un’ ipocrita.

Un po’ come quella sgradevole rompi balle dell’ Antonella Elia sull’ Isola dei Famosi.

Da lì è partita la mia apologia di questo “difetto con molte eccezioni virtuose”.

Ecco poi che ieri, navigando qua e là su internet, mi sono imbattuto in una dura condanna dell’ ipocrisia priva di “distinguo” a cura di Padre Giovanni Cavalcoli, Sacerdote e teologo dell’ Ordine dei Domenicani.

Mi sono un po’ indispettito (si fa per dire) ma soprattutto incuriosito.

***

Nel denunciare i vizi dobbiamo essere prudenti, non solo perché rischiamo di non vedere la famosa “trave” ma anche perché non esiste niente di più pericoloso che pretendere di isolare un vizio e formularne una condanna assoluta.

Recentemente, il gesuita Papa Francesco in persona si è scagliato senza mezzi termini contro il dire ipocrita. Tuttavia, un gesuita che condanna l’ ipocrisia è uno spettacolo raro visto che proprio loro ci hanno insegnato per secoli le virtù contenute in questo difetto. Il “simula et dissimula” non è il loro motto solo perché nella scelta del motto ha prevalso… una certa prudenza tipicamente “ipocrita”. Quindi sotto questa condanna qualcosa bolle in pentola, non riesco a prenderla del tutto sul serio.

Ma Padre Giovanni è un Domenicano.

Torniamo quindi a lui, vediamo su quale definizione di ipocrisia si esercita:

… l’ipocrisia è quell’atteggiamento per il quale il soggetto, per ottenere approvazioni od onori dagli onesti, assume all’esterno un modo di pensare o di agire apparentemente onesto, ma internamente, “sotto sotto”, come si suol dire, l’intenzione è cattiva, ingannevole e dannosa nei confronti di quegli stessi onesti. Si tratta dunque di una forma di finzione o simulazione, che si propone di ottenere un successo mondano acquistandosi una fama immeritata di virtù…

Che delusione.

Non ci vuole molto a condannare chi “simula l’ onestà con intenti disonesti”.

Da cosa dovremmo “guardarci” prima di esprimere la nostra disapprovazione verso chiunque si comporti in questo disdicevole modo.

La definizione data da Padre Giovanni Camaldoli è inservibile, non ci aiuta a progredire di un passo.

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Prendete invece una definizione più costruttiva e legata all’ etimologia, per esempio questa:

… ipocrita è colui che simula un certo comportamento nascondendo i suoi reali interessi… chi sfrutta le apparenze occultando così la sostanza delle sue intenzioni… chi simula certi comportamenti per ottenere certi scopi che tiene ben nascosti ai terzi… chi agisce in modo torbido coltivando nel suo cuore segreti che non intende condividere col prossimo…

Questa sì che è una definizione neutra.

Con una definizione del genere possiamo esercitarci sul serio e capire cosa c’ è da salvare in questo vizio senza dover concludere banalmente che “chi agisce con intenti disonesti è disonesto e da condannare”.

***

Leggo sul Corriere della sera:

… no alle bici contromano sulle strade italiane… così non si aiutano i ciclisti ma facciamo loro del male… li mettiamo in pericolo…

E via discorrendo.

Da ciclista/automobilista/pedone ho subito drizzato le antenne quando il titolo è comparso sotto i miei occhi.

Seguo la vicenda e so che oggi siamo in un limbo: non si sa bene se sia consentito andare con la bici contromano o sui marciapiedi. In genere si ritiene di no, ad ogni modo un vigile pieno di zelo che ti impartisce un’ umiliante ramanzina lo trovi sempre, e magari trovi pure quello che ti fa la multa (il gettito tasi è stato deludente dalle nostre parti).

Altrove leggo però che il numero di incidenti in cui sono coinvolti ciclisti circolanti contromano è infinitesimale. Praticamente irrilevante se paragonato ai numerosi incidenti che abbattono ciclisti senza macchia ligi a legge e senso di marcia.

Eppure, per mia esperienza, le bici che viaggiano contromano nel centro cittadino sono una marea. D’ altronde, avrebbe davvero poco senso cercare di evadere il traffico con la bici e poi non poter andare contromano per le vie del centro che sono praticamente tutte a senso unico. Seeee, e poi? Dimmi che devo prendere la tangenziale e la facciamo finita.

Quanto ai rischi, anche qui l’ introspezione conferma; dopo una lunga carriera di ciclista urbano, ripenso alle situazioni di pericolo: non me ne viene in mente neanche una in cui percorrevo la strada contromano, eppure ci vado spesso.

Ma perché così pochi incidenti? Perché così pochi rischi?

L’ ipotesi più probabile è che andando contromano il ciclista sia molto più attento e prudente.

E’ un’ ipotesi che mi sento di confermare in pieno: quando imbocco una strada contromano ho gli occhi spalancati (anche dietro) e non di rado procedo a passo d’ uomo. Tutti i miei sensi sono tarati al massimo della ricettività. Difficile che in queste situazioni corra dei pericoli reali. E se la situazione si fa davvero critica… ooop, eccomi sul marciapiede come un pedone qualunque :-).

Per contro, i pedoni investiti sulle ciclabili da ciclisti fischiettanti che procedono con la sicumera di chi crede di potersi permettere una testa fra le nuvole, non si contano. Così come pure i ciclisti integerrimi ribaltati da portiere aperte all’ ultimo momento: la coscienza troppo a posto crea sonnolenza e ritarda i riflessi.

Nulla di nuovo sotto il sole. E’ lo stesso motivo che spiega perché la gran parte degli incidenti automobilistici avviene vicino a casa: quando ci sentiamo più sicuri ci rilassiamo e patatrac.

Ma se le cose stessero davvero così che fare, vietare o no?

Da un lato il divieto produce solo danni: “evita” incidenti che già oggi non ci sono per comprimere comodità notevoli.

Dall’ altro, questo basso numero di incidenti è probabilmente dovuto anche al fatto di ritenere che esista un divieto implicito a certi comportamenti sulla strada e quindi, quando li si adotta, si è molto prudenti.

Da ultimo, qualora si decida di non vietare, ora che la questione è sul tavolo, ci sarà un liberi tutti. Si potrà ritenere che la circolazione contromano sia stata esplicitamente concessa, cosicché il “contromanista” si trasformerà da vigile e furtivo utente della strada in un pericoloso “rilassato” voglioso di rivendicare i suoi risarcimenti al primo incidente che gli capita, o comunque i suoi diritti al primo automobilista che “lo stringe”.

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In queste condizioni, qual è la soluzione ottima per il bene della comunità?

Solo una: l’ ipocrisia.

Si vieta in teoria ma si chiude un occhio di fatto. Si minaccia al Ministero ma non si punisce sulla strada.

Il ciclista continua a fare quello che faceva prima, impaurito – e quindi prudente – come prima. Lo farà perché capirà presto che di fatto nessuno glielo impedisce, d’ altronde saprà di essere formalmente in torto marcio, senza contare le responsabilità al minimo inconveniente.

Solo questa soluzione “ipocrita” crea quell’ ambiguità necessaria a minimizzare i rischi conservando le comodità.

Sono le virtù dell’ ipocrisia, baby.

Nell’ ipocrisia rientra anche il fatto che nessuno dovrà mai accennare che si è scelta questa via, ovvero la via ottima per il bene comune. Se la cosa trapelasse verrebbe presa come un’ “autorizzazione esplicita” e tutti i benefici sparirebbero.

Bisognerà che il politico “simuli”, che sbandieri altre intenzioni ben sapendo che in realtà si è affidato alle “virtù dell’ ipocrisia”.

Diciamo che il consiglio dei Ministri chiamato a queste scelte sarebbe meglio non trasmetterlo in streaming. Con buona pace di Grillo.

Ma forse… forse a pensarci bene nemmeno è necessario. Un ministro “ipocrita dentro” (tra i politici non manca la materia prima e forse proprio Lupi fa il caso nostro) magari crederà lui stesso in prima persona nella simulazione che dovrà inscenare. Tanto meglio, ci guadagniamo in credibilità. Oltretutto, miracolo, un ministro così pronto all’ autoinganno cesserà automaticamente di essere un ipocrita: mica mente, mica edulcora un tipo così, crede sul serio a quello che dice. Ma qui andiamo a tutta velocità verso l’ essenza della politica, meglio fermarsi, mi gira la testa.

*** continua (forse)***

I prossimi due capitoli:

1) Perché l’ Onda Verde deve essere ipocrita per ottimizzare la circolazione del traffico sulle strade italiane?

2) Perché il contrasto nella Chiesa tra Fondamentalisti e Tradizionalisti  puo’ essere ricondotto ad un contrasto sul valore dell’ ipocrisia?

 

 

 

Donne

La questione femminile “tira” sempre molto nei forum virtuali, gli animi si infervorano e le contrapposizioni si inaspriscono fino a degenerare. Ecco allora che i partecipanti alla diatriba tornano a leccarsi le ferite nella rispettiva “conventicola” al riparo dalle urticanti obiezioni del “nemico”. Non che il tema sia un mio cavallo di battaglia;  tuttavia, con il tempo, discuterne è divenuta un’ abitudine, sempre più spesso mi ci ritrovo dentro trascinato per i capelli e ormai ho maturato in merito una certa esperienza. Per parte mia, cerco di presentarmi al regolare appuntamento avendo sempre ben chiari in mente una trentina di concetti da cui difficilmente prescindo. Questi “capisaldi” costituiscono un po’ il mio manuale di conversazione sul tema e per averlo da ora in poi sempre a portata di mano lo posto qui di seguito ripromettendomi di aggiornarlo sulla base di eventuali illuminazioni e suggerimenti futuri.

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1) Ho qualche problema con il “femminismo della differenza”, specie quando afferma con un po’ troppa sicumera “la superiorità femminile” in taluni ambiti sociali. Ok, forse le cose stanno davvero così, forse con le donne ai posti di comando le cose andrebbero meglio, ma perché farne una petizione di principio anziché una semplice ipotesi empirica da verificare? Per la “femminista della differenza” se una società libera, ovvero basata su interazioni volontarie, non fa emergere la supposta “superiorità”, allora non è né libera né giusta… per definizione. E’ naturale quindi vedere la “femminista della differenza” sempre immersa nello studio di nuove coercizioni sociali che le diano obtorto collo quanto desidera. E, almeno per me, queste ostetriche del nuovo sempre armate di forcipe, non sono un bel vedere.  Per fortuna il “femminismo della differenza” conosce oggi un momento di crisi.

2) Ho ancora più problemi con il “neo-femminismo”, specie quando afferma con un po’ troppa sicumera che uomo e donna sono uguali in ogni ambito sociale. Ok, forse le cose stanno davvero così, forse ci vorrebbero un po’ più di donne qui e là e un po’ meno di donne lì e qua, ma perché farne una petizione di principio anziché una semplice ipotesi empirica da verificare? Per la neo-femminista se una società libera, ovvero basata su interazioni volontarie, non fa emergere la supposta “uguaglianza”, allora la società non è né libera né giusta… per definizione. E’ naturale quindi vedere la neo-femminista sempre immersa nello studio di nuove coercizioni sociali che le diano obtorto collo quanto desidera. E, almeno per me, queste ostetriche del nuovo sempre armate di forcipe, non sono un belvedere. Purtroppo il neo-femminismo conosce oggi un periodo di prosperità.

3) Non ho alcun problema con quel “(vetero?) femminismo” ottocentesco che rivendica pari diritti formali tra uomini e donne: si parte con la stessa dotazione di diritti e si arriva dove fortuna e capacità ci conducono. E se i punti di arrivo sono differenti se ne prende atto senza tanto lambiccarsi con trucchetti di ingegneria sociale. Purtroppo questo tipo di femminismo è oggi profondamente minoritario.

4) Mi son sempre chiesto perché gran parte del femminismo ha origine a sinistra? Molte teoriche non fanno mistero della loro provenienza, anzi, rivendicano di aver sostituito la dialettica padrone/proletario con quella che contrappone maschio/femmina. L’ arsenale teorico del marxismo è passato armi e bagagli nelle loro teorizzazioni: la storia sarebbe quindi un perenne conflitto dove il più forte prevale, e nella nostra storia che ci riguarda il maschio ha prevalso imponendo la cosiddetta società patriarcale. Tutto cio’ è per me molto preoccupante poiché se la genealogia intellettuale è quella, allora non si puo’ credere più nell’ esistenza di un accordo ragionevole in grado di beneficiare entrambe le parti campo. Quando non si crede nella ragione non resta che il conflitto: “quel che ho, ce l’ ho grazie alla mia lotta”. Per chi crede solo nel conflitto la vita è un tiro alla fune: più tiri, più ottieni. Guai distogliersi dal contributo dovuto alla cordata amica per ascoltare e magari ragionare con il “nemico”! Il nemico vuole solo “fregarti”… per definizione, inutile perdere tempo con lui.

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5) Vi siete mai chiesti perché molte femministe siano tanto impermeabili ai “fatti”? Esempio, alla luce di quel che sappiamo dalla scienza è davvero improbabile ipotizzare un’ eguaglianza sostanziale forte tra uomo e donna, è molto più ragionevole pensare che esistano parecchie differenze innate che si riflettono poi su preferenze e comportamenti sociali. Queste elementari osservazioni non sembrano turbare la neo-femminista. Perché? Dobbiamo allora ricordare che il pensiero neo-femminista, come molte altre ideologie moderne, attinge al pensiero relativista, e, di conseguenza, in esso la ragione è tenuta a cedere una volta al cospetto del linguaggio. La “retorica” prevale sulla “logica”, la “pubblicità” prevale sulla “merce”. Insomma, per la neo-femminista la narrazione è tutto. Lei non usa il linguaggio per comunicarci cio’ che crede vero, bensì per ottenere cio’ a cui aspira. Lo usa “in senso performativo”, direbbero alcune filosofe di riferimento. Se certe premesse consentono una narrazione seducente ha poco senso chiedersi fino a che punto siano vere: il concetto di “verità” è quantomeno problematico e puo’ essere tralasciato senza inconvenienti. Anzi, la verità forse nemmeno esiste, perché allora viverla come un intralcio?

6) Nella narrazione di certo femminismo radicale l’ uomo emerge spesso come uno sfruttatore, sembra quasi che la sua presenza non sia abbinata ad alcuna funzione sociale. Ricordiamoci allora che la società “tradizionale” è una società in cui la gran parte della violenza ricade sulle spalle dell’ uomo. La vita del maschio medio vale certamente meno della vita della donna media e, di conseguenza, viene sacrificata con maggiore disinvoltura. Il maschio quindi non sembra affatto essere un mero parassita, almeno stando a questo semplice fatto facilmente constatabile.

7) Molte battaglie della neo-femminista sono condotte contro gli “stereotipi“. Le più sottili tra loro mettono in luce il tipico meccanismo attraverso cui uno stereotipo puo’ perdurare. Esempio: “sono donna e so che farò fatica a farmi prendere sul serio come “manager”, quindi non studio per realizzarmi come manager ma indirizzo altrove i miei sforzi”. Nella comunità in cui si ragiona così ci saranno poche donne manager e i “maschilisti” saranno autorizzati a concludere che le donne non sono portate per la carriera di manager. E’ vero, gli stereotipi tendono ad autoalimentarsi ma cio’ non significa necessariamente che, se sono falsi, siano irremovibili. Anche il processo di smantellamento degli stereotipi si autoalimenta creando un “effetto valanga”: se Tizio rompe lo stereotipo, sarà più facile farlo anche per Caio, dopodiché sarà ancora più facile farlo per Sempronio e via di questo passo. L’ importante, dunque, è la prima mossa. Ora, in molti campi, primo su tutti quello lavorativo, la prima mossa è già stata compiuta da tempo, la partecipazione femminile è aumentata, i gap salariali si sono ristretti, eppure c’ è un margine che persiste. Perché l’ “effetto valanga” si è arrestato? Non è facile fermare una valanga e per spiegarlo l’ argomento degli stereotipi non aiuta molto.

8)  Le battaglie contro gli stereotipi, oltre a non tenere molto conto della logica tipica degli stereotipi, trascurano anche la psicologia: una crescente  letteratura  ci dice che gli stereotipi tra gruppi sociali sono in gran parte razionali (statistical discrimination) nonché flessibili rispetto alle evidenze. In una società libera non bisogna far crociate in grande stile per spazzarli via. E se non vengono “spazzati via” in modo repentino… gatta ci cova. Uno stereotipo inaccurato puo’ perdurare quando interessa soggetti lontani con cui abbiamo pochi o nulli contatti ma difficilmente perdura a lungo se abbiamo continue interazioni con il gruppo sociale interessato. La libertà di mescolarsi e di trarre profitto dagli stereotipi (inaccurati) altrui, è una medicina ben più efficace rispetto alla vociante crociata.

9) Il mercato è un buon antidoto contro gli stereotipi inaccurati: chi li nutre li paga cari e di tasca propria. Non voglio assumere una donna perché probabilmente presto avrà figli e la sua attenzione verrà polarizzata altrove? Pagherò cara questa superficialità: la concorrenza, scevra da simili pregiudizi infondati, si sbarazzerà presto di me riducendomi sul lastrico.

10) Che il mercato sia un buon antidoto agli stereotipi inaccurati non è solo una solida teoria ma un fatto storico con diverse conferme: grazie al libero mercato molti stereotipi inaccurati sono spariti in breve tempo e molte categorie sono uscite velocemente dal “ghetto”. Gli ebrei, tanto per citare un caso, una volta tolti di mezzo taluni odiosi divieti, sono entrati subito e con successo in settori della vita sociale prima loro interdetti.

11) Il neo-femminismo pensa di combattere gli stereotipi inaccurati con il sistema della “discriminazioni al contrario”, altrimenti noto come metodo delle “quote rosa”. Tuttavia, le quote rosa, per quanto possano essere difese “in generale” diffondono pur sempre un risentimento sociale per l’ ingiustizia che veicolano “nello specifico”, specie in quei maschi che subiscono sulla loro pelle la condizione di vittime sacrificali.

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12) Un’ altra vittima delle quote rosa sono  le donne più preparate poiché devono inevitabilmente subire una stigmatizzazione dovuta a stereotipi (“si sono piazzate solo grazie ai privilegi di cui godono”) che nel loro caso non avrebbe ragione d’ essere e non sarebbe nemmeno mai sorta in assenza dell’ istituzione di quelli che per quanto le riguarda sono solo  “privilegi superflui”.

13) Se si promulgano leggi speciali sul lavoro a tutela dei disabili, cosa penserà il cittadino medio? Penserà che si cerca di dare una mano a categorie naturalmente svantaggiate. E se si promulgano leggi speciali sul lavoro a tutela delle donne, il cittadino medio cosa penserà? Probabilmente penserà esattamente la stessa cosa, perché non dovrebbe farlo visto che il meccanismo adottato è il medesimo? Inutile girarci intorno, se una categoria di persone viene protetta attraverso un coacervo di privilegi e deroghe ad hoc, o si pensa ai “soliti furbi”, oppure si ingenera inevitabilmente lo stereotipo dello svantaggio congenito. E’ un po’ difficile distinguere cervelloticamente i casi.

14) Due persone si differenziano per mille fattori. Il sesso potrebbe essere un fattore tra tanti. Perché mai gli stereotipi dovrebbero allora agire in modo potente solo su questo fattore? Forse il femminismo ha contribuito a tutto cio’ fissando l’ attenzione e il dibattito pubblico proprio su quell’ unico fattore.

15) Alcune battaglie femministe del passato, come quella per le quote rosa, possono essere interpretate come “contro il maschio“; altre, come quella per l’ aborto, possono essere interpretate come “contro il bambino“; cio’ che copre una certa retorica della “sorellanza” è il fatto che gran parte delle battaglie odierne della neo-femminista siano in realtà rivolte contro altre categorie di donne. Pensate per esempio alla “battaglia contro gli stereotipi”, oggi tanto di moda: lo stereotipo della donna materna, per esempio, danneggia forse la donna senza figli ma avvantaggia la donna con tanti figli. Combatterlo, specie se lo si combatte a prescindere dalla sua accuratezza, è un favore fatto alle prime a spese delle seconde. Altro esempio: non si puo’ combattere lo stereotipo della donna sexy senza colpire le donne sexy. Eccetera. Insomma, la lotta alla discriminazione è una brutta bestia: non si puo’ combattere contro la discriminazione della donna senza discriminare tra le donne.

16) Le femministe sostengono che anche nelle società più avanzate e libere le donne soffrono odiose discriminazioni. Il caso classico è quello dei differenziali nei compensi lavorativi. Tuttavia, il gender gap negli stipendi è in gran parte giustificato dalle scelte professionali differenti fatte da uomini e donne.

17) Una volta constatato che l’ ipotesi di discriminazioni sul lavoro non regge, le femministe hanno ripiegato sul fatto che gli stereotipi agirebbero precedentemente, ovvero al momento della scelta dell’ indirizzo di studio. Tuttavia, le preferenze nell’ indirizzo di studi intrapreso sembrano in gran parte autentiche e quindi da rispettare. Anche i paesi che hanno attuato politiche per orientare le ragazze verso studi nell’ area STEM (quella che garantisce impieghi più remunerativi), a distanza di 10/20 anni, hanno dovuto riscontrare un sostanziale insuccesso.

18) Il sistema educativo unico sembra piuttosto penalizzare i maschietti, il gap di apprendimento a favore delle bambine avanza sin dalle prime classi. Una studiosa sintetizza bene: “… as our schools become more feelings-centered, risk-averse, competition-free, and sedentary, they move further and further from the characteristic needs of boys…”.  Il fatto è che il dogma delle classi miste si è imposto a tutti i livelli visto che non si volevano alimentare stereotipi di genere, ma poi, probabilmente, a queste classi si sono applicate pedagogie più adatte alle bambine. Non c’ è niente di certo in questa ipotesi, come pochissime sono le certezze quando si indaga la scuola con gli strumenti quantitativi canonici. Tuttavia, visti questi rilievi, non sarebbe il caso di lasciare aperta la via alle classi differenziate? Una misura logica ed equa: oggi solo i ricchi possono scegliere per i loro maschietti, se lo desiderano, questa alternativa.

19) Paradossalmente, l’ emarginazione del maschio rafforza il patriarcato: la donna emancipata ed istruita disdegna di unirsi stabilmente ad un compagno più rozzo e meno istruito ritrovandosi con i figli, un desiderio a cui non vuole comprensibilmente rinunciare, da accudire in solitudine con fatiche immense. Non c’ è nulla di più vulnerabile che una donna sola con i suoi figli. E così, nel campo del lavoro per esempio, il “rozzo e meno istruito” maschiaccio le sta ancora davanti, nonostante che a scuola le precedenze si siano invertite. E’ la trappola malthusiana del femminismo radicale.

20) Le differenze di personalità tra maschi e femmine sono ancor più spiccate nei paesi avanzati rispetto a quelli arretrati. Le donne “maschiaccio” sono un incontro frequente spcialmente nei paesi sottosviluppati.

21) La felicità delle donne è calata negli anni sia in assoluto che relativamente. Le donne di oggi sono meno felici rispetto alle loro mamme e nonne ma anche rispetto agli uomini di oggi. Perché? Forse la rivoluzione femminista ha giocato a molte di loro un brutto scherzetto: il peso dei doveri non ha bilanciato sempre quello dei diritti, le ha sospinte fuori di casa precipitandole in un mondo ansiogeno senza che la pesantezza degli impegni casalinghi si sia alleviata di molto.

22)  Si dice che l’ uomo dovrebbe attivarsi di più tra le mura domestiche, il suo contributo è ancora minimo. Va bene. Purtroppo però anche i suoi standard di soddisfazione domestica sono altrettanto… “minimi”. Entrate in un college universitario e date un’ occhiata alle camere dei ragazzi, poi visionate quelle delle ragazze. Nelle prime il disordine regna sovrano è mediamente più accentuato. Faccio questo esempio perché qui siamo in presenza di preferenze genuine visto che il fastidio e gli inconvenienti per il maggior disordine gravano interamente sulle spalle dell’ unico occupante. Ergo: è dura sperare dagli uomini un aiuto casalingo importante poiché disordine e sporcizia sono tollerati molto bene dai maschietti, i quali si attivano solo quando suona un allarme che non suonerà mai se in casa c’ è una donna, specie se c’ è una donna terrorizzata da sporcizia e disordine che gira perennemente con lo spolverino. Quindi:  non è meschino opportunismo, è piuttosto legittima preferenza!

23) La questione del femminicidio è emersa soprattutto negli ultimi anni ma spesso la campagna delle femministe è stata equivocata. Anche da me, lo ammetto. Certo che chi tra le femministe eleva una denuncia sociale mettendo in evidenza la violenza subita dalle donne ha nel proprio arco solo frecce spuntate: la società che abbiamo creato riversa sulle spalle dell’ uomo un quantitativo di violenza ben superiore. Inoltre, per quanto ci siano alcuni motivi per ritenere che la donna sia mediamente meno aggressiva dell’ uomo, forse è più prudente dire che la sua aggressività è diversa: si concentra nelle relazioni intime ed è più spesso indiretta e strumentale a certi obiettivi. L’ aggressività maschile puo’ essere anche astratta (“uccido sconosciuti premendo un bottone”) ma anche più diretta e incontrollata. Tuttavia, la femminista intelligente non denuncia affatto la “violenza subita dalle donne” ma lo stereotipo implicito in chi uccide in certe circostanze. La neo-femminista non teme la violenza in sé, anzi, paradossalmente lotta per una società in cui le donne subiscano una maggiore violenza, purché siano le tipiche violenze subite da chi ricopre ruoli chiave, oggi a carico prevalentemente degli uomini.

24) Molte neo-femministe sono accusate di moralismo. Loro dicono di essere vittime di un equivoco, e in questo hanno fondamentalmente ragione. Anche qui l’ oggetto della loro denuncia sono gli stereotipi e non tanto la volgarità di certi comportamenti. Tanto per dire, se una donna si spoglia va incontro a due inconvenienti: fa scandalo e alimenta lo stereotipo della donna/puttana. Alle femministe interessa solo questo secondo inconveniente, non si tratta quindi di un problema legato alla moralità e alla scandalosità di certi comportamenti! La neo-femminista sogna una società dove per la donna sia del tutto neutrale circolare nei luoghi pubblici perfettamente depilata piuttosto che ostentando un orribile neo peloso in pena faccia. Personalmente ritengo che il neo-femminismo trascuri molti dati di natura fino a costituirsi in un’ utopia, vedo anche come tutto cio’ possa essere estremamente pericoloso: chi si pone obbiettivi utopici puo’ ottenerli solo “nazificando” la società; tuttavia capisco anche come l’ accusa di “moralismo” elude il cuore del loro discorso.

25) C’ è chi sostiene che nonostante i suoi mille difetti il femminismo ha fatto del bene alle donne. Puo’ darsi, io continuo a credere che la tecnologia abbia inciso molto più del femminismo su certi cambiamenti che molti – non tutti – giudicano come positivi. Faccio solo un paio di esempi: all’ emancipazione sessuale ha contribuito molto di più la pillola che i comizi femministi; alla partecipazione lavorativa ha contribuito molto di più la lavatrice che gli slogan femministi. Eccetera.

ADD1: si dice, lo stereotipo si autoalimenti. Giusto: anche se Tizia potesse fare X non lo fa perché si crede che non possa farlo e guadagnarsi un’ opportunità per farlo sarebbe oltremodo faticoso. Ok. Ma anche il superamento di uno stereotipo si autoalimenta grazie ai meccanismi di mercato: quando si scopre una risorsa economica e parimenti produttiva tutti si gettano su quella risorsa per appropriarsene. Non bisogna quindi spiegare “perché non succede X”,  oppure “perché non si sblocca il processo Y”, piuttosto perché il processo Y si è sbloccato e si è poi ribloccato: bisogna spiegare una “frenata” non un “blocco”. Nello spiegare la “frenata” la teoria degli stereotipi serve a poco. Un caso classico è il gender gap negli stipendi (ggs): perché si è costantemente ristretto salvo una stagnazione negli anni 60 e oggi? Per gli anni sessanta la spiegazione c’ è: allora collassò il gg nella partecipazione al lavoro (più offerta comprime il prezzo). Ma oggi? Poiché la dinamica non ci consente di parlare di stereotipi è più plausibile una spiegazione in termini di preferenze. Sul punto vedi (Claudia Goldin).

ADD2: Oggi le donne sono molto istruite, anche più degli uomini. Le bambine sono educate da mamme mai tanto colte nella storia. Ebbene, è verosimile persone tanto istruite siano vittime di stereotipi?

ADD3: Tutto il gender gap è spiegabile attraverso le preferenze. Manca forse un 5%. Ebbene, abbiamo voluto legare alla maternità certi diritti, credevamo forse che fossero un pasto gratis?

ADD4: Si recrimina per l’ esistenza di un soffitto di vetro che blocca l’ ascesa delle donne nel mondo del lavoro. Domanda: perché una donna americana ha più opportunità di sfondarlo rispetto a una donna svedese? Eppure la svezia è il paradiso delle teorie gender. Il fatto è che certi diritti legati alla maternità e alla flessibilità fanno emergere le preferenze femminili più autentiche che in genere non riguardano la carriera lavorativa.

***APPENDICE***

Oggi la scienza ci suggerisce alcune differenze tra uomo e donna che dovremmo considerare almeno come “ipotesi più probabile”. Difficile prescindere da esse, almeno se vogliamo fare un discorso non ideologico.

Per evitare di metterla in termini di “dotazione” differente mettiamola in termini di “preferenze” differenti, difficile però negare che alcune differenze notevoli ci siano. Vediamo un po’ le sei principali:

1. differenti priorità, specie se consideriamo “status” e “famiglia”;

2. differenti interessi, specie se distinguiamo tra “cose”, “persone” e “astrazioni”;

3. differente attitudine verso il “rischio”;

4. differenti prestazioni nei test matematici e nel ragionamento matematico (non nel calcolo matematico);

5. differente attitudine mentale verso le proiezioni spaziali (non nella memoria visiva);

6. differente variabilità nelle distribuzioni di frequenza sulle varie abilità cognitive.

A questo punto la domanda cruciale: si tratta di differenze “naturali” o indotte dalla cultura.

Esistono diversi motivi che inducono a privilegiare l’ ipotesi di una base naturale, almeno sei:

1. uomini e donne hanno una biologia molto differente;

2. si tratta di differenze universali nello spazio, anche se variabili nell’ entità;

3. si tratta di differenze universali nel tempo, anche se variabili nell’ entità;

4. si tratta di differenze condivise con la gran parte dei mammiferi;

5. molte di queste differenze si riscontrano già nella prima infanzia;

6. si tratta di differenze impermeabili allo “stile educativo”;

Concludo con alcune notazioni di cui tenere conto:

1. parliamo di differenze statistiche; ovvero, anche quando diciamo, per esempio, che “gli uomini sopravanzano le donne nell’ ambito X” cio’ è compatibile con il fatto che nell’ ambito X esistano parecchie donne che sopravanzano parecchi uomini;

2. spesso le differenze nemmeno si riscontrano a livello di media, bensì a livello di “coda” (es.: gli uomini in un certo ambito potrebbero prevalere sia nel “meglio” che nel peggio);

3. molti studi offrono risultati deboli che, vista la delicatezza della materia, si tende a scartare; anche per questo diventano decisive le meta-analisi (se una debolezza si ripete sistematicamente nello stesso senso, il risultato cessa di essere “debole”) e le sperimentazioni su vasti campioni;

4. difficilmente gli stereotipi culturali giocano un ruolo decisivo, anche perché noi, nell’ agire quotidiano, tendiamo a sottovalutare le “differenze di genere” piuttosto che a sopravvalutarle.

5. al modello “osmotico” molti contrappongono il modello degli “stereotipi autorafforzanti”, ma si tratta di un modello improbabile in presenza di “flussi e riflussi” visto che un modello del genere favorisce piuttosto la crescente polarizzazione;

6. il modello degli “stereotipi autorafforzanti” ha un ulteriore punto debole: sembra incapace di descrivere la dinamica osservata nel caso di altre odiose discriminazioni. Ho in mente quella subita dai neri in ambito sportivo, o quella ancor più vasta a danno degli ebrei. Sono casi in cui, appena cadute le barriere, c’ è stata integrazione: i neri hanno cominciato a mietere successi, gli ebrei a trovare la loro posizione sociale. Ma anche la discriminazione femminile, appena si sono aperte le porte, è cessata molto velocemente in parecchi ambiti

7. vale a poco obiettare che nello sport, per esempio, esistono misure oggettive; infatti le maggiori difficoltà a ottenere un’ adeguata rappresentanza femminile, nello sport come fuori dallo sport, si hanno proprio in ambiti dove le performance sono più facilmente misurabili;

8. chi denuncia la sproporzione tra “differenze naturali” e ruolo sociale non coglie alcuni meccanismi economici; ogni economista sa che bastano differenze minime nelle attitudini per avere conseguenze catastrofiche nella distribuzione razionale dei ruoli. Non solo, potrebbe essere irrilevante persino il segno delle differenze (se ci fosse un sesso migliore in tutte le attività umane, sarebbe razionale confinare il suo ruolo alle attività dove la differenza di prestazioni è più ampia).

Ma se devo essere sincero, da profano, a convincermi sull’ ipotesi della “base naturale” è un altra cosa: l’ alto numero di studiosi che approfondisce la questione partendo dall’ ipotesi culturalista e approdando alla sponda opposta. Il cammino inverso è pressoché inesistente. Un caso emblematico è quello di Diane Halphern:

At the time I started writing this book it seemed clear to me that any between sex differences in thinking abilities were due to socialization practices, artifacts, and mistakes in the research. After reviewing a pile of journal articles that stood several feet high, and numerous books and book chapters that dwarfed the stack of journal articles, I changed my mind. The literature on sex differences in cognitive abilities is filled with inconsistent findings, contradictory theories, and emotional claims that are unsupported by the research. Yet despite all the noise in the data, clear and consistent messages could be heard. There are real and in some cases sizable sex differences with respect to some cognitive abilities. Socialization practices are undoubtedly important, but there is also good evidence that biological sex differences play a role in establishing and maintaining cognitive sex differences, a conclusion I wasn’t prepared to make when I began reviewing the relevant literature.

Scusate se non ho inserito né link, né bibliografia. Su richiesta provvederò a fornire la letteratura su ciascun punto. Tanto per cominciare, chi è interessato puo’ trovare una buona rassegna in materia nella “Tabula rasa” di Steven Pinker, oppure David Geary Male, Female: The Evolution of Human Sex Differences.

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Chiesa e sessualità

A molti comandi della Chiesa Cattolica dobbiamo uniformarci per obbedienza, tuttavia non sarebbe male se cercassimo di comprenderli anche con la ragione, almeno laddove questo sia ancora possibile.

Prendi i precetti sulla sessualità e sulla famiglia, sono un terreno minato, se ne discute continuamente sui giornali e nei forum.  Contraccezione, famiglia tradizionale, matrimonio gay… creano divisione tra i fedeli e la Chiesa è ora accusata di interferire, ora caldamente invitata ad elargire la sua saggezza millenaria per salvare il mondo dalla barbarie imminente.

Devo ammettere che in tema di sessualità la ratio di molte raccomandazioni dottrinarie mi sfugge.  M’ imbatto spesso in motivazioni che al mio debole intelletto appaiono confuse e temo così che questa confusione nasconda una fragilità di argomenti. Certo, potrei ripeterle a pappagallo ma forse è meglio fermarsi e fare un esame di coscienza.

Non riesco ad ammettere che manchi la buona volontà: ho ascoltato molte persone, dal Cardinale al filosofo di vaglia, passando magari attraverso il blogger più divulgativo ma attendibile. Tuttavia, la fatica nel comprendere persiste, il linguaggio che si parla in certe sedi  non è certo quello a me più congeniale. Oltretutto, lo scontro acceso tra militanti sacrifica la chiarezza per concentrarsi su martellanti slogan ad effetto da cui presto evapora ogni senso superstite.

Su certi temi non riuscirei mai a fare, per esempio, da catechista ai bambini, e questa è la prova del nove che non li ho assimilati. Colpa mia o colpa di chi mi li ha spiegati male?

Sì perché, ovviamente, resta aperta l’ ipotesi più probabile, quella che una certa fierezza mi impedisce di tenere nel dovuto conto: molto semplicemente il mio intelletto non è in grado di penetrare a fondo certe ragioni, troppo viziato com’ è dalla moderna esigenza di semplicità e immediatezza. Il linguaggio ecclesiale si abbevera ad antiche tradizioni che lo nobilitano ma, al contempo, lo saturano con incrostazioni a cui viene sacrificata la chiarezza. Quando certe ragioni sono il frutto di una stratificazione secolare assumono una complessità tale per cui, forse, vanno “abbracciate” prima ancora che “comprese”.

Ecco, ho appena detto una cosa che non comprendo fino in fondo. Quale sarà la reale differenza tra “comprendere” e “abbracciare”? Boh.

Tuttavia, spero ancora cioè sia possibile “tradurre” in termini razionali. Che sia possibile chiarire e semplificare riconducendo tutto a quel buon senso che coniuga al meglio intuito e ragione, forse basta trovare le parole adatte e una buona divulgazione razionale del Catechismo diventa possibile anche su temi tanto spinosi.

Nei paragrafetti che seguono presento le cose per come le ho capite e svolgo alcune riflessioni in cui ora aderisco, ora dubito degli argomenti tipici avanzati dalla Chiesa Cattolica in tema di sesso e famiglia. Penso che il dubbio sia lecito allorché si esplora il versante razionale di queste faccende. Poiché la Chiesa ha la pretesa di farlo, avrà anche la carità necessaria per sopportare qualche dubbio espresso senza le fanfare e la stolta allegria dell’ eretico modaiolo.

A questo punto un riassuntino di quel che segue  puo’ aiutare: nel primo paragrafo introduco il concetto tanto caro alla Chiesa Cattolica di “ordine naturale” e spiego perché questa nozione, nonostante le molte critiche ricevute, puo’ avere ancora oggi una sua importanza in chi affronta i temi etici. Nel secondo paragrafo affronto la questione il matrimonio omosessuale perché mi consente in modo indiretto di toccare altri temi dottrinari legati alla sessualità, dopo aver considerato una decina di obiezioni al matrimonio omo, concludo negando che ne esistano di solide: su questo punto non mi resta che obbedire e continuare a “cercare”. Nel terzo paragrafo mi occupo di come la retorica anti-discriminatoria si stia trasformando in una minaccia alla libertà di espressione religiosa. Concludo simpatizzando con le ragioni della Chiesa pur lamentando una sua scarsa credibilità quando solleva denunce in questo campo.  Nell’ ultimo paragrafo affronto la cosiddetta “guerra del pensiero” che oppone “cultura tradizionale” a “cultura gender”. Concludo evidenziando le lacune che riscontro nella seconda.

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*** L’ ORDINE NATURALE***

Affrontando i temi della sessualità, la Chiesa Cattolica ricorre di continuo al concetto di “ordine naturale”, assume cioè che esistano delle “leggi morali naturali”. E qui purtroppo già comincia a perdere parte dell’ uditorio per cui “capire” è importante; in molti, infatti, cessano di seguirla su questo terreno poiché ritengono che “essere” (ordine naturale) e “dover essere” (legge morale) siano due realtà scollegate tra loro. E, in effetti, se tra “fatti” e “valori” ci fosse realmente uno iato, concetti quali quello di “legge morale naturale” risulterebbero oscuri.

Per la maggior parte delle persone la scienza ci dice come stanno le cose (“essere”) ma da cio’ non possiamo inferire le norme di comportamento morale (“dover essere”). Non esiste un nesso forte tra natura e morale, non esiste quel nesso sintetizzabile nell’ espressione “legge morale naturale”. Chi pone questo nesso, secondo i più, cade nella cosiddetta “fallacia naturalistica“.

In effetti, passare dall’ “essere” al “dover essere” è impresa ardua, non conosco tentativi di colmare il gap che siano andati a buon fine. Un giudizio di valore puo’ essere dedotto da premesse sono meramente descrittive. Faccio un esempio: se “il comunismo produce miseria e schiavitù”, non posso concludere che “il comunismo è un male”; devo aggiungere una premessa valoriale: “schiavitù e miseria sono un male”.

Inoltre, il comando etico non puo’ richiederci l’ impossibile; non puo’ cioè pretendere che le persone facciano cio’ che la natura impedisce loro di fare, questo è riconosciuto pacificamente da tutti; tuttavia, qui si parla d’ altro, e la cosa è resa chiara dal fatto che chi stigmatizza certe condotte definendole “innaturali”, lo fa proprio assumendo che chi le persegue puo’ adottarle e spesso lo fa. Nella diatriba sulla “fallacia naturalistica” il tema del comportamento impossibile non si pone.

Paradossalmente, chi recupera in modo inaspettato le posizioni tipiche della “morale naturale” è certo scientismo dedito a forgiare una “neuro-etica” fondata nella fisiologia dell’ essere umano: i nostri doveri sarebbero in qualche modo iscritti nel nostro cervello.

Di sicuro l’ alleanza tra Chiesa e scientismo su questo punto – come su qualsiasi punto – è problematica, devono allora necessariamente esistere vie alternative e più promettenti per difendere razionalmente il modello “naturalista” tanto caro alla Chiesa.

Quando un cattolico parla di “diritti naturali” ha in mente un concetto di “natura” ben diverso da quello che ha in mente lo scientista. Una regola, per il cattolico, è “naturale” se precede le regole “convenzionali”, ovvero le regole frutto di un accordo tra persone. E allora la questione diventa: possono esistere regole giuridiche di tal fatta?

Facciamo un esperimento mentale: ammettiamo che una qualche forza divina vi nomini giudici e conduca al vostro scranno Caino, colpevole di aver ucciso per invidia il povero Abele. Quale sarà la vostra sentenza una volta esposti i fatti in conformità al dettato biblico? Ci sono tre alternative: 1) potreste dire che Caino è giuridicamente innocente visto che il suo presunto crimine non è affatto un crimine poiché è stato commesso su un territorio in cui non vigeva alcuna sovranità convenzionale e senza “convenzioni a priori” non possono esserci regole da rispettare; 2) potreste invece condannarlo a dire tre Ave Marie visto che, per quanto detto al punto precedente, se mai Caino fosse “colpevole” lo sarebbe solo in senso morale e non giuridico; 3) potreste invece condannarlo ad una pena equa (reclusione o morte, questo è altro discorso).

Mi sembra abbastanza scontato che l’ uomo ragionevole scelga la terza opzione. Ma questo significa ammettere che esistano dei “diritti” che anticipano le “convenzioni” e quindi le sovranità ufficiali. Questa esistenza puo’ essere facilmente intuita grazie alle nostre facoltà razionali. Noi possiamo, oltre a intuire l’ esistenza di tali diritti, possiamo giusto abbozzarne il contenuto, difficile spingersi oltre. Possiamo condannare caino sulla base di queste affidabili intuizioni ma già quando si tratta di stabilire la pena i dubbi cominciano a presentarsi e le nostre intuizioni non ci aiutano più molto. In conclusione: l’ uomo razionale riconosce l’ esistenza di un diritto naturale di massima ed è in grado anche di abbozzarne il contenuto, purtroppo, quando deve affinare la sua conoscenza, la sua intuizione incontra difficoltà insormontabili e cominciano inevitabili disaccordi. 

L’ intuizione è dunque lo strumento attraverso cui è possibile verificare l’ esistenza di un diritto naturale e anche abbozzarne il contenuto. Ma come procedere oltre? A cosa affidarsi una volta che l’ intuizione cessa di aiutarci? Non resta che affidarsi alla “convenzione”? Forse no. Forse il concetto di “diritto naturale” puo’ essere sensato anche per l’ uomo razionale che intende spingersi oltre la soglia dell’ intuizione. Nei paragrafi che seguono segnalo una via che a me personalmente è sempre parsa promettente.

In passato mi sono già imbattuto nella diatriba tra “naturalisti” e “positivisti” (o “convenzionalisti”). Lo scontro esemplare l’ ho incontrato nelle materie giuridiche laddove vigeva l’ opposizione tra “diritti naturali” e “diritti positivi”.

Ci si chiedeva se potessero mai esistere dei “diritti naturali”. I “positivisti” lo negavano poiché secondo loro l’ esistenza di un diritto che potesse dirsi tale è sempre il frutto di un intervento umano. Il diritto esiste perché esiste un legislatore che lo impone come comando. Il diritto è il parto di un’ intelligenza umana, fa parte di un corpo organico di comandi che realizza il cosiddetto ordinamento giuridico. Senza un Legislatore non puo’ esistere un Diritto; per gli stessi motivi non esiste diritto finché non esiste un Legislatore. Non esiste cioè un diritto che anticipi la figura del legislatore.

Ascoltando l’ altra campana, quella a difesa dei “diritti naturali”, l’ ho travata più intonata: il diritto nasce anche a prescindere dalla presenza di governanti visto che puo’ emergere naturalmente nell’ interazione spontanea tra individui. Cosa sono quelle consuetudini che si stabilizzano nel tempo e piano piano si trasformano in diritto codificato se non “diritto naturale”? Compito del governante, quindi, non è “creare” il diritto ma “cercarlo” e portarlo alla luce. Il diritto spesso pre-esiste al legislatore, possiamo teorizzare coerentemente qualcosa del genere e possiamo riscontrarla nella storia dei popoli.

Il diritto naturale è frutto di un’ “emersione“, il diritto positivo è frutto di una “delibera“. Il diritto naturale è spontaneo (non intenzionale), il diritto positivo è artificioso (richiede un’ intenzione).

Nei paesi anglosassoni vige il cosiddetto diritto di common law, ovvero un diritto naturale che si è formato proprio nei modi descritti. Non solo dunque il diritto naturale è rintracciabile, ma, vista l’ opera di “colonizzazione giuridica” dei paesi anglosassoni, possiamo azzardarci a dire che si tratta di un diritto che fa sentire la sua voce anche nella modernità.

Ebbene, quando la teoria è tanto chiara e l’ esemplificazione pratica tanto vasta, non vedo cosa osti ad accettare il fatto che i “diritti naturali” esistono eccome.

Probabilmente oggi nessuna società avanzata conferisce un ruolo centrale alle consuetudini, almeno come fonte del diritto. Nonostante questo ci si divide ancora su cosa sia tenuto a fare il buon legislatore. E’ preferibile il legislatore che “cerca”, “scopre” e “codifica” quanto ha scoperto o il legislatore che “crea” progettando in modo coerente? Questa è ancora oggi una domanda tremendamente sensata e a seconda che si risponda in un modo piuttosto che in un altro si prende posizione nella querelle tra giusnaturalisti e positivisti..

E’ chiaro che se ha ancora senso il concetto di “diritto naturale”, ha senso anche il concetto di “dovere naturale”. Ecco allora dimostrato che la ragione laica non puo’ ripudiare a priori l’ insegnamento della Chiesa Cattolica solo perché nei suoi testi fa appello ad un “ordine naturale dei diritti e dei doveri”.

Dicevamo che il concetto di ordine naturale interpretato razionalmente è caratterizzato nella sua essenza dal fatto di emergere dal basso. Un ordine è naturale, lo abbiamo visto, quando si realizza spontaneamente nella libera interazione tra i soggetti. In questo senso è sommamente impersonale, è una conseguenza non intenzionale dei singoli comportamenti ed è quindi estraneo ad ogni progetto umano concepito dall’ alto. Non a caso, nei paesi anglosassoni, si parla di “rule of law“: la potenza della regola è tale che anticipa l’ esistenza del legislatore e si impone anche ad esso disciplinandone l’ azione. Le regole vengono prima delle delibere.

Si capisce allora come mai, nella storia del diritto, gli innamorati dell’ “ordine naturale” abbiano  un particolare rispetto per le tradizioni, esse sono il frutto di un’ emersione complessa che nessun calcolo condotto a tavolino potrebbe replicare qui ed ora, esse sintetizzano gusti ed esigenze, esse radunano la miriade di informazioni presenti in una miriade di cervelli e lo fanno in un modo che nemmeno un moderno computer potrebbe gestire. Ma oltre alla tradizione, i cultori del diritto naturale si sono sempre preoccupati di proteggere un contesto propizio all’ “emersione” delle informazioni, un contesto che favorisca la libera e spontanea interazione tra gli agenti. Senza questo prezioso oracolo sarebbe ardua una conoscenza accurata dell’ ordine naturale.

Inoltre, l’ “ordine naturale” puo’ e deve mutare seguendo il suo… “corso naturale“. Una consuetudine, per quanto radicata, non sarà mai destinata a durare in eterno. Una tradizione, nel momento in cui si fossilizza, nuoce al vivere comune anziché arricchirlo. Ma affinché i mutamenti siano correttamente indirizzati e seguano il loro “corso naturale”, occorre anche qui proteggere un contesto favorevole alla sua “emersione naturale” dal basso.

Possiamo fare un esempio che riguarda la sessualità. La cosiddetta “famiglia tradizionale” probabilmente è un’ istituzione recente. L’ uomo cacciatore era organizzato in modo diverso, più promiscuo: così come metteva in comune le risorse, metteva in qualche modo in comune anche mogli e prole. Si capisce, se le risorse vanno a tutti in pari misura è meno urgente sapere con esattezza chi sono le proprie mogli e i propri figli. Su mio figlio, chiunque sia, sarà investito sempre il medesimo quantitativo di risorse. L’ importante è avere più figli che si puo’, e infatti non mancava una gerarchia intra-clan, così come è importante difendersi al meglio dai clan rivali, magari stuprando le donne delle tribù sconfitte. Con la rivoluzione agricola e la necessità di investire a lungo termine gli uomini cominciano a differenziarsi, emerge “naturalmente” la proprietà privata e, come corollario ad essa, la famiglia tradizionale.

La “famiglia naturale (o tradizionale)”, allora, non è tale perché esiste dalla notte dei tempi. E’ tale solo perché così ce l’ ha consegnata il “corso naturale” degli eventi. Se una forza misteriosa avesse bloccato dall’ alto l’ organizzazione tipica dell’ uomo cacciatore, l’ avvento della “famiglia tradizionale” sarebbe stato ritardato se non impedito.

Ecco allora cosa differenzia le “legge positiva” dalla “legge naturale”: la prima è posta dall’ alto, da un’ intelligenza, da un governante che sovraintende alle relazioni umane. La seconda emerge dal basso grazie ai comportamenti spontanei e consuetudinari degli uomini che formano la comunità. Il governante si limita a scoprirla e a codificarla.

La legge naturale implica un procedimento di scoperta, il governante deve favorire l’ ambiente più propizio al fine che le “leggi naturali” della società segnalino nel modo più chiaro possibile la loro presenza. Chi blocca dall’ alto il fermento sociale fissandolo una volta per tutte con obblighi e proibizioni soffocanti, non puo’ dirsi un adepto della “legge naturale”.

Da quanto detto, traggo ora una prima conclusione: l’ “ordine naturale” razionalmente inteso valorizza la libertà di azione e di scelta degli agenti sociali, per questo mi risulta difficile pensare che un sistema di proibizioni possa mai essere seriamente giustificato in nome dell’ “ordine naturale”. Se un’ istituzione non è conforme all’ ordine naturale, deperirà e si estinguerà di per sé, non esiste alcuna urgenza di proibirla, mentre esiste il chiaro pericolo che una proibizione intempestiva impedisca all’ “ordine naturale” e al “corso naturale” degli eventi di emergere in modo evidente. La proibizione è invece essenziale per chi intenda realizzare un progetto umano vincendo l’opposizione altrui, e penso quindi al “positivista”, che non a caso si oppone strenuamente al concetto di “ordine naturale”.

Ma torniamo alla Chiesa Cattolica. Naturalmente la Chiesa Cattolica potrebbe sostenere che la “legge morale naturale” di cui parla è oggetto di una Rivelazione speciale di cui lei è depositaria, cosicché noi non dobbiamo “scoprire” alcunché con la nostra ragione di uomini, dobbiamo solo ascoltare le parole della Rivelazione così come ci vengono trasmesse nel suo Magistero. A questo punto, chiuso ogni discorso, non ci resterebbe che una Santa Obbedienza.

E in parte, bisogna ammetterlo, la Chiesa Cattolica dice proprio questo.

Fortunatamente, questo non è il messaggio completo che giunge al fedele. Per la parte restante, quella in cui è chiamata ad intervenire la ragione umana, vale ancora quello di cui abbiamo discusso più sopra.

*** IL MATRIMONIO OMOSESSUALE***

Dopo un abbozzo teorico, vengo ora ad alcuni contenuti specifici.

Ce ne sarebbero molti. Per esempio: che senso ha la castità prematrimoniale nel 2014? A molti appare come qualcosa di assurdo. Eppure ci sono comportamenti che consideriamo normalissimi con cui sostituiamo proprio la castità, non dovrebbe quindi esserci difficile capirne le ragioni. La castità è solo un sacrificio ascetico che dedichiamo all’ amato/amata e attraverso il quale lui/lei puo’ giudicare l nostro attaccamento. Un dono del genere ha senso solo all’ interno di una cultura come quella cattolica che attribuisce grande valore all’ unione carnale. Oggi che la cultura cattolica non è più egemone, il valore dell’ attività sessuale si è svalutato facendo perder di senso la pratica della castità, tuttavia non abbiamo certo tralasciato di adempiere alle funzioni che ricopriva, lo facciamo in altra maniera, per esempio tramite l’ anello di fidanzamento. L’ anello di fidanzamento ha senso solo se è costoso, solo se implica un sacrificio finanziario e fa trasparire la serietà delle nostre intenzioni. Il sacrificio finanziario ha rimpiazzato quello amoroso. E’ normale che sia così visto che oggi la ricchezza vale più del sesso. Un anello poco costoso, per quanto bello, non assolverebbe alla sua funzione principale. Che ne pensereste di un tale che vuole fidanzarsi con voi regalandovi come anello la linguetta della lattina di Coca? Originale! E poi non è poi così brutta, guardatela bene! Ha solo il difetto di avere un valore vicino allo zero e quindi di non implicare alcun sacrificio. E’ lì, attaccata alla sua lattina, disponibile per qualsiasi bluff sentimentale. Non potrà mai assurgere a prova d’ amore. Questo per dire, la castità sarà anche fuori moda ma la sua ratio facilmente intuibile da chiunque anche nel 2014.

Eppure la castità è un tema così desueto, non invoglia all’ approfondimento, meglio qualcosa che infervori il dibattito contemporaneo. Mi concentrerò allora sulla questione degli omosessuali e del loro matrimonio poiché mi sembra che, a cascata, un simile problema consenta di toccarne molti altri legati alla dottrina cattolica della sessualità.

Ammetto di scrivere anche per chiarire le cose a me stesso, d’altronde non penso che questa esigenza sia un inconveniente. Anzi.

***

Partiamo: perché la Chiesa condanna le pratiche omosessuali?

In realtà la Chiesa non condanna “le pratiche omosessuali”, bensì le pratiche sessuali contrassegnate dalla sterilità. Cio’ significa che condanna anche le pratiche eterosessuali quando sono attuate in modo da prevenire artificiosamente il concepimento.

In questo senso gli omosessuali sono, mi si lasci passare il termine, solo “sfortunati“, sono delle “vittime involontarie” visto che le pratiche sessuali a cui sono inclini sono sterili per definizione. Anzi, per natura.

Il giorno che la Chiesa sdoganerà il preservativo – se mai questo avverrà – forse sdoganerà anche l’ amore omosessuale. In fondo la proibizione dell’ uno e dell’ altro è fondata sulla medesima ratio.

La Chiesa non condanna quindi l’ omosessualità e nemmeno le pratiche omosessuali, condanna le pratiche sessuali sterili, e questa condanna tocca sia gli omosessuali che gli eterosessuali.

La Chiesa, è meglio precisarlo di passaggio, non arriva in questi casi a pretendere che le sue condanne abbiano forza di legge. Questa rinuncia è pacifica e bisogna tenerne conto valutando quel che segue.

***

Ma perché condannare l’ amore sterile? Cerchiamo una giustificazione razionale.

Presento dapprima il cosiddetto “argomento dell’ economista“: perché se nei modelli economici tanto accreditati nelle più grandi università si assume che dare 100 euro a una persona migliori per definizione la sua condizione, non dovremmo assumere che lo stesso accada quando doniamo una vita da vivere?

Se seguiamo “l’ argomento dell’ economista” dovremmo concludere che dare la vita produce valore in sé.

Naturalmente ci sono molti modi per aggirare il problema, tuttavia per farlo bisogna ricorrere a fastidiose sottigliezze filosofiche che differenzino le assunzioni di fondo nell’ un caso rispetto all’ altro. Ognuno è autorizzato a procedere come crede ma sinceramente penso che la posizione più lineare consista nell’ accettare l’ equiparazione e trarne le conseguenze.

Ma se la vita ha un  valore in sé, allora capiamo anche perché la sterilità abbia un suo disvalore in sé. Non dico che la via scelta dalla Chiesa per favorire la fecondità sia l’ unica a disposizione, dico solo che, tra le tante, è quella che ci consegna la tradizione. Una tradizione che, come abbiamo visto, possiamo anche razionalizzare.

***

Veniamo ora ad argomenti meno astratti in favore della fecondità.

Partiamo da quelli arcaici. Un tempo puo’ darsi che una condanna della sterilità servisse a rafforzare il gruppo. In passato la forza di un gruppo era dato innanzitutto dalla sua numerosità. Un gruppo numeroso è anche più forte. La fertilità ingrossa il gruppo potenziandolo, la sterilità lo estingue.

Ma c’ è qualcosa in più: avere figli non solo rafforza il gruppo ampliandolo ma garantisce che i figli professino la stessa ideologia dei padri. La staffetta ideologica attraverso l’ educazione familiare non sarà automatica ma si realizza abbastanza bene rispetto alle alternative a disposizione.

Il mondo futuro è di chi ha più figli e chi vuole conquistare il mondo deve saperlo.

Qualcuno potrebbe osservare: “ma un omosessuale resta sterile sia che pratichi sia che non pratichi. A questo punto, se dal punto di vista riproduttivo non cambia nulla, lasciamo che faccia quel che vuole. Sarebbe crudele sacrificarlo in cambio di nulla!”.

Non è proprio così. Anche gli omosessuali in fondo desiderano una discendenza, e nella storia l’ hanno sempre avuta. Solo che l’ hanno sempre avuta con persone dell’ altro sesso. Un omosessuale senza alternative, probabilmente si sposerà e avrà figli. In fondo se gli omosessuali non si sono estinti è anche perché hanno avuto parecchi figli con i metodi tradizionali. In altri termini, non è affatto detto che un omosessuale resti sterile: se messo sotto pressione da una serie di stereotipi potrebbe rifugiarsi nel matrimonio tradizionale, magari per mascherare la sua condizione, e avere figli.

Ecco allora una possibile base razionale per la condanna del matrimonio omosessuale: il matrimonio omosessuale – ovvero un legame stabile realizzato tra persone sterili – renderebbe più difficoltoso il contributo riproduttivo che anche gli omosessuali hanno sempre dato e potrebbero ancora dare nonostante il loro orientamento sessuale.

Tuttavia, oggi, simili motivazioni non hanno più ragion d’ essere: la forza di un gruppo non si misura più in termini di numerosità. Non a caso ho definito queste ragioni come “arcaiche”, nessuno nelle società moderne si sognerebbe mai di accusare chi non contribuisce attivamente a rinfoltirle, semmai è più facile assistere all’ accusa opposta. Diciamo allora che le “ragioni arcaiche” sono deperite col tempo e chi le rinverdisce ha scarsissime possibilità di convincere la controparte.

***

E la diffusione ideologica? Se la numerosità del gruppo non ci interessa più, l’ egemonia ideologica potrebbe ancora interessare i cattolici, e quella non si realizza se non ci moltiplichiamo e trasferiamo ai figli la nostra ideologia.

Gli islamici, per esempio, sono estremamente interessati a che le famiglie siano forti e numerose. Molti ritengono ancora oggi che numero e trasmissione ideologica sia un ottimo modo per dominare nelle società democratiche.

 

[… ma non occorre additare gli islamici, io stesso mi ritengo un libertario scettico che non crede più nella propaganda idologica - “world don't listen" – in questi casi l’ unico progetto politico sensato di lungo periodo consiste nel puntare sulla prolificità dei libertari…]

A questo punto bisogna dire che una coppia omosessuale cattolica potrebbe adottare dei figli ed educarli secondo i precetti cattolici e mettersi al riparo da ogni accusa contro il matrimonio omosessuale. Cosa glielo impedirebbe?

Possibile obiezione: gran parte dell’ ideologia professata dipende dalla personalità del soggetto che a sua volta è in gran parte ereditaria. Quindi, i figli adottati non sembrano nelle condizioni migliori per ricevere la loro ideologia dai genitori adottivi. In altri termini, il “cattolico” è anche un “tipo psicologico” e l’ omosessuale cattolico che non figlia non contribuisce alla sua diffusione.

Soluzioni? Impedire il matrimonio omosessuale? No. Eventualmente, favorire ed accelerare la transizione verso l’ utero artificiale via utero in affitto.

***

Devo ammettere che l’ argomento dell’ “egemonia ideologica”, oltre a essere superabile consentendo alla coppia omosessuale di avere in qualche modo dei figli, non attecchisce nella mentalità moderna in generale: “egemonia” è un termine che fa paura per come si oppone ad un termine che gode certamente di stampa migliore: “tolleranza“.

E allora veniamo ad argomenti più generali in favore della fecondità, per poi vedere se possiamo utilizzarli “contro” il matrimonio omosessuale: nell’ era dell’ innovazione un cervello produce molto più di quanto consumi uno stomaco, cio’ significa che ogni bambino che viene al mondo lo arricchisce. Anche il più gretto utilitarista dovrebbe gioire ad ogni fiocco rosa/azzurro, e di conseguenza favorire la massimizzazione dei nuovi nati.

Fecondità è ricchezza, il binomio deve valere per l’ utilitarista razionalista come per il cattolico.

Ecco, questo potrebbe essere un buon argomento contro il matrimonio omosessuale.

Ma non contro il matrimonio omosessuale con figli.

Qui assistiamo a un paradosso: molti cattolici tollererebbero a denti stretti il matrimonio omosessuale purché alla coppia venga impedito di avere o reperire dei figli, eppure, da quanto visto, sembra proprio che il migliore argomento contro le unioni omosessuali possa essere aggirato proprio consentendo a tali unioni di avere dei figli.

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Molti cattolici temono che un bimbo cresciuto senza l’ apporto attivo di genitori di ambo i sessi possa essere infelice, o comunque possa soffrire alcuni scompensi per la mancanza della mamma o del papà. La preoccupazione è lecita e molti psicologi teorizzano qualcosa del genere.

Più ancora delle teorie psicologiche, però, qui contano i fatti. Fortunatamente siamo di fronte a questioni empiriche e non a materia di fede. E allora il problema diventa sperimentale, dobbiamo chiedere ai ricercatori se le preoccupazioni trovano un fondamento nei fatti. Immaginiamo quanta “ricerca ideologica” ci sarà in un campo minato come questo, per ogni Simon Crouch ci sarà una  Mark Regnerus. Del resto non ci sono alternative, bisognerà vagliare la qualità e l’ indipendenza delle fonti. Al momento siamo lontani dal poter confermare in modo inequivocabile i timori di cui sopra.

E poi, anche a questa discussione fa sempre da bordone le tesi del primo paragrafo: se a una persona qualsiasi, un’ evidenza qualsiasi basterebbe per fondare le sue preoccupazioni, a un cattolico, invece, proprio perché rispetta l’ “ordine naturale” delle cose, occorre un’ evidenza particolarmente sostanziosa prima di invocare proibizioni volte a limitare le libertà individuali e quindi a bloccare il “corso naturale degli eventi”, ovvero il database più completo a sua disposizione.

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Volendo tutelare i bambini, dovremmo porci la domanda: qual è l’ alternativa offerta al bimbo non adottato dalla coppia omosessuale?

Essere adottato da una coppia eterosessuale, rispondono in molti. Ma c’ è davvero tanta carenza di bambini adottabili? Se mai le cose non stessero davvero così, l’ alternativa sarebbe l’ orfanotrofio o qualcosa del genere. Ad ogni modo, se la concorrenza con le coppie etero fosse davvero il problema, e io faccio fatica a pensarlo, nella gara per l’ adozione dei pochi bambini disponibili basterebbe dare punteggi più bassi alle coppie omo.

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Ci sono poi i timori “politicamente scorretti”, in molti ritengono vi sia un nesso tra omosessualità e pedofilia: il bimbo affidato ad una coppia omosessuale sarebbe particolarmente a rischio per cio’ che concerne eventuali abusi. Più di quanto non lo sia se cresciuto in una famiglia tradizionale.

Si tratta di un timore credibile?

Di sicuro, chi approfondisce la vicenda dei “preti pedofili” è colpito dall’ esistenza di questo nesso: gran parte degli atti di pedofilia sono stati condotti da preti omosessuali. E’ un puro caso? Puo’ darsi che chi esprime certi timori abbia in mente queste vicende. Tuttavia, non penso si possa generalizzare. In fondo non sappiamo se nel clero la quota di omosessuali sia pari a quella che si riscontra nella società, potrebbe anche essere più alta. Puo’ darsi che in mancanza della possibilità di esprimere a pieno la loro sessualità, molti soggetti abbiano poi trovato un loro ruolo di prestigio presso la Chiesa. In mancanza di studi che campionino l’ intera società – e che probabilmente non verranno mai fatti seriamente per questioni politiche – io sospenderei il giudizio.

E, in conclusione, mi tocca ripetere anche qui il solito disclaimer: 1) perché proibire e non regolare? 2) una nuova vita quanto rischio compensa?

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Un’ altra obiezione che merita di essere considerata: “guarda che i bambini, oltre a essere adottati, possono essere confezionati affittando uteri, una pratica che sfrutta gli ultimi“.

Puo’ darsi, ma perché allora non regolare anziché proibire?, magari consentendo alla mamma naturale di avere l’ ultima parola da spendere dopo il parto, oppure garantendo sempre al figlio la rintracciabilità dei genitori naturali? Chi vede solo la proibizione mi sembra che adotti l’ argomento in modo pretestuoso finendo per danneggiare chi intende difendere.

Inoltre, troppe volte ho constatato che questa difesa degli “ultimi” si sia tradotta di fatto in una loro penalizzazione. Troppe volte dei minori a cui è stato impedito di lavorare sono finiti sulla strada per prostituirsi. Troppe volte la chiusura di fabbriche senza standard di sicurezza minimi ha lasciato gli “ultimi” nella miseria nera. Troppe volte i “primi” sono corsi in soccorso agli “ultimi” mentre questi scappavano da loro a gambe levate. Eccetera. Ebbene, ho la netta sensazione che anche qui rischiamo qualcosa del genere.

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Ma forse l’ obiezione cruciale è un’ altra: “… l’ utero in affitto ci condurrà all’ utero artificiale e l’ utero artificiale offrirà un viatico alla “costruzione” dei figli in laboratorio e ad un mutamento antropologico inarrestabile… i figli non sono un diritto,  non sono voglie da soddisfare ad ogni costo, non sono capricci…”.

Al di là del fatto che ho sempre problemi con espressioni vaghe come quella di “mutamento antropologico”, un figlio puo’ essere anche una voglia. Perché no? La trovo una voglia molto naturale più che un capriccio artificioso. Detto questo, non penso proprio che queste voglie non abbiano un costo, ce l’ hanno eccome. Ma se questo costo per qualsiasi motivo si abbassa, perché mai dovrei lamentarmi o non prenderne atto? Ieri il costo era proibitivo, oggi non più. Dove sta esattamente il problema?

Sopportare i nostri limiti è un pregio ma sopportare dei limiti finti è un esercizio ascetico, magari anche virtuoso, ma da lasciare a chi se lo sceglie per sé al fine di rafforzare la propria volontà. Accettare il fatto che i figli non arrivino è un pregio ma rinunciare ad averli quando è possibile averli è qualcosa di diverso.

Tuttavia, ammettiamo anche che un costo in termini di “allenamento della volontà” debba essere pagato, la domanda cruciale da porsi è sempre la stessa: meglio un bimbo in più con genitori soddisfatti o meglio nessun bimbo con genitori temprati dalla prova?

Poniamoci questa domanda nel caso delle coppie omo. Ebbene, sarebbe una domanda insensata se un omo impedito di avere figli col compagno decidesse di averli con una donna. In questo caso ci sarebbe sia il bimbo che, almeno in parte, la prova ascetica (ovvero la rinuncia ad avere il figlio con la persona che si ama). E spesso, come dicevamo, in passato è stato proprio così. Tuttavia, in termini assoluti, ho l’ impressione che se non si pongono proibizioni il saldo complessivo dei bambini venuti al mondo, coeteris paribus, sarebbe positivo. E allora, ecco che la domanda cruciale torna a riproporsi.

Di fronte alla domanda di cui sopra, la sicumera atea è nota: “i bambini non venuti al mondo per me valgono meno di zero. Non esistono, come possono avere un valore?!”.

Tuttavia, una risposta del genere non mi convince, molte volte noi diamo valore a persone che non esistono, per esempio alla “generazioni future” a cui vogliamo consegnare loro un mondo migliore. Secondo la logica atea dovremmo dire: “che senso ha impegnarsi nei confronti di chi non esiste? Chi non esiste vale meno di zero!”

Prendo allora le distanze da una simile posizione, e mi sembra di aver già razionalizzato il mio smarcamento allorché ho accennato più sopra “l’ argomento dell’ economista” e agli altri argomenti pro-fecondità.

Qui penso proprio di condividere la sensibilità del cattolico medio, costui è portato a dare un certo valore alla vita in sé, anche quando questa vita non ha mille garanzie, anche quando non si trasforma in automatico nel paradiso in terra, anche quando i genitori non sono il paparino e la mammina delle pubblicità, anche quando il paparino e la mammina non sono temprati dalle prove, anche quando hanno avuto il figlio che sognavano senza essersi sottoposti, almeno in questa occasione, a frustrazioni che avrebbero forse rinforzato il loro carattere. Una vita in più ha un valore tale che compensa molte, moltissime cose.

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Si teme che il desiderio di bambini da parte di coppie lesbiche si traduca in un’ esplosione dell’ “eterologa”. Le obiezioni a questa pratica per far nascere i bambini sono note: il diritto inestirpabile del minore a conoscere il padre biologico comporterebbe dei rischi notevoli per l’ equilibrio familiare. Chi si oppone a questi argomenti afferma che un rischio del genere è già presente nelle adozioni. Tuttavia, si replica a questa controdeduzione dicendo che l’ adozione è un rimedio ad un danno che sta a monte e non una pratica che inizia da una tabula rasa.

Tutto cio’ è in qualche modo corretto, senonché il “danno che sta a monte” a sua volta si è presentato a suo tempo sotto forma di rischio: quando certi genitori procreano, il rischio di abbandono e di trascuratezza della prole è molto più elevato. Che si fa? Si applica un “sano” principio di prudenza al fine di minimizzare i rischi per il nascituro? Si sterilizzano certe tipologie potenzialmente inadeguate di genitori? Qualche ateo a cui piace giocare con l’ eugenetica potrebbe farci un pensierino. Ma se mai esiste un soggetto a cui una soluzione del genere ripugna, questi è il cattolico. Nessuno come il cattolico percepisce che “il rischio della vita vale la candela del venire alla luce”. Io mi limito ad osservare che se lo percepisce nel caso delle adozioni, è nelle condizioni ideali per percepirlo anche nel caso dell’ eterologa!

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C’ è un’ obiezione collegata alla precedente che trovo molto sensata ed è quella di chi teme che la coppia omosessuale sia mediamente più precaria rispetto a quella etero. Questo aumenterebbe le sofferenze dei piccoli.

Molti indicatori ci dicono che è così, anche se scarseggiano i dati rispetto alle coppie omosessuali con figli. Forse è meglio attendere.

Per quanto l’ instabilità di coppia  incida poco sul futuro dei piccoli, di sicuro li fa soffrire, e questo deve essere tenuto in conto. Chi è sinceramente preoccupato da questo risvolto, e non lo usa solo come pretesto, potrebbe prevedere per gli omosessuali un matrimonio di vecchio stampo, di quelli che non prevedano divorzio. Naturalmente qualcuno opinerà che le tensioni dovute alla convivenza forzata producono altrettanti danni che l’ eventuale divorzio ma difficilmente questa obiezione verrà mai dal fronte cattolico visto che in quello schieramento la proibizione del divorzio viene visto come un fattore coesivo sia della coppia che della comunità più in generale. In ogni caso, sottrarrei a questo trattamento più esigente le lesbiche, non sembra che le loro unioni siano particolarmente precarie, persino in mancanza di figli.

E da ultimo torno a riproporre il mio ritornello preferito: le coppie omosessuali e la loro voglia di figli ci regalerà più bambini? Se la risposta è sì, le obiezioni che stiamo analizzando diventano di colpo marginali: il tipico cattolico, particolarmente disposto ad accogliere al mondo anche bimbi con malattie gravi, non dovrebbe fare difficoltà ad accogliere bimbi che vengono al mondo con un rischio di futura separazione dei genitori leggermente sopra la media.

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Continuiamo con le obiezioni. Qualcuno potrebbe accennare al fatto che l’ omosessuale medio è meno credente e quindi i suoi figli meno favoriti nel ricevere l’ indottrinamento – in senso buono – cristiano.

[... ma esiste un indottrinamento in senso buono? L' ateo-laico-non credente-agnostico non capirebbe un simile concetto, lo troverebbe addirittura offensivo. Lui e le sue scuole di stato conoscono un solo tipo d' indottrinamento: quello "cattivo", ovvero quello realizzato dalle culture alternative alla sua. Ma i cattolici, che oggi rappresentano una cultura alternativa, non potrebbero condividere una simile sensibilità e sanno quindi di cosa si parla quando si parla di "indottrinamento" in senso positivo: la loro educazione è indicata come sinonimo di "indottrinamento", cosicché a loro non resta che considerarlo "indottrinamento in senso buono"...]

Ma siamo poi sicuri che gli omosessuali siano meno credenti? Quand’ anche fosse così potrebbe essere dovuto al fatto che sentono come un attacco l’ opposizione al matrimonio omosessuale, una volta tolta questa ostilità, gran parte del risentimento verrebbe meno. Fortunatamente la Chiesa è sempre stata lungimirante e in grado di astrarsi dalle contingenze. Io penso che, per esempio,  gli omosessuali uomini – i più numerosi – possano essere anche più credenti degli uomini etero. In tal senso basterebbe mettere insieme due informazioni attendibili: 1) le donne sono mediamente più credenti degli uomini e 2) la sessualità si riflette nella personalità.

In ogni caso, sia detto per inciso, una simile preoccupazione dovrebbe spingere all’ evangelizzazione più che alla proibizione.

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Molti cattolici parlano di una “lobby gay“. I toni con cui lo fanno a volte mi sembrano un modo per costruire un nemico  risvegliando paure irrazionali e, nei casi peggiori, incitare all’ odio. Sicuramente la lobby gay esiste, come esiste la lobby vaticana, continuamente evocata in modo altrettanto truculento dalla controparte. Le lobby, ovvero i gruppi di interesse organizzato con abboccamenti verso il ceto politico, sono solo uno strumento attraverso cui i cittadini portatori di un interesse cercano di contare in un sistema democratico maturo.

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Alcuni cattolici sono estremamente sensibili alle parole. Per loro il linguaggio è molto importante. Non dovremmo “cedere” ai gay la parola “matrimonio”.  Sembra quasi che si oppongano alle unioni gay solo per non cedere la “parola” al nemico.

Ammetto di essere più appassionato alla sostanza delle cose piuttosto che alla forma linguistica con cui vengono esposte, ad ogni modo rispondo meglio sul punto nell’ ultimo paragrafo, quello in cui tratto della “guerra culturale” in atto.

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Secondo altri siamo di fronte ad un’ offensiva contro la famiglia, ovvero alll’ ultimo baluardo che impedisce allo stato-padrone di spadroneggiare sull’ individuo. Questo ruolo della famiglia era già stato enfatizzato da Chesterton che la considerava come l’ istituzione anarchica per eccellenza, evidentemente la vedeva come organizzazione spontanea in grado di collaborare con lo stato ma anche di opporvisi. Tutto giusto, ma un argomento del genere spinge chi è sensibile all’ invadenza dello stato a difendere la famiglia in sé prima ancora che la famiglia tradizionale. Puo’ darsi, anzi, che accettando i matrimoni omo le famiglie aumentino anziché diminuire. In questo caso l’ argomento da “contro” si trasformerebbe in “pro”.

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Alcuni cattolici sono più semplici e diretti: “mi oppongo ai matrimoni gay perché mi ripugna solo l’ idea…”

Il sentimento di ripugnanza va rispettato, non si trova lì per caso nelle nostre coscienze. Non è sempre qualcosa che rinforza i nostri interessi: anche a molti omosessuali ripugna il matrimonio gay. A certi omosessuali ripugna perfino la loro omosessualità. Chi non ha letto Testori?

Detto questo, in una discussione, le ragioni prevalgono sui sentimenti. Anche perché sono l’ unico elemento che si puo’ esprimere. Del resto, se a tutti ripugnassero le stesse cose, non ci sarebbero discussioni.

Questo per dire che il sentimento di ripugnanza non è a senso unico, a molti potrebbe ripugnare il trattamento diseguale di fronte alla legge tra coppie etero e coppie omo. Io sono in una condizione simile: mi ripugna trasgredire al principio di eguaglianza così come mi mette a disagio pensare a un bambino senza la mamma. Devo decidere quale intuizione far prevalere e decido per la prima poiché la ritengo più fondamentale per la nostra vita civile.

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Molti cattolici sinceramente preoccupati dalla prassi evocano la cosiddetta legge del “piano inclinato“: se cediamo terreno su questo versante, verremo travolti a valanga su tutte le altre questioni legate alla sessualità.

Va bene, puo’ essere una ragione pragmatica per “resistere”, ma teniamo conto però anche della “dispersione delle energie“, pure quella è una legge strategica  che la buona prassi non deve tralasciare: se insistiamo a combattere battaglie perse, non avremo più energie per portare a casa le battaglie alla nostra portata.

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In conclusione, dalla mia breve analisi mi sembra che sia sempre possibile abbozzare una risposta alle obiezioni razionali più semplici e comprensibili contro il matrimonio omo. Non lo nego, mi viene il sospetto che, poiché alle obiezioni chiare è possibile rispondere, si ripiega su quelle che personalmente trovo ambigue e che io non riuscirei a sostenere con l’ aiuto della sola ragione.

Nella mia ricostruzione emerge un elemento curioso: quand’ anche alcune obiezioni contro il matrimonio omo abbiano una loro forza, sono superabili se pensiamo a un matrimonio omo con figli. La curiosità sta nel fatto che, al contrario, molti cattolici, almeno nella loro testa, tollererebbero sì il matrimonio gay, purché sterile.

Se la mia analisi fosse  completa, non mi resta che obbedire senza fare appello alle facoltà razionali. Nel frattempo, chissà che una qualche intuizione possa illuminarmi facendo in modo che una nuova convergenza tra la mia fede e la mia ragione si realizzi anche su questi temi.

Da ultimo vorrei solo precisare che, per quanto io sia contrario a riconoscere pubblicamente il matrimonio gay, lo sono per ragioni che valgono anche per il matrimonio tradizionale. Devo usare un linguaggio più esplicito per dissipare ogni equivoco? Ebbene, se uno pretende il diritto alla pensione di “reversibilità“, tanto per portare un esempio, che se lo compri versando contributi più alti rispetto a chi non è interessato a questo diritto. Se uno agogna alla sua quota di eredità, tanto per dirne un’ altra, veda di farsi ben volere dal partner senza far conto sulla “legittima”. Se uno pretende gli alimenti dal coniuge con cui divorzia, veda di stipulare con lui un contratto pre-matrimoniale oculato. E potrei andare avanti ma purtroppo, per quanto lunga sia la lista, si tratta sempre di motivazioni applicabili sia al matrimonio omo che a quello tradizionale.

La Chiesa Cattolica mi sembra contraria alle unioni gay per ben altri motivi. Secondo l’ impostazione che ritengo più lineare, invece, se non si eliminano i privilegi offerti alle coppie tradizionali, non vedo perché non concederli ad una coppia gay che li pretende. O almeno, non lo vede la mia ragione. Per fortuna considero pur sempre la Chiesa il corpo di Cristo incarnato sulla terra e quindi, grazie all’ obbedienza, arrivo per altra via al punto. Purché non mi si chieda di far crociate contro il matrimonio gay. Alla “battaglia culturale” non intendo partecipare attivamente. Poco male, in fondo ci sono così tante altre cose da fare e tante preghiere da recitare lontani dall’ arena.

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Per un approccio differente:

https://www.facebook.com/lucetta.scaraffia/posts/10203488630949101

***LIBERTA’ DI ESPRESSIONE***

La discussione sorta intorno al matrimonio gay porta con sé delle diatribe collaterali in cui la mia adesione alle posizioni della Chiesa Cattolica è decisamente più convinta.

Il mondo cattolico guarda con preoccupazione a leggi che potrebbero colpire chi semplicemente esprime la sua opinione. Parlare in certi termini del mondo omosessuale potrebbe configurare un reato discriminatorio. Anche argomentare contro i matrimonio gay potrebbe essere a rischio una volta che certe leggi ambigue saranno nelle mani di procuratori ideologizzati. E che questi abbondino è cosa certa. La noia dei polverosi uffici giudiziari è tanta e l’ opportunità di dedicarsi alla Grande Causa alletta i tipi più insospettabili. E quale sia in questi uffici iper-statalizzati la Grande Causa, è facile immaginarlo.

Giusto timore, giusta battaglia. I reati di opinione, mentre convincono molti anti-fascisti che li hanno entusiasticamente introiettati dai codici fascisti, mi lasciano freddo.

Ma dove eravate, cari correligionari, quando lo stesso trattamento veniva riservato ai “negazionisti”?

Non ho sentito la vostra voce.

Non lo sapevate che se l’ altro ieri sono andati tra gli applausi a prendere il “fascista” di turno, se ieri sono andati col consenso generale a prendere l’ odioso “negazionista”, oggi… oggi sarebbero venuti a prendere anche voi?!

Eppure era facile prevederlo.

Lo so, i “negazionisti”, si dirà, hanno un ceffo ben diverso e sono ben altro affare, non parliamo poi dei fascisti.

Una cosa è certa, comunque: chi  ieri non applaudiva, oggi è più credibile quando si lamenta.

***LA GUERRA CULTURALE***

L’ opposizione al matrimonio gay è vista da molti cattolici come una battaglia della più ampia guerra contro la “cultura gender“.

Ebbene, se le ragioni della battaglia non mi convincono, al punto da dover ripiegare sull’ obbedienza cieca per offrire un contributo minimo, trovo invece le ragioni della guerra un po’ più solide.

Aggiungo subito che, purtroppo, molti cattolici interpretano questa “guerra culturale” come una “guerra per il linguaggio“, dopodiché si dedicano al presidio del linguaggio tradizionale e alla contro-rettifica sistematica della terminologia intaccata dai rivoluzionari. Tuttavia, poiché le risorse sono limitate, ne deriva che chi le investe sulla difesa del lessico tradizionale, le sottrae poi al chiarimento dei problemi sostanziali che, secondo i cattolici, minano la cultura gender. Un vero peccato per chi come me crede che questi problemi di sostanza esistano eccome.

Io stesso ho faticato a comprendere i termini dello scontro: mille articolesse su cognomi e desinenze disinteressandosi della sostanza.

Certo, quando sento alla radio la critica letteraria Bia Sarasini parlare di “personaggia del romanzo“, un sorrisetto spontaneo tra l’ ironico e il sarcastico mi scappa, ma non vado oltre, quello rimarrà il mio unico contributo di “stigmatizzazione linguistica”. Il resto consisterà solamente nell’ ignorare bellamente l’ idioletto dei rivoluzionari gender. Non resterà loro che procedere a suon di decreti legge se vogliono la mia omologazione.  Del resto, considero questa estrema sensibilità linguistica addirittura come una concessione alla cultura a cui ci opponiamo: sono loro a credere che con l’ abracadabra delle parole si possa costruire una realtà diversa. Per contro, noi, dovremmo credere ad una realtà di fondo non negoziabile, nemmeno con i decreti legge. Se così stanno le cose e siamo convinti delle nostre ragioni, dovremmo indirizzare i nostri sforzi a far emergere questa realtà, sarà lei a fare giustizia di quelli che consideriamo solo dei bla bla bla.

C’ è da aggiungere che non è stato molto facile per me comprendere i termini della questione. I sostenitori della cultura gender sono de virtuosi del linguaggio e si esprimono in modo molto prolisso, a volte impenetrabile, non sempre è facile capire le loro intenzioni; spesso ti accorgi che dietro certo periodare contorto si esprimono idee di buon senso, alte volte ti fanno sobbalzare per una radicalità espressa in modo papale papale. Il politally correct non è per loro una forma di buona educazione ma una strategia per guadagnare terreno in una guerra di trincea. Del resto, sono loro i primi ad ammettere un certo irrazionalismo nelle loro posizioni sul linguaggio, che avrebbe in sé la potenza stregonesca di generare cio’ che dice. Secondo Judith Butler, teorica di punta del movimento, il concetto stesso di genere è “una recitazione persistente creduta reale”. Più che a vere e proprie idee siamo allora di fronte a forme di preghiera laica con cui magari non si invoca la pioggia bensì altri esiti. In un certo senso è possibile dire di tutto, la natura delle cose si annienta per lasciare spazio al mero gioco, tutto è negoziabile e la femminista nostrana Nikla Vassallo parlare tranquillamente di “invenzione della donna”. Ecco allora, tra parlanti con idee diverse ma in cerca della verità ci si intende a stento , figuriamoci quando si deve interloquire con chi usa il linguaggio in modo tanto creativo. Le confusioni e gli equivoci sono sempre dietro l’ angolo.

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Veniamo allora alla sostanza.

Da quel che capisco, non mi sembra che la cultura gender abbia solide basi fattuali, sebbene sia questa una materia scivolosa su cui è meglio evitare giudizi perentori, proprio per le motivazioni appena esposte. Forse, allora, è meglio allora fare il punto per poi essere più precisi nelle conclusioni.

Al fine di pensare autonomamente mi scelgo un Cicerone laico e non credente: Michael Bailey. Le sue credenziali sono buone, così come la sua indipendenza di giudizio. Del resto a me serve solo per comprendere meglio certi concetti e alcuni fatti di base. Cominciamo.

L’ identità sessuale di un essere umano è per lo più innata e si determina nel corso della gestazione.

L’ identità di genere riguarda invece la personalità più in generale (gusti, carattere…).

La prima affermazione è piuttosto forte e va precisata. Il sesso biologico è determinato al concepimento, prima ancora che l’ ovulo fecondato si annidi (dipende dal cromosoma rilasciato dal padre), ma il mero sesso non è detto esaurisca la costituzione sessuale di partenza del soggetto, e quindi la sua identità sessuale. Per esempio, un individuo puo’ nascere maschio ma omosessuale. Ho fatto un’ ipotesi provocatoria in quanto non pacifica, tuttavia appare un’ ipotesi sperimentalmente accreditata: tra gemelli omozigoti allevati in differenti famiglie la percentuale di coppie omosessuali è estremamente più elevata rispetto a quella riscontrata tra gemelli eterozigoti; tra semplici fratelli la condivisione dell’ orientamento sessuale declina ulteriormente, per non parlare di quando si considerano coppie casuali scelte nella popolazione. Esperimenti di questo tipo, pur probanti, non costituiscono comunque una “pistola fumante” visto che 1) un gene dell’ omosessualità non è mai stato rintracciato, così come manca una giustificazione fisiologica attendibile e 2) si tratta pur sempre di esperimenti soggetti a “response bias” (il gemello omo di un soggetto dichiaratosi etero è spesso reticente).  Per un’ opinione differente vedi qui: https://www.youtube.com/watch?v=7HquWxqbUHI.

Indipendentemente dai confini reali della sessualità, torniamo a considerare il nesso tra questa e il genere. Ai tradizionalisti piace fare uso di un’ analogia contestata: è un po’ come se l’ identità di genere fosse la pianta (fenotipo) e l’ identità sessuale il seme (genotipo).

Se le cose stessero come le descrive l’ analogia, perché mai distinguere tra genere e sesso? Il genere non sarebbe altro che un prolungamento naturale della sessualità, una sua fioritura.

Le cose si sono complicate dopo l’ avvento delle teorie di genere, le quali consideravano il genere, appunto, un prodotto culturale: l’ azione dell’ individuo, aiutata dal contesto, puo’ condizionare il genere a prescindere dall’ identità sessuale di partenza. Altro che fioritura, allora: da un melo non posso che avere delle mele ma da un maschio, se mi ci metto di buzzo buono, posso anche avere una femmina o qualcosa d’ altro di intermedio. Capito adesso perché l’ analogia della pianta non contribuisce a far capire lo scontro in atto? Per molti, genere e sessualità non sono affatto collegati e in questa disconnessione entra prepotente l’ azione della cultura.

Un  ragazzo potrebbe avere gusti tipicamente femminili senza per questo essere omosessuale. Ecco una realtà che il gender non fatica ad accettare, per lui è più che normale che le cose possano benissimo andare in questo modo.

A chi si pone laicamente, dopo aver ascoltato le due campane, non resta che dire: “andiamo a vedere come stanno le cose nella realtà de fatti“.

Ebbene, la scienza non sembra confermare le teorie di genere. Se è vero come è vero che l’ identità sessuale si forma per lo più nella gestazione, l’ ipotesi più probabile è che cervello (identità di genere) e sesso (identità sessuale) siano strettamente connessi.

Se da un lato la sessualità non è strettamente binaria, dall’ altro non si puo’ negare che faccia sentire il suo influsso anche nella personalità.

Forse noi cattolici dobbiamo essere meno perentori nel citare il nostro “… Uomo e Donna li creò…“, di sicuro abbiamo le nostre buone ragioni quando parliamo di “femminile” e “maschile”.

Separare comportamenti e sessualità è un grave errore, sebbene tante volte, per questioni di correttezza politica, lo si faccia. Mi spiego meglio: gli stereotipi sul “frocio” saranno fastidiosi ma sono per lo più corretti: l’ uomo effeminato è quasi sempre anche omosessuale, inutile girarci intorno, in lui sessualità e personalità sono connesse.

La scienza conferma dunque di un solido “nesso” tra sesso e genere. Ma come dimostrare il “nesso”? In molti modi, anche se l’ esperimento ideale non è disponibile. Esempio, in passato molti bimbi sfortunati nati con tanti problemi ma sessualmente “determinati” sono stati operati e allevati come se fossero del sesso opposto. Una soluzione che si è rivelata spesso disastrosa: il loro sesso originario continuava ad “emergere” e ad incidere sulla loro personalità anche in età adulta creando disturbi e depressioni. A volte persino suicidi o nuovi cambi di sesso.

Ma torniamo alla regola del “nesso” e mettiamola alla prova laddove la sessualità sembra meno determinata.

Per i trans omo la regola sembra valere, pur essendo uomini questi individui hanno sia una sessualità che una personalità femminile; i problemi sorgono con i trans etero. Non sono pochi.

I trans etero sono una categoria molto particolare, sembrerebbero confermare le teorie di genere poiché conservano una sessualità maschile, eppure amano costruirsi una personalità (identità di genere) femminile.

Loro dicono di essere “donne imprigionate in un corpo di uomo“. I trans etero sono stati a lungo indicati dai teorici gender come la prova provata del fondamento fattuale delle loro idee.

A questo punto, però, Michel Bailey ricompone il puzzle in modo inatteso  estraendo dal cilindro alcune sorprendenti tessere. Innanzitutto osserva come  i trans etero siano quasi sempre autoginefili (maschi che soddisfano su  loro stessi il desiderio di donna).

L’ autoginefilo è una specie travestito/feticista estremo. Desidera sessualmente la donna, ama i suoi indumenti al punto da indossarli, finché non prende la decisione radicale di trasferire in sé la donna per amarla meglio e più intimamente.

Insomma, i trans etero non sono “donne imprigionate in un corpo di donna”, bensì “uomini imprigionati in un corpo di uomini“.

E così il nesso è ricostituito: il loro “essere donna” non è una tendenza della personalità ma un “trucco” originale per soddisfare alcuni tipici istinti sessuali maschili. Quando un trans etero autoginefilo va con un uomo, per esempio, non è eccitato al pensiero del partner ma al pensiero della donna che lui rappresenta nel rapporto.

Immaginatevi il putiferio che una simile teoria ha sollevato nella comunità transgender. Eppure sembra ben confermata.

***

E’ giunta l’ ora di trarre qualche conclusione ai fini della nostra discussione.

Riassumendo, nella guerra culturale in atto, il cattolico sostiene che il “genere” non sia altro che un prolungamento della “sessualità”, e, quindi, un concetto pleonastico che possiamo trascurare senza inconvenienti. La sua posizione sembra confermata da chi indaga razionalmente l’ “ordine naturale” del reale, cosicché le premesse della posizione cattolica sembrano più solide rispetto a quelle della cultura gender; ci sono le basi giuste per avere il sopravvento nello scontro ideologico in atto. Io stesso mi sento incoraggiato a parteciparvi potendo armonizzare al meglio fede e ragione. Cio’ non toglie che continua a valere l’ avvertenza del primo paragrafo: chi sostiene correttamente l’ “ordine naturale” non ha bisogno di affaticarsi nel sospingerlo, deve limitarsi ad accompagnarlo e a sgombrare gli ostacoli più artificiosi visto che l’ “ordine naturale” delle cose possiede la virtù di imporsi da sé, per lo meno quando il terreno delle libertà è opportunamente predisposto dai suoi cultori.

Economisti o credenti?

Economisti o credenti? Molti di noi sentono parlare nella loro coscienza entrambe queste voci. Come assegnare le precedenze? Come pensare alla convivenza umana? Quali criteri sarebbe meglio adottare quando si è chiamati ad organizzare la società?

Probabilmente un cattolico puo’ votare per qualsiasi partito. Puo’ votare a sinistra perché la “solidarietà” resta un valore evangelico. Puo’ votare a destra perché la “tradizione” è da sempre un faro della Chiesa. Puo’ votare i partiti liberali perché in fondo adora un Dio che pretende di essere adorato solo da uomini liberi.

Personalmente, poi, conosco cattolici sinceri di tutte le fedi politiche.

Ognuno riesce con gran destrezza a far convivere fede politica e fede religiosa. Magari facciamo i salti mortali per far quadrare il cerchio, ma alla fin fine escogitiamo un modo per pacificarci e lasciar spazio al problema successivo.

[... solo un gustoso esempio capitatomi giusto l' altra settimana: non sono molti i racconti evangelici  in chiara consonanza con i valori della modernità, uno potrebbe essere quello che narra a parabola dei talenti. Un altro pensavo che potesse essere il miracolo dei pani e dei pesci. Ho sempre ritenuto che questo miracolo mettesse in evidenza, tra le altre cose, che per distribuire il necessario occorra prima moltiplicarlo. L' ideologia "produttivista" era confortata da questa semplice osservazione. Ma ecco che ieri, nel corso della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti, il perspicace teologo valdese Paolo Ricca si ritrova a commentare proprio questa eloquente pagina. E cosa sceglie di mettere in evidenza l' esimio Pastore? Devo ammettere che mi ha spiazzato: per lui la moltiplicazione dei pani e dei pesci si realizza mediante la distribuzione degli stessi, e non invece come premessa della distribuzione. E' distribuendoli che i beni si moltiplicano. Probabilmente voleva confortare la sua fede socialista attraverso la sua fede cristiana, e, con un sapiente uso della retorica, c' è riuscito in pieno! Morale, per parte mia mantengo sull' episodio specifico l' interpretazione iniziale, forse più banale ma anche più lineare, d' altro canto Ricca, grazie ad alla sua ermeneutica creativa, non mancherà di raccogliere attorno a sé un nutrito gruppo di fedeli con cui condividere la sua visione. Visto come è facile che all' ombra del Vangelo (o dell' Evangelo, come direbbe Ricca) convivano posizioni a dir poco antitetiche?...]

Dare ordine alle mille possibili ricadute sociali della parola evangelica è impresa disperata. Una lotta contro i mulini a vento. Lasciamo allora che le Chiese diano indicazioni vaghe e che i cristiani, ma anche i cattolici, votino poi secondo coscienza.

Tuttavia, per quanto vaghe siano le indicazioni, oltre una certa soglia sembra difficile spingersi, e in proposito qui mi chiedo se un cattolico sia autorizzato a pensare come un “economista” ortodosso.

[… per “economista” intendo chi studia la società attraverso il metodo dell’ “individualismo metodologico” e vede nel mercato, nonché nella società capitalista, lo strumento principe per diffondere il benessere materiale nel mondo…]

Le ultime uscite di Papa Francesco sono state bollate da Rush Limbaugh come “marxismo puro”. Sarà così? A me pare un’ esagerazione ma vale la pena chiedersi se la Chiesa, oggi sotto la guida di Papa Francesco, potrà mai un giorno convertirsi al capitalismo senza snaturare il suo messaggio al mondo.

Nei punti che seguono rispondo alle puntute obiezioni degli “incompatibilisti”, ovvero di coloro che sulla scorta di Papa Francesco, di Paolo Ricca ma anche della Tradizione più veneranda, non vedono possibile una fusione armonica tra i valori della società capitalista e i valori evangelici.

church money

1) In genere l’ economista cerca la soluzione ottima ai problemi sociali massimizzando l’ utilità degli individui (MaxU) sotto vari vincoli di bilancio. I vincoli esistono sempre perché per lui le risorse materiali sono sempre finite. MaxU non è un modo di procedere che piace molto ai cattolici, viene giudicato troppo incline a privilegiare la realtà materiale. Spesso il cattolico parla in tono di denuncia della “cultura del desiderio”. Ma forse i timori sono esagerati. Penso che il conflitto su questo punto sia solo apparente, in fondo la buona novella cos’ è se non un invito a comportarsi in modo da massimizzare la propria utilità (MaxU) dopo aver ricevuto certe preziose informazioni? Gesù invita il credente a “capitalizzare” le informazioni in suo possesso!  Il cattolico non è uno stoico, per lui la felicità dell’ uomo è centrale, e quindi anche il comportamento razionale che la massimizza. Il cattolico invita alla lungimiranza e a massimizzare la propria felicità in vista di un premio ben preciso: il Paradiso.

2) Papa Francesco – e con lui molti cattolici – fa una concessione sibillina al capitalismo: il sistema gestirebbe al meglio le passioni più basse dell’ uomo: l’ avidità, l’ egoismo, il narcisismo… Ma questo significa anche che il sistema si compromette con la turpitudine di certi sentimenti e che la società capitalistica risulterebbe quindi moralmente corruttiva nella sua essenza. Il capitalismo, cioè, funziona solo perché sfrutta, e magari rinforza, la parte peggiore della nostra persona. Non mi convince, e in merito mi sorge una domanda spontanea da rivolgere a questi cattolici: ma se l’ uomo fosse un essere moralmente perfetto, in che società sarebbe meglio che vivesse? Forse non ancora in una società capitalista? Anzi, anarco-capitalista!

3) Secondo la maggioranza dei cattolici – e l’ unanimità dei lettori di Avvenire – la società capitalista non garantisce la qualità delle relazioni umane. Nella società capitalista ognuno pensa a sé e gli altri sono solo “numeri” o “strumenti” per la ricerca del nostro benessere. Che fine hanno fatto i nobili gesti gratuiti del bel tempo andato? La gratuità, secondo chi la rimpiange, è saldo collante di tutte le comunità degne di questo nome. Ma l’ accusa ha un punto debole, almeno in teoria: cosa impedirebbe infatti che un gesto gratuito si realizzi in un habitat di mercato? Nulla, ed invero ce ne sono molti (es. il volontariato) sebbene non costituiscano la norma. Tra le preferenze degli individui il bisogno di compiere gesti gratuiti puo’ tranquillamente albergare e manifestarsi. Perché allora “incentivarla artificiosamente” con privilegi imposti dall’ alto se esprimere e chiedere gratuità è così intimamente parte della natura umana? In fondo sia la beneficenza che il commercio appartengono alla grande famiglia delle “attività volontarie”, in un certo senso sono attività strettamente imparentate tra loro, molto più di quanto si creda. Entrambe si oppongono, per esempio, all’ attività coercitiva dello stato. La carità ci consente di esprimere una cooperazione molto intensa nei confronti di un numero limitato di soggetti mentre il commercio facilita una cooperazione senz’ altro meno coinvolgente, al punto da sfiorare l’ anonimia, ma sicuramente più estesa. Al netto di queste differenze, che per altro sembrano compensarsi, non si vede perché queste due attività umane non possano convivere. L’ essenza del capitalismo è la tolleranza: vi piace l’ impresa in cui comandano i lavoratori? Costituitela! Vi piace la comune in cui tutto sia di tutti? Fondatela! Volete donare tutto ai poveri? Fatelo! Da sempre la società borghese è  infestata da comizi socialisti, da prediche pauperiste e da brontoloni di ogni ideologia, non riesco davvero ad immaginare altri regimi dove tutto cio’ sia possibile.  Poi c’ è un’ obiezione di tenore pratico: la qualità si puo’ privilegiare solo a danno della quantità. Una società molto coesa è necessariamente una società ristretta. Dirò di più, a volte la coesione (qualità) si realizza attraverso la “creazione di un nemico”, un nemico onnipresente che ci circonda. Coltivare “relazioni privilegiate”, anche quando lo si fa con le migliori intenzioni, porta alla nascita di conventicole dedite all’ esclusione. Non si puo’ essere “qualitativi” con tutti. Il “capitalismo relazionale” – in Italia lo conosciamo bene – si è sempre trasformato in corporativismo. La “cultura del dono”, spiace dirlo, è inevitabilmente contigua alla “cultura della corruzione”. Domanda: dove finisce il dono e inizia la corruzione? Difficile dirlo. Chi non ricorda la scena iniziale de “Il Padrino”?: un tale che si vuole vendicare dei suoi nemici chiede i servigi di Corleone dietro lauto compenso in denaro ma il boss si oppone indignato ad un volgare do ut des, e lo fa pronunciando parole significative: “… cosa hai fatto tu per diventarmi amico?… cosa hai fatto perché io sia il tuo padrino?…”. Corleone rimprovera al postulante di non essersi a tempo debito inserito nella “rete dei doni e dei controdoni” che segna l’ appartenenza familiare, e di voler sostituire questo passo con la mera offerta di corrispettivi specifici a fronte di un servizio.

4) Molti cattolici ritengono che il denaro non possa essere introdotto in talune transazioni, la cosa è ritenuta offensiva. Il fatto è che la mercificazione desacralizza l’ oggetto a cui si rivolge, tanto è vero che Gesù cacciò con ignominia i mercati dal tempio incurante dei servigi che costoro rendevano alla comunità. In ambito sociale, di solito, il valore sacro da non intaccare con lo “sterco del demonio” è la cosiddetta “dignità della persona”. Un piccolo esempio concreto, probabilmente irrilevante nella sostanza ma dalla logica cristallina, puo’ aiutare a sviscerare l’ argomento: molti trovano che assegnare un bene a chi sopporta una coda per averlo puo’ essere più decoroso che non assegnarlo al miglior offerente eliminando le code. Quest’ ultima soluzione è ritenuta umiliante verso chi “non puo’ permetterselo”.  Sono in molti a pensare in questo modo, tanto è vero che esiste il fenomeno delle cosiddette “code prevedibili”.  Pensateci bene, se i prezzi potessero fluttuare a piacimento non esisterebbero “code prevedibili”: chi prevede una coda alza i prezzi evitando lo spiacevole fenomeno, o perlomeno rendendolo imprevedibile. Tuttavia, attraverso le lunghe code ci è concesso di assegnare i beni sulla base della disponibilità di tempo anziché di denaro. Ma si tratta pur sempre di una “disponibilità” materiale, si noti che abbiamo cambiato “moneta” ma non logica. Disoccupati  e pensionati, per esempio, godrebbero di un vantaggio, non tutti possono permettersi il tempo libero che hanno loro. Si passa da una diseguaglianza all’ altra, eppure quest’ ultima diseguaglianza nei trattamenti non viene ritenuta offensiva. Ma perché alcune diseguaglianze ci offendono e altre no? La risposta più semplice è anche la più provocatoria: l’ “offesa” che riceviamo da alcune diseguaglianze è un preludio attraverso cui la nostra mente giustifica a se stessa e agli altri l’ atto di rapina che ci apprestiamo a compiere nei confronti di colui che bolliamo come un “privilegiato”.  Dove un trasferimento forzoso a nostro favore (o comunque a favore di terzi) non è possibile, l’ indignazione provocata dalle diseguaglianze si riduce fino ad apparirci insensata. Noi non troviamo “ingiusto” che una persona sia più intelligente, o più veloce, o più alta, o più volenterosa… probabilmente non lo troviamo ingiusto perché si tratta di beni  “non rapinabili”. Ebbene, se questa ipotesi fosse vera, capiamo bene come i valori in gioco non siano degni di essere difesi nemmeno da un cattolico in lotta contro la “mercificazione” della società.

5) Per molti credenti il mercato non puo’ funzionare. L’ antropologia implicita dell’ economista postula un uomo razionale (homo economicus). L’ antropologia della fede cattolica è ben diversa: la carne è debole, sempre in balia di tentazioni, l’ uomo è dimezzato,  ignorante, non sa scegliere, non riesce a tutelare i suoi interessi, manca delle informazioni e della razionalità sufficiente per farlo. Perciò va guidato da un paternalismo, dolce fin che si vuole ma pur sempre fermo. Chi pensa così, pensa alla dottrina del peccato originale trasposta in ambito economico e sociale. Ora, è vero, l’ uomo sbaglia. Ma la domanda da porsi è diversa: sbaglia in modo sistematico? Ovvero, commette sempre lo stesso genere di errore nonostante i fallimenti ripetuti? Sbaglia sempre nello stesso senso?  Contrariamente a quanto si crede, l’ ipotesi dell’ uomo razionale, e quindi tutta la teoria economica, nonostante la tanta ilarità che scatena nei detrattori, terrebbe anche se l’ intera umanità fosse di fatto estremamente irrazionale. E’ irrilevante che l’ uomo sbagli, l’ importante è che per la legge dei grandi numeri i suoi errori siano distribuiti in tutte le direzioni. A onor del vero bisogna dire che molti studiosi (in particolare gli psicologi evolutivi) credono che le irrazionalità sistematiche dell’ uomo abbondino. Ossia, credono che esistano diversi errori caratteristici: il nostro cervello si è formato per compiere scelte razionali in un ambiente di 50.000 anni fa e oltre, oggi, in un contesto mutato, arranca e compie errori sistematici, almeno se costretto a “pensare veloce”. Ma l’ obiezione del credente, per poter essere presa in considerazione, richiede anche di assumere l’ esistenza di un’ élite illuminata (che non sbaglia) in grado di guidare la massa ignorante. E’ infatti chiaro a tutti che una nave di folli non entra certo in porto solo perché al timone mettiamo un ubriaco, almeno lì occorre un tipo sobrio e affidabile. Ma esiste questa fantomatica élite? Si possono fare alcuni test per ottenere degli indizi in merito. Se, per esempio, ci limitiamo alla realtà economica possediamo un metodo semplice per inferire l’ esistenza dell’ élite che cerchiamo, basta verificare se un piccolo gruppo di persone si arricchisce sfruttando gli errori sistematici della controparte. Evidentemente costoro, non affetti dalle tare tipiche dell’ uomo qualunque, potrebbero trarne un vantaggio materiale. Ma in questo campo l’ élite sapienziale è costituita proprio dagli economisti, che non coincide affatto con l’ élite dei super-ricchi, e nemmeno è costituita da membri particolarmente altruisti che hanno volontariamente rinunciato ad utilizzare un fantomatico “algoritmo dell’ arricchimento”. Quindi la risposta è “no”, un’ élite del genere non esiste nel mondo del mercato. Evidentemente, allora, c’ è qualcosa che non va nell’ obiezione del credente, qualcosa che non quadra e che non ci consente di portarla fino in fondo. E questo anche se la puntelliamo con i bias tanto cari alla psicologia evolutiva. Teniamoci allora alcune buone intuizioni ma rinunciamo ad abbracciare completamente questa visione, che va bene parlando di Rivelazione e Misteri della Fede, va un po’ meno bene se parliamo di realtà sociali.

6) Molti cattolici credono che il paradigma economicista indulga al relativismo. Il “relativismo culturale” è un nemico da sempre nel mirino della Chiesa Cattolica, basti solo ricordare l’ instancabile opera di denuncia di Papa Benedetto XVI. Francamente non sono del tutto convinto che il “relativismo” sia oggi la principale minaccia per la fede dei credenti. Frequentando anche molti atei vedo attecchire il fanatismo come e forse anche più che tra gli spiriti religiosi. Animalisti, ambientalisti, atei, multiculturalisti, sinceri democratici… spesso costoro non “ritengono”, non “ipotizzano”, non “congetturano” ma “credono”, “professano”, “aderiscono” al pari di un crociata medioevale. I loro argomenti impachettati dai media con formule idiomatiche si configurano spesso in dottrina e la pretesa di una diffusione ergaomnes nelle scuole dell’ obbligo non fa che rafforzare l’ impressione iniziale. Quanto all’ economista, lui non si occupa di valori ultraterreni, ma questo non significa che li rinneghi, anzi, significa che sul punto lascia spazio al credente senza frapporre ostacoli di sorta e realizzando una compatibilità indiscutibile. Quanto ai valori terreni, si limita a predisporre un’ arena istituzionale dove i vari concorrenti possano affrontarsi lealmente nel segno della libertà e dei pari diritti.  Non per questo disdegna a prescindere le gerarchie, le diseguaglianze e la presenza di primi e ultimi. Non tutto è uguale per lui, la sua arena fa emergere sempre dei vinti e dei vincitori. La sua arena da sempre la possibilità ai vinti di ribaltare l’ esito qualora quest’ ultimo sia fortuito. E’ la logica della scienza: chi è aperto alla sperimentazione, non per questo mette sullo stesso piano le varie conclusioni sperimentali. Se il cattolico è convinto che taluni valori siano insiti nella natura umana, allora quei valori emergeranno necessariamente in un confronto alla pari. Se la famiglia naturale, per fare un esempio, è davvero una comunità a misura d’ uomo, la comunità per eccellenza, le famiglie prolifereranno in un ambiente dove il loro proliferare non verrà drogato da aiuti artificiosi ma nemmeno ostacolato da barriere altrettanto artificiose.

7) Altre critiche al mercato sono ben rappresentate nelle recenti esternazioni di Papa Francesco, innanzitutto il mercato recherebbe con sé il consumismo, vero cavallo di Troia della secolarizzazione imperante.  Di solito, in questi casi, si replica accennando all’ “eccezionalismo” statunitense: gli Stati Uniti sono il paese dell’ Occidente più “liberista” ma anche quello dove la fede prospera più che altrove. Probabilmente, più che il mercato,  è il welfare state diffuso – un frutto della modernità che ha attecchito male oltreoceano – a fomentare la secolarizzazione. La fede, in fondo, è una forma di assicurazione, se altre forme più profane di assicurazione – come il welfare –  la “spiazzano”, finisce per estinguersi. Ma questa è un’ ottima notizia per i cattolici, poiché ora sanno che combattendo lo stato assistenziale cattureranno due piccioni con una fava: rallenteranno la marcia della secolarizzazione aumentando la ricchezza del paese liberandolo dalla zavorra costosa dei welfare.

8) Altrove Francesco dice che il capitalismo rischia di di produrre e diffondere povertà. Guardando al confronto tra nazioni non si direbbe: quelle in cui il capitalismo è più sviluppato sono anche quelle in cui chi sta in basso se la cava meglio. Nemmeno le analisi temporali confermano l’ affermazione del Papa; guardiamo alla storia delle nazioni: allorché le riforme capitalistiche venivano introdotte, la condizione dei poveri migliorava. Recentemente Cina e India si sono aperte al mercato e l’ Asia ha conosciuto un crollo della povertà senza precedenti. Milioni e milioni di asiatici sono usciti da condizioni di vita miserabili.  Cerchiamo però di capire perché, nonostante i fatti, certe denunce trovano ascolto e consenso.  Ci sono due categorie di poveri: quelli “vicini” e quelli “lontani”. Questi ultimi possono essere “lontani” nel tempo (i poveri delle generazioni future) o nello spazio (i poveri a noi sconosciuti) ma una cosa è certa, sono molto più numerosi dei primi. Chi è sinceramente preoccupato dalla povertà è chiamato a concentrare i propri sforzi sui “poveri lontani”.  E’ pur vero che non essendo “vicini” noi non li vediamo in carne ed ossa, è pur vero che avere a che fare con loro significa avere a che fare con mere astrazioni, ma cio’ non significa che siano meno reali: esistono come e più dei “poveri vicini”. E a noi interessa la realtà, non la concretezza. La Chiesa, con le sue critiche al capitalismo, spesso si è dimostrata miope privilegiando, in tema di povertà, la minoranza in dispregio della maggioranza. E’ ora di cambiare. Forse.

9) Se il cattolico tenesse veramente ai poveri, meglio sarebbe che rimpiazzasse l’ empatia di cui va fiero con la razionalità dell’ economista. In questi ambiti le astrazioni valgono più della volatile sensibilità. L’ azione sistematicamente irrazionale alla lunga miete vittime, e il fatto che queste vittime siano senza volto non attenua le colpe di chi le sacrifica. Se risparmiando oggi le risorse per l’ aiuto a un bisognoso mi consentisse domani di salvarne due, ecco che la ragione mi imporrebbe di  agire in questo senso; questo anche se i “poveri di domani” sono una mera astrazione mentre il “povero d’ oggi”, che trascuro a lascio morire davanti a me, ha un nome, un cognome e un volto. C’ è speranza in una simile conversione all’ “astratto”? Alcuni segnali rincuorano, prendiamo il caso dell’ aborto, i cattolici hanno sempre pensato che l’ uomo iniziasse la sua vita nascendo, successivamente la scienza ci ha spiegato che la vita umana nasce al concepimento. I cattolici hanno di conseguenza deciso di difenderla da quell’ istante, nonostante che il “concepito” sia un soggetto di poche cellule, una presenza talmente astratta che molti lo sentono come fondamentalmente estraneo al mondo degli uomini e non meritevole nemmeno dei diritti fondamentali. Eppure, in questo caso il Cattolico ha privilegiato il cervello e le sue astrazioni alla mera e svincolata sensibilità, c’ è da sperare che privilegi questa opzione anche in altri campi.

10) I poveri, così come i ricchi, poi non sono tutti eguali, bisognerebbe distinguere tra meritevoli e non meritevoli per ordinare la propria azione e renderla più efficace. Il “merito” deve essere un criterio di “carità”, per lo meno finché le nostre possibilità di carità sono limitate, come lo sono in questo mondo. Personalmente non penso che le diseguaglianze dovute al merito siano uno scandalo. Se milioni di persone smaniano per assistere alle schiacciate di Michael Jordan e il campione viene pagato in modo straordinario per esibire il suo talento cristallino, è forse questo uno scandalo che grida vendetta al cielo e che bisogna precipitarsi a correggere in nome di una Santa Giustizia?

11) Il cattolico è comprensibilmente ossessionato dalla difesa degli “ultimi” di cui il Vangelo gli parla in modo accorato quasi ad ogni pagina. Ma come valutare chi sono gli ultimi e come stanno? Innanzitutto la povertà non andrebbe confusa con la diseguaglianza, poiché la lotta contro quest’ ultima giova solo all’ invidioso, ovvero a una categoria di persone “non meritevoli” della tutela evangelica. Meglio, poi, non guardare troppo ai redditi, oggi lo si fa ossessivamente: se un reddito è investito anziché goduto, in che modo pesa sulla condizione effettiva di chi lo detiene? Ora, se anziché le diseguaglianze nel reddito, consideriamo quelle nei consumi, le rimostranze contro il capitalismo si ridimensionano, e si riducono ancor di più se diamo importanza, come ci detta il buon senso, alla qualità dei consumi. Esprimo meglio quest’ ultimo rilievo con un esempio: chi puo’ giusto sfamarsi e vestirsi vive una vita ben diversa da chi puo’ concedersi l’ idromassaggio ogni sera e il giro del mondo ogni mese; tuttavia, chi puo’ giusto concedersi uno Swatch da mettersi al polso, non ha una vita così radicalmente diversa da chi esibisce un Rolex Imperial. Anche se il secondo orologio costa mille volte il primo, entrambi segnano l’ ora alla stessa maniera. Ebbene, si tenga nel dovuto conto che le diseguaglianze prodotte dal capitalismo dei nostri anni sono più vicine al secondo esempio che al primo.

12) Nonostante quanto detto, per molti cattolici le diseguaglianze di reddito restano comunque un male che provoca disgregazione e conflitto sociale. E’ così? Difficile misurare la “disgregazione” sociale, più facile misurare il “conflitto”, magari in termini di sicurezza e criminalità diffusa. Alcune osservazioni mettono in dubbio i timori dei critici. Le diseguaglianze di reddito generano violenza? Il fenomeno della crescente diseguaglianza di reddito nelle società avanzate è iniziato in modo tipico negli USA degli anni 80. Ma quello è anche il periodo in cui la sicurezza personale è cresciuta in modo inequivocabile. New York, tanto per essere chiari, è oggi una delle città più “diseguali”  e al contempo più “sicure” che esistano al mondo. Forse la relazione tra diseguaglianza e sicurezza non è così immediata come molti pensano.

13) La visione critica del cattolico riceve comunque forza dal cosiddetto paradosso di Easterlin: non sembra esservi correlazione tra ricchezza materiale e felicità. Se così fosse a che ci serve aricchirci? Rinunciamo pure al capitalismo, impoveriamoci ma puntiamo sulla felicità imboccando strade alternative. Cominciamo col dire che recentemente l’ economista Justin Wolfer ha però dimostrato che una correlazione tra queste grandezze esiste, sia nei confronti tra stati che all’ interno dei singoli stati, tuttavia resta vero che il legame è più tenue di quel che ci si potrebbe aspettare. Forse la natura grettamente materiale della ricchezza gioca un ruolo, forse i beni effimeri lasciano un vuoto incolmabile dentro di noi. Forse il cattolico ha ragione, una vita relazionale migliore contribuisce in modo cospicuo alla nostra felicità. Eppure il paradosso a me sembra meglio spiegato dalla pervasività dell’ invidia: se mi arricchisco ma si arricchiscono anche tutti coloro che mi stanno intorno e con cui mi confronto, la mia felicità non aumenta come dovrebbe, ovvero, migliora il mio status assoluto ma non quello relativo, ed è proprio lo status relativo ad incidere di più in termini di felicità. Da questo breve resoconto, che mi sembra di buon senso, l’ invidia sembra uscirne come il nemico numero uno. Troviamo una medicina per l’ invidioso e il paradosso cesserà di essere tale. L’ invidia è il grande nemico, purtroppo la Chiesa predilige anteporre altri nemici attardandosi su egoismo e avidità. In alcuni casi addirittura l’ invidioso viene difeso, indicando nella diseguaglianza un fattore che intacca la dignità umana di chi esce umiliato nei confronti. Quando i confronti sono impietosi la Chiesa fa sentire la sua voce trascurando spesso che la condizione del più umile è nel frattempo molto migliorata. Poiché in casi del genere solo l’ invidioso ha motivo di lamentarsi è a lui che di fatto la Chiesa presta il suo megafono.

14) Purtroppo, dalle pagine del Vangelo, la denuncia della “ricchezza” emerge inequivocabile e cio’ pregiudica la riconciliazione tra il cattolico e  l’ economista. In fondo il primo deve attenersi al testo sacro per questioni di fede. Tuttavia, i testi sono sottoposti a continua reinterpretazione da parte della Chiesa vivente ed alcune interpretazioni alternative a quella letterale servono al meglio la causa della riconciliazione. Faccio qualche esempio di interpretazioni alternative. In primo luogo, intendere “ricco” come “prepotente” non sarebbe una cattiva idea. In fondo, nelle “economie di rapina” come quelle antiche, ci si poteva arricchire solo a spese degli altri e la ricchezza spropositata “segnalava” quindi prepotenza. Oggi, “nell’ economia dell’ innovazione”, al contrario, ci si arricchisce beneficiando il prossimo e l’ equivalenza perde di senso, anzi, s’ inverte. Secondariamente, il “ricco” del vangelo potrebbe essere l’ arrogante mentre il “povero”  l’ umile. Se poi umiltà è essenzialmente disinteresse per lo status, allora la condanna dell’ invidioso rimpiazzerebbe la condanna dell’ egoista, con tutti i benefici che si possono evincere dal punto precedente. Ci sono poi le posizioni più radicali. Padre Tosato si spinge oltre e chiede alla Chiesa di ammettere che il messaggio evangelico in tema di povertà è errato, semplicemente errato e da correggere. Almeno se rivolto al mondo moderno. Solo con questa ammissione a monte si puo’ procedere a una sostanziale rettifica. Per Tosato il messaggio “beati i poveri” va trattato alla stregua del messaggio: “la donna stia sottomessa all’ uomo”, entrambi sono oggi inaccettabili e da invertire sulla base dell’ esperienza mondana che la Chiesa ha cumulato. Se riguardo al secondo messaggio una presa di coscienza c’ è stata, sul secondo tarda. Padre Tosato non vede niente di eccezionale in un simile comportamento da parte della Chiesa, la dottrina sociale della Chiesa ha sperimentato di continuo dietrofront del genere, non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole. In passato, per esempio, ogni prestito a interesse era condannato come usura. Ebbene, recentemente, dopo aver preso atto dei benefici che la finanza porta alla causa dei poveri, la Chiesa ammette e benedice la diffusione dell’ attività bancaria. Tosato, in fin dei conti, chiede che si riconosca nella ricerca del profitto una forma di carità cristiana, e a chi gli obietta che non puo’ esservi un bene senza intenzione, risponde con le parole usate da Gesù per elogiare proprio un “bene compiuto senza intenzione”: “quel che avete fatto a loro lo avete fatto a me senza volerlo”. In realtà non c’ è nemmeno bisogno di ricorrere al concetto di “bene non intenzionale” visto che chi ricerca il proprio profitto puo’ benissimo essere conscio di compiere al contempo un’ attività benefica per comunità. Tuttavia, non penso che le posizioni di Tosato possano mai prevalere nella Chiesa di oggi; oggi, con Papa Francesco, siamo agli antipodi. Un messaggio più moderato sarebbe molto più realista, basterebbe sostenere che ogni uomo è tenuto a individuare il proprio talento e investirci su per sfruttarlo al massimo. Penso che il buon senso dei credenti possa condividere almeno questo primo passo, tra l’ altro ispirato proprio alle pagine del Vangelo (parabola dei talenti).

15) Oltre ai passi evangelici, ci sono però i vari documenti della Chiesa, a cominciare dal Catechismo. In essi viene viene delineata una dottrina sociale che sembra incompatibile con forme accentuate di capitalismo. Lo stato è visto come istituzione imprescindibile e il suo intervento invocato di continuo per perseguire i classici obiettivi della Chiesa in difesa dei poveri. Tuttavia, non tutto è perduto, esiste la cosiddetta “mossa del cavallo“. Si tratta del fatto che nei documenti in cui la Chiesa esprime la sua dottrina sociale, è fissato con chiarezza il cosiddetto “principio di sussidiarietà“, ovvero il principio per cui livelli inferiori di governo non possono essere espropriati delle loro competenze se in grado di assolverle. Ovvero, non serve un governo un governo che avochi a sé il compito di distribuire le merci se il mercato adempie spontaneamente a questo compito. Ora, è sufficiente allo studioso dimostrare le potenzialità del mercato per trasferire gran parte dei poteri governativi dalla burocrazia alla società civile. Grazie al “principio di sussidiarietà” e a un attento studio delle evidenze, la dottrina sociale della Chiesa potrebbe aprirsi in modo convinto verso i  principi cardine del capitalismo. In teoria, nulla osta.

16) “Cattolici progressisti” e “cattolici conservatori” si punzecchiano a vicenda accusandosi reciprocamente di “moralismo”. I primi perché, di fronte a poveri ed emarginati, trasformano regolarmente i sentimenti pietistici che provano in decreti legge con annesso prelievo ai danni del contribuente, i secondi perché, come autentici crociati, gradirebbero che il Vaticano detti allo stato le leggi in materia di bioetica. Ma davvero costoro ritengono l’ epiteto “moralista” come squalificante per un politico? Al di là del merito delle singole questioni, per me sarebbe una buona notizia. Vogliamo prendere sul serio questa accusa? Se lo vogliamo, allora la cosa diverrebbe un ‘ occasione per avvicinare le posizioni del credente a quelle dell’ economista. Costui non rinnega l’ esistenza di principi etici ma considera in modo amorale le regole sociali, le considera alla stregua di una “regole del gioco” atte a facilitare l’ azione di tutti i cittadini. E’ una concezione ludica della legalità. Facciamo anche qui un esempio per uscire dalla teoria e capirsi meglio: se l’ omicidio è interdetto dai codici, non lo è per un principio morale che ci vieta di uccidere nostro fratello ma perché l’ obbiettivo dell’ omicida (evidentemente non perseguibile attraverso lo scambio volontario) rappresenta un costo sociale se realizzato e non è quindi meritevole di tutela. Cio’ non significa che possa esistere una regola morale che mi impedisce di uccidere il fratello innocente, bensì che regola morale e regola civile non coincidono. Se le cose stanno così, non ha più nessun senso chiedere che un precetto morale, anche se universalmente riconosciuto, sia riconosciuto anche dalla legge civile.

17) L’ influsso dell’ economia (e quindi del mercato) è giudicato da molti cattolici come “moralmente corruttivo”. Perché? Forse perché l’ economia giudica i nostri atti a prescindere dalle intenzioni con conclusioni sorprendenti. Stando a questo metro, molti vizi privati si rivelano a sorpresa virtù pubbliche, così come molte virtù private si rivelano in realtà dei vizi una volta che esercitano il loro influsso sulla società intera. Per quanto tutto cio’ sia disturbante, il cattolico, anziché indignarsi, dovrebbe ponderare questa lezione e lasciarsi convincere che in molti casi le “conseguenze” pesano più delle “intenzioni”. La sensibilità alle conseguenze ridurrà le distanze tra economista e cattolico.

18) D’ altronde, il cattolico puo’ aiutare l’ economista a non scivolare nella riva insidiosa e sempre in agguato dell’ utilitarismo. Facciamo qualche esempio: l’ economista potrà ancora sorridere vedendo come il cattolico fatichi nell’ opporre argomenti validi alla – scelgo un tema particolarmente scandaloso per la ripugnanza che suscita – compravendita ordinata degli organi umani, potrà anche “divertirsi” nell’ accusare il proibizionismo del rivale di mietere vittime, astratte sì, ma anche maledettamente reali… Tuttavia, quando qualcuno proporrà – faccio un altro esempio – di sterilizzare – conti alla mano – i membri dei gruppi sociali più “problematici”, allora anche all’ economista più avveduto tornerà comoda la millenaria diga etica messa a punto dal cattolico. Anche lui, mettendo da parte le sue “quantificazioni”, la utilizzerà contro una simile scelleratezza. Diciamo allora che rinforzare questa diga sul pilone della libertà individuale è una soluzione di compromesso che consentirebbe la fruttuosa unione del cattolico e dell’ economista.

19) Il connubio tra il cattolico e l’ economista consentirebbe al primo di avanzare pretese su cio’ che il gergo di Papa Francesco designa come il “centro” del mondo moderno, poiché oggi l’ economista presidia proprio quella parte di mondo. Per “centro” intendo appunto la frontiera più avanzata dell’ umanità, quell’ avanguardia che procede su territori che domani verranno presumibilmente percorsi anche dal resto del mondo. C’ è da chiedersi se la Chiesa conservi ancora l’ ambizione di far sentire la propria voce nel dibattito tra le élites.  Con Papa Ratzinger l’ impresa, sebbene perseguita per altre vie, sembrava comunque all’ ordine del giorno. Ci si prefiggeva una nuova ambiziosa evangelizzazione dei continenti più secolarizzati – che sono anche i più avanzati – in particolare dell’ Europa. Benedetto esibiva la sua tempra di professore nelle Università più prestigiose dell’ Occidente facendosi udire dalle intelligenze più influenti. Ma con Papa Francesco l’ obbiettivo sembra mutato e nel mirino ci sono ora le cosiddette “periferie” del mondo. Dobbiamo auspicare venga ripristinata la vecchia rotta? Dipende. Forse bisogna domandarsi “chi influenza chi” per capire dove stia l’ innesco migliore per l’ evangelizzazione. E’ il “centro” ad influenzare la “periferia” o è la “periferia” che trascina il “centro” verso la sua sorte? Forse la “periferia” è più fertile e più irruenta nel riprodursi ma non c’ è dubbio che il “centro” catalizzi l’ emulazione della periferia. La mia umile opinione: persa la battaglia per il “centro”, persa la guerra. Comunque, diversi studi ci dicono che anche nelle democrazie, dove in teoria la maggioranza decide, ci si conforma per lo più alle opinioni delle élite. E parlo di “opinioni”, non di “interessi”, le due cose, diversamente da come pensa l’ ingenuo, sono scollegate. L’ attivismo ideologico quindi è tutt’ altro che vano, purché venga centrato sulle giovani élite. Utilizzando il nostro gergo diremmo, “purché sia mirato sul Centro”.

20) Il cattolico depreca l’ individualismo metodologico tento caro all’ economista: il soggetto, suggerisce la Chiesa, è una Persona, non un Individuo atomistico! Ma che differenza c’ è tra i due concetti? Per capirlo bisogna fare ancora riferimento al ruolo giocato dalle “relazioni umane”: la Persona è il soggetto che si forgia nella Relazione mentre l’ Individuo è il soggetto che forgia Relazioni. Entrambe le visioni possiedono un seme di verità ma quale prevale? E’ nato prima l’ uovo o la gallina? Un buon modo per stabilirlo consiste nel far ricorso al concetto di Responsabilità: chi è il responsabile ultimo dell’ azione umana? Il soggetto o la struttura relazionale in cui è avviluppato fin da bambino? Ora, poiché il cattolico crede nel Giudizio Universale, sa che il soggetto verrà giudicato dal Signore alla fine dei tempi e sentenziato per l’ Inferno o il Paradiso. Nota bene che non verranno condannate (o premiate) Famiglie o Comunità, verranno condannati (o premiati) i singoli. Viene allora naturale pensare al soggetto come ad una realtà “responsabile” in sé, per quanto condizionata dal viluppo relazionale in cui è immerso. Perché mai, infatti, dovremmo giudicare chi ha un comportamento predeterminato dall’ esterno in partenza? Ma se il soggetto è responsabile allora è fondamentalmente Individuo. Conclusione: così come dobbiamo riconoscere che il concetto di Persona ci ha salvaguardato nella storia da forme di collettivismo estremamente minacciose, dobbiamo anche riconoscere che in via teorica il concetto di Individuo è più coerente con l’ assetto di fondo della dottrina.

21) La “libertà” è l’ architrave del pensiero economico come di quello cattolico. Eppure, anche se la parola è la stessa, il concetto sottostante è ben diverso. L’ economista per “libertà” intende “libertà di scelta”, il cattolico ha in mente invece una qualche forma di “libertà esistenziale”. Nel primo caso la libertà puo’ essere anche onerosa visto che implica responsabilità. Si puo’ essere “liberi di scegliere” e al contempo scegliere male e pagarne lo scotto. Tutti come la responsabilità sia anche un fardello, essere liberi non è sempre gradito, di fatto. Nel secondo caso, invece, la “libertà” autentica è per definizione fonte di felicità e di realizzazione personale a prescindere. Per il cattolico, la libertà è  sempre un valore positivo, e per mantenerlo tale si teorizza che chi “sceglie male”, automaticamente, perda la sua libertà a causa di inganni demoniaci; chi sceglie male rientra nella cerchia degli “obnubilati” destinati ad una sottile forma di schiavitù. Stando così le cose è ovvio che l’ uomo libero sia sempre felice e realizzato. Modesta proposta: perché il cattolico non rinuncia ad un concetto tanto contorto e, nei suoi risvolti tautologici, anche abbastanza inutile? Secondo me vale davvero la pena di adottare il primo concetto di libertà in favore della chiarezza, della linearità espositiva nonché del buon senso. Penso che il messaggio cattolico possa essere esposto in modo chiaro anche aggirando concetti problematici come quello di “libertà”, per quanto provenienti da una tradizione nobile. Non fissiamoci su un feticismo dei termini che la controparte giudica sospetto.

22) Si dice che poiché il cattolico si occupa per lo più di “beni infiniti” come lo “spirito” o l’ “anima”, per questo motivo è così restio a “quantificare”. Ogni “quantificazione” gli appare come una “mercificazione” e senza dubbio, almeno nell’ ambito dei beni che più toccano i suoi interessi, ha dei validi motivi per pensarlo. Senonché, quasi come vittima di un riflesso condizionato, mantiene questa abitudine anche quando si cimenta nel mondo dei beni finiti; non “quantifica” nemmeno nel mondo dei beni “quantificabili”, non rende “verificabile” la sua visione nemmeno quando formula ipotesi osservabili. Il fatto è che in questi casi, non si possono del tutto ignorare le “conseguenze” di quanto si predica, e sarebbe miope non tentare di misurarle attraverso i più avanzati strumenti econometrici. Ancora più miope sarebbe insistere nonostante le smentite che derivano dall’ evidenza portata alla luce da tali modelli. Lo so che si tratta di strumenti imperfetti ma come si dice dalle mie parti “piuttost che niènt le mei piuttost”. La misurazione statistica comporta un continuo aggiornamento delle proprie credenze, una provvisorietà nelle conclusioni, una prontezza ad invertire la rotta laddove le credenze si erano stabilizzate. Scomodo? Mi chiedo piuttosto se si puo’ davvero pensare di intervenire nel dibattito delle scienze sociali sprovvisti di una simile flessibilità. Stabilire una verità sociale non è come stabilire la verginità di Maria: nel secondo caso richiedere una verificabilità è folle, nel primo invece è doveroso. In ambito sociale non ci sono dogmi ma solo fenomeni da verificare alla bell’ e meglio stando pronti a trarne le conseguenze tornando, se il caso, sui propri passi. Quando questa “onestà intellettuale” sarà abbracciata senza remore l’ economista e il cattolico avranno fatto un passo decisivo l’ uno verso l’ altro.

23) Ma anche l’ economista ha qualcosa da imparare dal credente e dalla sua riflessione sui “beni infiniti”. Oggi, infatti, anche  molti beni materiali sono diventati “infiniti”. Se programmo un buon software posso poi riprodurlo all’ infinito a costo zero. Se realizzo un solo e-book posso poi moltiplicarlo all’ infinito a costo zero. Tutto cio’ ha delle conseguenze: se il mio software è anche solo leggermente migliore delle alternative, mi accaparro l’ intero mercato, proprio perché stendere la mia produzione a livello cittadino o mondiale mi è indifferente dal punto di vista dei costi. Si tratta di giochini cosiddetti “winner take all”. Se Facebook è anche solo di poco migliore di MySpace, Facebook si prende tutto e MySpace sparisce. Anche grazie a queste dinamiche le ricchezze si concentrano ed emergono pochi super-ricchi dal patrimonio quasi infinito. Il credente ci insegna che quando disponiamo di beni infiniti cio’ che manca, cio’ che scarseggia è il senso, ovvero cio’ che ci consente di trasformare la ricchezza in felicità e realizzazione personale. Noi non viviamo per accumulare patrimoni ma per trasformarli in felicità personale. Ecco allora che intorno al super-ricco si forma una corte di gente che “offre” senso: il cuoco con i suoi piatti unici al mondo, l’ esperto dei vini con i suoi consigli sofisticati, il monaco buddista con la sua filosofia immaginifica, il personal trainer con le idee per una forma perfetta, l’ artista con le sue trasgressioni uniche… Il futuro è di chi sa trasformare la ricchezza in senso e vende i suoi consigli e la sua arte ai super-ricchi. A volte il senso ha bisogno del sacro per emergere, cosicché l’ opposizione del credente alla mercificazione che abbiamo cacciato dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra.

24) Il concetto di “natura” costituisce l’ ennesimo punto di frizione tra credente ed economista. Il primo imputa al secondo di dare troppa importanza ai patti e alle convenzioni trascurando le leggi di natura, in particolare la natura umana. L’ accusa puo’ essere fondata, ma solo in parte. Considerate un mercato e considerate il caso di Michael Jordan. Jordan ha un gran talento cestistico ma ha anche una passioncella per il golf. La sua natura gli imporrebbe di dedicarsi al basket ma le sue voglie lo spingono verso il golf. Se caliamo Jordan in un mercato assistiamo a come mille incentivi intervengano affinché lui si dedichi alla pallacanestro, ovvero allo sport più conforme alla sua natura. Dedicandosi al basket potrà diventare milionario mentre per dedicarsi al golf sarà bene si procuri un buon lavoro alternativo.  E’ esagerato allora sostenere che l’ economista trascura del tutto la natura degli uomini, l’ ambiente che l’ economista propone per la convivenza umana incentiva i partecipanti a seguire la loro natura, chi non lo fa paga.

25) Don Giussani enfatizza quanto sia utopico approfondire tutte le opzioni di fede per sceglier poi la migliore, meglio sarebbe affidarsi alla tradizione, approfondire e vivere fino in fondo cio’ che la tradizione ci propone e infine verificare se questa esperienza è conforme alla nostra natura. Gli economisti adottano una teoria della decisione razionale alternativa: quand’ anche approfondire tutte le opzioni fosse troppo costoso (utopico), si adotti un criterio probabilistico. Così come “tasselliamo” i meloni, dovremmo saggiare le via alternative che ci vengono proposte prima di imboccarne una. Ma il “criterio probabilistico” è superiore al “criterio esperienziale” favorito da don Giussani e dai cattolici in generale? La presenza di  un “effetto dotazione”, di cui ci parlano gli psicologi, sembrerebbe deporre contro il criterio esperienziale. Ossia, se noi investiamo gran parte del nostro capitale umano su un’ opzione, difficilmente la giudicheremo poi con la dovuta ponderazione, siamo troppo coinvolti per avere il necessario distacco, tenderemo inevitabilmente a giudicarla con favore rispetto alle opzioni che abbiamo tralasciato e su cui nulla abbiamo investito. I giudizi a posteriori sono sempre un po’ sospetti.

26) Per molti cattolici è lo stesso lessico teologico – nonché l’ apparato concettuale sottostante – a segnare uno iato incolmabile tra una sensibilità religiosa e una sensibilità moderna. Bisogna ammettere che nozioni quali quella di “sacro” sembra escludere ogni commercializzazione, anche la ripetuta condanna contro l’ avidità non sembra offrire spiragli. Tuttavia, non è nemmeno vero che ogni forma di comunicazione debba essere esclusa. Ecco una tabella con alcuni spunti per una riconciliazione lessicale:

a) Giudizio universale – La responsabilità individuale sta alla base dell’ individualismo moderno.

b) Provvidenza – L’ ordine spontaneo, ricercato dalla modernità, emerge naturalmente senza un responsabile.

c) Peccato originale – Viviamo in un mondo con risorse limitate, è l’ assunto della modernità.

d) Albero della conoscenza… – L’ abuso della conoscenza è l’ errore più grave anche nel mondo moderno

e) Poveri di spirito: la fiducia, merce rara di cui la modernità è assetata, allarga i mercati e decuplica la ricchezza.

ebis) Poveri di spirito – La presunzione per cui “cio’ che appare è” vale sempre nella modernità.

f) Paradiso/Inferno – La responsabilità è centrale anche nella società moderna.

g) Apocalissi – La logica utilitaria, tipica della modernità, è onnipresente nelle scritture.

h) Anima - La modernità non puo’ prescindere da identità e continuità della persona e delle sue responsabilità

i) Trinità – Nella modernità gli sdoppiamenti di personalità sono comuni.

l) Spirito – Il determinismo materialista non si coniuga bene con la responsabilità personale, concetto chiave della modernità

m) A immagine di Dio – La capacità di scegliere autonomamente è concetto moderno

n) Il dominio sul creato – La concezione proprietaria è tipica delle civiltà più avanzate.

o) Dio creatore – : C’ è un’ eco dell’ imprenditore innovatore.

p) Perdono - Una certa tolleranza informa le società più dinamiche; l’ innovazione è tutelata e si perdona molto a chi intraprende, spesso a scapito di chi campa al traino.

q) Gesù e la legge ebraica – Legalità e legittimità sono distinzioni tipiche della modernità

r) Santi - La funzione trainante delle élites conta molto anche nelle società moderne.

s) Vocazione - Valorizzare il proprio talento è un imperativo della modernità.

t) I pani e i pesci - Moltiplicare i beni per distribuirli è l’ obbiettivo di molte società moderne.

u) Preghiera e obbedienza – Sono forme di passività molto richieste nelle società dove domina incontrastato lo “specialista” (divisione del lavoro) e solo a lui è demandata l’ azione.

v) Pace – Niente pace, niente commerci: dove passano le armi non passano le merci.

z) Sacra famiglia – La famiglia monogamica “tradizionale” nasce con la proprietà privata, favorisce da sempre l’ accumulo di capitale ed è quindi funzionale ad ogni forma di capitalismo.

aa) Sacro – Premesso che la religione cristiana ha ridotto al minimo il ruolo del “sacro” nel vivere sociale, a volte scordiamo che anche la modernità ammette l’ esistenza di un nucleo oggettivo di realtà  “non negoziabile”. L’ equivoco alligna in chi mescola modernità e post-modernità, quest’ ultima propone una narrazione alquanto seduttiva ma, alla resa dei conti, presa sul serio solo da pochi intellettuali rinchiusi nelle loro accademie.

bb) Legge naturale – Come non vedere un’ assonanza con l’ ordine spontaneo tanto caro ai liberali?

Continua a questo link: http://broncobilli.blogspot.it/2014/07/lessico-cristiano.html

27) Secondo molti cattolici l’ efficientismo della società capitalista ha uno sbocco inevitabile: l’ alienazione dell’ uomo. Produrre diventa l’ imperativo e si perde di vista che si produce al solo scopo di consumare. Invertire i mezzi con i fini è prodromico al crescente straniamento così tipico dell’ uomo moderno. Ora, senz’ altro la società capitalistica pone grande enfasi sull’ efficienza e la globalizzazione ha ulteriormente rafforzato questo aspetto, tuttavia sarebbe caricaturale pensare all’ efficienza come obbiettivo unico. Mi spiego meglio con un esempio, chiunque abbia lavorato in una multinazionale – o l’ abbia anche solo vista dall’ esterno – conosce bene la montagna di inefficienza che caratterizza queste organizzazioni. Spesso i provvedimenti di taglio dei costi vengono presi giusto quando la situazione è insostenibile, quando cioè le pressioni concorrenziali diventano intollerabili. Ma se quei provvedimenti esistono, perché mai non sono stati presi prima? In queste aziende oltre 1/3 del personale è sostituibile con profitto, eppure si preferisce non toccarlo. Perché? Gli “yes man” del boss – chiaro simbolo d’ inefficienza – abbondano. Perché? Non esiste quasi mai un legame tra i compensi dell’ AD e i profitti societari. Perché? I meeting e i briefing inutili si susseguono, se a cio’ aggiungiamo lo scarso uso delle teleconferenze, viene da chiedersi il perché. In queste riunioni si formulano spesso delle previsioni sul futuro, eppure non vengono meticolosamente registrate e riscontrate come ci si aspetterebbe in un’ organizzazione dedita a misurare l’ efficienza e a premiarla. Perché? E’ noto poi che il  boss sopravvaluta gli uomini che ha assunto personalmente sebbene questa preferenza sia nociva per l’ organizzazione. Perché allora lo fa? Nelle assunzioni, le credenziali e i titoli prevalgono regolarmente sempre rispetto alla misurazione delle capacità effettive. Perché? E si potrebbe continuare. Evidentemente altri interessi oltre alla massimizzazione del profitto sono in gioco e pesano. In conclusione, la società capitalistica è un’ organizzazione complessa in cui agiscono molte organizzazioni complesse i cui obbiettivi non sono certo riducibili all’ efficientismo integrale.

28) Molti cattolici simpatizzano con la cosiddetta “legge di Sombard” per la quale il capitalismo, a causa del suo eccessivo dinamismo, diventa un processo innaturale che sgancia l’ economia da ogni ordine morale. L’ uomo non è fatto per la centrifuga impazzita dell’ turbocapitalismo. Ebbene, la critica contiene un nucleo di verità, bisogna prenderla sul serio; purtroppo tali critici sbandano allorché pensano di porre rimedio abbracciando il mito delle “riforme”, ovvero dell’ ingegneria sociale. Sarebbe come combattere il male con il male, sarebbe come rettificare un sistema che ha il difetto di essere costruito a tavolino con una riparazione per l’ appunto a tavolino. Meglio allora l’ approccio “conservatore”, meglio “rallentare” il capitalismo con le inefficienze sue proprie, ovvero le inefficienze che derivano da un “eccesso” di libertà, come le inefficienze da maggiori concessioni all’ autogoverno, da maggiori enfasi sulle diversità, dalla libertà di battere moneta,  ovvero, come abbiamo visto prima, dalla diffidenza per un welfare costruito centralmente. Ma gli esempi si possono moltiplicare.

ADD1: Spesso il cattolico s’ improvvisa economista, non è una scelta rassicurante. In questi casi il suo dilettantismo emerge in modo imbarazzante. Magari le sue intenzioni sono buone e saldamente ancorate ad un’ etica plausibile, senonché, forse perché vittima di un complesso d’ inferiorità culturale, ritiene di rinforzare i suoi argomenti attingendo all’ economia orecchiata. Pensa così di essere più convincente magari lusingandosi degli applausi dei già convinti. Esempio:

http://hateandanger.files.wordpress.com/2013/11/pope-francis-some-people-continue.png?w=630

Ecco allora come cambia la musica se gli stessi temi sono affrontati professionalmente: http://www.tsowell.com/images/Hoover%20Proof.pdf

ADD2. 29) La difesa di molte tesi sostenute dalla Chiesa sarebbe più robusta se articolata con gl argomenti dell’ economia tradizionali. Prendiamo il caso della scuola libera. E’ lecita una scuola privata? Molti avversari della Chiesa sostengono di no perché cio’ frammenterebbe l’ etica comune. La premessa a questo argomento è che esista un’ etica comune e che sia posseduta dallo stato. Se invece il valore supremo fosse la libertà individuale, l’ etica ottimale sarebbe oggetto di una ricerca che come tutte le ricerche è meglio condotta decentrando le decisioni e quindi anche le istituzioni. la scuola privata tanto cara ai cattolici verrebbe difesa in modo efficiente e moderno. Purtroppo la Chiesa, che in altri campi si posiziona in modo paternalistico e centralista, non è nelle condizioni più adatte per sostenere un argomento vincente di questo tipo.

Fine del mio fioretto. RIP

Mi è impossibile onorare il fioretto. E’ inutile. Dovrei disconnettermi da Internet e dalla lettura di tutti i maggiori quotidiani, spengere la tv e non seguire nessun programma attualmente in onda. Buttare la radio. 

Questo è quello che propone Huffington Post Italia, dalle pagine di Repubblica. A proposito della strage familiare avvenuta nei giorni scorsi. 

Uccidere la propria donna, se occorre col suo prolungamento fisico, affettivo, e chissenefrega se sono figli tuoi. Ucciderla perché si aderisce inconsapevolmente al braccio armato di un movimento di pensiero contrario all’emancipazione femminile. 

L’uomo di Motta Visconti forse è pazzo, o forse, invece, no. Speriamo che lo sia. Speriamo non sia uno di quei sette assassini su dieci che invece non lo sono. Speriamo non sia “solo” uno dei tanti che odiano le donne. Che vogliono fermarle a ogni costo. Che ogni giorno, da qualche parte, al Sud o al Nord, nelle classi agiate come in quelle svantaggiate, tagliano loro la strada verso l’armonia con le armi, o con le botte, o con le parole, o con la solitudine, o con la negazione dell’affetto… 

Fermarle per liberarsi di loro, o per impedire loro di liberarsi di te. Ogni motivo è buono, esattamente come il suo motivo capovolto. Fermarle per impedire loro, in generale, di essere libere e felici. Fermarle per sentirsi uomini veri. Per impedire un abbandono. Per non specchiarsi mai nei loro occhi. Per non sentirsi inferiori. Oppure per fare quel che ti pare senza rotture, lagne, pretese, rivendicazioni. Chessò, provarci tranquillamente con una collega. Correre al pub. Bere a piacimento. Godersi la partita. Gol!!!! 

Non so come si possa tollerare, leggere una roba del genere.

Nei prossimi giorni, poi, Adriano Sofri e Michele Serra rincareranno la dose contro il Patriarcato Assassino, e si uniranno al coro Gramellini, Fo, Ovadia, Fazio e tutti gli altri intellettuali maschi che – inspiegabilmente, lo dico davvero – non contrastano questa narrazione, anzi, la sostengono.  Ipotesi: lo fanno per continuare ad avere uno spazio; lo fanno perché sanno che sono le donne che leggono e comprano libri (i loro) e giornali (i loro); lo fanno per superficialità e disinteresse per la verità dei fatti; lo fanno per paura di non fare più sesso; lo fanno per paura di moglie compagne; lo fanno tanto per fare. Ecc.

Non lo so, mi sembra un’immensa ingiustizia che non ci siano voci maschili, ma soprattutto femminili, che denunciano la colossale industria messa in piedi dal femminismo di terza ondata.

Ci vorrebbe un Norman Finkelstein in gonnella, ma purtroppo in Italia non si vedrà mai. Ci accontentiamo di un Aldo Grasso, che almeno ci prova, oggi, e lo ringrazio di cuore: 

Immaginando che «Glob. Diversamente italiani» fosse una trasmissione che si occupa anche di comunicazione, mi apprestavo a trovare parole diversamente critiche per il congedo (Rai3, domenica, ore 23.10). In fondo Enrico Bertolino, pur con i suoi impacci a vestire i panni del conduttore, è uno che ringrazia per i commenti e le critiche (così almeno cinguetta).

Poi, però, nell’ultima puntata della stagione arriva Lorella Zanardo con le sue prediche sullo sfruttamento dell’immagine delle donne. Nessuno lo nega, ma mi piacerebbe che gli autori, i collaboratori, le «firme» di «Glob» risentissero alla moviola il discorso della Zanardo: un cumulo di compiaciute ovvietà incarnate da una prosopopea senza limiti, come fosse la prima a scoprire «il punto di vista della telecamera». Ora, se applicassimo il metodo Zanardo a «Glob» scopriremmo che anche le apparizioni di Brenda Lodigiani o di Alice Mangione, nel momento in cui interpretano personaggi di contorno rispetto a Bertolino, mettono in luce l’uso distorto della donna in tv.

Mi chiedo come autori del calibro di Marco Posani, Dario Baudini, Luca Bottura, Luca Monarca, Enrico Nocera, Antonio De Luca, Stefano Redaelli possano aver avuto un cedimento simile e aver lasciato spazio alle banalità ideologiche di una diversamente competente. Mah!
Grande spazio alla promozione del secondo film di Mirca Viola, Cam Girl , storia di quattro ragazze che si spogliano in cambio di soldi, coperte dall’anonimato della Rete. In realtà, non si è parlato della qualità del film (ma «Glob» non è un programma sulla comunicazione?), bensì del dramma sociale che si cela dietro questo fenomeno: «ragazze della porta accanto» che, in mancanza di reali prospettive economiche, decidono di entrare nelle case dei clienti attraverso una webcam mostrandosi a perfetti sconosciuti diversamente vestite.

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