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I migranti di Fahrenheit migrano ancora… (IV inbloggazione)

Le virtù dell’ ipocrisia

L’ altro giorno, al ristorante, parlando del più e del meno con Sara, mi è capitato di tessere le lodi dell’ ipocrisia.

Una sua collega poco diplomatica aveva scatenato un putiferio nell’ ambiente lavorativo. Ma perché!? Perché lei non è… non è un’ ipocrita.

Un po’ come quella sgradevole rompi balle dell’ Antonella Elia sull’ Isola dei Famosi.

Da lì è partita la mia apologia di questo “difetto con molte eccezioni virtuose”.

Ecco poi che ieri, navigando qua e là su internet, mi sono imbattuto in una dura condanna dell’ ipocrisia priva di “distinguo” a cura di Padre Giovanni Cavalcoli, Sacerdote e teologo dell’ Ordine dei Domenicani.

Mi sono un po’ indispettito (si fa per dire) ma soprattutto incuriosito.

***

Nel denunciare i vizi dobbiamo essere prudenti, non solo perché rischiamo di non vedere la famosa “trave” ma anche perché non esiste niente di più pericoloso che pretendere di isolare un vizio e formularne una condanna assoluta.

Recentemente, il gesuita Papa Francesco in persona si è scagliato senza mezzi termini contro il dire ipocrita. Tuttavia, un gesuita che condanna l’ ipocrisia è uno spettacolo raro visto che proprio loro ci hanno insegnato per secoli le virtù contenute in questo difetto. Il “simula et dissimula” non è il loro motto solo perché nella scelta del motto ha prevalso… una certa prudenza tipicamente “ipocrita”. Quindi sotto questa condanna qualcosa bolle in pentola, non riesco a prenderla del tutto sul serio.

Ma Padre Giovanni è un Domenicano.

Torniamo quindi a lui, vediamo su quale definizione di ipocrisia si esercita:

… l’ipocrisia è quell’atteggiamento per il quale il soggetto, per ottenere approvazioni od onori dagli onesti, assume all’esterno un modo di pensare o di agire apparentemente onesto, ma internamente, “sotto sotto”, come si suol dire, l’intenzione è cattiva, ingannevole e dannosa nei confronti di quegli stessi onesti. Si tratta dunque di una forma di finzione o simulazione, che si propone di ottenere un successo mondano acquistandosi una fama immeritata di virtù…

Che delusione.

Non ci vuole molto a condannare chi “simula l’ onestà con intenti disonesti”.

Da cosa dovremmo “guardarci” prima di esprimere la nostra disapprovazione verso chiunque si comporti in questo disdicevole modo.

La definizione data da Padre Giovanni Camaldoli è inservibile, non ci aiuta a progredire di un passo.

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Prendete invece una definizione più costruttiva e legata all’ etimologia, per esempio questa:

… ipocrita è colui che simula un certo comportamento nascondendo i suoi reali interessi… chi sfrutta le apparenze occultando così la sostanza delle sue intenzioni… chi simula certi comportamenti per ottenere certi scopi che tiene ben nascosti ai terzi… chi agisce in modo torbido coltivando nel suo cuore segreti che non intende condividere col prossimo…

Questa sì che è una definizione neutra.

Con una definizione del genere possiamo esercitarci sul serio e capire cosa c’ è da salvare in questo vizio senza dover concludere banalmente che “chi agisce con intenti disonesti è disonesto e da condannare”.

***

Leggo sul Corriere della sera:

… no alle bici contromano sulle strade italiane… così non si aiutano i ciclisti ma facciamo loro del male… li mettiamo in pericolo…

E via discorrendo.

Da ciclista/automobilista/pedone ho subito drizzato le antenne quando il titolo è comparso sotto i miei occhi.

Seguo la vicenda e so che oggi siamo in un limbo: non si sa bene se sia consentito andare con la bici contromano o sui marciapiedi. In genere si ritiene di no, ad ogni modo un vigile pieno di zelo che ti impartisce un’ umiliante ramanzina lo trovi sempre, e magari trovi pure quello che ti fa la multa (il gettito tasi è stato deludente dalle nostre parti).

Altrove leggo però che il numero di incidenti in cui sono coinvolti ciclisti circolanti contromano è infinitesimale. Praticamente irrilevante se paragonato ai numerosi incidenti che abbattono ciclisti senza macchia ligi a legge e senso di marcia.

Eppure, per mia esperienza, le bici che viaggiano contromano nel centro cittadino sono una marea. D’ altronde, avrebbe davvero poco senso cercare di evadere il traffico con la bici e poi non poter andare contromano per le vie del centro che sono praticamente tutte a senso unico. Seeee, e poi? Dimmi che devo prendere la tangenziale e la facciamo finita.

Quanto ai rischi, anche qui l’ introspezione conferma; dopo una lunga carriera di ciclista urbano, ripenso alle situazioni di pericolo: non me ne viene in mente neanche una in cui percorrevo la strada contromano, eppure ci vado spesso.

Ma perché così pochi incidenti? Perché così pochi rischi?

L’ ipotesi più probabile è che andando contromano il ciclista sia molto più attento e prudente.

E’ un’ ipotesi che mi sento di confermare in pieno: quando imbocco una strada contromano ho gli occhi spalancati (anche dietro) e non di rado procedo a passo d’ uomo. Tutti i miei sensi sono tarati al massimo della ricettività. Difficile che in queste situazioni corra dei pericoli reali. E se la situazione si fa davvero critica… ooop, eccomi sul marciapiede come un pedone qualunque :-).

Per contro, i pedoni investiti sulle ciclabili da ciclisti fischiettanti che procedono con la sicumera di chi crede di potersi permettere una testa fra le nuvole, non si contano. Così come pure i ciclisti integerrimi ribaltati da portiere aperte all’ ultimo momento: la coscienza troppo a posto crea sonnolenza e ritarda i riflessi.

Nulla di nuovo sotto il sole. E’ lo stesso motivo che spiega perché la gran parte degli incidenti automobilistici avviene vicino a casa: quando ci sentiamo più sicuri ci rilassiamo e patatrac.

Ma se le cose stessero davvero così che fare, vietare o no?

Da un lato il divieto produce solo danni: “evita” incidenti che già oggi non ci sono per comprimere comodità notevoli.

Dall’ altro, questo basso numero di incidenti è probabilmente dovuto anche al fatto di ritenere che esista un divieto implicito a certi comportamenti sulla strada e quindi, quando li si adotta, si è molto prudenti.

Da ultimo, qualora si decida di non vietare, ora che la questione è sul tavolo, ci sarà un liberi tutti. Si potrà ritenere che la circolazione contromano sia stata esplicitamente concessa, cosicché il “contromanista” si trasformerà da vigile e furtivo utente della strada in un pericoloso “rilassato” voglioso di rivendicare i suoi risarcimenti al primo incidente che gli capita, o comunque i suoi diritti al primo automobilista che “lo stringe”.

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In queste condizioni, qual è la soluzione ottima per il bene della comunità?

Solo una: l’ ipocrisia.

Si vieta in teoria ma si chiude un occhio di fatto. Si minaccia al Ministero ma non si punisce sulla strada.

Il ciclista continua a fare quello che faceva prima, impaurito – e quindi prudente – come prima. Lo farà perché capirà presto che di fatto nessuno glielo impedisce, d’ altronde saprà di essere formalmente in torto marcio, senza contare le responsabilità al minimo inconveniente.

Solo questa soluzione “ipocrita” crea quell’ ambiguità necessaria a minimizzare i rischi conservando le comodità.

Sono le virtù dell’ ipocrisia, baby.

Nell’ ipocrisia rientra anche il fatto che nessuno dovrà mai accennare che si è scelta questa via, ovvero la via ottima per il bene comune. Se la cosa trapelasse verrebbe presa come un’ “autorizzazione esplicita” e tutti i benefici sparirebbero.

Bisognerà che il politico “simuli”, che sbandieri altre intenzioni ben sapendo che in realtà si è affidato alle “virtù dell’ ipocrisia”.

Diciamo che il consiglio dei Ministri chiamato a queste scelte sarebbe meglio non trasmetterlo in streaming. Con buona pace di Grillo.

Ma forse… forse a pensarci bene nemmeno è necessario. Un ministro “ipocrita dentro” (tra i politici non manca la materia prima e forse proprio Lupi fa il caso nostro) magari crederà lui stesso in prima persona nella simulazione che dovrà inscenare. Tanto meglio, ci guadagniamo in credibilità. Oltretutto, miracolo, un ministro così pronto all’ autoinganno cesserà automaticamente di essere un ipocrita: mica mente, mica edulcora un tipo così, crede sul serio a quello che dice. Ma qui andiamo a tutta velocità verso l’ essenza della politica, meglio fermarsi, mi gira la testa.

*** continua (forse)***

I prossimi due capitoli:

1) Perché l’ Onda Verde deve essere ipocrita per ottimizzare la circolazione del traffico sulle strade italiane?

2) Perché il contrasto nella Chiesa tra Fondamentalisti e Tradizionalisti  puo’ essere ricondotto ad un contrasto sul valore dell’ ipocrisia?

 

 

 

Donne

La questione femminile “tira” sempre molto nei forum virtuali, gli animi si infervorano e le contrapposizioni si inaspriscono fino a degenerare. Ecco allora che i partecipanti alla diatriba tornano a leccarsi le ferite nella rispettiva “conventicola” al riparo dalle urticanti obiezioni del “nemico”. Non che il tema sia un mio cavallo di battaglia;  tuttavia, con il tempo, discuterne è divenuta un’ abitudine, sempre più spesso mi ci ritrovo dentro trascinato per i capelli e ormai ho maturato in merito una certa esperienza. Per parte mia, cerco di presentarmi al regolare appuntamento avendo sempre ben chiari in mente una trentina di concetti da cui difficilmente prescindo. Questi “capisaldi” costituiscono un po’ il mio manuale di conversazione sul tema e per averlo da ora in poi sempre a portata di mano lo posto qui di seguito ripromettendomi di aggiornarlo sulla base di eventuali illuminazioni e suggerimenti futuri.

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1) Ho qualche problema con il “femminismo della differenza”, specie quando afferma con un po’ troppa sicumera “la superiorità femminile” in taluni ambiti sociali. Ok, forse le cose stanno davvero così, forse con le donne ai posti di comando le cose andrebbero meglio, ma perché farne una petizione di principio anziché una semplice ipotesi empirica da verificare? Per la “femminista della differenza” se una società libera, ovvero basata su interazioni volontarie, non fa emergere la supposta “superiorità”, allora non è né libera né giusta… per definizione. E’ naturale quindi vedere la “femminista della differenza” sempre immersa nello studio di nuove coercizioni sociali che le diano obtorto collo quanto desidera. E, almeno per me, queste ostetriche del nuovo sempre armate di forcipe, non sono un bel vedere.  Per fortuna il “femminismo della differenza” conosce oggi un momento di crisi.

2) Ho ancora più problemi con il “neo-femminismo”, specie quando afferma con un po’ troppa sicumera che uomo e donna sono uguali in ogni ambito sociale. Ok, forse le cose stanno davvero così, forse ci vorrebbero un po’ più di donne qui e là e un po’ meno di donne lì e qua, ma perché farne una petizione di principio anziché una semplice ipotesi empirica da verificare? Per la neo-femminista se una società libera, ovvero basata su interazioni volontarie, non fa emergere la supposta “uguaglianza”, allora la società non è né libera né giusta… per definizione. E’ naturale quindi vedere la neo-femminista sempre immersa nello studio di nuove coercizioni sociali che le diano obtorto collo quanto desidera. E, almeno per me, queste ostetriche del nuovo sempre armate di forcipe, non sono un belvedere. Purtroppo il neo-femminismo conosce oggi un periodo di prosperità.

3) Non ho alcun problema con quel “(vetero?) femminismo” ottocentesco che rivendica pari diritti formali tra uomini e donne: si parte con la stessa dotazione di diritti e si arriva dove fortuna e capacità ci conducono. E se i punti di arrivo sono differenti se ne prende atto senza tanto lambiccarsi con trucchetti di ingegneria sociale. Purtroppo questo tipo di femminismo è oggi profondamente minoritario.

4) Mi son sempre chiesto perché gran parte del femminismo ha origine a sinistra? Molte teoriche non fanno mistero della loro provenienza, anzi, rivendicano di aver sostituito la dialettica padrone/proletario con quella che contrappone maschio/femmina. L’ arsenale teorico del marxismo è passato armi e bagagli nelle loro teorizzazioni: la storia sarebbe quindi un perenne conflitto dove il più forte prevale, e nella nostra storia che ci riguarda il maschio ha prevalso imponendo la cosiddetta società patriarcale. Tutto cio’ è per me molto preoccupante poiché se la genealogia intellettuale è quella, allora non si puo’ credere più nell’ esistenza di un accordo ragionevole in grado di beneficiare entrambe le parti campo. Quando non si crede nella ragione non resta che il conflitto: “quel che ho, ce l’ ho grazie alla mia lotta”. Per chi crede solo nel conflitto la vita è un tiro alla fune: più tiri, più ottieni. Guai distogliersi dal contributo dovuto alla cordata amica per ascoltare e magari ragionare con il “nemico”! Il nemico vuole solo “fregarti”… per definizione, inutile perdere tempo con lui.

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5) Vi siete mai chiesti perché molte femministe siano tanto impermeabili ai “fatti”? Esempio, alla luce di quel che sappiamo dalla scienza è davvero improbabile ipotizzare un’ eguaglianza sostanziale forte tra uomo e donna, è molto più ragionevole pensare che esistano parecchie differenze innate che si riflettono poi su preferenze e comportamenti sociali. Queste elementari osservazioni non sembrano turbare la neo-femminista. Perché? Dobbiamo allora ricordare che il pensiero neo-femminista, come molte altre ideologie moderne, attinge al pensiero relativista, e, di conseguenza, in esso la ragione è tenuta a cedere una volta al cospetto del linguaggio. La “retorica” prevale sulla “logica”, la “pubblicità” prevale sulla “merce”. Insomma, per la neo-femminista la narrazione è tutto. Lei non usa il linguaggio per comunicarci cio’ che crede vero, bensì per ottenere cio’ a cui aspira. Lo usa “in senso performativo”, direbbero alcune filosofe di riferimento. Se certe premesse consentono una narrazione seducente ha poco senso chiedersi fino a che punto siano vere: il concetto di “verità” è quantomeno problematico e puo’ essere tralasciato senza inconvenienti. Anzi, la verità forse nemmeno esiste, perché allora viverla come un intralcio?

6) Nella narrazione di certo femminismo radicale l’ uomo emerge spesso come uno sfruttatore, sembra quasi che la sua presenza non sia abbinata ad alcuna funzione sociale. Ricordiamoci allora che la società “tradizionale” è una società in cui la gran parte della violenza ricade sulle spalle dell’ uomo. La vita del maschio medio vale certamente meno della vita della donna media e, di conseguenza, viene sacrificata con maggiore disinvoltura. Il maschio quindi non sembra affatto essere un mero parassita, almeno stando a questo semplice fatto facilmente constatabile.

7) Molte battaglie della neo-femminista sono condotte contro gli “stereotipi“. Le più sottili tra loro mettono in luce il tipico meccanismo attraverso cui uno stereotipo puo’ perdurare. Esempio: “sono donna e so che farò fatica a farmi prendere sul serio come “manager”, quindi non studio per realizzarmi come manager ma indirizzo altrove i miei sforzi”. Nella comunità in cui si ragiona così ci saranno poche donne manager e i “maschilisti” saranno autorizzati a concludere che le donne non sono portate per la carriera di manager. E’ vero, gli stereotipi tendono ad autoalimentarsi ma cio’ non significa necessariamente che, se sono falsi, siano irremovibili. Anche il processo di smantellamento degli stereotipi si autoalimenta: quanto più il pregiudizio è fallace, tanto più guadagna la comunità che lo smantella, e nel momento in cui una comunità comincia a smantellarlo diviene molto più semplice e urgente per le altre imitarla. Alla fine si realizza un effetto a valanga che non lascia traccia degli stereotipi poco accurati.

8)  Le battaglie contro gli stereotipi sono meritorie? A me non sembra: una crescente  letteratura  ci dice che gli stereotipi tra gruppi sociali sono in gran parte razionali (statistical discrimination) nonché flessibili rispetto alle evidenze. In una società libera non bisogna far crociate in grande stile per spazzarli via. E se non vengono “spazzati via” in modo repentino… gatta ci cova. Uno stereotipo inaccurato puo’ perdurare quando interessa soggetti lontani con cui abbiamo pochi o nulli contatti ma difficilmente perdura a lungo se abbiamo continue interazioni con il gruppo sociale interessato. La libertà di mescolarsi e di trarre profitto dagli stereotipi (inaccurati) altrui, è una medicina ben più efficace rispetto alla vociante crociata.

9) Il mercato è un buon antidoto contro gli stereotipi inaccurati: chi li nutre li paga cari e di tasca propria. Non voglio assumere una donna perché probabilmente presto avrà figli e la sua attenzione verrà polarizzata altrove? Pagherò cara questa superficialità: la concorrenza, scevra da simili pregiudizi infondati, si sbarazzerà presto di me riducendomi sul lastrico.

10) Che il mercato sia un buon antidoto agli stereotipi inaccurati non è solo una solida teoria ma un fatto storico con diverse conferme: grazie al libero mercato molti stereotipi inaccurati sono spariti in breve tempo e molte categorie sono uscite velocemente dal “ghetto”. Gli ebrei, tanto per citare un caso, una volta tolti di mezzo taluni odiosi divieti, sono entrati subito e con successo in settori della vita sociale prima loro interdetti.

11) Il neo-femminismo pensa di combattere gli stereotipi inaccurati con il sistema della “discriminazioni al contrario”, altrimenti noto come metodo delle “quote rosa”. Tuttavia, le quote rosa, per quanto possano essere difese “in generale” diffondono pur sempre un risentimento sociale per l’ ingiustizia che veicolano “nello specifico”, specie in quei maschi che subiscono sulla loro pelle la condizione di vittime sacrificali.

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12) Un’ altra vittima delle quote rosa sono  le donne più preparate poiché devono inevitabilmente subire una stigmatizzazione dovuta a stereotipi (“si sono piazzate solo grazie ai privilegi di cui godono”) che nel loro caso non avrebbe ragione d’ essere e non sarebbe nemmeno mai sorta in assenza dell’ istituzione di quelli che per quanto le riguarda sono solo  “privilegi superflui”.

13) Se si promulgano leggi speciali sul lavoro a tutela dei disabili, cosa penserà il cittadino medio? Penserà che si cerca di dare una mano a categorie naturalmente svantaggiate. E se si promulgano leggi speciali sul lavoro a tutela delle donne, il cittadino medio cosa penserà? Probabilmente penserà esattamente la stessa cosa, perché non dovrebbe farlo visto che il meccanismo adottato è il medesimo? Inutile girarci intorno, se una categoria di persone viene protetta attraverso un coacervo di privilegi e deroghe ad hoc, o si pensa ai “soliti furbi”, oppure si ingenera inevitabilmente lo stereotipo dello svantaggio congenito. E’ un po’ difficile distinguere cervelloticamente i casi.

14) Due persone si differenziano per mille fattori. Il sesso potrebbe essere un fattore tra tanti. Perché mai gli stereotipi dovrebbero allora agire in modo potente solo su questo fattore? Forse il femminismo ha contribuito a tutto cio’ fissando l’ attenzione e il dibattito pubblico proprio su quell’ unico fattore.

15) Alcune battaglie femministe del passato, come quella per le quote rosa, possono essere interpretate come “contro il maschio“; altre, come quella per l’ aborto, possono essere interpretate come “contro il bambino“; cio’ che copre una certa retorica della “sorellanza” è il fatto che gran parte delle battaglie odierne della neo-femminista siano in realtà rivolte contro altre categorie di donne. Pensate per esempio alla “battaglia contro gli stereotipi”, oggi tanto di moda: lo stereotipo della donna materna, per esempio, danneggia forse la donna senza figli ma avvantaggia la donna con tanti figli. Combatterlo, specie se lo si combatte a prescindere dalla sua accuratezza, è un favore fatto alle prime a spese delle seconde. Altro esempio: non si puo’ combattere lo stereotipo della donna sexy senza colpire le donne sexy. Eccetera. Insomma, la lotta alla discriminazione è una brutta bestia: non si puo’ combattere contro la discriminazione della donna senza discriminare tra le donne.

16) Le femministe sostengono che anche nelle società più avanzate e libere le donne soffrono odiose discriminazioni. Il caso classico è quello dei differenziali nei compensi lavorativi. Tuttavia, il gender gap negli stipendi è in gran parte giustificato dalle scelte professionali differenti fatte da uomini e donne.

17) Una volta constatato che l’ ipotesi di discriminazioni sul lavoro non regge, le femministe hanno ripiegato sul fatto che gli stereotipi agirebbero precedentemente, ovvero al momento della scelta dell’ indirizzo di studio. Tuttavia, le preferenze nell’ indirizzo di studi intrapreso sembrano in gran parte autentiche e quindi da rispettare. Anche i paesi che hanno attuato politiche per orientare le ragazze verso studi nell’ area STEM (quella che garantisce impieghi più remunerativi), a distanza di 10/20 anni, hanno dovuto riscontrare un sostanziale insuccesso.

18) Il sistema educativo unico sembra piuttosto penalizzare i maschietti, il gap di apprendimento a favore delle bambine avanza sin dalle prime classi. Una studiosa sintetizza bene: “… as our schools become more feelings-centered, risk-averse, competition-free, and sedentary, they move further and further from the characteristic needs of boys…”.  Il fatto è che il dogma delle classi miste si è imposto a tutti i livelli visto che non si volevano alimentare stereotipi di genere, ma poi, probabilmente, a queste classi si sono applicate pedagogie più adatte alle bambine. Non c’ è niente di certo in questa ipotesi, come pochissime sono le certezze quando si indaga la scuola con gli strumenti quantitativi canonici. Tuttavia, visti questi rilievi, non sarebbe il caso di lasciare aperta la via alle classi differenziate? Una misura logica ed equa: oggi solo i ricchi possono scegliere per i loro maschietti, se lo desiderano, questa alternativa.

19) Paradossalmente, l’ emarginazione del maschio rafforza il patriarcato: la donna emancipata ed istruita disdegna di unirsi stabilmente ad un compagno più rozzo e meno istruito ritrovandosi con i figli, un desiderio a cui non vuole comprensibilmente rinunciare, da accudire in solitudine con fatiche immense. Non c’ è nulla di più vulnerabile che una donna sola con i suoi figli. E così, nel campo del lavoro per esempio, il “rozzo e meno istruito” maschiaccio le sta ancora davanti, nonostante che a scuola le precedenze si siano invertite. E’ la trappola malthusiana del femminismo radicale.

20) Le differenze di personalità tra maschi e femmine sono ancor più spiccate nei paesi avanzati rispetto a quelli arretrati. Le donne “maschiaccio” sono un incontro frequente spcialmente nei paesi sottosviluppati.

21) La felicità delle donne è calata negli anni sia in assoluto che relativamente. Le donne di oggi sono meno felici rispetto alle loro mamme e nonne ma anche rispetto agli uomini di oggi. Perché? Forse la rivoluzione femminista ha giocato a molte di loro un brutto scherzetto: il peso dei doveri non ha bilanciato sempre quello dei diritti, le ha sospinte fuori di casa precipitandole in un mondo ansiogeno senza che la pesantezza degli impegni casalinghi si sia alleviata di molto.

22)  Si dice che l’ uomo dovrebbe attivarsi di più tra le mura domestiche, il suo contributo è ancora minimo. Va bene. Purtroppo però anche i suoi standard di soddisfazione domestica sono altrettanto… “minimi”. Entrate in un college universitario e date un’ occhiata alle camere dei ragazzi, poi visionate quelle delle ragazze. Nelle prime il disordine regna sovrano è mediamente più accentuato. Faccio questo esempio perché qui siamo in presenza di preferenze genuine visto che il fastidio e gli inconvenienti per il maggior disordine gravano interamente sulle spalle dell’ unico occupante. Ergo: è dura sperare dagli uomini un aiuto casalingo importante poiché disordine e sporcizia sono tollerati molto bene dai maschietti, i quali si attivano solo quando suona un allarme che non suonerà mai se in casa c’ è una donna, specie se c’ è una donna terrorizzata da sporcizia e disordine che gira perennemente con lo spolverino. Quindi:  non è meschino opportunismo, è piuttosto legittima preferenza!

23) La questione del femminicidio è emersa soprattutto negli ultimi anni ma spesso la campagna delle femministe è stata equivocata. Anche da me, lo ammetto. Certo che chi tra le femministe eleva una denuncia sociale mettendo in evidenza la violenza subita dalle donne ha nel proprio arco solo frecce spuntate: la società che abbiamo creato riversa sulle spalle dell’ uomo un quantitativo di violenza ben superiore. Inoltre, per quanto ci siano alcuni motivi per ritenere che la donna sia mediamente meno aggressiva dell’ uomo, forse è più prudente dire che la sua aggressività è diversa: si concentra nelle relazioni intime ed è più spesso indiretta e strumentale a certi obiettivi. L’ aggressività maschile puo’ essere anche astratta (“uccido sconosciuti premendo un bottone”) ma anche più diretta e incontrollata. Tuttavia, la femminista intelligente non denuncia affatto la “violenza subita dalle donne” ma lo stereotipo implicito in chi uccide in certe circostanze. La neo-femminista non teme la violenza in sé, anzi, paradossalmente lotta per una società in cui le donne subiscano una maggiore violenza, purché siano le tipiche violenze subite da chi ricopre ruoli chiave, oggi a carico prevalentemente degli uomini.

24) Molte neo-femministe sono accusate di moralismo. Loro dicono di essere vittime di un equivoco, e in questo hanno fondamentalmente ragione. Anche qui l’ oggetto della loro denuncia sono gli stereotipi e non tanto la volgarità di certi comportamenti. Tanto per dire, se una donna si spoglia va incontro a due inconvenienti: fa scandalo e alimenta lo stereotipo della donna/puttana. Alle femministe interessa solo questo secondo inconveniente, non si tratta quindi di un problema legato alla moralità e alla scandalosità di certi comportamenti! La neo-femminista sogna una società dove per la donna sia del tutto neutrale circolare nei luoghi pubblici perfettamente depilata piuttosto che ostentando un orribile neo peloso in pena faccia. Personalmente ritengo che il neo-femminismo trascuri molti dati di natura fino a costituirsi in un’ utopia, vedo anche come tutto cio’ possa essere estremamente pericoloso: chi si pone obbiettivi utopici puo’ ottenerli solo “nazificando” la società; tuttavia capisco anche come l’ accusa di “moralismo” elude il cuore del loro discorso.  

25) C’ è chi sostiene che nonostante i suoi mille difetti il femminismo ha fatto del bene alle donne. Puo’ darsi, io continuo a credere che la tecnologia abbia inciso molto più del femminismo su certi cambiamenti che molti – non tutti – giudicano come positivi. Faccio solo un paio di esempi: all’ emancipazione sessuale ha contribuito molto di più la pillola che i comizi femministi; alla partecipazione lavorativa ha contribuito molto di più la lavatrice che gli slogan femministi. Eccetera.

***APPENDICE***

Oggi la scienza ci suggerisce alcune differenze tra uomo e donna che dovremmo considerare almeno come “ipotesi più probabile”. Difficile prescindere da esse, almeno se vogliamo fare un discorso non ideologico.

Per evitare di metterla in termini di “dotazione” differente mettiamola in termini di “preferenze” differenti, difficile però negare che alcune differenze notevoli ci siano. Vediamo un po’ le sei principali:

1. differenti priorità, specie se consideriamo “status” e “famiglia”;

2. differenti interessi, specie se distinguiamo tra “cose”, “persone” e “astrazioni”;

3. differente attitudine verso il “rischio”;

4. differenti prestazioni nei test matematici e nel ragionamento matematico (non nel calcolo matematico);

5. differente attitudine mentale verso le proiezioni spaziali (non nella memoria visiva);

6. differente variabilità nelle distribuzioni di frequenza sulle varie abilità cognitive.

A questo punto la domanda cruciale: si tratta di differenze “naturali” o indotte dalla cultura.

Esistono diversi motivi che inducono a privilegiare l’ ipotesi di una base naturale, almeno sei:

1. uomini e donne hanno una biologia molto differente;

2. si tratta di differenze universali nello spazio, anche se variabili nell’ entità;

3. si tratta di differenze universali nel tempo, anche se variabili nell’ entità;

4. si tratta di differenze condivise con la gran parte dei mammiferi;

5. molte di queste differenze si riscontrano già nella prima infanzia;

6. si tratta di differenze impermeabili allo “stile educativo”;

Concludo con alcune notazioni di cui tenere conto:

1. parliamo di differenze statistiche; ovvero, anche quando diciamo, per esempio, che “gli uomini sopravanzano le donne nell’ ambito X” cio’ è compatibile con il fatto che nell’ ambito X esistano parecchie donne che sopravanzano parecchi uomini;

2. spesso le differenze nemmeno si riscontrano a livello di media, bensì a livello di “coda” (es.: gli uomini in un certo ambito potrebbero prevalere sia nel “meglio” che nel peggio);

3. molti studi offrono risultati deboli che, vista la delicatezza della materia, si tende a scartare; anche per questo diventano decisive le meta-analisi (se una debolezza si ripete sistematicamente nello stesso senso, il risultato cessa di essere “debole”) e le sperimentazioni su vasti campioni;

4. difficilmente gli stereotipi culturali giocano un ruolo decisivo, anche perché noi, nell’ agire quotidiano, tendiamo a sottovalutare le “differenze di genere” piuttosto che a sopravvalutarle.

5. al modello “osmotico” molti contrappongono il modello degli “stereotipi autorafforzanti”, ma si tratta di un modello improbabile in presenza di “flussi e riflussi” visto che un modello del genere favorisce piuttosto la crescente polarizzazione;

6. il modello degli “stereotipi autorafforzanti” ha un ulteriore punto debole: sembra incapace di descrivere la dinamica osservata nel caso di altre odiose discriminazioni. Ho in mente quella subita dai neri in ambito sportivo, o quella ancor più vasta a danno degli ebrei. Sono casi in cui, appena cadute le barriere, c’ è stata integrazione: i neri hanno cominciato a mietere successi, gli ebrei a trovare la loro posizione sociale. Ma anche la discriminazione femminile, appena si sono aperte le porte, è cessata molto velocemente in parecchi ambiti

7. vale a poco obiettare che nello sport, per esempio, esistono misure oggettive; infatti le maggiori difficoltà a ottenere un’ adeguata rappresentanza femminile, nello sport come fuori dallo sport, si hanno proprio in ambiti dove le performance sono più facilmente misurabili;

8. chi denuncia la sproporzione tra “differenze naturali” e ruolo sociale non coglie alcuni meccanismi economici; ogni economista sa che bastano differenze minime nelle attitudini per avere conseguenze catastrofiche nella distribuzione razionale dei ruoli. Non solo, potrebbe essere irrilevante persino il segno delle differenze (se ci fosse un sesso migliore in tutte le attività umane, sarebbe razionale confinare il suo ruolo alle attività dove la differenza di prestazioni è più ampia).

Ma se devo essere sincero, da profano, a convincermi sull’ ipotesi della “base naturale” è un altra cosa: l’ alto numero di studiosi che approfondisce la questione partendo dall’ ipotesi culturalista e approdando alla sponda opposta. Il cammino inverso è pressoché inesistente. Un caso emblematico è quello di Diane Halphern:

At the time I started writing this book it seemed clear to me that any between sex differences in thinking abilities were due to socialization practices, artifacts, and mistakes in the research. After reviewing a pile of journal articles that stood several feet high, and numerous books and book chapters that dwarfed the stack of journal articles, I changed my mind. The literature on sex differences in cognitive abilities is filled with inconsistent findings, contradictory theories, and emotional claims that are unsupported by the research. Yet despite all the noise in the data, clear and consistent messages could be heard. There are real and in some cases sizable sex differences with respect to some cognitive abilities. Socialization practices are undoubtedly important, but there is also good evidence that biological sex differences play a role in establishing and maintaining cognitive sex differences, a conclusion I wasn’t prepared to make when I began reviewing the relevant literature.

Scusate se non ho inserito né link, né bibliografia. Su richiesta provvederò a fornire la letteratura su ciascun punto. Tanto per cominciare, chi è interessato puo’ trovare una buona rassegna in materia nella “Tabula rasa” di Steven Pinker.

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Chiesa e sessualità

A molti comandi della Chiesa Cattolica dobbiamo uniformarci per obbedienza, tuttavia non sarebbe male se cercassimo di comprenderli anche con la ragione, almeno laddove questo sia ancora possibile.

Prendi i precetti sulla sessualità e sulla famiglia, sono un terreno minato, se ne discute continuamente sui giornali e nei forum.  Contraccezione, famiglia tradizionale, matrimonio gay… creano divisione tra i fedeli e la Chiesa è ora accusata di interferire, ora caldamente invitata ad elargire la sua saggezza millenaria per salvare il mondo dalla barbarie imminente.

Devo ammettere che in tema di sessualità la ratio di molte raccomandazioni dottrinarie mi sfugge.  M’ imbatto spesso in motivazioni che al mio debole intelletto appaiono confuse e temo così che questa confusione nasconda una fragilità di argomenti. Certo, potrei ripeterle a pappagallo ma forse è meglio fermarsi e fare un esame di coscienza.

Non riesco ad ammettere che manchi la buona volontà: ho ascoltato molte persone, dal Cardinale al filosofo di vaglia, passando magari attraverso il blogger più divulgativo ma attendibile. Tuttavia, la fatica nel comprendere persiste, il linguaggio che si parla in certe sedi  non è certo quello a me più congeniale. Oltretutto, lo scontro acceso tra militanti sacrifica la chiarezza per concentrarsi su martellanti slogan ad effetto da cui presto evapora ogni senso superstite.

Su certi temi non riuscirei mai a fare, per esempio, da catechista ai bambini, e questa è la prova del nove che non li ho assimilati. Colpa mia o colpa di chi mi li ha spiegati male?

Sì perché, ovviamente, resta aperta l’ ipotesi più probabile, quella che una certa fierezza mi impedisce di tenere nel dovuto conto: molto semplicemente il mio intelletto non è in grado di penetrare a fondo certe ragioni, troppo viziato com’ è dalla moderna esigenza di semplicità e immediatezza. Il linguaggio ecclesiale si abbevera ad antiche tradizioni che lo nobilitano ma, al contempo, lo saturano con incrostazioni a cui viene sacrificata la chiarezza. Quando certe ragioni sono il frutto di una stratificazione secolare assumono una complessità tale per cui, forse, vanno “abbracciate” prima ancora che “comprese”.

Ecco, ho appena detto una cosa che non comprendo fino in fondo. Quale sarà la reale differenza tra “comprendere” e “abbracciare”? Boh.

Tuttavia, spero ancora cioè sia possibile “tradurre” in termini razionali. Che sia possibile chiarire e semplificare riconducendo tutto a quel buon senso che coniuga al meglio intuito e ragione, forse basta trovare le parole adatte e una buona divulgazione razionale del Catechismo diventa possibile anche su temi tanto spinosi.

Nei paragrafetti che seguono presento le cose per come le ho capite e svolgo alcune riflessioni in cui ora aderisco, ora dubito degli argomenti tipici avanzati dalla Chiesa Cattolica in tema di sesso e famiglia. Penso che il dubbio sia lecito allorché si esplora il versante razionale di queste faccende. Poiché la Chiesa ha la pretesa di farlo, avrà anche la carità necessaria per sopportare qualche dubbio espresso senza le fanfare e la stolta allegria dell’ eretico modaiolo.

A questo punto un riassuntino di quel che segue  puo’ aiutare: nel primo paragrafo introduco il concetto tanto caro alla Chiesa Cattolica di “ordine naturale” e spiego perché questa nozione, nonostante le molte critiche ricevute, puo’ avere ancora oggi una sua importanza in chi affronta i temi etici. Nel secondo paragrafo affronto la questione il matrimonio omosessuale perché mi consente in modo indiretto di toccare altri temi dottrinari legati alla sessualità, dopo aver considerato una decina di obiezioni al matrimonio omo, concludo negando che ne esistano di solide: su questo punto non mi resta che obbedire e continuare a “cercare”. Nel terzo paragrafo mi occupo di come la retorica anti-discriminatoria si stia trasformando in una minaccia alla libertà di espressione religiosa. Concludo simpatizzando con le ragioni della Chiesa pur lamentando una sua scarsa credibilità quando solleva denunce in questo campo.  Nell’ ultimo paragrafo affronto la cosiddetta “guerra del pensiero” che oppone “cultura tradizionale” a “cultura gender”. Concludo evidenziando le lacune che riscontro nella seconda.

chiesa

*** L’ ORDINE NATURALE***

Affrontando i temi della sessualità, la Chiesa Cattolica ricorre di continuo al concetto di “ordine naturale”, assume cioè che esistano delle “leggi morali naturali”. E qui purtroppo già comincia a perdere parte dell’ uditorio per cui “capire” è importante; in molti, infatti, cessano di seguirla su questo terreno poiché ritengono che “essere” (ordine naturale) e “dover essere” (legge morale) siano due realtà scollegate tra loro. E, in effetti, se tra “fatti” e “valori” ci fosse realmente uno iato, concetti quali quello di “legge morale naturale” risulterebbero oscuri.

Per la maggior parte delle persone la scienza ci dice come stanno le cose (“essere”) ma da cio’ non possiamo inferire le norme di comportamento morale (“dover essere”). Non esiste un nesso forte tra natura e morale, non esiste quel nesso sintetizzabile nell’ espressione “legge morale naturale”. Chi pone questo nesso, secondo i più, cade nella cosiddetta “fallacia naturalistica“.

In effetti, passare dall’ “essere” al “dover essere” è impresa ardua, non conosco tentativi di colmare il gap che siano andati a buon fine. Un giudizio di valore puo’ essere dedotto da premesse sono meramente descrittive. Faccio un esempio: se “il comunismo produce miseria e schiavitù”, non posso concludere che “il comunismo è un male”; devo aggiungere una premessa valoriale: “schiavitù e miseria sono un male”.

Inoltre, il comando etico non puo’ richiederci l’ impossibile; non puo’ cioè pretendere che le persone facciano cio’ che la natura impedisce loro di fare, questo è riconosciuto pacificamente da tutti; tuttavia, qui si parla d’ altro, e la cosa è resa chiara dal fatto che chi stigmatizza certe condotte definendole “innaturali”, lo fa proprio assumendo che chi le persegue puo’ adottarle e spesso lo fa. Nella diatriba sulla “fallacia naturalistica” il tema del comportamento impossibile non si pone.

Paradossalmente, chi recupera in modo inaspettato le posizioni tipiche della “morale naturale” è certo scientismo dedito a forgiare una “neuro-etica” fondata nella fisiologia dell’ essere umano: i nostri doveri sarebbero in qualche modo iscritti nel nostro cervello.

Di sicuro l’ alleanza tra Chiesa e scientismo su questo punto – come su qualsiasi punto – è problematica, devono allora necessariamente esistere vie alternative e più promettenti per difendere razionalmente il modello “naturalista” tanto caro alla Chiesa.

Quando un cattolico parla di “diritti naturali” ha in mente un concetto di “natura” ben diverso da quello che ha in mente lo scientista. Una regola, per il cattolico, è “naturale” se precede le regole “convenzionali”, ovvero le regole frutto di un accordo tra persone. E allora la questione diventa: possono esistere regole giuridiche di tal fatta?

Facciamo un esperimento mentale: ammettiamo che una qualche forza divina vi nomini giudici e conduca al vostro scranno Caino, colpevole di aver ucciso per invidia il povero Abele. Quale sarà la vostra sentenza una volta esposti i fatti in conformità al dettato biblico? Ci sono tre alternative: 1) potreste dire che Caino è giuridicamente innocente visto che il suo presunto crimine non è affatto un crimine poiché è stato commesso su un territorio in cui non vigeva alcuna sovranità convenzionale e senza “convenzioni a priori” non possono esserci regole da rispettare; 2) potreste invece condannarlo a dire tre Ave Marie visto che, per quanto detto al punto precedente, se mai Caino fosse “colpevole” lo sarebbe solo in senso morale e non giuridico; 3) potreste invece condannarlo ad una pena equa (reclusione o morte, questo è altro discorso).

Mi sembra abbastanza scontato che l’ uomo ragionevole scelga la terza opzione. Ma questo significa ammettere che esistano dei “diritti” che anticipano le “convenzioni” e quindi le sovranità ufficiali. Questa esistenza puo’ essere facilmente intuita grazie alle nostre facoltà razionali. Noi possiamo, oltre a intuire l’ esistenza di tali diritti, possiamo giusto abbozzarne il contenuto, difficile spingersi oltre. Possiamo condannare caino sulla base di queste affidabili intuizioni ma già quando si tratta di stabilire la pena i dubbi cominciano a presentarsi e le nostre intuizioni non ci aiutano più molto. In conclusione: l’ uomo razionale riconosce l’ esistenza di un diritto naturale di massima ed è in grado anche di abbozzarne il contenuto, purtroppo, quando deve affinare la sua conoscenza, la sua intuizione incontra difficoltà insormontabili e cominciano inevitabili disaccordi. 

L’ intuizione è dunque lo strumento attraverso cui è possibile verificare l’ esistenza di un diritto naturale e anche abbozzarne il contenuto. Ma come procedere oltre? A cosa affidarsi una volta che l’ intuizione cessa di aiutarci? Non resta che affidarsi alla “convenzione”? Forse no. Forse il concetto di “diritto naturale” puo’ essere sensato anche per l’ uomo razionale che intende spingersi oltre la soglia dell’ intuizione. Nei paragrafi che seguono segnalo una via che a me personalmente è sempre parsa promettente.

In passato mi sono già imbattuto nella diatriba tra “naturalisti” e “positivisti” (o “convenzionalisti”). Lo scontro esemplare l’ ho incontrato nelle materie giuridiche laddove vigeva l’ opposizione tra “diritti naturali” e “diritti positivi”.

Ci si chiedeva se potessero mai esistere dei “diritti naturali”. I “positivisti” lo negavano poiché secondo loro l’ esistenza di un diritto che potesse dirsi tale è sempre il frutto di un intervento umano. Il diritto esiste perché esiste un legislatore che lo impone come comando. Il diritto è il parto di un’ intelligenza umana, fa parte di un corpo organico di comandi che realizza il cosiddetto ordinamento giuridico. Senza un Legislatore non puo’ esistere un Diritto; per gli stessi motivi non esiste diritto finché non esiste un Legislatore. Non esiste cioè un diritto che anticipi la figura del legislatore.

Ascoltando l’ altra campana, quella a difesa dei “diritti naturali”, l’ ho travata più intonata: il diritto nasce anche a prescindere dalla presenza di governanti visto che puo’ emergere naturalmente nell’ interazione spontanea tra individui. Cosa sono quelle consuetudini che si stabilizzano nel tempo e piano piano si trasformano in diritto codificato se non “diritto naturale”? Compito del governante, quindi, non è “creare” il diritto ma “cercarlo” e portarlo alla luce. Il diritto spesso pre-esiste al legislatore, possiamo teorizzare coerentemente qualcosa del genere e possiamo riscontrarla nella storia dei popoli.

Il diritto naturale è frutto di un’ “emersione“, il diritto positivo è frutto di una “delibera“. Il diritto naturale è spontaneo (non intenzionale), il diritto positivo è artificioso (richiede un’ intenzione).

Nei paesi anglosassoni vige il cosiddetto diritto di common law, ovvero un diritto naturale che si è formato proprio nei modi descritti. Non solo dunque il diritto naturale è rintracciabile, ma, vista l’ opera di “colonizzazione giuridica” dei paesi anglosassoni, possiamo azzardarci a dire che si tratta di un diritto che fa sentire la sua voce anche nella modernità.

Ebbene, quando la teoria è tanto chiara e l’ esemplificazione pratica tanto vasta, non vedo cosa osti ad accettare il fatto che i “diritti naturali” esistono eccome.

Probabilmente oggi nessuna società avanzata conferisce un ruolo centrale alle consuetudini, almeno come fonte del diritto. Nonostante questo ci si divide ancora su cosa sia tenuto a fare il buon legislatore. E’ preferibile il legislatore che “cerca”, “scopre” e “codifica” quanto ha scoperto o il legislatore che “crea” progettando in modo coerente? Questa è ancora oggi una domanda tremendamente sensata e a seconda che si risponda in un modo piuttosto che in un altro si prende posizione nella querelle tra giusnaturalisti e positivisti..

E’ chiaro che se ha ancora senso il concetto di “diritto naturale”, ha senso anche il concetto di “dovere naturale”. Ecco allora dimostrato che la ragione laica non puo’ ripudiare a priori l’ insegnamento della Chiesa Cattolica solo perché nei suoi testi fa appello ad un “ordine naturale dei diritti e dei doveri”.

Dicevamo che il concetto di ordine naturale interpretato razionalmente è caratterizzato nella sua essenza dal fatto di emergere dal basso. Un ordine è naturale, lo abbiamo visto, quando si realizza spontaneamente nella libera interazione tra i soggetti. In questo senso è sommamente impersonale, è una conseguenza non intenzionale dei singoli comportamenti ed è quindi estraneo ad ogni progetto umano concepito dall’ alto. Non a caso, nei paesi anglosassoni, si parla di “rule of law“: la potenza della regola è tale che anticipa l’ esistenza del legislatore e si impone anche ad esso disciplinandone l’ azione. Le regole vengono prima delle delibere.

Si capisce allora come mai, nella storia del diritto, gli innamorati dell’ “ordine naturale” abbiano  un particolare rispetto per le tradizioni, esse sono il frutto di un’ emersione complessa che nessun calcolo condotto a tavolino potrebbe replicare qui ed ora, esse sintetizzano gusti ed esigenze, esse radunano la miriade di informazioni presenti in una miriade di cervelli e lo fanno in un modo che nemmeno un moderno computer potrebbe gestire. Ma oltre alla tradizione, i cultori del diritto naturale si sono sempre preoccupati di proteggere un contesto propizio all’ “emersione” delle informazioni, un contesto che favorisca la libera e spontanea interazione tra gli agenti. Senza questo prezioso oracolo sarebbe ardua una conoscenza accurata dell’ ordine naturale.

Inoltre, l’ “ordine naturale” puo’ e deve mutare seguendo il suo… “corso naturale“. Una consuetudine, per quanto radicata, non sarà mai destinata a durare in eterno. Una tradizione, nel momento in cui si fossilizza, nuoce al vivere comune anziché arricchirlo. Ma affinché i mutamenti siano correttamente indirizzati e seguano il loro “corso naturale”, occorre anche qui proteggere un contesto favorevole alla sua “emersione naturale” dal basso.

Possiamo fare un esempio che riguarda la sessualità. La cosiddetta “famiglia tradizionale” probabilmente è un’ istituzione recente. L’ uomo cacciatore era organizzato in modo diverso, più promiscuo: così come metteva in comune le risorse, metteva in qualche modo in comune anche mogli e prole. Si capisce, se le risorse vanno a tutti in pari misura è meno urgente sapere con esattezza chi sono le proprie mogli e i propri figli. Su mio figlio, chiunque sia, sarà investito sempre il medesimo quantitativo di risorse. L’ importante è avere più figli che si puo’, e infatti non mancava una gerarchia intra-clan, così come è importante difendersi al meglio dai clan rivali, magari stuprando le donne delle tribù sconfitte. Con la rivoluzione agricola e la necessità di investire a lungo termine gli uomini cominciano a differenziarsi, emerge “naturalmente” la proprietà privata e, come corollario ad essa, la famiglia tradizionale.

La “famiglia naturale (o tradizionale)”, allora, non è tale perché esiste dalla notte dei tempi. E’ tale solo perché così ce l’ ha consegnata il “corso naturale” degli eventi. Se una forza misteriosa avesse bloccato dall’ alto l’ organizzazione tipica dell’ uomo cacciatore, l’ avvento della “famiglia tradizionale” sarebbe stato ritardato se non impedito.

Ecco allora cosa differenzia le “legge positiva” dalla “legge naturale”: la prima è posta dall’ alto, da un’ intelligenza, da un governante che sovraintende alle relazioni umane. La seconda emerge dal basso grazie ai comportamenti spontanei e consuetudinari degli uomini che formano la comunità. Il governante si limita a scoprirla e a codificarla.

La legge naturale implica un procedimento di scoperta, il governante deve favorire l’ ambiente più propizio al fine che le “leggi naturali” della società segnalino nel modo più chiaro possibile la loro presenza. Chi blocca dall’ alto il fermento sociale fissandolo una volta per tutte con obblighi e proibizioni soffocanti, non puo’ dirsi un adepto della “legge naturale”.

Da quanto detto, traggo ora una prima conclusione: l’ “ordine naturale” razionalmente inteso valorizza la libertà di azione e di scelta degli agenti sociali, per questo mi risulta difficile pensare che un sistema di proibizioni possa mai essere seriamente giustificato in nome dell’ “ordine naturale”. Se un’ istituzione non è conforme all’ ordine naturale, deperirà e si estinguerà di per sé, non esiste alcuna urgenza di proibirla, mentre esiste il chiaro pericolo che una proibizione intempestiva impedisca all’ “ordine naturale” e al “corso naturale” degli eventi di emergere in modo evidente. La proibizione è invece essenziale per chi intenda realizzare un progetto umano vincendo l’opposizione altrui, e penso quindi al “positivista”, che non a caso si oppone strenuamente al concetto di “ordine naturale”.

Ma torniamo alla Chiesa Cattolica. Naturalmente la Chiesa Cattolica potrebbe sostenere che la “legge morale naturale” di cui parla è oggetto di una Rivelazione speciale di cui lei è depositaria, cosicché noi non dobbiamo “scoprire” alcunché con la nostra ragione di uomini, dobbiamo solo ascoltare le parole della Rivelazione così come ci vengono trasmesse nel suo Magistero. A questo punto, chiuso ogni discorso, non ci resterebbe che una Santa Obbedienza.

E in parte, bisogna ammetterlo, la Chiesa Cattolica dice proprio questo.

Fortunatamente, questo non è il messaggio completo che giunge al fedele. Per la parte restante, quella in cui è chiamata ad intervenire la ragione umana, vale ancora quello di cui abbiamo discusso più sopra.

*** IL MATRIMONIO OMOSESSUALE***

Dopo un abbozzo teorico, vengo ora ad alcuni contenuti specifici.

Ce ne sarebbero molti. Per esempio: che senso ha la castità prematrimoniale nel 2014? A molti appare come qualcosa di assurdo. Eppure ci sono comportamenti che consideriamo normalissimi con cui sostituiamo proprio la castità, non dovrebbe quindi esserci difficile capirne le ragioni. La castità è solo un sacrificio ascetico che dedichiamo all’ amato/amata e attraverso il quale lui/lei puo’ giudicare l nostro attaccamento. Un dono del genere ha senso solo all’ interno di una cultura come quella cattolica che attribuisce grande valore all’ unione carnale. Oggi che la cultura cattolica non è più egemone, il valore dell’ attività sessuale si è svalutato facendo perder di senso la pratica della castità, tuttavia non abbiamo certo tralasciato di adempiere alle funzioni che ricopriva, lo facciamo in altra maniera, per esempio tramite l’ anello di fidanzamento. L’ anello di fidanzamento ha senso solo se è costoso, solo se implica un sacrificio finanziario e fa trasparire la serietà delle nostre intenzioni. Il sacrificio finanziario ha rimpiazzato quello amoroso. E’ normale che sia così visto che oggi la ricchezza vale più del sesso. Un anello poco costoso, per quanto bello, non assolverebbe alla sua funzione principale. Che ne pensereste di un tale che vuole fidanzarsi con voi regalandovi come anello la linguetta della lattina di Coca? Originale! E poi non è poi così brutta, guardatela bene! Ha solo il difetto di avere un valore vicino allo zero e quindi di non implicare alcun sacrificio. E’ lì, attaccata alla sua lattina, disponibile per qualsiasi bluff sentimentale. Non potrà mai assurgere a prova d’ amore. Questo per dire, la castità sarà anche fuori moda ma la sua ratio facilmente intuibile da chiunque anche nel 2014.

Eppure la castità è un tema così desueto, non invoglia all’ approfondimento, meglio qualcosa che infervori il dibattito contemporaneo. Mi concentrerò allora sulla questione degli omosessuali e del loro matrimonio poiché mi sembra che, a cascata, un simile problema consenta di toccarne molti altri legati alla dottrina cattolica della sessualità.

Ammetto di scrivere anche per chiarire le cose a me stesso, d’altronde non penso che questa esigenza sia un inconveniente. Anzi.

***

Partiamo: perché la Chiesa condanna le pratiche omosessuali?

In realtà la Chiesa non condanna “le pratiche omosessuali”, bensì le pratiche sessuali contrassegnate dalla sterilità. Cio’ significa che condanna anche le pratiche eterosessuali quando sono attuate in modo da prevenire artificiosamente il concepimento.

In questo senso gli omosessuali sono, mi si lasci passare il termine, solo “sfortunati“, sono delle “vittime involontarie” visto che le pratiche sessuali a cui sono inclini sono sterili per definizione. Anzi, per natura.

Il giorno che la Chiesa sdoganerà il preservativo – se mai questo avverrà – forse sdoganerà anche l’ amore omosessuale. In fondo la proibizione dell’ uno e dell’ altro è fondata sulla medesima ratio.

La Chiesa non condanna quindi l’ omosessualità e nemmeno le pratiche omosessuali, condanna le pratiche sessuali sterili, e questa condanna tocca sia gli omosessuali che gli eterosessuali.

La Chiesa, è meglio precisarlo di passaggio, non arriva in questi casi a pretendere che le sue condanne abbiano forza di legge. Questa rinuncia è pacifica e bisogna tenerne conto valutando quel che segue.

***

Ma perché condannare l’ amore sterile? Cerchiamo una giustificazione razionale.

Presento dapprima il cosiddetto “argomento dell’ economista“: perché se nei modelli economici tanto accreditati nelle più grandi università si assume che dare 100 euro a una persona migliori per definizione la sua condizione, non dovremmo assumere che lo stesso accada quando doniamo una vita da vivere?

Se seguiamo “l’ argomento dell’ economista” dovremmo concludere che dare la vita produce valore in sé.

Naturalmente ci sono molti modi per aggirare il problema, tuttavia per farlo bisogna ricorrere a fastidiose sottigliezze filosofiche che differenzino le assunzioni di fondo nell’ un caso rispetto all’ altro. Ognuno è autorizzato a procedere come crede ma sinceramente penso che la posizione più lineare consista nell’ accettare l’ equiparazione e trarne le conseguenze.

Ma se la vita ha un  valore in sé, allora capiamo anche perché la sterilità abbia un suo disvalore in sé. Non dico che la via scelta dalla Chiesa per favorire la fecondità sia l’ unica a disposizione, dico solo che, tra le tante, è quella che ci consegna la tradizione. Una tradizione che, come abbiamo visto, possiamo anche razionalizzare.

***

Veniamo ora ad argomenti meno astratti in favore della fecondità.

Partiamo da quelli arcaici. Un tempo puo’ darsi che una condanna della sterilità servisse a rafforzare il gruppo. In passato la forza di un gruppo era dato innanzitutto dalla sua numerosità. Un gruppo numeroso è anche più forte. La fertilità ingrossa il gruppo potenziandolo, la sterilità lo estingue.

Ma c’ è qualcosa in più: avere figli non solo rafforza il gruppo ampliandolo ma garantisce che i figli professino la stessa ideologia dei padri. La staffetta ideologica attraverso l’ educazione familiare non sarà automatica ma si realizza abbastanza bene rispetto alle alternative a disposizione.

Il mondo futuro è di chi ha più figli e chi vuole conquistare il mondo deve saperlo.

Qualcuno potrebbe osservare: “ma un omosessuale resta sterile sia che pratichi sia che non pratichi. A questo punto, se dal punto di vista riproduttivo non cambia nulla, lasciamo che faccia quel che vuole. Sarebbe crudele sacrificarlo in cambio di nulla!”.

Non è proprio così. Anche gli omosessuali in fondo desiderano una discendenza, e nella storia l’ hanno sempre avuta. Solo che l’ hanno sempre avuta con persone dell’ altro sesso. Un omosessuale senza alternative, probabilmente si sposerà e avrà figli. In fondo se gli omosessuali non si sono estinti è anche perché hanno avuto parecchi figli con i metodi tradizionali. In altri termini, non è affatto detto che un omosessuale resti sterile: se messo sotto pressione da una serie di stereotipi potrebbe rifugiarsi nel matrimonio tradizionale, magari per mascherare la sua condizione, e avere figli.

Ecco allora una possibile base razionale per la condanna del matrimonio omosessuale: il matrimonio omosessuale – ovvero un legame stabile realizzato tra persone sterili – renderebbe più difficoltoso il contributo riproduttivo che anche gli omosessuali hanno sempre dato e potrebbero ancora dare nonostante il loro orientamento sessuale.

Tuttavia, oggi, simili motivazioni non hanno più ragion d’ essere: la forza di un gruppo non si misura più in termini di numerosità. Non a caso ho definito queste ragioni come “arcaiche”, nessuno nelle società moderne si sognerebbe mai di accusare chi non contribuisce attivamente a rinfoltirle, semmai è più facile assistere all’ accusa opposta. Diciamo allora che le “ragioni arcaiche” sono deperite col tempo e chi le rinverdisce ha scarsissime possibilità di convincere la controparte.

***

E la diffusione ideologica? Se la numerosità del gruppo non ci interessa più, l’ egemonia ideologica potrebbe ancora interessare i cattolici, e quella non si realizza se non ci moltiplichiamo e trasferiamo ai figli la nostra ideologia.

Gli islamici, per esempio, sono estremamente interessati a che le famiglie siano forti e numerose. Molti ritengono ancora oggi che numero e trasmissione ideologica sia un ottimo modo per dominare nelle società democratiche.

 

[… ma non occorre additare gli islamici, io stesso mi ritengo un libertario scettico che non crede più nella propaganda idologica - “world don't listen" – in questi casi l’ unico progetto politico sensato di lungo periodo consiste nel puntare sulla prolificità dei libertari…]

A questo punto bisogna dire che una coppia omosessuale cattolica potrebbe adottare dei figli ed educarli secondo i precetti cattolici e mettersi al riparo da ogni accusa contro il matrimonio omosessuale. Cosa glielo impedirebbe?

Possibile obiezione: gran parte dell’ ideologia professata dipende dalla personalità del soggetto che a sua volta è in gran parte ereditaria. Quindi, i figli adottati non sembrano nelle condizioni migliori per ricevere la loro ideologia dai genitori adottivi. In altri termini, il “cattolico” è anche un “tipo psicologico” e l’ omosessuale cattolico che non figlia non contribuisce alla sua diffusione.

Soluzioni? Impedire il matrimonio omosessuale? No. Eventualmente, favorire ed accelerare la transizione verso l’ utero artificiale via utero in affitto.

***

Devo ammettere che l’ argomento dell’ “egemonia ideologica”, oltre a essere superabile consentendo alla coppia omosessuale di avere in qualche modo dei figli, non attecchisce nella mentalità moderna in generale: “egemonia” è un termine che fa paura per come si oppone ad un termine che gode certamente di stampa migliore: “tolleranza“.

E allora veniamo ad argomenti più generali in favore della fecondità, per poi vedere se possiamo utilizzarli “contro” il matrimonio omosessuale: nell’ era dell’ innovazione un cervello produce molto più di quanto consumi uno stomaco, cio’ significa che ogni bambino che viene al mondo lo arricchisce. Anche il più gretto utilitarista dovrebbe gioire ad ogni fiocco rosa/azzurro, e di conseguenza favorire la massimizzazione dei nuovi nati.

Fecondità è ricchezza, il binomio deve valere per l’ utilitarista razionalista come per il cattolico.

Ecco, questo potrebbe essere un buon argomento contro il matrimonio omosessuale.

Ma non contro il matrimonio omosessuale con figli.

Qui assistiamo a un paradosso: molti cattolici tollererebbero a denti stretti il matrimonio omosessuale purché alla coppia venga impedito di avere o reperire dei figli, eppure, da quanto visto, sembra proprio che il migliore argomento contro le unioni omosessuali possa essere aggirato proprio consentendo a tali unioni di avere dei figli.

***

Molti cattolici temono che un bimbo cresciuto senza l’ apporto attivo di genitori di ambo i sessi possa essere infelice, o comunque possa soffrire alcuni scompensi per la mancanza della mamma o del papà. La preoccupazione è lecita e molti psicologi teorizzano qualcosa del genere.

Più ancora delle teorie psicologiche, però, qui contano i fatti. Fortunatamente siamo di fronte a questioni empiriche e non a materia di fede. E allora il problema diventa sperimentale, dobbiamo chiedere ai ricercatori se le preoccupazioni trovano un fondamento nei fatti. Immaginiamo quanta “ricerca ideologica” ci sarà in un campo minato come questo, per ogni Simon Crouch ci sarà una  Mark Regnerus. Del resto non ci sono alternative, bisognerà vagliare la qualità e l’ indipendenza delle fonti. Al momento siamo lontani dal poter confermare in modo inequivocabile i timori di cui sopra.

E poi, anche a questa discussione fa sempre da bordone le tesi del primo paragrafo: se a una persona qualsiasi, un’ evidenza qualsiasi basterebbe per fondare le sue preoccupazioni, a un cattolico, invece, proprio perché rispetta l’ “ordine naturale” delle cose, occorre un’ evidenza particolarmente sostanziosa prima di invocare proibizioni volte a limitare le libertà individuali e quindi a bloccare il “corso naturale degli eventi”, ovvero il database più completo a sua disposizione.

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Volendo tutelare i bambini, dovremmo porci la domanda: qual è l’ alternativa offerta al bimbo non adottato dalla coppia omosessuale?

Essere adottato da una coppia eterosessuale, rispondono in molti. Ma c’ è davvero tanta carenza di bambini adottabili? Se mai le cose non stessero davvero così, l’ alternativa sarebbe l’ orfanotrofio o qualcosa del genere. Ad ogni modo, se la concorrenza con le coppie etero fosse davvero il problema, e io faccio fatica a pensarlo, nella gara per l’ adozione dei pochi bambini disponibili basterebbe dare punteggi più bassi alle coppie omo.

***

Ci sono poi i timori “politicamente scorretti”, in molti ritengono vi sia un nesso tra omosessualità e pedofilia: il bimbo affidato ad una coppia omosessuale sarebbe particolarmente a rischio per cio’ che concerne eventuali abusi. Più di quanto non lo sia se cresciuto in una famiglia tradizionale.

Si tratta di un timore credibile?

Di sicuro, chi approfondisce la vicenda dei “preti pedofili” è colpito dall’ esistenza di questo nesso: gran parte degli atti di pedofilia sono stati condotti da preti omosessuali. E’ un puro caso? Puo’ darsi che chi esprime certi timori abbia in mente queste vicende. Tuttavia, non penso si possa generalizzare. In fondo non sappiamo se nel clero la quota di omosessuali sia pari a quella che si riscontra nella società, potrebbe anche essere più alta. Puo’ darsi che in mancanza della possibilità di esprimere a pieno la loro sessualità, molti soggetti abbiano poi trovato un loro ruolo di prestigio presso la Chiesa. In mancanza di studi che campionino l’ intera società – e che probabilmente non verranno mai fatti seriamente per questioni politiche – io sospenderei il giudizio.

E, in conclusione, mi tocca ripetere anche qui il solito disclaimer: 1) perché proibire e non regolare? 2) una nuova vita quanto rischio compensa?

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Un’ altra obiezione che merita di essere considerata: “guarda che i bambini, oltre a essere adottati, possono essere confezionati affittando uteri, una pratica che sfrutta gli ultimi“.

Puo’ darsi, ma perché allora non regolare anziché proibire?, magari consentendo alla mamma naturale di avere l’ ultima parola da spendere dopo il parto, oppure garantendo sempre al figlio la rintracciabilità dei genitori naturali? Chi vede solo la proibizione mi sembra che adotti l’ argomento in modo pretestuoso finendo per danneggiare chi intende difendere.

Inoltre, troppe volte ho constatato che questa difesa degli “ultimi” si sia tradotta di fatto in una loro penalizzazione. Troppe volte dei minori a cui è stato impedito di lavorare sono finiti sulla strada per prostituirsi. Troppe volte la chiusura di fabbriche senza standard di sicurezza minimi ha lasciato gli “ultimi” nella miseria nera. Troppe volte i “primi” sono corsi in soccorso agli “ultimi” mentre questi scappavano da loro a gambe levate. Eccetera. Ebbene, ho la netta sensazione che anche qui rischiamo qualcosa del genere.

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Ma forse l’ obiezione cruciale è un’ altra: “… l’ utero in affitto ci condurrà all’ utero artificiale e l’ utero artificiale offrirà un viatico alla “costruzione” dei figli in laboratorio e ad un mutamento antropologico inarrestabile… i figli non sono un diritto,  non sono voglie da soddisfare ad ogni costo, non sono capricci…”.

Al di là del fatto che ho sempre problemi con espressioni vaghe come quella di “mutamento antropologico”, un figlio puo’ essere anche una voglia. Perché no? La trovo una voglia molto naturale più che un capriccio artificioso. Detto questo, non penso proprio che queste voglie non abbiano un costo, ce l’ hanno eccome. Ma se questo costo per qualsiasi motivo si abbassa, perché mai dovrei lamentarmi o non prenderne atto? Ieri il costo era proibitivo, oggi non più. Dove sta esattamente il problema?

Sopportare i nostri limiti è un pregio ma sopportare dei limiti finti è un esercizio ascetico, magari anche virtuoso, ma da lasciare a chi se lo sceglie per sé al fine di rafforzare la propria volontà. Accettare il fatto che i figli non arrivino è un pregio ma rinunciare ad averli quando è possibile averli è qualcosa di diverso.

Tuttavia, ammettiamo anche che un costo in termini di “allenamento della volontà” debba essere pagato, la domanda cruciale da porsi è sempre la stessa: meglio un bimbo in più con genitori soddisfatti o meglio nessun bimbo con genitori temprati dalla prova?

Poniamoci questa domanda nel caso delle coppie omo. Ebbene, sarebbe una domanda insensata se un omo impedito di avere figli col compagno decidesse di averli con una donna. In questo caso ci sarebbe sia il bimbo che, almeno in parte, la prova ascetica (ovvero la rinuncia ad avere il figlio con la persona che si ama). E spesso, come dicevamo, in passato è stato proprio così. Tuttavia, in termini assoluti, ho l’ impressione che se non si pongono proibizioni il saldo complessivo dei bambini venuti al mondo, coeteris paribus, sarebbe positivo. E allora, ecco che la domanda cruciale torna a riproporsi.

Di fronte alla domanda di cui sopra, la sicumera atea è nota: “i bambini non venuti al mondo per me valgono meno di zero. Non esistono, come possono avere un valore?!”.

Tuttavia, una risposta del genere non mi convince, molte volte noi diamo valore a persone che non esistono, per esempio alla “generazioni future” a cui vogliamo consegnare loro un mondo migliore. Secondo la logica atea dovremmo dire: “che senso ha impegnarsi nei confronti di chi non esiste? Chi non esiste vale meno di zero!”

Prendo allora le distanze da una simile posizione, e mi sembra di aver già razionalizzato il mio smarcamento allorché ho accennato più sopra “l’ argomento dell’ economista” e agli altri argomenti pro-fecondità.

Qui penso proprio di condividere la sensibilità del cattolico medio, costui è portato a dare un certo valore alla vita in sé, anche quando questa vita non ha mille garanzie, anche quando non si trasforma in automatico nel paradiso in terra, anche quando i genitori non sono il paparino e la mammina delle pubblicità, anche quando il paparino e la mammina non sono temprati dalle prove, anche quando hanno avuto il figlio che sognavano senza essersi sottoposti, almeno in questa occasione, a frustrazioni che avrebbero forse rinforzato il loro carattere. Una vita in più ha un valore tale che compensa molte, moltissime cose.

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Si teme che il desiderio di bambini da parte di coppie lesbiche si traduca in un’ esplosione dell’ “eterologa”. Le obiezioni a questa pratica per far nascere i bambini sono note: il diritto inestirpabile del minore a conoscere il padre biologico comporterebbe dei rischi notevoli per l’ equilibrio familiare. Chi si oppone a questi argomenti afferma che un rischio del genere è già presente nelle adozioni. Tuttavia, si replica a questa controdeduzione dicendo che l’ adozione è un rimedio ad un danno che sta a monte e non una pratica che inizia da una tabula rasa.

Tutto cio’ è in qualche modo corretto, senonché il “danno che sta a monte” a sua volta si è presentato a suo tempo sotto forma di rischio: quando certi genitori procreano, il rischio di abbandono e di trascuratezza della prole è molto più elevato. Che si fa? Si applica un “sano” principio di prudenza al fine di minimizzare i rischi per il nascituro? Si sterilizzano certe tipologie potenzialmente inadeguate di genitori? Qualche ateo a cui piace giocare con l’ eugenetica potrebbe farci un pensierino. Ma se mai esiste un soggetto a cui una soluzione del genere ripugna, questi è il cattolico. Nessuno come il cattolico percepisce che “il rischio della vita vale la candela del venire alla luce”. Io mi limito ad osservare che se lo percepisce nel caso delle adozioni, è nelle condizioni ideali per percepirlo anche nel caso dell’ eterologa!

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C’ è un’ obiezione collegata alla precedente che trovo molto sensata ed è quella di chi teme che la coppia omosessuale sia mediamente più precaria rispetto a quella etero. Questo aumenterebbe le sofferenze dei piccoli.

Molti indicatori ci dicono che è così, anche se scarseggiano i dati rispetto alle coppie omosessuali con figli. Forse è meglio attendere.

Per quanto l’ instabilità di coppia  incida poco sul futuro dei piccoli, di sicuro li fa soffrire, e questo deve essere tenuto in conto. Chi è sinceramente preoccupato da questo risvolto, e non lo usa solo come pretesto, potrebbe prevedere per gli omosessuali un matrimonio di vecchio stampo, di quelli che non prevedano divorzio. Naturalmente qualcuno opinerà che le tensioni dovute alla convivenza forzata producono altrettanti danni che l’ eventuale divorzio ma difficilmente questa obiezione verrà mai dal fronte cattolico visto che in quello schieramento la proibizione del divorzio viene visto come un fattore coesivo sia della coppia che della comunità più in generale. In ogni caso, sottrarrei a questo trattamento più esigente le lesbiche, non sembra che le loro unioni siano particolarmente precarie, persino in mancanza di figli.

E da ultimo torno a riproporre il mio ritornello preferito: le coppie omosessuali e la loro voglia di figli ci regalerà più bambini? Se la risposta è sì, le obiezioni che stiamo analizzando diventano di colpo marginali: il tipico cattolico, particolarmente disposto ad accogliere al mondo anche bimbi con malattie gravi, non dovrebbe fare difficoltà ad accogliere bimbi che vengono al mondo con un rischio di futura separazione dei genitori leggermente sopra la media.

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Continuiamo con le obiezioni. Qualcuno potrebbe accennare al fatto che l’ omosessuale medio è meno credente e quindi i suoi figli meno favoriti nel ricevere l’ indottrinamento – in senso buono – cristiano.

[... ma esiste un indottrinamento in senso buono? L' ateo-laico-non credente-agnostico non capirebbe un simile concetto, lo troverebbe addirittura offensivo. Lui e le sue scuole di stato conoscono un solo tipo d' indottrinamento: quello "cattivo", ovvero quello realizzato dalle culture alternative alla sua. Ma i cattolici, che oggi rappresentano una cultura alternativa, non potrebbero condividere una simile sensibilità e sanno quindi di cosa si parla quando si parla di "indottrinamento" in senso positivo: la loro educazione è indicata come sinonimo di "indottrinamento", cosicché a loro non resta che considerarlo "indottrinamento in senso buono"...]

Ma siamo poi sicuri che gli omosessuali siano meno credenti? Quand’ anche fosse così potrebbe essere dovuto al fatto che sentono come un attacco l’ opposizione al matrimonio omosessuale, una volta tolta questa ostilità, gran parte del risentimento verrebbe meno. Fortunatamente la Chiesa è sempre stata lungimirante e in grado di astrarsi dalle contingenze. Io penso che, per esempio,  gli omosessuali uomini – i più numerosi – possano essere anche più credenti degli uomini etero. In tal senso basterebbe mettere insieme due informazioni attendibili: 1) le donne sono mediamente più credenti degli uomini e 2) la sessualità si riflette nella personalità.

In ogni caso, sia detto per inciso, una simile preoccupazione dovrebbe spingere all’ evangelizzazione più che alla proibizione.

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Molti cattolici parlano di una “lobby gay“. I toni con cui lo fanno a volte mi sembrano un modo per costruire un nemico  risvegliando paure irrazionali e, nei casi peggiori, incitare all’ odio. Sicuramente la lobby gay esiste, come esiste la lobby vaticana, continuamente evocata in modo altrettanto truculento dalla controparte. Le lobby, ovvero i gruppi di interesse organizzato con abboccamenti verso il ceto politico, sono solo uno strumento attraverso cui i cittadini portatori di un interesse cercano di contare in un sistema democratico maturo.

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Alcuni cattolici sono estremamente sensibili alle parole. Per loro il linguaggio è molto importante. Non dovremmo “cedere” ai gay la parola “matrimonio”.  Sembra quasi che si oppongano alle unioni gay solo per non cedere la “parola” al nemico.

Ammetto di essere più appassionato alla sostanza delle cose piuttosto che alla forma linguistica con cui vengono esposte, ad ogni modo rispondo meglio sul punto nell’ ultimo paragrafo, quello in cui tratto della “guerra culturale” in atto.

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Secondo altri siamo di fronte ad un’ offensiva contro la famiglia, ovvero alll’ ultimo baluardo che impedisce allo stato-padrone di spadroneggiare sull’ individuo. Questo ruolo della famiglia era già stato enfatizzato da Chesterton che la considerava come l’ istituzione anarchica per eccellenza, evidentemente la vedeva come organizzazione spontanea in grado di collaborare con lo stato ma anche di opporvisi. Tutto giusto, ma un argomento del genere spinge chi è sensibile all’ invadenza dello stato a difendere la famiglia in sé prima ancora che la famiglia tradizionale. Puo’ darsi, anzi, che accettando i matrimoni omo le famiglie aumentino anziché diminuire. In questo caso l’ argomento da “contro” si trasformerebbe in “pro”.

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Alcuni cattolici sono più semplici e diretti: “mi oppongo ai matrimoni gay perché mi ripugna solo l’ idea…”

Il sentimento di ripugnanza va rispettato, non si trova lì per caso nelle nostre coscienze. Non è sempre qualcosa che rinforza i nostri interessi: anche a molti omosessuali ripugna il matrimonio gay. A certi omosessuali ripugna perfino la loro omosessualità. Chi non ha letto Testori?

Detto questo, in una discussione, le ragioni prevalgono sui sentimenti. Anche perché sono l’ unico elemento che si puo’ esprimere. Del resto, se a tutti ripugnassero le stesse cose, non ci sarebbero discussioni.

Questo per dire che il sentimento di ripugnanza non è a senso unico, a molti potrebbe ripugnare il trattamento diseguale di fronte alla legge tra coppie etero e coppie omo. Io sono in una condizione simile: mi ripugna trasgredire al principio di eguaglianza così come mi mette a disagio pensare a un bambino senza la mamma. Devo decidere quale intuizione far prevalere e decido per la prima poiché la ritengo più fondamentale per la nostra vita civile.

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Molti cattolici sinceramente preoccupati dalla prassi evocano la cosiddetta legge del “piano inclinato“: se cediamo terreno su questo versante, verremo travolti a valanga su tutte le altre questioni legate alla sessualità.

Va bene, puo’ essere una ragione pragmatica per “resistere”, ma teniamo conto però anche della “dispersione delle energie“, pure quella è una legge strategica  che la buona prassi non deve tralasciare: se insistiamo a combattere battaglie perse, non avremo più energie per portare a casa le battaglie alla nostra portata.

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In conclusione, dalla mia breve analisi mi sembra che sia sempre possibile abbozzare una risposta alle obiezioni razionali più semplici e comprensibili contro il matrimonio omo. Non lo nego, mi viene il sospetto che, poiché alle obiezioni chiare è possibile rispondere, si ripiega su quelle che personalmente trovo ambigue e che io non riuscirei a sostenere con l’ aiuto della sola ragione.

Nella mia ricostruzione emerge un elemento curioso: quand’ anche alcune obiezioni contro il matrimonio omo abbiano una loro forza, sono superabili se pensiamo a un matrimonio omo con figli. La curiosità sta nel fatto che, al contrario, molti cattolici, almeno nella loro testa, tollererebbero sì il matrimonio gay, purché sterile.

Se la mia analisi fosse  completa, non mi resta che obbedire senza fare appello alle facoltà razionali. Nel frattempo, chissà che una qualche intuizione possa illuminarmi facendo in modo che una nuova convergenza tra la mia fede e la mia ragione si realizzi anche su questi temi.

Da ultimo vorrei solo precisare che, per quanto io sia contrario a riconoscere pubblicamente il matrimonio gay, lo sono per ragioni che valgono anche per il matrimonio tradizionale. Devo usare un linguaggio più esplicito per dissipare ogni equivoco? Ebbene, se uno pretende il diritto alla pensione di “reversibilità“, tanto per portare un esempio, che se lo compri versando contributi più alti rispetto a chi non è interessato a questo diritto. Se uno agogna alla sua quota di eredità, tanto per dirne un’ altra, veda di farsi ben volere dal partner senza far conto sulla “legittima”. Se uno pretende gli alimenti dal coniuge con cui divorzia, veda di stipulare con lui un contratto pre-matrimoniale oculato. E potrei andare avanti ma purtroppo, per quanto lunga sia la lista, si tratta sempre di motivazioni applicabili sia al matrimonio omo che a quello tradizionale.

La Chiesa Cattolica mi sembra contraria alle unioni gay per ben altri motivi. Secondo l’ impostazione che ritengo più lineare, invece, se non si eliminano i privilegi offerti alle coppie tradizionali, non vedo perché non concederli ad una coppia gay che li pretende. O almeno, non lo vede la mia ragione. Per fortuna considero pur sempre la Chiesa il corpo di Cristo incarnato sulla terra e quindi, grazie all’ obbedienza, arrivo per altra via al punto. Purché non mi si chieda di far crociate contro il matrimonio gay. Alla “battaglia culturale” non intendo partecipare attivamente. Poco male, in fondo ci sono così tante altre cose da fare e tante preghiere da recitare lontani dall’ arena.

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Per un approccio differente:

https://www.facebook.com/lucetta.scaraffia/posts/10203488630949101

***LIBERTA’ DI ESPRESSIONE***

La discussione sorta intorno al matrimonio gay porta con sé delle diatribe collaterali in cui la mia adesione alle posizioni della Chiesa Cattolica è decisamente più convinta.

Il mondo cattolico guarda con preoccupazione a leggi che potrebbero colpire chi semplicemente esprime la sua opinione. Parlare in certi termini del mondo omosessuale potrebbe configurare un reato discriminatorio. Anche argomentare contro i matrimonio gay potrebbe essere a rischio una volta che certe leggi ambigue saranno nelle mani di procuratori ideologizzati. E che questi abbondino è cosa certa. La noia dei polverosi uffici giudiziari è tanta e l’ opportunità di dedicarsi alla Grande Causa alletta i tipi più insospettabili. E quale sia in questi uffici iper-statalizzati la Grande Causa, è facile immaginarlo.

Giusto timore, giusta battaglia. I reati di opinione, mentre convincono molti anti-fascisti che li hanno entusiasticamente introiettati dai codici fascisti, mi lasciano freddo.

Ma dove eravate, cari correligionari, quando lo stesso trattamento veniva riservato ai “negazionisti”?

Non ho sentito la vostra voce.

Non lo sapevate che se l’ altro ieri sono andati tra gli applausi a prendere il “fascista” di turno, se ieri sono andati col consenso generale a prendere l’ odioso “negazionista”, oggi… oggi sarebbero venuti a prendere anche voi?!

Eppure era facile prevederlo.

Lo so, i “negazionisti”, si dirà, hanno un ceffo ben diverso e sono ben altro affare, non parliamo poi dei fascisti.

Una cosa è certa, comunque: chi  ieri non applaudiva, oggi è più credibile quando si lamenta.

***LA GUERRA CULTURALE***

L’ opposizione al matrimonio gay è vista da molti cattolici come una battaglia della più ampia guerra contro la “cultura gender“.

Ebbene, se le ragioni della battaglia non mi convincono, al punto da dover ripiegare sull’ obbedienza cieca per offrire un contributo minimo, trovo invece le ragioni della guerra un po’ più solide.

Aggiungo subito che, purtroppo, molti cattolici interpretano questa “guerra culturale” come una “guerra per il linguaggio“, dopodiché si dedicano al presidio del linguaggio tradizionale e alla contro-rettifica sistematica della terminologia intaccata dai rivoluzionari. Tuttavia, poiché le risorse sono limitate, ne deriva che chi le investe sulla difesa del lessico tradizionale, le sottrae poi al chiarimento dei problemi sostanziali che, secondo i cattolici, minano la cultura gender. Un vero peccato per chi come me crede che questi problemi di sostanza esistano eccome.

Io stesso ho faticato a comprendere i termini dello scontro: mille articolesse su cognomi e desinenze disinteressandosi della sostanza.

Certo, quando sento alla radio la critica letteraria Bia Sarasini parlare di “personaggia del romanzo“, un sorrisetto spontaneo tra l’ ironico e il sarcastico mi scappa, ma non vado oltre, quello rimarrà il mio unico contributo di “stigmatizzazione linguistica”. Il resto consisterà solamente nell’ ignorare bellamente l’ idioletto dei rivoluzionari gender. Non resterà loro che procedere a suon di decreti legge se vogliono la mia omologazione.  Del resto, considero questa estrema sensibilità linguistica addirittura come una concessione alla cultura a cui ci opponiamo: sono loro a credere che con l’ abracadabra delle parole si possa costruire una realtà diversa. Per contro, noi, dovremmo credere ad una realtà di fondo non negoziabile, nemmeno con i decreti legge. Se così stanno le cose e siamo convinti delle nostre ragioni, dovremmo indirizzare i nostri sforzi a far emergere questa realtà, sarà lei a fare giustizia di quelli che consideriamo solo dei bla bla bla.

C’ è da aggiungere che non è stato molto facile per me comprendere i termini della questione. I sostenitori della cultura gender sono de virtuosi del linguaggio e si esprimono in modo molto prolisso, a volte impenetrabile, non sempre è facile capire le loro intenzioni; spesso ti accorgi che dietro certo periodare contorto si esprimono idee di buon senso, alte volte ti fanno sobbalzare per una radicalità espressa in modo papale papale. Il politally correct non è per loro una forma di buona educazione ma una strategia per guadagnare terreno in una guerra di trincea. Del resto, sono loro i primi ad ammettere un certo irrazionalismo nelle loro posizioni sul linguaggio, che avrebbe in sé la potenza stregonesca di generare cio’ che dice. Secondo Judith Butler, teorica di punta del movimento, il concetto stesso di genere è “una recitazione persistente creduta reale”. Più che a vere e proprie idee siamo allora di fronte a forme di preghiera laica con cui magari non si invoca la pioggia bensì altri esiti. In un certo senso è possibile dire di tutto, la natura delle cose si annienta per lasciare spazio al mero gioco, tutto è negoziabile e la femminista nostrana Nikla Vassallo parlare tranquillamente di “invenzione della donna”. Ecco allora, tra parlanti con idee diverse ma in cerca della verità ci si intende a stento , figuriamoci quando si deve interloquire con chi usa il linguaggio in modo tanto creativo. Le confusioni e gli equivoci sono sempre dietro l’ angolo.

***

Veniamo allora alla sostanza.

Da quel che capisco, non mi sembra che la cultura gender abbia solide basi fattuali, sebbene sia questa una materia scivolosa su cui è meglio evitare giudizi perentori, proprio per le motivazioni appena esposte. Forse, allora, è meglio allora fare il punto per poi essere più precisi nelle conclusioni.

Al fine di pensare autonomamente mi scelgo un Cicerone laico e non credente: Michael Bailey. Le sue credenziali sono buone, così come la sua indipendenza di giudizio. Del resto a me serve solo per comprendere meglio certi concetti e alcuni fatti di base. Cominciamo.

L’ identità sessuale di un essere umano è per lo più innata e si determina nel corso della gestazione.

L’ identità di genere riguarda invece la personalità più in generale (gusti, carattere…).

La prima affermazione è piuttosto forte e va precisata. Il sesso biologico è determinato al concepimento, prima ancora che l’ ovulo fecondato si annidi (dipende dal cromosoma rilasciato dal padre), ma il mero sesso non è detto esaurisca la costituzione sessuale di partenza del soggetto, e quindi la sua identità sessuale. Per esempio, un individuo puo’ nascere maschio ma omosessuale. Ho fatto un’ ipotesi provocatoria in quanto non pacifica, tuttavia appare un’ ipotesi sperimentalmente accreditata: tra gemelli omozigoti allevati in differenti famiglie la percentuale di coppie omosessuali è estremamente più elevata rispetto a quella riscontrata tra gemelli eterozigoti; tra semplici fratelli la condivisione dell’ orientamento sessuale declina ulteriormente, per non parlare di quando si considerano coppie casuali scelte nella popolazione. Esperimenti di questo tipo, pur probanti, non costituiscono comunque una “pistola fumante” visto che 1) un gene dell’ omosessualità non è mai stato rintracciato, così come manca una giustificazione fisiologica attendibile e 2) si tratta pur sempre di esperimenti soggetti a “response bias” (il gemello omo di un soggetto dichiaratosi etero è spesso reticente).  Per un’ opinione differente vedi qui: https://www.youtube.com/watch?v=7HquWxqbUHI.

Indipendentemente dai confini reali della sessualità, torniamo a considerare il nesso tra questa e il genere. Ai tradizionalisti piace fare uso di un’ analogia contestata: è un po’ come se l’ identità di genere fosse la pianta (fenotipo) e l’ identità sessuale il seme (genotipo).

Se le cose stessero come le descrive l’ analogia, perché mai distinguere tra genere e sesso? Il genere non sarebbe altro che un prolungamento naturale della sessualità, una sua fioritura.

Le cose si sono complicate dopo l’ avvento delle teorie di genere, le quali consideravano il genere, appunto, un prodotto culturale: l’ azione dell’ individuo, aiutata dal contesto, puo’ condizionare il genere a prescindere dall’ identità sessuale di partenza. Altro che fioritura, allora: da un melo non posso che avere delle mele ma da un maschio, se mi ci metto di buzzo buono, posso anche avere una femmina o qualcosa d’ altro di intermedio. Capito adesso perché l’ analogia della pianta non contribuisce a far capire lo scontro in atto? Per molti, genere e sessualità non sono affatto collegati e in questa disconnessione entra prepotente l’ azione della cultura.

Un  ragazzo potrebbe avere gusti tipicamente femminili senza per questo essere omosessuale. Ecco una realtà che il gender non fatica ad accettare, per lui è più che normale che le cose possano benissimo andare in questo modo.

A chi si pone laicamente, dopo aver ascoltato le due campane, non resta che dire: “andiamo a vedere come stanno le cose nella realtà de fatti“.

Ebbene, la scienza non sembra confermare le teorie di genere. Se è vero come è vero che l’ identità sessuale si forma per lo più nella gestazione, l’ ipotesi più probabile è che cervello (identità di genere) e sesso (identità sessuale) siano strettamente connessi.

Se da un lato la sessualità non è strettamente binaria, dall’ altro non si puo’ negare che faccia sentire il suo influsso anche nella personalità.

Forse noi cattolici dobbiamo essere meno perentori nel citare il nostro “… Uomo e Donna li creò…“, di sicuro abbiamo le nostre buone ragioni quando parliamo di “femminile” e “maschile”.

Separare comportamenti e sessualità è un grave errore, sebbene tante volte, per questioni di correttezza politica, lo si faccia. Mi spiego meglio: gli stereotipi sul “frocio” saranno fastidiosi ma sono per lo più corretti: l’ uomo effeminato è quasi sempre anche omosessuale, inutile girarci intorno, in lui sessualità e personalità sono connesse.

La scienza conferma dunque di un solido “nesso” tra sesso e genere. Ma come dimostrare il “nesso”? In molti modi, anche se l’ esperimento ideale non è disponibile. Esempio, in passato molti bimbi sfortunati nati con tanti problemi ma sessualmente “determinati” sono stati operati e allevati come se fossero del sesso opposto. Una soluzione che si è rivelata spesso disastrosa: il loro sesso originario continuava ad “emergere” e ad incidere sulla loro personalità anche in età adulta creando disturbi e depressioni. A volte persino suicidi o nuovi cambi di sesso.

Ma torniamo alla regola del “nesso” e mettiamola alla prova laddove la sessualità sembra meno determinata.

Per i trans omo la regola sembra valere, pur essendo uomini questi individui hanno sia una sessualità che una personalità femminile; i problemi sorgono con i trans etero. Non sono pochi.

I trans etero sono una categoria molto particolare, sembrerebbero confermare le teorie di genere poiché conservano una sessualità maschile, eppure amano costruirsi una personalità (identità di genere) femminile.

Loro dicono di essere “donne imprigionate in un corpo di uomo“. I trans etero sono stati a lungo indicati dai teorici gender come la prova provata del fondamento fattuale delle loro idee.

A questo punto, però, Michel Bailey ricompone il puzzle in modo inatteso  estraendo dal cilindro alcune sorprendenti tessere. Innanzitutto osserva come  i trans etero siano quasi sempre autoginefili (maschi che soddisfano su  loro stessi il desiderio di donna).

L’ autoginefilo è una specie travestito/feticista estremo. Desidera sessualmente la donna, ama i suoi indumenti al punto da indossarli, finché non prende la decisione radicale di trasferire in sé la donna per amarla meglio e più intimamente.

Insomma, i trans etero non sono “donne imprigionate in un corpo di donna”, bensì “uomini imprigionati in un corpo di uomini“.

E così il nesso è ricostituito: il loro “essere donna” non è una tendenza della personalità ma un “trucco” originale per soddisfare alcuni tipici istinti sessuali maschili. Quando un trans etero autoginefilo va con un uomo, per esempio, non è eccitato al pensiero del partner ma al pensiero della donna che lui rappresenta nel rapporto.

Immaginatevi il putiferio che una simile teoria ha sollevato nella comunità transgender. Eppure sembra ben confermata.

***

E’ giunta l’ ora di trarre qualche conclusione ai fini della nostra discussione.

Riassumendo, nella guerra culturale in atto, il cattolico sostiene che il “genere” non sia altro che un prolungamento della “sessualità”, e, quindi, un concetto pleonastico che possiamo trascurare senza inconvenienti. La sua posizione sembra confermata da chi indaga razionalmente l’ “ordine naturale” del reale, cosicché le premesse della posizione cattolica sembrano più solide rispetto a quelle della cultura gender; ci sono le basi giuste per avere il sopravvento nello scontro ideologico in atto. Io stesso mi sento incoraggiato a parteciparvi potendo armonizzare al meglio fede e ragione. Cio’ non toglie che continua a valere l’ avvertenza del primo paragrafo: chi sostiene correttamente l’ “ordine naturale” non ha bisogno di affaticarsi nel sospingerlo, deve limitarsi ad accompagnarlo e a sgombrare gli ostacoli più artificiosi visto che l’ “ordine naturale” delle cose possiede la virtù di imporsi da sé, per lo meno quando il terreno delle libertà è opportunamente predisposto dai suoi cultori.

Economisti o credenti?

Economisti o credenti? Molti di noi sentono parlare nella loro coscienza entrambe queste voci. Come assegnare le precedenze? Come pensare alla convivenza umana? Quali criteri sarebbe meglio adottare quando si è chiamati ad organizzare la società?

Probabilmente un cattolico puo’ votare per qualsiasi partito. Puo’ votare a sinistra perché la “solidarietà” resta un valore evangelico. Puo’ votare a destra perché la “tradizione” è da sempre un faro della Chiesa. Puo’ votare i partiti liberali perché in fondo adora un Dio che pretende di essere adorato solo da uomini liberi.

Personalmente, poi, conosco cattolici sinceri di tutte le fedi politiche.

Ognuno riesce con gran destrezza a far convivere fede politica e fede religiosa. Magari facciamo i salti mortali per far quadrare il cerchio, ma alla fin fine escogitiamo un modo per pacificarci e lasciar spazio al problema successivo.

[... solo un gustoso esempio capitatomi giusto l' altra settimana: non sono molti i racconti evangelici  in chiara consonanza con i valori della modernità, uno potrebbe essere quello che narra a parabola dei talenti. Un altro pensavo che potesse essere il miracolo dei pani e dei pesci. Ho sempre ritenuto che questo miracolo mettesse in evidenza, tra le altre cose, che per distribuire il necessario occorra prima moltiplicarlo. L' ideologia "produttivista" era confortata da questa semplice osservazione. Ma ecco che ieri, nel corso della trasmissione radiofonica Uomini e Profeti, il perspicace teologo valdese Paolo Ricca si ritrova a commentare proprio questa eloquente pagina. E cosa sceglie di mettere in evidenza l' esimio Pastore? Devo ammettere che mi ha spiazzato: per lui la moltiplicazione dei pani e dei pesci si realizza mediante la distribuzione degli stessi, e non invece come premessa della distribuzione. E' distribuendoli che i beni si moltiplicano. Probabilmente voleva confortare la sua fede socialista attraverso la sua fede cristiana, e, con un sapiente uso della retorica, c' è riuscito in pieno! Morale, per parte mia mantengo sull' episodio specifico l' interpretazione iniziale, forse più banale ma anche più lineare, d' altro canto Ricca, grazie ad alla sua ermeneutica creativa, non mancherà di raccogliere attorno a sé un nutrito gruppo di fedeli con cui condividere la sua visione. Visto come è facile che all' ombra del Vangelo (o dell' Evangelo, come direbbe Ricca) convivano posizioni a dir poco antitetiche?...]

Dare ordine alle mille possibili ricadute sociali della parola evangelica è impresa disperata. Una lotta contro i mulini a vento. Lasciamo allora che le Chiese diano indicazioni vaghe e che i cristiani, ma anche i cattolici, votino poi secondo coscienza.

Tuttavia, per quanto vaghe siano le indicazioni, oltre una certa soglia sembra difficile spingersi, e in proposito qui mi chiedo se un cattolico sia autorizzato a pensare come un “economista” ortodosso.

[… per “economista” intendo chi studia la società attraverso il metodo dell’ “individualismo metodologico” e vede nel mercato, nonché nella società capitalista, lo strumento principe per diffondere il benessere materiale nel mondo…]

Le ultime uscite di Papa Francesco sono state bollate da Rush Limbaugh come “marxismo puro”. Sarà così? A me pare un’ esagerazione ma vale la pena chiedersi se la Chiesa, oggi sotto la guida di Papa Francesco, potrà mai un giorno convertirsi al capitalismo senza snaturare il suo messaggio al mondo.

Nei punti che seguono rispondo alle puntute obiezioni degli “incompatibilisti”, ovvero di coloro che sulla scorta di Papa Francesco, di Paolo Ricca ma anche della Tradizione più veneranda, non vedono possibile una fusione armonica tra i valori della società capitalista e i valori evangelici.

church money

1) In genere l’ economista cerca la soluzione ottima ai problemi sociali massimizzando l’ utilità degli individui (MaxU) sotto vari vincoli di bilancio. I vincoli esistono sempre perché per lui le risorse materiali sono sempre finite. MaxU non è un modo di procedere che piace molto ai cattolici, viene giudicato troppo incline a privilegiare la realtà materiale. Spesso il cattolico parla in tono di denuncia della “cultura del desiderio”. Ma forse i timori sono esagerati. Penso che il conflitto su questo punto sia solo apparente, in fondo la buona novella cos’ è se non un invito a comportarsi in modo da massimizzare la propria utilità (MaxU) dopo aver ricevuto certe preziose informazioni? Gesù invita il credente a “capitalizzare” le informazioni in suo possesso!  Il cattolico non è uno stoico, per lui la felicità dell’ uomo è centrale, e quindi anche il comportamento razionale che la massimizza. Il cattolico invita alla lungimiranza e a massimizzare la propria felicità in vista di un premio ben preciso: il Paradiso.

2) Papa Francesco – e con lui molti cattolici – fa una concessione sibillina al capitalismo: il sistema gestirebbe al meglio le passioni più basse dell’ uomo: l’ avidità, l’ egoismo, il narcisismo… Ma questo significa anche che il sistema si compromette con la turpitudine di certi sentimenti e che la società capitalistica risulterebbe quindi moralmente corruttiva nella sua essenza. Il capitalismo, cioè, funziona solo perché sfrutta, e magari rinforza, la parte peggiore della nostra persona. Non mi convince, e in merito mi sorge una domanda spontanea da rivolgere a questi cattolici: ma se l’ uomo fosse un essere moralmente perfetto, in che società sarebbe meglio che vivesse? Forse non ancora in una società capitalista? Anzi, anarco-capitalista!

3) Secondo la maggioranza dei cattolici – e l’ unanimità dei lettori di Avvenire – la società capitalista non garantisce la qualità delle relazioni umane. Nella società capitalista ognuno pensa a sé e gli altri sono solo “numeri” o “strumenti” per la ricerca del nostro benessere. Che fine hanno fatto i nobili gesti gratuiti del bel tempo andato? La gratuità, secondo chi la rimpiange, è saldo collante di tutte le comunità degne di questo nome. Ma l’ accusa ha un punto debole, almeno in teoria: cosa impedirebbe infatti che un gesto gratuito si realizzi in un habitat di mercato? Nulla, ed invero ce ne sono molti (es. il volontariato) sebbene non costituiscano la norma. Tra le preferenze degli individui il bisogno di compiere gesti gratuiti puo’ tranquillamente albergare e manifestarsi. Perché allora “incentivarla artificiosamente” con privilegi imposti dall’ alto se esprimere e chiedere gratuità è così intimamente parte della natura umana? In fondo sia la beneficenza che il commercio appartengono alla grande famiglia delle “attività volontarie”, in un certo senso sono attività strettamente imparentate tra loro, molto più di quanto si creda. Entrambe si oppongono, per esempio, all’ attività coercitiva dello stato. La carità ci consente di esprimere una cooperazione molto intensa nei confronti di un numero limitato di soggetti mentre il commercio facilita una cooperazione senz’ altro meno coinvolgente, al punto da sfiorare l’ anonimia, ma sicuramente più estesa. Al netto di queste differenze, che per altro sembrano compensarsi, non si vede perché queste due attività umane non possano convivere. L’ essenza del capitalismo è la tolleranza: vi piace l’ impresa in cui comandano i lavoratori? Costituitela! Vi piace la comune in cui tutto sia di tutti? Fondatela! Volete donare tutto ai poveri? Fatelo! Da sempre la società borghese è  infestata da comizi socialisti, da prediche pauperiste e da brontoloni di ogni ideologia, non riesco davvero ad immaginare altri regimi dove tutto cio’ sia possibile.  Poi c’ è un’ obiezione di tenore pratico: la qualità si puo’ privilegiare solo a danno della quantità. Una società molto coesa è necessariamente una società ristretta. Dirò di più, a volte la coesione (qualità) si realizza attraverso la “creazione di un nemico”, un nemico onnipresente che ci circonda. Coltivare “relazioni privilegiate”, anche quando lo si fa con le migliori intenzioni, porta alla nascita di conventicole dedite all’ esclusione. Non si puo’ essere “qualitativi” con tutti. Il “capitalismo relazionale” – in Italia lo conosciamo bene – si è sempre trasformato in corporativismo. La “cultura del dono”, spiace dirlo, è inevitabilmente contigua alla “cultura della corruzione”. Domanda: dove finisce il dono e inizia la corruzione? Difficile dirlo. Chi non ricorda la scena iniziale de “Il Padrino”?: un tale che si vuole vendicare dei suoi nemici chiede i servigi di Corleone dietro lauto compenso in denaro ma il boss si oppone indignato ad un volgare do ut des, e lo fa pronunciando parole significative: “… cosa hai fatto tu per diventarmi amico?… cosa hai fatto perché io sia il tuo padrino?…”. Corleone rimprovera al postulante di non essersi a tempo debito inserito nella “rete dei doni e dei controdoni” che segna l’ appartenenza familiare, e di voler sostituire questo passo con la mera offerta di corrispettivi specifici a fronte di un servizio.

4) Molti cattolici ritengono che il denaro non possa essere introdotto in talune transazioni, la cosa è ritenuta offensiva. Il fatto è che la mercificazione desacralizza l’ oggetto a cui si rivolge, tanto è vero che Gesù cacciò con ignominia i mercati dal tempio incurante dei servigi che costoro rendevano alla comunità. In ambito sociale, di solito, il valore sacro da non intaccare con lo “sterco del demonio” è la cosiddetta “dignità della persona”. Un piccolo esempio concreto, probabilmente irrilevante nella sostanza ma dalla logica cristallina, puo’ aiutare a sviscerare l’ argomento: molti trovano che assegnare un bene a chi sopporta una coda per averlo puo’ essere più decoroso che non assegnarlo al miglior offerente eliminando le code. Quest’ ultima soluzione è ritenuta umiliante verso chi “non puo’ permetterselo”.  Sono in molti a pensare in questo modo, tanto è vero che esiste il fenomeno delle cosiddette “code prevedibili”.  Pensateci bene, se i prezzi potessero fluttuare a piacimento non esisterebbero “code prevedibili”: chi prevede una coda alza i prezzi evitando lo spiacevole fenomeno, o perlomeno rendendolo imprevedibile. Tuttavia, attraverso le lunghe code ci è concesso di assegnare i beni sulla base della disponibilità di tempo anziché di denaro. Ma si tratta pur sempre di una “disponibilità” materiale, si noti che abbiamo cambiato “moneta” ma non logica. Disoccupati  e pensionati, per esempio, godrebbero di un vantaggio, non tutti possono permettersi il tempo libero che hanno loro. Si passa da una diseguaglianza all’ altra, eppure quest’ ultima diseguaglianza nei trattamenti non viene ritenuta offensiva. Ma perché alcune diseguaglianze ci offendono e altre no? La risposta più semplice è anche la più provocatoria: l’ “offesa” che riceviamo da alcune diseguaglianze è un preludio attraverso cui la nostra mente giustifica a se stessa e agli altri l’ atto di rapina che ci apprestiamo a compiere nei confronti di colui che bolliamo come un “privilegiato”.  Dove un trasferimento forzoso a nostro favore (o comunque a favore di terzi) non è possibile, l’ indignazione provocata dalle diseguaglianze si riduce fino ad apparirci insensata. Noi non troviamo “ingiusto” che una persona sia più intelligente, o più veloce, o più alta, o più volenterosa… probabilmente non lo troviamo ingiusto perché si tratta di beni  “non rapinabili”. Ebbene, se questa ipotesi fosse vera, capiamo bene come i valori in gioco non siano degni di essere difesi nemmeno da un cattolico in lotta contro la “mercificazione” della società.

5) Per molti credenti il mercato non puo’ funzionare. L’ antropologia implicita dell’ economista postula un uomo razionale (homo economicus). L’ antropologia della fede cattolica è ben diversa: la carne è debole, sempre in balia di tentazioni, l’ uomo è dimezzato,  ignorante, non sa scegliere, non riesce a tutelare i suoi interessi, manca delle informazioni e della razionalità sufficiente per farlo. Perciò va guidato da un paternalismo, dolce fin che si vuole ma pur sempre fermo. Chi pensa così, pensa alla dottrina del peccato originale trasposta in ambito economico e sociale. Ora, è vero, l’ uomo sbaglia. Ma la domanda da porsi è diversa: sbaglia in modo sistematico? Ovvero, commette sempre lo stesso genere di errore nonostante i fallimenti ripetuti? Sbaglia sempre nello stesso senso?  Contrariamente a quanto si crede, l’ ipotesi dell’ uomo razionale, e quindi tutta la teoria economica, nonostante la tanta ilarità che scatena nei detrattori, terrebbe anche se l’ intera umanità fosse di fatto estremamente irrazionale. E’ irrilevante che l’ uomo sbagli, l’ importante è che per la legge dei grandi numeri i suoi errori siano distribuiti in tutte le direzioni. A onor del vero bisogna dire che molti studiosi (in particolare gli psicologi evolutivi) credono che le irrazionalità sistematiche dell’ uomo abbondino. Ossia, credono che esistano diversi errori caratteristici: il nostro cervello si è formato per compiere scelte razionali in un ambiente di 50.000 anni fa e oltre, oggi, in un contesto mutato, arranca e compie errori sistematici, almeno se costretto a “pensare veloce”. Ma l’ obiezione del credente, per poter essere presa in considerazione, richiede anche di assumere l’ esistenza di un’ élite illuminata (che non sbaglia) in grado di guidare la massa ignorante. E’ infatti chiaro a tutti che una nave di folli non entra certo in porto solo perché al timone mettiamo un ubriaco, almeno lì occorre un tipo sobrio e affidabile. Ma esiste questa fantomatica élite? Si possono fare alcuni test per ottenere degli indizi in merito. Se, per esempio, ci limitiamo alla realtà economica possediamo un metodo semplice per inferire l’ esistenza dell’ élite che cerchiamo, basta verificare se un piccolo gruppo di persone si arricchisce sfruttando gli errori sistematici della controparte. Evidentemente costoro, non affetti dalle tare tipiche dell’ uomo qualunque, potrebbero trarne un vantaggio materiale. Ma in questo campo l’ élite sapienziale è costituita proprio dagli economisti, che non coincide affatto con l’ élite dei super-ricchi, e nemmeno è costituita da membri particolarmente altruisti che hanno volontariamente rinunciato ad utilizzare un fantomatico “algoritmo dell’ arricchimento”. Quindi la risposta è “no”, un’ élite del genere non esiste nel mondo del mercato. Evidentemente, allora, c’ è qualcosa che non va nell’ obiezione del credente, qualcosa che non quadra e che non ci consente di portarla fino in fondo. E questo anche se la puntelliamo con i bias tanto cari alla psicologia evolutiva. Teniamoci allora alcune buone intuizioni ma rinunciamo ad abbracciare completamente questa visione, che va bene parlando di Rivelazione e Misteri della Fede, va un po’ meno bene se parliamo di realtà sociali.

6) Molti cattolici credono che il paradigma economicista indulga al relativismo. Il “relativismo culturale” è un nemico da sempre nel mirino della Chiesa Cattolica, basti solo ricordare l’ instancabile opera di denuncia di Papa Benedetto XVI. Francamente non sono del tutto convinto che il “relativismo” sia oggi la principale minaccia per la fede dei credenti. Frequentando anche molti atei vedo attecchire il fanatismo come e forse anche più che tra gli spiriti religiosi. Animalisti, ambientalisti, atei, multiculturalisti, sinceri democratici… spesso costoro non “ritengono”, non “ipotizzano”, non “congetturano” ma “credono”, “professano”, “aderiscono” al pari di un crociata medioevale. I loro argomenti impachettati dai media con formule idiomatiche si configurano spesso in dottrina e la pretesa di una diffusione ergaomnes nelle scuole dell’ obbligo non fa che rafforzare l’ impressione iniziale. Quanto all’ economista, lui non si occupa di valori ultraterreni, ma questo non significa che li rinneghi, anzi, significa che sul punto lascia spazio al credente senza frapporre ostacoli di sorta e realizzando una compatibilità indiscutibile. Quanto ai valori terreni, si limita a predisporre un’ arena istituzionale dove i vari concorrenti possano affrontarsi lealmente nel segno della libertà e dei pari diritti.  Non per questo disdegna a prescindere le gerarchie, le diseguaglianze e la presenza di primi e ultimi. Non tutto è uguale per lui, la sua arena fa emergere sempre dei vinti e dei vincitori. La sua arena da sempre la possibilità ai vinti di ribaltare l’ esito qualora quest’ ultimo sia fortuito. E’ la logica della scienza: chi è aperto alla sperimentazione, non per questo mette sullo stesso piano le varie conclusioni sperimentali. Se il cattolico è convinto che taluni valori siano insiti nella natura umana, allora quei valori emergeranno necessariamente in un confronto alla pari. Se la famiglia naturale, per fare un esempio, è davvero una comunità a misura d’ uomo, la comunità per eccellenza, le famiglie prolifereranno in un ambiente dove il loro proliferare non verrà drogato da aiuti artificiosi ma nemmeno ostacolato da barriere altrettanto artificiose.

7) Altre critiche al mercato sono ben rappresentate nelle recenti esternazioni di Papa Francesco, innanzitutto il mercato recherebbe con sé il consumismo, vero cavallo di Troia della secolarizzazione imperante.  Di solito, in questi casi, si replica accennando all’ “eccezionalismo” statunitense: gli Stati Uniti sono il paese dell’ Occidente più “liberista” ma anche quello dove la fede prospera più che altrove. Probabilmente, più che il mercato,  è il welfare state diffuso – un frutto della modernità che ha attecchito male oltreoceano – a fomentare la secolarizzazione. La fede, in fondo, è una forma di assicurazione, se altre forme più profane di assicurazione – come il welfare –  la “spiazzano”, finisce per estinguersi. Ma questa è un’ ottima notizia per i cattolici, poiché ora sanno che combattendo lo stato assistenziale cattureranno due piccioni con una fava: rallenteranno la marcia della secolarizzazione aumentando la ricchezza del paese liberandolo dalla zavorra costosa dei welfare.

8) Altrove Francesco dice che il capitalismo rischia di di produrre e diffondere povertà. Guardando al confronto tra nazioni non si direbbe: quelle in cui il capitalismo è più sviluppato sono anche quelle in cui chi sta in basso se la cava meglio. Nemmeno le analisi temporali confermano l’ affermazione del Papa; guardiamo alla storia delle nazioni: allorché le riforme capitalistiche venivano introdotte, la condizione dei poveri migliorava. Recentemente Cina e India si sono aperte al mercato e l’ Asia ha conosciuto un crollo della povertà senza precedenti. Milioni e milioni di asiatici sono usciti da condizioni di vita miserabili.  Cerchiamo però di capire perché, nonostante i fatti, certe denunce trovano ascolto e consenso.  Ci sono due categorie di poveri: quelli “vicini” e quelli “lontani”. Questi ultimi possono essere “lontani” nel tempo (i poveri delle generazioni future) o nello spazio (i poveri a noi sconosciuti) ma una cosa è certa, sono molto più numerosi dei primi. Chi è sinceramente preoccupato dalla povertà è chiamato a concentrare i propri sforzi sui “poveri lontani”.  E’ pur vero che non essendo “vicini” noi non li vediamo in carne ed ossa, è pur vero che avere a che fare con loro significa avere a che fare con mere astrazioni, ma cio’ non significa che siano meno reali: esistono come e più dei “poveri vicini”. E a noi interessa la realtà, non la concretezza. La Chiesa, con le sue critiche al capitalismo, spesso si è dimostrata miope privilegiando, in tema di povertà, la minoranza in dispregio della maggioranza. E’ ora di cambiare. Forse.

9) Se il cattolico tenesse veramente ai poveri, meglio sarebbe che rimpiazzasse l’ empatia di cui va fiero con la razionalità dell’ economista. In questi ambiti le astrazioni valgono più della volatile sensibilità. L’ azione sistematicamente irrazionale alla lunga miete vittime, e il fatto che queste vittime siano senza volto non attenua le colpe di chi le sacrifica. Se risparmiando oggi le risorse per l’ aiuto a un bisognoso mi consentisse domani di salvarne due, ecco che la ragione mi imporrebbe di  agire in questo senso; questo anche se i “poveri di domani” sono una mera astrazione mentre il “povero d’ oggi”, che trascuro a lascio morire davanti a me, ha un nome, un cognome e un volto. C’ è speranza in una simile conversione all’ “astratto”? Alcuni segnali rincuorano, prendiamo il caso dell’ aborto, i cattolici hanno sempre pensato che l’ uomo iniziasse la sua vita nascendo, successivamente la scienza ci ha spiegato che la vita umana nasce al concepimento. I cattolici hanno di conseguenza deciso di difenderla da quell’ istante, nonostante che il “concepito” sia un soggetto di poche cellule, una presenza talmente astratta che molti lo sentono come fondamentalmente estraneo al mondo degli uomini e non meritevole nemmeno dei diritti fondamentali. Eppure, in questo caso il Cattolico ha privilegiato il cervello e le sue astrazioni alla mera e svincolata sensibilità, c’ è da sperare che privilegi questa opzione anche in altri campi.

10) I poveri, così come i ricchi, poi non sono tutti eguali, bisognerebbe distinguere tra meritevoli e non meritevoli per ordinare la propria azione e renderla più efficace. Il “merito” deve essere un criterio di “carità”, per lo meno finché le nostre possibilità di carità sono limitate, come lo sono in questo mondo. Personalmente non penso che le diseguaglianze dovute al merito siano uno scandalo. Se milioni di persone smaniano per assistere alle schiacciate di Michael Jordan e il campione viene pagato in modo straordinario per esibire il suo talento cristallino, è forse questo uno scandalo che grida vendetta al cielo e che bisogna precipitarsi a correggere in nome di una Santa Giustizia?

11) Il cattolico è comprensibilmente ossessionato dalla difesa degli “ultimi” di cui il Vangelo gli parla in modo accorato quasi ad ogni pagina. Ma come valutare chi sono gli ultimi e come stanno? Innanzitutto la povertà non andrebbe confusa con la diseguaglianza, poiché la lotta contro quest’ ultima giova solo all’ invidioso, ovvero a una categoria di persone “non meritevoli” della tutela evangelica. Meglio, poi, non guardare troppo ai redditi, oggi lo si fa ossessivamente: se un reddito è investito anziché goduto, in che modo puo’ pesare sulla condizione effettiva del soggetto che lo detiene? Ora, se anziché le diseguaglianze nel reddito, consideriamo quelle nei consumi, le rimostranze contro il capitalismo si ridimensionano, e si riducono ancor di più se diamo importanza, come ci detta il buon senso, alla qualità dei consumi. Esprimo meglio questo concetto con un esempio: chi puo’ giusto sfamarsi e vestirsi vive una vita ben diversa da chi puo’ concedersi l’ idromassaggio ogni sera e il giro del mondo ogni mese; tuttavia, chi puo’ giusto concedersi uno Swatch da mettersi al polso, non ha una vita così radicalmente diversa da chi porta un Rolex Imperial. Anche se il secondo orologio costa mille volte il primo, entrambi segnano l’ ora alla stessa maniera. Ebbene, si tenga nel dovuto conto che le diseguaglianze prodotte dal capitalismo dei nostri anni sono più vicine al secondo esempio che al primo.

12) Nonostante quanto detto, per molti cattolici le diseguaglianze di reddito restano comunque un male che provoca disgregazione e conflitto sociale. E’ così? Difficile misurare la “disgregazione” sociale, più facile misurare il “conflitto”, magari in termini di sicurezza e criminalità diffusa. Alcune osservazioni mettono in dubbio i timori dei critici. Le diseguaglianze di reddito generano violenza? Il fenomeno della crescente diseguaglianza di reddito nelle società avanzate è iniziato in modo tipico negli USA degli anni 80. Ma quello è anche il periodo in cui la sicurezza personale è cresciuta in modo inequivocabile. New York, tanto per essere chiari, è oggi una delle città più “diseguali”  e al contempo più “sicure” che esistano al mondo. Forse la relazione tra diseguaglianza e sicurezza non è così immediata come molti pensano.

13) La visione critica del cattolico riceve comunque forza dal cosiddetto paradosso di Easterlin: non sembra esservi correlazione tra ricchezza materiale e felicità. Se così fosse a che ci serve aricchirci? Rinunciamo pure al capitalismo, impoveriamoci ma puntiamo sulla felicità imboccando strade alternative. Cominciamo col dire che recentemente l’ economista Justin Wolfer ha però dimostrato che una correlazione tra queste grandezze esiste, sia nei confronti tra stati che all’ interno dei singoli stati, tuttavia resta vero che il legame è più tenue di quel che ci si potrebbe aspettare. Forse la natura grettamente materiale della ricchezza gioca un ruolo, forse i beni effimeri lasciano un vuoto incolmabile dentro di noi. Forse il cattolico ha ragione, una vita relazionale migliore potrebbe contribuire in modo più diretto alla nostra felicità. Eppure il paradosso a me sembra meglio spiegato dalla pervasività dell’ invidia: se mi arricchisco ma si arricchiscono anche tutti coloro che mi stanno intorno e con cui mi confronto, la mia felicità non aumenta come dovrebbe, ovvero, migliora il mio status assoluto ma non quello relativo, ed è proprio lo status relativo ad incidere di più in termini di felicità. Da questo breve resoconto, che mi sembra di buon senso, l’ invidia sembra uscirne come il nemico numero uno, troviamo una medicina per l’ invidioso e il paradosso cesserà di essere tale. L’ invidia è il grande nemico sebbene la Chiesa preferisca altri bersagli attardandosi su nemici sbagliati: egoismo e avidità. In alcuni casi addirittura l’ invidioso viene difeso, indicando nella diseguaglianza un fattore che intacca la dignità umana di chi esce umiliato nei confronti, questo indipendentemente dalle condizioni assolute dell’ “umiliato”, che potrebbero essere nel frattempo molto migliorate nel tempo.

14) Purtroppo, dalle pagine del Vangelo, la denuncia della “ricchezza” emerge inequivocabile e cio’ pregiudica la riconciliazione tra il cattolico e  l’ economista. In fondo il primo deve attenersi al testo sacro per questioni di fede. Tuttavia, i testi sono sottoposti a continua reinterpretazione da parte della Chiesa vivente ed alcune interpretazioni alternative a quella letterale servono al meglio la causa della riconciliazione. Faccio qualche esempio di interpretazioni alternative. In primo luogo, intendere “ricco” come “prepotente” non sarebbe una cattiva idea. In fondo, nelle “economie di rapina” come quelle antiche, ci si poteva arricchire solo a spese degli altri e la ricchezza spropositata “segnalava” quindi prepotenza. Oggi, “nell’ economia dell’ innovazione”, al contrario, ci si arricchisce beneficiando il prossimo e l’ equivalenza perde di senso, anzi, s’ inverte. Secondariamente, il “ricco” del vangelo potrebbe essere l’ arrogante mentre il “povero”  l’ umile. Se poi umiltà è essenzialmente disinteresse per lo status, allora la condanna dell’ invidioso rimpiazzerebbe la condanna dell’ egoista, con tutti i benefici che si possono evincere dal punto precedente. Ci sono poi le posizioni più radicali. Padre Tosato si spinge oltre e chiede alla Chiesa di ammettere che il messaggio evangelico in tema di povertà è errato, semplicemente errato e da correggere. Almeno se rivolto al mondo moderno. Solo con questa ammissione a monte si puo’ procedere a una sostanziale rettifica. Per Tosato il messaggio “beati i poveri” va trattato alla stregua del messaggio: “la donna stia sottomessa all’ uomo”, entrambi sono oggi inaccettabili e da invertire sulla base dell’ esperienza mondana che la Chiesa ha cumulato. Se riguardo al secondo messaggio una presa di coscienza c’ è stata, sul secondo tarda. Padre Tosato non vede niente di eccezionale in un simile comportamento da parte della Chiesa, la dottrina sociale della Chiesa ha sperimentato di continuo dietrofront del genere, non ci sarebbe niente di nuovo sotto il sole. In passato, per esempio, ogni prestito a interesse era condannato come usura. Ebbene, recentemente, dopo aver preso atto dei benefici che la finanza porta alla causa dei poveri, la Chiesa ammette e benedice la diffusione dell’ attività bancaria. Tosato, in fin dei conti, chiede che si riconosca nella ricerca del profitto una forma di carità cristiana, e a chi gli obietta che non puo’ esservi un bene senza intenzione, risponde con le parole usate da Gesù per elogiare proprio un “bene compiuto senza intenzione”: “quel che avete fatto a loro lo avete fatto a me senza volerlo”. In realtà non c’ è nemmeno bisogno di ricorrere al concetto di “bene non intenzionale” visto che chi ricerca il proprio profitto puo’ benissimo essere conscio di compiere al contempo un’ attività benefica per comunità. Tuttavia, non penso che le posizioni di Tosato possano mai prevalere nella Chiesa di oggi; oggi, con Papa Francesco, siamo agli antipodi. Un messaggio più moderato sarebbe molto più realista, basterebbe sostenere che ogni uomo è tenuto a individuare il proprio talento e investirci su per sfruttarlo al massimo. Penso che il buon senso dei credenti possa condividere almeno questo primo passo, tra l’ altro ispirato proprio alle pagine del Vangelo (parabola dei talenti).

15) Oltre ai passi evangelici, ci sono però i vari documenti della Chiesa, a cominciare dal Catechismo. In essi viene viene delineata una dottrina sociale che sembra incompatibile con forme accentuate di capitalismo. Lo stato è visto come istituzione imprescindibile e il suo intervento invocato di continuo per perseguire i classici obiettivi della Chiesa in difesa dei poveri. Tuttavia, non tutto è perduto, esiste la cosiddetta “mossa del cavallo“. Si tratta del fatto che nei documenti in cui la Chiesa esprime la sua dottrina sociale, è fissato con chiarezza il cosiddetto “principio di sussidiarietà“, ovvero il principio per cui livelli inferiori di governo non possono essere espropriati delle loro competenze se in grado di assolverle. Ovvero, non serve un governo un governo che avochi a sé il compito di distribuire le merci se il mercato adempie spontaneamente a questo compito. Ora, è sufficiente allo studioso dimostrare le potenzialità del mercato per trasferire gran parte dei poteri governativi dalla burocrazia alla società civile. Grazie al “principio di sussidiarietà” e a un attento studio delle evidenze, la dottrina sociale della Chiesa potrebbe aprirsi in modo convinto verso i  principi cardine del capitalismo. In teoria, nulla osta.

16) “Cattolici progressisti” e “cattolici conservatori” si punzecchiano a vicenda accusandosi reciprocamente di “moralismo”. I primi perché, di fronte a poveri ed emarginati, trasformano regolarmente i sentimenti pietistici che provano in decreti legge con annesso prelievo ai danni del contribuente, i secondi perché, come autentici crociati, gradirebbero che il Vaticano detti allo stato le leggi in materia di bioetica. Ma davvero costoro ritengono l’ epiteto “moralista” come squalificante per un politico? Al di là del merito delle singole questioni, per me sarebbe una buona notizia. Vogliamo prendere sul serio questa accusa? Se lo vogliamo, allora la cosa diverrebbe un ‘ occasione per avvicinare le posizioni del credente a quelle dell’ economista. Costui non rinnega l’ esistenza di principi etici ma considera in modo amorale le regole sociali, le considera alla stregua di una “regole del gioco” atte a facilitare l’ azione di tutti i cittadini. E’ una concezione ludica della legalità. Facciamo anche qui un esempio per uscire dalla teoria e capirsi meglio: se l’ omicidio è interdetto dai codici, non lo è per un principio morale che ci vieta di uccidere nostro fratello ma perché l’ obbiettivo dell’ omicida (evidentemente non perseguibile attraverso lo scambio volontario) rappresenta un costo sociale se realizzato e non è quindi meritevole di tutela. Cio’ non significa che possa esistere una regola morale che mi impedisce di uccidere il fratello innocente, bensì che regola morale e regola civile non coincidono. Se le cose stanno così, non ha più nessun senso chiedere che un precetto morale, anche se universalmente riconosciuto, sia riconosciuto anche dalla legge civile.

17) L’ influsso dell’ economia (e quindi del mercato) è giudicato da molti cattolici come “moralmente corruttivo”. Perché? Forse perché l’ economia giudica i nostri atti a prescindere dalle intenzioni con conclusioni sorprendenti. Stando a questo metro, molti vizi privati si rivelano a sorpresa virtù pubbliche, così come molte virtù private si rivelano in realtà dei vizi una volta che esercitano il loro influsso sulla società intera. Per quanto tutto cio’ sia disturbante, il cattolico, anziché indignarsi, dovrebbe ponderare questa lezione e lasciarsi convincere che in molti casi le “conseguenze” pesano più delle “intenzioni”. La sensibilità alle conseguenze ridurrà le distanze tra economista e cattolico.

18) D’ altronde, il cattolico puo’ aiutare l’ economista a non scivolare nella riva insidiosa e sempre in agguato dell’ utilitarismo. Facciamo qualche esempio: l’ economista potrà ancora sorridere vedendo come il cattolico fatichi nell’ opporre argomenti validi alla – scelgo un tema particolarmente scandaloso per la ripugnanza che suscita – compravendita ordinata degli organi umani, potrà anche “divertirsi” nell’ accusare il proibizionismo del rivale di mietere vittime, astratte sì, ma anche maledettamente reali… Tuttavia, quando qualcuno proporrà – faccio un altro esempio – di sterilizzare – conti alla mano – i membri dei gruppi sociali più “problematici”, allora anche all’ economista più avveduto tornerà comoda la millenaria diga etica messa a punto dal cattolico. Anche lui, mettendo da parte le sue “quantificazioni”, la utilizzerà contro una simile scelleratezza. Diciamo allora che rinforzare questa diga sul pilone della libertà individuale è una soluzione di compromesso che consentirebbe la fruttuosa unione del cattolico e dell’ economista.

19) Il connubio tra il cattolico e l’ economista consentirebbe al primo di avanzare pretese su cio’ che il gergo di Papa Francesco designa come il “centro” del mondo moderno, poiché oggi l’ economista presidia proprio quella parte di mondo. Per “centro” intendo appunto la frontiera più avanzata dell’ umanità, quell’ avanguardia che procede su territori che domani verranno presumibilmente percorsi anche dal resto del mondo. C’ è da chiedersi se la Chiesa conservi ancora l’ ambizione di far sentire la propria voce nel dibattito tra le élites.  Con Papa Ratzinger l’ impresa, sebbene perseguita per altre vie, sembrava comunque all’ ordine del giorno. Ci si prefiggeva una nuova ambiziosa evangelizzazione dei continenti più secolarizzati – che sono anche i più avanzati – in particolare dell’ Europa. Benedetto esibiva la sua tempra di professore nelle Università più prestigiose dell’ Occidente facendosi udire dalle intelligenze più influenti. Ma con Papa Francesco l’ obbiettivo sembra mutato e nel mirino ci sono ora le cosiddette “periferie” del mondo. Dobbiamo auspicare venga ripristinata la vecchia rotta? Dipende. Forse bisogna domandarsi “chi influenza chi” per capire dove stia l’ innesco migliore per l’ evangelizzazione. E’ il “centro” ad influenzare la “periferia” o è la “periferia” che trascina il “centro” verso la sua sorte? Forse la “periferia” è più fertile e più irruenta nel riprodursi ma non c’ è dubbio che il “centro” catalizzi l’ emulazione della periferia. La mia umile opinione: persa la battaglia per il “centro”, persa la guerra. Comunque, diversi studi ci dicono che anche nelle democrazie, dove in teoria la maggioranza decide, ci si conforma per lo più alle opinioni delle élite. E parlo di “opinioni”, non di “interessi”, le due cose, diversamente da come pensa l’ ingenuo, sono scollegate. L’ attivismo ideologico quindi è tutt’ altro che vano, purché venga centrato sulle giovani élite. Utilizzando il nostro gergo diremmo, “purché sia mirato sul Centro”.

20) Il cattolico depreca l’ individualismo metodologico tento caro all’ economista: il soggetto, suggerisce la Chiesa, è una Persona, non un Individuo atomistico! Ma che differenza c’ è tra i due concetti? Per capirlo bisogna fare ancora riferimento al ruolo giocato dalle “relazioni umane”: la Persona è il soggetto che si forgia nella Relazione mentre l’ Individuo è il soggetto che forgia Relazioni. Entrambe le visioni possiedono un seme di verità ma quale prevale? E’ nato prima l’ uovo o la gallina? Un buon modo per stabilirlo consiste nel far ricorso al concetto di Responsabilità: chi è il responsabile ultimo dell’ azione umana? Il soggetto o la struttura relazionale in cui è avviluppato fin da bambino? Ora, poiché il cattolico crede nel Giudizio Universale, sa che il soggetto verrà giudicato dal Signore alla fine dei tempi e sentenziato per l’ Inferno o il Paradiso. Nota bene che non verranno condannate (o premiate) Famiglie o Comunità, verranno condannati (o premiati) i singoli. Viene allora naturale pensare al soggetto come ad una realtà “responsabile” in sé, per quanto condizionata dal viluppo relazionale in cui è immerso. Perché mai, infatti, dovremmo giudicare chi ha un comportamento predeterminato dall’ esterno in partenza? Ma se il soggetto è responsabile allora è fondamentalmente Individuo. Conclusione: così come dobbiamo riconoscere che il concetto di Persona ci ha salvaguardato nella storia da forme di collettivismo estremamente minacciose, dobbiamo anche riconoscere che in via teorica il concetto di Individuo è più coerente con l’ assetto di fondo della dottrina.

21) La “libertà” è l’ architrave del pensiero economico come di quello cattolico. Eppure, anche se la parola è la stessa, il concetto sottostante è ben diverso. L’ economista per “libertà” intende “libertà di scelta”, il cattolico ha in mente invece una qualche forma di “libertà esistenziale”. Nel primo caso la libertà puo’ essere anche onerosa visto che implica responsabilità. Si puo’ essere “liberi di scegliere” e al contempo scegliere male e pagarne lo scotto. Tutti come la responsabilità sia anche un fardello, essere liberi non è sempre gradito, di fatto. Nel secondo caso, invece, la “libertà” autentica è per definizione fonte di felicità e di realizzazione personale a prescindere. Per il cattolico, la libertà è  sempre un valore positivo, e per mantenerlo tale si teorizza che chi “sceglie male”, automaticamente, perda la sua libertà a causa di inganni demoniaci; chi sceglie male rientra nella cerchia degli “obnubilati” destinati ad una sottile forma di schiavitù. Stando così le cose è ovvio che l’ uomo libero sia sempre felice e realizzato. Modesta proposta: perché il cattolico non rinuncia ad un concetto tanto contorto e, nei suoi risvolti tautologici, anche abbastanza inutile? Secondo me vale davvero la pena di adottare il primo concetto di libertà in favore della chiarezza, della linearità espositiva nonché del buon senso. Penso che il messaggio cattolico possa essere esposto in modo chiaro anche aggirando concetti problematici come quello di “libertà”, per quanto provenienti da una tradizione nobile. Non fissiamoci su un feticismo dei termini che la controparte giudica sospetto.

22) Si dice che poiché il cattolico si occupa per lo più di “beni infiniti” come lo “spirito” o l’ “anima”, per questo motivo è così restio a “quantificare”. Ogni “quantificazione” gli appare come una “mercificazione” e senza dubbio, almeno nell’ ambito dei beni che più toccano i suoi interessi, ha dei validi motivi per pensarlo. Senonché, quasi come vittima di un riflesso condizionato, mantiene questa abitudine anche quando si cimenta nel mondo dei beni finiti; non “quantifica” nemmeno nel mondo dei beni “quantificabili”, non rende “verificabile” la sua visione nemmeno quando formula ipotesi osservabili. Il fatto è che in questi casi, non si possono del tutto ignorare le “conseguenze” di quanto si predica, e sarebbe miope non tentare di misurarle attraverso i più avanzati strumenti econometrici. Ancora più miope sarebbe insistere nonostante le smentite che derivano dall’ evidenza portata alla luce da tali modelli. Lo so che si tratta di strumenti imperfetti ma come si dice dalle mie parti “piuttost che niènt le mei piuttost”. La misurazione statistica comporta un continuo aggiornamento delle proprie credenze, una provvisorietà nelle conclusioni, una prontezza ad invertire la rotta laddove le credenze si erano stabilizzate. Scomodo? Mi chiedo piuttosto se si puo’ davvero pensare di intervenire nel dibattito delle scienze sociali sprovvisti di una simile flessibilità. Stabilire una verità sociale non è come stabilire la verginità di Maria: nel secondo caso richiedere una verificabilità è folle, nel primo invece è doveroso. In ambito sociale non ci sono dogmi ma solo fenomeni da verificare alla bell’ e meglio stando pronti a trarne le conseguenze tornando, se il caso, sui propri passi. Quando questa “onestà intellettuale” sarà abbracciata senza remore l’ economista e il cattolico avranno fatto un passo decisivo l’ uno verso l’ altro.

23) Ma anche l’ economista ha qualcosa da imparare dal credente e dalla sua riflessione sui “beni infiniti”. Oggi, infatti, anche  molti beni materiali sono diventati “infiniti”. Se programmo un buon software posso poi riprodurlo all’ infinito a costo zero. Se realizzo un solo e-book posso poi moltiplicarlo all’ infinito a costo zero. Tutto cio’ ha delle conseguenze: se il mio software è anche solo leggermente migliore delle alternative, mi accaparro l’ intero mercato, proprio perché stendere la mia produzione a livello cittadino o mondiale mi è indifferente dal punto di vista dei costi. Si tratta di giochini cosiddetti “winner take all”. Se Facebook è anche solo di poco migliore di MySpace, Facebook si prende tutto e MySpace sparisce. Anche grazie a queste dinamiche le ricchezze si concentrano ed emergono pochi super-ricchi dal patrimonio quasi infinito. Il credente ci insegna che quando disponiamo di beni infiniti cio’ che manca, cio’ che scarseggia è il senso, ovvero cio’ che ci consente di trasformare la ricchezza in felicità e realizzazione personale. Noi non viviamo per accumulare patrimoni ma per trasformarli in felicità personale. Ecco allora che intorno al super-ricco si forma una corte di gente che “offre” senso: il cuoco con i suoi piatti unici al mondo, l’ esperto dei vini con i suoi consigli sofisticati, il monaco buddista con la sua filosofia immaginifica, il personal trainer con le idee per una forma perfetta, l’ artista con le sue trasgressioni uniche… Il futuro è di chi sa trasformare la ricchezza in senso e vende i suoi consigli e la sua arte ai super-ricchi. A volte il senso ha bisogno del sacro per emergere, cosicché l’ opposizione del credente alla mercificazione che abbiamo cacciato dalla porta, potrebbe rientrare dalla finestra.

24) Il concetto di “natura” costituisce l’ ennesimo punto di frizione tra credente ed economista. Il primo imputa al secondo di dare troppa importanza ai patti e alle convenzioni trascurando le leggi di natura, in particolare la natura umana. L’ accusa puo’ essere fondata, ma solo in parte. Considerate un mercato e considerate il caso di Michael Jordan. Jordan ha un gran talento cestistico ma ha anche una passioncella per il golf. La sua natura gli imporrebbe di dedicarsi al basket ma le sue voglie lo spingono verso il golf. Se caliamo Jordan in un mercato assistiamo a come mille incentivi intervengano affinché lui si dedichi alla pallacanestro, ovvero allo sport più conforme alla sua natura. Dedicandosi al basket potrà diventare milionario mentre per dedicarsi al golf sarà bene si procuri un buon lavoro alternativo.  E’ esagerato allora sostenere che l’ economista trascura del tutto la natura degli uomini, l’ ambiente che l’ economista propone per la convivenza umana incentiva i partecipanti a seguire la loro natura, chi non lo fa paga.

25) Don Giussani enfatizza quanto sia utopico approfondire tutte le opzioni di fede per sceglier poi la migliore, meglio sarebbe affidarsi alla tradizione, approfondire e vivere fino in fondo cio’ che la tradizione ci propone e infine verificare se questa esperienza è conforme alla nostra natura. Gli economisti adottano una teoria della decisione razionale alternativa: quand’ anche approfondire tutte le opzioni fosse troppo costoso (utopico), si adotti un criterio probabilistico. Così come “tasselliamo” i meloni, dovremmo saggiare le via alternative che ci vengono proposte prima di imboccarne una. Ma il “criterio probabilistico” è superiore al “criterio esperienziale” favorito da don Giussani e dai cattolici in generale? La presenza di  un “effetto dotazione”, di cui ci parlano gli psicologi, sembrerebbe deporre contro il criterio esperienziale. Ossia, se noi investiamo gran parte del nostro capitale umano su un’ opzione, difficilmente la giudicheremo poi con la dovuta ponderazione, siamo troppo coinvolti per avere il necessario distacco, tenderemo inevitabilmente a giudicarla con favore rispetto alle opzioni che abbiamo tralasciato e su cui nulla abbiamo investito. I giudizi a posteriori sono sempre un po’ sospetti.

26) Per molti cattolici è lo stesso lessico teologico – nonché l’ apparato concettuale sottostante – a segnare uno iato incolmabile tra una sensibilità religiosa e una sensibilità moderna. Bisogna ammettere che nozioni quali quella di “sacro” sembra escludere ogni commercializzazione, anche la ripetuta condanna contro l’ avidità non sembra offrire spiragli. Tuttavia, non è nemmeno vero che ogni forma di comunicazione debba essere esclusa. Ecco una tabella con alcuni spunti per una riconciliazione lessicale:

a) Giudizio universale – La responsabilità individuale sta alla base dell’ individualismo moderno.

b) Provvidenza – L’ ordine spontaneo, ricercato dalla modernità, emerge naturalmente senza un responsabile.

c) Peccato originale – Viviamo in un mondo con risorse limitate, è l’ assunto della modernità.

d) Albero della conoscenza… – L’ abuso della conoscenza è l’ errore più grave anche nel mondo moderno

e) Poveri di spirito: la fiducia, merce rara di cui la modernità è assetata, allarga i mercati e decuplica la ricchezza.

ebis) Poveri di spirito – La presunzione per cui “cio’ che appare è” vale sempre nella modernità.

f) Paradiso/Inferno – La responsabilità è centrale anche nella società moderna.

g) Apocalissi – La logica utilitaria, tipica della modernità, è onnipresente nelle scritture.

h) Anima - La modernità non puo’ prescindere da identità e continuità della persona e delle sue responsabilità

i) Trinità – Nella modernità gli sdoppiamenti di personalità sono comuni.

l) Spirito – Il determinismo materialista non si coniuga bene con la responsabilità personale, concetto chiave della modernità

m) A immagine di Dio – La capacità di scegliere autonomamente è concetto moderno

n) Il dominio sul creato – La concezione proprietaria è tipica delle civiltà più avanzate.

o) Dio creatore – : C’ è un’ eco dell’ imprenditore innovatore.

p) Perdono - Una certa tolleranza informa le società più dinamiche; l’ innovazione è tutelata e si perdona molto a chi intraprende, spesso a scapito di chi campa al traino.

q) Gesù e la legge ebraica – Legalità e legittimità sono distinzioni tipiche della modernità

r) Santi - La funzione trainante delle élites conta molto anche nelle società moderne.

s) Vocazione - Valorizzare il proprio talento è un imperativo della modernità.

t) I pani e i pesci - Moltiplicare i beni per distribuirli è l’ obbiettivo di molte società moderne.

u) Preghiera e obbedienza – Sono forme di passività molto richieste nelle società dove domina incontrastato lo “specialista” (divisione del lavoro) e solo a lui è demandata l’ azione.

v) Pace – Niente pace, niente commerci: dove passano le armi non passano le merci.

z) Sacra famiglia – La famiglia monogamica “tradizionale” nasce con la proprietà privata, favorisce da sempre l’ accumulo di capitale ed è quindi funzionale ad ogni forma di capitalismo.

aa) Sacro – Premesso che la religione cristiana ha ridotto al minimo il ruolo del “sacro” nel vivere sociale, a volte scordiamo che anche la modernità ammette l’ esistenza di un nucleo oggettivo di realtà  “non negoziabile”. L’ equivoco alligna in chi mescola modernità e post-modernità, quest’ ultima propone una narrazione alquanto seduttiva ma, alla resa dei conti, presa sul serio solo da pochi intellettuali rinchiusi nelle loro accademie.

bb) Legge naturale – Come non vedere un’ assonanza con l’ ordine spontaneo tanto caro ai liberali?

Continua a questo link: http://broncobilli.blogspot.it/2014/07/lessico-cristiano.html

27) Secondo molti cattolici l’ efficientismo della società capitalista ha uno sbocco inevitabile: l’ alienazione dell’ uomo. Produrre diventa l’ imperativo e si perde di vista che si produce al solo scopo di consumare. Invertire i mezzi con i fini è prodromico al crescente straniamento così tipico dell’ uomo moderno. Ora, senz’ altro la società capitalistica pone grande enfasi sull’ efficienza e la globalizzazione ha ulteriormente rafforzato questo aspetto, tuttavia sarebbe caricaturale pensare all’ efficienza come obbiettivo unico. Mi spiego meglio con un esempio, chiunque abbia lavorato in una multinazionale – o l’ abbia anche solo vista dall’ esterno – conosce bene la montagna di inefficienza che caratterizza queste organizzazioni. Spesso i provvedimenti di taglio dei costi vengono presi giusto quando la situazione è insostenibile, quando cioè le pressioni concorrenziali diventano intollerabili. Ma se quei provvedimenti esistono, perché mai non sono stati presi prima? In queste aziende oltre 1/3 del personale è sostituibile con profitto, eppure si preferisce non toccarlo. Perché? Gli “yes man” del boss – chiaro simbolo d’ inefficienza – abbondano. Perché? Non esiste quasi mai un legame tra i compensi dell’ AD e i profitti societari. Perché? I meeting e i briefing inutili si susseguono, se a cio’ aggiungiamo lo scarso uso delle teleconferenze, viene da chiedersi il perché. In queste riunioni si formulano spesso delle previsioni sul futuro, eppure non vengono meticolosamente registrate e riscontrate come ci si aspetterebbe in un’ organizzazione dedita a misurare l’ efficienza e a premiarla. Perché? E’ noto poi che il  boss sopravvaluta gli uomini che ha assunto personalmente sebbene questa preferenza sia nociva per l’ organizzazione. Perché allora lo fa? Nelle assunzioni, le credenziali e i titoli prevalgono regolarmente sempre rispetto alla misurazione delle capacità effettive. Perché? E si potrebbe continuare. Evidentemente altri interessi oltre alla massimizzazione del profitto sono in gioco e pesano. In conclusione, la società capitalistica è un’ organizzazione complessa in cui agiscono molte organizzazioni complesse i cui obbiettivi non sono certo riducibili all’ efficientismo integrale.

28) Molti cattolici simpatizzano con la cosiddetta “legge di Sombard” per la quale il capitalismo, a causa del suo eccessivo dinamismo, diventa un processo innaturale che sgancia l’ economia da ogni ordine morale. L’ uomo non è fatto per la centrifuga impazzita dell’ turbocapitalismo. Ebbene, la critica contiene un nucleo di verità, bisogna prenderla sul serio; purtroppo tali critici sbandano allorché pensano di porre rimedio abbracciando il mito delle “riforme”, ovvero dell’ ingegneria sociale. Sarebbe come combattere il male con il male, sarebbe come rettificare un sistema che ha il difetto di essere costruito a tavolino con una riparazione per l’ appunto a tavolino. Meglio allora l’ approccio “conservatore”, meglio “rallentare” il capitalismo con le inefficienze sue proprie, ovvero le inefficienze che derivano da un “eccesso” di libertà, come le inefficienze da maggiori concessioni all’ autogoverno, da maggiori enfasi sulle diversità, dalla libertà di battere moneta,  ovvero, come abbiamo visto prima, dalla diffidenza per un welfare costruito centralmente. Ma gli esempi si possono moltiplicare.

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Fine del mio fioretto. RIP

Mi è impossibile onorare il fioretto. E’ inutile. Dovrei disconnettermi da Internet e dalla lettura di tutti i maggiori quotidiani, spengere la tv e non seguire nessun programma attualmente in onda. Buttare la radio. 

Questo è quello che propone Huffington Post Italia, dalle pagine di Repubblica. A proposito della strage familiare avvenuta nei giorni scorsi. 

Uccidere la propria donna, se occorre col suo prolungamento fisico, affettivo, e chissenefrega se sono figli tuoi. Ucciderla perché si aderisce inconsapevolmente al braccio armato di un movimento di pensiero contrario all’emancipazione femminile. 

L’uomo di Motta Visconti forse è pazzo, o forse, invece, no. Speriamo che lo sia. Speriamo non sia uno di quei sette assassini su dieci che invece non lo sono. Speriamo non sia “solo” uno dei tanti che odiano le donne. Che vogliono fermarle a ogni costo. Che ogni giorno, da qualche parte, al Sud o al Nord, nelle classi agiate come in quelle svantaggiate, tagliano loro la strada verso l’armonia con le armi, o con le botte, o con le parole, o con la solitudine, o con la negazione dell’affetto… 

Fermarle per liberarsi di loro, o per impedire loro di liberarsi di te. Ogni motivo è buono, esattamente come il suo motivo capovolto. Fermarle per impedire loro, in generale, di essere libere e felici. Fermarle per sentirsi uomini veri. Per impedire un abbandono. Per non specchiarsi mai nei loro occhi. Per non sentirsi inferiori. Oppure per fare quel che ti pare senza rotture, lagne, pretese, rivendicazioni. Chessò, provarci tranquillamente con una collega. Correre al pub. Bere a piacimento. Godersi la partita. Gol!!!! 

Non so come si possa tollerare, leggere una roba del genere.

Nei prossimi giorni, poi, Adriano Sofri e Michele Serra rincareranno la dose contro il Patriarcato Assassino, e si uniranno al coro Gramellini, Fo, Ovadia, Fazio e tutti gli altri intellettuali maschi che – inspiegabilmente, lo dico davvero – non contrastano questa narrazione, anzi, la sostengono.  Ipotesi: lo fanno per continuare ad avere uno spazio; lo fanno perché sanno che sono le donne che leggono e comprano libri (i loro) e giornali (i loro); lo fanno per superficialità e disinteresse per la verità dei fatti; lo fanno per paura di non fare più sesso; lo fanno per paura di moglie compagne; lo fanno tanto per fare. Ecc.

Non lo so, mi sembra un’immensa ingiustizia che non ci siano voci maschili, ma soprattutto femminili, che denunciano la colossale industria messa in piedi dal femminismo di terza ondata.

Ci vorrebbe un Norman Finkelstein in gonnella, ma purtroppo in Italia non si vedrà mai. Ci accontentiamo di un Aldo Grasso, che almeno ci prova, oggi, e lo ringrazio di cuore: 

Immaginando che «Glob. Diversamente italiani» fosse una trasmissione che si occupa anche di comunicazione, mi apprestavo a trovare parole diversamente critiche per il congedo (Rai3, domenica, ore 23.10). In fondo Enrico Bertolino, pur con i suoi impacci a vestire i panni del conduttore, è uno che ringrazia per i commenti e le critiche (così almeno cinguetta).

Poi, però, nell’ultima puntata della stagione arriva Lorella Zanardo con le sue prediche sullo sfruttamento dell’immagine delle donne. Nessuno lo nega, ma mi piacerebbe che gli autori, i collaboratori, le «firme» di «Glob» risentissero alla moviola il discorso della Zanardo: un cumulo di compiaciute ovvietà incarnate da una prosopopea senza limiti, come fosse la prima a scoprire «il punto di vista della telecamera». Ora, se applicassimo il metodo Zanardo a «Glob» scopriremmo che anche le apparizioni di Brenda Lodigiani o di Alice Mangione, nel momento in cui interpretano personaggi di contorno rispetto a Bertolino, mettono in luce l’uso distorto della donna in tv.

Mi chiedo come autori del calibro di Marco Posani, Dario Baudini, Luca Bottura, Luca Monarca, Enrico Nocera, Antonio De Luca, Stefano Redaelli possano aver avuto un cedimento simile e aver lasciato spazio alle banalità ideologiche di una diversamente competente. Mah!
Grande spazio alla promozione del secondo film di Mirca Viola, Cam Girl , storia di quattro ragazze che si spogliano in cambio di soldi, coperte dall’anonimato della Rete. In realtà, non si è parlato della qualità del film (ma «Glob» non è un programma sulla comunicazione?), bensì del dramma sociale che si cela dietro questo fenomeno: «ragazze della porta accanto» che, in mancanza di reali prospettive economiche, decidono di entrare nelle case dei clienti attraverso una webcam mostrandosi a perfetti sconosciuti diversamente vestite.

Violenza & Violenza

Com’ è noto, raccontare la storia in termini di “buoni e cattivi” abbassa il quoziente d’ intelligenza di chi partecipa alla discussione.

Tuttavia, gli esempi di questa pessima abitudine fioccano. Mi limito a farne un paio prendendo a pretesto il tema sempre caldo del femminicidio.

1) Certo femminismo vede tutti mali del mondo contemporaneo come un lascito del Patriarcato, ovvero di un’ epoca in cui gli uomini (i cattivi) opprimevano le donne (buone). Il femminicidio, la cui denuncia è tanto in voga, non fa eccezione. Praticamente, dopo Auschwitz viene il Patriarcato.

2) Certo anti-femminismo vede la retorica femminista sul femminicidio come una cortina fumogena (cattiva) volta a nascondere la dura  realtà dei fatti: in famiglia e nella coppia le donne picchiano quanto se non di più degli uomini. In questo caso i “buoni” sono coloro che senza pietà ci mettono davanti alla “dura realtà dei fatti” liberandoci del persuasore occulto che lavora indefesso in favore della lobby femminista.

 

Come modificare le due storielle per ripristinare il quoziente d’ intelligenza degli interlocutori? Faccio un tentativo.

1bis) Il Patriarcato è solo un assetto sociale che, in determinati contesti, realizzava, secondo le attitudini di ciascun sesso, un equilibrio nella divisione dei compiti. Oggi, in contesti mutati, ha poco senso, e la transizione verso nuovi equilibri (da scoprire) è a buon punto, bisogna solo accompagnarla senza tante isterie. Persino il femminicidio è meglio spiegato come istinto naturale che come portato culturale: l’ uomo che vede minacciato il suo status di riproduttore reagisce in modo violento (ricordiamoci sempre che il nostro cervello è stato “costruito” migliaia di anni fa per funzionare bene allora). Naturalmente è un istinto che puo’ e deve essere controllato dalla ragione, specie ora che una reazione del genere è completamente insensata.

2bis) E’ vero, nella coppia la donna picchia più dell’ uomo, ma la differenza, oltre che nei danni provocati, è anche nel significato che assumono “le botte” impartite alla controparte. La donna, in genere, vuol lanciare un segnale al suo partner, l’ uomo vuol far male. Per la donna è una forma estrema di comunicazione, a volte persino sofisticata; per l’ uomo una pura e semplice perdita di controllo.

Pagare tutti per pagare meno

E’ uno slogan ricorrente quando si parla di tasse con l’ ansia di mettere nel mirino quel bandito dell’ evasore: se solo lui pagasse, io pagherei meno.

Ma chi lo sostiene dovrebbe rendere conto di almeno due cose.

1. Poiché l’ evasione/elusione riguarda più da vicino i redditi di capitale rispetto a quelli di lavoro, ci si aspetterebbe che le aliquote gravanti sui primi siano maggiori. E’ vero l’ opposto: dove per questioni tecniche è maggiore l’ elusione/evasione, il fisco sembra adeguarsi presentando un conto meno salato.

2. La storia fiscale italiana (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe) parla chiaro: la compliance è cresciuta parallelamente all’ aumento delle aliquote. Ovvero, quanto più cresceva la propensione a battere scontrini, quanto più cresceva la “coscienza fiscale” degli italiani, tanto più lievitava l’ aliquota a cui erano sottoposti i loro redditi.

Correlazione e causalità sono cose diverse e il punto 2 puo’ avere molte spiegazioni, tuttavia una spicca per linearità e merita di essere citata: se una cosa funziona la si usa di più.

Ovvero, se il contribuente paga, perché mai non dovrei “spremerlo” ulteriormente?

Si puo’ sfuggire al primo punto ma è difficile farlo senza ricadere nel secondo.

I due punti non si limitano a revocare in dubbio lo slogan ma addirittura lo ribaltano: “se più gente evadesse, pagheremmo tutti meno”, ovvero: se il mestolo fosse un colabrodo non verrebbe usato tanto alacremente.

Il politico che annuncia nuove tasse non è ben visto: perché rovinarsi l’ immagine se poi si raccoglie tanto poco da distribuire alla propria constituency?

Una specie di parassitismo alla rovescia: l’ evasore come scudo per il tartassato. Guarda caso in tutto il mondo i livelli di tassazione e le pretese del fisco aumentano all’ aumentare della tecnologia in possesso degli accertatori (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe). Si puo’ con fondamento ritenere che se grazia ad una bacchetta magica l’ evasione sparisse, probabilmente le tasse s’ impennerebbero (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe).

Strano ma logico. E soprattutto in linea con i fatti osservati in passato.

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***

Altra recriminazione: “l’ evasore fa concorrenza sleale” compromettendo l’ efficienza del sistema.

E’ vero, l’ evasore sopporta meno costi (tributari) rispetto al suo concorrente. Ma, fateci caso, anche l’ impresa olandese e quella svedese sopportano meno costi tributari rispetto a quella italiana, eppure nessuno parlerebbe di “concorrenza sleale” in quel caso. E non si puo’ nemmeno addurre che l’ impresa olandese sia costretta a operare con meno servizi. Al contrario!

Perché allora in quei casi – eccezion fatta per qualche folkloristico protezionista – non si parla di “concorrenza sleale”? Qualora l’ impresa, grazie all’ evasione, si auto-riducesse le imposte a livello “americano”, chi oserebbe accusarla di parassitismo? 

Mmmmm. Mi rendo conto che questo argomento va integrato, da solo non è poi così convincenti per rintuzzare la recriminazione di partenza. In effetti il piatto forte deve ancora arrivare e ve lo servo subito.

Fate bene attenzione: lo slogan recriminatorio che ho messo in grassetto qua sopra, per essere attendibile, necessita che la spesa pubblica sia efficiente. Ma la spesa pubblica che ci ritroviamo presenta queste caratteristiche?

Ovviamente no, dopo gli anni 50/60 del secolo scorso la spesa pubblica è in efficiente un po’ ovunque in Europa (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe).

Troverete chi sostiene che lo stato spende in modo più equo ma non chi sostiene che spende in modo più efficiente. Di sicuro l’ evasore ha una struttura d’ incentivi a spendere in modo efficiente più coerente rispetto a quella che possiede il burocrate.

I fondi sequestrati all’ evasore intercettato sarebbero dunque spesi dalla politica in modo inefficiente. Al contrario, l’ evasore, trattenendo presso di sé quelle somme, le spenderebbe in modo efficiente: se deve farsi una piscina, per esempio, sceglierà la ditta più efficiente per costruirla, e questo per il semplice fatto che premiare il migliore sulla piazza conviene innanzitutto a lui.

L’ inefficienza della concorrenza sleale (oltretutto al netto di quanto si diceva all’ inizio di questa sezione) è più che compensata dall’ efficienza di come vengono successivamente spese le risorse trattenute grazie all’ evasione stessa.

Naturalmente, efficienza ed equità possono divergere: spendere per lavare i fazzoletti-dei-poveretti-della-città sembra più equo che spendere per costruire una piscina olimpionica nella villa dell’ evasore. Ma se spostiamo l’ attenzione sull’ equità allora dovremmo innanzitutto dimostrare l’ equità di una pratica quale l’ esosa tassazione europea. E l’ impresa, credetemi ancora per poco sulla parola, è a dir poco ardua. Specie se ci si affida al buon senso.

***

L’ evasione è eticamente condannabile?

Io sostengo di no per il semplice fatto che ad essere condannabile moralmente è la tassazione. Almeno una certa tassazione. Ironia della sorte in Europa esiste proprio “quel” tipo di tassazione.

Per capirci meglio bisognerebbe tornare alla struttura fondante della tassazione. Ogni tassa è una proposta di Corleone: “tu mi dai la somma X e io ti fornisco il servizio Y. O ci stai con le buone o ci stai con le cattive. O mangi sta minestra o salti dalla finestra. Allora?”.

Non mi sembra un modo di agire molto “etico”. D’ altronde nella storia gli stati emergono come cosche vincenti in una lotta tra “protettori”.

E ha poco senso evocare il metodo (magari democratico) con cui viene scelto chi è poi chiamato a formulare una “proposta di Corleone”. Se Tizio, Caio e Sempronio voglio suonare un quartetto d’ archi non possono coartarmi alla stregua di uno schiavo costringendomi con la minaccia della galera a studiare musica perché “… manca il secondo un violino e devi quindi suonarlo tu”. Nemmeno se si giustificassero dicendo di aver deciso la cosa a maggioranza tre contro uno.

Oltretutto, Corleone offriva servizi di protezione in genere efficienti: il ladruncolo del quartiere che violava la zona del boss disturbando i “protetti” veniva rinvenuto appeso al lampione la notte stessa.

In altri termini, la tassazione per essere giustificata richiede un doppiopesismo morale: ci sono uomini (i rappresentanti del governo) che hanno uno status morale superiore rispetto ai cosiddetti “rappresentati” e quindi possono fare cose che a questi ultimi non sono concesse.

Chi accetterebbe una differenziazione nello status morale dei soggetti? Ormai la si accetta a fatica anche tra uomini e animali!

Ma abbandoniamo pure le buone ragioni del radicalismo e concediamo che tassare il prossimo sia moralmente accettabile quando costituisce uno strumento per fornire beni pubblici alla comunità e per compensare le esternalità che si producono nell’ azione degli individui. Raggiungeremmo un livello di tassazione complessiva eticamente consentita tra il 5 e il 20%, un mondo sideralmente distante da quello in cui opera l’ evasore di cui ci occupiamo qui.

Per alcuni l’ evasore è moralmente riprovevole in quanto “parassita sociale”. L’ evasore usufruirebbe di beni alla cui produzione non contribuisce. Ma l’ accusa ha i piedi d’ argilla, qualora non si provi contestualmente la piena legittimità della tassazione sovrastante. Con un’ analogia azzardata ma illuminante, sarebbe come dire che in occasione di un sequestro il “rapito”, per quanto abbia le sue buone ragioni per lamentarsi, resta comunque un parassita poiché non respinge il rancio passatogli dai sequestratori. Assurdo, vero?

Mi spingo ancora oltre: anche qualora ammettessimo che la tassazione sia legittima, cio’ non ci consentirebbe ancora di dire che l’ evasore è un “ladro”. Prendendo seriamente le parole, mi tocca far osservare che “ladro” è chi si impossessa della proprietà altrui e l’ evasore, almeno in un’ ottica giusnaturalista, è comunque proprietario a tutti gli effetti della ricchezza che ha prodotto. Semplicemente, sarebbe in torto in quanto inadempiente rispetto ad una certa obbligazione tributaria (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe)

E che dire, in conclusione, della lotta tra categorie? “Dipendenti” vs. “Autonomi”. Spesso la contrapposizione è presentata in termini etici.

Francamente trovo che sia una ricostruzione distorta. Come sappiamo l’ occasione fa l’ uomo ladro e non avere occasioni non è certo un merito (a volte è un demerito!).

Ma, come se non bastasse, c’ è di più. Le evidenze empiriche (link omesso perché tanto nessuno lo leggerebbe) ci dicono che chi non evade perché non puo’ (esempio il lavoratore dipendente) è anche mediamente più incline ad evadere appena puo’ (il sommerso è più diffuso tra chi ha un “secondo lavoro”  che tra le “partite iva”). Non penso proprio che ci si possa proclamare santi per il solo fatto di non essere mai stati “tentati”. Un’ etica del genere non esiste, bisognerebbe inventarla ad hoc.

***

Siamo sicuri poi che l’ evasore faccia mancare risorse essenziali allo stato?

Sembrerebbe di no. Oggi il condominio Italia langue e il condominio Germania prospera. Si tratta di due condomini in tutto uguali e un confronto è lecito.

Qualcuno è tentato di osservare che i condomini del primo condominio non pagano con solerzia le spese condominiali.

Vero, ma se andiamo a vedere poi ci accorgeremmo che, a parità di condomini, l’ amministratore del condominio Italia ha in cassa e spende esattamente le stesse somme dell’ amministratore del condominio Germania (link omesso perché tanto nessuno leggerebbe), nonostante il confronto sui risultati sia imbarazzante.

E allora? Allora i condomini dovranno pure pagare le spese ma se le cose vanno come vanno nel loro condominio la causa non sta certo nell’ insolvenza quanto negli amministratori.

***

L’ evasore però, con le sue gesta, viola la legislazione di stato svalutando di fatto tutte le leggi, anche quelle giuste.

Qui l’ evasore è indifendibile: come si puo’ governare uno stato se il valore delle leggi emanate è vicino a zero? Non rispettare una legge rischia di ridurre a carta straccia l’ intero corpo legislativo.

***

Qui sta la vera colpa dell’ evasore ma anche la ricetta della lotta all’ evasione: basta eliminare, sfoltire, attenuare le leggi violate e applicare con più rigore le poche che restano.

Meno tasse e aliquote più basse.

Una volta che le leggi comunemente violate scompaiono (o si attenuano) non saranno più violate (o lo saranno meno) e l’ effetto svalutazione non si riverserà sulle leggi buone.

Che inconvenienti comporta l’ abrogazione (o attenuazione)? Inconvenienti in termini di efficienza? Al contrario, l’ efficienza del pase aumenta, lo abbiamo appena visto (si eliminano costi burocratici, costi del sommerso, costi di pseudo-concorrenza sleale…).

Inconvenienti in termini di equità? Al contrario, l’ equità aumenta, lo abbiamo appena visto (si attenua l’ applicazione di un doppio standard tra i soggetti in campo).

Ma per lo scettico l’ evasore continuerà ad evadere imperterrito. L’ evasore è fatto così, penserà. Non ha una testa, è una macchina. Una macchina per evadere. L’ imposta puo’ essere alta, media, bassa… Il suo mestiere è evadere e lui la evaderà.

Per lo scettico ho due risposte.

Prima: se diminuiscono le aliquote, a parità del resto, evadere diventa molto più costoso e l’ evasore, se agisce razionalmente, rallenta. Se il prezzo sale, si compra meno. Di solito.

Seconda: con meno leggi da far rispettare l’ applicazione delle poche rimaste migliora. Gli accertatori fiscali potranno concentrarsi su pochi e più mirati compiti. Se le cose da fare diminuiscono, si fanno meglio. Di solito.

 

I bambini ci rendono infelici?

Poiché recentemente ho letto parecchio sul tema, mi vengono di getto alcune considerazioni.

1) La risposta più rigorosa alla domanda di cui al titolo è “sì”. Quando nascono i tuoi figli la tua felicità è in pericolo. Troppe ricerche lo confermano in modo concorde, non puo’ essere un caso.

2) Bisogna aggiungere che l’ effetto negativo riscontrato è “tenue”.

3) Talmente “tenue” che la felicità regalataci dal matrimonio (o comunque da un’ unione stabile) lo compensa abbondantemente, Ovvero: un genitore sposato è mediamente più felice di un single, e questo anche se su di lui insiste il gravame che i figli sembrerebbero avere sulla felicità delle persone.

4) Memento: le ricerche sulla felicità restano comunque problematiche poiché i confronti intersoggettivi sono sempre difficili da fare. Mi spiego meglio: posso dire in modo attendibile che su una scala da “uno” a “dieci” mi sento felice “otto” ma non posso dire con certezza che il mio “otto” equivalga al tuo “otto”.

5) L’ infelicità che apportano i figli è chiara in alcune aree specifiche (godimenti puri, vita di società… e te credo, quando ti nasce un figlio la tua vita sociale si azzera o quasi). Lo è meno se consideriamo il “grado di soddisfazione generale” della persona oggetto d’ indagine.

6) Ormai esistono molte banche dati che consentono di seguire un individuo nel corso degli anni. Dalle ricerche che ne fanno uso veniamo a sapere una cosa molto interessante: chi decide di avere figli di solito aumenta il grado della propria felicità (e per le donne è ancora più vero!). Naturalmente lo stesso dicasi per chi decide di non avere figli: anche costui aumenta la propria felicità assecondando la sua propensione. Condizione sufficiente per riscontrare questi effetti è quella di trovarci di fronte ad autentiche scelte di vita personali. In sintesi: le persone sono abbastanza razionali quando scelgono se avere o non avere figli.

7) Il punto 6) ci permette di concludere che, sebbene i figli globalmente abbiano un effetto negativo sulla felicità delle persone, chi ha scelto di averli ha agito razionalmente: senza quei figli sarebbe stato più infelice. E lo stesso, mutatis mutandi, si puo’ dire anche per chi ha scelto di non averne.

8) Se torniamo a considerare il punto 4) dobbiamo concludere che la parte più affidabile delle ricerche (quella che non implica confronti intersoggettivi) mette in luce un “effetto positivo” piuttosto che “negativo”. Questo anche se nelle ricerche globalmente considerate l’ “effetto negativo” – quello più problematico per la natura stessa delle ricerche – prevale su quello “positivo”.

9) La felicità di avere figli si manifesta soprattutto nel lungo periodo, e questo puo’ ingannare chi non è lungimirante o sospetta sempre delle tradizioni. Avere molti nipotini è piacevole. Un nipotino impegna meno di un figlio. Purtroppo senza figli i nipotini non ci saranno mai o saranno pochi. Spesso ce lo dimentichiamo.

10) E’ bene ricordare anche che un figlio “non voluto” che ci capita tra capo e collo rende molto meno infelici di un figlio voluto che non arriva. Un bambino non voluto in arrivo sembra una tragedia, senonché la tragedia si ridimensiona molto presto, e magari si trasforma in una festa. Il figlio cercato e non ottenuto invece è una spina che ci tormenterà a lungo, forse per sempre.

11) L’ impegno che profondiamo nella cura dei figli è stressante e fonte d’ infelicità ma – fortunatamente – anche eccessivo. Qualora lo razionalizzassimo, ci sono buone speranze di mitigare l’ “effetto negativo” che la prole ha sulla nostra felicità. E magari di ribaltarlo in un “effetto positivo”.

12) La “felicità” non è comunque tutto nella vita di un uomo; c’ è anche la “speranza”, per esempio. In un certo senso potremmo dire che fare un figlio è “conveniente” poiché – rispetto alla “speranza” che ci regala la sua presenza – costa davvero poco in termini d “felicità”.

13) Come distinguere tra “speranza” e “felicità”? nel pormi la domanda penso sempre ad un immigrato che ho conosciuto e che mi raccontava in modo appassionato quanto era felice al suo paese: ok, era più povero, ma anche più felice. Se la felicità fosse tutto quell’ immigrato sarebbe tornato di corsa a casa. Posso ben dirlo visto che lo conosco come persona razionale. Ma lui non lo fa. Non lo fa perché solo stando qui (dove è un po’ più infelice) puo’ coltivare cio’ che evidentemente reputa ancora più prezioso: la sua speranza.

14) Che poi tra figli e “speranza” ci sia un legame inscindibile lo spiega bene il poeta Charles Peguy:

 

Il portico del mistero della seconda virtù


 

La fede che più amo, dice Dio, è la speranza.

La fede, no, non mi sorprende.
La fede non è sorprendente.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
Nel sole e nella luna e nelle stelle.
In tutte le mie creature.
Negli astri del firmamento e nei pesci del mare.
Nell’universo delle mie creature.
Sulla faccia della terra e sulla faccia delle acque.
Nei movimenti degli astri che sono nel cielo.
Nel vento che soffia sul mare e nel vento che soffia nella valle.
Nella calma valle.
Nella quieta valle.
Nelle piante e nelle bestie e nelle bestie delle foreste.
E nell’uomo.
Mia creatura.

Nei popoli e negli uomini e nei re e nei popoli.
Nell’uomo e nella donna sua compagna.
E soprattutto nei bambini.
Mie creature.
Nello sguardo e nella voce dei bambini. Perché i bambini sono più creature mie.
Che gli uomini.
Non sono ancora stati disfatti dalla vita.
Della terra.
E fra tutti sono i miei servitori.
Prima di tutti.
E la voce dei bambini è più pura della voce del vento nella calma della valle.
Nella quieta valle.
E lo sguardo dei bambini è più puro dell’azzurro del cielo, del bianco latteo del cielo, e di un raggio di stella nella calma notte.
Ora io risplendo talmente nella mia creazione.
Sulla faccia delle montagne e sulla faccia della pianura.
Nel pane e nel vino e nell’uomo che ara e nell’uomo che semina e nella mietitura e nella vendemmia.
Nella luce e nelle tenebre.
E nel cuore dell’uomo, che è ciò che di più profondo v’è nel mondo.
Creato.
Così profondo da esser impenetrabile a ogni sguardo.
Tranne che al mio sguardo.
Nella tempesta che scuote le onde e nella tempesta che scuote le foglie.
Degli alberi della foresta.
E al contrario nella quiete d’una bella serata.
Nelle sabbie del mare e nelle stelle che son sabbia nel cielo.
Nella pietra della soglia e nella pietra del focolare e nella pietra dell’altare.
Nella preghiera e nei sacramenti.
Nelle case degli uomini e nella chiesa che è la mia casa sulla terra.
Nell’aquila mia creatura che vola sui picchi.
L’aquila reale che ha almeno due metri d’apertura d’ali e fors’anche tre.
E nella formica mia creatura che striscia e che ammassa miseramente.
Nella terra.
Nella formica mio servitore.
E fin nel serpente.
Nella formica mia serva, mia infima serva, che ammassa a fatica, la parsimoniosa.
Che lavora come una disgraziata e non conosce sosta e non conosce riposo.
Se non la morte e il lungo sonno invernale.
(…)

Io risplendo talmente in tutta la mia creazione.
Nell’infima, nella mia creatura infima, nella mia serva infima, nella formica infima.
Che tesaurizza miseramente, come l’uomo.
Come l’uomo infimo.
E che scava gallerie nella terra.
Nel sottosuolo della terra.
Per ammassarvi meschinamente dei tesori.
Temporali.
Poveramente.
E fin nel serpente.
Che ha ingannato la donna e che perciò striscia sul ventre.
E che è mia creatura e che è mio servitore.
il serpente che ha ingannato la donna.
Mia serva.
Che ha ingannato l’uomo mio servitore.
Io risplendo talmente nella mia creazione.
In tutto ciò che accade agli uomini e ai popoli, e ai poveri.
E anche ai ricchi.
Che non vogliono esser mie creature.
E che si mettono al riparo.
Per non esser miei servitori.
In tutto ciò che l’uomo fa e disfa in male e in bene.
(E io passo sopra a tutto, perché sono il signore, e faccio ciò che lui ha disfatto e disfo quello che lui ha fatto).
E fin nella tentazione del peccato.
Stesso.
E in tutto ciò che è accaduto a mio figlio.
A causa dell’uomo.
Mia creatura.
Che io avevo creato.
Nell’incorporazione, nella nascita e nella vita e nella morte di mio figlio.
E nel santo sacrificio della messa.

In ogni nascita e in ogni vita.
E in ogni morte.
E nella vita eterna che non avrà mai fine.
Che vincerà ogni morte.

Io risplendo talmente nella mia creazione.

Che per non vedermi realmente queste povere persone dovrebbero esser cieche.

La carità, dice Dio, non mi sorprende.
La carità, no, non è sorprendente.
Queste povere creature son così infelici che, a meno di aver un cuore di pietra, come potrebbero non aver carità le une per le altre.
Come potrebbero non aver carità per i loro fratelli.
Come potrebbero non togliersi il pane di bocca, il pane di ogni giorno, per darlo a dei bambini infelici che passano.
E da loro mio figlio ha avuto una tale carità.

Mio figlio loro fratello.
Una così grande carità.

Ma la speranza, dice Dio, la speranza, sì, che mi sorprende.
Me stesso.
Questo sì che è sorprendente.

Che questi poveri figli vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio.
Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina.
Questo sì che è sorprendente ed è certo la più grande meraviglia della nostra grazia.
Ed io stesso ne son sorpreso.
E dev’esser perché la mia grazia possiede davvero una forza incredibile.
E perché sgorga da una sorgente e come un fiume inesauribile
Da quella prima volta che sgorgò e da sempre che sgorga.
Nella mia creazione naturale e soprannaturale.
Nella mia creazione spirituale e carnale e ancora spirituale.
Nella mia creazione eterna e temporale e ancora eterna.
Mortale e immortale.
E quella volta, oh quella volta, da quella volta che sgorgò, come un fiume di sangue, dal fianco trafitto di mio figlio.
Quale non dev’esser la mia grazia e la forza della mia grazia perché questa piccola speranza, vacillante al soffio del peccato, tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio,
sia così invariabile, resti così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere; come questa fiammella del santuario.
Che brucia in eterno nella lampada fedele.
Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi.
Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti.
Da quella prima volta che la mia grazia è sgorgata per la creazione del mondo.
Da sempre che la mia grazia sgorga per la conservazione del mondo.
Da quella volta che il sangue di mio figlio è sgorgato per la salvezza del mondo.

Una fiamma che non è raggiungibile, una fiamma che non è estinguibile dal soffio della morte.

Ciò che mi sorprende, dice Dio, è la speranza.
E non so darmene ragione.
Questa piccola speranza che sembra una cosina da nulla.
Questa speranza bambina.
Immortale.

Perché le mie tre virtù, dice Dio.
Le tre virtù mie creature.
Mie figlie mie fanciulle.
Sono anche loro come le altre mie creature.
Della razza degli uomini.
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
Una madre ardente, ricca di cuore.
O una sorella maggiore che è come una madre.
La Speranza è una bambina insignificante.
Che è venuta al mondo il giorno di Natale dell’anno scorso.
Che gioca ancora con il babbo Gennaio.
Con i suoi piccoli abeti in legno di Germania coperti di brina dipinta.
E con il suo bue e il suo asino in legno di Germania. Dipinti.
E con la sua mangiatoia piena di paglia che le bestie non mangiano.
Perché sono di legno.
Ma è proprio questa bambina che attraverserà i mondi.
Questa bambina insignificante.
Lei sola, portando gli altri, che attraverserà i mondi passati.

Come la stella ha guidato i tre re dal più remoto Oriente.
Verso la culla di mio figlio.
Così una fiamma tremante.
Lei sola guiderà le Virtù e i Mondi.

Una fiamma squarcerà delle tenebre eterne.

(…)

Si dimentica troppo, bambina mia, che la speranza è una virtù, che è una virtù teologale, e che di tutte le virtù, e delle tre virtù teologali, è forse quella più gradita a Dio.
Che è certamente la più difficile, che è forse l’unica difficile, e che probabilmente è la più gradita a Dio.

La fede va da sé. La fede cammina da sola. Per credere basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare. Per non credere bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Prendersi a rovescio, mettersi a rovescio, andare all’inverso. La fede è tutta naturale, tutta sciolta, tutta semplice, tutta quieta. Se ne viene pacifica. E se ne va tranquilla. È una brava donna che si conosce, una brava vecchia, una brava vecchia parrocchiana, una brava donna della parrocchia, una vecchia nonna, una brava parrocchiana. Ci racconta le storie del tempo antico, che sono accadute nel tempo antico. Per non credere, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie. Per non vedere, per non credere.

La carità va purtroppo da sé. La carità cammina da sola. Per amare il proprio prossimo basta solo lasciarsi andare, basta solo guardare una tal miseria. Per non amare il proprio prossimo bisognerebbe violentarsi, torturarsi, tormentarsi, contrariarsi. Irrigidirsi. Farsi male. Snaturarsi, prendersi a rovescio, mettersi a rovescio. Andare all’inverso. La carità è tutta naturale, tutta fresca, tutta semplice, tutta quieta. È il primo movimento del cuore. E il primo movimento quello buono. La carità è una madre e una sorella.

Per non amare il proprio prossimo, bambina mia, bisognerebbe tapparsi gli occhi e le orecchie.
Dinanzi a tanto grido di miseria.

Ma la speranza non va da sé. La speranza non va da sola. Per sperare, bambina mia, bisogna esser molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia.

È la fede che è facile ed è non credere che sarebbe impossibile. È la carità che è facile ed è non amare che sarebbe impossibile. Ma è sperare che è difficile
(…)

E quel che è facile e istintivo è disperare ed è la grande tentazione.

La piccola speranza avanza fra le due sorelle maggiori e su di lei nessuno volge lo sguardo.
Sulla via della salvezza, sulla via carnale, sulla via accidentata della salvezza, sulla strada interminabile, sulla strada fra le sue due sorelle la piccola speranza.
Avanza.
Fra le due sorelle maggiori.
Quella che è sposata.
E quella che è madre.
E non si fa attenzione, il popolo cristiano non fa attenzione che alle due sorelle maggiori.
La prima e l’ultima.
Che badano alle cose più urgenti.
Al tempo presente.
All’attimo momentaneo che passa.
il popolo cristiano non vede che le due sorelle maggiori, non ha occhi che per le due sorelle maggiori.
Quella a destra e quella a sinistra.
E quasi non vede quella ch’è al centro.
La piccola, quella che va ancora a scuola.
E che cammina.
Persa fra le gonne delle sorelle.
E ama credere che sono le due grandi a portarsi dietro la piccola per mano.
Al centro.
Fra loro due.
Per farle fare questa strada accidentata della salvezza.
Ciechi che sono a non veder invece
Che è lei al centro a spinger le due sorelle maggiori.
E che senza di lei loro non sarebbero nulla.
Se non due donne avanti negli anni.
Due donne d’una certa età.
Sciupate dalla vita.

È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.

La Fede vede ciò che è.
Nel Tempo e nell’Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.

Per così dire nel futuro della stessa eternità.
La Carità ama ciò che è.
Nel Tempo e nell’Eternità.
Dio e il prossimo.
Così come la Fede vede.
Dio e la creazione.
Ma la Speranza ama ciò che sarà.
Nel tempo e per l’eternità.

Per così dire nel futuro dell’eternità.

La Speranza vede quel che non è ancora e che sarà.
Ama quel che non è ancora e che sarà.

Nel futuro del tempo e dell’eternità.

Sul sentiero in salita, sabbioso, disagevole.
Sulla strada in salita.
Trascinata, aggrappata alle braccia delle due sorelle maggiori,
Che la tengono per mano,
La piccola speranza.
Avanza.
E in mezzo alle due sorelle maggiori sembra lasciarsi tirare.
Come una bambina che non abbia la forza di camminare.
E venga trascinata su questa strada contro la sua volontà.
Mentre è lei a far camminar le altre due.
E a trascinarle,
E a far camminare tutti quanti,
E a trascinarli.
Perché si lavora sempre solo per i bambini.

E le due grandi camminan solo per la piccola.

Charles Péguy

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La mia filosofia

Non ho mai studiato la filosofia a scuola, cosicché conosco poco la storia e gli eroi di questa disciplina. In un caso come il mio l’ approccio più semplice consiste nell’ affidarsi alla narrativa anglosassone (o “analitica”) che insiste su specifici problemi di facile descrizione, e di accantonare la narrativa continentale più concentrata sui singoli autori (e quindi sulla storia e sugli eroi). In termini provocatori: Platone con i suoi codicilli interessa agli “analitici” quanto Democrito puo’ interessare ai fisici contemporanei, praticamente una lettura da spiaggia, al limite. E questo, come è facile capire, risulta rassicurante per un ragiunat.

Fatta questa premessa si capirà perché l’ esposizione che segue consiste in un semplice elenco dei problemi sul tappeto seguito dalla soluzione che prediligo.

Ci tengo solo a precisare che non si tratta della “mia” soluzione ma della soluzione che ho comprato girando per le bancarelle dei migliori filosofi contemporanei in circolazione. I principi guida di questo shopping sono presto detti: semplicità e buon senso. In genere ci sono sempre soluzioni verso cui il buon senso è attratto; ebbene, le abbandono solo di fronte a critiche devastanti. Naturalmente mi riservo di cambiare idea in qualsiasi momento.

Ancora una cosa prima di partire: per questioni di economia molti dei “problemi” e delle “formule” a cui faccio riferimento non sono specificati a dovere ma chi è interessato basta che visiti in rete Wikipedia per avere una delucidazione sommaria oppure la SEP (Stanford Encyclopedia of Philosophy) per avere una panoramica più completa.

 

***

 

Esiste la conoscenza a priori? Direi di sì. Si possono fare molti esempi, mi limito ad uno: la logica. Noi conosciamo le leggi fondamentali della logica senza sentire l’ esigenza di una conferma empirica. Se dico che Giovanni è più alto di Paolo che è più alto di Nicola, so (a priori) che Giovanni è più alto di Nicola e per saperlo non mi occorre verificarlo empiricamente metro alla mano. Ebbene, di fronte a tanta evidenza del fatto che la conoscenza a priori è possibile, il compito di provare il contrario è piuttosto gravoso, e non mi risulta sia mai stato adempiuto in modo convincente.

Astrazioni: platonismo o nominalismo? Esistono gli universali? Esempio: sappiamo che esistono i gatti bianchi, che esistono i cavalli bianchi… ma esiste la “bianchezza”? Ha senso parlarne come di qualcosa in sé? I nominalisti negano tale esistenza, i realisti immanenti la ammettono ma non “in sè” (essenza) bensì legata indissolubilmente ai “particolari”. I platonisti invece sostengono che gli universali esistono e sono autonomi. La posizione nominalista mi sembra assurda mentre quella “immanentista” più vicina al senso comune. Il platonismo è una posizione spesso non necessaria. Perché spingersi dunque a tanto? Il realismo degli universali, però, è accettabile, innanzitutto perché un certo platonismo (temperato) facilita la grammatica delle dimostrazioni. Faccio un esempio: 1) il giallo è un colore, 2) l’ affermazione precedente è vera, quindi 3) il giallo esiste. Semplice no? Ma è facile dimostrare anche la falsità del nominalismo (l’ idea per cui “giallo” è solo una comoda parola di cui ci serviamo per indicare certi fenomeni): 1) il giallo è un colore e i limoni lo posseggono 2) non esistono parole che sono colori e che sono possedute dai limoni, quindi 3) giallo non è solo una parola. Facile no? Perché allora cercarsi rogne? Direi che oggi il nominalista rinuncia a queste comodità servite sul vassoio d’ argento solo perché ha dei secondi fini, per esempio è un empirista radicale e certe forme di platonismo gli romperebbero le uova nel paniere. La filosofia moderna, con Putnam e Kripke, recupera un certo essenzialismo che sembrava morto e sepolto. Bene.

La metafisica ha ancora un senso? L’ opzione per il realismo immanentista non implica comunque rinuncia alla trascendenza. Un realista immanentista, per esempio, puo’ essere anche un dualista sostanzialista (vedi sotto), ovvero credere che l’ identità delle persone risieda nell’ anima, cioè in un’ entità trascendentale, ovvero in una sostanza soprannaturale  concepibile separatamente dal corpo fisico.

E’ possibile distinguere tra giudizi analitici e giudizi sintetici? Chiunque è in grado di fornire esempi di giudizi analitici (“il quadrato ha 4 lati”, “il gatto miao è un gatto”, eccetera) così come chiunque è in grado di fornire esempi di giudizi sintetici (il quadrato è blu”, “il gatto miao è feroce” eccetera). E’ forse un caso se possiamo farlo in tanti senza il minimo disaccordo? No, è semplicemente la prova che la distinzione tra giudizi analitici e giudizi sintetici è evidente a tutti e chi la nega deve provare la negazione con altrettanta evidenza. L’ empirismo radicale si trova nella condizione di negarla – e lo ha anche fatto in modo geniale (Quine) – ma questo è un punto debole di quella filosofia, non un punto di forza.

La giustificazione epistemica è di tipo “internalista”? Sì perché la conoscenza si fonda sul senso comune che è una facoltà dell’ uomo, ovvero una facoltà “interiore” attraverso la quale abbiamo un accesso diretto alla realtà esterna grazie all’ intuizione e al tribunale dell’ introspezione. Se parlassi solo della realtà esteriore (esternalismo), come fa il naturalismo, senza specificare nulla sull’ affidabilità di intuizione e/o introspezione, la teoria epistemica sarebbe incompleta e sempre in balia di uno scetticismo “à la” Hume. Questa posizione fondata sul principio di conservazione delle apparenze (“se mi sembra “F”, allora è “F”)  supera poi il cosiddetto Gettier problem, la bestia nera degli “internalisti”, poiché non “prova” ma si limita a trasferire l’ “onere della prova” su chi contesta le apparenze. Un argomento “giuridico” che viene buono anche per questioni filosofiche.

Fenomeni o oggetti? Esiste una distinzione importante tra oggetti e fenomeni. L’ oggetto ha una sua fisicità e le sue proprietà possono essere ben rese attraverso descrizioni fisiche. Il fenomeno invece è un evento inestricabilmente legato alla coscienza umana e non puo’ quindi essere penetrato a prescindere dalla coscienza stessa. Per esempio, il suono è da molti ritenuto un fenomeno poiché il sordo non puo’ comprenderlo appieno, non puo’ capire di cosa si parla quando parliamo di suoni, per quanto comprenda perfettamente il resoconto oggettivo che descrive i suoni in termini di vibrazioni frequenziali di un oggetto. Ebbene, chi considera questa interpretazione dei suoni come la più appropriata, e io sono tra costoro, considera i suoni dei fenomeni piuttosto che degli oggetti o delle proprietà di un oggetto.

Atteggiamento verso il mondo esterno? Scarterei sia l’ ipotesi idealista che quella scettica attestandomi su posizioni realiste. Quel che ho detto finora già basterebbe per far capire come questa scelta sia dovuta.

La conoscenza deve essere fondata? Una conoscenza è fondata se dedotta o auto-evidente. Secondo la tradizione empirista una conoscenza è auto-evidente se appartiene alla logica fondamentale o alla matematica fondamentale o ai sensi. Secondo l’ epistemologia riformata e l’ intuizionismo, però, esistono molte altre conoscenze auto-evidenti: la causa, la mente, la realtà del mondo esterno, i principi morali fondamentali… e anche Dio. Insomma, è il senso comune (l’ intuizione) a costituire il fondamento.

Libero arbitrio? Scarto sia il negazionismo che il compatibilismo per dirmi favorevole al libero arbitrio. Almeno un pochino noi siamo liberi di scegliere, me lo sento! E’ una delle questioni spesso affrontate nel blog e quindi mi astengo dal menare ulteriormente il torrone.

Dio? Se non si è capito mi dichiaro teista, da un punto di vista filosofico. Ma anche qui vale quanto detto sopra. Ad ogni modo rinvio al post “La mia fede”.

E quanto al relativismo? Non posso certo dichiararmi tale anche se certe varianti “contestualiste” hanno il loro fascino. Credo comunque che esistono delle verità fisse verso cui noi siamo in cammino, magari non le raggiungeremo mai su questa terra ma possiamo avvicinarle e vale la pena crederci e procedere.

Razionalismo o pragmatismo empirista? Penso che la conoscenza parta dalle nostre intuizioni per poi svilupparsi razionalmente, la verifica delle tesi è possibile solo in alcuni ambiti del sapere, dove del resto è doverosa. Chiamerei tutto cio’ “razionalismo intuizionista”. Ad ogni modo rinvio al post “la mia ragione”.

Esiste una legge di natura? Penso di sì e penso che la scienza sia in cammino per scoprirne alcune. In questo senso rigetto lo scetticismo humeniano e la necessità di ricorrere a “finzioni utili”: c’ è qualcosa di più di semplici correlazioni, ci sono vere e proprie cause. Così come rifiuto la soluzione kantiana per aggirare questo scetticismo, ovvero un idealismo che ancori al soggetto e solo al soggetto la verità delle nostre credenze.

I fatti e i valori sono sempre separati? E’ possibile passare dall’ “essere” al “dover essere” (is/ought problem)? A me sembra decisamente difficile, i tentativi fatti per superare la cosiddetta fallacia naturalistica sono deboli. C’ è chi osserva: “il comunismo conduce regolarmente a schiavitù e miseria, quindi il comunismo è male”. Ma in un sillogismo del genere manca una premessa: “schiavitù e miseria sono male”. In altri termini, non puo’ esistere una conclusione valoriale se manca una premessa valoriale. Il problema is/ought è agevolmente superato dall’ etica intuizionista (vedi il post “la mia etica”).

L’ origine delle credenze: internalismo o esternalismo? Un individualista non puo’ che essere “internalista”: le credenze originano nell’ individuo (che ne è dunque responsabile) prima ancora che dall’ ambiente. Del resto un dualista sostiene agevolmente questa posizione, che imbarazza invece il fisicalista monista. E’ infatti facile immaginare che due gemelli fisicamente uguali abbiano credenze diverse se posti in ambienti anche solo leggermente diversi. L’ olismo dei contenuti mentali (come del resto l’ olismo dei significati) sembra il destino dei fisicalisti.

L’ unica logica valida è quella classica? Non direi, l’ esempio delle scienze parla chiaro: l’ interpretazione standard della fisica delle particelle, per esempio, non sarebbe possibile se avessimo a disposizione solo la logica standard. Così come senza la logica delle relazioni sarebbe difficile dar conto del divenire e senza la logica modale (che interpreta l’ “esistenza reale” come un predicato) dar conto dell’ esistenza di Dio e di mille altri fenomeni che tutti noi crediamo reali. Tuttavia è pur vero che buona parte della logica classica contenga verità a priori. Diciamo allora che esiste un “cuore” logico invariabile e che non ricomprende tutta la logica classica.

Teoria del significato. La teoria descrittiva di Frege (teoria internalista) resta un caposaldo poiché distinguendo tra senso e riferimento consente poi di distinguere tra giudizi analitici e giudizi sintetici. Gli “esternalisti” seguendo Putnam e Kripke hanno elaborato teorie del significato differenti (“teoria del battesimo”) ma gli inconvenienti che segnalano possono essere aggirati con qualche ritocco.

E sul naturalismo? Da teista posso solo dire che…

E sul problema mente/corpo? Mi ritengo un dualista: il “mentale” è chiaramente qualcosa di diverso dal “materiale” e i tentativi di ricondurre il mentale al fisico mi sembrano fallimentari. Il mentale (anima) è essenziale per risolvere il problema dell’ identità: il caso del “brain split” ci dice che in condizioni di continuità fisica si realizza una discontinuità identitaria (chi sono se il mio cervello viene diviso e trapiantato su due persone differenti?) e il caso del “teletrasporto del colpevole” ci dice che in caso di discontinuità fisica puo’ realizzarsi una continuità identitaria (“se l’ omicida si teletrasporta con distruzione, continua a vivere nella copia teletrasportata che puo’ dunque essere legittimamente arrestata”). Tutto cio’ ci dice che sia l’ approccio fisicalista che quello psicologista falliscono quindi ci deve essere qualcosa d’ altro che mi consente di dire “chi sono io”. Non mi basta nemmeno il cosiddetto “dualismo delle proprietà”, la mente non è una proprietà del cervello, tanto è vero che puo’ trasferirsi da un corpo all’ altro (vedi teletrasporto) quando non ha senso pensare che che le proprietà del corpo A possano trasferirsi nel corpo B (A e B possono avere la stessa altezza ma non si riesce a concepire come l’ altezza di A possa trasferirsi in B). Non so se esistano menti senza corpo, so però che la mente è concepibile anche senza corpo (dualismo sostanzialista), ovvero so che potrebbero anche esistere menti senza corpo: se mi sveglio privo dei cinque sensi non so se ho ancora un corpo. In altri termini, è possibile che non l’ abbia e devo lasciare aperta questa ipotesi in mancanza di confutazione. Da ultimo, penso che ci sia un’ influenza reciproca tra mente e corpo (dualismo cartesiano), in caso contrario l’ idea di libero arbitrio sarebbe improbabile. In questo modo non resta che la posizione del “dualista-sostanzialista-cartesiano”. Ammetto che non è molto di moda. Poco male visto che questa posizione è anche la più naturale per trattare le questioni legate alla Resurrezione. Per una difesa aggiornata del dualismo sostanzialista vedi Richard Swinburne.

Giudizi morali. Penso che esista anche una componente razionale per esprimerli. Ma sul punto rinvio al post “La mia etica” in cui parlo del cosiddetto “intuizionismo etico”. Il desiderio non è l’ unica fonte della moralità. Noi possiamo “predicare bene e razzolare male”, ovvero distinguere il bene dal male con la mente ma poi avere impulsi di segno contrario.

Problema di Newcomb? Faccio un’ eccezione e prima della risposta fornisco un breve riassunto del dilemma: un tipo dalle previsioni infallibile ci convoca dicendoci “potrei aver nascosto 5000 euro sotto una di queste due scatole, per appropriartene puoi scegliere di scoperchiarne una o entrambe ma ti avviso che nel sistemare  “il bottino” ho tenuto conto della scelta che farai e ho voluto castigarti lasciandoti a secco se opterai per la seconda”. Che fai? Personalmente scoperchio entrambe le scatole perché non penso che il futuro possa determinare il passato: è proprio questo che implicherebbe l’ alternativa! La teoria delle scelte razionali è cogente – e imporrebbe di scoperchiare una sola scatola – ma l’ unidirezionalità del tempo lo è ancora di più, a mio avviso.

Etica: deontologia, virtù o utilitarismo? L’ utilitarismo lo scarterei perché propone troppi controesempi confutanti, argomento di coscienza incluso (ovvero: nemmeno l’ utilitarista più rigoroso seguirebbe mai i precetti della sua dottrina, nemmeno i più elementari, per esempio donare tutto ai poveri africani). Deontologia e virtuismo ripropone il solito dilemma: quanto conta la ragione nei giudizi etici? Io penso molto, almeno nello stabilire i principi di base. Cio’ però non significa che il sentimento non giochi un suo ruolo: non si puo’ negare che il sentimento di ripugnanza abbia un ruolo in taluni giudizi etici. In questo senso l’ etica puo’ essere vista come divisa in due: principi di base (cognitivi) e limiti ai principi + precetti secondari (non cognitiva). Deontologia e virtuismo possono convivere e forse questa distinzione è la base della laicità. Le virtù devono dunque trovare un loro spazio, anche perché la virtù è un buon antidoto contro il moralismo: la virtù non si puo’ esportare visto che è congenita o comunque radicata nel soggetto che la riceve nell’ educazione sin da bambino. La deontologia invece tollera un “riformismo” qui ed ora che finisce sempre nella tentazione di “riformare” l’ altro ricostruendolo come “uomo nuovo” e ubbidiente. Inoltre, sebbene per un’ etica laica l’ approccio deontologico sembra promettente, per un credente i principi supererogatori diventano obbligatori, di conseguenza la virtù e la possibilità di migliorarsi sempre diventa essenziale. Concludo osservando che, se è vero come è vero che la laicità è possibile anche senza ripiegare sulla deontologia pura, allora non c’ è ragione di rinunciare ai molti pregi del “virtuosismo”, ovvero dell’ etica in forma di comando divino (per i credenti) e di ordine spontaneo (per tutti). Anche qui rinvio al post “la mia etica”.

Il bello è soggettivo? Francamente penso di no, anche se il punto non è poi così evidente. Forse gli equivoci maggiori nascono dal fatto che la meta-estetica più adeguata sembra essere quella anti-realista. Tuttavia, l’ anti-realismo estetico è pur sempre compatibile con l’ oggettività dei giudizi estetici.

Come prendiamo contatto con il mondo esterno? Affidarsi ai sensi apre le porte allo scetticismo di Hume, poiché sappiamo che i sensi tradiscono producendo illusioni e allucinazioni. Del resto affidarsi alle semplici “rappresentazione mentale” è qualcosa che apre le porte al soggettivismo e all’ idealismo. Tra questa Scilla e Cariddi la teoria migliore è il cosiddetto “realismo diretto” nella sua variante “intenzionalista” che vede la percezione come una presa di coscienza diretta degli oggetti attraverso le rappresentazioni mentali.

Chi sono? Il problema dell’ identità. Le sperimentazioni con la macchina del teletrasporto confutano in modo credibile sia la soluzione fisicalista che quella psicologista. Non resta che pensare all’ identità personale come a una forma di trascendenza. L’ esperimento mentale del “brain split” è molto utile in questo senso. Per ulteriori considerazioni vedi il punto del dualismo.

Politica? Rinvio al post “La mia politica”.

Sul problema del teletrasporto? Riassumo: una macchina teletrasportatrice funziona così: noi entriamo nella cabina A, veniamo disintegrati e ricomposti con materia simile (ma non la stessa) nella cabina B situata a migliaia di km di distanza (o nella stanza accanto). Possiamo dire che siamo morti o morti e rinati? La mia risposta è “no”. Ci siamo semplicemente spostati. Il fenomeno ha un solo significato: le teorie psicologiche dell’ identità sopravanzano quelle fisicaliste. E se la prima cabina non distrugge il “teletrasportato”? Evidentemente neanche la psicologia è un mezzo sufficiente per stabilire l’ identità. Conclusione: ci vuole qualcos’altro per “spiegare” le nostre scelte. Magari un concetto trascendente come quello di “anima”.

Teoria del tempo? Non vedo la necessità di abbracciare una B-theory contraria al senso comune (né tantomeno la C-theory). Certo, la relatività speciale pone problemi non da poco che comunque possono essere superati. Inutile dire di più su un punto tanto complesso, rinvio in merito alla trattazione del filosofo Howard Stein, per me convincente.

Problema del trolley? Rinvio al post “La mia etica”.

Teoria della verità? Da realista propendo per la “verità come corrispondenza” rinunciando a relativismo e coerentismo: esiste un mondo esterno e sono vere le credenze che stabiliscono una corretta corrispondenza con questo mondo. “La neve è bianca” è una credenza vera se la neve è bianca.

Il concetto di zombi è concepibile? Ricordo il dilemma: possono essere concepite creature in tutto uguali a noi ma prive di coscienza? La mia risposta: penso di sì perché penso che la coscienza sia in effetti qualcosa di cui la scienza contemporanea non riesce a dar conto in modo soddisfacente, priva com’ è del linguaggio adatto per farlo (su questo punto vedi il recente libro di Thomas Nagel). Non è un caso se per molti scienziati l’ uomo è ormai un “robottone” che procede per scosse elettriche, e tra i vari robottoni che popolano la natura nemmeno il più interessante. Per costoro gli zombi non sono di certo concepibili visto che coincidono in tutto e per tutto con noi, ma io non riesco a seguirli su quella via. Una via che contempla la “scienza naturale” come unico sapere.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La mia etica

Da una combinazione di senso comune e razionalità si forma l’ etica a cui mi sento più vicino.

Come procedere per farla emergere?

1) Prendi un caso concreto in cui s’ imponga come evidente una soluzione etica, chiediti perché proprio quella soluzione sia la più sensata e cerca di trarne un principio etico generale.

2) Dopodiché testa il principio così ricavato applicandolo anche a fattispecie diverse.

3) In caso di inapplicabilità verifica cosa osta, isola le contraddizioni che ti bloccano e stabilisci priorità ed eccezioni in grado di risolvere il caso.

E’ un’ etica intuitiva poiché i giudizi in 1) e 3) discendono da intuizioni legate al buon senso.

E’ un’ etica razionale perché le valutazioni richieste in 2) e 3) richiedono un “calcolo” delle conseguenze particolarmente rigoroso. In particolare si richiede di non discriminare tra danni astratti e danni concreti.

E’ un’ etica con una componente emozionale visto che disgusto e ripugnanza legittimano il respingimento del principio generale.

E’ un’ etica aperta perché puo’ essere integrata da precetti emotivi (vedi ultimo paragrafo.

E’ un’ etica realista poiché si crede nell’ esistenza reale, e non soggettiva, di principi etici.

E’ un’ etica senza soluzioni precotte e definitive poiché il singolo test puo’ condurci ad abbandonare nel caso specifico il principio generale. Esempio: posso individuare il principio per cui non bisogna interferire nelle scelte altrui qualora non rechino danno ad altri ma se certi comportamenti producono rischi di danno insostenibili a terzi posso intervenire stabilendo un’ eccezione.

Non è comunque un’ etica relativista poiché si crede nell’ esistenza di principi invarianti verso cui tendere. Si tratta di principi difficili da acquisire ma alla cui esistenza, ripeto, si crede. Si crede soprattutto che procedendo nei termini descritti ci si approssimi ad una verità etica.

E’ un’ etica non utilitarista poiché impegna il buon senso e in questo modo si eludono talune assurdità utilitariste.

E’ un’ etica non-naturalista, in questo modo si elude il paradigma auto-rimuovente tipico delle etiche naturaliste.

Questa etica – che è stata definita come “intuizionista” – è bersaglio di molte critiche, ma una spicca sulle altre, c’ è infatti chi la ritiene arbitraria visto che ognuno avrebbe le sue intuizioni.

Ma ne siamo poi così sicuri? Forse non è proprio così, almeno se parliamo delle intuizioni fondamentali. Il fatto che molti siano particolarmente pronti a fare eccezioni e ad applicare un doppio standard non significa che le nostre intuizioni di fondo siano arbitrarie. D’ altronde quando l’ eccezione non è più “eccezione”, allora diventa contraddizione e si esce così dall’ etica proposta.

Certo, l’ introspezione personale (esame di coscienza) giocherebbe un ruolo notevole, ma un’ introspezione autentica porta ad individuare e correggere molti errori derivanti da intuizioni superficiali. Il fatto che esistano errori e che esista la possibilità di correggerli è un buon argomento contro l’ ipotesi dell’ arbitrio diffuso.

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A questo punto devo ammettere di aver descritto finora una meta-etica piuttosto che un’ etica vera e propria, di aver delineato cioé un metodo più che una dottrina. Cerco di rimediare enunciando alcuni principi concreti. Poiché simpatizzo per un’ etica borghese, potrei allora parlare del doveroso “rispetto per la proprietà altrui” o della doverosa “lealtà” ma forse esiste un principio più sofisticato che definirei meritocratico e sintetizzerei così: “ad ogni individuo spetta un compenso materiale in relazione alla ricchezza che produce nella comunità. Il marginalismo e il sistema dei prezzi sono i metodi più pratici per misurare sia il contributo che il compenso di ciascuno”. Una specie di meritocrazia in cui il ruolo fondamentale per attribuire i meriti spetti al mercato e alla competizione.

Un principio del genere è realista (contro il contrattualismo).

Un principio del genere è compatibile con una società di mercato, anzi, la richiede.

[… I principi etici prescelti si riverberano poi nelle scelte politiche. Un diritto di proprietà naturale è incompatibile con lo stato e con le tasse, tuttavia l’ esperienza ci insegna che senza uno stato minimo il diritto di proprietà è messo a repentaglio. Forse lo stato minimo è proprio una delle eccezioni necessarie a cui accennavo più sopra. L’ impostazione proposta è dunque in grado di trasformare un’ etica dei diritti naturali in una politica dello stato minimo, e a questo punto possiamo proseguire la nostra elencazione rinviando per i dettagli al post “la mia politica”…]

Un principio del genere non si presta a radicalizzazioni (tipiche dei diritti naturali comunemente intesi).

Un principio del genere è compatibile con un ruolo limitato dello stato limitato a produttore di beni pubblici in senso stretto e regolamentatore dei monopoli naturali. Quando parlo di “ruolo limitato dello stato” il lettore impolitico dovrebbe leggere “ruolo limitato della forza”.

Un principio del genere consente di intervenire con la tassazione per riequilibrare eventuali esternalità.

Un principio del genere implica una metafisica  più soddisfacente (per me) rispetto a quella implicata da teorie rivali, ho in mente l’ esperimento mentale di Rawls, autore dal quale non si puo’ prescindere affrontando il tema della giustizia distributiva (qui un appunto critico al suo approccio).

 

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Finora ho parlato di etica in senso strettamente laico ma a un credente tutto cio’ non basta. Esiste allora  un supplemento di verità morali a cui deve attenersi ed esse derivano dalla sua fede in Gesù e nella Chiesa Cattolica. Si tratta di adempimenti che scaturiscono essenzialmente da un’ obbedienza: Gesù è venuto per dirigerci con l’ esempio laddove la nostra ragione vacilla. Come comportarsi nel campo della sessualità? Come regolarci sul fine-vita? Come vivere nel matrimonio? Che regole seguire per l’ alimentazione? Eccetera. Solo l’ esempio di Gesù tradotto dalla Chiesa e vissuto nell’ obbedienza puo’ entrare in questi particolari.

Sebbene nella dimensione laica sia giusto definire questi doveri particolari come supererogatori, la dimensione di fede li trasforma in precetti obbligatori.

Per quanto abbia usato il termine “particolari” devo subito aggiungere che parliamo del 90% dei precetti morali a carico di un individuo, molti addirittura con la parola “etica” designano solo questa categoria di precetti, riservando per l’ altra il termine “giustizia”.

Oltretutto, non si pensi il non-credente sia esentato da questo “fardello”. Tuttaltro! In  genere gli studiosi, specie gli psicologi evoluzionisti, la considerano un’ etica strettamente collegata alle emozioni. Emozioni per il non credente, obbedienza per il credente.

Si tratta in genere di rispettare tabù che se infranti non farebbero comunque vittime. ogni uomo necessita di una dimensione sacrale, e la cosa investe in tutto e per tutto anche gli atei: il “politicamente corretto” è la loro Messa, e la celebrano tutti i giorni, mica solo la domenica. Di solito sono coinvolte la dimensione del rispetto e del disgusto, che uno studioso come Jonatahn Haidt ha studiato a lungo:

“John e Mary adorano il loro Fido, un cagnolino stupendo. Purtroppo Fido viene investito da un auto, i suoi padroni hanno sentito che la carne di cane è deliziosa, così, non visti da nessuno, quella sera stessa sezionano il cadavere di Fido, lo cuociono e lo mangiano. Domanda: pensate che John e Mary abbiano agito rettamente in questa occasione?”

“Un uomo va al supermercato una volta alla settimana e compra un pollo. Tornato a casa, prima di cuocerlo, ha rapporti sessuali con la carcassa del pollo. Poi lo cuoce e lo mangia. Un comportamento del genere è condannabile”

Una cosa è certa: si tratta di comportamenti che non procurano danno a nessuno dei soggetti coinvolti. Eppure noi – credenti e no – sentiamo l’ esigenza di condannarli. In nome di cosa? Se la ragione non è utilizzabile non resta che l’ obbedienza (credente) o l’ emozione  (ateo).

C’ è nell’ uomo, nella sua natura, un disgusto per l’ impuro, un’ attrazione per la purezza e la perfezione. Negarlo sarebbe inutile, e la scienza conferma. Forse perché quel che finora ho chiamato “carico” o “fardello” in realtà non è altro che la possibilità di migliorarsi sempre e di avere una meta. Qualcosa che anziché “gravarci” sulle spalle ci rende felici e ci realizza.

L’ etica come “comando divino” offre poi molti vantaggi e, qualora non pregiudichi la laicità, non c’ è ragione per non sceglierla.

In conclusione, dopo quanto detto, qualcuno potrebbe chiedersi: “ma allora la nostra meta-etica dovrà essere “cognitiva” (fondata sulla ragione) o non-cognitiva (fondata sul sentimento?

Dopo quanto detto, non si puo’ negare che il sentimento di ripugnanza abbia un ruolo in molti giudizi etici. In questo senso l’ etica puo’ essere vista come divisa in due: principi di base (cognitivi) e limiti ai principi + precetti ulteriori (non cognitiva). Deontologia e virtuismo possono convivere e forse proprio questa distinzione è la base di una sana laicità.

 

 

 

 

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