Il giornalista come nemico pubblico numero uno

Se getto la maschera e metto al bando ogni forma di cerchiobottismo ipocrita, non posso limitarmi a dire che il mondo dei media e dell’ informazione politica sia inquinato da evidenti faziosità, devo andare fino in fondo e precisare che è fazioso perché pencola vistosamente “a sinistra”.

Qui, da noi, come ovunque nel mondo occidentale.

Ora, come sempre. (*)

E penso che la sensazione sia condivisa da qualsiasi liberale degno di questo nome, nonché da qualsiasi persona di buon senso che si sottoponga ad un minimo di introspezione credibile.

Senonché, quantificare lo sbilanciamento è alquanto difficile, come si fa?

Il tentativo più articolato di procedere a una misurazione lo si deve a Tim Groseclose, i risultati di un lavoro durato anni sono in parte prevedibili: la distorsione esiste; e in parte sorprendenti: è molto più ampia di quel che ci si dava per scontato.

Nel fuoco della lente c’ è l’ informazione a stelle e strisce: per farsi un’ idea su come siano messe le socialdemocrazie europee basta moltiplicare le distorsioni rilevate per tre o per quattro (ciascuno scelga il fattore amplificante che preferisce).

Inutile entrare qui in noiosi particolari, mi limito ad un indizio che parla da sé:

… the bias shouldn’t be surprising given the political views of reporters… Surveys show that Washington correspondents vote for the Democratic candidate at a rate of 85 percent or more… Studies of contributions to presidential campaigns have found that more than 90 percent, and as many as 98.9 percent, of journalists who contribute to a  presidential campaign give to the Democratic candidate…  that mean residents of left-wing academic communities like Cambridge, Mass. and Berkeley, Calif. are, on average, much more conservative than Washington media correspondents…

Sembra incredibile ma è così: in fatto di predisposizione alla partigianeria si puo’ persino far peggio rispetto all’ accademia saldamente in ostaggio dal politically correct. E sono proprio i giornalisti a riuscire nell’ improba impresa.

Il “cane da guardia” sembra allora abbaiare a comando:

newspaper

… cani e vecchie riviste…

Ok, ma questa potente distorsione alla fin fine conta davvero? Cambia le nostre vite?

Sì, risponde a sorpresa TG: Obama non sarebbe nemmeno stato eletto senza la spinta dei media schierati a suo favore in modo tanto squilibrato.

Francamente, lo ammetto, ero convinto del contrario; mi tocca dunque rettificare la posizione originaria a cui, per altro, ero tanto affezionato? E perché no? In fondo non farei che seguire le orme di TG, il quale si è rivelato su questo punto abbastanza onesto: data changed his mind.

D’ altronde basterebbe l’ acume di un Tolstoj qualsiasi per capire come si formano le opinione politiche nella testa di persone pur sempre consapevoli e persino di una certa levatura:

… si atteneva fermamente alle opinioni a cui si attenevano la maggioranza e il suo giornale, e le cambiava solamente quando la maggioranza e il giornale le cambiava, ovvero, per dir meglio, neppure le cambiava, ma inavvertitamente cambiavano esse in lui

… non sceglieva né le tendenze, né le opinioni, ma queste tendenze e opinioni venivano a lui, esattamente come egli non sceglieva la foggia del cappello o del soprabito, ma prendeva quella che si usava portare…

… avere delle opinioni, per lui che viveva in una certa società, posto il bisogno di una certa attività del pensiero che solitamente si sviluppa negli anni della maturità, era altrettanto necessario che avere un cappello…

… se pur v’era una ragione per cui preferiva la tendenza liberale a quella conservatrice, alla quale pure si attenevano molti del suo ambiente, questa non stava nel fatto che egli trovasse più ragionevole la tendenza liberale, ma perché essa si confaceva di più al suo modo di vivere. Il partito liberale diceva che in Russia tutto andava male ed effettivamente… lui aveva molti debiti e decisamente difettava di denaro… il partito liberale diceva che il matrimonio era un istituto superato e che era necessario riformarlo, ed effettivamente la vita familiare gli procurava poca soddisfazione e lo costringeva a mentire e a fingere, il che repugnava alla sua natura… Il partito liberale diceva, o meglio sottintendeva, che la religione era solo un freno per la parte barbara della popolazione, ed effettivamente lui non poteva sopportare senza aver male alle gambe neppure un breve Te Deum…

Ce n’ è abbastanza per convincersi dei danni potenziali del cosiddetto “media bias”: il principale sovvertitore della vita pubblica – oggi – sarebbe dunque la masnada di Gruber e Costamagna che, circonfuse dall’ hubrys dell’ informazione, ci inseguono come baccanti per “notiziarci” a dovere… e con un Feltri che segue ramingo a distanza.

Mi sembra una posizione degna di essere considerata: la presenza vociferante di una classe di giornalisti consente di barare al gioco democratico in modo socialmente rispettabile. 

Per ora lasciatemi ancora credere che sia il “sindacato politicizzato” la lebbra più tignosa che ammorba la vita politica, ma l’ azione pervertitrice del “giornalismo” non andrebbe comunque sottostimata.

Soluzioni

1. Censura? A un liberale ripugna. Punto.

2. Disclosure? E’ la soluzione per cui simpatizza TG ed è adottata da alcune riviste (Slate, per esempio). Non la vedo molto praticabile.

3. Depotenziare l’ ideologia facendo pesare di più gli interessi. Ci sono molti modi per farlo; per esempio, tanto per stare d’ attualità, azzerando il finanziamento pubblico ai partiti. Chi teme questa via la presenta come il bau bau: “solo i ricchi potranno fare politica”, e invece chissà che non sia un fattore in grado di raddrizzare le storture provocate dall’ informazione. Si coglierebbero due piccioni con una fava.

 

(*) Lo so che così dicendo vengo a mia volta considerato fazioso; cerco allora di rifarmi una verginità dicendo, per esempio, che, a mio avviso, la corruzione alligna di più a destra. Contenti?

(**) Fonti nobili d’ ispirazione:

– Tim Groseclose – A mesure of media bias.

– Lev Tolstoj – Anna Karenina.

Fonti ignobili d’ ispirazione:

– L’ Infedele di ieri sera (ma uno a caso va bene lo stesso).

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12 pensieri riguardo “Il giornalista come nemico pubblico numero uno”

  1. la 2 e la 3 sarebbero entrambe praticabili, fifty fifty?
    la masnada di Gruber e Costamagna che, circonfuse dall’ hubrys dell’ informazione, ci inseguono come baccanti per “notiziarci” a dovere
    Perfetto!
    l’ azione pervertitrice del “giornalismo” non andrebbe comunque sottostimata…
    sottoscrivo.
    Il cane da guardia autoreferenziale dell’immagine che hai scelto, li rappresenta a puntino.

  2. E’ un terreno sdrucciolevole dove misurazioni oggettive sono praticamente impossibili e sempre contestabili; a un lettore “interessato” basta mettersi di buona lena per trovare mille distinguo sul lavoro di TG.

    Le misure del “riequilibrio” verrebbero osteggiate con argomenti non peregrini dai portatori d’ interessi in gioco, risolvendosi in un nulla di fatto.

    Di tutto cio’, quindi, non resta che lo sfogo e, al massimo, un invito all’ introspezione per farsi un’ idea onesta.

    Detto questo, come al solito, preferisco chi risolve riducendo gli obblighi (finanziamento coercitivo) piuttosto che chi risolve aumentandoli (dislosure, censura).

    p.s. TG si basa fondamentalmente sull’ orientamento politico (dichiarato a chiare lettere) dei think tank citati nel dare la notizia sui media (attenzione: gli editoriali sono tralasciati!). Un conteggio immane che ha preso almeno cinque anni. Io ho letto gli studi che andava via via producendo (ormai con l’ e-reader i libri te li metti insieme da te) ma da poco è uscito anche il libro vero e proprio che tira i fili di quelle ricerche: http://www.amazon.com/Left-Turn-Liberal-Distorts-American/dp/1250002761/ref=sr_1_1?s=books&ie=UTF8&qid=1335259336&sr=1-1

  3. Che dire del Corriere degli ultimi mesi? Da settimane sta dominando l’attacco costante a Formigoni (su che basi poi? le dichiarazioni sulle vacanze fatte dalla moglie dell’ex-amico carcerato?), la demolizione quotidiana della Lega; persino una questione minore quale quella della biblioteca dei Gerolamini, sembra costruite ad arte per indignare i facilmente indignabili. Anche se non dubito che abbiano un fondamento sostanziale, seppur sporporzionato al polverone.
    Eppure forse oggi c’è un nemico pubblico peggiore del giornalista. E’ lo pseudo-giornalista improvvisato. Da quelli che scrivono su newspapers virtuali stile “giornalettismo” e simili, a quanti fanno eco su facebook o sui blog a pseudonotizie palesemente fabbricate. Credo che oggi questa gente (in buona parte semplicemente ripetitori inconsapevoli) sposti ancora più voti dei giornalisti schierati sul fronte gauchien.

  4. cosa si intende esattamente per disclosure? Rendere noti o dichiarare gli interessi/retroscena propri e altrui? Confesso che non ho approfondito.

  5. sta dominando l’attacco costante a Formigoni (su che basi poi?)

    Forse – tra le altre cose – sulla base del fatto che F. ha dato dello “sfigato all’ inviato del Corriere: “… ma lei ha sempre fatto le vacanze da solo, mai una vacanza in gruppo con gli amici? oh ma che sfigato!…”

    Diana, possono esserci diverse forme di dislosure: da un’ indicazione convenzionale su come si colloca l’ articolista nello spettro politico, al resoconto dell’ ultimo voto. Francamente non vedo bene come la cosa possa funzionare, a meno che non sia realizzata spontaneamente dalla testata. Al NYT, per esempio, la redazione non votano per principio credendo di tutelare in questo modo la loro imparzialità. Sarebbero più cristallini se votassero dicendo per chi in calce ad ogni articolo che scrivono.

    Comunque la “disclosure” una certa efficacia deve pur averla se è vero come è vero che quando la parte avversa citava “Il Giornale” lo chiamava puntualmente “Il Giornale di Silvio Berlusconi”, mentre nel citare  “Repubblica” si guardava bene dal dire la “Repubblica di De Benedetti, tessera numero 1 dei DS”.

  6. La disclosure mi sembra una forma di “fair play”. D’altra parte, che incentivo avrebbero gli attori su questa scena, a praticarla? Forse è poco realistica come strategia.

  7. Certo, solo una “sanzione sociale” potrebbe incentivarne l’ applicazione, ma si tratterebbe di una cultura che dovrebbe emergere spontaneamente partendo da zero… te la vedi? Purtroppo per una società vale quello che vale per un qualsiasi individuo: laddove le capacità spontanee sono state a lungo vessate e sfiduciate, stenteranno sempre ad emergere (se non nella forma del populismo più cieco).

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