Io confesso

La confessione dei peccati è stata a lungo esecrato come una forma di controllo sociale esercitato dalla Chiesa sulla comunità, oggi direi che questo pericolo si è dissolto cosicché possiamo accostarci al Sacramento con una ritrovata serenità, d’ altronde, nella mia esperienza è una delle poche forme di protagonismo lasciate al fedele, tanto è vero che non appena il ricorso alla confessione è andato scemando il narcisismo è dilagato altrove: psicoanalisi, “opinionismo” spiccio (telefonate in radio, lettere ai giornali…), social network, eccetera. Tutti hanno trovato forme di protagonismo alternative (e quasi sempre più degradanti).

Tuttavia, c’è ancora molta gente che teme la confessione, i frequentatori di Chiese conoscono il fenomeno: tutti a far la Comunione (che ci si sgranchisce le gambe dopo quasi un’ora di Messa) e nessuno a confessarsi (nessuno ha pesi sulla coscienza… “che cavolo gli racconto?”). 

In confessione, bisognerebbe confessare peccati specifici anziché tenersi sulle generali, tuttavia per setacciarli meglio potrebbe essere utile avere una lista di categorie sulle quali concentrarsi. Quella che segue è la mia personale ma scommetto che si adatta facilmente a qualsiasi persona che viva nel mondo di oggi.

  1. Bolla/Spreco/Misantropia. Indulgere nella propria “bolla”: crogiolarsi oltremisura  in una realtà virtuale costruita su misura per isolarci dal contatto urticante con il reale. Ti accorgi di avere molte energie ma non intendi indirizzarle all’esterno. In fondo, anche l’ intelletto è un muscolo e se lo eserciti per certi lavori poi è stanco per svolgerne altri. Più ci si isola, più ci si rende sensibili, più cresce l’idiosincrasia per il prossimo. L’ altro è un nemico da evitare finché si puo’.
  2. Giudizio/Narcisismo/Temperanza. Il giudizio seriale è un vizio diffuso, di solito prende due forme. C’ è la componente legata allo scarico di responsabilità: per gestire l’ imprevisto abbiamo bisogno di scaricarci la coscienza assegnando delle colpe. Poi c’ è la forma del giudizio gratuito: il pettegolezzo con giudizio annesso ci seduce. Infine c’ è la dimensione virtuale: abbiamo bisogno di attribuire colpe su scala mondiale sistemando le cose in quattro e quattr’otto, la nostra ignoranza su certi problemi che ci trascendono ci dovrebbe consigliare il silenzio ma non siamo disposti a prestarle ascolto. Qui c’ è una chiara componente narcisistica, la voglia di essere protagonisti e di spiccare per arguzia.
  3. Rassegnazione/Pigrizia/fatalismo. Accettarsi per come si è con i propri pregi e i propri difetti rinunciando ad ogni forma di progresso spirituale. Ti viene da dire “son fatto così” e finché non accade un evento traumatico non rifletti mai sulla possibilità che hai di cambiare. In questo modo sfuggono tutti i benefici del “puntare in alto”: chi ci crede, dà sempre di più (si chiama growth mindset).
  4. Status/Umiltà. A mente fredda  ti accorgi quanto conti per te coltivare la tua immagine e quanto tutto questo incida sulle tue decisioni. Le cose si svolgono al riparo della coscienza e comportano un costo elevato che di fatto è uno spreco. Possiamo parlare di  “spreco” ma anche di mancanza di coraggio: oggi più che mai il contrario del coraggio non è la codardia ma il conformismo.
  5. Cerebralismo. Nel rapporto con la fede capita di privilegiare l’ aspetto razionale – magari impegnandosi nella difesa di talune cause – o nell’ edificare un’ identità formale piuttosto che ricercare una vera e propria esperienza religiosa.
  6. Autocontrollo/Collera. A volte si fanno gesti, anche violenti, di cui ci si pente subito, e forse anche per questo si tende a sottovalutarne la gravità. Provare il pentimento basta a sentirsi scusati. Non inganniamoci, specie se la pratica si rinnova, si tratta di difetti incancreniti e di peccati mortali. Lavorare sull’autocontrollo prescinde dal pentimento.

Continua.

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