Una teoria della giustizia

Partiamo da un principio che suona bene: “a ciascuno secondo il suo merito”.

Una volta tolte di mezzo le esternalità, il mercato è un meccanismo che lo realizza?

In parte sì: difficile che uno diventi ricco per puro caso. In genere diventa ricco perché ha una buona idea e/o perché lavora duro.

In parte no: sul mercato conta anche la fortuna, per esempio “essere al posto giusto nel momento giusto”.

Si potrebbe concludere così: la società di mercato è giusta purché corregga l’interferenza della fortuna.

Qui sostengo però che correggere la fortuna è:

difficile,

rischioso,

inutile,

ingiusto.

 

Perché difficile?

Trovarsi al posto giusto nel momento giusto è una fortuna ma forse richiede una certa abilità, in questo senso potrebbe anche essere un merito.

Chi puo’ valutare in modo certo?

Per esempio, noi sappiamo che un segreto del successo è “saper fallire”. Alcuni, questo è certo, sanno fallire più di altri: sanno perdere, hanno una personalità resiliente, si mettono in gioco. Altri, magari anche più preparati e “meritevoli”, temono il fallimento e lo scorno, e questo è un demerito difficile da cogliere.

Chi è in grado allora di sbrogliare questa matassa di meriti e fortuna? Il compito è improbo.

Perché rischioso?

Perché uno chiamato a sbrogliare la matassa dovrebbe mai farlo in modo onesto? La presenza di ampie discrezionalità lascia mano libera. Costui potrebbe anche non essere un Santo ma una persona come tutti noi con i suoi interessi.

Qui va ricordata la strategia più efficace adottata dai disonesti: autoconvincersi di essere onesti. L’ideologia serve questo fine. Il pericolo, quindi, non viene tanto dalla disonestà scoperta ma dall’ideologia professata, e a volte anche ostentata.

Redistribuendo le fortune rischiamo quindi di finire dalla padella nella brace.

Perché inutile?

Supponiamo che Antonio abbia capacità simili a quelle di Vincenzo, ma inferiori.

Supponiamo altresì che ad Antonio, nel suo girovagare random, capiti di arricchirsi trovandosi casualmente “nel posto giusto al momento giusto”.

Vincenzo constata il fatto e si reca immediatamente nel “posto giusto” traendo la sua cospicua rendita. Magari è arrivato un po’ dopo ma ce n’è anche per lui, soprattutto perché è più capace di Antonio.

Insomma, la fortuna di Antonio è anche un segnale prezioso per Vincenzo. In questo senso il gap tra fortunati e non fortunati non è così abissale.

Una società fondata sulla redistribuzione delle fortune è anche una società  immobile che produce meno informazione e quindi minore ricchezza. Nessuno va a zonzo in cerca di fortuna poiché sa che sarà espropriato di tutto. Eppure questo girovagare produce indirettamente informazioni preziose anche per i terzi.

Perché ingiusto?

Carl Lewis ha vinto una spettacolosa medaglia d’oro sui 100 mt alle Olimpiadi. Tutti noi pensiamo che se l’è meritata anche se quel magnifico talento è un dono della Natura/Fortuna. Troveremmo ripugnate che debba dividerla con gli altri concorrenti.

Chi è alto è fortunato ma noi non pensiamo che questa fortuna debba essere tassata. Anche una tassa sulla bellezza ci farebbe senso: la troviamo iniqua anche se siamo consapevoli che la nostra bellezza è in gran parte l’esito di una lotteria!

Praticamente, in tutti gli ambiti della nostra vita la fortuna non è sentita come un’ingiustizia.

Perché allora una tassa sulla ricchezza (dove la fortuna conta ancora meno)? Dal punto di vista evoluzionistico, il modo più naturale di renderne conto è considerare questa tentazione come un piano di rapina soft, ovvero una rapina che non guasti troppo i rapporti sociali. Bellezza e altezza non possono essere rapinate, la ricchezza sì. E’ questo semplice fatto a fare la differenza.

***

Conclusione: la società di mercato – una volta corrette le esternalità e garantiti i beni pubblici essenziali – è la società giusta.

Integrazione: la teoria proposta è un po’ miserella, mi rendo conto. Tuttavia, puo’ essere vista come minimale. In altri termini, ognuno è libero di arricchirla con quelli che i cattolici chiamano “doveri supererogatori”: adempierli ci fa meritare un plauso ma non adempierli non ci condanna.

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