Quello che ci blocca

La cosa più difficile a questo mondo non è risolvere i problemi ma metterli in fila secondo una priorità.

Prendiamo l’ economia, come comporre un’ordinata sequela? Su cosa vale la pena concentrare i nostri sforzi?

FALSI PROBLEMI

Scarto la diseguaglianza, è un falso problema.

Minimizzo la povertà, è in via  di soluzione, non tocchiamo nulla per carità.

Ometto la globalizzazione, anzi, me la tengo cara.

Eludo le questioni intorno alla classe media, che se sparisce spesso è solo perché si è arricchita.

Non mi tange più di tanto lo spettro dell’ immigrazione, che puo’ trasformarsi nel nostro tesoretto nascosto.

Trascuro la speculazione internazionale: è  vaccino contro i “tassa&spendi” di tutto il mondo.

Accantono per il momento la democrazia populista, anche se ammetto che un pochino mi inquieta.

Ridacchio dell’ austerity: ce la meritiamo!

IL VERO PROBLEMA

Al primo posto – un po’ a sorpresa – ci metto allora una roba che si chiama la “malattia dei costi”.

Senza i “costi malati” già oggi saremmo tutti ricchi e lavoreremmo forse 15 ore alla settimana, lo sapete o no?

Ma cos’è ‘sta roba?

… [I giornali non ne parlano, e noi conosciamo solo cio’ di cui parlano i giornali. Il cicaleccio della rete non fa che diffondere quello dei giornali]…

In poche parole: è l’ aumento iperbolico del prezzo di certi servizi. Aggiungo: senza un corrispondente aumento nella qualità degli stessi.

Sul banco degli imputati siedono in prima fila istruzione e sanità. Appena dietro il settore immobiliare.

***

Negli ultimi 40/50 anni i costi dell’istruzione sono esplosi – non aumentati: “esplosi” – ma la qualità non sembra affatto esplosa, tutt’altro.

Basterebbe guardare agli esiti dei test, ma chi non si fidasse faccia pure appello al buon senso: vi sembra forse che il liceo di vostro figlio sia così meravigliosamente superiore a quello che avete frequentato voi o a quello frequentato da vostro padre? Ebbene, stando a quel che spendiamo dovrebbe esserlo.

E le scuole elementari?

Chi ha studiato a fondo il fenomeno esclude che i “bisogni educativi speciali”, oggi moltiplicati un po’ artificiosamente, abbiano inciso in modo apprezzabile nell’esplosione dei costi. I costi si sono semplicemente moltiplicati senza che la qualità si sia mossa.

Mi rivolgo ancora al vostro senso comune con questa provocazione: preferireste mandare vostro figlio in una scuola media di oggi o nella scuola media frequentata da vostro padre ricevendo ogni anno un assegno 4.000 euro a compensazione?

Ecco, quello che vi dice il senso comune non è molto diverso da quello che dicono gli studi statistici.

Se passiamo poi all’università, poi, le cose sarebbero ancora più evidenti: esplosione dei costi ancora maggiore e stagnazione qualitativa ancora meno contestabile.

Per l’università la “proposta indecente” è simile alla precedente con un ritocchino all’importo dell’assegno: ora lo riceverete di 10.000 euro!

***

In tema sanitario il trend non è meno evidente: all’aumento scapicollato dei costi non corrisponde un miglioramento adeguato di parametri cruciali quali la speranza di vita.

Ci sono paesi – come gli USA – in cui dagli anni ‘70 il costo della sanità è aumentato dell’ 800%. Noi non arriviamo a quei livelli – probabilmente perché siamo più poveri e le medicine non si vendono al supermarket – ma ci allineiamo al trend generale.

Nel 1960 una buona assicurazione sanitaria si acquistava lavorando dieci giorni, oggi non basta un mese e mezzo.

E la qualità dei servizi? Quanto è aumentata la vita media in seguito a questa impressionante esplosione dei costi?

La vita media è aumentata – su questo non ci piove – ma l’ aumento è quasi interamente spiegato da altri fattori: qualità dell’acqua, del cibo, meno fumo, tecnologie sanitarie a costo zero, ambiente più salubre…

E spesso i miglioramenti reali attribuibili alla sanità in senso stretto sono poco costosi: gli inibitori ACE, per esempio, salvano vite… ma non costano quasi nulla!

I confronti internazionali avvalorano la sorprendente scarsa utilità della spesa sanitaria: i paesi più ricchi spendono moooolto di più senza avere un ritorno sulla salute reale dei loro cittadini.

Negli USA ci sono studi che rinforzano ulteriormente questa conclusione: regalare assicurazioni sanitarie non migliora la salute dei beneficiati.

Anche in questo caso il senso comune si associa alle statistiche: un tempo, quando ero bambino, il mio medico di famiglia passava regolarmente a casa per visitarmi (“respira profondo… dì 33…”). Oggi, per i miei figli, riesco a malapena a strappare un appuntamento nel suo studio se mento spudoratamente e dico che il bimbo ha la febbre da giorni. E non oso accennare al contesto: allora di bambini da visitare ce n’erano una caterva, oggi si contano con il contagocce. Ho anche il sospetto che oggi ci siano persino più medici di ieri, di certo non c’è scarsità visto che mettono nientemeno che il numero chiuso alle matricole! Quando mia mamma mi ha partorito se n’è stata comoda comoda all’ospedale per oltre una settimana e mezza, e parlo di parto naturale senza complicazioni. Mia moglie, con un cesareo,  è stata fatta sloggiare dopo pochi giorni piegata in due dal dolore della ferita. E mia mamma aveva una marea di “colleghe” rispetto a mia moglie che si aggirava raminga per il reparto.

Proposta indecente: preferite curarvi negli ospedali attuali o negli ospedali anni ottanta ricevendo ogni anno un assegno di 8000 euro?

***

Parlando di case il leitmotiv è sempre quello: preferite acquistare una casa di oggi o – a metà di quel prezzo – una casa nuova ma come quella dei vostri genitori?

***

Mi chiedo come mai la gente non stupisca di questi fenomeni e non passi le sue giornate a martellarsi la testa chiedendosi come mai.

Senza i “costo malato” saremmo tutti ricchissimi da tempo. E al diavolo le diseguaglianze sociali! Forse perché la spaventosa retta scolastica di uno studente e l’esosissima retta di degente la paghiamo in modo occulto. Basta veramente poco a farci fessi 😦

Ma la tecnologia non doveva rendere tutto più efficiente? Non doveva far crollare i costi?

Oggi le mie analisi mediche mi arrivano per posta elettronica a costo zero, un bel risparmio per l’amministrazione ospedaliera: eppure, nonostante di questi risparmi la telematica ne consenta a bizzeffe, i costi degli ospedali aumentano a rotta di collo. Ma che cavolo succede? Ci state prendendo in giro?

E dire che, per restare in ambito sanitario, esistono un esercito di badanti low cost che si caricano il grosso dei servizi più onerosi… nonostante questo i costi della sanità s’impennano di anno in anno.

Faccio un riferimento a qualcosa di diverso che mi tocca da vicino: l’ Agenzia Entrate. Con la telematizzazione e la esternalizzazione dei servizi ai professionisti all’ Agenzia resta pochissimo da fare. Anzi, mi chiedo cosa diavolo facciano ormai visto che il commercialista è ormai il vero impiegato dell’ AE? Giusto qualche controllo, ma seduti a tavolino reperendo da lì tutte le info necessarie, dai libri contabili ai conti correnti. Uno si aspetta un collasso nella spesa di queste strutture e un’entità cospicua di risorse per fare altro. No, c’è un aumento dei costi. Ma come è possibile!?

Dove sta allora il mistero della “malattia dei costi”?

BAUMOL

William Baumol è l’economista che ha studiato più a fondo il fenomeno di cui parliamo qui.

Il caso paradigmatico – secondo lui – si registra nelle arti. Esempio: suonare un quartetto di Mozart è oggi costoso quanto un secolo fa. Si tratta di un settore in cui la produttività non è aumentata e non puo’ aumentare.

Ma oggi, rispetto ad un secolo fa, la produttività è aumentata ovunque negli altri settori. Cosa ne consegue? Ne consegue che chi lavorava nel campo della musica si è spostato in settori nel frattempo diventati più produttivi. Quindi, se per un qualche motivo vogliamo mantenere costante la produzione di musica dobbiamo alzare artificiosamente i salari in quel settore impedendo così la “grande fuga”.

Per inciso: la malattia dei costi nelle arti si verifica solo se definiamo in senso stretto il bene. Per esempio “esecuzione dal vivo di un quartetto di Mozart”. In quel caso la produttività relativa è diminuita. Stando invece sulle generali, per esempio limitandosi a considerare  “l’ ascolto di un quartetto di Mozart”, allora la “malattia dei costi” sparisce poiché, già con l’avvento del vinile, la produttività relativa del settore è esplosa e con la rete l’aumento è stato addirittura devastante (per la fortuna degli amanti).

Ma torniamo alle previsioni di Baumol. Dunque, non sembra affatto che le condizioni lavorative di insegnanti e medici siano particolarmente migliorate. Anzi, dal punto di vista del prestigio sociale sono decisamente peggiorate.

Il costo della sanità esplode, ma gli stipendi dei medici stagnano. Non solo, il loro prestigio sociale scema e le condizioni lavorative non sono delle più agevoli. Secondo molte statistiche sono i lavoratori più frustrati sulla piazza: anni di studio, anni di guardia medica notturna, anni in reperibilità ferragostana e stipendi risicati.

Il costo delle scuole esplode, ma gli stipendi degli insegnanti stagnano, il prestigio sociale è quello di una badante ucraina e lo stress alle stelle (con i mariti che subiscono). Qualcuno propone di considerarlo un “lavoro usurante”. Sembravano molto più rilassate quando erano in quattro gatti a dover tenere a bada la marea del baby boom.

Baumol, dunque, non spiega granché nel nostro caso. Vediamo allora cosa potrebbe spiegare, almeno in parte. Individuo sette argomenti.

CAUSE

  1. E’ solo un’ illusione statistica? I costi di cui parlo sono aggiustati con l’inflazione ma l’inflazione si puo’ calcolare in infiniti modi visto che esistono infiniti panieri.
  2. Forse è la scarsa informazione tipica di questi settori a spiegare: che ne so io se mi curano bene o se insegnano bene a mio figlio, non lo sanno neanche gli esperti. Pago… quanto più pago, tanto più è probabile che ottenga il meglio. E se mi chiedono di più, pago di più. Bisogna però dire che i profitti di chi opera in questo settore non sono esplosi. Cio’ significa che i prezzi si impennano a fronte di servizi effettivamente più costosi anche per chi li produce.
  3. Potremmo ipotizzare che lo stato è un produttore inefficiente, del resto parliamo di settori economici in gran parte statalizzati. Ma abbiamo accennato anche al costo delle case, qui per fortuna lo stato è out. Inoltre, i costi sono esplosi anche nel privato (per esempio nelle università e nelle cliniche  private).
  4. Forse è più corretto concentrarsi su un’ altra dinamica: quando lo stato si appropria di un servizio tende a pompare la domanda e strozzare l’offerta. Nel caso delle scuole la cosa è evidente: l’istruzione è la “vacca sacra” del nostro tempo (senza dio) e tutti vengono spinti – anche con la violenza – a “comprare-comprare-comprare”. Un ministro che si alza col piede sbagliato ci manda a scuola tutti fino a vent’anni accompagnati dai Carabinieri! La donmilanesizzazione della scuola è un fenomeno innegabile. Al contempo, chi per esempio garantisce quel servizio in modo personalizzato e a prezzi dimezzati – le scuole paritarie – viene penalizzato con l’elargizione di un misero voucher che non raggiunge la metà della metà del costo risparmiato dallo stato. Evidentemente limitare e indirizzare l’offerta conta molto più che risparmiare.
  5. Pesano forse le sempre più soffocanti regole. Nel settore immobiliare ci sono pochi dubbi che sia così: paghiamo carissima la limitazione a costruire. Anche il prezzo delle medicine al mercato nero, tanto per dire, è dimezzato, qualcosa vorrà dire.
  6. La decadenza del caveat emptor ha inciso? Senz’altro, la responsabilità sul consumatore avrebbe evitato una miriade di processi e di risarcimenti che hanno innalzato i costi dei servizi. Gran parte della spesa è esplosa per “pararsi le spalle” da consumatori insoddisfatti e aggressivi.
  7. Forse siamo diventati dei gran fifoni. Guarda alle mamme: i loro bambini vivono nell’ambiente più sicuro della storia eppure loro sono le mamme più fifone della storia. Così vale per tutti noi in molti ambiti della vita. Siamo impauriti. Forse in una società tanto complessa e specializzata sentiamo di non avere il controllo della situazione.

***

Nelle università americane la retta è esplosa, soprattutto nella componente dedicata ai “divertimenti” (club, attività accessorie, festival…). Sembra proprio di avere a che fare con gente disposta a pagare qualsiasi prezzo, soprattutto per cose di contorno legate al prestigio.

Ma ti rendi conto? Un tempo l’università te la pagavi col lavoretto estivo. Forse non abbiamo piena coscienza su quanta ricchezza drenino i “costi malati”. Per forza, siamo tutti concentrati sul falso problema delle diseguaglianze!

Altro curioso effetto di questi maledetti “costi malati”: in politica hanno tutti ragione.

Ha ragione la sinistra quando dice “costa troppo, dobbiamo garantire”. Sì, hanno ragione!: chi puo’ permettersi ormai, per esempio, l’università a prezzo pieno?

Ha ragione la destra quando dice: “stiamo regalando troppo ai bamboccioni”. Certo che ha ragione, se facciamo quattro conti sulle somme elargite di fatto ci accorgiamo che raggiungiamo cifre altissime: garantire per esempio l’università gratuita (ai benestanti) significa accollare al lavoratore  una retta da 15/20000 euro a studente. Ma siamo pazzi!? E tra i lavoratori c’è anche il 18enne delle case popolari che si alza alle 6 per andare in officina.

***

Keynes – negli anni trenta – pensava al nuovo millennio come ad un’epoca in cui avremmo lavorato 15 ore alla settimana. Il suo sogno si infrange contro uno scoglio insormontabile: la “malattia dei costi”. Non la diseguaglianza, non la povertà, non la globalizzazione, non l’austerity… la “malattia dei costi”.

***

Probabilmente parte del problema è dovuto al fatto che diverse cause si intersecano ciascuna con un proprio peso, formando così una matassa inestricabile.

Se dovessi isolarne uno prevalente (da aggiungere ai sette precedenti), la mia intuizione è che i settori sotto accusa sono preda di una potente funzione segnaletica.

Avete presente cos’è un segnale? E quella roba per cui l’ anello di fidanzamento che avete regalato a vostra moglie costava 1000 euro anziché 10. Quello da 10 probabilmente era anche più bello ma mai lo avreste scelto. Perché? perché la bellezza in certi casi è secondaria rispetto al segnale.

Un “signalling” evidente domina, per esempio, nell’ istruzione superiore: sottoporsi con successo a corsi difficili e prolungati comunica ai terzi l’ attitudine a raccogliere sfide impegnative che richiedono autocontrollo e soprattutto l’accettazione di un ruolo ben preciso nella gerarchia del sistema (oggi di quello formativo, domani di quello aziendale). E’ la qualità principale ricercata dal datore di lavoro. Naturalmente ci sono anche le doti intellettive, ma quelle possono essere misurate in modo affidabile con pochi test, non occorre una carriera scolastica ventennale.

L’istruzione inferiore è il lasciapassare verso quella superiore ma anche il luogo in cui il buon genitore intende segnalare quanto è disposto a prendersi cura del proprio pargoletto (il messaggio da gridare sulla pubblica piazza in modo che tutti sentano è: “voglio il meglio per lui”). Ma, qui, è soprattutto mamma-stato a cadere nella tentazione segnalatoria: spendere in istruzione purchessia vuol dire appuntarsi a prescindere una medaglia al merito ed ostentarla sulla scena internazionale. Avete mai visto qualcuno sbottare perché si stanziano risorse aggiuntive per “riparare le scuole”? Ergo: qualsiasi entità puo’ essere stanziata, è un buco senza fondo, qualsiasi costo va ben purché “i nostri figli abbiano il meglio”. Il calo demografico come è stato affrontato? Dimezzando il personale? No, mettendo due maestre anziché una: non esistono limiti alla spesa in questo settore: “i nostri figli devono avere il meglio”.

Un segnale inerente la “cura” domina da sempre la domanda di servizi sanitari.

Quanto alla casa, non è forse sempre stata un indiscusso fattore di prestigio sociale?

La corsa al “segnale” si risolve in un chiaro spreco di risorse: se tu studi per 20 anni, io, per segnalare in modo efficace, devo studiare almeno per 21 anni, anche se quel che studio non mi serve a nulla. Questo spreco fa sì che – contrariamente ad ogni previsione – oggi non possiamo permetterci di lavorare solo 15 ore. Che fare? Non so, di certo finanziare gli sprechi come facciamo ora non mi sembra un’ideona.

***

Letture:

William Baumol: The Cost Disease: Why Computers Get Cheaper and Health Care Doesn’t

Scott Alexander: Consideration on cost disease

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